Che materia stai cercando?

Riassunto esame Scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato Scienza politica, Cotta, Della Porta, Morlino

Riassunto per l'esame di Scienza politica e del professore Nevola, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Scienza politica, Cotta, Della Porta, Morlino. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la politica, le tre facce della politica, come formulare un quesito di ricerca.

Esame di Scienza politica docente Prof. G. Nevola

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

nello stesso Paese Verba e Nie, i quali hanno distinto i cittadini totalmente passivi (22%), i cittadini che si

limitano a votare (21%), i localisti (20%), i parrocchiali, coloro che si interessano delle questioni che li

toccano direttamente (4%), i contendenti, che si mobilita su specifiche campagne (15%), interessati a tutto

l'arco delle questioni politiche (18%). La quantità delle persone coinvolte si riduce man mano che sale

l'impegno, quindi aumenta, ad ogni passaggio, il grado si selettività della partecipazione.

Il problema della selettività è accentuato dal fatto che la percentuale di coloro che partecipano tende a non

essere rappresentativa della popolazione nel suo complesso. Ci sono disuguaglianze nella partecipazione

politica e quindi dell'influenza politica dei diversi gruppi. Secondo Milbrath e Goel i livelli più alti di

partecipazione sono raggiunti da

− coloro che hanno livelli più elevati di istruzione

− chi proviene da ceti medi

− gli uomini rispetto alle donne

− le persone in coorti medie di età

− gli sposati rispetto agli scapoli

− chi risiede in città

− chi vive da molto tempo in un luogo in confronto a chi si è appena trasferito

− chi appartiene a maggioranze etniche

− chi fa parte di associazioni di volontariato

In generale più è alto lo status di un individuo più egli tende a partecipare. Le disuguaglianze sociali ed

economiche si riflettono in disuguaglianza politica: appena i cittadini convertono queste risorse in influenza

politica, diventa evidente la disuguaglianza politica. Il vantaggio politico dei cittadini maggiormente favoriti

in termini socioeconomici si riscontra in tutte le nazioni. Chi ha lo status più alto ha sia risorse materiali sia

risorse simboliche (prestigio) da investire nella partecipazione. Chi ha maggiore denaro e tempo libero può

utilizzarlo con minori costi marginali in attività politica. Chi ha prestigio ha anche maggiore influenza, il suo

alto status sociale comporta migliori occasioni di accesso a chi prende le decisioni, sa come si fa a

partecipare perchè è più istruito. Chi non ha queste risorse accetta la sua incompetenza e delega ad altri

l'intervento pubblico. Coloro che si collocano in una posizione centrale dal punto di vista sociale hanno un

vantaggio psicologico: istruzione e prestigio danno anche fiducia in se stessi e quindi nella propria capacità

di poter cambiare le cose. Pierre Bourdieu ha parlato della convinzione di avere il diritto alla parola.

L'eguaglianza politica è un'utopia. Altrettanto utopistica si è rilevata la speranza diffusa che la democrazia

avrebbe portato ad abolire i privilegi. Le diseguali capacità di utilizzare i diritti di partecipazione spiegano il

parziale fallimento nell'utilizzare il potere del numero per superare le disuguaglianze economiche e sociali.

Nelle democrazie le eguali opportunità formali di accesso sono disugualmente utilizzate dai vari gruppi

sociali. Allargandosi la partecipazione si ammettono a esercitare influenza sulle decisioni pubbliche individui

la cui dotazione di risorse economiche o di status è profondamente differente. Pizzorno ha sintetizzato

dicendo che ogni individuo viene a partecipare, almeno tendenzialmente, con il coefficiente di

differenziazione e di disuguaglianza che caratterizza la sua posizione nel sistema degli interessi privati.

− le forme nuove della partecipazione

a partire dagli anni settanta si comincerà ad osservare una rapida crescita di nuove forme di partecipazione

politica. Le nuove forme di partecipazione sono:

8) scrivere ad un giornale

9) aderire ad un boicottaggio

10) autoridurre tasse o affitto

11) occupare edifici

12) bloccare il traffico

13) firmare una petizione

14) partecipare ad uno sciopero selvaggio

15) fare un sit-in

16) prendere parte a manifestazioni pacifiche

17) danneggiare la proprietà

18) usare violenza contro le persone

a partire dagli anni settanta gruppi sempre più ampi di cittadini sono disponibili a fare ricorso a forme

d'azione non convenzionali per presentare l loro domande al sistema politico. Azioni convenzionali e azioni

non convenzionali operano insieme costruendo così quello che si può chiamare repertorio dell'azione

collettiva. La partecipazione convenzionale è spesso correlata a quella non convenzionale; persone

interessate alla politica e competenti nel campo tendono a fare uso contemporaneamente di vari possibili

strumenti per fare pressioni sul governo. Se ci sono persone che preferiscono usare entrambe le strategie ci

sono anche altre che preferisco o l'una o l'altra quindi non si può parlare di rottura.

Cittadini e stili di partecipare:

− inattivi, al massimo leggono di politica e firmano una petizione

− conformisti, si impegnano un po' nelle attività convenzionali

− riformisti, partecipano in modo tradizionale ma ampliano il repertorio politico abbracciando forme

legali di protesta

− attivisti, ampliano al massimo il repertorio fino ad includere alcune forme illegali di protesta

− protestanti, operano forme non convenzionali e rifiutano le forme convenzionali.

La crescente partecipazione anche non istituzionale è espressione di un duraturo ampliamento delle

potenzialità di intervento dei cittadini. Se la partecipazione politica tradizionale è rimasta stabile è cresciuta

enormemente quella non istituzionale, questa crescita ha riguardato tutti i paesi e all'interno di questi si è

ridotta la differenza nei tassi di partecipazione legata a genere, età e livelli educativi.

All'inizio nel nuovo millennio i cittadini sono divenuti più distanti dai partiti politici, più critici delle elìte e

istituzioni politiche e meno positivamente orientati rispetto ai governi.

− i movimenti sociali

Il concetto di movimento sociali si riferisce a reti di interazione prevalentemente informali basate su

credenze condivise e solidarietà che si mobilitano su tematiche conflittuali attraverso un uso frequente di

varie forme di protesta.

I movimenti sociali possono essere considerati come reti di relazioni informali tra una pluralità di individui

e gruppi più o meno strutturati dal punto di vista organizzativo; i loro reticoli sono dispersi e debolmente

connessi di individui che si sentono parte di uno sforzo collettivo. Queste reti di relazioni assolvono alla

fondamentale funzione di permettere la circolazione delle risorse necessarie per l'azione, favorendo

l'elaborazione di nuove interpretazioni della realtà. Esse vengono considerate come costituenti un movimento

sociale nella misura in cui i loro membri condividono un proprio sistema di credenze dando vita a nuove

identità collettive. I movimenti sono stati considerati come protagonisti del mutamento sociale e sfida alla

routine e sue superamento. I valori emergenti sono poi alla base della definizione dei conflitti di natura

politica e/o culturale volti a promuovere o ostacolare il mutamento sociale. Le trasformazioni del secondo

dopoguerra avevano accresciuto rilevanza di criteri di stratificazione sociale (genere, generazione) non

fondati sulla collocazione di classe. Touraine scrisse che nella nostra società nuove classi sociali (burocrazie

tecnocratiche e nuovi ceti medi intellettuali) tendono a sostituire capitalisti e classe operaia come attori

centrali del conflitto. Le società contemporanee sono sistemi differenziati che richiedono un'integrazione

crescente. I movimenti sociali si caratterizzano per l'adozione di forme inusuali di comportamento politico.

