Analisi delle opere di Primo Levi
Introduzione a Se questo è un uomo e La tregua
Giovedì 27 settembre 2012. Se questo è un uomo (1947) e La tregua (1963), seppur scritti in anni molto distanti, sono tuttavia la continuazione l'uno dell'altro. Il primo racconta l'esperienza del campo di concentramento, dove Primo Levi fu deportato nel febbraio 1944 e inizia con il racconto del viaggio dal campo di Fossoli (Modena) al campo di Auschwitz.
L'ultimo capitolo s'intitola "Dieci giorni" e racconta l'evacuazione dei nazisti dal campo di Auschwitz e la conseguente liberazione degli ebrei da parte dell'Armata Rossa (26 gennaio 1945). La tregua inizia con l'arrivo dei russi nel campo di Auschwitz il 27 gennaio 1945 per la liberazione degli ebrei e narra il viaggio di ritorno alla casa di Torino di Levi.
Il disgelo: metafora del ritorno alla vita
"Il disgelo" (così si intitola il primo capitolo del secondo romanzo) è metafora del ritorno alla vita (siamo quasi in febbraio, non ci può essere il disgelo). Tale romanzo è stato definito avventuroso-picaresco, perché ricco di carica vitale. La scrittura, oltre ad avere il fine della testimonianza e della memoria dei campi di concentramento, è anche cura psicanalitica per liberarsi di un grande dolore.
L'approccio di Levi alla narrazione
Levi non è solo testimone ma è in grado di staccare questa mostruosa vicenda dalla cronaca, utilizzando dunque tutte le tecniche narrative esistenti. Pertanto, il corso presterà molta attenzione alle tecniche, allo stile e alla lingua, più in generale a tutta la strumentazione che fa sì che tali narrazioni non siano solo referti documentari ma grandi opere.
Lo sguardo oggettivante di Levi
Levi guarda a tale vicende con occhio oggettivante e distaccato (con sguardo da entomologo = dal greco, colui che studia gli insetti), che gli deriva dalla sua formazione: egli infatti si laureò nel 1941 in Chimica. L'abitudine a guardare i fenomeni attraverso una lente lo porta a contenere il registro tragico, il macabro, l'invettiva e il patetismo, che sarebbero naturali in chi ha patito l'insulto della disumanizzazione.
Prefazione ed epigrafe di Se questo è un uomo
Entreremo in Se questo è un uomo dalla prefazione e dalla poesia che Levi pone come epigrafe (si ricordi che prefazione ed epigrafe sono elementi para-testuali; la nozione di paratesto viene coniata da Gérard Genette). Il romanzo si compone di 17 capitoli, più una prefazione e un'epigrafe. Queste due danno a noi importanti informazioni sull'approccio di Levi alla materia. Il testo che noi leggiamo non è quello pubblicato nel 1947 da De Silva ma da Einaudi nel 1958.
Analisi della prefazione
- "Per mia fortuna" fino a "ad arbitrio dei singoli": La prefazione inizia con una frase sconcertante, che rimanda a un approccio molto leggero e addirittura ironico. Come può essere una fortuna? Eppure di fortuna si tratta. L'incipit della prefazione è caratterizzato da ironia, figura retorica che induce il lettore a riformulare le proprie aspettative. Tale ironia ci permette di capire come Levi affronta e fa conoscere l'esperienza di Auschwitz ed è spia del tono pacato, oggettivo, aderente ai fatti.
- Tra l'altro la prefazione si chiude con un'altra espressione ironica: "Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato". Come è noto, esiste un filone della letteratura che nega l'esistenza dei campi di concentramento: la frase pertanto può essere un'allusione critica ai negazionisti. Soprattutto è l'espressione "mi pare superfluo" che rende sarcastica tale conclusione.
- Inoltre il narratore storico (si pensi a quello ottocentesco) afferma che tutto ciò che racconta è vero, ma nessun argomento trattato da autori storici è paragonabile all'atrocità affrontata in questo romanzo. La frase potrebbe inoltre configurarsi come critica implica a "ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale".
