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Da: Pierpaolo Leschiutta, “Palimsesti del carcere”. Cesare Lombroso

e la scritture proibite. Napoli, Liguori, 1996. Capitolo terzo.

Le pergamene viventi

Scrivere sulle pareti e scrivere sulla pelle

«Le muraglie, dicono i proverbi, sono le carte dei pazzi: i graffiti di

Pompei sono veri tatuaggi delle muraglie». Lombroso, nella sezione

«Bibliografte» dell’Archivio di psichiatria, presentando il volume di

A. Lacassagne Les tatouages accosta esplicitamente il tatuaggio alle

scritte sui muri.1

Tale accostamento non è nuovo per l’antropologo che già in

precedenza aveva notato come le scritte tracciate dai carcerati sulle

pareti delle celle fossero dei «graffiti analoghi ai tatuaggi». Ambedue

usano accostare elementi figurativi ad alfabetici, le parole vengono

spesso abbreviate o proposte attraverso la sola lettera iniziale, in

entrambe ricorre l’uso di parole vietate e di figure oscene.

Tatuare il proprio corpo e tracciare graffiti sui muri, entrambe

pratiche comuni ai primordi della civiltà che riaffiorerebbero «per

atavismo» nei criminali e, meno spesso, nei pazzi.

Appena l’uomo abbandona lo stato puramente selvaggio, abban-

dona quella che si volle chiamare l’epoca della pietra rude, segna i

primi albori della sua coltura col graffito sui vasi, sui muri, sulle

1 Lombroso, recensione a Les tatouages. Etudes antropologiques et médico-

lega1es, di Lacassagne, Paris, 1881; in Archivio di psichiatria, vol. II, 1881.

pareti delle grotte, sulle armi di selce e di ossa, sulla propria pelle

(Lombroso 1888, p. 294).

All’interno dello schema che pone l’atavismo come matrice unica

di fenomeni differenti, è possibile per Lombroso coniugare insieme le

scritte murali dei carcerati e la pratica di tatuarsi il corpo: le prime, le

scritte murali, sono presentate come «Palimsesti del carcere», dove il

termine ((palimsesto» nel suo significato etimologico definisce una

pergamena dalla quale è stata raschiata una prima scrittura per

permetterne una successiva, i secondi, i tatuaggi, fanno del carcerato

una «pergamena vivente».

Ambedue grafismi impropri e devianti, entrambi gli appaiono

come riconducibili ad un passato lontano che riaffiora in soggetti

2 .

predisposti

Lombroso e i tatuaggi

Una dei primi oggetti di ricerca di Cesare Lombroso come «antro-

pologo culturale» fu il tatuaggio. Iniziò infatti ad interessarsi del

tatuaggio nel 1863 quando, ufficiale medico non ancora trentenne,

osservò che 134 dei «soldati artiglieri», tra i 1147 sottoposti a visita

medica, avevano sul corpo uno o più tatuaggi. Nella maggioranza di

loro ad essere tatuata era la regione palmare dell’avambraccio, in

alcuni le spalle, in altri le dita delle mani o il petto. Pochi avevano sul

corpo più di un unico tatuaggio.

I soldati tatuati provenivano «delle più infime classi sociali» di

tutte le regioni del Regno e avevano svolto, prima di entrare nel-

l’esercito, i mestieri più diversi: erano stati contadini, casari, mura-

2 Il proverbio latino «Parietes papyrus stultorum», presente con

significato simile in tutte le lingue europee, appare modificato a seguito degli

« La muraglia è il libro della canaglia» (Gurrieri e Moragi,

studi di Lombroso, in

«Note sul tatuaggio osceno dei delinquenti>, Archivio di psichiatria, 13, 1892)

o in «Chi scrive il suo pensier sulla muraglia è un misto di imbecille e di

» , Archivio di psichiatria

canaglia» (Giacchi, «Palimsesti delle pubbliche latrine

18, 1897) con l’attribuzione di un connotato di criminalità non presente

all’origine.

tori, barcaioli, fornai, minatori, falegnami, carrettieri, pescatori e

pastori. Solo alcuni, una minoranza, prima del servizio militare era

stata condannata e reclusa in carceri.

La pratica del tatuaggio non sembra in quegli anni essere una

caratteristica che possa connotare l’appartenenza ad un gruppo par-

ticolare della popolazione del Regno.

