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Appunti inerenti l'esame di Sociologia dell'ambiente e del territorio del prof. Albrizio riguardanti Il ruolo della sociologia fra le scienze della progettazione ambientale, Ambiente e sistema nella società contemporanea, Città, ambiente, modernità e postmodernità e altro ancora.

Esame di Sociologia dell'ambiente e del territorio docente Prof. M. Albrizio

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questi si rinserrino sovente in comportamenti di riappropriazione territoriale centrati sul quartiere di

appartenenza che tende a scoraggiare ogni azione di trasformazione. Il Censis in una sua indagine

rileva che la percentuale dei progetti urbani che attiva dinamiche conflittuali è del 41.4% e che se si

restringe l’analisi ai progetti ambientali (discariche e depuratori) si raggiungono percentuali tra il

50% ed il 70%. I soggetti protagonisti degli episodi di conflitto su indicati sono soprattutto le

associazioni ambientaliste (nelle grandi città) ed i comitati di quartiere (nei piccoli centri).

1.5 Modernità, postmodernità e crisi ecologica

La società moderna è caratterizzata da popolazione sempre più numerosa e urbanizzata, economia

basata su industrializzazione capitalista e sul mercato, elevata divisione del lavoro e centralità dello

Stato Nazione nella gestione del potere. Weber sottolinea che la modernità ha avviato un processo

di razionalizzazione centrato sulla calcolabilità e sulla impersonalità dell’agire. Lo stato assume il

monopolio della coercizione e si avvale di un’amministrazione gestita da una burocrazia di esperti

stipendiati.

Per il sociologo americano Parsons, i bisogni di una società sono quattro: 1. assicurarsi risorse

dall’ambiente naturale, 2. definire gli obiettivi e l’organizzazione delle risorse, 3. coordinare le

relazioni tra i vari attori sociali e le unità del sistema, 4. fornire agli attori un adeguato bagaglio di

motivazioni, credenze e valori. Per svolgere efficientemente questi compiti la società è andata

differenziandosi e la modernità ha ulteriormente ampliato questo processo. Economia, politica,

diritto, cultura divengono sfere pienamente autonome ma strettamente interdipendenti. Parsons

inoltre, sottolinea nella sua analisi la necessità di un collante sociale basato sulla condivisione dei

valori. Collante facilmente disponibile nella società pre-moderna ma assai precario una volta che i

processi di secolarizzazione, razionalizzazione e differenziazione si sono dispiegati.

La modernità ha costituito quindi un momento di rottura con la tradizione esprimendosi da un lato

come istanza di universalizzazione dall’altro come istanza si individualizzazione, ecco il carattere

ambivalente della modernità. A sua volta universalizzazione e individualizzazione sono esse

stesse ambivalenti: la prima che implica estensione dei diritti civili e politici, significa efficienza,

definizione della soluzione tecnicamente ottimale ad un problema. Al tempo stesso significa

cristallizzazione dei compiti, uniformazione del prodotto, assenza di creatività. La seconda invece ,

significa libertà di scelta ma anche assenza di criteri di scelta, autonomia da un lato ed isolamento

dall’altro.

Fra gli anni ’60 – ’70 si fa strada una prospettiva nuova, quella della “post-modernità”, periodo

sicuramente legato ai caratteri della modernità, ma allo stesso tempo profondamente diverso a causa

di una serie di fenomeni: crescita del ruolo dei mass media, vita lavorativa caratterizzata da una

molteplicità di esperienze, globalizzazione a cui fa da contrlatare il localismo,

internazionalizzazione della politica.

Uno degli elementi caratteristici che segna il passaggio alla società post moderna è sicuramente la

crisi ecologica. In questa era la questione ecologica assume maggiore centralità poiché si ha la

percezione di vivere rischiosamente. I rischi cui è esposto l’individuo moderno sono difficilmente

comparabili con quelli dell’individuo premoderno, in quanto qualitativamente differenti, sia nella

loro origine che nel modo in cui vengono vissuti. Per l’individuo premoderno le minacce

derivavano prevalentemente dal mondo fisico: terremoti, eruzioni, uragani. Per l’individuo moderno

molti rischi sono quelli connessi e prodotti dalle stesse attività umane. Inoltre, la maggiore