La distinzione fondamentale tra i movimenti e altri attori politici nell'utilizzo da parte dei primi della protesta

come odo di fare pressione politica. Per protesta si intende una forma non convenzionale di azione che

interrompe la routine quotidiana. Chi protesta si rivolge in genere all'opinione pubblica, muovono una critica

fondamentale alla democrazia rappresentativa.

La logica di alcune forme di protesta è quella del potenziale danno materiale. Questa logica di azione si

riflette nella violenza politica che tendenzialmente mira ad infliggere perdite materiali a chi viene

considerato come nemico. La azioni di protesta sono spesso dirompenti, attraverso la minaccia di disordine

stravolgono il normale svolgimento dell'attività quotidiana. Esse sfidano le elìte accentuando l'incertezza e

possono produrre danni tangibili e talvolta anche materiali. La rottura della routine ha soprattutto un valore

simbolico: l'effetto di delegittimazione dello stato come monopolista della forza legittima che questi gesti

hanno.

Un'altra logica è quella dei numeri. Gli effetti dei movimenti dipendono in buona maniera dal numero dei

loro sostenitori. Quanto maggiore sarà il numero dei dimostranti tanto maggiore sarà non solo il disturbo

prodotto nell'immediato ma anche il potenziale della perdita del consenso del governo che non accettasse di

negoziare con essi. Quindi chi protesta dovrebbe aspirare a mobilitare il maggior numero possibile di

dimostranti, da questo punto di vista la protesta è una specie di elezione vicaria. La protesta servirebbe a

richiamare l'attenzione dei rappresentati eletti mostrando che esiste nel paese una maggioranza diversa

rispetto a quella rappresentata nei parlamenti (su alcuni temi).

A partire dagli anni settanta alcune proteste si sono basate sulla logica della testimonianza. Queste azioni

mirano a dimostrare un forte impegno per un fine considerato di vitale importanza per le sorti dell'umanità, la

possibilità di agire collettivamente in vista di scopi universali. Questa logica è più coerente con il concetto di

democrazia partecipativa diffuso tra gli attivisti, dove il diritto di influenzare un processo decisionale non

viene da un'investitura formale ma dalla forza dell'impegno.

Lo studio dei movimenti sociali si è sviluppato nelle fasi di visibilità della mobilitazione e si è consolidato

nelle fasi di latenza. Ad ogni ondata corrisponde un adattamento di teorie alle caratteristiche dei movimenti

attivi. L'approccio dominante dei primi studi sottolineava l'irrazionalità delle masse, l'anomalia del

comportamento collettivo rispetto alle normali forme della partecipazione politica e sociale. Ora si sottolinea

la razionalità della protesta, e la capacità delle organizzazioni di movimento sociale di mobilitare risorse,

sfruttando l'apertura di opportunità politiche. Con il passare del tempo i movimenti sociali sono visti come

single issue, le loro forme d'azione come sempre sempre più convenzionali e le loro forme organizzative

come sempre più burocratiche. Il nuovo ciclo di protesta (1999 seattle) ha rinnovato l'attenzione degli

studiosi verso le forme di partecipazione politica non convenzionali.

La ricerca sulla terza ondata di movimenti conferma l'utilità di alcuni concetti e ipotesi elaborate in passato,

ma anche il bisogno di raffinare l'analisi di processi rimasti marginali nell'approccio razionalista dominante,

tra cui la costruzione delle identità collettive, la mobilitazione delle emozioni, l'elaborazione di modelli

alternativi di democrazia, la crescente rilevanza ella della dimensione transnazionale della protesta. Gli

studiosi hanno sottolineato via via il moltiplicarsi delle organizzazioni di movimento sociali transnazionali,

l'emergere d una giustizia globale dal basso come schemi di riferimento centrali nelle proteste recenti gli

atteggiamenti cosmopoliti degli attivisti, le campagne di protesta sovranazionali contro i target

internazionali.

Un numero crescente di organizzazioni transazionali sono collegate ai movimenti sociali grazie alla

convergenza degli attivisti. Una struttura organizzativa altamente flessibile, con proteste organizzate

attraverso Internet da ampi reticoli di associazioni è vista da alcuni come la soluzione migliore di

adattamento alle tendenze globali, mentre altri la percepiscono come segnale di incapacità di costruire

organizzazioni durevoli. Le nuove tecnologie hanno ridotti i costi della mobilitazione, permettono strutture

snelle e flessibili. Le dimostrazioni di Seattle hanno avviato una nuova ondata di politica di piazza, queste

dimostrazioni hanno spesso luogo durante i controvertici e sono definite arene di iniziative al livello

internazionale organizzate durante i summit ufficiali e in cui si affrontano gli stessi temi sebbene da un punto

di vista critico sollevando consapevolezza attraverso la protesta e l'informazione. Azioni orientate a

sensibilizzare nei confronti di valori e culture alternativi sono state collegate ad un attivismo del consumatore

che sfida la convinzione che denaro e moralità non possono essere mischiati. Nelle proteste dell'ultimo

secolo frammenti di culture diverse si son intrecciate insieme per il tema dell'ingiustizia sociale e globale

come collante, lasciando margini di approfondimento separati. Il nemico è la globalizzazione neoliberista

definita come dominio deregolato del mercato a danno dei diritti dei cittadini. Bersaglio di queste azioni sono

le politiche delle organizzazioni finanziarie internazionali, le scelte politiche dei governi nazionali

considerati responsabili delle ingiustizie. Un tema centrale delle proteste crescenti è la ricerca di nuove

forme di democrazia partecipativa.

− mobilitazione delle risorse e partecipazione

gli studiosi dei movimenti sociali sottolineano la rilevanza della presenza di imprenditori capaci di mobilitare

nell'ambiente risorse di partecipazione. Alcuni studi considerano i movimenti sociali come parte del normale

processo politico concentrando l'analisi sui processi di mobilitazione delle risorse necessarie all'azione

collettiva. I movimenti sociali agiscono in modo razionale, propositivo e organizzato. Le azioni di protesta

derivano da un calcolo costi/benefici influenzato dalla presenza di conflitti e di risorse necessarie ad attivare

questi conflitti. Gli imprenditori politici hanno il ruolo di mobilitare lo scontento, ridurre i costi dell'azione e

creare reti di solidarietà, distribuire incentivi ai membri, acquisire consensi all'esterno. Importante sono

anche le forme di organizzazione, si era già osservato che se lo status sociale individuale tende a far crescere

la partecipazione si possono avere però gruppi che partecipano molto pur avendo un basso status sociale. È

bene distinguere quindi tra risorse e motivazioni individuali e risorse e motivazioni di gruppo.

L'organizzazione può compensare l'assenza di altre risorse. L'inserimento in reti sociali e associazioni

politiche favorisce l'azione collettiva nelle sue diverse forme. La partecipazione è facilitata dall'appartenenza

ad organizzazioni formali che spesso operano come canali di reclutamento. Un ruolo rilevante nel favorire la

mobilitazione ha l'inserimento degli individui in reti, anche informali, di conoscenze e amicizie.

