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blema dell’amore, invece della testa (Lombroso 1897, vol. III,

Atlante, p. XVI).

«Un corpo senza tatuaggio è insignificante, così come un tatuaggio

senza corpo» (L’asino e la zebra, 1985, p. 97). Il tatuaggio in sé,

impresso indelebilmente, nobilita tutto l’apparato corporale, non solo

la parte investita dal segno. «Un corpo che non è tanto un dato

oggettivo, esistente di per sé, quanto una realtà in fieri, che va

progressivamente costruita mediante l’applicazione di segni cul-

turalmente codificati che traducano lo status politico-sociale, co-

stantemente in divenire, dei singoli membri delle comunità» (Mas-

senzio 1990, p. 2).

Il tatuaggio diviene, in individui che vivono una condizione di

precarietà esistenziale e di emarginazione sociale, una rivendicazione

di identità di genere — è una pratica quasi esclusivamente maschile

— di status, di una appartenenza di gruppo.

All’isolamento individuale viene contrapposta la solidarietà del

microgruppo di cui si è stati o si è membri: il nome della nave, del

reggimento, della prigione o del riformatorio divengono significanti di

una appartenenza esibita con orgoglio.

Non diversamente dai «vecchi» tatuaggi eseguiti in occasione del

pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto anche i «nuovi»

tatuaggi stanno ad indicare un «gruppo di riferimento» a cui si vuole

essere ascritti, anche se in questi casi sono gruppi minoritari o

4

.

devianti

Produzione e trasmissione di tecniche e di segni

Nella seconda metà dell’Ottocento individui tatuati vengono esibiti

nelle fiere e nei circhi, i cataloghi dei tatuatori che li accompagnano si

fanno sempre più vasti e ricchi. Nel contempo la moda del tatuarsi

sembra coinvolgere sempre meno le classi alte della società. A

tatuarsi sono in prevalenza gli individui con un tra-

4 Esibire con orgoglio un trascorso carcerario non deve apparire inusuale se

« non può dirsi ‘romano’ chi non ha salito

un detto popolare di Roma afferma:

almeno una volta lo scalino», dove lo scalino è quello che da via della Lungara

immette al carcere di Regina Coeli.

scorso carcerario, anche se una frangia di «persone normali», che

Lombroso non esiterà a definire «deboli psichicamente», «nevrotici»,

«eccentrici» e «bislacchi», continuano a perpetrare questa pratica.

I «normali», secondo l’antropologo, disegnano sul proprio corpo il

ricordo di una «passione», incidono simboli che ricordino un amore,

una guerra, un mestiere o una fede religiosa. Nomi e iniziali della

donna amata, la data del primo amore, cuori trafitti da frecce, distici

d’amore. Frequenti elementi che ricordino le guerre, come le date

delle battaglie memorabili cui si è partecipato, il nome dell’arma o del

reggimento d’appartenenza, cannoni e bandiere, fucili e baionette

incrociate. Alcuni artigiani si tatuano l’attrezzo del loro mestiere,

quasi il simbolo della corporazione d’appartenenza: tenaglie per il

maniscalco, il martello per il fabbro, le forbici il sarto, il rasoio il

barbiere e così via. Frequenti, anche tra i non criminali, il sacramento

con o senza raggi e disegni raffiguranti Madonne e Santi.

Vecchie «tradizioni», devozione alla Madonna miracolosa e

scambio simbolico con la divinità portano tanti individui, che per altro

conducono una vita normale, a farsi tatuare sul corpo o la data del

pellegrinaggio, o l’immagine della Madonna o altri segni che

evidenzino il loro consacrarsi ad essa. Riproposizione, secondo

l’interpretazione lombrosiana, di una usanza ben precedente la cri-

stianità — se, come racconta Erodoto, anche Paride, in fuga dalla

Grecia con la rapita Elena, si fece tatuare nel tempio di Ercole il

segno della consacrazione al dio per riceverne protezione dalle ire di

Menelao —e mai caduta completamente in disuso nella devozione

popolare

Eppure la pratica aveva un certo seguito anche tra individui di

5 È soprattutto il Santuario di Loreto a perpetuare in Italia una tradizione che

fu dei primi cristiani, si mantenne durante le crociate, quando per indicare la

volontà di una sepoltura cristiana, in caso di morte in Terrasanta, i soldati si

facevano tatuare l’emblema cristiano. Nei pressi del santuario, infatti si è

installato un «divoto mercimonio, come tanti altri, [che] anche questo uso

conserva e proroga, perché nelle sue vicinanze trovasi appositi marcatori, che

ricevono per ogni tatuato, da 60 a 80 centesimi» (Lombroso 1896, p. 337).