consapevolezza dei rischi dipende da innumerevoli fattori: accresciuto livello di istruzione,

circolazione dell’informazione e della visibilità sociale. In sintesi, l’astrazione della natura porta

alla società industriale, l’integrazione della natura nella società conduce al di la della società

industriale. La natura diviene un progetto sociale, un’utopia che la società stessa si propone di

ricostruire, modellare e trasformare. Anche la natura diviene un progetto umana. Ciò apre una

seconda fase della modernità in cui, secondo la formulazione di Giddens, la natura finisce in due

sensi: 1) L’habitat umano è sempre più creato dall’uomo e sempre più distaccato dalla natura ormai

costruita a scopi ricreativi 2) La natura finisce come punto di riferimento esterno all’agire umano.

La “naturalità” rimane possibile solo come scelta circa gli stili di vita individuali. L’attuale società è

dunque caratterizzata dalla fine della natura, cioè dalla sua socializzazione. Tutto ciò implica

l’emergere della società del rischio (e una seconda fase della modernizzazione).

CAPITOLO 2

RAPPORTI TRA SOCIETA’ E NATURA

2.1 Il tortuoso verso una società civile attraverso la natura

La società civile moderna si è sviluppata come spinta individualizzante e come distacco-dominio

rispetto alla natura.

Le società occidentali moderne hanno dunque tendenzialmente concepito la società solo in base a se

stessa e ai suoi problemi interni e non in relazione a un ambiente.

Nell’osservazione dei sociologi classici, la società moderna viene descritta come passaggio da

relazioni sociali naturali a relazioni artificiali. Secondo Moscoviti, è nota da tempo la mutazione del

rapporto umano con la natura che ha portato alla creazione di un ordine sociale separato e

artificiale: ordine che afferma l’unicità dell’uomo. L’autore prosegue sostenendo che la società

umana si affranca dalla natura costruendo coppie adeguate di contrari: individuale/collettivo,

rurale/urbano, selvaggio/civilizzato. Siccome tuttavia questa società produce rischi si fa avanti

l’idea conservazionista secondo cui la “società produce i suoi effetti” e quindi tende a scomparire.

Per questo motivo sarebbe auspicabile la creazione di un nuovo paradigma che, a differenza del

primo biocentrico, sia sociocentrico: essa prefigura un ritorno non alla natura intesa come sfera

esterna all’intervento umano, ma nella natura come realtà che ci comprende e che noi come società

comprendiamo. A tale mutamento della cultura associativa deve si accompagna una nuova

riflessività su concetti quali “qualità della vita” inteso come bene collettivo e, come tale, nella sua

progressiva dipendenza da quelli che sono considerati i più gravi problemi relativi all’ambiente e al

territorio.

2.2 La società civile tra individualizzazione e nuova relazionalità

Se la modernità ha prodotto una società civile individualistica e artificiale la crisi attuale prelude

una “reazione” in relazione alla quale gli osservatori esprimono pareri assai contrastanti: alcuni, dal

punto di vista tanto empirico che normativo, prevedono come necessario un proseguimento e una

ulteriore spinta radicalizzante del processo di individualizzazione. Per altri, le società occidentali si

trovano a fronteggiare la rilevante questione dell’identità collettiva: questo pare segnalare la “fine

dell’individualismo” e un ritorno di principi costruttivi delle identità collettive.

A questo punto sorge un problema: quali sono i caratteri specifici di questa “nuova relazionalità”?

Sarebbe possibile selezionare molti punti di partenza ma fondamentale pare essere il seguente:

uscire dall’individualismo radicale implica costruire un tipo di relazionamento in cui “il bene che

sta nella relazione non consiste nel beneficio utilitaristico che l’individuo ne può trarre, bensì in

qualcos’altro che la relazione può fare per lui”. Tra queste relazioni interumane e quelle dell’uomo

con le cose in quanto natura esiste un’interdipendenza che ci si augura possa mettere in moto la

dinamica di un nuovo senso di società civile “attraverso la natura”.

2.3 Aspetti di sostenibilità ambientale dello sviluppo

La sostenibilità ambientale è alla base del conseguimento della sostenibilità socio – economica: la

seconda non può essere raggiunta a costo della prima.

