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allora la crisi sarà superata. Se i tentativi di recupero non hanno successo o se non ce ne sono, allora la crisi

democratica entra nella sua seconda fase, in cui si hanno le condizioni di base che conducono al crollo del

regime se contemporaneamente: la radicalizzazione si spinge fino al punto di distruggere il centro politico;

c'è una crescente violenza; si ha una crescita di politicizzazione dei poteri neutrali. La politicizzazione dei

poteri neutrali è quel processo che investe l'esercito e/o la magistratura e/o altre strutture di autorità disegnate

dalla costituzione come istituzioni neutrali, garanti dell'ordinamento giuridico e politico, e consiste nella

creazione di un collegamento con alcune forze politiche. Questo schema può considerarsi valido però tutti i

casi di crollo democratico degli anni '20 e '30 in Europa occidentale. Negli anni successivi alla seconda

guerra mondiale è profondamente mutato il contesto internazionale: la Nato e l'UE portano a forme di

cooperazione e integrazione e formano una sorta di rete di protezione per tutte le democrazie europee. Anche

le strutture socioeconomiche sono cambiate profondamente, sia per reazione alla guerra, sia in termini di

sviluppo capitalistico. C'è stata poi una grande espansione del ruolo dello stato nei suoi rapporti con la

società in termini di crescita del pubblico impiego, di quantità delle risorse spese dallo stato, di programmi di

sicurezza sociale e sviluppo del sistema di pubblica istruzione. I partiti sono cambiati in termini di

organizzazione, uso dell'ideologia e altri aspetti, così come i sindacati. Tutte queste considerazioni hanno

reso improbabile il crollo democratico, ma non la crisi, quindi si hanno crisi senza crollo: non si ha

necessariamente una forte crescita di radicalizzazione, anzi ci può essere la tendenza a deradicalizzarsi; non

si hanno contemporaneamente le tre condizioni che caratterizzano la seconda fase della crisi; la

politicizzazione dei poteri neutrali è sostanzialmente assente; manca la distruzione del centro. Sono crisi

senza crollo le crisi democratiche europee degli anni '70. Pur rilevando che da paese a paese il fenomeno

varia nella sua intensità e in certe caratteristiche, si evidenzia come al centro delle crisi europee ci sia

l'esplosione dei bisogni, delle aspettative e la relativa crescita delle domande al governo. Le strutture del

regime democratico possono diventare incapaci di selezionare le troppe domande e incapaci di dare

soddisfazione ad esse per mancanza delle risorse necessarie. La risposta essenziale è stata la crescita

dell'intervento statale nell'economia e l'esplosione del debito pubblico.

Gli autori che si sono occupati della governabilità e del sovraccarico delle domande forniscono alcune

spiegazioni generali facendo riferimento a: trasformazioni culturali tali che il senso dell'autorità ne esce

indebolito; mutamenti sociali profondi per cui è più facile organizzarsi e mobilitarsi; inflazione. Queste

spiegazioni si possono considerare relativamente soddisfacenti rispetto alla domanda “perché crisi?” ma non

lo sono rispetto alla domanda “perché crisi senza crollo?”. Fattori che rendono più improbabile il crollo:

grado di consolidamento raggiunto dalle istituzioni democratiche; enorme espansione dei gruppi sociali il cui

reddito o altri benefici dipendono dal regime democratico; assenza di alternative politiche non democratiche.

L'instaurazione democratica

La dinamica di un regime democratico è racchiusa in cinque diversi processi: transizione, instaurazione,

consolidamento, stabilità, crisi.

La transizione è il periodo intermedio in cui il regime ha abbandonato alcuni caratteri determinanti del

precedente assetto istituzionale senza avere acquisito tutti i caratteri del nuovo regime che sarà instaurato.

Poiché in numerosi casi il regime di partenza è un regime autoritario, la transizione inizia quando

cominciano ad essere riconosciuti i diritti civili e politici alla base di ogni assetto democratico. Può

considerarsi conclusa quando risulta evidente la direzione democratica presa dalla transizione. Si parla di

discontinuità della transizione quando c'è un cambiamento operato attraverso una rotture delle regole del

regime. La continuità invece denota l'ipotesi in cui un regime autoritario comincia a cambiare gradualmente

seguendo le stesse regole previste da quel regime però il suo mutamento interno. La condizione principale

del mutamento continuo è che l'élite governante del regime autoritario svolga un ruolo centrale nella

transizione. Tale élite si serve delle vecchie norme, da una parte, per poter procedere a un cambiamento

controllato, e, dall'altra, per poter legittimare meglio e più facilmente il processo di trasformazione presso i

settori sociali legati al vecchio regime. Le ragioni per cui una tale élite dovrebbe decidere per il cambiamento

è che percepisce che non può bloccarlo oppure ritiene che le convenga addirittura assecondarlo pilotando la

trasformazione in modo da poterla controllare e ottenere l'appoggio dell'opposizione moderata e isolare

quella più estremista.

Con instaurazione democratica si intende un processo che comporta un allargamento completo e un

riconoscimento reale dei diritti civili e politici, l'emergere di un sistema partitico ma anche sindacati e altri

gruppi, l'adozione delle principali istituzioni democratiche. L'instaurazione democratica è completata quando

termina la costruzione delle principali strutture del regime.

Riguardo gli attori, è opportuno distinguere tra attori interni al precedente regime non democratico (cioè

sostenitori dello stesso) e attori esterni ad esso, tra i quali ci possono essere attori internazionali. È possibile

che la transizione sia provocata da attori esterni, ma l'instaurazione abbia come protagonisti attori interni. Gli

attori istituzionali interni sono le forze politiche autoritarie (es. esercito) che sono indotte ad intraprendere e

cercare di pilotare l'instaurazione. Non sempre però queste forze riescono a mantenere il controllo del

mutamento. Si può poi distinguere tra attori interni governativi e attori interni non governativi, cioè le forze

politiche che hanno prima sostenuto il regime autoritario e successivamente se ne sono allontanate.

Abbastanza frequente il caso in cui gli attori moderati e una parte dell'opposizione si salda un interesse al

cambiamento e quindi un'alleanza. Molto raro è che le forze politiche all'opposizione nel periodo autoritario

diventano le protagoniste del mutamento. Se l'opposizione è protagonista della transizione, allora solitamente

è un'opposizione armata e l'esito di quel processo non è democratico. Se non si tratta di un'opposizione in

grado di avere un proprio potenziale coercitivo, raramente è in grado di prendere l'iniziativa. L'instaurazione

ha tanto maggiori probabilità di successo quanto più ampia è la coalizione fondante, cioè quanto più vi

partecipano tutte le forze presenti e politicamente attive nel paese. La coalizione può anche concludere

accordi che, per Schmitter, tendono a ridurre inizialmente competitività e conflitto, modificano in prospettiva

i rapporti di potere, mettono in moto processi politici nuovi, e alla fine possono dare esiti diversi, anche ben

distanti dalle intenzioni dei promotori. Ci può essere il caso in cui sono presenti e organizzati attori di

sinistra, ma non di destra, o il contrario, ma può esserci anche la presenza degli uni e degli altri. Dal punto di

vista del successo dell'instaurazione e del consolidamento l'ultima eventualità è quella più favorevole.

Durante l'instaurazione democratica le élite svolgono il ruolo centrale: quelle del vecchio regime, quelle

prima all'opposizione e le nuove élite che fanno il loro ingresso in politica. Spesso però nella fase della

transizione e in quella iniziale dell'instaurazione c'è un grado di partecipazione di massa. Ciò significa la

possibilità di mettere in campo risorse di pressione e influenza che saranno usate dagli attori di élite nel

confronto-scontro durante l'instaurazione. Elemento che caratterizza le diverse modalità di instaurazione è la

continuità/discontinuità delle strutture amministrative e giudiziarie del nuovo regime. Il problema in primo

piano è quello della legittimazione del regime: da una parte una maggiore continuità può rendere più facile e

indolore l'accettazione del nuovo regime da parte di tutto il personale presente anche nel precedente quadro

istituzionale; dall'altra parte una maggiore discontinuità rende più facilmente legittime le nuove istituzioni

per gli strati sociali legati alla ex opposizione ed esclusi dal regime precedente. La soluzione preferita è

molto spesso un contemperamento delle due esigenze oppure il mantenimento della continuità, mentre la

discontinuità è più rara.

Ci sono delle variazioni nei risultati del processo di instaurazione a causa delle tradizioni politiche del paese

(se nel paese ci sono state esperienze conflittuali e violente, il ricordo dei costi umani di quell'esperienza

favorirà moderazione e disponibilità al compromesso) e dell'esistenza e del grado di affermazione di una

precedente politica democratica di massa (si può parlare in questo caso di ridemocratizzazione).