La pratica del tatuarsi per devozione alla Madonna di Loreto era talmente

diffusa che le autorità dovettero intervenire per vietarla nel 1860, nel tentativo

di limitare il pericolo di infezioni. Cfr. Tanoni 1977.

classe elevata. «Cervelli balzani si trovano in tutte le classi sociali, e

così, alcuni di questi, per far piacere alla propria dama, per bizzarria o

per capriccio si tatuano» Mirabella 1903, p. 9).

Un elemento differenzia il tatuato delinquente dal tatuato «nor-

male»: la localizzazione del tatuaggio sul corpo. Nessuno tra gli

individui classificati come «normali» nelle ricerche degli antropologi

risulta avere tatuaggi sulle parti «pudende» del corpo o sulla schiena.

Gli individui tatuati privi di un trascorso criminale si tatuano

esclusivamente sulla regione palmare dell’avambraccio, a volte la

spalla o il petto, alcuni minatori si fanno disegnare anelli sulle dita

delle mani, mai hanno tatuaggi sul pene, le natiche o la schiena.

Anche il numero dei tatuaggi è solitamente limitato ad uno o al

massimo due disegni o scritte, mentre tra i criminali l’intero corpo è

usato come lavagna dove scrivere la propria storia, passata e, a volte,

futura.

Il carcere, dove Lombroso e gli altri antropologi criminalisti

raccolgono la parte più cospicua della loro documentazione, è un

luogo che riceve, trasmette e produce sia tatuaggi che la pratica del

tatuarsi, sia una tecnica che uno «stile di vita».

Ospita individui che entrano nel carcere portando sul proprio

corpo scritte e disegni tatuati in precedenza, e chi è già stato

sottoposto alla pratica del tatuaggio è anche in grado di trasmetterne

la semplice tecnica di esecuzione.

Gli strumenti necessari per effettuare un tatuaggio sono semplici e

reperibili anche in un carcere: è sufficiente uno spillo o un ago per

cucire; le materie coloranti da inserire sotto la pelle sono ricavate dal

nero-fumo, dalla rasatura di muro affumicato, dalla polvere di

carbone, da carta bruciata, dalla polvere di mattone. 6

Il procedimento inizia col tracciare sulla pelle il disegno che si

6 All’esterno delle carceri si usano anche la polvere da sparo, il cinabro,

l’indaco, l’inchiostro di china (cfr. De Blasio, «I geroglifici criminali e i

camorristi in carcere» Archivio di psichiatria, 17,1896).

vuole tatuare. Si punge ripetutamente la pelle seguendo la traccia e

sulla superficie sanguinante si stropiccia la sostanza colorante; altre

volte si dispone sul disegno uno strato di colore e poi si punge

inserendolo sotto pelle; un’altra tecnica è quella di intingere l’ago nel

colore e poi bucare la pelle.

Dopo circa tre settimane, cessata l’infiammazione, comincia ad

apparire il tatuaggio, inizialmente poco delineato e con segni confusi,

successivamente, quando la pelle ritorna definitivamente alla

normalità, nella sua forma definitiva e indelebile.

Tecnicamente semplice nella sua esecuzione, il tatuarsi nelle

carceri costituisce un mezzo estremo per riaffermare la propria

identità in un ambiente che tende sistematicamente a privare i reclusi

di ogni elemento distintivo. Il tatuaggio, ultima proprietà personale

del carcerato, non può essere cancellato o sequestrato, tratto distintivo

permanente rende unico e riconoscibile chi lo porta, non ne permette

l’omologazione.