L'appartenenza a reticoli che condividono l'interesse verso alcune cause svolge una importante funzione

cognitiva, rafforzando le motivazioni iniziali. Le reti di relazione contribuiscono a formare idee e valori, e la

frequentazione reciproca genera effetti e solidarietà che cementano il gruppo. Gli attivisti politici sono

apparsi come persone bene inserite all'interno di reti di solidarietà di vario tipo. I partecipanti a vari

movimenti politici saranno reclutati in primo luogo fra gli individui già attivi e bene integrati nella

collettività piuttosto che fra gli individui socialmente isolati. Secondo Charles Tilly la mobilitazione dei

gruppi è influenzata dal loro livello di catnet, sintesi di caratteristiche legate dalla categoria sociale e densità

dei network sociali. Il passaggio da una categoria a un gruppo sociale è facilitato dalla presenza

contemporaneamente di specifici tratti categoriali e di reti di relazioni che legano tra loro i soggetti che tratti

condividono.

La presenza di reticoli di relazioni sociali intese e socialmente omogenee avrebbe favorito la scelta di

cooperare. L'azione collettiva avrebbe poi rafforzato la consapevolezza di avere interessi in comune →

coscienza di classe (Marx)

il ruolo dei reticoli sociali sarà tanto più importante quanto più costosa p rischiosa è la partecipazione

politica.

− Partecipazione e identità

Organizzazione e reticoli facilitano la partecipazione nella misura in cui essi producono identità collettive e

cioè senso di appartenenza ad un gruppo. Caratteristico della politica è il suo formare sistemi di solidarietà

che stanno alla base della stessa definizione di interesse. Se chi si mobilita difende alcuni interessi, questi

ultimi sono individuabili solo a partire da un certo sistema di valori. Le opzioni di valore portano ad

identificarsi con gruppi più ampi ai quali ci si sente di appartenere e nell'interesse dei quali si è disposti ad

agire. La partecipazione politica è orientata a sostenere le solidarietà attraverso la creazione di identità

collettive, le quali sono alla base della partecipazione. L'identità come consapevolezza dell'appartenenza ad

un noi collettivo o ad una classe, facilita poi la partecipazione politica: essa è maggiore tanto è maggiore la

coscienza di classe. → centralità rispetto a un gruppo sociale (collocarsi in modo inequivoco rispetto ad esso)

Se la costruzione dell'identità è una precondizione dell'azione collettiva essa è al contempo un prodotto. La

stessa partecipazione trasforma le identità degli individui rafforzando il sentimento di appartenenza ad alcuni

gruppi, indebolendo l'identificazione in altri ruoli.

L'azione contribuisce a costruire e consolidare l'identità attraverso la definizione dei confini tra gli attori

impegnati in un conflitto. Perchè ci sia azione collettiva occorre che color che agiscono siano in grado di

elaborare una definizione di se stessi, degli altri attori sociali e del contenuto delle relazioni che li legano, ma

anche un loro a quale attribuire le colpe per la condizione che si vuole mutare. Definizione in positivo di chi

fa parte del gruppo e definizione in negativo di che ne è escluso.

− Valori post-materialisti e partecipazione

Lo sviluppo di nuove forme di partecipazione è stato collegato alle nuove caratteristiche della cultura

politica, essa considerata come insieme di valori, atteggiamenti e conoscenze relative alla politica. Negli anni

settanta, In alcuni Paesi, con lo sviluppo industriale aumentò anche l'istruzione e i mezzi di comunicazione.

La modernizzazione sociale avrebbe dovuto portare una maggiore fiducia nelle capacità di influenzare

l'ambiente attraverso scelte politiche e ad un orientarsi del sistema dei valori attorno all'interesse personale.

Nello stesso periodo nel mondo occidentale si constatava un profondo mutamento nel sistema di valori che

aveva caratterizzato la modernizzazione. Tale mutamento avrebbe favorito il diffondersi soprattutto delle

forme più innovative di partecipazione. Secondo Inglehart l'ondata di protesta degli anni sessanta è collegata

all'emergere di valori post-materialisti, cioè all'allontanarsi dall'interesse materiale di un numero crescente di

individui. Egli ritiene che vi sia una gerarchia di bisogni e i bisogni di ordine elevato sino concepibili

soltanto quando sono stati soddisfatti quelli di livello più basso. Il momento decisivo per la socializzazione

politica si colloca nel passaggio dalla giovinezza all'età adulta, quindi principi e priorità acquisiti in quel

momento tendono a mantenersi anche nell'età adulta. Nelle democrazie occidentali i nati dopo il secondo

dopoguerra sono cresciuti in condizioni di benessere economico, facile accesso all'istruzione e bassa

esposizione al rischio di guerra. In queste condizioni emergono i valori post-materialistici orientati verso

bisogni di natura prevalentemente espressiva come l'autorealizzazione nella sfera privata, l'espansione delle

libertà di opinione della democrazia partecipativa e dell'autogoverno nella sfera pubblica. Nelle ricerche per

misurare il livello di post-materialismo si dovevano ordinare gerarchicamente quattro obiettivi:

− mantenere l'ordine pubblico

− combattere l'aumento dei prezzi

− dare maggiore peso ai cittadini nelle decisioni di governo

− garantire la libertà di parola.

I primi due sono considerati materialistici, le ricerche hanno rilevato la crescita dei gruppi caratterizzati da

valori post-materialisti.

La partecipazione ad azioni di protesta è più frequentemente nei giovani e fra i più istruiti, nella classe

media. La tendenza alla crescita dei valori post-materialisti sembra mantenersi nel tempo, si diffondono nelle

nuove coorti di età. Tuttavia le questioni sociali sono tornate centrali nelle proteste del nuovo millennio.

− Forme di partecipazione e opportunità politiche

Lo sviluppo di nuove forme di partecipazione è stato spiegato anche con variabili socioeconomiche e

politiche. Lo sviluppo economico ha creato maggiori risorse materiali da investire nella partecipazione

politica. La modernizzazione ha accresciuto i tassi di scolarizzazione e ha ridotto i costi per organizzarsi e

agire collettivamente. Il processo di democratizzazione è passato attraverso un progressivo allargamento dei

diritti civili, politici e sociali, quindi delle potenziali opportunità di partecipazione.

Struttura delle opportunità politiche → la partecipazione si intensifica quando si aprono canali di accesso alle

istituzioni che portano a sperare in un successo dell'azione collettiva.

Nel guardare le caratteristiche dei sistemi democratici che possono influenzare la partecipazione politica un

primo insieme di variabili sono le istituzioni politiche.

• Il grado di decentramento territoriale. Tanto maggiori sono i poteri distribuiti alla periferia tanto

maggiore sarà la possibilità per i singoli movimenti di trovare un punto di accessi al sistema

decisionale. Il decentramento dei poteri dallo stato nazionale alle regioni, dalle regioni alle città,

dalle città ai quartieri viene considerato come un'apertura del sistema istituzionale alle spinte

provenienti dal basso.

• La separazione funzionale del potere. Tanto più il sistema è aperto tanto maggiore è la divisione dei

compiti tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Importante è l'autonomia del sistema giudiziario.

• Le strategie prevalenti. Ovvero le procedure che i membri di un sistema adoperano quando hanno a

che fare con gli sfidanti. Le strategie nazionali fissano le regole del gioco sull'elaborazione del

conflitto. Queste strategie sono state distinte in esclusive (caratterizzate dalla repressione dei

conflitti) e inclusive (orientate alle cooptazione delle domande). In Germania le strategie esclusive

hanno portato alla divisione del movimento operaio e la sua radicalizzazione mentre in Gran

Bretagna le strategie inclusive hanno prodotto movimenti operai uniti e moderati.

Le democrazie caratterizzate da strategie inclusive sarebbero aperte anche a nuovi sfidanti mentre quelle

dominate da strategie esclusive sarebbero chiuse rispetto alle domande emergenti.