Il rapporto Bruntland, stilato nel 1987, indica 22 nuovi principi di cui 8 fondamentali per lo

sviluppo sostenibile: è il riconoscimento dell’interdipendenza tra società – ambiente ed economia.

La protezione ambientale è, pertanto, una necessità più che un lusso. L’acquisizione di tale

consapevolezza, unitamente a quelle sui limiti dell’azione umana e sulla limitatezza dell’ambiente,

ha consentito la nascita della nozione di sostenibilità e dell’“ecologia”, disciplina specialistica

inizialmente con un ruolo marginale. In seguito, con un lungo processo di elaborazione concettuale

ha portato ad incorporare principi e modi di pensare propri dell’ecologia in altre discipline (ecologia

urbana, economia ambientale). Per ciò che concerne la spiegazione sociologica, “Eco” è la sede dei

rapporti tra essere vivente e mondo naturale in relazione reciproca, in particolare si definisce

l’ecosistema come studio dei complessi rapporti che legano tra loro i sistemi organici viventi.

Miller distingue tra un ecosistema naturale sostenibile ed un sistema umano semplificato. Il primo si

basa sull’energia solare, sulla produzione di ossigeno e sul consumo di anidride carbonica, sulla

creazione di suoli fertili, sul graduale rilascio delle acque e sulla loro purificazione; il secondo è

caratterizzato dall’energia derivante dai combustibili fossili o nucleari, dall’impoverimento dei suoli

fertili, dal rilascio rapido delle acque e dalla loro contaminazione. Per Miller, il secondo sistema

non può essere accettato come modello di vita perché occorre perseguire la riconciliazione fra

natura ed umanità che sono state a lungo conflittuali. In tale percorso di riconciliazione si trova

l’essenza della sostenibilità ambientale e dello sviluppo sostenibile.

E’ indubitabile, inoltre, che ormai sviluppo e ambiente debbono considerarsi complessivamente: il

concetto di sviluppo implica necessariamente compatibilità ambientale e si traduce nel concetto di

sviluppo sostenibile che prevede l’assicurazione di almeno pari livello di consumo pro-capite per le

presenti e per le future generazioni”. Concetto che ovviamente implica un processo di crescita

sociale ed economica in grado di svolgersi in equilibrio con la dinamica ambientale.

L’importante affermazione di questi concetti è empiricamente verificabile ritrovando una nuova

cultura d’ambiente che porta a nuove categorie di comportamento dell’uomo esaltando la necessità

di tutela dell’ambiente. Anche a livello politico molti paesi realizzano le loro grandi opere,

pubbliche o private, purché i progetti siano approvati in base alle relazioni sull’impatto ambientale.

Questo segna un passaggio di ciclo, un elemento di discontinuità con il passato ad oggi non

sufficientemente sottolineato. Non sono poi così lontani gli anni durante i quali i sostenitori della

questione ideologica venivano considerati detrattori del nuovo e delle stesse idee di crescita

economica e di progresso sociale. Numerosi sono gli ambiti di attività dove la “rivoluzione

ambientale” ha dispiegato i suoi effetti: l’agricoltura con il suo ramo biologico, il turismo con i

parchi naturali, l’industria con il ripensamento sui cicli produttivi finalizzati ad ottimizzare i

processi (cd. Industria verde).

Recente inoltre, è il fenomeno della “natura in casa”: il 33% delle famiglie italiane abita in una casa

dotata di giardino, il 51% dispone di un terrazzo con numerose piante, il 43% possiede almeno un

animale domestico. Ecco quindi la natura in casa, o meglio la ricostruzione di un piccolo ordine

naturale che nessuno potrà intaccare o modificare: nessuno costruirà una strada nel nostro

giardino... CAPITOLO 3

IL RISCHIO AMBIENTALE

3.1 Definizione del concetto di rischio

Generalmente si intende per rischio la possibilità che si verifichi un evento negativo o che qualcosa

non abbia esito voluto. Una corrente della psicologia, il cognitivismo, definisce il rischio come il

“prodotto delle probabilità e delle conseguenze del verificarsi di un certo evento avverso”.

