Capitolo 1: Le scienze dell’ambiente umano
1.1 Il ruolo della sociologia fra le scienze della progettazione ambientale
Sia nelle scienze sociali che nell’uso corrente, il concetto di ambiente è estremamente ampio, vago e vario. Strassoldo nel Nuovo Dizionario di sociologia spiega che etimologicamente esso indica “ciò che va intorno”. L’ambiente necessita di supporto spaziale che serve a stabilizzare le comunicazioni tra gli elementi, di territorio che è lo spazio da cui trae i suoi input che talvolta difende, di inclusioni che sono parti dell’ambiente fisico situate entro il sistema, di artefatti che sono oggetti fisici costruiti dal sistema per i suoi scopi. Lo stesso autore considera come sorprendente la rapidità con cui l’ambiente è diventato da approfondimento culturale riservato alle élite ad argomento le cui problematiche sarebbero esplose come prioritarie, fino ad accoppiarsi al concetto di sostenibilità.
Le discipline che si sono occupate delle scienze dell’ambiente sono tante: la medicina, la scienza politica, la geografia soprattutto nelle sue specializzazioni antropiche (geografia umana, economica) ha trattato in modo approfondito questo argomento. Con riferimento alle scienze sociali risulta recente la nascita della sociologia ambientale “intesa come studio degli atteggiamenti della popolazione rispetto ai problemi ambientali” e la nascita dell’ecologia umana la cui idea di fondo è la seguente: fine del mito del “progresso” inteso come integrale umanizzazione della natura, completo controllo dell’uomo sugli spazi e processi naturali, totale asservimento dell’ambiente fisico agli scopi umani. Questo era uno dei più robusti miti dell’era scientifica che ha celebrato i suoi trionfi nell’800. A questo filone appartengono anche Spencer e Marx. Di quest’ultimo, in particolare, si possono ricordare le osservazioni circa lo sfruttamento capitalistico della terra che comporta la necessità di progresso tecnico a scapito della fertilità naturale. Marx sottolinea inoltre la necessità di passare da un’etica di dominio assoluto dell’uomo sulla natura ed un’etica della responsabilità la quale, prosegue Bauman, implica mutamenti profondi di prospettiva morale: umiltà e modestia nei confronti della natura, rinuncia alle pretese di essere diversi o superiori alle altre creature, senso di comunità inteso nello spazio e nel tempo sia passato, andando a comprendere i processi che ci hanno dato la vita, sia futuro a comprendere i nostri doveri verso coloro cui tramanderemo la nostra eredità genetica.
1.2 Ambiente e sistema nella società contemporanea
L’ambiente si caratterizza in ambiente interno come “insieme di elementi localizzati all’interno del confine spaziale che circoscrive il sistema” ed ambiente esterno inteso come “insieme di sistemi composti che hanno dimensione spazio temporale. L’insieme dei rapporti tra i due ambienti definiscono la vita.
Le attuali teorie del mutamento sociale studiano le singole società nei diversi rapporti tra di esse. Ogni forma di vita, anche quella sociale, è un complesso di transazioni tra sistema e ambiente che sono in rapporto di azione e retroazione. In base a questa caratteristica Berrier definisce sistemi aperti quelli che accettano stimoli e rispondono ad essi, mentre il sistema è chiuso quando lo scambio è di limitata importanza. La stessa articolazione dei sistemi sociali definisce le proprie caratteristiche con l’ambiente naturale: le strutture del sistema selezionano, accettano o rifiutano gli input ambientali.
I sistemi sociali sopra menzionati sono, per Parsons, composti da un insieme di status-ruoli che vanno a creare le strutture sociali. Quest’ultime sono indicate da Merton come quel processo per mezzo del quale l’individuo si costruisce una sua immagine pratica della società. Per quanto detto si desume che il concetto di struttura presenta staticità mentre, per contro, il concetto di sistema sociale mostra dinamicità già deducibile dalla capacità di interagire con gli input ambientali. Berrier definisce inoltre anche i concetti di output e confine: input sono le energie assorbite dal sistema e le informazioni introdotte in esso, output sono invece le energie o le informazioni che i componenti scaricano dal sistema nel soprasistema a questo inutili o utili; definire confine risulta essere più complesso in quanto dipende dalle configurazioni percettive. Gli esseri umani percepiscono confini laddove una buona densità di componenti manifesta proprietà e configurazioni diverse.
Più articolato è il rapporto sistema-ambiente in Luhman. L’autore parte dal presupposto che l’evoluzione della società consiste nell’aumento della complessità e che quest’ultima, per essere analizzata, va “ridotta” all’interno del rapporto sistema – ambiente - mondo. Quest’ultimo è inteso come la complessità interminabile, l’insieme delle illimitate possibilità che comprende sia l’ambiente, ovvero l’insieme delle possibilità determinabili presenti in una situazione concreta, sia il sistema in quanto prodotto determinato costituito in base all’effettiva selezione di alcune delle possibilità determinabili dall’ambiente con l’esclusione di altre. Ambiente e sistema sono quindi da intendere come livelli progressivi di riduzione della complessità del mondo.
L’esigenza di superamento dell’analisi scientifica classica che si limitava allo studio delle relazioni causa effetto tra variabili ha portato alla nascita di uno schema astratto di riferimento per l’unificazione delle varie scienze: la teoria generale dei sistemi. Questa si fonda sul concetto di isomorfismo definito come “corrispondenza biunivoca tra oggetti, in differenti sistemi, che preserva la relazione tra oggetti”. I sistemi, infatti possono differire tra loro in vari aspetti ma possono rassomigliarsi strettamente per certe strutture e certi processi di base. Per questo diventa possibile individuare un numero ristretto di sistemi generali e pervenire quindi ad una unificazione della scienza.