Vi è un secondo insieme di variabili, più dinamiche. I movimenti sociali si muovono all'interno di un campo

organizzativo interagendo con altri attori. Essi trovano alleati e oppositori nell'amministrazione pubblica, nel

sistema dei partiti, fra le associazioni di interesse e nella società civile. Guardando il campo di interazione

dei movimenti si può definire il sistema di alleanza come composto degli attori politici che li sostengono e

il sistema di conflitto come composto da quelli che vi si oppongono. Mentre il sistema di alleanza fornisce

risorse e crea opportunità politiche per gli sfidanti, il sistema di conflitto tende a peggiorare quelle

condizioni. Gli esisti del conflitto verranno definiti dalla configurazione del potere, cioè dalla distribuzione

del potere fra gli attori rilevanti, che operano sia nel sistema dei partiti che in quello delle organizzazioni di

interesse.

− La partecipazione fa bene alla democrazia?

Lipset aveva sostenuto che un certo livello di apatia fa bene ad una democrazia. La non partecipazione può

essere un segno positivo di consenso con chi governa, e viceversa una crescita della partecipazione può

indicare scontento politico e disgregazione sociale. La crescita della partecipazione aumenta il numero di

domande al sistema creando rischi di sovraccarico. Secondo uno studio molto discusso negli anni settanta

della partecipazione avrebbe portato ad una crisi delle democrazia, caratterizzata da disgregazione dell'ordine

civile, crollo della disciplina sociale,indebolimento dei leader e alienazione dei cittadini. La vulnerabilità del

governo democratico degli Stati Uniti deriva da dinamiche interne della democrazia in una società altamente

istruita, mobilitata e partecipativa. I gruppi più istruiti sembrano presentare il pericolo più grosso per la

democrazia.

Se la protesta è stata vista come possibile causa di delegittimazione delle democrazie, alcuni hanno

sottolineato i suoi effetti positivi.

Hirschman ha distinto diverse strategie per esprimere scontento:

11. l'uscita (exit) si riferisce all'abbandono di un prodotto per un altro, ed è tipica del sistema economico

dove, il cliente insoddisfatto del prodotto di un'azienda passa a quello di un'altra. Questo

meccanismo è inequivocabile, impersonale e indiretto.

12. La voce (voice) è la reazione tipica della politica. È definita come un qualsiasi tentativo di cambiare

uno stato di cose riprovevole, sia sollecitando individualmente o collettivamente il management

direttamente responsabile, sia appellandosi ad un'autorità superiore con l'intenzione di imporre un

cambiamento del management, sia mediante vari tipi di azioni e proteste comprse quelle intese a

mobilitare l'opinione pubblica. Queste azioni vanno da una timida lagnanza ad azioni di violenta

protesta.

Sia la voice che l'exit in dosi eccessive sono danneggiare l'impresa , per questo occorre una certa dose di

attaccamento affettivo o lealtà. In alcune situazioni l'uscita è una reazione estrema, che si verifica quando sia

venuta a mancare la voce. Un certo livello di lealtà favorisce l'opzione voce rispetto all'opzione uscita.

La maggiore utilizzazione di forme d'azione non istituzionalizzali testimonia non una crisi della democrazia,

ma una sua espansione: i cittadini utilizzano forme di azione non istituzionali perchè queste forme offrono le

possibilità di ottenere mete politiche. Anche negli anni Novanta, la democrazia continua ad essere

considerata dalla maggioranza dei suoi cittadini come la migliore forma di governo. Il sostegno a governo e

istituzioni politiche non è collegato né alla congiuntura economica né al collocamento individuale sul

continuum destra-sinistra. Ciò che sta cambiando sono le aspettative su quello che la democrazia dovrebbe

raggiungere. I post-materialisti hanno più alti ideali democratici, ed è rispetto a questi standard più elevati

che le democrazie si dimostrano inadeguate.

La partecipazione, come capacitò della società civile di organizzarsi e realizzare direttamente alcuni

obiettivi, è stata vista anche come particolarmente favorevole alla democrazia. Il pluralismo viene

contrapposto al potenziale autoritarismo insito nell'intenti dello stato. Alla partecipazione si attribuisce la

valenza positiva di favorire l'autogoverno, contro l'alienazione del cittadino quando si rapporti allo stato base

di diritti e obblighi puramente politici. Nelle associazioni si sviluppa il piacere dello stare insieme e si impara

ad interagire con gli altri: perchè gli uomini restino civili, o lo divengano bisogna che tra loro l'arte di

associarsi si sviluppi e si perfezioni. Le teorie di Tocqueville sono state riprese dalla letteratura sul capitale

sociale, definito in riferimento alle caratteristiche dell'organizzazione sociale (reticoli di relazioni, norme di

reciprocità, fiducia negli altri) che facilitano la cooperazione per il raggiungimento di comuni benefici. La

presenza di capitale sociale favorirebbe il buon governo. Le associazioni assolvono il ruolo di sviluppo delle

virtù civiche e in Italia c'è una divisione tra regioni civiche e regioni non civiche. Nelle regioni del Centro-

Nord l'associazionismo è diffuso, i cittadini si informano sulle vicende politiche, rifiutando contatti

personalistici, vi è una fiducia diffusa che la legge è rispettata. Nel Sud anche il concetto di cittadino è

storpiato. L'individuo pensa che l'amministrazione pubblica sia interesse di altri, i notabili, i capi, i politici

ma non suo. Nelle regioni civiche la cooperazione volontaria sarebbe favorita dalla presenza sia di un

controllo sociale, che penalizza la violazione degli accordi, sia da meccanismi informali per la soluzione dei

conflitti. Le reti di impegno civico accrescono le sanzioni per i trasgressori, rafforzando le norme di

reciprocità, facilitando la comunicazione di informazioni, rappresentano momenti di collaborazione con esiti

positivi.

Non sempre la presenza di capitale sociale porta buon governo. L capitale sociale è composto da tutte quelle

risorse sociali che aiutano a fare le cose. La cooperazione non migliora automaticamente il rendimento di un

governo democratico e in certi casi si parla di cattivo capitale sociale. Le associazioni non hanno il

monopolio della formazione del capitale sociale. Esso può anche essere prodotto da altre istituzioni dal

basso, come la famiglia e il gruppo di pari.

Il rapporto fra democrazia e partecipazione è certamente intenso e delicato. Solo a partire dalla fine degli

anni settanta si è cominciata ad osservare una rivoluzione partecipativa. Nelle democrazie occidentali

contemporanee la diffusione di valori post-materialisti e una crescente apertura delle opportunità di accesso

al sistema politico si sono riflessi in una crescente e duratura legittimazione di nuovi repertori di

partecipazione politica che appaiono sostituire forme tradizionali di partecipazione, oggi in declino.

CAPITOLO 8: I GRUPPI DI PRESSIONE

1. I gruppi: cenni storici

1.1 Alle origini dei gruppi

L'esistenza o anche l'emergere dei gruppi non è un fenomeno proprio del mondo moderno. Già durante la

Repubblica e l'Impero romano erano presenti corporazioni,cioè organizzazioni composte da individui che

esercitavano la stessa professione ed avevano specifici statuti. Nel Medioevo le corporazioni locali assunsero

importanti funzioni di governo. La Rivoluzione francese aveva portato ad una qualche diffidenza verso i

corpi intermedi tra l'individuo e lo stato,in quanto dominio di pochi ai danni del bene comune. Il dibattito sui

gruppi nella seconda metà del XIX secolo si incentrò sui gruppi professionali.