Un'esperienza democratica precedente influisce sul nuovo assetto democratico attraverso meccanismi di

trasmissione della cosiddetta “memoria storica”, cioè i meccanismi tradottisi in continuità nella leadership

partitica, nell'organizzazione dei partiti, nelle aree di forza elettorali, ecc. Il tempo trascorso dalla precedente

esperienza democratica e il tipo di autoritarismo immediatamente successivo rendono più o meno forte

l'influenza dell'eredità di quell'esperienza di politica democratica di massa. Essa è più rilevante per il nuovo

regime se è durata più a lungo e quanto più breve è stata la parentesi autoritaria e meno “forte” il regime

autoritario. Le scelte istituzionali operate all'inizio della nuova instaurazione sono spiegate o dalla

riproposizione delle vecchie istituzioni o dalla reazione al ricordo dei difetti e dei fallimenti delle istituzioni

democratiche precedenti. Quanto ai partiti e al sistema partitico, una parte della nuova élite democratica è

formata da vecchi leader del periodo precedente. La ricostituzione di partiti con gli stessi nomi, gli stessi

centri di forza elettorale, non significa però formazione degli stessi sistemi partitici. Il tipo di regime non

democratico precedente è importante. Per quanto riguarda il partito unico, che è il principale veicolo di

partecipazione, si creano fedeltà potenzialmente durature e che possono sopravvivere nella nuova realtà

democratica. La disarticolazione della società civile e la distruzione delle identificazioni politiche sono

rilevanti per l'instaurazione perché rendono più difficili l'attivazione della società civile e la creazione di

nuove identità sociali e politiche. Si deve considerare anche il grado di organizzazione dell'opposizione

durante il regime autoritario: un'opposizione democratica più o meno organizzata e presente nell'ultima fase

autoritaria costituisce un'enorme differenza per l'instaurazione. I partiti che formano quell'opposizione

potranno immediatamente occupare lo spazio politico creato dalla liberalizzazione delle fasi iniziali di

transizione ed instaurazione.

Il consolidamento

Il consolidamento democratico è il processo di definizione nei suoi caratteri essenziali e di adattamento in

quelli secondari delle diverse strutture e norme democratiche. L'instaurazione può sfociare nel

consolidamento, ma anche in un cambiamento di direzione o in una nuova crisi del sistema politico. Il

consolidamento è quindi uno dei possibili processi che si innescano al termine dell'instaurazione. Il processo

può svolgersi secondo modalità molto diverse, ma comunque resta contraddistinto da due sub-processi di

fondo: legittimazione e ancoraggio.

La legittimazione è l'accettazione e il sostegno delle strutture del regime da parte della società, ma anche

delle élite. Porta al consolidamento del regime e si sviluppa in alcuni ambiti precisi. Il 1° ambito riguarda la

“messa in opera” e il mantenimento del compromesso democratico, ovvero il modo in cui viene accresciuta o

mantenuta e ricreata la legittimazione democratica. Il 2° ambito riguarda il rispetto della legalità, come

capacità delle élite di governo e dei propri apparati di porsi come garanti del rispetto delle leggi e delle

decisioni assunte e come accettazione della legge da parte della società. Questo elemento consente

l'attivazione e il funzionamento concreto del compromesso democratico in quanto dà un quadro definito di

“certezza del diritto”. Il 3° ambito riguarda la neutralità o neutralizzazione dei militari. Il consolidamento è

possibile solo se questo problema è già risolto o se hanno successo politiche che portano a soluzione quel

problema. Il 4° ambito riguarda i gruppi imprenditoriali privati, che sviluppano un qualche grado di

accettazione delle istituzioni se vedono garantiti pienamente i loro interessi.

Le ancore sono strutture istituzionali che sono il cuore effettivo del consolidamento in quanto consentono di

giungere a un qualche risultato anche in presenza di una legittimità ridotta. La teoria dell'ancoraggio mostra

l'esistenza e l'azione di quattro ancore nel processo di consolidamento: 1. il sistema partitico che lascia poco

spazio per trasformazioni e cambiamenti sostanziali; 2. il condizionamento da parte dei partiti dei gruppi di

interesse; 3. i rapporti clientelari che tengono gli individui legati a certi assetti partitici ed istituzionali che

garantivano l'erogazione delle risorse pubbliche su base personalistica; 4. assetti neo-corporativi che

attraverso accordi triangolari (imprenditori-governo-sindacati) consentono la stabilizzazione del regime

democratico. L'ipotesi centrale della teoria dell'ancoraggio è che quanto minore è la legittimità goduta da un

certo assetto democratico tanto più forti e sviluppate devono essere una o più ancore; e se esiste o si sviluppa

gradualmente un'ampia legittimazione allora le ancore possono rimanere deboli e non sono essenziali al

consolidamento.

Se ha successo il consolidamento, il regime democratico diventa stabile. L'esito del consolidamento debole è

l'instabilità. Con il termine stabilità si intende la prevedibile capacità di durata del regime democratico.

I nuovi problemi

All'inizio del XXI secolo i problemi più importanti che si presentano alle democrazie contemporanee sono

tre, tra loro connessi. Il 1° è se e come sia possibile costruire e consolidare una democrazia su base

sovranazionale o come l'UE possa diventare una democrazia. Il 2° riguarda la stessa area geopolitica,

l'Europa: procedere nell'unificazione può allontanarci dalla realizzazione di democrazie ad alta qualità. Le

democrazie vanno studiate in relazione alla realizzazione e al rispetto effettivo di tutti i diritti politici e civili,

ma anche dei diritti sociali connessi agli istituti di welfare. Il 3° problema riguarda un'altra area geografica,

l'America Latina e l'Europa orientale, ed è quello della qualità democratica: come realizzare una democrazia

in cui i diversi diritti siano più efficacemente garantiti. A questo proposito O'Donnell usa l'espressione

“democrazia delegata”: democrazie in cui la responsabilità o accountability elettorale dei governanti nei

confronti dei governati non esiste. Il problema si può sintetizzare anche nella domanda se la democrazia sia

effettivamente un bene esportabile. Povertà, bassa istruzione, resistenze diffuse di élite tradizionali, ma anche

una cultura politica in cui dissenso, opposizione e competizione non sono considerate positivamente,

limitano le possibilità concrete di consolidare una democrazia di qualità. È quindi più facile esportare una

democrazia minima. Il tema concreto di quali siano le strategie migliori per esportare la democrazia è

particolarmente rilevante. In certe aree geografiche esistono diffusi atteggiamenti di critica e

delegittimazione della strategia di promozione della democrazia attraverso la guerra. Si tratta di un aspetto

emerso con forza all'indomani dell'intervento americano in Iraq. Promuovere la democrazia significa mettere

in campo un'azione mirata ad instaurare le istituzioni democratiche da parte di attori internazionali; creare

opportunità per le élite democratiche interne di sostenere quelle istituzioni con incentivi; indebolire gli attori

che sono contrari alla democrazia e sostengono altri modelli di regime; giungere a far approvare le leggi

indispensabili per la democrazia; riuscire con il passare del tempo ad applicare quelle leggi facendole

accettare dalla società civile. La strategia deve fissarsi su quattro aspetti complementari: costruzione di una

burocrazia funzionale; rafforzamento degli attori interni favorevoli al cambiamento democratico e il relativo

indebolimento degli attori contrari; coordinamento degli sforzi di diverse organizzazioni internazionali e

governi con obiettivi democratici comuni.

Partecipazione politica e movimenti sociali

La partecipazione politica è stata definita come il coinvolgimento dell'individuo nel sistema politico a vari

livelli di attività, dal disinteresse totale alla titolarità di una carica politica. In una concezione più limitata,

essa comprende quei comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il processo politico.

La selettività della partecipazione

Milbrath ha individuato le forme convenzionali di partecipazione graduate in relazione all'impegno richiesto:

esporsi a sollecitazioni politiche; votare; avviare una discussione politica; cercare di convincere un altro a

votare in un certo modo; portare un distintivo politico; avere contatti con un funzionario o con un dirigente

politico; versare offerte in denaro ad un partito o a un candidato; assistere a un comizio o ad un'assemblea

politica; contribuire ad una campagna politica; diventare membro attivo di un partito politico; partecipare a

riunioni in cui si prendono decisioni politiche; sollecitare contributi in denaro però cause politiche;

candidarsi a una carica elettiva; occupare cariche politiche o di partito.

Ricerche condotte a partire dagli anni '60 hanno rilevato che la democrazia convive con tassi molto bassi di

partecipazione. Teoricamente una democrazia funzionante ha bisogno di cittadini informati sulle tematiche

politiche, attivamente impegnati rispetto ad esse, e capaci di esercitare influenza sulle decisioni pubbliche.

Ma gli studi sul comportamento politico mettono in dubbio questo modelli: i cittadini non sono bene

informati, né profondamente impegnati, e neppure particolarmente attivi. La quantità di persone coinvolte si

riduce man mano che si sale nel grado di impegno; aumenta quindi, ad ogni passaggio, il grado di selettività

della partecipazione.

