Se questo è un uomo di Primo Levi
Primo Levi è nato a Torino nel 1919 e pure a Torino è morto nel 1987. Ha sempre lavorato come chimico in un'industria torinese. Nel 1944 viene catturato dai nazisti nelle montagne della Valle d'Aosta dove era andato per fare il partigiano, ed è deportato nel campo di sterminio di Auschwitz dove, uno fra pochi, riesce a fuggire dall'incubo della guerra. La scienza nazista non cercava solo di cancellare nelle vittime ogni traccia di dignità umana ma anche di sopprimerne la memoria storica e civile considerandoli razza inferiore da estirpare. Di qui la decisione nazista di uccidere tutti gli ebrei e di bruciare i libri che esprimevano una cultura ostile e diversa. Nessuna causa giusta può essere combattuta partendo dalla premessa della distruzione della persona umana.
Primo Levi che ha analizzato con forza straordinaria il male dell'uomo provocato dall'uomo ci ha lasciato questo messaggio di vita.
Introduzione
Voi che vivete sicuri, nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici. Considerate se questo è un uomo: che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna: senza capelli e senza nome. Senza più forza di ricordare. Vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore. Stando a casa, andando per via, ripetetele ai vostri figli, o vi si sfascia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.
Storia
Ero stato catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo 24 anni. A quel tempo non mi era ancora stata insegnata la dottrina che dovevo più tardi imparare rapidamente in Lager. Tre centurie della Milizia partite in piena notte per sorprendere un'altra banda annidata nella valle contigua, irruppero in una spettrale alba di neve nel nostro rifugio e mi condussero a valle come persona sospetta. Negli interrogatori che seguirono preferii dichiarare la mia condizione di "cittadino italiano di razza ebraica". Come ebreo venni inviato a Fossoli presso Modena dove un vasto campo di internamento già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.
Al momento del mio arrivo, nel gennaio 1944 gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa ma in poche settimane ne arrivarono altre seicento. L'arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti, si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze in modo che nonostante tutto l'annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati. Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura e persino detto che presto un'infermiera avrebbe dovuto entrare in efficienza per le cattive condizioni della cucina e lo scarso quantitativo di legna per il riscaldamento. Ma il mattino del 21 si seppe che l'indomani gli ebrei sarebbero partiti. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per 15 giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all'appello, dieci sarebbero stati fucilati.
Il commissario italiano dispose che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all'annuncio definitivo, la cucina rimase perciò in efficienza e persino i maestri della piccola scuola tennero lezione a sera come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito. E venne la notte e si conobbe che gli occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani né italiani, né tedeschi ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli umani quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò a modo suo dalla vita. Alcuni pregarono, altri bevevano oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri dei bambini vegliavano a preparare con dolce cura cibo per il viaggio e fecero i bagagli preparando ai bambini tutto ciò di cui avevano bisogno.
Nella baracca 6 A abitava il vecchio Gottengo con la moglie. Tutti gli uomini erano falegnami e venivano da Tripoli. Le loro donne furono tra le prime a sbrigare i preparativi per il viaggio. Noi restammo numerosi davanti alla loro porta e ci discese nell'animo il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell'esodo ogni secolo rinnovato. L'alba ci colse come un tradimento, come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai in una collettiva incontrollata follia. Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conclusi e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli su cui emergevano in un lampo i ricordi buoni delle nostre case.
Molte cose furono allora tra noi dette e fatte ma di queste è bene non resti memoria. I tedeschi fecero l'appello. Alla fine "Wievel Stuck?" domandò il maresciallo e il capotale salutò di scatto e rispose che i "pezzi" erano seicentocinquanta e che tutto era in ordine. Allora ci caricarono su e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e qui ricevevamo i primi colpi. Eravamo seicentocinquanta e i vagoni erano solo dodici. Eravamo trattati come merci. Tutti scopriamo più o meno presto nella vita che la felicità perfetta non è realizzabile ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche un'infelicità perfetta.
Gli sportelli erano stati chiusi subito ma il treno si mosse soltanto a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione: Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi, ma doveva pur corrispondere ad un luogo di questa terra. Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case e fu di gran lunga il vagone più fortunato. Soffrivamo per la sete e per il freddo ma non fummo uditi da nessuno. Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità e spesso quelli che mai ti aspetteresti. Pochi sanno tacere e rispettare il silenzio altrui. Il nostro sonno inquieto era spesso interrotto da liti numerose e futili. Alla sera del quarto giorno il freddo si fece intenso: il treno percorreva interminabili pinete nere salendo in modo percettibile. Nessuno tentava più di durante le soste di comunicare con il mondo esterno: ci sentivamo ormai "dall'altra parte".
Vi fu una lunga sosta in aperta campagna, poi la marcia riprese e a notte alta il convoglio si arrestò definitivamente. Accanto a me per tutta la durata del viaggio c'era una donna. La conoscevo da molti anni ma poco sapevo l'uno dell'altra. Ci salutammo e fu breve. Ciascuno salutò nell'altro la vita. Non avevamo più paura. Gli SS tedeschi cominciarono ad interrogarci con un cattivo italiano. "Quanti anni hai? Sano o malato?" e in base alla risposta ci indicavano direzioni diverse. Tutto intorno a noi era silenzioso come in acquario. Qualcuno osò chiedere dei bagagli. "Bagagli dopo" risposero. Qualcuno non voleva lasciare la moglie. "Dopo di nuovo insieme" ribatterono. Molte madri volevano stare con i loro figli. "Bene bene, stare con figlio" risposero. Renzo indugiò un po' di più a salutare la sua fidanzata Francesca, e con un solo colpo lo stesero a terra.