Il liberalismo divenne la dottrina dominante del XIX secolo: la libertà di lavoro e la libertà di associazione

furono proclamate in un paese dopo l'altro. Furono soprattutto le rivendicazioni della classe operaia ad

inserire fra i diritti civili anche i diritti a formare gruppi come le organizzazioni sindacali per la difesa degli

interessi collettivi dei lavoratori.

La prima guerra mondiale rappresentò un momento di grande espansione delle organizzazioni di

rappresentanza di specifici interessi. I bisogni della guerra spinsero a coinvolgere i gruppi organizzati nelle

decisioni pubbliche.

La crescita delle capacità di organizzazione dei diversi gruppi è stata facilitata dai processi di

modernizzazione. Innanzitutto gli sviluppi tecnologici hanno aumentato la quantità di risorse disponibili

nell'ambiente. Anche la diffusione dell'istruzione e la crescita dei ceti medi accrescono la propensione ad

associarsi.

1.2 Democrazia e gruppi

I diversi gruppi sono stati oggetto di considerazioni ambivalenti. Sono stati infatti ritenuti di volta in volta

espressione della libertà democratica di associazione e unione,ma anche espressione dei poteri economici più

forti. Il giudizio positivo o negativo è legato alla stessa concezione che si ha della democrazia:"l'anima

liberale palpita a loro favore,o quantomeno aderisce a un'idea di libertà che assegna un ruolo importante alle

parti organizzate della società.

2. I gruppi:definizione

La definizione dei concetti di "gruppi di interesse" o "gruppo di pressione" è tuttora controversa.

- In primo luogo la realtà degli interessi è estremamente variegata

- In secondo luogo,il significato del termine gruppo non è univoco. Secondo Bentley un gruppo coincide con

ogni sezione della società con interessi propri che agisca o tenti di agire. Secondo Truman,gruppo di

interesse è qualsiasi gruppo che presenta delle domande ad altri gruppi della società. Per altri autori un

gruppo di interesse è un gruppo di individui che sono legati da interessi comuni e che sono consapevoli di

questo legame.

- Il concetto di gruppo di pressione,spesso utilizzato in modo intercambiabile con quello di gruppo di

interesse,sottolinea l'azione dei gruppi in politica. L'uso è accettabile purché si sia consapevoli che la prima

dizione indica l'azione svolta e la seconda che cosa tiene insieme il gruppo.

Un gruppo di interesse può,dunque,essere definito come un insieme di persone,organizzate su basi

volontarie,che mobilita risorse per influenzare decisioni e conseguenti politiche pubbliche.

Differentemente dai partiti, i gruppi cercano di influenzare le decisioni pubbliche,non di eleggere i propri

rappresentanti in parlamenti e governi

3. Tipologia di gruppi

Data la varietà del fenomeno sono state elaborate diverse classificazioni e tipologie in relazione sia alla

struttura organizzativa che alle strategie utilizzate. La funzione principale dei gruppi è l'articolazione degli

interessi. Con questo termine si intende la formulazione di una domanda politica da parte di gruppi o

individui in forme e modalità molto diverse.

3.1 Struttura organizzativa

Per quanto riguarda la modalità organizzata di articolazione degli interessi,i gruppi si possono distinguere in

quattro tipi:

1) gruppi di interesse anomici,cioè folle e rivolte disorganizzate,espressione più o meno spontanea di

protesta che crescono velocemente e altrettanto velocemente rientrano

2) gruppi di interesse non associativi,basati su interessi derivanti da identità condivise quali

razza,lingua,etnia…

3) gruppi di interesse istituzionali,i quali si trovano all'interno di organizzazioni,come i corpi legislativi,le

forze armate,le burocrazie…

4) gruppi associativi,cioè strutture specializzate per l'articolazione degli interessi che sono designate a

rappresentare gli obiettivi di un gruppo in particolare,esempio i sindacati

3.2 Modalità d'azione

Le modalità d'azione dei gruppi possono essere le più diverse. I gruppi possono seguire forme d'azione

convenzionali attraverso semplici comunicazioni e contatti o forme di pressione più forti come campagne

verso l'opinione pubblica,corruzione. Se tali forme d'azione hanno successo,l'articolazione degli

interessi,diventa domanda politica.

3.3 Obiettivi

Per quanto riguarda gli obiettivi dei gruppi,si è distinto tra gruppi di difesa di interessi oggettivi(gruppi

formati a partire da categorie occupazionali) e gruppi fondati sull'espressione di preferenze morali(gruppi

umanitari). Inoltre è utile distinguere tra gruppi di interesse pubblico(difendono l'interesse comune) e gruppi

di interesse speciale(difendono interessi parziali che avvantaggiano alcuni gruppi a danno di altri).

3.4 Risorse

Modalità d'azione e obiettivi condizionano e sono condizionati dalle risorse a disposizione dei gruppi. Le

risorse sono: risorse economico-finanziarie,risorse numeriche(i milioni di iscritti che pagano l'iscrizione ai

sindacati possono tradursi in risorse finanziarie ingenti per sostenere la propria attività),risorse di

influenza(in cui valgono le risorse personali),risorse conoscitive,risorse organizzative e risorse simboliche.

4. Gruppi e partiti

Le strategie dei gruppi sono influenzate dalle caratteristiche dei sistemi politici nazionali. Uno degli aspetti

più rilevanti il rapporto tra partiti e gruppi. L'aspetto essenziale da considerare è se,come e in che misura i

partiti diventino e rimangano dei gatekeepers,cioè controllori d'accesso rispetto agli interessi sostenuti dai

gruppi. Dal punto di vista dei gruppi,l'intervento sui partiti può avvenire concretamente a livello elettorale

(nel momento delle candidature),a livello interno del partito (con la presenza di esponenti del gruppo negli

organi del partito),a livello delle dichiarazioni programmatiche (attraverso informazioni e posizioni suggerite

dai gruppi ai relativi organi del partito) e a livello decisionale sia parlamentare che governativo.

4.1 Occupazione

Si può parlare di occupazione per descrivere una situazione caratterizzata dalla presenza di meccanismi di

reclutamento e nomina e di attività organizzative e decisionali interne al gruppo in cui esponenti del partito

abbiano l preminenza assoluta.

4.2 Simbiosi

Un rapporto di simbiosi si ha invece in quella situazione in cui partito e gruppo si rinforzano a vicenda nelle

rispettive sfere di attività. Rapporti di clientela si stabiliscono quando uno o più gruppi riescono ad avere

riconosciuto un accesso privilegiato alla pubblica amministrazione. Rapporti di parentela si configurano

come l'insieme dei rapporti privilegiati con un partito politico.

4.3 Egemonizzazione

Questa ipotesi configura un gruppo che condiziona completamente il partito a livello di nomina e

reclutamento all'interno del partito stesso e a livello elettorale.

4.4 Neutralità

Un'ipotesi intermedia tra occupazione e simbiosi è quella della neutralità. I partiti mantengono in pieno il

loro ruolo di gatekeepers,ma i gruppi trovano più conveniente non stabilire contatti privilegiati con alcun

partito. Per aumentare le probabilità di successo della loro azione applicano la loro pressione su partiti

diversi rispetto alle diverse situazioni e ai diversi momenti,configurando così un appello multipartitico

5. La teoria pluralista dei gruppi

5.1 Ruolo dei gruppi secondo la teoria pluralista

In questa teoria,la presenza dei gruppi è vista come fonte di equilibrio,socializzazione e autonomia della

società dello stato.

