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Scritture femminili come riti di passaggio Appunti scolastici Premium

Appunti inerenti l'esame di Etnologia del prof. Sarnelli riguardanti L’età dell’adolescenza, diario intimo, L’amica del cuore, La corrispondenza con l’ignoto, L’autobiografia del neonato, Il diario di mamma, Una scrittura di madre, La prima maternità e altro ancora.

Esame di ETNOLOGIA docente Prof. E. Sarnelli

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bambino, in particolare tutte le sue “prime volte” (primo sorriso, primo dente, prima

volta che si tiene seduto, che mangia dal cucchiaio, che dice una parola, che

cammina, ecc...). In altri tempi queste prime tappe erano sottolineate ritualmente, in

particolare dai regali dei padrini o delle madrine. Oggi il passaggio è segnato da una

foto, da una frase nell’album. Allo stesso tempo, scegliendo di mettere in scena (o

meno) i personaggi del proprio ambiente, (ovviamente il padre, ma anche i nonni, i

padrini o le madrine) le madri modellano la memoria familiare del loro bambino.

Tutti questi personaggi sono sorridenti, offrono regali al bambino felice. Gli album di

nascita ignorano la tristezza, i pianti, i drammi, i divorzi e i decessi. Sono i

fotoromanzi dell’infanzia, il frutto di una costruzione consapevole dell’immagine di

una felicità infantile a cui il bambino ha diritto. Del resto hanno spesso come

obiettivo esplicito quello di “compensare le mancanze”, di rendere normale ciò che è

fuori norma. Non si parla mai di abbandono o dei genitori naturali negli album di

nascita dei bambini adottati... La foto, con didascalia, dell’arrivo del bambino, o

quella del primo incontro nell’orfanotrofio del Paese straniero sostituiscono le foto

della nascita nelle famiglie biologiche. L’album ha la funzione consapevole di

“costruire una storia” al bambino non solo per favorire la sua integrazione nella

famiglia e nella parentela, ma anche perché oggi i dibattiti pubblici sul problema

identitario del bambino adottato contribuiscono a farne un obbligo morale (11).

In queste narrazioni il neonato è a volte designato alla terza persona singolare, il

che dà l’impressione di una descrizione oggettiva e di un cancellamento totale dello

scrivente. Ma questo tipo di enunciazione implica una distanza che le madri non

riescono a mantenere. Preferiscono quindi far parlare il bambino stesso, usando il

pronome personale, come sono del resto invitate a fare dal libro stesso: “Mi chiamo

X, ero molto atteso dai miei genitori, papà pensa che gli assomiglio, la mamma mi fa

il bagnetto...” Questo modo d’enunciazione contribuisce a creare la finzione di

un’autobiografia scritta dal bambino, finzione rafforzata dall’album che con la

copertina rigida a colori pastello rinvia ai libri per bambini e dall’uso di un

vocabolario “bébé”, di canzoni e di poesie che avvolgono la narrazione della vita.

Il diario di mamma

Di fatto, ciò che si crede essere l’autobiografia del neonato è il diario della

mamma. Le madri esprimono il loro entusiasmo per questo tipo di scrittura

rivendicata con una vera e propria fierezza d’autrici – “È la cosa più bella che ho

fatto!” - e come una faccenda strettamente personale: “Quest’album sono io! E’ mio!

Che nessuno lo tocchi!” Lo scrivono durante i loro “momenti di tranquillità”, il

pomeriggio o la sera, mentre il bimbo dorme. La loro opera riconcilia due mondi

separati, quello della scrittura e quello della maternità. Alcune madri rinviano il

marito all’universo più rozzo del maschile, soprattutto negli ambienti modesti: “Oh,

lui, il testo, sai!” Insieme scrittura materna e diario del neonato, il doppio statuto delle

scritture della nascita spiega le posizioni contrastate dei produttori degli album

rispetto al loro uso. Il bambino è quasi sempre designato come il solo destinatario, ed

anche il proprietario della scrittura di sua madre, come sottolineano i titoli: Il libro di

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Bebè, L’album di Bebè, e le madri stesse che dichiarano: “gli appartiene”, o “è un po’

il suo libro”. A volte il bambino ne gode totalmente: l’album è tenuto nella biblioteca

della sua cameretta, ma il più delle volte il dono non è immediato, e il bambino ne ha

un usufrutto controllato, prima di averne il possesso definitivo. Alcune scritture gli

saranno date più tardi, al suo matrimonio o dopo la morte della madre. L’album

rimane dunque un oggetto prezioso al quale le madri tengono molto, che vogliono

conservare e trasmettere.

