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U II Università Federico di Napoli - 2015: La seconda guerra mondiale

Una catastrofe umana nel cuore del Novecento

Vincenzo Castellip - C U - Palazzo Centrale Corso Umberto Napoli

La seconda guerra mondiale

Individuazione delle cause

La seconda guerra mondiale rappresenta certamente un autentico spartiacque nella storia dell’umanità, un conflitto di proporzioni immani, come non era mai avvenuto prima; lo sbocco più naturale di una folle ideologia di morte che si spinge finanche alla pianificazione scientifica dell’eliminazione di gruppi che, sulla base di assurde teorie anticristiane e contro ogni umanesimo, sono classificati come inferiori e perciò meritevoli di estinzione. Una ideologia deviante che soltanto uomini senza Dio, che hanno messo definitivamente a tacere la voce della coscienza, possono concepire.

Ma, per affrontare in modo adeguato il problema, per inquadrarlo storicamente e comprenderlo appieno, è buona norma che lo storico faccia un passo indietro, che fermi la sua lente di ingrandimento non tanto sull’avvenimento in sé, quanto su quei fatti che immediatamente precedono e ne rappresentano, in qualche modo, la causa. Se per la Grande guerra permangono dubbi sulle effettive responsabilità che hanno portato al conflitto, per questa che ci accingiamo a trattare, unanime è la certezza: è la Germania di Hitler, la sua insana volontà di dominio, a scatenare il conflitto.

E tuttavia, forti sono le domande su cui da decenni dibatte la riflessione storiografica: anzitutto, come è possibile a una potenza che è uscita prostrata dalla precedente guerra, determinare questa nuova tragedia che conduce alla distruzione dell’Europa e alla fine definitiva della sua posizione egemonica all'interno del mondo moderno? Come mai le altre nazioni non si muovono per evitare che tutto questo accada?

Sono state individuate delle concause che certo hanno un peso non indifferente nello spingere a questo precipizio: le pesanti imposizioni sancite dai trattati di pace del 1919-20, ma anche gli effetti della crisi del '29 che hanno quale pesante conseguenza un impoverimento generale e la radicalizzazione dei conflitti sociali. Già al suo apparire, allorquando Hitler prende il potere nel 1933, la Germania nazista si pone come fattore destabilizzante degli equilibri europei e, quale primo atto, decide l’uscita dalla Società delle Nazioni. Ma l’Europa, con un atteggiamento che non può non dirsi colpevole, sottovaluta il pericolo che il programma politico di Hitler, tracciato in tutta la sua criminosa crudezza nel Mein Kampf (La mia battaglia), molto apertamente preannuncia: appare, infatti, eccessivo e per niente nelle possibilità economiche e militari di una potenza che è stata sconfitta appena vent’anni prima.

Il Fuhrer ha espresso chiaramente la volontà di ampliare i confini della Germania, per estendere la sovranità sulle popolazioni di lingua e cultura tedesca che vivono fuori del territorio nazionale: anzitutto, l’Austria, i Sudeti della Cecoslovacchia, Danzica e i Tedeschi ora ricompresi nella Polonia. Coerentemente con questa intenzione, nel 1938, dopo un primo fallito tentativo del '34, Hitler annette l’Austria alla Germania ed è a questo punto che appare chiara la ferma volontà di potenza di Hitler, con l’infrazione degli equilibri sanciti dalla Conferenza di Versailles e dimostrando la sostanziale incapacità delle nazioni che sono uscite vincitrici dal primo conflitto, a impedire la realizzazione del programma di riarmo e i propositi di guerra di cui, del resto, il dittatore non ha mai fatto mistero.

E le potenze europee, del tutto ignare delle pesanti conseguenze di questo atteggiamento di sostanziale inerzia, lasciano che la Germania proceda incontrastata sulla strada dell’espansionismo, riappropriandosi di un importante distretto industriale, quello della Saar, che gli esiti disastrosi della Grande guerra le hanno dolorosamente sottratto e rimilitarizzando la Renania. Ma la volontà egemonica tedesca non si arresta a questi primi successi militari: dopo l’annessione dell’Austria, alla quale nel '34 si è opposta anche l’Italia, nella preoccupazione di difendere i confini, per sé vantaggiosi, tracciati a seguito del primo conflitto, la Germania procede alla occupazione di importanti parti del territorio della Cecoslovacchia, prima fra tutte la regione dei Sudeti, ma anche la stessa Praga, mentre Boemia e Moravia vengono sottoposte a un regime di protettorato, che prelude, in realtà, alla vera e propria occupazione.