- In primo luogo,la pluralità dei gruppi garantisce un certo equilibrio fra spinte contrastanti. La

competizionetra diversi gruppi,rappresentanti di altrettanti interessi,porta a una mediazione tra

essi,permettendo di avvicinarsi così ad una sorta di bene comune. La presenza di tanti gruppi in conflitto

viene vista come benefica per la democrazia:mentre una lotta tra due soli gruppi più facilmente finisce con la

vittoria di uno sull'altro,la molteplicità dei piccoli gruppi spinge verso un negoziato. Secondo Truman, la

sfida proveniente dai gruppi attivi porta alla mobilitazione di gruppi latenti,cioè dei gruppi che pur

condividendo un interesse non si sono ancora organizzati per difenderlo.

- In secondo luogo,gli effetti della partecipazione sono visti come socializzanti:la vita nelle associazioni

educherebbe all'interazione con gli altri e insegnerebbe a comunicare e collaborare,portando coesione. La

tolleranza reciproca sarebbe facilitata dalle appartenenze multiple.

- In terzo luogo,gli individui che si organizzano sono meno dipendenti dalle istituzioni pubbliche.

5.2 Critiche alla teoria pluralista

Si è osservato che la mobilitazione dei gruppi era limitata ed era fonte di ineguaglianza. Alcuni interessi

avevano maggiori risorse di altri per organizzarsi,sicché pochi gruppi riuscivano a mobilitarsi e ad avere

influenza. L'esistenza di un interesse comune non porta automaticamente ad un'azione collettiva. Visto che

tutti,anche coloro che non vi hanno investito alcuna risorsa,possono godere di un bene collettivo,la

razionalità individuale porterebbe ad agire da "free rider",cioè a non pagare il costo dell'azione

collettiva,aspettando che altri si mobilitano. Perché ci sia azione collettiva occorre allora che le

organizzazioni siano in grado o di esercitare una coercizione sui loro membri o di distribuire incentivi

selettivi,cioè di fare in modo che chi partecipa all'azione riceva maggiori benefici di chi non vi partecipa.

Perché un gruppo si organizzi è necessario che vi siano degli "imprenditori" capaci di offrire risorse ai loro

potenziali membri.

Le previsioni della teoria sui gruppi non corrispondono alla realtà empirica del funzionamento della

politica,ma anche se funzionassero non potrebbero essere messe alla base di una teoria della democrazia.

Infatti si farebbe l'errore di considerare equivalenti tutti gli interessi in gioco rendendo il governo incapace di

resistere alle pressioni e realizzare un qualche benessere collettivo. Recentemente si è osservato un aumento

dei gruppi di interesse e una maggiore capacità di organizzarsi anche da parte di alcuni gruppi considerati

deboli.

6. Pluralismo e neocorporativismo

A partire dagli anni settanta, ci si è concentrati sull'analisi di un modello diverso da quello pluralista,definito

neocorporativo.

6.1 Differenze

Nel modello pluralista le associazioni sono multiple,volontarie,concorrenti e non gerarchiche. Nel modello

neocorporativo le associazioni sono singole,obbligatorie,non in concorrenza l'una con l'altra e gerarchiche.

Un sistema pluralista è caratterizzato da una struttura organizzativa frammentata e povera di risorse,che ha

difficoltà a sviluppare programmi di lungo periodo. Un sistema neocorporativo ha associazioni forti e ricche

di risorse e capaci di sviluppare prospettive di lungo termine.

Per il neocorporativismo,dal punto di vista della rappresentanza,gli interessi sono organizzati in modo di

avere il monopolio della rappresentanza in diversi settori. Dal punto di vista del controllo politico,comporta

che le associazioni riescano ad esercitare una certa pressione sul comportamento dei loro iscritti.

6.2 Le cause

Alcuni studi sono giunti alla conclusione che l'integrazione nei mercati internazionali,forti partiti socialisti e

associazioni degli interessi ben strutturate,costituiscono un insieme che favorisce l'emergere del

neocorporativismo. Culla del neocorporativismo sono stati i piccoli paesi europei. Tra i fattori politici che

favoriscono assetti neocorporativi vi sono una più effettiva libertà di associazione,maggiore capacità di

azione collettiva,una partecipazione diffusa e organizzata. Fattori economici e amministrativi rilevanti sono

la fiducia nell'esperienza professionale,la necessità di pianificazione. A tutto ciò si può aggiungere la pace

sociale e il contenimento dei salari allo scopo di accrescere la competitività internazionale. Lo sviluppo di un

sistema neocorporativo è stato ostacolato soprattutto dalla frammentazione delle organizzazioni di

rappresentanza degli interessi.

6.3 Le conseguenze

Secondo alcuni studiosi,il favore accordato ai gruppi economici forti(quelli collocati nella sfera della

produzione) emargina sempre più i gruppi non dotati di potere di ricatto economico(disoccupati,studenti). Il

neocorporativismo porta a ridurre la competizione e di conseguenza la partecipazione.

Altri studiosi hanno messo invece in evidenza la capacità del neocorporativismo di ridurre sia il tasso di

conflitti sul lavoro che l'insubordinazione verso le istituzioni statali. Inoltre,il tasso di inflazione è risultato

più basso in democrazie nelle quali esistevano accordi neocorporativi a livello nazionale.

Una crescente tendenza a negoziare con i rappresentanti di vari gruppi di interesse i contenuti di diverse

decisioni politiche ha reso attuale l'analisi di vantaggi e limiti dei processi di concentrazione. Se si insiste in

questa tendenza è evidente la maggiore capacità di accesso dei cittadini al governo,ma anche i rischi di sovra

rappresentazione degli interessi forti legati ad un rafforzamento del circuito funzionale della rappresentanza.

Sempre più sono cresciute le Organizzazioni non governative,sia in numero di membri che in risorse

materiali. Sono ritenute capaci di far accedere alle istituzioni internazionali gruppi normalmente esclusi,oltre

che rendere più trasparenti i processi di governance internazionale.

Per i sindacati invece si è ridotto il numero degli iscritti.

CAPITOLO 9: I PARTITI POLITICI

I partiti sono stati considerati a lungo come gli attori fondamentali delle democrazie rappresentative.

Definizione di Weber:

Secondo Max Weber i partiti si caratterizzano per essere formalmente organizzati, basati su una

partecipazione volontaria e orientati ad influenzare il potere. Essi sono associazioni fondate su un'adesione

(formalmente) libera, costituite alla fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all'interno di un

gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità (ideali o materiali) per il perseguimento di fini oggettivi

o per il perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi.

Il partito è dunque un'associazione, cioè un gruppo formalmente organizzato e basato su una partecipazione

volontaria. Secondo Weber i partiti, che agiscono nella sfera della potenza, si presentano come forme

organizzate, orientate ad uno scopo.

Lo scopo dei partiti è quello di influenzare l'ordinamento e l'apparato di persone che guidano un qualsiasi tipi

di comunità sociale.

La strategia principale dei partiti è la conquista di cariche elettive.

Definizione di Downs:

Il partito politico è una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell'apparato governativo a

seguito di regolari elezioni

Due principali approcci si sono contrapposti nell'analisi delle funzioni dei partiti:

5. approccio razionale → considera il rapporto tra elettori e partiti in analogia al mercato economico;

6. approccio identitario → considera il ruolo dei partiti nella costruzione di identità collettive.