Secondo Milbrath e Goel i livelli più alti di partecipazione riguardano, a parità di condizioni: coloro che

hanno livelli più elevati di istruzione; chi proviene dai ceti medi rispetto a chi fa parte della classe operaia;

gli uomini rispetto alle donne; le persone in coorti intermedie di età (non troppo giovani né vecchie); gli

sposati rispetto agli scapoli; coloro che risiedono in città rispetto a chi vive in aree rurali; chi vive da molto

tempo in un luogo rispetto a chi si è appena trasferito; coloro che appartengono a maggioranze etniche;

coloro che sono impegnati in associazioni di volontariato e/o in organizzazioni di vario tipo. In generale,

tanto più alto è lo status sociale di un individuo, tanto più egli tende a partecipare: le disuguaglianze sociali

ed economiche si riflettono in diseguaglianza politica. Chi ha più alto status ha sia risorse materiali (denaro)

sia risorse simboliche (prestigio) da investire nella partecipazione. Chi ha prestigio ha anche maggior

influenza. Chi ha alto status sa come si fa a partecipare, dato che con lo status aumenta l'istruzione e chi è più

istruito sa meglio cosa fare quando vuole affermare i suoi interessi. Se chi ha alto status sociale capisce il

discorso dei politici, e pensa di sapere come influenzarli, chi non ha queste risorse accetta la sua

incompetenza, delegando ad altri l'intervento politico. È questo sentimento di incompetenza, dunque, e non

l'assenza di opinioni, ad allontanare questi ultimi dalla partecipazione. Coloro che si collocano in una

posizione centrale dal punto di vista sociale hanno anche un vantaggio psicologico: istruzione e prestigio

danno anche fiducia in se stessi. L'eguaglianza politica è un'utopia, ed altrettanto utopistica si è rivelata la

speranza diffusa che la democrazia, dando potere ai cittadini in condizioni sociali svantaggiate, avrebbe

portato ad abolire i privilegi (essendo più numerosi dei privilegiati, coloro che partivano da condizioni

svantaggiate avrebbero dovuto sfruttare a proprio vantaggio i diritti politici). Le diseguali capacità di

utilizzare i diritti di partecipazione spiegano il parziale fallimento nell'utilizzare il potere del numero per

superare le diseguaglianze economiche e sociali.

Le forme nuove della partecipazione

Dagli anni '70 c'è stata una rapida crescita di nuove forme di partecipazione politica: scrivere a un giornale;

aderire a un boicottaggio; autoridurre tasse o affitto; occupare edifici; bloccare il traffico; firmare una

petizione; fare un sit-in; partecipare ad uno sciopero selvaggio; prendere parte a manifestazioni pacifiche;

danneggiare la proprietà; usare violenza contro le persone. Dagli anni '70 nelle democrazie occidentali

gruppi sempre più ampi di cittadini sono disponibili a fare ricorso a forme d'azione non convenzionali per

presentare le loro domande al sistema politico. Incrociando la partecipazione ad attività convenzionali e

quella ad attività non convenzionali si possono distinguere cinque categorie di cittadini: inattivi (al massimo

leggono di politica o firmano una petizione); conformisti (si impegnano un po' di più nelle attività

convenzionali); riformisti (partecipano in modo convenzionale ma ampliano anche il repertorio politico fino

ad abbracciare forme legali di protesta, dimostrazioni o boicottaggi); attivisti (ampliano il repertorio al suo

massimo livello, in alcuni caso fino ad includere forme non legali di protesta); protestatari (usano tutte le

forme non convenzionali e rifiutano le forme convenzionali di partecipazione). Una ricerca ha confermato

che almeno fino al 1990 la partecipazione politica in Europa occidentale è cresciuta di molto (partecipazione

convenzionale stabile, non convenzionale cresciuta). Si è ridotta la differenza nei tassi di partecipazione

legata a genere, età e livelli educativi, così da far parlare di una “rivoluzione partecipativa”. All'inizio del

nuovo millennio i cittadini sono divenuti più distanti dai partiti politici, più critici delle élite e istituzioni

politiche, e meno positivamente orientati rispetto ai governi.

I movimenti sociali

Il concetto di movimento sociale si riferisce a: a) reti di interazioni prevalentemente informali, basate b) su

credenze condivise e solidarietà, che si mobilitano su c) tematiche conflittuali attraverso d) un uso frequente

di varie forme di protesta. a): i movimenti sociali sono composti da reticoli dispersi e debolmente connessi di

individui che si sentono parte di uno sforzo collettivo. Non sono organizzazioni ma piuttosto reti di relazioni

che possono includere o meno anche organizzazioni dotate di una struttura formale. b): membri condividono

un proprio sistema di credenze, dando vita a nuove identità collettive. Caratteristica dei movimenti è, infatti,

l'elaborazione di visioni del mondo e sistemi di valori alternativi rispetto a quelli dominanti. c): i valori

emergenti sono alla base della definizione dei conflitti di natura politica e/o culturale, volti a promuovere o

ostacolare il mutamento sociale. d): i movimenti sociali si caratterizzano per l'adozione di forme inusuali di

comportamento politico. Molti studiosi individuano la distinzione fondamentale tra i movimenti e altri attori

politici nell'utilizzo da parte dei primi della protesta come modo di fare pressione politica. Per protesta si

intende una forma non convenzionale di azione che interrompe la routine quotidiana. Chi protesta si rivolge

in genere all'opinione pubblica, prima ancora che ai rappresentanti eletti. Chi protesta può tentare di

esercitare pressione attraverso la minaccia di un potenziale danno, la mobilitazione di un numero consistente

di cittadini, o l'adozione di forme d'azione ad alto impatto simbolico.

Alcune forme di protesta si avvicinano al modus operandi di una battaglia: la logica è quella del potenziale

danno materiale. Nella sua forma più estrema, questa logica d'azione si riflette nella violenza politica, che

mira ad infliggere perdite materiali a chi viene considerato come nemico. La rottura della routine ha

soprattutto valore simbolico: il danno non è quello derivante nell'immediato da uno specifico blocco stradale

o da un attentato, ma l'effetto di delegittimazione dello Stato. Un'altra logica d'azione cui si rifanno numerose

forme di protesta è la logica dei numeri. Gli effetti dei movimenti dipendono in buona misura dal numero dei

loro sostenitori: quanto maggiore sarà il numero dei dimostranti tanto maggiore sarà non solo il disturbo

prodotto nell'immediato, ma anche il potenziale di perdita di consenso per il governo che non accettasse di

negoziare con essi. Soprattutto a partire dagli anni '70, si sono sviluppate forme di protesta che possiamo

definire come basate su una logica della testimonianza. L'obiettivo principale degli attivisti appare

dimostrare, con il proprio esempio, la possibilità di agire collettivamente in vista di scopi universali.

Il nuovo ciclo di protesta, divenuto visibile con la contestazione del Millennium Round dell'Organizzazione

mondiale del commercio a Seattle nel dicembre del 1999, ha rinnovato l'attenzione degli studiosi verso le

forme di partecipazione politica non convenzionali. La ricerca sui movimenti sociali post-Seattle ha

sottolineato la crescente rilevanza della dimensione transnazionale della protesta. Registrando la crescita di

un movimento globale gli studiosi hanno visto il moltiplicarsi delle organizzazioni di movimento sociali

transnazionali, l'emergere dell'attenzione ad una giustizia globale, gli atteggiamenti cosmopoliti degli

attivisti, le campagne di protesta sovranazionali, contro target internazionali. Una struttura organizzativa

altamente flessibile, con proteste organizzate attraverso internet da ampi reticoli di associazioni, è vista da

alcuni come la migliore soluzione di adattamento alle tendenze globali, mentre altri la percepiscono come

segnale dell'incapacità di costruire organizzazioni durevoli. Le nuove tecnologie della comunicazione (in

primo luogo internet) hanno decisamente ridotto i costi della mobilitazione e hanno anche facilitato

interazioni trasversali tra differenti aree e movimenti. I caratteri tanto transtematici quanto transnazionali dei

movimenti costituiscono una novità in un panorama che sembrava caratterizzato dalla specializzazione su

singoli temi. Le dimostrazioni di massa hanno spesso luogo durante i controvertici, iniziative di livello

internazionale organizzate durante i summit ufficiali in cui si affrontano gli stessi temi sebbene da un punto

di vista critico. Nuove forme di azione diretta si sono intrecciate con una mobilitazione del cittadino come

consumatore (es. attraverso il sostegno al commercio equo e solidale o il boicottaggio di alcuni prodotti però

protestare contro condizioni di particolare sfruttamento dei lavoratori e processi produttivi inquinanti). Nelle

proteste dell'ultimo decennio culture diverse si sono intrecciate insieme in un discorso più ampio che ha

assunto il tema dell'ingiustizia sociale come un collante. A livello transnazionale, le rivendicazioni sono

connesse a valori come l'uguaglianza, la giustizia, i diritti umani, la protezione dell'ambiente. In parallelo, il

nemico è stato individuato nella globalizzazione neoliberista, definita come dominio del mercato a danno dei

diritti dei cittadini. Bersaglio di queste azioni sono le politiche delle organizzazioni finanziarie internazionali

(Banca mondiale, fmi, omc), ma anche le scelte politiche dei governi nazionali.

Mobilitazione delle risorse e partecipazione

Dagli anni '70 si è sviluppata una corrente di studi che ha considerato i movimenti sociali come parte del

normale processo politico, centrando l'analisi sui processi di mobilitazione delle risorse necessarie all'azione

collettiva. In questa prospettiva i movimenti sociali agiscono in modo razionale, propositivo e organizzato.

