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cercando di tipizzare la follia, non riescono a non guardare e ritrarre anche l’affetto inconscio. Il

folle è alle prese con aspetti di se negativi ( vizi capitali, animalità ) e inferi ( Hals – Malle Babbe ).

L’attività e la creatività dell’uomo deriva dal continuo intento di trasformare questa pulsionalità

affettiva ( es. raffigurandola o recitandola ) come nel caso dei giullari con maschere da animali o

animaleschi buffoni danzanti, immagini che implicano sensazioni animalesche, non aventi parola

quindi. In alcune immagini cinquecentesche il folle e la follia sono raffigurati come in difficoltà di

comunicare, oscillanti tra il parlare a vuoto e il silenzio, come posseduti da stati d’animo che non

riescono ad elaborare.

IL FIGLIOL PRODIGO

Come abbiamo visto in alcune pratiche vi è il ricorso a spiriti aiutanti spesso costituiti da immagine

psichica di animali. Il pittore Ligabue ( esponente della corrente Naif ) non riuscì mai a superare

emozioni legate a ricordi dell’infanzia. Fin da piccolo ha scolpito soprattutto animali, vivendo e

comportandosi anch’esso in maniera animalesca ( il suo autoritratto ricorda le immagini che

paragonano l’uomo e l’animale nei trattati di fisionomica di Della Porta ). Il folle rende visibili

questi affetti pulsionali, li evoca nell’osservatore, ricordandogli che anch’egli li possiede dentro di

se. Ecco perché nelle raffigurazioni iconografiche il folle è ambivalente portatoredi perdizione e

saggezza a seconda che l’osservatore rifiuti o accetti il confronto con il proprio caos, duplice

possibilità che il figliol prodigo dipinto da Bosch raffigura in modo esemplare : carico di utensili,

tuttavia sprovveduto, sguardo a metà tra sapienza e spavento, sullo sfondo un cane, i maiali e la

taverna, è il simbolo della nostra personalità, del nostro restare a metà tra il capire e l’ignorare, il

mutare ed il perdersi, il palare e l’ammutolire.

CAPITOLO III - PERCHE’ SEI TRISTE ANIMA MIA?

UNA PIENEZZA CHE RIMANE VUOTA

La melanconia, che va dalla intensa tristezza alla depressione se non alla psicosi depressiva, è una

ferita improvvisa mortale, che non porta mai alla morte. Come nei ritratti di Modigliani tale ferita è

un ripiegamento su di se che rende assente lo sguardo, che continua però ad attendere attenzioni.

Sguardo dal doppio movimento dell’aprirsi soltanto richiudendosi. La melanconia è uno slancio

rimasto a metà immobile nel ricordo di se stesso, gesto interiore che sembra raccogliersi in gesti

esteriori ( Kokoshca – autoritratto, egli stesso in preda alla disperazione o il silenzio di Fussli. Freud

parla della melanconia come di un improvviso crollo dell’eccitamento psichico che risucchia altro

eccitamento dai neuroni contigui provocando rinuncia e dolore, e tale contrazione ha un effetto

inibitorio. Simbolo della melanconia è il vampiro, un morto che tuttavia resta in vita, sospeso tra

una vita costantemente invocata e presente e una morte che la distanzia, rendendo il vivere in

attingibile, resta uno spettro tra la notte e l’alba. Bion ha parlato del possibile costituirsi psichico del

non ente, dolore mentale molto denso ma in attingibile perché la mente non riesce a pensarlo. Gli

antichi lo concettualizzavano con la “bile nera” simbolo dello stato che non permette l’elaborazione

da parte della luce della coscienza.