I partiti hanno mantenuto nel tempo diverse caratteristiche che avevano alle loro origini: le principali

“famiglie ideologiche” presenti nei parlamenti contemporanei sono, infatti, emerse nel corso dei lunghi

processi di costruzione dello stato moderno e della rivoluzione industriale.

14. Le funzioni dei partiti

In relazione alle loro funzioni, i partiti agiscono come mediatori tra le istituzioni pubbliche e la società civile,

tra lo stato e i cittadini. Nella dimensione politica, essi organizzano le divisioni presenti nella società civile.

− Introduzione

Funzione di strutturazione delle domande → i partiti organizzano la volontà pubblica, operando una

semplificazione della complessità degli interessi individuali. Votando un partito infatti, i cittadini scelgono

tra un numero limitato di opzioni. I partiti dunque mediano tra gli interessi individuali, formando l'interesse

collettivo. I partiti raggruppano persone con atteggiamenti e valori simili, rappresentando più che un singolo

interesse.

Funzione di strutturazione del voto → i partiti mettono ordine nel caos, attraverso un processo di

strutturazione del voto. Il partito è l'entità con cui gli elettori si identificano, dando stabilità ai comportamenti

di voto individuali. Un partito è l'organizzazione articolata degli agenti politici attivi nelle società, che

tendono al controllo del potere governativo e che cercano il sostegno popolare in concorrenza con un altro

gruppo o con gruppi che presentano opinioni diverse.

Funzione di socializzazione politica → i partiti insegnano ad occuparsi della collettività, modellando

atteggiamenti, inculcando valori e distribuendo capacità politiche ai cittadini e alle èlite. Essi mirano a

trasformare gli individui in cittadini integrati in una comunità.

Funzione di reclutamento dei governanti → in tutte le democrazie le liste elettorali sono presentate da

partiti e composte da loro appartenenti, inoltre (nella stragrande maggioranza dei casi) i governi sono

formati da membri di partito.

Funzione di controllo sui governanti → i partiti sono, sotto questo punto di vista, strumenti di

collegamento tra governo e cittadini. Creando dei canali di comunicazione tra governati e governanti, essi

permettono ai primi di controllare i secondi.

Funzione di formazione delle politiche pubbliche → i partiti elaborano programmi, li presentano agli

elettori e, se vittoriosi alle elezioni, dovrebbero metterli in atto.

Diversi approcci si sono confrontati sulla preminenza da dare ad una o all'altra funzione dei partiti, in

particolare:

− approccio che privilegia l'immagine dei partiti come cacciatori di voti;

− approccio che sottolinea la funzione dei partiti nella costruzione delle identità collettive;

1. Partiti e mercato elettorale

Approccio economico della politica e approccio razionale:

Secondo quegli studiosi che hanno applicato concetti ed ipotesi economiche allo studio della politica, i partiti

sono innanzi tutto apparati orientati alla conquista dei voti.

Sul mercato elettorale si realizzerebbero uno scambio tra rappresentanti e rappresentati simile a quello che

avviene sul mercato economico tra imprese e consumatori.

Nella “Teoria economica della democrazia” Anthony Downs propone un'interpretazione del fenomeno

elettorale basato su un concetto di razionalità, che vede la politica come riflesso delle preferenze.

L'assunto di fondo dell'approccio razionale è che l'individuo dia capace di stabilire un ordine tra le varie

alternative disponibili e che scelga poi quella chi si colloca più in alto nella sua graduatoria di preferenze. Gli

individui possiedono alcune informazioni sulla cui base scelgono il partito che sembra loro in grado di

ottimizzare le loro preferenze. Sebbene possa commettere degli errori, l'individuo razionale non persevererà

in essi se riuscirà ad individuarli, e se il costo della loro eliminazione sarà inferiore ai benefici che ne avrà.

Secondo la teoria economica, come nel mercato le imprese mirano essenzialmente al profitto, così nel

mercato politico i candidati avrebbero come unico scopo la propria elezione alle cariche pubbliche.

Il partito politico viene dunque presentato come una coalizione di individui che ispirano a controllare gli

organi di governo attraverso elezioni o influenza legittima. Per ottenere i loro benefici essi formuleranno

qualsiasi politica permetta loro di avere il maggior numero di voti.

In politica come in economia, la funzione sociale sarebbe assolta incidentalmente, dato che sono i vizi privati

(la ricerca dei propri vantaggi individuali) a produrre le pubbliche virtù (il controllo democratico degli

elettori sugli eletti).

Approccio della scelta pubblica (public chioce):

l'assunto economico è mantenuto anche dagli studiosi dell'approccio della scelta pubblica, ma in questo

caso la dipendenza dei politici dal sostegno degli elettori rischia di avere un effetto negativo (producendo

debito pubblico ed inflazione).

Secondo James Buchanan, il bisogno degli eletti di seguire le richieste degli elettori comporta la tendenza

degli amministratori a spendere denaro pubblico (per soddisfare gli elettori) mettendo in pericolo la

democrazia. Mirando alla rielezione nel breve periodo, gli eletti non si preoccuperebbero degli effetti della

crescita del debito pubblico nel lungo periodo. Inoltre, i governanti avrebbero interesse ad aumentare la

regolamentazione della attività economiche e sociali, che costituirebbero per essi risorse di controllo sui

cittadini.

Secondo gli studiosi della scelta pubblica la soluzione ala crescita del debito pubblico è la sottrazione di

potere decisionale agli organi elettivi.

− Identità collettive e partiti

Critiche all'approccio economico:

− gli elettori in realtà non possiedono informazioni sufficienti ad agire razionalmente;

− poco convincente è apparse l'estensione del concetto di mercato in un ambio nel quale manca un

mezzo di scambio generalizzato (come il denaro) che permetta di valutare costi e benefici di risorse,

informazioni, simboli, affetti;

− si è osservato che se i politici davvero seguissero le richieste dei loro elettori ne risulterebbe

un'incapacità di perseguire il bene comune;

− approccio identitario → se secondo l'approccio economico la politica gestisce preferenze già

costituitesi altrove altri studiosi hanno sottolineato invece che essenza della politica è proprio la

formazione delle preferenze, attraverso l'elaborazione di identità collettive. La politica infatti si

orienta più alla modificazione dei bisogni percepiti che alla soddisfazione di bisogni dati (→ politica

come formazione delle preferenze).

Approccio identitario:

Alessandro Pizzorno elaborò l'approccio identitario alla politica, sottolineando che la costruzione di

un'identità collettiva costituisce un presupposto anche per il calcole delle utilità individuali. Per poter

concepire vantaggi futuri occorre un'identità stabile rispetto alla quale calcolare costi e benefici nel lungo

periodo: affinchè possa avvenire il calcolo dei costi e benefici, occorre che al soggetto calcolante venga

assicurato il riconoscimento di una collettività identificante. In questa prospettiva, la partecipazione

attraverso i partiti ha una funzione socializzante (es. creando subculture politiche).

Secondo questo approccio, l'essenza stessa della politica è proprio la capacità di costruire queste identità

collettive attraverso un uso sofisticato dell'ideologia, come strumento per definire interessi collettivo di lungo

periodo ai quali subordinare il godimento di vantaggi individuali immediati.

L'ideologia rafforza la solidarietà di gruppo, forgiando la convinzione di condividere scopi comuni, attorno ai

quali è possibile organizzare un'azione collettiva.