Questa scrittura materna contiene un messaggio unico, un messaggio d’amore

testimoniato già dall’atto stesso del portare quest’attenzione meravigliata sul

bambino, e di scrivere di lui. Per esprimere l’amore materno questi testi adottano a

volte la forma d’enunciazione della lettera d’amore, nell’indirizzo (“amore mio”,

“mia cara”) come nel vocabolario. Realizzano anche un’estetica appropriata

all’espressione dei sentimenti (gioco coi colori, coi pennarelli, coi collages) che sono

del resto raccomandati da alcuni album (“Tentate di utilizzare sempre la stessa penna,

per esempio un pennarello seppia, o violetto, o rosa scuro, piuttosto che nero”).

Divertendosi con le foto, le parole e i colori, le donne costruiscono per il loro

bambino, per i parenti e i conoscenti, ma soprattutto per se stesse, un’immagine di

madre affettuosa conforme alla norma sociale. Questa soddisfazione, insieme

conformista e narcisistica, non sarebbe possibile se il tempo della scrittura fosse

rubato al bambino. Di fatto, scrivere coincide con l’immagine della buona madre, al

punto che fare un’autobiografia del proprio bimbo diventa un dovere, perché “ogni

bimbo ne ha diritto”. La diffusione della lettura e della scrittura allarga il campo delle

competenze richieste alle madri: non devono più fare soltanto da pediatre e da

psicologhe, ora hanno anche il dovere di essere memorialiste. La diffusione degli

album rafforza questa nuova ingiunzione, come testimonia il senso di colpa di quelle

che, pur avendo ricevuto un album in regalo, l’hanno trascurato.

Una scrittura di madre

Questa scrittura sembra essere la sola che le donne si concedono nel periodo della

maternità. Si differenzia dalla scrittura di prima, quella dell’adolescenza, situata in un

passato lontano. Una dichiara: “Quando ero giovane, a un dato momento, ho tenuto

un diario personale”, mentre un’altra evoca le poesie della sua adolescenza: “Le

poesie, sono legate al liceo...”, e un’altra: “ ... non tengo più un diario intimo dal mio

matrimonio, l’ho fatto solo quando ero ragazza”. Tenere un diario intimo sembra

“ridicolo” a Sylvette, che riempie con applicazione un album di nascita e aggiunge:

“...non ho più l’età”. Questa scrittura si differenzia anche da quella che viene dopo,

quella del crepuscolo della vita, la scrittura dei ricordi e l’autobiografia.

Né diario intimo, né autobiografia di bilancio, né abbondante corrispondenza fra

amiche: è come se la scrittura della nascita fosse la sola forma di scrittura di sé

nell’età della maternità. Esiste quindi un tempo fortemente determinato per le donne,

e il ruolo materno è considerato l’espressione più compiuta della femminilità, poiché

nessun’altra scrittura di sé sembra allora possibile. Si tratta di una scrittura di madre

non soltanto perché le madri ne sono quasi esclusivamente le autrici, ma anche

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perché queste scritture non trasmettono nulla di intimo sulla madre in quanto

individuo. Non esistono album di “mamma” che solleciterebbe l’espressione di sé sul

periodo della gravidanza e sul parto. È dunque una scrittura esclusivamente riducibile

a un discorso sul bambino, come se madre e figlio formassero una coppia

indifferenziata. Quest’impressione è rafforzata dall’ambiguità del soggetto

dell’enunciazione. Si sarebbe volentieri tentati di vedere qui una forma di espressione

contemporanea dello statuto indifferenziato della puerpera e del suo neonato, che gli

etnologi hanno osservato in molte società extraeuropee e nella nostra.(12) Tuttavia,

da noi non riguarda tutte le nascite.