Con un atteggiamento che, alla luce degli sconvolgimenti che ne seguono, non possiamo non giudicare singolare, quanto esecrabile, il nemico per antonomasia del nazismo tedesco e cioè il comunismo sovietico, giunge all’ignominia di siglare un clamoroso “patto di non aggressione” coi Tedeschi, che agisca come difesa da una possibile reazione da parte del gigante sovietico nell’eventualità, ormai sempre più concreta, che la Germania provochi una guerra; trattato che prevede la contestuale ignobile spartizione dei territori eventualmente conquistati da Hitler. Si tratta della stipula di quel patto scellerato, d’altra parte siglato dai due uomini simbolo delle crudeli ideologie del ‘900, che è destinato a passare alla Storia col nome di Ribbentrop-Molotov e che ormai a pochi giorni dallo scoppio del conflitto, rappresenta praticamente il via libera al dispiegamento dell’azione militare tedesca ai danni del resto d’Europa, la quale, da parte sua, per nulla sembra prevedere l’immanecatastrofe in cui il vecchio continente e il mondo intero sta per piombare di lì a poco; esso sancisce in pratica il consenso della Russia di Stalin alla volontà di guerra del nazi-fascismo, in vista, come detto, di possibili vantaggi territoriali.

Ma come dare una adeguata spiegazione a questo assistere immobili delle potenze europee davanti alla sempre più palese e pericolosa volontà di guerra e di espansione del dittatore tedesco? Il vero problema è che i vari Paesi perseguono ciascuno un obiettivo diverso e spesso in contrasto con gli altri; manca, cioè, una volontà di coordinamento sovranazionale che renda più coerente ed efficace l’azione delle diverse realtà dell’antinazismo, raccogliendone le forze attorno a obiettivi comuni. La Francia, ad esempio, in linea con la politica filorussa lungamente praticata, è animata, al suo interno, da forze politico-sociali che caldeggiano appunto una relazione di sostanziale amicizia coi sovietici; altri settori, invece, della stessa società francese sono piuttosto propensi a una politica di favore con la Germania di Hitler che non con la Russia sovietica.

Egualmente aleatoria la posizione della Gran Bretagna, che preoccupata a tutelare gli interessi del vastissimo impero di cui è titolare, è portata a giudicare come secondari gli equilibri in Europa, mentre la necessità di mantenere il controllo del Mediterraneo orientale che, attraverso il Canale di Suez, permette la comunicazione con le regioni orientali dei suoi domini, la induce ad optare per una posizione antisovietica, considerate le più volte manifestate mire espansionistiche russe sull’area che cozzano evidentemente con i suoi interessi di predominio transcontinentale. D’altra parte, la Gran Bretagna vede nel rafforzamento della Germania nazista la possibilità di porre un valido baluardo contro la eventuale espansione sovietica in Europa.

Ecco, dunque, le varie ragioni che, nella loro complessità, forniscono una qualche plausibile spiegazione al sostanziale immobilismo delle potenze europee che, in pratica, ha lasciato che la macchina militare tedesca si muovesse, sospinta da questa ideologia infernale che è appunto il totalitarismo tedesco degli anni ’30. Francia e Inghilterra non fanno altro che rispondere con una politica di concessioni nei confronti di Italia e Germania, nella speranza di dividerne il fronte e trasformarle in potenze, per così dire, “soddisfatte” e, quindi, nelle condizioni di farsi, a loro volta, garanti degli equilibri internazionali, ma questa linea politica finisce col rivelarsi profondamente sbagliata, dal momento che sortisce l’effetto opposto, garantendo un maggiore spazio al nazi-fascismo che, in definitiva, ne rafforza l’aggressività, permettendogli di estendere la sua solidarietà politica a una potenza extra-europea che, proprio in parallelo alla Germania, è emersa per il suo inedito autoritarismo, con la conseguenza di dar vita, per effetto di una sua forte carica imperialistica, a una nuova area di instabilità in tutto l’Estremo Oriente.

Mi riferisco al Giappone, un paese che nel corso del ‘900 ha visto crescere enormemente la sua popolazione e ha conosciuto un forte processo di industrializzazione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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