In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Era evidente che gli altri sarebbero stati fucilati. Oggi sappiamo che in quella scelta rapida e sommaria di ognuno di noi era stato giudicato se potesse o meno lavorare utilmente per il Reich. Scomparirono così in un'istante a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo per un po' di tempo come una massa oscura all'estremità della banchina poi non vedemmo più nulla. Senza sapere come, mi trovai caricato su un autocarro con una trentina di altri e partì nella notte a tutta velocità. Con noi un soldato tedesco che ci domanda se avevamo denaro e orologi da cedergli. Non è un comando, né un regolamento: si intende bene che è una piccola iniziativa del nostro caronte. La cosa suscita in noi collera e riso, ed uno strano sollievo.
Sul fondo
Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l'autocarro si arrestò e si è vista una grande porta con sopra una scritta: "Il lavoro rende liberi". Il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni. Siamo scesi, ci hanno fatto entrare in una camera vasta e debolmente riscaldata. Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci. Erano quattro giorni che non bevevamo. Sopra il rubinetto un cartello: "Wasser-Trinken Verboten", o meglio: "L'acqua è inquinata". Sciocchezze, penso. Bevo e incito gli altri a farlo. Ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude. Questo è l'inferno. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia. Entra una SS, sta fumando. Si fa avanti uno di noi per fare da interprete. La SS ci ordina di metterci in fila per cinque con una distanza di due metri l'uno dall'altro. Poi bisogna spogliarsi dei propri abiti.
Adesso il secondo atto. Entrarono con violenza quattro con rasoi e tosatrici. Hanno un numero cucito sul petto. Ci rasano e tosano. Finalmente si apre un'altra porta: eccoci tutti chiusi. Nudi, tosati, e in piedi. Con i piedi nell'acqua, e una sala da doccia. Facciamo la doccia. L'ingegner Levi mi chiede se penso che anche le nostre donne siano così in questo momento. Dove sono e se le potremmo rivedere. Io risposi di sì ma in cuor mio sapevo che non sarebbe stato così. Entra un tedesco, ci dice di non fare chiasso. Se ne va. Noi restiamo in silenzio. Di nuovo si aprì la porta ed entrò uno vestito a righe. Parla italiano. Risponde a tutte le nostre domande. Noi siamo a Monowitz vicino ad Auschwitz: una regione abitata da tedeschi e polacchi. Questo campo è un campo di lavoro, tutti i prigionieri lavorano in una fabbrica di giorno, la Buna, perciò il campo stesso porta quel nome. Ricevemmo le sue stesse scarpe e i suoi stessi abiti. Lui ci dice che è venuto a trovarci perché "ha un po' di cuore" ed è venuto contro il divieto delle SS tedesche. Ma ora deve lasciarci perché siamo ancora da disinfettare. E se ne va. Ci fanno fare la doccia e poi, nudi, uscire camminare sulla neve azzurra per raggiungere un'altra baracca. Qui ci è concesso di vestirci.
Quando abbiamo finito ciascuno è rimasto nel suo angolo e non abbiamo osato levare gli occhi l'uno sull'altro. In un attimo la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Ci avevano tolto tutto, persino il nome. Haftling: ho imparato che io sono un Haftling. Il mio nome è 174 517. Siamo stati battezzati. Porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro. L'operazione è stata veloce e indolore. Un funzionario munito di ago ci ha iniziato con un numero. Solo mostrando il numero si ricevono il pane e la zuppa. Ai vecchi del campo quel numero dice tutto: l'epoca di ingresso al campo, il convoglio di cui si faceva parte, e di conseguenza la nazionalità. Ognuno tratterà con rispetto i numeri dal 30000 al 80000 che appartengono a pochi superstiti dei ghetti polacchi. Quelli dal 116000 al 117000 sono delli del Salonicco, non bisogna farsi mettere nel sacco. I grandi numeri comportano una nota di comicità: il grosso numero è tipico dell'individuo panciuto, docile e scemo. Finita l'operazione di tatuatura ci hanno rinchiuso in una baracca dove non c'è nessuno. Entra un ragazzo francese che alle nostre domande risponde mal volentieri. Con ingenuità gli chiedo se ci restituiranno almeno gli spazzolini. Ci dice che non siamo a casa e che di qui non si esce che "per il camino".
In serata ci fanno uscire dalla baracca. Ci mettono in fila e ci conducono in un vasto piazzale, poi non accadde più nulla. Tornano alcuni da lavoro e si mettono in fila con noi. Una SS ci conta e poi ci avviano senza meta verso chissà quale luogo. Incontro due ragazzi. Avranno avuto sedici anni. Gli chiedo da quanto sono lì e mi dicono da tre anni e uno di loro mi disse che lavora come fabbro. Si alza, si avvicina e mi abbraccia timidamente salutandomi.
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