DALL’ACEDIA AL CACCIATORE GRACCO

Gli antichi parlavano anche di accidia, indifferenza o mancanza di cura per qualcosa, demone

meridiano perché assale a mezzogiorno. Kafka nel cacciatore Gracco, struggente figurazione

letteraria della melanconia, narra l’arrivo di un misterioso vascello in una misteriosa città, dove il

sindaco salito a bordo incontra il capitano disteso in una bara ma vivo : E’ morto? – Si, come vede –

e tuttavia ella vive anche – in un certo qual modo si, la mia barca sbagliò rotta e dopo la morte erro

per tutti i paesi della terra.

Il mito del sacro Graal, re pescatore che custodisce la sacra coppa è portatore di una ferita

insanabile e resta in uno stato di sospensione vitale, attendendo il cavaliere che lo potrà risanare,

colui che giunto al castello, parteciperà al banchetto e al momento del comparire della lancia

insanguinata non starà muto ma porrà una domanda. L’effetto depressivo alla luce della ferita che

sanguina in continuazione riconduce all’attitudine psichica generativa femminile simile a quella che

nelle donne è rappresentata dalla vulva ( ferita ) mestruante. La coscienza e l’inconscio nel soggetto

depresso sembrano scindersi cristallizzandosi in un dolente stato senza tempo, senza riuscire ad

incontrarsi generativamente come lancia e taglio, parola e pulsionalità non verbale. Ciò è visibile

nell’autoritratto di Durer, immerso nel non ente, ha una tristezza da vampiro, o da Re del Graal. Il

ricco abito evoca una continua erranza dentro a pensieri che in realtà non risolvono il dolore, il

patimento del petto che la mano al tempo stesso nasconde e addita, quindi un dolore illusoriamente

ricoperto. Sembra dire che il nostro vero volto, il nostro corpo vero o nudo è l’esperienza del dolore

melanconico. Le raffigurazioni iconiche della melanconia ruotano sempre attorno ai medesimi

simboli : geometrici come la sfera o il compasso, il cane l’angelo pensoso e seduto, la testa reclinata

sulla mano. Quanto alle origini di questi Green parla della possibilità che la madre, dal momento

della gravidanza sia depressa, e che il neonato si trovi immerso in conflitti in forma inconscia

nell’ambiente ( complesso della madre morta, come nel dipinto di Schiele, la madre morta ).

OFELIA O IL SUICIDIO

Queste ferite sospingono la persona a chiedere e cercare, ma anche a rifiutare, non aver fiducia e

nascondersi, si diviene qualcosa di ibrido a metà tra l’esistere ed il non esistere, che può condurre la

persona al suicidio quale estrema autoaffermazione rivolta ad altri, nonostante al realtà distrugga se

stessi ( per Freud gli autorimproveri sono in realtà rivolti ad un oggetto d’amore ). L’amore, o

l’impossibilità di viverlo non dolorosamente può trasformarsi nella massima delle ferite, la

cancellazione di se, massima sospensione come espresso dall’Ofelia di Millai ( Bachelard :

complesso di Ofelia, l’acqua diventa un nulla sostanziale, la materia della disperazione ).

IL PENSIERO VORACE

Il pensiero nei melanconici è iperattivo, eccessivo, come sembra alludere l’allegoria della

melanconia di Fetti. Il cane, animale sensibile quindi preda di ferite interiori e conseguente pazzia,

ma anche animale errante, sempre a cercare. La mano alla fronte, esprime un pensiero turbato, gli

occhi socchiusi fissano il teschio come emozione materializzata. In melanconia di Durer compare

sempre il cane e altri simboli che rinviano al tentativo di afferrare la ragione, con matematica e

geometria, emozioni che l’angelo, al di la di questo pensare potrebbe sciogliere volando, pesantezza

del ragionare dunque, che anche in Melanconia di De Chirico, in cui il tentativo i abbracciare

l’infinito diventa modalità che immerge nelle ombre e nebbie del concreto. In Cezanne, Ragazzo dal

panciotto e col teschio, riemerge l’elemento della testa appoggiata alla mano, indicante pensosità e

profonda melanconia. Il pensiero non riesce ad afferrare l’emozione e se ne distacca, sostituendo il

