Ketty Aloisi: L'istruzione in Sicilia (1812 – 1859)
La fine del Regno
Le trasformazioni promosse dai napoleonidi nel Regno di Napoli durante il decennio francese furono così profonde da rendere difficile un ritorno al vecchio sistema. Con l'abolizione delle feudalità (eliminazione dei privilegi dei baroni), la ripartizione delle terre demaniali, la soppressione degli ordini religiosi e la vendita dei loro beni, si stava affermando una nuova classe sociale che, con il ritorno del vecchio sovrano, era tesa alla conquista del potere locale. Infatti, vi era una schiera di sostenitori borbonici che chiedeva il ripristino del vecchio regime, cioè tutti quegli ordinamenti che avevano comportato l'annullamento dell'esercizio del privilegio. Come in Europa, anche nel Regno di Napoli i cambiamenti non furono aboliti e l'opera napoleonica non fu cancellata. Ferdinando non rinnegò e non distrusse ciò che era stato realizzato, ma nemmeno proseguì l'opera dei napoleonidi, che andava incentivata perché quest'atteggiamento gli fu imposto dalle grandi potenze (Austria e Inghilterra).
Il re Ferdinando IV, in un primo proclama, ha enunciato dei principi indirizzati al popolo; uno di questi, di particolare rilievo, è: "Nessun individuo potrà essere ricercato per le opinioni e per la condotta politica che ha tenuto anteriormente al nostro ristabilimento nel possesso dei nostri domini napoletani, in qualunque tempo e in qualunque circostanza che sia. In conseguenza, concediamo una piena e intera amnistia a tali soggetti senza interpretazioni né eccezione qualunque". Quindi, con questo proclama, Ferdinando vuole dire che qualunque individuo che ha tenuto una condotta politica non adeguata prima del suo ritorno non sarà perseguitato, ma gli sarà data la grazia.
Sempre in questi anni, si apriva una nuova fase con il ritorno dei Borboni, perché comunque si andrà a riprendere quell'ideale di assolutismo illuminista che caratterizzò il 18° secolo e che si era arricchito delle esperienze del decennio francese. Questa continuità si manifestò anche e soprattutto in quello sforzo di trasferire nel nuovo stato borbonico i valori positivi dell'ordinamento precedente, di riprendere e portare a termine la costruzione di uno Stato e di una convivenza civilmente ordinata.
Questa politica, detta dell'Amalgama, fu fortemente voluta dai ministri de' Medici, i quali lasciarono nelle province continentali la monarchia del periodo francese perfezionandola e riaffermando il potere della monarchia meridionale. La Sicilia, con questa politica, verrà assorbita in questo grande regno, dove, con l'abolizione delle difformità esistenti tra le due parti del regno, perderà la sua autonomia e il suo centro gravitazionale lo avrà a Napoli. Ma il grande interesse per la Sicilia era per la sua collocazione geografica sia da parte della Francia che da parte dell'Inghilterra.
Così venne sancita la nascita di un nuovo organismo statuale che veniva ad assorbire in sé i due Regni di Napoli e di Sicilia, che erano indipendenti l'uno dall'altro sin dal 1282. L'unificazione, anche se sotto un certo aspetto voleva essere un “Unione estensiva per confusione” dei due stati, di fatto aveva piuttosto il carattere di una “Unione per corporazione” della Sicilia. Ciò trova inoltre conferma in una lettera che sanciva il diritto della Sicilia ad una particolare autonomia, ribadendo il concetto della necessità della “unità delle istituzioni politiche che debbano formare il diritto pubblico del Regno delle due Sicilie”.
In base al nuovo statuto, Ferdinando cessava di essere re di due entità politiche distinte per diventare re di uno stato unitario, ovvero re del "Regno delle due Sicilie". Questo significativo cambiamento di titolo fu accompagnato dall'abolizione della bandiera siciliana, dalla libertà di stampa concessa nel 1812 e dalla chiusura dei parlamenti. In definitiva, si trattava di sopprimere tutti gli apparati politici, amministrativi e giudiziari esistenti e di estendere in Sicilia gli ordinamenti e le istituzioni che i napoleonidi avevano dato durante il decennio al mezzogiorno. La politica seguita dai Borboni, da un lato consentì che gli ideali espressi dalla rivoluzione francese penetrassero in Sicilia, mentre dall'altro lato venne segnata per la Sicilia la rottura con il passato. Ben diversa fu la reazione della borghesia alla “colonizzazione amministrativa e giudiziaria”, perché vengono costituite le intendenze, le sottintendenze e gli uffici di registro che offrivano ampie possibilità di impiego. Piena adesione venne anche espressa dalla piccola borghesia agraria, che intravedeva nella forma anti-feudale la possibilità di accedere alla proprietà terriera.
Nel corso del tempo, l'accrescimento quantitativo di questo ceto agrario non fu accompagnato da alcun rinnovamento della sua struttura interna e della sua funzione nel contesto dell'economia del paese. Con ciò, si vuole dire che più che incrementare la propria ricchezza, il piccolo proprietario terriero, tendeva a vivere nel suo orizzonte limitato incapace di vedere oltre, verso l'avvenire. Ovviamente, dei significativi rinnovamenti vi furono anche per quanto riguarda l'istruzione, in quanto re Ferdinando non proseguì totalmente la politica scolastica attuata da Murat. Alcune leggi le abrogò, mentre altre le modificò su quelle già esistenti.