La prima maternità

Di fatto, non tutte le maternità suscitano un pari ardore scrittorio. Pare, e questo è un

aspetto inatteso rivelato dall’inchiesta, che le madri scrivano molto più spesso e

molto più a lungo sul loro primo bambino che su quelli che seguono. Sono loro stesse

a constatarlo con un certo senso di colpa quando si aggrappano al pretesto della

mancanza di tempo, al lavoro o ad altre ragioni oggettive. Questo fenomeno è quasi

generale, anche se questo tipo di ineguaglianza fra figli è considerata molto

riprovevole. Accade anche per le scritture libere. Odile, per esempio, ha cominciato

un quaderno speciale nell’attesa del primo figlio. È una bellissima agenda ricoperta

con carta marmorizzata, con taglio dorato e il segnalibro di cotone giallo. Inizia così:

“Sono due mesi e mezzo che sono incinta, ho pensato spesso di scrivere per

esprimere i miei sentimenti, ma non ho ancora fatto nulla. Come parlare di me

incinta? Eccomi mentre vivo la fierezza e la felicità di portare e di creare in me un

essere che già amo.” Nelle prime pagine Odile fa il punto sui suoi stati d’animo dal

momento della concezione. Poi, quasi quotidianamente, narra le sue giornate, annota

la musica che ascolta, racconta le visite pre-natali, le impressioni sentite durante le

ecografie, e riporta ora per ora il parto. “È chiaro che scrivo più di me che di lui in

questo testo”, constata alla fine del primo mese. Quest’espressione di sé le sembra

giustificare la scelta di un quaderno specifico, mentre tiene già altre scritture

personali: per esempio, riserva ad un altro quaderno le impressioni relative al lavoro e

alla sua vita coniugale. Insomma, il quaderno della nascita dà ogni informazione su di

lei in quanto donna incinta e madre che possa “essere un giorno utile a suo figlio”.

Anche le madri adottive sono particolarmente prolisse, perché il loro “percorso del

combattente” (viaggi all’estero, prove di ogni tipo, incontri, speranze, delusioni) si

presta particolarmente bene all’espressione della loro soggettività di donna alla

ricerca di un oggetto d’amore materno. Testimoniano la loro difficoltà nel diventare

madri, e scrivono a volte delle vere e proprie epopee, come Ti ho trovato in capo al

mondo.(13)

Questi scritti appaiono quindi come quelli della prima maternità, che non solo

rappresenta un’esperienza personale nuova e sconvolgente, di cui tutti gli album

testimoniano, ma istituisce per le donne, oggi come ieri, ancor più che il matrimonio,

il vero passaggio da uno statuto sociale all’altro. Questo fenomeno è attualmente

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amplificato dall’assenza sempre più frequente del rito delle nozze, cosicché la

gravidanza e la nascita costituiscono la primissima tappa della maturità sociale

femminile. Al di là dell’obiettivo consapevole che si propongono - costruire dei

ricordi al loro bambino - sembra che la scrittura della nascita costituisca per le donne

una forma privilegiata d’espressione di sé nel momento del “passaggio” socialmente

più valorizzato della propria vita, l’accesso allo statuto di “madre”.

NONNE, VEDOVE, DIVORZIATE, PENSIONATE

Fare una storia a un bambino non è un compito esclusivamente materno; incombe

anche alla nonna, come spiega questa madre adottiva, intervistata in Québec da H.

Belleau: “Io sono qualcuno che ha bisogno di conoscere la mia storia, le mie radici,

sono anche stata educata così. E trovavo che fosse tanto più importante per dei

bambini adottati. Per esempio, ho comprato un libro ai miei genitori perché scrivano

ai miei figli. Il libro dei nonni. Pensavo che i miei genitori fossero vecchi e mi

dicevo: ‘almeno avranno questo dei loro nonni. Allora l’ho regalato a mamma, mi

pare tre anni fa, per la festa della mamma. Sapevo che non era un regalo, sai [ride],

bisogna riempirlo. Penso che ci siano 25 pagine da riempire, ma sono tre anni che lo

fa. Dice che l’ha finito”.(14) Come sottrarsi a quest’obbligo quando è in gioco il

ruolo di madre e di nonna? Si percepisce qui la forza prescrittiva degli album. Per il

momento in Francia gli album della nonna sono molto meno diffusi di quelli di

nascita, ma la loro pubblicazione corrisponde ad una pratica seguita e alla richiesta