vuoto interno, rendendo il vissuto ancora più pesante e oppressivo. Melanconia è sempre stata

collegata a crono-saturno, dio che divora i proprio figli appena nati, nel timore che lo possano

detronizzare, quindi stato mentale molto fragile, e irrimediabilmente solo ( Goya – Saturno che

divora i suoi figli ), ed è sola anche la donna ritratta da Sironi, il cui seno scoperto sembra indicare

un’inaccessibile resto. Il disperato Nabucodonosor ( dipinto da Blake ) secondo quanto narra

l’antico testamento, da grande re diventa folle derelitto compagno di bestie. Ritornerà re

riconoscendo che al Cielo appartiene il dominio, quindi accettazione dei propri limiti, tipica del

melanconico. In un bassorilievo raffigurante l’Atena melanconica, la dea dell’equilibrio e della

ragione sembra capace di immergersi in un ricordo lacerante, dialogare con dolorose emozioni e

abbandonare la ragione per accoglierle. Wincott ha parlato di crolli che pongono in pericolo il Sé in

momenti precoci dell’esistere. Da li in poi abitano la psiche dell’individuo senza che quest’ultimo

sia mai stato in grado di soffrirli realmente, di pensarli, quindi oggetto ne vivo ne morto che attende

di essere vissuto dolorosamente.

IL DELIRIO EROTOMANICO

La potenzialità di godimento che manca al melanconico non consiste nella semplice attività erotica,

ma nella mancata capacità di aprirsi ad un coinvolgimento affettivo con l’altro, che costituisce per

la mente la sola possibilità di non essere abitata dall’informe. È lo specchio delle proiezioni dei

nostri contenuti inconsci. In doppio ritratto di Giorgine la melanconia del giovane in primo piano

nasce dalla mancanza della donna amata, sul piano dell’amore retto dalla venere celeste, data dal

bisogno di alimentare quel fattore interno attraverso cui riusciamo ad amare noi stessi. Il giovane in

secondo piano avverte la mancanza sul piano della venere volgare, ma è comunque connesso al

primo. Questo a significare che la necessità fisica del contatto con l’altro e sempre anche emotiva.

Nella melanconia patologica concetto di venere celeste e volgare si arresta, potendo diventare

delirio erotomanico senza accettare un vero contatto fisico, opponendosi anche al coinvolgimento

emotivo. L’erotomania è solo una atteggiamento alla base della melanconia, consistente nel

costruire la presenza interna dell’altro senza mai aprirsi a contatti reali ( ne Celeste, ne Volgare ).

DEMOCRITO E LA PSICOSI MANIACO DEPRESSIVA

Fragilità ma sottostante solidità sono estremi tra cui si dibatte il melanconico. Gli aspetti sottostanti

come aggressività e solidità si trovano in uno stato inconscio, quindi oggetto di conflittualità. Nel

melanconico il bisogno di autoaffermazione è inscindibile dalla necessità di ricevere affetto e

protezione ( Cranach – La melanconia ).

Il filosofo Democrito esprime una possibile soluzione al dilemma melanconico : il riso, l’ilare

delirio come nel dipinto di Coypel, Democrito, in cui appare sdentato, irsuto e sconfitta, rinuncia sia

ad imporsi, sia a legarsi agli altri. Triste lo è perché non si autoafferma, ma egli conferisce a questa

fragilità l’aspetto di una rivincita, forma di un sapere ironico e irraggiungibile, superiore, un sorriso

che solo a lui appartiene, quindi di per se forma di armonia, permette di affermarsi ( anche al

melanconico ) perché lo rende libero da tutto e da tutti. Il pianto di Eraclito è quello del

melanconico che non ha scoperto la soluzione democritea. In realtà questa strategia non si traduce

in benessere. Nei casi estremi, quando lo psichiatra conosce sotto il nome di psicosi maniaco

depressiva o disturbo bipolare, dove nel paziente si alternano le due fasi. Quest’oscillazione è stata

raffigurata all’ingresso del Bethlem Hospital, manicomio di londra, attraverso due statue scolpite da