Quello che nel carcere si trasmette attraverso il tatuaggio è la

possibilità di un uso autonomo e antagonista del proprio corpo, l’idea

di poterne disporre per esibire una identità passata e per costruirne

una legata al momento, di affermare la condizione di carcerato come

status da rivendicare. Scandaloso, qualunque sia la scritta o il disegno,

dichiara apertamente — «sono o sono stato un recluso che non accetta

di sottomettersi» l’orgoglio di una appartenenza esibita ed ostentata.

Come afferma E. Durkheim ne Le forme elementari della vita

religiosa: «Si comprende infatti che, soprattutto dove la tecnica è

ancora rudimentale, il tatuaggio costituisca il mezzo più diretto ed

espressivo attraverso il quale si afferma la comunione delle coscienze.

La maniera migliore di attestare a se stesso e agli altri l’appartenenza

ad uno stesso gruppo è quella di imprimersi sul corpo uno stesso

segno distintivo» (Durkheim 1912, ed. it. 1963, p. 256).

I segni e le loro motivazioni

L’iconografia di tatuaggi che Lombroso ottiene dallo studio di in-

dividui carcerati è molto più vasta di quella rilevata su individui

«normali»: la sua raccolta, iniziata nel 1863, con il passare degli anni

si è molto arricchita grazie sia a ricerche condotte personalmente

presso carceri che al contributo di numerosi altri ricercatori. Ai

momento della pubblicazione della quinta edizione (1896) de L’uomo

delinquente Lombroso ha dati e informazioni su 10234 individui

tatuati, 6348 classificati come criminali, prostitute e soldati

delinquenti e 3886 come «soldati onesti».

Praticamente sommerso da questa enorme mole di dati, Lombroso

appare incerto sul modo di utilizzarli. Il suo interesse per il tatuaggio

era inizialmente indirizzato alla sola ricerca delle prove del perdurare,

tra i criminali, di elementi caratteristici di popolazioni «selvagge»

coeve e di alcune usanze barbare ormai superate nell’Occidente civile.

Trovarne una diffusione tanto ampia, e non solo tra i criminali, lo

costringe a costruire un sistema di categorie che gli permettano di

presentarli in un modo che vuole essere almeno in parte sistematico.

Nella prima edizione de L’uomo delinquente aveva adottato una

timida suddivisione in quattro categorie: «E venendo ai vari simboli a

cui alludono i tatuaggi, mi è parso doverli distinguere in segni

d’amore, di religione e di guerra, e in segni di mestiere» Lombroso

1876, p. 45), ne aumenterà progressivamente il numero, fino ad

adottare le undici categorie proposte da De Blasio nell’analisi dei

tatuati nei carceri napoletani.

I tatuaggi sono divisi, sulla base del significato attribuito al

disegno, in: religioso; d’amore; nomignolo; di vendetta; di gradua-

zione (dei camorristi); di disprezzo; di professione; di bellezza; data

7

.

memorabile; osceno; simbolico

Lombroso non entra in merito al segno tatuato, alla sua forma,

7 Classificazioni simili saranno adottate da Lacassagne e Magitot 1886,

Mirabella 1903, Cerchiari 1903, De Creccio 1908, ecc. che aumentano o

riducono il numero delle classi, senza apportarvi modifiche sostanziali. Lo

stesso De Blasio nel 1903 aggiungerà alle categorie precedenti quelle di

tatuaggio etnico (emblemi della contrada di appartenenza dei senesi), ereditario

.

e psichico

alla dimensione, alle variazioni nella rappresentazione dello stesso

tema, al rapporto reciproco tra i diversi tatuaggi dello stesso individuo

e sul loro disporsi sul corpo. Nè sarebbe stato pensabile farlo più di

cento anni fa e non era Lombroso interessato a farlo.

La polisemanticità dei tatuaggi non lo turba, se un tatuaggio gli

appare interpretabile in più modi lo colloca in più categorie, se uno

stesso individuo ha sul corpo più tatuaggi ciò che lo interessa è il loro

numero e la loro disposizione, non il reciproco rapporto tra i segni.

Beaudoin vetraio, di anni venti, soldato Francese disertore, ha sul

petto S. Giorgio. Sulla mammella destra: una donna con un vaso in

mano. Sulla mammella sinistra: Croce della Legion d’onore. Sul

braccio destro, presso la spalla, la figura di un soldato Francese;

poco sotto un busto di donna; a fianco a questo, la viola del

pensiero colla parola «elle». Poi una donna che si masturba, ed un

gentiluomo con spada sguainata in mano.