supposta degli acquirenti. L’esame del contenuto di un album molto recente

(pubblicato nel febbraio 1999), intitolato L’album di mia nonna (15) permette di

vedere ciò che ci si aspetta da questa scrittura. Come gli album di nascita, è un libro

con copertina rigida, illustrato, composto da una cinquantina di pagine il cui

sottotitolo ne esplicita la funzione: “Un libro-regalo da riempire con la tua nonna per

conoscerla meglio”. Si rivolge dunque ai bambini e alle loro nonne, assieme alle quali

dovrebbero riempire i riquadri lasciati vuoti apposta. Sulla prima pagina si può

leggere una citazione tratta dal Deuteronomio (16) relativa al dovere di memoria, che

conferisce di primo acchito a quest’impresa ludica una forte legittimità.

Il testo comprende due parti: “La storia di mia nonna” e “Io e mia nonna”. Comincia

in maniera classica con “La genealogia della nonna”, una piramide di caselle vuote da

riempire con nomi, cognomi e date delle vite degli avi dei due rami della famiglia, la

cui cima è occupata da un ragazzino fra i sette e gli otto anni, cioè l’età dell’ideale

destinatario di quest’album: “Chiedi a tua nonna di aiutarti a riempire le caselle. Se ci

riuscite, bravi! Ora ne sai molto di più sulle tue origini!”. Seguono una presentazione

della nonna, una pagina sulla sua nascita, i suoi genitori, i suoi fratelli e sorelle, amici

e amiche, le canzoni che amava, il suo giocattolo preferito, il suo angolino segreto, la

sua più grande birichinata, il suo miglior ricordo, i suoi voti a scuola. Annullando la

distanza del tempo, questa parte ha visibilmente la funzione di avvicinare il bambino

a quella che, una volta, fu anche lei una bambina. Allo stesso tempo i particolari

richiesti sulla vita quotidiana della nonna (“Chiedile come ci si riscaldava, se c’era un

frigo, il telefono, ecc...”) hanno una funzione chiaramente pedagogica. Non si tratta

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soltanto di aiutare il bambino ad inserirsi nella sua ascendenza, ma anche di favorire

il suo apprendimento del tempo e della storia. La seconda parte, “Io e mia nonna”,

propone dei giochi per la conoscenza reciproca. A fianco ad un riquadro vuoto

previsto per incollare la foto del bimbo ancora neonato con la nonna, una pagina

sollecita la scrittura congiunta dei due destinatari: “Raccontami, nonna, di quando ero

piccolo”. Poi segue una foto della nonna oggi, i suoi gusti, il suo carattere, le sue

attività, e quelle svolte insieme dai due protagonisti. Queste pagine hanno dunque

l’obiettivo di creare l’occasione di un nuovo dialogo fra nonna e nipote, insomma di

intensificare i loro scambi.

La sorprendente costruzione di questo album non deve nulla all’immaginazione dei

produttori che, in maniera del tutto evidente, si basano su un’ osservazione reale dei

rapporti fra nonna e nipote intorno alla scrittura. L’esperienza di Lucette, nonna di

sette nipoti (la prima ha 23 anni e l’ultimo qualche mese) che ha cominciato a

scrivere la storia della sua vita dal primo giorno della sua andata in pensione, ne è un

esempio eccellente. Oggi ha finito il primo tomo delle sue memorie, intitolato

“Ricordi d’infanzia”, che va dalla nascita ai mesi precedenti il suo matrimonio; il

secondo e il terzo volume, che dovrebbero raccontare il seguito della sua vita, sono

entrambi redatti a metà. Lucette non procede speditamente come vorrebbe nel suo

“lavoro” - è così che parla della sua scrittura autobiografica - perché è rallentata da

quello che chiama il suo “lavoro” di nonna: “Ho molto lavoro in questo momento:

una nonna si occupa dei suoi figli e dei suoi nipoti. Ne prendo uno con me, poi un

altro... quindi non ho lavorato molto quest’anno!” Associando scrittura del passato e

obblighi di nonna, l’album darebbe dunque una legittimità ad un’attività libera che

potrebbe essere percepita come un hobby che fa da pericoloso concorrente al vero e

proprio “lavoro” di nonna. Notiamo tuttavia che l’impresa autobiografica di Lucette è