Cibber : Melancholy Madness ( pazzia melanconica ) e la Raving Madness ( pazzia furiosa o

maniacale ). Il riso di democrito sembra nascere da un’amara ma profonda accettazione dei limiti

dell’esistenza. Per Robert Klein grazie alla lucidità sempre maggiore che il comico grossolano si è

trasformato in ironia ed autoironia, avvicinandosi al punto di contraddizione intima tratto specifico

della coscienza pura, il cogito. In realtà il melanconico possiede davvero un sapere in quanto

l’estremo soffrire affettivo comunque implica un sapere pur se assume forma rivendicative o

infantili. Secondo Freud è possibile che si sia avvicinato al se medesimo.

DEMOCRITO RIDE, ERACLITO PIANGE

Lo scrittore e sofista greco Luciano di Samosata nei suoi dialoghi descrive Giove e Mercurio intenti

a vendere filosofi, e gli acquirenti rimangono colpiti da Democrito e Eraclito contrapposti. Anche

nella Nave dei folli di Brant del 1494 compare Democrito che ride ed al posto di Eraclito Diogene,

che sembra nell’immagine comunque ridere anch’egli. Diogene fu il massimo esponente della

scuola filosofica dei cinici ( dal greco di cane con allusione alla vita errante ) disprezzanti dei valori

corretti e i comuni bisogni. Del riso di Democrito si è cominciato a parlare dal I secolo avanti Cristo

in alcune lettere del filosofo medico Ippocrate, che recatosi presso la città di Abdera, defe effettuare

un consulto proprio su Democrito, che ha comportamenti simili a sintomi di follia, vivendo isolato e

non seguendo l’alternarsi di giorno e notte, è assorto nei pensieri alla ricerca del segreto della bile

nera, della melanconia. Se interrogato ride. Ippocrate conclude che l’isolarsi dalla vita in comune e

dalle sue regole non è in lui segno di follia, ma eccesso di vigore dell’anima, soffre di troppa

sapienza. Ride dell’uomo. Il riso attesta che tutto è vano, che solo l’accettazione di tale

impermanenza può consentire di restarne fuori. Ridenti e saggi il Democrito di Velazquez e

Giordano, lacero e quasi cieco quello di Ribera, più pungente quello di Rubens.

BURTON E L’ANATOMY OF MELANCHOLY

Democrito fù esponente dell’atomismo, corrente filosofica secondo cui il reale non è che

l’aggregarsi e disagregarsi di atomi nel vuoto. La filosofia del divenire espressa da Eraclito

introduce una fiducia in un sostrato inafferrabile, il logos.

Nel 1621 un libro arreca nei suoi contenuti ulteriori informazioni sulla melanconia, pubblicato ad

Oxford ad opera del pastore anglicano Robert Burton, intitolato Anatomia della melanconia, in cui

l’autore, anch’esso melanconico, dichiara di voler scrivere ( senza eguagliare ) ciò che Democrito

era intento a scrivere sul suo libro sulla follia depressiva mai ritrovato ( si firmerà Democritus

junior ). Il libro è un torrenziale flusso di discussioni e citazioni, terribilmente melanconico,

autoaffermativo, orgoglioso, ma in forma di continuo autoannullamento. L’autore vuole esprimere

la grandezza di un Tutto che vuole abbracciare affinché sia un’arma per negare i limiti, il confronto,

anche se poi l’impossibilità di questo tutto scatena, nell’interiorità, dolore e conflitto. Il sapere

intellettuale diventa modo per compensare l’irrisolvibile conflitto tra necessità di indipendenza e

fragilità di quest’ultima. Un linguaggio di Nemo. Farsi nessuno per accedere alle proprie emozioni,

al non ente. Il conflitto tra gli umori detti anche disposizioni d’animo determina il prevalere di un

solo atteggiamento sugli altri. In questo gioco se prevale l’austera e ipercontrollata bile nera, il

temperamento sarà melanconico, se prevale l’elemento sanguigno, le ferite esploderanno e

l’atteggiamento verrà definito collerico. Il linguaggio del corpo non è mai muto e tale

contrapposizione ( vedi Eraclito e Democrito ) è stata raffigurata dal contrasto tra due dei quattro

apostoli, Paolo, melanconico e Marco, collerico ( Durer ).