Sul braccio sinistro: donna vestita da uomo; e sotto, una faccia di

donna, a fianco, una donna semi-nuda che beve; e sotto ancora un

motto: «Mouillons un peu l’itérier».

Una donna vestita in bleu con due lettere (B, A) sul petto, che si

tentò di coprire colle sue due mammelle. Sulla schiena ha la libertà

a cavallo che calpesta due guerrieri atterrati. Su ambe le spalle un

busto di donna. Sul braccio sinistro il motto: «Le passé m’a

trompé / Le présent me tourmente / L’avvenir me pouvante [sicl

(Lombroso 1896, p. 359).

Trovando un individuo «il cui corpo era un vero tappeto»

Lombroso può con orgoglio affermare: «Benché nulla si sapesse della

sua vita anteriore, questo genere di tatuaggio ci diede un indizio che si

trattava di un criminale francese e di un soldato, ciò che poi

s’appurava ufficialmente» (Lombroso 1896, p. 360).

La molteplicità dei tatuaggi lo interessa come dato statistico, nel

mito oggettività del dato numerico, le singole icone saranno suddivise

nelle categorie dei tatuaggi religiosi, d’amore, osceni, simbolici ecc.

Modalità tanto vaghe e generiche ed estranee all’oggetto «tatuaggio»

da non riuscire a fornire una griglia interpretativa di una qualche

utilità.

Non il tatuaggio ma il tatuato interessa Lombroso, non l’analisi del

segno ma l’individuazione delle «ragioni per cui si mantenne nelle

classi basse e più nei criminali un uso sì poco vantaggioso, e alle volte

di tanto danno» (Lombroso 1896, p. 367).

Ed ecco Lombroso mettere il fuoco sulle presunte «cause» che

indurrebbero al tatuarsi; sono: a) di natura e provenienza religiosa; b)

l’imitazione; c) lo spirito di vendetta; d) l’ozio e l’inattività; e) la

vanità; f) lo spirito di corpo; g) la funzione mnemotecnica; h) le

8

.

passioni erotiche

Tassonomia che vuole selezionare i comportamenti ascrivendone

le cause a motivi di ordine psicologico, ma che appare più che altro

un decalogo dei disvalori dominanti nella società italiana di fine

secolo. Anche la religione appare agli occhi di un laico come

Lombroso un disvalore, soprattutto nelle forme e modi con cui era

vissuta nelle classi popolari.

Queste categorie fragili non riescono a contenere la complessità di

una pratica culturale come quella del tatuaggio che non è riducibile

alla sola dimensione dell’individuale e dello psicologico.

La complessità di alcune forme di religiosità popolare non può

essere ridotta a sola superstizione o ipocrita mascheramento di

impulsi cattivi e malvagi; un tatuaggio dove è indicata una volontà di

vendicarsi di chi ha tradito o ha fatto la spia non è solo il sintomo di

un irrefrenabile impulso personale: è un comportamento obbligato dal

«codice dell’onore» (cfr. Marmo 1988); l’imitazione è anche processo

di circolazione culturale che si attiva solo in determinate condizioni;

lo spirito di corpo rimanda alla solidarietà di gruppo e alle norme,

valori, credenze e regole che danno senso all’appartenenti.

Ma veniamo ai particolari, ricordando che, nonostante la fragilità

interpretativa, Lombroso comunque ci fornisce osservazioni

8 Lombroso 1896, pp. 336-379 e tavv. LXIV-LXIX vol. III, Atlante 1897.

interessanti e le motivazioni che hanno spinto a tatuarsi sono spesso

confermate dalle parole dei detenuti stessi intervistati —straordinaria

«modernità» di metodo — dall’antropologo.

a) Tatuaggio religioso

Anche i criminali, prima o durante il periodo trascorso in carcere si

tatuano immagini religiose, ma quando l’immagine della Madonna di

Loreto o la data del pellegrinaggio al santuario è impressa sul corpo di

un carcerato è, secondo Lombroso, non atto di devozione e di fede,

ma forma di scongiuro superstizioso, retaggio di pratiche

apotropaiche, riproposizione di comportamenti tipici delle

popolazioni «selvagge» 9

L’essere carcerato rende criminali, agli occhi di Lombroso, anche

gli atti del passato, ogni momento della storia individuale del

detenuto, anche di molto precedente la condanna, diviene indiCatrice

di una criminalità già esistente ma non ancora espressa.