Lombroso, tornato dopo un decennio ad interessarsi di tatuaggi e di

tatuati, scopre che «fra gli uomini non deinquenti, quest’uso tende a

decrescere, trovandosene nel ‘73 una quota dieci volte più scarsa che

nel 1863. — Invece l’usanza permane non solo, ma prende

proporzioni vastissime nella popolazione criminale, sia militare, sia

civile, dove su 1432 esaminati trovaronsene 115 tatuati, il 7,9 per

cento» (Lombroso 1876, p. 44).

Nell’arco di un solo decennio, sembrerebbe che a tatuarsi siano

rimasti in pochi, e questi pochi quasi esclusivamente delinquenti.

Tenaci continuatori di una pratica ormai abbandonata dai «normali», i

criminali seguitano a tracciare sul proprio corpo segni e scritte, ultimi

a mantenere viva una usanza ormai desueta.

Il tatuaggio, fino ad allora considerato al pari di altre «stranezze»

ed esotismi di moda, perde ogni altro attributo che non sia quello di

indicatore di criminalità, si riduce per Lombroso a «carattere

professionale» della delinquenza, segno e prerogativa di individui

inferiori, deboli psichicamente, tarati mentalmente.

Stabilita questa connessione tra l’essere tatuato e l’essere crimi-

nale, gli studi sul tatuaggio si moltiplicano. Antropologi criminalisti

ricercano tatuaggi sui corpi di soldati, carcerati, prostitute, pazzi,

camorristi. Soprattutto i medici, facilitati dalla loro posizione pro-

fessionale, controllano minuziosamente i corpi di adulti e di mino-

renni, vivi e morti, nella ricerca di segni e tatuaggi. Le visite mediche

ai soldati di leva forniscono il «campione di controllo della

popolazione normale», il lavoro negli ambulatori delle carceri per-

mette di determinare la diffusione della pratica tra i criminali.

Frutto di queste ricerche una imponente mole di scritti: sulla sola

rivista Archivio di psichiatria tra il 1880 e il 1918 vengono pubblicati

oltre 70 tra articoli, saggi, note e recensioni sui tatuaggi;

in Italia e in Europa si stampano oltre 15 volumi che hanno per

oggetto il tatuaggio nei criminali (cfr. Bibliografia).

I tatuaggi non sono solo descritti e analizzati in saggi e articoli:

ritagli di pelle tatuata vengono asportati da cadaveri, posti sotto vetro

o puntati con spilli su tavolette e inviati al Museo criminale di Torino.

Reclusi tatuati vengono fotografati e i loro tatuaggi riprodotti su carta

lucida.

Oggi purtroppo questa raccolta unica al mondo nel suo genere

appare destinata a perdersi definitivamente. I brandelli di pelle tatuata

sono ormai incartapecoriti e i disegni accatastati in un armadio nel più

grande disordine e in uno stato di conservazione che ne fa presagire il

prossimo disfacimento.

I primi ad interessarsi del tatuaggio come possibile mezzo d’i-

dentificazione di individui sospetti erano stati in Francia Hutin e

Tardieu con degli studi pubblicati nel 1855. Il tatuaggio, indelebile, è

un segno certo di identità, un elemento caratterizzante che non si

modifica col trascorrere del tempo, che non permette a chi lo porta di

nascondere il proprio passato.

Un tatuaggio descritto in una scheda di polizia può far scoprire

anche a distanza di anni un ricercato, smascherare Milady, come nel

romanzo di Dumas del 1844.

Cesare Lombroso, come vedremo, farà sua la proposta degli

autori francesi, ma estendendone la portata: il tatuaggio non solo

indica l’identità del tatuato, ma è una spia, un segno inconfondibile

della sua personalità criminale, «un carattere anatomico-legale» che

collega il delinquente «all’uomo primitivo o in istato di selvati-

chezza».