Le azioni di protesta derivano da un calcolo di costi e benefici. La ricerca ha sottolineato il ruolo degli

imprenditori politici nel mobilitare lo scontento, ridurre i costi dell'azione, utilizzare e creare reti di

solidarietà, distribuire incentivi ai membri, acquisire consensi all'esterno. È bene distinguere tra risorse e

motivazioni individuali e risorse e motivazioni di gruppo. A livello di gruppo, più una categoria sociale è

organizzata e più è capace di prendere parte effettiva alla vita politica. L'organizzazione può quindi

compensare l'assenza di altre risorse. La partecipazione è facilitata dall'appartenenza ad organizzazioni

formali che spesso operano come canali di reclutamento, accanto alle adesioni organizzative formali, un

ruolo rilevante nel favorire la mobilitazione ha l'inserimento degli individui in reti, anche informali, di

conoscenze e amicizie. Le reti di relazione contribuiscono a formare idee e valori, e la frequentazione

reciproca genera affetti e solidarietà che cementano il gruppo. Tilly ha sostenuto che la mobilitazione dei

gruppi è influenzata dal loro livello di catnet, sintesi di caratteristiche legate alla categoria sociale e densità

dei network sociali. Infatti, il passaggio da una categoria (come aggregato di individui che condividono

determinate caratteristiche) a un gruppo sociale (come comunità capace di azione collettiva) è facilitato dalla

presenza contemporaneamente di specifici tratti categoriali e di reti di relazioni che legano tra loro i soggetti

che tali tratti condividono. Il ruolo dei reticoli sociali sarà tanto più importante quanto più costosa o rischiosa

è la partecipazione politica.

Partecipazione e identità

Organizzazione e reticoli sociali facilitano la partecipazione nella misura in cui essi producono identità

collettive, e cioè senso di appartenenza ad un gruppo. In quest'ottica, la partecipazione politica è un'azione in

solidarietà con altri. Motivazioni identitarie sono inoltre in grado di rendere di per sé gratificanti le forme di

partecipazione più impegnative. Se la costruzione dell'identità è una precondizione dell'azione collettiva, essa

ne è al contempo un prodotto. Infatti, la stessa partecipazione trasforma le identità degli individui,

rafforzando il sentimento di appartenenza ad alcuni gruppi. Se l'organizzazione è importante soprattutto nelle

fasi iniziali della creazione di un'identità comune, è la stessa partecipazione che poi rafforza il senso di

appartenenza, in una sorte di circolo virtuoso.

Valori post-materialisti e partecipazione

All'inizio degli anni '70 nel mondo occidentale si constata la presenza di un profondo mutamento nel sistema

di valori che aveva caratterizzato la modernizzazione. In particolare, secondo Inglehart l'ondata di protesta

degli anni '60 è collegata all'emergere di valori post-materialisti, cioè all'allontanarsi dall'interesse materiale

di un numero crescente di individui. La tesi di Inglehart parte da due assunti di fondo. Egli ritiene che ci sia

una gerarchia dei bisogni, sicché i bisogni di ordine elevato (come la crescita intellettuale e artistica della

persona) sono concepibili soltanto dopo che sono stati soddisfatti quelli di livello più basso (in particolare, la

sopravvivenza fisica). Il momento decisivo per la socializzazione politica si colloca nel passaggio dalla

giovinezza all'età adulta, e quindi principi e priorità acquisiti in quel momento tendono a mantenersi anche

nell'età adulta. La generazione che è arrivata all'età adulta tra la fine degli anni '60 e gli anni '70 si differenzia

profondamente dalla generazione precedente: cresciuti in condizioni di benessere economico, facile accesso

all'istruzione superiore, e bassa esposizione al rischio di una guerra. Queste condizioni avrebbero spinto

verso un graduale indebolimento dei valori di tipo materialistico (relativi al benessere economico) e

l'emergere invece di valori post-materialistici (autorealizzazione nella sfera privata, espansione della libertà

di opinione, della democrazia partecipativa e dell'autogoverno nella sfera pubblica). Lo strumento utilizzato

in diverse ricerche per misurare il livello di materialismo/post-materialismo consiste in quattro obiettivi da

ordinare gerarchicamente: mantenere l'ordine pubblico; combattere l'aumento dei prezzi; dare maggior peso

ai cittadini nelle decisioni di governo; garantire la libertà di parola. I primi due obiettivi sono materialisti, gli

altri due post-materialisti. Numerose ricerche hanno rilevato la crescita dei gruppi caratterizzati da valori

post-materialisti. La lunga fase di crescita economica ha spostato l'attenzione dai temi materiali a quelli

relativi allo stile di vita. La tendenza alla crescita dei valori post-materialisti sembra mantenersi nel tempo: si

diffondono anche nelle nuove coorti di età.

Forme di partecipazione e opportunità politiche

Cause dello sviluppo di nuove forme di partecipazione sono anche variabili socioeconomiche e politiche. Lo

sviluppo economico ha creato maggiori risorse materiali da investire nella partecipazione politica, oltre che

maggior tempo libero, accresciuto i tassi di scolarizzazione, aumentando la capacità dei cittadini di

intervenire nel processo politico. Lo sviluppo della tecnologia ha ridotto i costi di organizzarsi e agire

collettivamente. Per quanto riguarda la politica, il processo di democratizzazione è passato attraverso un

progressivo allargamento dei diritti civili, politici e sociali, e quindi delle potenziali opportunità di

partecipazione. Nel guardare alle caratteristiche dei sistemi democratici che possono influenzare la

partecipazione politica, sono rilevanti le istituzioni politiche. Considerando il grado di decentramento

territoriale, tanto maggiori i poteri distribuiti alla periferia, tanto maggiore sarà la possibilità per i singoli

movimenti di trovare un punto di accesso al sistema decisionale. Per quanto riguarda la separazione

funzionale del potere, il sistema si può considerare tanto più aperto quanto maggiore è la divisione dei

compiti tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Un elemento particolarmente rilevante riguarda l'autonomia

del sistema giudiziario. Un forte potere giudiziario può intervenire sia rispetto al legislativo che rispetto

all'esecutivo: decisioni della magistratura nelle controversie legali tra movimenti e istituzioni. Tanto più

indipendente il potere giudiziario, tanto più aumentano quindi le possibilità di accesso dei movimenti. Le

strategie prevalenti sono state distinte in esclusive (caratterizzate dalla repressione dei conflitti) e inclusive

(orientate alla cooptazione delle nuove domande). I nuovi movimenti sociali erediterebbero in ciascun paese

le conseguenze delle reazioni a suo tempo rivolte al movimento operaio: strategie inclusive danno luogo a

movimenti uniti e moderati; strategie esclusive danno luogo a movimenti divisi e radicali. I movimenti

sociali trovano alleati e oppositori nell'amministrazione pubblica, nel sistema dei partiti, tra le associazioni

d'interesse e nella società civile. I fattori istituzionali sono mediati da due insiemi di variabili intervenienti: il

comportamento del sistema di alleanza e il comportamento del sistema di conflitto. Il sistema di alleanza è

composto dagli attori politici che li sostengono e il sistema di conflitto è composto da quelli che vi si

oppongono. Il sistema di alleanza fornisce risorse e crea opportunità politiche per gli sfidanti, mentre il

sistema di conflitto tende a peggiorare quelle condizioni.

La partecipazione fa bene alla democrazia?

Secondo Lipset un certo livello di apatia fa bene ad una democrazia. La non partecipazione può essere un

segno positivo di consenso con chi governa, e una crescita della partecipazione può indicare scontento

politico e disintegrazione sociale. Rischi della crescita della partecipazione: aumento del numero di domande

al sistema creando sovraccarico. In queste condizioni c'è una riduzione della capacità di risposta dei

governanti e una conseguente riduzione della loro credibilità. Secondo uno studio molto discusso, negli anni

'70 la crescita della partecipazione avrebbe portato a una crisi della democrazia.

Alcuni hanno sottolineato gli effetti positivi della protesta. Paragonando le reazioni dei cittadini di un

sistema politico a quelle dei consumatori in un mercato, Hirschman ha distinto diverse strategie per

esprimere scontento. Un cittadino, così come un consumatore, può reagire all'insoddisfazione utilizzando

strategie di uscita (exit) o di protesta (voice). L'uscita di riferisce all'abbandono di un prodotto per un altro,

ed è tipica del sistema economico. La reazione politica tipica è la voce, che comprende l'esteso arco di

comportamenti che vanno da una timida lagnanza a una violenta protesta. Sia la voce che l'uscita, in dosi

eccessive, possono danneggiare l'impresa: per questo occorre anche una certa dose di attaccamento affettivo,

o lealtà. La lealtà porta ad accettare i comportamenti di un'organizzazione o istituzione. È però bene che ci

sia anche una certa quantità di voce: es. per un'impresa, mentre l'uscita fa crollare le vendite, la voce ha dei

vantaggi. Ne deriva che le aziende dovrebbero avere interesse a favorire la voce rispetto all'uscita.

Parallelamente, i sistemi politici che facilitano la protesta, stimolando la partecipazione, funzioneranno

meglio di quelli dove lo scontento non può sfociare che nell'uscita. Permettendo ai cittadini di protestare,

questi sistemi potranno migliorarsi, riconquistando la fiducia dei propri cittadini. In questo senso, la maggior

utilizzazione di forme d'azione non istituzionali testimonia non una crisi della democrazia, ma una sua

espansione. Secondo ricerche molto recenti, il sostegno a governo e istituzioni politiche non è collegato né

alla congiuntura economica, né al collocamento individuale sul continuum destra-sinistra. Appartenenza a

coorti giovanili e adozione di valori post-materialisti tendono a ridurre quel sostegno, pur aumentando la

forza dell'attaccamento a valori democratici. È stato osservato che ciò che sta cambiando non è tanto la

performance delle democrazie contemporanee, quanto le aspettative dei cittadini su quello che la democrazia

dovrebbe raggiungere.