CAPITOLO IV – EMOZIONI COME GRIDA, INCUBI, SOGNI

IL DEMONE DELL’ATTACCO DI PANICO

Ognuno di noi è una rete di sogni, forme di ricordi, tracce di incontri che il nostro corpo accoglie. Il

mondo interno aderisce a quello esterno, ma di notte se ne distacca e diventa sogno notturno, ovvero

ciò che è sempre, un mondo di scenari intrisi di emozioni vecchie e nuove, relazioni interne

annodatesi a persone esterne, alle loro emozioni. Come il demone del quadro l’incubo di Fussli si

appoggia con tutte le forze al petto, soffocando l’intimo e dimostrando di appartenere all’interno.

Questa potrebbe essere una foto di quello che oggi viene chiamato attacco di panico, ovvero il

soffocante premere sul petto da parte di una creatura soprannaturale, imparentata all’immagine della

sfinge che strangola, preme con forza sul petto di Edipo ( Moreau – Edipo e la sfinge ). Proprio il

mito di Edipo è l’emblema dell’intrecciarsi di vissuti interni con persone esterne, es. i genitori,

nell’emergere di un impasto tra esterno ed interno che spesso riguarda la sessualità. Questo mondo

interno non è dicibile in forma di parola ma di scenario, di sogno, vissuto e comunicato con

contorsioni, spasmi ed urla ( come nell’iconografia cristiana le anime soffrono nel purgatorio o

nell’inferno, o le immagini della sofferenza di Cristo che anche se interiore, nella crocifissione si

manifesta come corporea ).

Augustine, una paziente isterica, ha la postura della crocifissione, ma la sua è una sofferenza

emozionale, non fisica, ma che sgorga nella corporeità. Ficino, in epoca rinascimentale, scriveva

che l’inferno non è un al di là, ma già in questa vita è l’incubo divenuto permanente, sogno

interminabile della coscienza prigioniera dei suoi territori immaginari. Nell’al di là le buone e

cattive azioni vengono pesate, come fossero piccoli corpi ( Arcangelo che pesa le anime e combatte

con un diavolo – Arpo ). Un’incisione del XVI secolo mostra i pensieri del folle sotto forma di un

fumo abitato da entità concrete ( demoni, oggetti, persone ) a dimostrazione di quanto il mondo

interno sia il fantasma soggettivo del mondo esterno.

L’ISTERIA E LA SALPETRIERE

L’isteria è un autentico inferno, e i manicomi veri e propri incubi, come la salpetriere, città dolorosa

solo di donne ( quattromila ) alla fine del XIX secolo vi furono rinchiuse a Parigi. Qui Charcot,

primario delle malattie mentali tenta di ritrarre l’attacco isterico, insieme di manifestazioni corporee

che le pazienti in preda alla sofferenza esibiscono, assumendo posture espressive come convulsioni

e urlando, quasi teatralmente, e nelle “lezioni del martedì” le mostrava agli spettatori”. Vi sono tre

volumi che raccolgono l’iconografia fotografica della salpetriere. La prima immagine è già un

incubo, ritrae una paziente anonima, o meglio il suo fantasma. Molti sono i riferimanti ad una delle

pazienti più famose, Augustine, malata di Istero epilessia, con una cronologia di immagini che

vanno dallo stato normale, inizio dell’attacco con un urlo, poi il titanismo, riprodotto anche in un

disegno, gli atteggiamenti passionali, in particolare le allucinazioni dell’udito, l’erotismo e l’estasi.