Il rischio, secondo una definizione dell’ UNESCO (1972) è dato dal prodotto di tre parametri: la

pericolosità che è la probabilità che una regione sia interessata da fenomeni potenzialmente

distruttivi in un determinato intervallo di tempo; il valore esposto è dato dal numero di persone,

dalla tipologia delle costruzioni, dalla superficie di terreno agricolo etc. etc. esposti al pericolo; la

vulnerabilità è la percentuale di valore che si stima verrà perduto per effetto di un determinato

evento.

L’attività scientifica avente ad oggetto il rischio è strutturata nei seguenti grandi ambiti tematici, tra

cui ci sono aree di distinzione: 1. Rischio Tecnologico 2. Rischio Socio-Sanitario 3. Rischio Sociale

4. Rischio Ambientale. Proprio quest’ultimo, per essere approfondito attentamente, deve

necessariamente considerare sia la componente umana che quella naturale. E’ opportuno chiarire

che la prima determina tutti i rischi legati all’inquinamento ed ai rischi tecnologici, mentre la

seconda è collegata ad eventi come terremoti, maremoti, dissesti ideologici. In entrambi i casi,

l’uomo può essere considerato il principale agente, dal momento che i suoi comportamenti sono in

grado di incidere sulle cause ed accelerare i tempi dei rischi naturali.

3.2 Il rischio antropico

Si considerano fattori di rischio antropico le azioni che direttamente possono determinate una

alterazione dello stato dell’ambiente o di parti di esso. La “pressione antropica” può essere misurata

sistematizzando informazioni relative a diversi fattori quali la densità demografica, l’abbandono di

aree o centri abitati, la concentrazione urbana dell’edificato ed i flussi turistici. Facendo riferimento

ai dati reperiti dalle numerose banche dati è possibile elaborare la “Carta del Rischio Antropico”:

documento di analisi delle fonti di rischio determinato dalla pressione antropica e la relativa

previsione dei possibili effetti di quest’ultima sul territorio. La Carta deve evidenziare, in

particolare, le dinamiche di variazione della presenza dell’uomo nelle aree oggetto di indagine,

quantificando le seguenti tendenze:

1) Abbandono delle aree; 2) Concentrazione di popolazione; 3) Pressione turistica.

La previsione del fenomeno consente di organizzare degli interventi di prevenzione ed educazione,

a sua volta suddivisa in informazione (alla popolazione) e formazione (degli informatori) con

l’obiettivo di definire politiche ed azioni per il progressivo disinnesco del rischio.

Per dare invece una definizione di “area a rischio ambientale”, si può partire dalla legge istitutiva

del Ministero dell’Ambiente dell’8 luglio 1986 n. 394: “gli ambiti territoriali e gli eventuali tratti

marittimi prospicienti caratterizzati da gravi alterazioni degli equilibri geologici nei corpi idrici,

nell’atmosfera o nel suolo, sono dichiarati “aree a elevato pericolo di crisi ambientale”.

Il concetto di pericolosità e quello di rischio spesso vengono usati come sinonimi, nonostante

abbiano significati molto difformi: il rischio implica una duplice potenzialità di guadagno o di

perdita, che dipende dal ruolo attivo dell’uomo. Il pericolo comporta una possibilità di danno,

subito passivamente.

3.3 Manifestazione e ambiti per la valutazione dei rischi

Per una corretta elaborazione di un Programma di Previsione è necessario identificare dove si

verificano delle situazioni di rischio territoriale (spesso identificazione non agevole); come si

manifesta un determinato rischio, quanto danno causano all’ambiente e quando questi possono

avvenire. Per quantificare l’incidenza del rischio, con l’obiettivo pianificare interventi per la sua

mitigazione, è necessario individuare i campi di analisi, considerando l’intervento di almeno 4

ordini di fattori: 1. delimitazione dell’ambito fenomenico entro cui si intende condurre l’analisi dei

rischi 2. identificazione degli insiemi di eventi potenzialmente forieri di effetti dannosi a ciascuno

dei quali si cercherà di associare una probabilità (P) di accadimento 3. descrizione delle

conseguenze ed associazione a queste di una misurazione della gravità del danno atteso (Magnitudo

M) 4. Individuazione di criteri di valore che consentano di valutare l’utilità delle attività

potenzialmente rischiose che giustifichino l’attribuzione di un’utilità in negativo alle conseguenze

attese. R = f(P,M)

In seguito alla valutazione dei fattori di rischio è necessario predisporre misure di intervento non

idonee ad affrontare almeno tre fasi, complementari ed interagenti, di manifestazione del rischio.