La partecipazione è stata vista anche come particolarmente favorevole alla democrazia. Secondo Toqueville,

la forza della democrazia americana stava proprio nel decentramento ai comuni e alle associazioni dei poteri

in Europa concentrati nello Stato nazionale. Le teoria di Toqueville sono state riprese dalla letteratura sul

capitale sociale, definito in riferimento alle caratteristiche dell'organizzazione sociale che facilitano la

cooperazione per il raggiungimento di comuni benefici. La presenza di capitale sociale favorirebbe il buon

governo. Putnam ha spiegato il diverso rendimento istituzionale dei governi regionali in Italia a partire dalla

quantità di capitale sociale in essi presenti. Benessere economico e buon governo caratterizzerebbero le

regioni con più alti tassi di civismo, dove i cittadini si rispettano e si stimano l'un l'altro, sono solidali e

cooperano in varie forme associative. La divisione tra regioni civiche e regioni non civiche coincide con la

divisione tra regioni settentrionali e regioni meridionali. Nelle regioni del centro-nord l'associazionismo è

diffuso, i cittadini si informano sulle vicende politiche, c'è una fiducia diffusa e la legge è rispettata. Il

sistema di valori premia la solidarietà, impegno civico, cooperazione e onestà. Il governo funziona meglio e

gli abitanti si dichiarano soddisfatti. Viceversa nel sud l'individuo pensa che l'amministrazione sia interesse

dei politici e non suo, la corruzione è diffusa, la legge poco rispettata, i cittadini si fidano poco l'uno dell'altro

e meno ancora dei loro governanti. Il capitale sociale migliora l'azione del governo nella misura in cui esso

genera fiducia negli altri, anche nella pubblica amministrazione. Esperienze positive di cooperazione

spingono a continuare a cooperare: il capitale sociale cresce su se stesso. Non sempre comunque la presenza

di capitale sociale porta buon governo perché esiste anche il “cattivo” capitale sociale, cioè il capitale di

reticoli associativi usato ad esempio dai nazisti nella Germania degli anni '20, dai gruppi terroristi negli anni

'70 e dalla mafia oggi. Inoltre la fiducia in un gruppo può ridurre quella degli altri.

I partiti politici

Una delle definizioni più note del concetto di partito è quella di Weber: i partiti sono associazioni fondate su

un'adesione libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all'interno di un

gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi o per il

perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi. Lo scopo dei partiti è quello di influenzare

l'ordinamento e l'apparato di persone che guidano un qualsiasi tipo di comunità sociale. Sebbene i partiti

possano utilizzare diversi tipi di azione per raggiungere i loro obiettivi, la loro strategia principale è la

conquista di cariche elettive. Definizione di Downs: il partito politico è una compagine di persone che

cercano di ottenere il controllo dell'apparato governativo a seguito di regolari elezioni. Due principali

approcci si sono contrapposti nell'analisi delle funzioni dei partiti: un approccio razionale ha visto il rapporto

tra elettori e partiti in analogia al mercato economico; un approccio identitario ha sottolineato il ruolo dei

partiti nella costruzione di identità collettive.

Le funzioni dei partiti

Una prima funzione dei partiti riguarda la strutturazione delle domande. In questo senso i partiti sono

indispensabili per organizzare la volontà pubblica, operando una semplificazione della complessità degli

interessi individuali. I partiti operano una mediazione tra interessi individuali, formando l'interesse collettivo.

I partiti inoltre mettono ordine attraverso un processo di strutturazione del voto: il partito è l'entità con cui gli

elettori si identificano, dando stabilità ai comportamenti di voto individuali. Una terza funzione è quella di

socializzazione politica: modellando atteggiamenti, inculcando valori e distribuendo capacità politiche ai

cittadini e alle élite, mirano a trasformare gli individui in cittadini integrati in una comunità. Attraverso la

selezione delle candidature, i partiti operano anche la funzione di reclutamento dei governanti. Altra funzione

dei partiti è il controllo dei governati sui governanti. Da questo punto di vista i partiti sono strumenti di

collegamento tra governo e cittadini. Creando dei canali di comunicazione tra governati e governanti, essi

permettono ai primi di controllare i secondi. I partiti hanno anche la funzione di formazione delle politiche

pubbliche, infatti elaborano programmi, li presentano agli elettori e, se vittoriosi, dovrebbero metterli in atto.

Secondo quegli studiosi che hanno applicato allo studio della politica concetti provenienti dall'economia, i

partiti sono apparati orientati alla conquista di voti. Sul mercato elettorale si realizzerebbe uno scambio tra

rappresentanti e rappresentati simile a quello che avviene sul mercato economico tra imprese e consumatori.

Downs propone un'interpretazione del fenomeno elettorale basata su un concetto di

Approccio razionale:

razionalità che, in democrazia, guiderebbe il comportamento sia degli elettori che degli eletti. L'individuo

stabilisce un ordine tra le varie alternative per lui disponibili e poi sceglie quella che si colloca più in alto

nella sua graduatoria di preferenze. Come i consumatori nel mercato economico, gli elettori avrebbero nel

mercato politico preferenze specifiche. Chiederebbero particolari decisioni politiche ai loro eletti. Come nel

mercato economico le imprese sono indifferenti al prodotto offerto, mirando essenzialmente al profitto, così

nel mercato politico i candidati avrebbero come unico fine la propria elezione (o rielezione). Per ottenere i

loro benefici privati, essi formuleranno qualsiasi politica ritengano permetta loro di guadagnare il maggior

numero di voti (nello stesso modo in cui gli imprenditori producono qualsiasi prodotto che ritengono porterà

loro maggiori profitti). I rappresentanti cercherebbero di realizzare le politiche volute dai rappresentanti in

modo da aumentare la possibilità di essere rieletti, quindi la funzione sociale sarebbe assolta incidentalmente.

Approccio della scelta pubblica: in questo approccio la dipendenza dei politici dal sostegno degli elettori

rischia di avere effetto negativo producendo debito pubblico e inflazione. Mentre per Downs il bisogno degli

eletti di seguire le richieste degli elettori legittima la democrazia, per Buchanan (principale esponente), esso

comporta la tendenza degli amministratori a spendere denaro pubblico mettendo in pericolo la democrazia.

Per gli studiosi della scelta pubblica la soluzione alla crescita del debito pubblico è la sottrazione di potere

decisionale agli organi elettivi.

Critiche all'approccio economico ai partiti: in realtà gli elettori non possiedono informazioni sufficienti ad

agire razionalmente; manca un mezzo di scambio generalizzato (come il denaro) che permetta di valutare

costi e benefici; se i politici davvero seguissero le richieste dei loro elettori ne risulterebbe un'incapacità di

perseguire il bene comune; se secondo l'approccio economico la politica gestisce preferenze già costituitesi

altrove, altri studiosi hanno invece sottolineato che l'essenza della politica è proprio la formazione delle

preferenze, attraverso l'elaborazione di identità collettive. Approccio identitario: Pizzorno sottolinea che la

costruzione di un'identità collettiva costituisce un presupposto anche per il calcolo delle utilità individuali.

Per poter concepire vantaggi futuri occorre un'identità stabile rispetto alla quale calcolare costi e benefici nel

lungo periodo. Da una collettività edificante il soggetto riceverà i criteri che rendono possibile la definizione

degli interessi. Per questo approccio, l'essenza della politica è proprio la capacità di costruire queste identità

collettive attraverso un uso sofisticato dell'ideologia come strumento per definire interessi collettivi di lungo

periodo. La funzione della politica, ancora prima che di rispondere agli interessi, è di definirli. Pizzorno ha

distinto tra rappresentanza identificante e rappresentanza efficiente. Attraverso la prima i politici svolgono il

compito di costituire e rafforzare identità politiche; attraverso la seconda i politici prendono decisioni

direttamente intese a migliorare la posizione relativa all'entità collettiva che essi rappresentano. La

costruzione di identità trasforma il calcolo individuale di costi e benefici. Azioni di solidarietà con altri,

normalmente considerate come costi, potrebbero avere invece per chi le compie un beneficio: il sentirsi parte

di una comunità. Es.: dato che molto raramente un singolo voto incide in modo determinante sull'esito delle

elezioni, ciò che spinge l'elettore ad andare a votare è il fatto che per lui ciò costituirebbe una gratificazione

facendolo sentire parte integrante della comunità.