Tatuaggi religiosi sono: il Sacramento con o senza raggi; Cristo

legato alla colonna o in Croce; i simboli della Passione; la Madonna

di Loreto; W G.C. (viva Gesù Cristo); Croci con raggi; le parole

«Santissimo Sacramento»; l’Arcangelo Gabriele; ecc. Sono in larga

parte le immagini raffigurate sulle «marche» dei tatuatori che

operavano presso il Santuario di Loreto, le stesse ancora oggi visibili

nella collezione del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari

di Roma.

Sono le immagini impresse a Loreto o che le imitano, ma con

9 La pratica di tatuarsi immagini religiose presso i santuari era molto diffusa

nella seconda metà del secolo scorso: A. De Blasio, ne Il tatuaggio, è in grado

di affermare che: «Il tatuaggio religioso l’ho, fra i contadini del Lazio,

riscontrato nella proporzione del 35%, poiché è da sapersi che simile gente, ogni

anno, si suol recare al santuario di Loreto, per impetrare grazia alla mamma di

Cristo e ne porta per ricordo l’effige sulla propria persona» (p. 32). Ulteriore

conferma viene da De Albertis, settore capo dell’ospedale di Pammatone

(Genova) che, nel biennio 1888-90, trovò, tra i defunti nell’ospedale una

percentuale di tatuati superiore al 7 % (De Albertis 1892, p. 575).

variazioni e personalizzazioni ottenute aggiungendovi ancore, cuori e

catene, puntini, piedistalli, ecc.

Lombroso non nota che i simboli religiosi appaiono sempre

distanziati dagli altri, isolati in «una zona di rispetto». Al più, in

pluritatuati, nella zona del corpo dove è tatuato uno di questi simboli è

possibile trovare il disegno di una nave, di un fiore, una data o un

cuore trafitto; non mi è capitato di trovare nella pur vasta

documentazione trasmessa dai ricercatori lombrosiani simboli

religiosi accostati a figure di donne nude, a frasi oscene o di vendetta.

Isolando i singoli tatuaggi ed estrapolandoli dal contesto per trattarli

come dato statistico, Lombroso non coglie la reciproca relazione tra i

segni e la loro disposizione.

b) Tatuaggio per imitazione

Una seconda causa che induce a tatuarsi è, per Lombroso, l’imita-

zione. Il soggetto «imita» i membri del gruppo al quale appartiene, ne

subisce il contagio, è quindi ricorrente trovare segni simili e disegni

identici riprodotti su reclusi nella stessa prigione o in soldati dello

stesso reggimento. Un carcerato, nel rispondere alla provocazione di

Lombroso che lo beffeggiava per aver speso una somma

considerevole per farsi tatuare una sirena sul petto, reagisce con una

frase che appare all’autore ben sintetizzare la sua idea dei caratteri e

dei comportamenti degli individui di classe bassa, e pertanto la riporta

integralmente nel suo L’uomo delinquente:

«Veda lei, noi siamo come le pecore, non possiamo vedere fare una

cosa ad uno, che non la imitiamo subito anche noi, anche a rischio di

farci del male» (Lombroso 1896, pp. 467-468).

È l’imitazione come principio esplicativo dei fatti sociali, una teoria

che circolava largamente nel linguaggio antropologico e sociologico

di quegli anni e che Lombroso utilizzerà in modo riduttivo,

riducendola a mera riproduzione passiva e individuale di modelli di

comportamento. Sarà una delle poche parti dell’Uomo delinquente a

non essere modificata nelle successive edizioni del libro, nonostante

l’ampio dibattito che seguì la pubblicazione del


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nadia_87

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Esame: Etnologia
Corso di laurea: Corso di laurea in comunicazione, tecnologie e culture digitali
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etnologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sarnelli Enrico.

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