stata sostenuta di primo acchito dai suoi figli. Sulla prima pagina del primo volume si

legge: “Voglio qui rintracciare, per i miei figli e i miei nipoti, alcuni episodi della mia

vita, perché sappiano chi è davvero la loro madre e la loro nonna, come ha vissuto

lungo tutta la sua esistenza, attraverso la sua infanzia, la sua gioventù, la sua vita

adolescente, di sposa e di madre di famiglia, il suo periodo di lavoro, quello della

pensione”. Questo volume, che comincia col suo primo ricordo, la nascita del

fratellino nel 1935 (lei aveva 4 anni), e finisce nel 1952, corrisponde perfettamente

alla narrazione sollecitata dagli autori dell’album di cui abbiamo appena parlato:

ricordi d’infanzia, descrizione precisa della casa natale coi dettagli che dovrebbero

far comprendere le differenze storiche (sulla mancanza di comfort e di

elettrodomestici, i vestiti dell’epoca, le attività e i giochi infantili), presentazione

della famiglia, in particolare dei nonni e dei genitori le cui descrizioni sono vive e

sempre positive, dei rapporti coi cugini, col quartiere, con gli amici. Racconta nei

minimi dettagli le birichinate e i giochi infantili, le meravigliose vacanze in

campagna nel villaggio dei nonni, descrive la natura e gli animali. La narrazione si

rivolge soprattutto ai nipoti che vivono in città e che spera meravigliare, divertire e

istruire. Dà le definizioni delle parole che potrebbero non capire, si rivolge

direttamente a loro (“leggerete , avrete una prova”) per attirare meglio la loro

attenzione, ricordando così che questa narrazione è destinata a loro, che il tempo

11

passato a scrivere non viene loro sottratto, ma al contrario completamente dedicato. È

vero che è tanto più consapevole del carattere pedagogico della sua opera, in quanto

la sua vita è segnata da ciò che i nostri contemporanei considerano la grande storia,

quella delle guerre. La cittadina dell’est della Francia dove abitava coi suoi genitori

fu occupata dai tedeschi nel 1939, e tutta la famiglia partì precipitosamente per il sud.

Racconta l’esodo, l’accoglienza calorosa ricevuta dalla sua famiglia, gli anni vissuti

da rifugiata. Non è questo il tipo di narrazione sollecitata nell’album, nel punto in cui

il bambino dovrebbe chiedere a sua nonna di raccontare “un episodio della sua vita

che l’ha segnata di più”?

Questo primo scritto, stampato in cinque copie, è stato regalato ad ognuno dei suoi

figli i quali, dice lei, “l’hanno apprezzato”, e ha stretto i legami con molti dei suoi

nipoti. Prima di mettersi a letto, legge l’inizio del suo “libro” a un suo nipote di Otto

anni, come fosse una storia. Le fa molte domande, chiedendo sempre più dettagli:

perché la nonna aveva rotto il suo salvadanaio per comprare un fratellino? Cosa

diventerà la nonna dopo la sua morte? Nonna e nipote hanno lunghe conversazioni su

questa grave questione. Con una delle sue nipoti, diciassettenne, la complicità intorno

a queste scritture è ancora più forte, perché lei si interessa molto “a tutto questo”, dice

la nonna, cioè al suo passato, alla storia (ha fatto molte domande sulla guerra, periodo

che stava studiando al liceo) ma anche alle scritture personali. Lei stessa tiene un

diario che lascia dalla nonna, per essere più sicura, autorizzandola anche a leggere,

tanto si sente in confidenza con lei. Non le confida forse i suoi piccoli segreti, il nome

dei suoi innamorati, e soprattutto la mancanza di intesa con sua madre? Come mostra

chiaramente la seconda parte dell’album, le scritture della nonna sono un pretesto per

dialoghi rinnovati, per l’approfondimento delle relazioni privilegiate che una nonna

dovrebbe avere coi nipoti sin dalla loro nascita.

QUALE IDENTITÀ FEMMINILE?

Il tempo della nonna sarebbe dunque l’ultima tappa di un percorso di donna,

fatto di tempi successivi e discontinui: quello della ragazza, della sposa, della madre,

ognuno associato ad una scrittura particolare, e che esprime delle soggettività diverse.