Una grande bipartizione dei sistemi prevede la divisione in:
- Controllati o cibernetici o formali
- Incontrollati o ecologici o informali
I primi hanno un centro di controllo in grado di intervenire sui sistemi mediante flussi di informazioni che scorrono in canali di comunicazione. Siccome questi sono numerosi e complessi occorre creare un unico punto di controllo (selettore) in grado di operare su tutti. Nel centro hanno sede le istituzioni, gli individui, i processi che regolano il sistema. È da qui che si diramano come ragnatele i nervi del potere che controllano il sistema e le periferie; quest’ultime vengono depauperate di risorse naturali, umane (forza lavoro) e finanziarie (capitali), che vengono attratte dalla maggiore possibilità di reddito al centro. Si innesca quindi la spirale sviluppo – sottosviluppo in un processo dicotomico che si trova ad ogni livello del sistema socio – territoriale. L’emergenza della problematicità centro periferia a livello globale è indice che l’intero mondo si comporta come sistema chiuso, cioè non ha uno spazio esterno con cui interagire creativamente e su cui scaricare le proprie tensioni. L’aumento delle dimensioni assolute di un sistema comporterebbe un sovraccarico dello stesso ed un conseguente naturale decentramento dei processi di controllo e di decisione.
1.3 Città, ambiente, modernità e postmodernità
Le problematiche legate alla città e alla civiltà che essa esprime sono state molto bene espresse nelle teorie della sociologia urbana: la civiltà si identifica con la città mentre la campagna è periferia, è margine. Le ultime indagini empiriche dimostrano tuttavia lo stato di insoddisfazione che si vive all’interno delle grandi città viste come vere e proprie “sedi di disagio”. Anche i tentativi di riorganizzazione e miglioramento attuati dalla P.A. vengono percepiti come interminabili “lavori in corso”. Il quadro si complica se si considera che le grandi città si trovano sempre più spesso a soddisfare una domanda di funzioni urbane di cui i cittadini non rappresentano che una importante componente, ma non l’unica. Ad essi, infatti, si affiancano altre categorie di soggetti in grado di esprimere “bisogno di città” traducibile in domanda di lavoro, di servizi ed infrastrutture: sono i “consumatori urbani” e cioè l’insieme di tutti coloro che ricercano nella città qualcosa di non riconducibile né all’abitazione né all’occupazione. In tale contesto, queste differenti categorie di utenti della città risultano a volte portatori di bisogni simili (trasporti collettivi) ed altre volte contrapposti (si pensi alle discariche). Questa progressiva perdita di centralità dei residenti fa sì che questi si rinserrino sovente in comportamenti di riappropriazione territoriale centrati sul quartiere di appartenenza che tende a scoraggiare ogni azione di trasformazione. Il Censis in una sua indagine rileva che la percentuale dei progetti urbani che attiva dinamiche conflittuali è del 41.4% e che se si restringe l’analisi ai progetti ambientali (discariche e depuratori) si raggiungono percentuali tra il 50% ed il 70%. I soggetti protagonisti degli episodi di conflitto su indicati sono soprattutto le associazioni ambientaliste (nelle grandi città) ed i comitati di quartiere (nei piccoli centri).
1.5 Modernità, postmodernità e crisi ecologica
La società moderna è caratterizzata da popolazione sempre più numerosa e urbanizzata, economia basata su industrializzazione capitalista e sul mercato, elevata divisione del lavoro e centralità dello Stato Nazione nella gestione del potere. Weber sottolinea che la modernità ha avviato un processo di razionalizzazione centrato sulla calcolabilità e sulla impersonalità dell’agire. Lo stato assume il monopolio della coercizione e si avvale di un’amministrazione gestita da una burocrazia di esperti stipendiati.
Per il sociologo americano Parsons, i bisogni di una società sono quattro:
- Assicurarsi risorse dall’ambiente naturale
- Definire gli obiettivi e l’organizzazione delle risorse
- Coordinare le relazioni tra i vari attori sociali e le unità del sistema
- Fornire agli attori un adeguato bagaglio di motivazioni, credenze e valori
Per svolgere efficientemente questi compiti la società è andata differenziandosi e la modernità ha ulteriormente ampliato questo processo. Economia, politica, diritto, cultura divengono sfere pienamente autonome ma strettamente interdipendenti. Parsons inoltre, sottolinea nella sua analisi la necessità di un collante sociale basato sulla condivisione dei valori. Collante facilmente disponibile nella società pre-moderna ma assai precario una volta che i processi di secolarizzazione, razionalizzazione e differenziazione si sono dispiegati.
La modernità ha costituito quindi un momento di rottura con la tradizione esprimendosi da un lato come istanza di universalizzazione dall’altro come istanza si individualizzazione, ecco il carattere ambivalente della modernità. A sua volta universalizzazione e individualizzazione sono esse stesse ambivalenti: la prima che implica estensione dei diritti civili e politici, significa efficienza, definizione della soluzione tecnicamente ottimale ad un problema. Al tempo stesso significa cristallizzazione dei compiti, uniformazione del prodotto, assenza di creatività. La seconda invece, significa libertà di scelta ma anche assenza di criteri di scelta, autonomia da un lato ed isolamento dall’altro.
Fra gli anni ’60 – ’70 si fa strada una prospettiva nuova, quella della “post-modernità”, periodo sicuramente legato ai caratteri della modernità, ma allo stesso tempo profondamente diverso.