L'evoluzione storica dei partiti

I partiti di notabili caratterizzano la lunga fase in cui la politica non è una professione: si dedicano cioè alla

politica individui che traggono altrove il loro sostentamento. I notabili sono individui che sono in grado,

grazie alla loro condizione economica, di agire continuativamente all'interno di un gruppo senza uno

stipendio; godono di una considerazione sociale che dà loro la possibilità di accettare funzioni pubbliche. In

Europa fino alla fine del XVIII secolo, i partiti in genere si formavano attorno a singoli individui, e si

trasformavano poi in federazioni di nobili. Una simile evoluzione hanno avuto anche i borghesi formatisi nel

XIX secolo. La risorsa principale dei politici era la deferenza, cioè il rispetto tradizionalmente legato alla

loro classe d'origine. Il rappresentante riceveva voti che offriva al governo in cambio del controllo di risorse

pubbliche che egli poteva distribuire ai suoi elettori come favori. Il partito di notabili si limita a una

rappresentanza individuale degli interessi dei singoli elettori. La situazione è mutata a partire dalla fine del

XIX secolo, con l'emergere dei partiti burocratici (o ideologici) di massa. Il motore della trasformazione è

l'allargamento del suffragio. Questi portano alla professionalizzazione della politica, così si forma una classe

politica, cioè un gruppo di persone che fanno della politica la loro professione. Per Weber ci sono due modi

per fare della politica una professione: si può vivere per la politica o vivere di politica: chi vive per la politica

ne fa la sua “ragione di vita” (coscienza di attribuire un senso alla propria vita servendo una causa); chi vive

di politica aspira a fare di questa una fonte di introito. Uno strumento importante dei politici di professione è

la loro capacità oratoria, grazie anche all'affermarsi della libertà di pensiero e di stampa. Un'altra risorsa del

politico di professione è il controllo della struttura organizzativa del partito con una delega del potere dalla

base al vertice (per conquistare le masse diventa necessaria la creazione di un ampio apparato di funzionari

pagati). Guardando ai partiti socialisti europei, è stato osservato che essi esercitavano una notevole influenza

nelle più diverse sfere della vita quotidiana dei loro aderenti, cioè erano partiti di integrazione, integrando i

loro membri all'interno di una serie di associazioni vicine al partito.

Duverger ha distinto diversi tipi di partito a seconda della struttura posta alla base della gerarchia

è tipico dei partiti della fine del XIX

organizzativa del partito: comitato, sezione, cellula e milizia. Il comitato

secolo. Formato da una dozzina di persone appartenenti alla élite, che godono di un prestigio legato alla loro

posizione sociale. Il comitato è una struttura organizzativa precaria, basato su incontri sporadici, con

un'intensificazione delle attività durante le campagne elettorali. Il partito di comitato è particolarmente

diffuso tra i partiti a base borghese, spesso di centro o di destra, e in sistemi elettorali a suffragio ristretto. La

sezione è un organismo aperto che cerca di ampliare al massimo il numero dei suoi iscritti. Nata col suffragio

universale. Organizzazione più formale (si entra nella sezione con una scheda di adesione, si paga una quota,

si sarà convocati a riunioni regolari) e divisione del lavoro. Il partito di sezione è un'invenzione socialista,

risponde infatti a due bisogni fondamentali dei partiti operai: consente di educare le masse che altrimenti

avrebbero votato per le uniche persone che conoscevano, cioè le autorità tradizionali, i membri dei comitati

dei vecchi partiti; offre una soluzione al problema del finanziamento attraverso la pratica delle quote (i partiti

di comitato erano partiti borghesi con finanziamento privato). La cellula è tipica dei partiti comunisti e mira

ad organizzare gli operai nelle grandi fabbriche. In genere una trentina di membri, aggregazione su base

professionale, cioè sul posto di lavoro. Quindi è un organismo permanente: non è un organo che si riunisce

ogni mese, è una comunità che vive realmente ogni giorno. La milizia è un organo di tipo militare e di

piccole dimensioni, si riunisce spesso, prevalentemente per esercitazioni militari, c'è una gerarchia, armi e

uniformi. Struttura tipica dei partiti fascisti.

Le trasformazioni dei partiti di massa

Se Duverger vede gli aspetti positivi del partito di sezione, Michels ha invece descritto alcune degenerazioni

del modello di partito di massa. Una “legge ferrea” porterebbe alla trasformazione dei partiti, che sono

inizialmente strutture democratiche aperte alla base, in strutture dominate da un'oligarchia. Per guidare

un'organizzazione complessa concorrono competenze tecniche specifiche: è il possesso di queste competenze

che porta a concentrare il potere in un'oligarchia. Inizialmente il capo è al servizio della base, essendo

l'organizzazione fondata sull'eguaglianza di diritti di tutti gli organizzati. L'organizzazione però ha bisogno di

specializzazione tecnica. Strutturandosi in modo burocratico essa crea dei capi ai quali vengono affidati

poteri decisivi, e sempre più svincolati dal controllo della base. Così il partito produce necessariamente

disuguaglianze. L'inserimento nell'oligarchia tende poi a trasformare il modo di pensare dei dirigenti: chi

occupa cariche di rilievo si imborghesisce, allontanandosi dalla massa dei lavoratori. L'apparato di partiti

offre posti retribuiti e possibilità di carriera, trasformando i proletari in funzionari, con condizioni di vita

piccolo-borghese. Avviene così che gli ex lavoratori perdono il senso di comunità con la classe che li ha

espressi. La frazione parlamentare acquista sempre più potere nel partito. Il parlamentare inizia a cercare

soprattutto di difendere i vantaggi personali che la sua posizione nel partito gli offre. Questo porta spesso

come conseguenza una moderazione dei fini del partito. Tattiche radicali, facendo rischiare una messa fuori

legge del partito, metterebbero in pericolo le condizioni di vita di chi delle attività nel partito vive. Così c'è

una sostituzione dei fini.

Sono state fatte tre critiche alle ipotesi di Michels. 1. Guardando ai partiti con un approccio organizzativo

fondato sull'analisi della complessa struttura di interessi e conflitti presente al loro interno, Panebianco ha

osservato che la loro evoluzione è più complessa e contraddittoria di quanto ipotizzato dalla legge ferrea

dell'oligarchia. I dirigenti hanno comunque bisogno dei seguaci: il potere nell'organizzazione è relazionale,

cioè legato ad uno scambio di risorse che, seppure in misura diseguale, sono possedute sia dai leader che

dalla base. 2. Le ideologie non sono del tutto manipolabili. I fini ufficiali espressi nell'ideologia mantengono

una rilevanza sia per i militanti che per i leader del partito, così non si ha in realtà una sostituzione dei fini

ma una loro articolazione. 3. L'evoluzione dei partiti non è dettata da una legge ferra ma dipende da una serie

di vincoli ambientali e delle scelte strategiche. La scelta strategica è connessa ad uno dei nodi centrali del

dibattito sull'evoluzione delle organizzazioni. Due approcci principali si sono sviluppati su questo tema. Per

il Closed System Approach, le organizzazioni sono capaci di controllare tutte le condizioni rilevanti e di

scegliere la strategia migliore per raggiungere i loro obiettivi. Per il Natural System Approach le

organizzazioni hanno una capacità limitata di raccogliere informazioni e quindi di controllare il proprio

ambiente. Molte ricerche hanno indicato che in generale l'organizzazione tende ad adattarsi al suo ambiente

per sopravvivere, ma spesso riesce anche a controllare almeno alcuni aspetti di esso.

Kirchheimer ha guardato alle trasformazioni del partito di massa, elaborando il concetto di partito pigliatutto

per descrivere il nuovo tipo di partito che iniziava ad affermarsi nel secondo dopoguerra. Caratteristiche:

riduzione del bagaglio ideologico del partito; rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice; diminuzione del

ruolo del singolo membro del partito; minore accentuazione del ruolo di riferimento di una specifica classe

sociale per reclutare elettori tra la popolazione in genere; facilitazione dell'accesso a diversi gruppi di

interesse. L'affermarsi del partito pigliatutto sarebbe il risultato di una serie di trasformazioni sociali e

culturali che hanno portato all'indebolimento dei sentimenti di appartenenza di classe. Inoltre, l'estensione

dei diritti sociali ha ridotto lo sviluppo economico e l'asprezza dei conflitti sociali, mentre i mass media

hanno permesso di entrare in contatto con le grandi masse di elettori. E il successo elettorale diventerebbe

infatti l'obiettivo principale dei partiti. Il concentrare tutte le energie nella competizione elettorale porterebbe

l'indebolimento del rapporto privilegiato con un gruppo o classe sociale, e la ricerca di sostegno anche in altri

gruppi sociali dotati di interessi compatibili.

Alle caratteristiche del partito pigliatutto Panebianco ne aggiunge un'altra: la professionalizzazione delle

organizzazioni di partito. Nei nuovi partiti la burocrazia di partito è sostituita con tecnici ed esperti. Questi

sono i partiti professionali-elettorali. Come nel partito pigliatutto, si indebolisce il rapporto con l'elettorato

che si identifica nel partito. Cresce il ruolo dei leader di partiti eletti nelle istituzioni rappresentative. Rispetto

al finanziamento delle attività del partito acquistano sempre più pesi i contributi provenienti da gruppi di

interesse organizzati e il finanziamento pubblico. La trasformazione sarebbe legata al mutamento

socioeconomico e a quello tecnologico. Mentre la struttura sociale diventa più complessa, lo sviluppo di

nuove tecnologie di comunicazione (in particolare della tv) influenza le tecniche organizzative. I mass media

spingono i partiti a campagne issue-oriented, centrate su temi specifici, ad alto contenuto tecnico, che

richiedono di essere confezionate dagli esperti di vari settori. Il nuovo partito è un partito organizzativamente

debole, e il rischio di una tale evoluzione è la dissoluzione dei partiti come organizzazioni (si trasformano in

bandiere di comodo con le cui insegne corrono imprenditori politici indipendenti).