L’incontro amoroso, seguito dalla costituzione della coppia (e dal matrimonio), così

come la prima maternità, costituirebbero ancora i passaggi principali che definiscono

questi diversi “stati di donna” messi in evidenza per le società rurali da Yvonne

Verdier e inscritti nella lunga durata europea. Queste rappresentazioni dell’identità

femminile sono confermate dall’etnografia del mondo dell’al di là. Fra gli esseri

liminali che formano la coorte degli spiriti, a fianco a quelli che non hanno vissuto il

tempo normale della loro vita (i morti prematuri) figurano gli esseri che non hanno

compiuto un passaggio essenziale: i non battezzati, certo, ma anche, per le donne e

soltanto per loro, la fidanzata, la donna morta di patto, la zitella. Tutte figure di donna

dall’identità incerta, dal destino incompiuto. E’ la forza di un sistema simbolico che

lega la sorte postuma delle donne al compimento del loro destino sociale, esso stesso

ancorato nelle rappresentazioni della loro fisiologia, quella della donna mestruata,

feconda, in menopausa, come ha dimostrato Y. Verdier (17). L’analisi di Nathalie

12

Heinich sulle rappresentazioni della figura della femminilità nella letteratura

occidentale fra il XVIII e il XX secolo prolungano quest’analisi partendo da un altro

punto di vista (18). Mostra in effetti che “il campo delle possibilità strategiche”

offerto alle donne attraverso le figure della fiction forma una configurazione

relativamente stabile, fatta di un piccolo numero di “stati” che si escludono l’un

l’altro (ragazza da marito, sposa e madre, amante, nubile), che determina un’identità

femminile sempre frammentata. Questi “stati” riposano “sui due criteri dello statuto

che sono il modo di sussistenza economica da un lato, e la disponibilità sessuale

dall’altra”. I romanzi espongono in maniera complessa la maniera in cui le eroine

assumono, evitano, rifiutano o sperimentano questi diversi stati, in un momento della

modernità in cui il libero volere dell’individuo si allontana, a volte in maniera

dolorosa, dal sistema tradizionale. (19) Con la prima guerra mondiale, con gli

sconvolgimenti che modificano le modalità della dipendenza economica delle donne

appare tuttavia una nuova figura, quella della donna libera, della “donna non legata”,

secondo l’espressione di N. Heinich.

L’analisi delle forme attuali delle scritture quotidiane delle donne conferma la

forza dei modelli identitari di lunga durata, ma anche i cambiamenti contemporanei.

Forse si potrebbe prolungare l’analisi di Y. Verdier: alla preparazione del corredo,

che apriva il lungo tempo dell’attesa della vita di ragazza, è seguito l’apprendimento

della scrittura nel lungo tempo della scuola. Con la scolarizzazione di massa delle

ragazze la penna ha sostituito l’ago, il testo dei quaderni ha rimpiazzato il tessuto sul

quale potevano scrivere i ricami colorati dei loro sogni sentimentali (20). Come il

ricamo, la scrittura del diario intimo è un atto solitario che implica anche immobilità

del corpo e abilità manuale, entrambe metafore di un’attesa attiva. Come avveniva

una volta negli atelier di cucito, oggi lo scambio di scritture nel gruppo delle ragazze

di una classe sembra diventare un luogo privilegiato per l’apprendimento delle delizie

delle frivolezze e dei segreti della seduzione. Ma la scrittura dei quaderni o dei diari

intimi dipende dalla volontà individuale di quelle che vi si dedicano. Non ha la forza

prescrittiva del passaggio obbligato costituito in altri tempi dal ricamo del corredo

sotto l’autorità della madre, della religiosa o della maestra di scuola. Contrariamente

all’ago e agli spilli, la penna è anche lo strumento dell’accesso alla cultura scritta e

all’autorità sociale, e dunque quello di una possibile emancipazione delle donne al di

fuori dei ruoli femminili tradizionali.