La commissione di pubblica istruzione
L'organizzazione dell'istruzione riguardante le province continentali si concretizzò con la nomina del Principe de' Luzzi come presidente delle case addette all'educazione delle donzelle e nella nomina di una Commissione presieduta da Lodovico Loffredo, principe di Cardito, incaricata di visionare e dirigere tutti gli stabilimenti addetti alla pubblica istruzione. Inoltre, alla commissione fu affidato l'incarico di estendere il suo direttorio su tutte le parti dell'istruzione su entrambi i sessi. Infatti, venne chiamato l'elemento religioso a controllare l'istruzione, solo dopo che era stato utilizzato nel decennio francese e dopo un esame davanti alla potestà laica; le scuole primarie furono così poste sotto la vigilanza dei parroci.
La situazione nei domini insulari era ben diversa in quanto l'organizzazione scolastica non fu sottoposta a quel processo di modernizzazione che durante il decennio francese investì i domini continentali. In Sicilia, l'istruzione popolare fu sempre tenuta in scarsa considerazione, ma un tentativo di istruire le scuole popolari fu fatto nel 1779 attraverso gli ordini religiosi. Migliore invece fu la situazione dell'istruzione secondaria, la quale era stata affidata ai Domenicani, Francescani, Scolopi, ma soprattutto ai Gesuiti prima della loro espulsione nel 1767.
Una svolta importante si ebbe con il viceré Francesco d'Aquino, principe di Caramanico, a cui si deve non solo la riforma dell'Università di Catania e l'istituzione dei collegi per la buona educazione della gioventù in alcuni centri dell'isola, ma la chiamata di uomini illustri nei posti chiave dell'insegnamento superiore. Inoltre, il Caramanico si adoperò anche per diffondere l'istruzione popolare, disponendo l'istituzione di scuole pubbliche gratuite in tutti i comuni dell'isola a spese delle amministrazioni comunali, dei privati e delle rendite dei Gesuiti. Tali scuole furono poste sotto la direzione del de Cosmi, il quale fu chiamato per andare a seguire un corso sull'apprendimento del metodo normale tenuto a Napoli dai frati celestini di Sulmona Vuoli e Gentile; ma, nonostante la loro ostilità e dei baroni che volevano le scuole sotto la loro dipendenza, il de Cosmi riuscì ad aprirle.
Furono molte le domande di richiesta inoltrate alla Direzione Generale da parte dei Municipi dell'isola, le quali chiedevano l'installazione delle scuole e/o l'autorizzazione a mandare personale a Palermo per essere istruiti sul nuovo metodo. La posizione del de Cosmi rappresenta il riconoscimento della priorità di un'istruzione di base in grado di dare a tutti i cittadini, con un metodo chiaro e uniforme, la possibilità di istruirsi dei primi elementi di saper leggere, scrivere e far di conto. Solo l'alfabetizzazione di massa avrebbe tolto il monopolio degli uffici alle classi sociali più agiate economicamente e avrebbe reso meno indifese le classi popolari nei confronti dei baroni. Ma morto il de Cosmi nel 1810, il numero delle scuole normali andò diminuendo anche per le mutate condizioni politiche; per questo motivo il parlamento nel 1812 bandì un concorso, nel quale chi avrebbe presentato un Piano per la riorganizzazione dell'istruzione pubblica degno di approvazione, avrebbe vinto un premio di 400 once.
Dopo il 1812, una deputazione di studi avente sede a Palermo assunse i poteri di Commissione di Pubblica Istruzione della Sicilia, al fine di incrementare e coordinare l'istruzione popolare. Dopo il rientro di Ferdinando a Napoli, anche i domini insulari avrebbero avuto una Commissione che era presieduta dal principe di Malvagna. L'avere affidato alla Commissione di Pubblica Istruzione il controllo di tutti gli istituti di istruzione e di educazione dell'isola provocò dei conflitti di competenza tra la Commissione e gli intendenti delle diverse province.
Ciò è documentato anche da una circolare con la quale il Luogotenente generale (viceré), dopo aver riaffermato che era compito esclusivo della Commissione di Pubblica Istruzione guidare questo ramo con dei principi e prendere delle soluzioni, obbligava la Commissione a scrivere agli intendenti e viceversa, escludendo disparità di essere superiore e inferiore, ma soltanto come uguali collaboratori e uguale dignità siciliana.
Il 27 novembre 1818, la Commissione di P.I. emanò un nuovo ordinamento per la scuola pubblica, che non tiene conto solo della legislazione emanata nel decennio nei domini continentali, ma risulta essere la più rispondente alle necessità del tempo e ai progressi in campo didattico. Tutti i comuni furono tenuti ad istituire una scuola primaria, assistita da uno o più maestri, secondo i bisogni della popolazione, per istruire i fanciulli nei primi elementi di lettura e scrittura, nell'aritmetica elementare, nelle istruzioni morali del catechismo di religione e i doveri sociali adottati dal governo; così tutti i maestri furono obbligati a utilizzare il metodo normale.