La crescente rilevanza del finanziamento pubblico ha fatto parlare in studi molto recenti di cartel party o

partito cartellizzato. Il concetto di cartel party sottolinea la crescente collusione tra partiti, che formano

appunto cartelli, cioè alleanze, per ottenere risorse pubbliche. La presenza di risorse pubbliche

rappresenterebbe così uno stadio estremo di trasformazione del partito da organismo interno alla società

civile a un'organizzazione intermedia tra società civile e stato e poi ad una struttura sempre più interna allo

stato. L'allentamento nel rapporto tra partiti e loro base sociale è testimoniato sia da una riduzione del

numero di iscritti ai partiti, sia da un aumento del tasso di astensionismo elettorale. Le innovazioni

organizzative introdotte non avrebbero però portato a un reale aumento dell'influenza degli iscritti,

contribuendo anzi ai processi di accentramento e personalizzazione della leadership. L'atomizzazione della

base (partecipazione individuale, non strutturata in organizzazioni), rendendo superflua la presenza di quadri

intermedi, accentuerebbe il potere della leadership. La personalizzazione della leadership è una strategia per

riconquistare il consenso, soprattutto dagli elettori socialmente più marginali e meno interessati alla politica.

Anche l'utilizzazione da parte dei leader di un linguaggio “antipolitico” come contrapposizione a partiti e

politici di professione diventa uno strumento per l'emergere di leadership personali. Gli appelli populistici (al

popolo contro le élite) da parte di partiti mirano a sfruttare la bassa identificazione partitica e la sfiducia nella

politica istituzionale per crearsi un seguito elettorale. La riduzione dei contributi dei militanti aumenta il

bisogno di finanziamenti pubblici. Svolgendo una funzione di intermediari per lo stato, i partiti sarebbero

capaci di chiedere una commissione per questo servizio attraverso un'offerta di finanziamenti da parte dello

stato. Accordandosi tra loro per aumentare il finanziamento pubblico, i partiti sarebbero entrati in rapporti di

reciproca complicità. Questa situazione rischia comunque di minare la legittimità dei partiti, che vengono

spesso percepiti come apparati parassitari, lontani dalla società.

Fratture sociali e partiti politici

I partiti politici presenti nei diversi paesi riflettono fratture sociali storicamente presenti in essi. Due

principali fratture si sono sviluppate durante il processo di costruzione dello stato nazionale; altre due

durante il processo di costruzione del capitalismo industriale. Costruzione stato nazionale: conflitto tra

cultura centrale della costruzione della nazione e crescente resistenza delle popolazioni sottomesse

(differenziate) in periferia; conflitto tra lo stato-nazione centralizzante e i privilegi storicamente consolidatisi

della chiesa. Costruzione capitalismo industriale: conflitto tra interessi agrari e classe nascente degli

imprenditori industriali; conflitto tra proprietari e datori di lavoro da un lato e braccianti e operai dall'altro.

La prima frattura si sviluppa tra centro e periferia e si riferisce ai conflitti tra un centro politico e aree

periferiche, che vengono a poco a poco incorporate nel governo centrale. Una dinamica simile assume la

seconda frattura, quella tra stato e chiesa. Un duro conflitto contrappose le aspirazioni di integrazione dello

Stato-nazione e le richieste corporative della chiesa. Al centro dello scontro ci furono la celebrazione del

matrimonio e la concessione del divorzio, le funzioni dei medici rispetto a quelle dei religiosi, ecc. conflitto

più acceso: controllo dell'istruzione. L'affermarsi dell'istruzione obbligatoria sotto il controllo dello stato

sollevò le proteste della chiesa, fino alla nascita di partiti e vasti movimenti di massa a difesa della religione.

La terza frattura è tra città e campagna. Mentre il potere politico si spostava nelle città, la rivoluzione

industriale creava interessi spesso contrastanti con quelli del mondo agricolo. Con la rivoluzione industriale

contrasti si approfondirono dando luogo a schieramenti urbano-agrari espressi nei parlamenti dai conflitti tra

partiti conservatori-agrari e partiti liberali-radicali. Mentre i riflessi di queste tre fratture in termini di sistemi

di partiti produssero diversità tra i paesi europei, più simili furono quelli della quarta frattura: quella tra

imprenditori industriali e classe operaia. In tutte le democrazie europee i lavoratori tentarono di superare il

loro svantaggio nel mercato del lavoro fondando partiti che chiedevano maggiore eguaglianza. Attorno al

tema dell'intervento dello stato per ridurre le diseguaglianze sociali si è articolato il principale asse di

conflitto tra i partiti: l'asse destra-sinistra, dove la destra si caratterizzava per una richiesta di minor

intervento dello stato e minor tassazione, e la sinistra per domande di maggiore intervento dello stato in tema

di servizi sociali e miglioramento della condizioni di lavoro. Una tendenza delle classi dirigenti ad integrare

le domande della classe operaia portò i partiti di sinistra più moderati (Gran Bretagna e paesi scandinavi); un

atteggiamento repressivo portò a una prevalenza nella sinistra delle ideologie più radicali (Italia, Francia,

Germania, ecc.).

I partiti costituitisi attorno a quegli assi di conflitto sarebbero in buona parte sopravvissuti fino ad oggi. Non

solo i partiti sarebbero rimasti gli stessi, ma anche la loro forza si sarebbe mantenuta tendenzialmente stabile

nel tempo. Molti studi hanno indicato infatti una bassa volatilità (fluttuazione del voto) tra un'elezione e

l'altra, facendo parlare di stabilità elettorale. Di recente le analisi sulla volatilità tra partiti di destra e sinistra

ha confermato l'ipotesi del congelamento. A partire dagli anni '20 continua riduzione del passaggio degli

elettori da destra a sinistra e viceversa. In tutti i paesi la frattura imprenditori-operai si sarebbe mantenuta nel

tempo grazie alla stabile suddivisione dei sistemi politici lungo l'asse principale destra-sinistra. Ragione del

congelamento: nati da fratture sociali, i partiti contribuirebbero a riprodurle. Il congelamento dei conflitti

avrebbe avuto un effetto positivo nel lungo periodo: riduce la possibilità di esplosioni violente.

Studi recenti hanno parlato di famiglie spirituali per indicare insiemi di partiti accomunati da una concezione

del mondo analoga. Partiti liberali e radicali: partiti che si fecero portatori dal XIX secolo degli interessi

della borghesia contro i proprietari terrieri, chiedendo una rimozione delle barriere doganali, fondamentali

diritti civili, estensione dei diritti politici. Partiti conservatori: emersero originariamente in opposizione ai

liberali per difendere gli interessi dei proprietari terrieri e contrastando l'estensione del suffragio. Laddove

ancora presenti, questi partiti hanno oggi teso ad abbracciare le dottrine liberali di deregolamentazione e

limitazione dell'intervento dello stato, restando comunque ostili all'ampliamento di diritti civili e politici.

Partiti socialisti e socialdemocratici: nati nel XIX secolo dalla mobilitazione della classe operaia con

richieste di diritti politici e sociali. Sostenitori di una trasformazione del sistema capitalista, nel secondo

dopoguerra i partiti socialisti rinunciarono alla socializzazione dell'economia a favore di economie miste di

tipo keynesiano. Partiti democristiani: nati nel XIX secolo per esprimere opposizione della chiesa cattolica

alle emergenti democrazie liberali. Propensi all'estensione di alcuni diritti sociali, essi hanno contrastato

l'adozione di alcuni diritti civili in particolare in tema di diritto di famiglia. Partiti comunisti: fondati dopo la

rivoluzione russa per scissione dai partiti socialisti. A lungo fedeli all'idea di una rivoluzione sociale

necessaria a mutare gli assetti produttivi, molti di questi partiti hanno compiuto un percorso di revisione

ideologica, fino ad accettare non solo le regole della democrazia ma anche l'economia capitalista. Partiti

agrari: nati per difendere gli interessi delle campagne durante la rivoluzione industriale. Partiti etnico-

regionalisti: emersi in difesa di minoranze etnico-linguistiche. Partiti della destra radicale: comprendono un

eterogeneo insieme di partiti antiliberali e antidemocratici. In passato rappresentata principalmente dai partiti

fascisti ma nell'Europa contemporanea ci si riferisce principalmente ai partiti xenofobi e a quelli populisti.

Partiti ecologisti: emersi negli anni '80 con attenzione prevalente alla difesa dell'ambiente dall'inquinamento,

vogliono sviluppo sostenibile. Secondo ricerche recenti si assisterebbe ad uno scongelamento nel sistema dei

partiti a seguito di un cambiamento nel peso relativo delle diverse famiglie spirituali e alla nascita di alcuni

nuovi partiti. Nelle democrazie europee declino dei partiti religiosi e comunisti insieme all'emergere dei

partiti verdi. Nuovi partiti sono nati e si sono rafforzati al di fuori dei preesistenti tanto che l'asse destra-

sinistra è apparso inadeguato a collocarli. Particolare attenzione è stata dedicata di recente all'emergere di

partiti euroscettici, ostili all'integrazione europea. A partire dagli anni '80 mutamenti sociali e trasformazioni

politiche sono stati indicati come cause di un declino dell'identificazione con un partito politico. La

consistente crescita della volatilità elettorale è stato il primo indicatore di un indebolimento della capacità dei

partiti politici di rappresentare stabilmente gruppi sociali. Accanto ad esso si è notata una riduzione degli

iscritti a partiti politici. I giudizi sugli effetti di questi scongelamento variano. Per alcuni il deallineamento

dell'elettorato indicherebbe una crescente perdita di fiducia nei partiti, con il pericolo che soprattutto le fasce

meno istruite dell'elettorato divengano preda di politici populisti. Altri hanno sostenuto che il distacco dai

partiti è un sintomo della crescente maturità dell'elettorato, sempre più capace di giudicare i partiti sulla base

delle loro performance, invece che del pregiudizio ideologico.