Le scritture quotidiane femminili rivelano anche i cambiamenti dello statuto

delle donne nel campo della famiglia ad ogni tappa del loro percorso. Così i quaderni

delle liceali testimoniano il loro padroneggiamento della contraccezione e del valore

attribuito alla verginità: la grande questione per loro non è più soltanto incontrare il

principe azzurro, ma anche sedurlo sessualmente, il che non è privo di contraddizioni,

perché si tratta di provare i loro poteri di seduzione pur abbandonandosi ad

un’esperienza intima dal forte significato sentimentale e relazionale. Secondo Michel

Bozon, questa è l’occasione del primo grande malinteso coi ragazzi, quando si sa che

per loro questa tappa iniziatica è innanzitutto una ricerca di sé, un modo di affermare

a se stessi la propria virilità. (21) Inoltre le scritture femminili sono il luogo

13

d’espressione della scelta elettiva nei rapporti familiari e del ruolo dominante delle

Gli inviti nuziali che preparano sono invenzioni tanto

donne in quest’evoluzione.(22)

nella forma che nel contenuto. Affermano la loro individualità attraverso la scelta di

coloro che annunciano il matrimonio (genitori e suoceri, integrazione di nuovi

genitori), (23) come attraverso quella dello svolgimento stesso delle nozze, a lungo

organizzato dai genitori degli sposi. La scrittura della nascita esprime anche la

decisione di diventare madre, a maggior ragione la scrittura dell’adozione. Abbiamo

visto anche come tenere un album permetta alla madre di fabbricare al bambino la

sua storia e la sua rete relazionale. Il rifiuto di scritture troppo chiaramente associate

ad un codice di comportamento rituale giudicato conformista è anche segno di

profondi cambiamenti: numerose sono le coppie che non si sposano o che rifiutano di

annunciare le loro nozze, o delle loro seconde nozze, e molte sono anche le madri che

rifiutano gli album di nascita dal contenuto troppo normativo (qual è il posto dato

all’illegittimità?) o giudicato troppo “melenso”, e che gli preferiscono una scrittura di

sé più originale.

Fra le donne di elevato livello culturale si sviluppa oggi una scrittura legata ad

un’ideale realizzazione personale. La frequenza delle scritture fra le donne sole

all’età della maternità è particolarmente significativa di questa situazione transitoria.

Da una parte testimonia anch’essa un cambiamento importante nella famiglia, il

numero crescente di donne che vivono sole: nel 1994, in Francia, più di un quarto

delle donne (il 26% delle donne fra i ventuno e i quarantaquattro anni) nubili, vedove

e divorziate dichiarano di non vivere in coppia. D’altra parte è segno di una crisi

identitaria che Jean-Claude Kaufmann analizza da sociologo nel suo ultimo libro La

femme seule et le prince charmant [La donna sola e il principe e azzurro].La

solitudine è una questione che le tormenta, così come il loro ambiente,

particolarmente propizio alla riflessività e alle scritture di sé. Queste donne scrivono

molto, corrispondono coi giornali che si interessano a loro (del resto è un insieme di

circa 300 lettere inviate a Marie Claire il corpus principale alla base delle analisi di

J.-C. Kaufmann), (24) tengono dei diari intimi. La scrittura appare come uno

strumento di ricerca identitaria, di fronte alle contraddizioni di una situazione vissuta

fra lacrime e riso, in una tensione fra amore per la libertà e tristezza di non vivere il

grande amore o, come scrive N. Heinich parlando della “donna non legata”, nell’

“ambivalenza dello statuto diviso fra questa felicità innegabile che è l’assenza di

vincoli e quest’infelicità appena confessabile che è la mancanza di legami”. (25) Lo

studio di questa corrispondenza conferma l’importanza di questo alternarsi degli stati

d’animo, legata all’ossessionante, agognata presenza dell’uomo (la figura moderna

del principe azzurro) e alla sua assenza nella realtà. Ma rivela anche che il gruppo

delle donne solitarie fortemente investite in un’attività professionale valorizzante

rivendica più spesso la propria solitudine come condizione della propria autonomia.

“Alla ricerca dell’identità perduta”, questo è il titolo del capitolo che N. Hei-

nich dedica alle “donne non legate”, sempre più numerose nei romanzi fra le due

guerre. Donne fra le quali si distinguono in maniera evidente le figure della scrittrice

e della divorziata. La rottura coniugale e la scrittura: queste sarebbero le due vie

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AUTORE

flaviael

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DETTAGLI
Esame: ETNOLOGIA
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di ETNOLOGIA e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sarnelli Enrico.

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