- Ritornando alla sentenza con cui si apre la prefazione ("Per mia fortuna..."), Levi non crede di essersi salvato perché bravo o intelligente, ma crede sia stato il caso, la fortuna. Ecco perché la fortuna ricopre un ruolo fondamentale all'interno del romanzo. Alcuni critici hanno voluto leggere la fortuna di cui parla Levi in chiave provvidenziale: Levi si è salvato perché aveva come scopo quello di testimoniare. Levi si batte molto contro tale interpretazione. Addirittura afferma di essere diventato ancor più ateo dopo l'esperienza di Auschwitz.
- Altro termine importante è "arbitrio": le uccisioni fatte nel campo non hanno alcun senso razionale, ma è l'arbitrio dei singoli che determina l'uccisione.
Levi e il registro narrativo
- "Perciò questo mio libro": Levi si asterrà dal registro tragico per adottare un approccio di tipo pacato, oggettivo e referenziale. Non si tratta soltanto di una modalità stilistica per riportare i fatti ma anche di un modo di osservare la realtà. Egli vuole fare uno studio dell'animo umano, un termine che ci rimanda al campo semantico della scienza, vuole capire com'è fatto l'uomo, tanto il persecutore quanto il perseguitato. Levi si interroga molto su cosa abbia prodotto i lager nazisti, ma tuttavia non ne tratta in tale libro.
Riflessioni sul fenomeno dei lager
- Inizia la parte riflessiva: "A molti individui o popoli" fino "sinistro segnale di pericolo": è la prima riflessione generale sul fenomeno del lager. In tale passo Levi già accenna una risposta al perché i lager sono esistiti e la riporta al fenomeno del razzismo (qualsiasi fenomeno di intolleranza verso il diverso). Per Levi il germe che porta al razzismo è "nel pensare più o meno consapevolmente che ogni straniero è nemico". Tale germe è sempre esistito, perciò il rischio del razzismo è incombente, è un'infezione latente. In certi periodi tale germe si manifesta saltuariamente. Quando invece si manifesta in modo sistematico allora nascono i lager.
- Dice Levi: "Così avviene quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore del sillogismo". Il sillogismo di Levi è il seguente:
- Premessa maggiore: tutti gli stranieri sono nemici.
- Premessa minore: i nemici devono essere soppressi.
- Conclusione: tutti gli stranieri devono essere soppressi.
L'epigrafe
Alla prefazione segue l'epigrafe. Il tono della poesia è molto solenne ed è in contraddizione con il tono molto pacato della Prefazione. È un alto ammonimento che non pare venire dalla voce di Levi ma dalla voce di Dio, era infatti intitolata Shemah che significa "Ascolta" ed è il titolo di una preghiera molto importante dell'ebraismo. Si notino per esempio gli imperativi. Vi sono dunque due vie diverse e complementari, una pacata e una intonata al comando.
Consultare eventualmente http://www.primolevi.it/ per la bibliografia su Levi.
Il contesto storico di Levi
Giovedì 4 ottobre 2012. Levi viene catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre 1943 dopo aver aderito nel settembre alla lotta partigiana di un gruppo (Giustizia e Libertà) che operava clandestinamente in Valle d'Aosta. Ammette poi di essere ebreo e viene inviato al campo di transito di Carpi-Fossoli (Modena), gestito dai fascisti. Levi ricorda tale soggiorno in termini non edulcorati ma neanche particolarmente drammatici, come provato da una delle tante testimonianze lasciate da Levi ma non contenuta nel romanzo.
Nel febbraio 1944 il campo passa sotto il controllo tedesco e i prigionieri vengono trasferiti ad Auschwitz, campo polacco di lavoro forzato. Dalle dichiarazioni dei tedeschi che visitano il campo di Fossoli e criticano i fascisti di averlo gestito male, il lettore si aspetta che i tedeschi siano qui per migliorare la situazione. L'aspettativa del lettore viene troncata dal "Ma", congiunzione con cui iniziano molti periodi di Levi.
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