PASSINE E TRASFIGURAZIONE

I propri fantasmi come nell’isteria diventano schermo tra se ed il mondo, invadendo le emozioni e il

corpo, parlando, ma vorrebbero nascondere. I fantasmi delle pazienti isteriche si frappongono fra

queste e la realtà. Per il loro interlocutore è difficile rispondere perché il fantasma parla un

linguaggio cifrato, evanescente.Nell’ultimo quadro di Raffaello, la Trasfigurazione, troviamo

l’immagine di un attacco epilettico, di un fanciullo ossesso preda di convulsioni, che attende la

risposta dal Verbo, dall’Altro. Quindi è necessario riconoscere i fantasmi e condurli alla presa di

coscienza e di significato, alla parola o all’immagine. In un dipinto San Barnaba guarisce un

ossesso leggendo il vangelo dopo avergli posato il libro sulla testa ( non più demone sul petto, ma

parola sul capo ) affinché i significati possano essere rivelati. Era questo anche l’effetto posto in

atto dagli antichi riti mistici, riattingendo i fantasmi interni e personali a partire dalle fondamenta,

come nei riti dell’orfismo o dionisismo in cui si faceva riemergere dalle basi il fantasma interno,

partendo dal movimento frenetico e dal suono ossessivo, con conseguente trance caratterizzatat da

paura, passando alla possessione e raggiungendo la guarigione. Per Platone la folia è un

occultamento della ragione per sostituzione da parte dell’intervento di un dio, per il discendere di un

elemento superiore, l’uomo è oggetto di una partecipazione divina, che equivale ad una possessione.

Un fantasma interno che proviene dalla psiche ma è impastata con la traccia di incontri con cose e

persone rielaborata nell’inconscio.

LA PSICOSI : DAL TREMA ALL’APOCALISSE

Ma i fantasmi interni possono invadere del tutto il mondo esterno, diventando un personale mondo

terribile e sfolgorante. Lo psichiatra Conrad ha descritto la nascita della psicosi come una sequenza

di tappe a partire dal “terremoto” ( trema ), stato psichico di allarme, di colpa e diffidenza, per poi

passare all’apofenia o manifestarsi, proiezione inconscia dei propri fantasmi all’esterno , poi si

arriva alla conversione verso l’interno o inversione, sensazione che tutto e tutti si riferiscano e

rivolgano a sé, con conseguente stato di persecuzione. Può seguire la tappa dell’apocalisse, in cui la

destrutturazione psichica è tale da indurre a percezioni allucinatorie, e tal volta la risoluzione.

Quindi la persona è all’interno del fantasma, in confusione tra realtà interna ed esterna, sfociante in

una frammentazione di sé nel mondo, e tali frammenti sono stati ritratti da Bosch nel suo Giudizio

universale, e in forma più interiori espresso da Kandinskij in Tormento interiore e da Klee in

Diciassette, matto. Ma nessuno più di Munch ha avvertito la realtà delle psicosi e di ciò che le

precede. Infatti ogni suo quadro è pervaso da un urlo che sgorga dall’interno del soggetto, ed è il

soggetto ad urlare, anche se sgorga dagli altri e dal mondo ( La madre morta e la bambina, in cui

l’urlo è invisibile eppure ovunque, il dolore della bambina risponde a quello degli altri ; Il Grido,

ispirato ad un’esperienza personale descritta nel suo diario.

LE ALLUCINAZIONI COME ESORCISMO

Il ribaltarsi dei fantasmi interni nel mondo esterno può determinare fenomeni allucinatori. Scrive

Bion che il paziente psicotico per pensare qualcosa deve aspettare che quella cosa appaia nella


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Corso di laurea: Corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo - DAMS
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Semiotica delle arti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Scienze letterarie Prof.

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