Ovunque le teorie di Lombroso sulla criminalità trovano se-

guaci si apre un nuovo interesse per il tatuaggio: in Francia dopo

la pubblicazione della prima edizione dell’ Uomo delinquente, Lacas-

sagne e Magitot iniziano una raccolta di dati e notizie su tatuaggi e

tatuati. Una prima ricerca di Lacassagne su 1333 delinquenti tatuati

apparirà già nel primo numero della rivista Archivio di psichiatria

fondata da Lombroso nel 1880, presenterà successivamente, alla I

Esposizione Internazionale d’Antropologia Criminale di Roma del

1885, oltre 2000 disegni di tatuaggi. Dalla Spagna, dalla Dani-

marca, dal Belgio, dalla Germania giungono alla redazione della

rivista saggi e note sull’argomento, statistiche e descrizioni su ta-

tuaggi e delinquenti tatuati.

Nel 1896, al momento della pubblicazione della quinta edizione de

l’Uomo delinquente, Lombroso dispone di informazioni, dirette o

indirette, su un campione di oltre 10.000 individui, dei quali 2257

tatuati. Sulla base di questa mole imponente di dati il tatuaggio,

parallelamente alle misure antropometriche, diventerà uno degli assi

portanti della sua teoria dell’atavismo nei criminali. Lombroso può

dimostrare la maggiore frequenza di questa pratica tra i carcerati, la

sua «strana tenacia e diffusione» tra i criminali, le particolarità del

messaggio scritto o disegnato che ne disvelano «l’impronta tutta

particolare, criminosa» (Lombroso 1896, p. 343).

Una massa documentaria che rimane fino ad oggi il più ricco

archivio esistente di immagini e descrizioni di tatuaggi. Tatuaggi

raccolti in ogni parte d’Italia e d’Europa, disegnati e fotografati, di

uomini e di donne, raccolti su vivi e su morti, in ospedali e nelle

carceri, di soldati, di prostitute, di camorristi. Raccolti spesso senza

alcun metodo, in modo approssimativo, privi, il più delle volte, di

ogni indicazione che possa permettere di risalire alla storia indivi-

duale del tatuato e del contesto in cui il tatuaggio è stato eseguito,

accompagnati al più dalla sola indicazione del reato per cui il tatuato

era stato condannato.

Scarse le interpretazioni, sia delle motivazioni che spingono a

tatuarsi che dell’ambiente sociale da cui provengono gli individui

tatuati. Essere tatuati è già in sé, per gli antropologi della scuola

lombrosiana, emblematico di una predisposizione alla delinquenza.

Il corpo significante

Il tatuaggio, nel significato attuale del termine, una colorazione

indelebile della pelle ottenuta artificialmente attraverso l’introduzione

di sostanze coloranti nella pigmentazione sottocutanea, sì diffonde in

Occidente come termine e come pratica «moderna» negli anni

immediatamente successivi al ritorno in Inghilterra del capitano Cook

dal suo secondo viaggio nelle isole del Sud del Pacifico.

Cook, insieme alle descrizioni di un favoloso arcipelago,

«paragonabile in tutto al paradiso terrestre», abitato da esseri liberi e

incontaminati, aveva condotto con sé un principe tahitiano corpo

splendidamente tatuato, prova vivente del modo di acconciarsi di

un’isola in cui «gli uomini vivevano senza vizi, seni pregiudizi,

senza discordie interne».

Il principe sarà esibito in molte corti d’Europa, e il suo corpo

«istoriato» ottenne un successo talmente immediato e prorompente

nuovo esotismo»: il tatuaggio.

da decretare la nascita di un «

La pratica del tatuarsi, antichissima e mai completamente caduta

3 , si rivitalizza con

in disuso anche nell’Occidente «civile»

caratteristiche assolutamente nuove e moderne: non nell’iconografia

dei segni tatuati, che recupera motivi figurativi e ornamentali della

tradizione popolare, ma nella spregiudicatezza di un uso del corpo

irrispettoso della sua sacralità. L’esotismo è nel tatuarsi, non nel cosa

o nel come tatuarsi.

Il «segno» non viene più imposto da altri per marcarne la

proprietà (schiavi), per ricordarne le colpe di un passato criminale,

o fatto imprimere deliberatamente sul proprio corpo per afferma

l’appartenenza ad un credo religioso (primi cristiani), segno di uno

statuto di pellegrino (Terrasanta, Loreto), ma richiesto e volu come

forma di abbellimento, di valorizzazione del corpo, «corredo per la

propria identità» (Goffman 1961, p. 49).

Una delle tesi sviluppate da M. Douglas

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/08 Etnomusicologia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etnologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Sarnelli Enrico.
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