Per rendere possibile da parte degli insegnanti l'apprendimento di questa nuova metodologia, la Commissione istituì in tutti i capoluoghi di provincia una scuola centrale di metodo da cui tutti i maestri dovevano di mano in mano attingere le competenze per l'adozione di quest'ultima. Si era così acquisita la consapevolezza che le innovazioni didattiche non avrebbero avuto alcun effetto positivo se i maestri non fossero stati messi nelle condizioni di trarne le conseguenze nella loro quotidiana attività. Per evitare che le poche scuole funzionanti chiudessero, la Commissione fino alla generale propagazione consentì di usare provvisoriamente il metodo antico da parte dei maestri.
Quest'ordinanza fu accompagnata dalla pubblicazione di regolamenti per le scuole primarie e da una ministeriale, nella quale si diceva che i maestri non potevano utilizzare altri libri se non quelli stampati dalla Stamperia Reale e approvati dalla stessa Commissione. Un elemento che caratterizzò la politica scolastica di Ferdinando I fu la diversità di soluzioni adottate per le due parti del Regno. Mentre nei domini continentali le scuole primarie furono poste sotto l'immediata dipendenza degli ordinari e l'ispezione fu affidata ai parroci, nei domini insulari le scuole di ogni ordine e grado furono poste sotto l'immediata dipendenza della Commissione di P.I.
Un secondo elemento consiste nel fatto che la Commissione non solo fece propri alcuni principi teorici, ma andò oltre; infatti il re istituì in tutti i capoluoghi di provincia scuole centrali di metodo al fine di istruire gli insegnanti nell'utilizzo del solo metodo normale. Ciò, perché il metodo Lancasteriano (o Mutuo Insegnamento) non fece comparsa in Sicilia. La prima scuola di modello nei domini insulari fu istituita il 15 agosto 1819 da Nicola Scovazzo, la quale non passò inosservata. Infatti, qualche mese dopo, il principe di Malvagna invitava tutti gli intendenti delle province a inviare presso la scuola fondata e diretta dallo Scovazzo personale disposto ad essere istruito del metodo lancasteriano.
L'attività della Commissione fu favorita dall'interesse dimostrato da molti intendenti, i quali sollecitarono i comuni più popolati per l'introduzione di questa nuova procedura didattica.
La restaurazione scolastica
Dopo i moti del '20, nei domini continentali, l'assetto della pubblica istruzione subì dei cambiamenti. L'amministrazione centrale della pubblica istruzione passò dalle dipendenze del Ministero dell'Interno alle dipendenze del Presidente dell'Università. Al presidente dell'università, nonché presidente della Commissione addetta alla revisione dei libri, era affidato anche l'incarico di ispezionare i licei e i collegi esistenti nella provincia di Napoli. Ad una Giunta, composta dal presidente dell'università e sei professori, era dato il compito di esaminare l'istruzione pubblica generale e tutto ciò che può concorrere alla buona istruzione della gioventù.
L'avere affidato l'amministrazione della pubblica istruzione al presidente, rispetto al ministero dell'interno, significò togliere autorità all'amministrazione centrale. Il provvedimento, quindi, andava a vincolare delle misure tendenti da un lato a ristabilire sulla pubblica istruzione il monopolio ecclesiastico, e dall'altro a controllare studenti e docenti. A tal proposito, il 12 giugno 1821 fu emanato un decreto che modificava alcuni articoli del regolamento approvato il 12 dicembre 1819. Le nuove disposizioni affidavano ai parroci la vigilanza dell'istruzione primaria nel Regno e ai vescovi la facoltà di scegliere il maestro tra i candidati proposti dalle amministrazioni comunali.
Gli studenti delle varie province che frequentavano la scuola della capitale, furono obbligati, cominciate le vacanze estive, a rientrare dalle proprie famiglie; inoltre gli studenti della capitale, ogni mese, erano tenuti a presentare l'attestato del proprio maestro privato. I maestri privati erano tenuti a presentare un elenco degli alunni con delle memorie sulla condotta politica e morale di ciascuno di essi; nelle scuole private l'insegnamento veniva fatto a porte aperte, così la polizia e la Giunta di Pubblica Istruzione potessero ispezionare le scuole sia maschili che femminili.
Per controllare la vita morale e politica di tutti gli impiegati statali, furono istituite quattro giunte di scrutinio, a seconda delle quali, era affidato non solo il compito di scrutinare le persone che pubblicavano e stampavano opere, ma anche coloro che insegnavano. Tra i provvedimenti emanati nel '20, non ve ne alcuno diretto a favorire la diffusione della cultura e dell'istruzione, considerata una delle cause che aveva contribuito a turbare la pace e la tranquillità del regno. Questo nuovo indirizzo politico assunto nei confronti della cultura e dell'istruzione, non poté non avere una certa ripercussione sull'organizzazione scolastica.
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