1. Prevenzione: Il rischio, in questa fase, è visto come potenzialità e si ipotizza di poterlo evitare o

di evitare che si estenda. 2. Gestione: fase in cui è imminente una decisione che si ritiene connessa

all’attivazione di fonti di pericolo o per minimizzare le conseguenze di eventi negativi già

parzialmente attuali; fase che comprende due nuclei tematici a) uno relativo alla negoziazione e alla

partecipazione nell’ambito di progressi decisionali inerenti a scelte potenzialmente rischiose

(gestione partecipata) b) uno relativo alla comunicazione e al ruolo dei mass media nella

formazione dell’opinione pubblica (comunicazione). 3) Reintegrazione: fase in cui gli effetti

indesiderabili sono fenomeni già accaduti che hanno già operato danni e distruzioni. Il problema è

quello di mitigarne gli effetti e di ricostruire le condizioni sociali, economiche ed ambientali

alterate. CAPITOLO 4

LE CONCEZIONI SULL’AMBIENTALISMO

4.1 Tipologie e modelli

Gli esseri umani attingono dall’ambiente gli elementi per la propria sopravvivenza e grazie alla

tecnologia possono modificare l’interdipendenza con l’ambiente, ma mai annullarla del tutto. I

principi ecologici della Scuola di Chicago, consideravano il fatto che essendo ogni soggetto

interessato alla propria sopravvivenza modella le sue relazioni verso direttrici simbiotiche o di tipo

competitivo nei confronti dei propri simili. Questa teoria vedeva il comportamento umano in

termini funzionali e non ne considerava l’esistenza dell’aspetto etico.

Vi è poi chi vede l’ambiente come misura astratta dello spazio, come distanza fisica fra un soggetto

e un altro. La distanza significa assenza e condiziona le relazioni umane rendendole più fredde, la

vicinanza invece comporta compresenza e quindi, rapporti diretti e diffusi: Rimmel scrive che “con

persone assai vicine si è di solito in termini amichevoli o ostili e l’indifferenza reciproca è esclusa

in proporzione alla prossimità spaziale”.

Viste le recenti tecnologie, Giddens sostiene la disgregazione delle coordinate spazio-temporali in

particolar modo riferendosi ai rapporti sociali che perdono ogni riferimento spaziale.

Ma l’ambiente non è solo uno strumento che rende possibile l’interazione umana, esso è anche un

concreto spazio fisico che misura lo squilibrio delle relazioni umane. In questa visione dello spazio

(inteso come territorio), l’azione collettiva si inserisce in maniera conflittuale: è rivendicazione di

maggiore equità e reciprocità, cui gli uomini tenderebbero in quanto nessuno ama essere sottomesso

e tutti aspirano a relazioni equilibrate.

Visto quanto sopra detto si aprono quattro prospettive di analisi dell’interazione socio ambientale:

l’approccio ecologico, quello strategico dei movimenti, l’approccio cognitivo e quello interattivo.

4.2 L’approccio ecologico

In questo approccio l’azione collettiva riconosce un primato esplicativo all’ambiente. I movimenti

sociali si mobilitano a suo favore allorquando vedono minacciata la propria esistenza. Le azioni che

si intendono svolgere vengono effettuate mediante proteste comuni, diffusione di critiche con

l’utilizzo dei mass media; sono tutte azioni che scattano quando la società percepisce di essere in

pericolo. Smelser indica che la società possiede gli anticorpi per reagire alle minacce che riceve,

dalla propensione strutturale (una città con pochi verdi) alle tensioni strutturali (perdurante alta

pressione atmosferica, traffico cittadino caotico), dalla credenza generalizzata (convinzione comune

che lo smog provochi il tumore) ai fattori precipitanti (impennata nei ricoveri ospedalieri).


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nadia_87

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'ambiente e del territorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Albrizio Maria.

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