Sistemi di partito e competizione

Un'analisi classica dei sistemi di partito li distingueva sulla base del numero di unità in sistemi monopartitici,

bipartitici e multipartitici. Il sistema monopartitico è determinato dal divieto di costruire altri partiti, i sistemi

bipartitici e multipartitici sono influenzati dalla legge elettorale. Il primo sistema caratterizza i regimi

autoritari (detti spesso a partito unico). Il sistema britannico e USA sono stati considerati classici es. di

sistemi bipartitici, con un'alternanza di potere tra due partiti. I sistemi bipartitici sono stati ritenuti

particolarmente efficienti: l'elettorato elegge direttamente il governo, non si perde tempo in negoziati per

formare governi di coalizione, il governo è stabile. La maggior parte delle democrazie vede sistemi

multipartitici. In alcuni paesi (D e F) il numero di partiti è contenuto tra 3 e 5; in altri ci sono più di 5 partiti

(Svizzera e I). Un sistema multipartitico vede in genere coalizioni eterogenee e instabili, e difficoltà per

l'elettore di attribuire meriti e demeriti. Questa analisi è stata considerata eccessivamente semplificatoria. Si è

osservato che al di là del numero, conta la dimensione dei diversi partiti.

Sartori ha suggerito due correttivi alla teoria di Duverger: un primo correttivo riguarda il modo di contare. Si

deve operare un conteggio intelligente: perché il conteggio sia intelligente non è importante tanto la

dimensione di un partito, ma piuttosto il suo peso strategico. Un partito conta infatti solo se esso ha almeno

una di due caratteristiche: potenziale di coalizione, cioè può entrare in coalizioni di Governo; potenziale di

ricatto, che indica che l'esistenza del partito ha un effetto sulle tattiche adoperate dagli altri. Il secondo

correttivo riguarda il fatto che il numero dei partiti non è comunque sufficiente a definire la variabile che

interessa gli scienziati politici che si occupano di sistemi di partito: bisogna prendere in considerazione

l'ideologia dei partiti. Sulla base del livello di polarizzazione ideologica e del conteggio intelligente, Sartori

ha costruito una tipologia di sistemi di partito. Vengono distinti tre tipi di regimi monopartitici: partito

singolo (solo un partito è legale); partito egemonico (altri partiti esistono e sono legali, ma solo come satelliti

del partito principale, cioè non possono realmente competere con questo per ottenere il potere); partito

predominante (esistono più partiti e i partiti minori competono effettivamente con il partito predominante ma

non riescono nei fatti a vincere). C'è poi un sistema con due partiti: il sistema bipartitico (due partiti sono in

grado di competere per la maggioranza assoluta dei seggi; almeno uno dei due partiti riesce in effetti ad

ottenere la maggioranza; questo partito vuole governare da solo; l'alternanza al potere è una aspettativa

credibile). Ci sono poi due sistemi multipartitici: multipartitismo (o pluralismo) moderato e pluralismo

polarizzato. Il primo è caratterizzato da un numero di partiti non superiore a cinque e dalla presenza di

governi di coalizione. Caratteristiche del secondo: numero di partiti superiore a cinque; presenza di partiti

antisistema (che cambierebbero il sistema di governo); presenza di due opposizioni bilaterali (che non

potrebbero mai allearsi l'una con l'altra); il centro è occupato (il sistema è basato sul centro); il sistema è

ideologicamente polarizzato (spettro delle opinioni politiche ampio con due poli destra-sinistra caratterizzati

da posizioni estreme); tendenza centrifuga (dato che il centro è già occupato i partiti a destra e sinistra, se si

spostassero al centro, correrebbero il rischio di perdere elettori alle ali estreme senza guadagnare sostegno tra

i moderati); l'ideologia determina fortemente la mentalità dei cittadini; emergono posizioni irresponsabili

(non potendo sperare di andare al governo, le opposizioni sanno che non saranno mai chiamate a mettere in

pratica i loro programmi); c'è quindi una tendenza a fare promesse che non si potranno mai mantenere (la

politica è estremista); “costretto” a restare al governo, il partito al centro avrà scarsa responsabilità

democratica (non potendo essere escluso dal governo per mancanza di alternativa, il partito maggiore non si

preoccuperà troppo del parere degli elettori sulle sue performance governative). Successivamente Sartori ha

introdotto un ulteriore tipo di sistema multipartito: il multipartitismo segmentato, caratterizzato da un

numero di partiti superiore a cinque ma con bassa polarizzazione ideologica.

Il pluralismo polarizzato ha caratterizzato secondo Sartori il caso italiano fino agli anni '70. Msi (movimento

sociale italiano) e Pci (partito comunista italiano) sarebbero stati i due partiti antisistema; la Dc (democrazia

cristiana) avrebbe occupato saldamente il centro. L'interpretazione del caso italiano come caso di pluralismo

polarizzato è stata criticata da vari autori. Alcuni hanno osservato che il Pci non poteva essere definito come

partito antisistema perché non contestava il regime repubblicano, ma anzi dichiarava maggior fedeltà alla sua

costituzione di quanto gliene sapessero dimostrare partiti di governo. Secondo Farneti la dinamica di

competizione in Italia, almeno a partire dagli anni '60, è caratterizzata da un pluralismo centripeto. Il centro

si sarebbe rafforzato grazie anche a eterogeneità e divisioni all'interno dei vari schieramenti e avrebbe

continuamente attratto partiti provenienti dalle ali estreme verso posizioni più moderate. La nascita del

partito democratico della sinistra e di alleanza nazionale può essere visto negli anni '90 come compimento di

questo processo di avvicinamento al centro. Oggi il multipartitismo moderato è diventato una categoria

sovraffollata da casi empirici, mentre si sono al contempo svuotate le altre categorie. Nella maggior parte

delle democrazie i partiti antisistema sono scomparsi o hanno moderato i loro programmi. Inoltre una certa

frammentazione ha fatto crescere il numero dei partiti nei sistemi un tempo bipartitici.

Parlamenti e rappresentanza

Che cos'è un parlamento?

La grande maggioranza degli stati contemporanei è dotata di un'istituzione comunemente definita

parlamento. L'assenza completa di un parlamento è oggi eccezionale. L'ambito storico e geografico che ne

rappresenta il culmine è l'ambito delle liberal-democrazie occidentali a partire dalla seconda metà del '900. I

parlamenti democratici presentano una serie di proprietà: natura assembleare; carattere permanente e

competenza generale; mandato temporalmente definito dei componenti; pluralismo interno; collegamento

organico con i processi istituzionali della rappresentanza politica. Con la prima proprietà si fa riferimento sia

alla forma collegiale della membership dell'istituzione (cioè tendenzialmente paritaria) sia alla sua relativa

ampiezza. Un'assemblea parlamentare è un organismo fondamentalmente non gerarchico, anche se al suo

interno esistono posizioni di maggior potere, ma questi divari potestativi sono molto inferiori che in altre

istituzioni e in sede di voto tutti i suoi componenti hanno lo stesso peso. Seconda proprietà: parlamenti non

sono costituiti ad hoc ma sono permanenti; sono confinati nella loro attività a un insieme delimitato di

decisioni, ma sono in grado di produrre un flusso decisionale continuo. Terza proprietà: i componenti di

parlamenti democratici sono soggetti al rinnovo, a scadenze temporalmente ravvicinate. Quarta: coesistenza

di una pluralità di orientamenti politici significa consentire in maniera continuativa l'espressione

dell'opposizione. Quinta: i parlamenti costituiscono parte integrante del processo rappresentativo, quindi

sono assemblee non autolegittimatesi ma che si fondano su un legame istituzionalizzato con la cittadinanza

politica. Lo strumento di questo collegamento sono forme di elezione popolare.

Definizione minima di parlamento: assemblea rappresentativa a competenza generale, pluralistica e

permanente ma rinnovata nella sua composizione tramite elezioni a scadenze regolari. La categorie dei

parlamenti non democratici rivela una gamma molto varia di scostamenti da questo modello. È in primo

luogo il carattere del pluralismo ad essere attenuato o cancellato, ma anche quelli della rappresentatività e

della permanenza. Si dovrà quindi parlare di parlamenti non democratici, autoritari, ecc.

La rappresentanza democratica

L'attributo politicamente più significativo della definizione dei parlamenti è il carattere rappresentativo. Il

concetto di rappresentanza ha un ambito di utilizzazione che va al di là di questa sfera. Il tema della

rappresentanza ha importanti applicazioni nel campo del diritto (es. rappresentanza dei minori); nel campo


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Scienza Politica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo La Scienza Politica, di Cotta, Della Porta, Morlino consigliato dal docente Nevola. Gli argomenti sono: 1. La politica; 4. Democrazia, democrazie; 6. Democrazia e mutamenti; 7. Partecipazione politica e movimenti sociali
9. I partiti politici; 12. Parlamenti e rappresentanza e infine 13. I governi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi internazionali
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deboraccah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Nevola Gaspare.

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