La funzione della politica è quella di definire gli interessi. Solo una volta costituite le identità collettive, i

rappresentati possono chiedere ai rappresentanti il soddisfacimento delle loro utilità, offrendo loro in cambio

lealtà. Pizzorno ha distinto tra:

− rappresentanza identificante: i politici svolgono il compito di costruire, preservare, rafforzare le

identità politiche. Ciò consiste nel produrre simboli che servono ai membri di una collettività per

riconoscersi come tali, comunicarsi la loro solidarietà, concordare la loro azione collettiva.

− rappresentanza efficiente: (soprattutto in parlamento e governo) i politici prendono decisioni

direttamente intese a migliorare o mantenere la posizione relativa dell'entità collettiva che essi

rappresentano nel sistema entro cui questa agisce.

L'azione identificante ha un ruolo positivo in democrazia: la politicizzazione del conflitto sociale impone allo

stesso procedure, orientando l'azione verso beni collettivi. Attraverso la costruzione di identità collettive i

partiti hanno selezionato le domande che venivano dal basso.

La costruzione di identità, comportando anche la formazione di sentimenti di solidarietà, trasforma il calcolo

individuale di costi e benefici.

Le azioni di solidarietà, considerate un costo, potrebbero avere però come beneficio intrinseco il sentirsi

parte di una comunità, l'essere riconosciuto come eguale.

Questo spiegherebbe perchè un individuo (sapendo che il suo singolo voto di per sé non è determinante) è

spinto a recarsi a votare. Secondo l'approccio identitario, infatti, per l'elettore andare a votare costituirebbe

una gratificazione intrinseca, facendolo sentire parte integrante della comunità.

[L'evoluzione politica e della società negli ultimi decenni, ha ridotto la capacità dei partiti di creare identità].

− L'evoluzione storica dei partiti

− Partiti e società: dai partiti di notabili ai partiti di massa

Max Weber ha proposto un'analisi, poi ripresa da altri studiosi, dell'evoluzione dei partiti notabili ai partiti di

massa.

I partiti notabili:

I partiti notabili caratterizzano la lunga fase in cui la politica non è una professione → si dedicano alla

politica individui che traggono altrove il loro sostentamento.

Con “notabili” si intendono gli individui che:

− sono in grado di agire continuativamente all'interno di un gruppo, dirigendolo o amministrandolo,

senza uno stipendio oppure con uno stipendio onorario o nominale;

− godono di una considerazione sociale che dà loro la possibilità di accettare funzioni pubbliche.

In Europa, fino alla fine del XVIII secolo, i partiti si formavano attorno a singoli individui e si trasformavano

poi in federazioni di nobili. Qualcosa di simile accadde per i partiti borghesi del XIX secolo, composti dai

seguiti di personaggi influenti.

La risorsa principale dei politici era allora la deferenza, cioè il rispetto tradizionalmente legato allo loro

classe sociale.

Il rappresentante eletto mediava in un complesso sistema di scambi: riceveva voti che offriva al governo in

cambio del controllo delle risorse pubbliche (licenze, posti di lavoro,...) che egli poteva distribuire ai suoi

elettori come favori.

Il partito dei notabili si limita ad una rappresentanza individuale degli interessi dei singoli elettori → si forma

per promuovere l'elezione di individui disposti a rappresentare gli interessi di un particolare gruppo di

elettori.

I partiti burocratici (o ideologici)di massa:

La situazione basata sui partiti notabili muta a partire dalla fine del XIX secolo, con l'emergere dei partiti

burocratici di massa, sostenuto dall'allargamento del suffragio.

L'estensione dei diritti politici ai non-notabili porta alla professionalizzazione della politica. Si forma così

una classe politica che fanno della politica la loro professione (→ politico di professione).

Secondo Weber, ci sono 2 modi per fare della politica una professione, si può infatti:

− vivere per la politica: fare della politica la propria ragione di vita;

− vivere di politica: aspirare a fare della politica una fonte di introito durevole.

Vivere di politica non significa però guardare solamente al proprio patrimonio → essendo provvisti di

patrimonio i notabili sono interessati a conservare l'ordine economico della società (fatto secondario conto

per chi non ne ha mai posseduto uno).

Uno strumento importante per i politici di professione è l'oratoria. Grazie anche all'affermarsi della libertà di

stampa e di pensiero, infatti, la capacità di parlare, interpretare, argomentare, diventa sempre più importante,

permettendo l'elaborazione del concetto di bene comune. La capacità oratoria diviene ancor più

fondamentale dal momento che si inizierà rivolgersi non più solo agli altri rappresentanti, ma a tutta

l'opinione pubblica.

Il politico per professione controlla la struttura organizzativa del partito con una delega del potere dalla base

al vertice. Per conquistare le masse, diventa necessaria la creazione di un ampio apparato di funzionari

pagati, radicato nel territorio.

I partiti socialisti europei erano partiti di integrazione, poiché integravano appunto i loro membri all'interno

di una serie di associazioni vicine al partito stesso. La loro organizzazione, è stato scritto “si estende dalla

culla alla tomba... Il partito può contare sui suoi aderenti; ha preso su di sé gran parte della loro esistenza

sociale”. Struttura organizzativa e tipologia di partiti

Un'evoluzione storica dei partiti è stata osservata anche nella loro struttura organizzativa. Maurice Duverger

ha distinto in questo ambito, diversi tipi di partito in base alla struttura posta alla base della gerarchia

organizzativa del partito, distinguendoli in:

− Comitato

Tipico dei partiti della fine del XIX secolo, i partito di comitato è formato da una dozzina di persone,

appartenenti alla èlite, che godono di un prestigio legato alla loro posizione sociale e che riescono tramite il

loro prestigio ad influenzare altre persone. Nel comitato vale più la qualità dei membri che la loro quantità. Il

comitato è una struttura organizzativa precaria, basato su incontri sporadici, con un'intensificazione delle

attività durante le campagne elettorali. Il partito di comitato è diffuso soprattutto tra i partiti a base borghese,

spesso di centro o di destra, e in sistemi elettorali a suffragio ristretto.

− Sezione

La sezione è invece un organismo aperto, che cerca di ampliare al massimo il numero dei suoi iscritti. Nati

con il suffragio universale, i partiti di sezione sono più centralizzati. L'organizzazione è inoltre più formale:

si entra con una scheda di adesione, si paga una quota, vi saranno delle riunioni regolari, si eleggerà un

direttivo. Nella sezione le cariche corrispondono a diverse mansioni svolte (non è un incarico onorifico come

nel comitato).

Il partito di sezione (invenzione socialista) risponde a 2 bisogni fondamentali dei partiti operai:

- educare le masse (per fare in modo che non si votasse per le uniche persone che si conoscevano);

- finanziare il partito (tramite la quota → tanti danno poco);

− Cellula

Tipica dei partiti comunisti, la cellula mira ad organizzare gli operai nelle frandi fabbriche, collegando le loro

rivendicazioni economiche ad un progetto politico più ampio. Essa s presenta come una piccola entità

(solitamente una trentina di membri) e l'aggregazione avviene su base professionale e non territoriale. In

questo modo la cellula diviene un organismo permanente → non ci sono riunioni sporadiche, la cellula è una

comunità che vive realmente ogni giorno. La cellula corrisponde a partiti operai e non è esportabile a partiti

con basi sociali differenti.

− Milizia

La milizia è un organo di tipo militare di piccole dimensioni. Si riunisce spesso, prevalentemente per

esercitazioni militari. Vi è una gerarchia, armi ed uniformi. È richiesta obbedienza e dedizione. La milizia è

stata una struttura tipica dei partiti fascisti.

Se la struttura organizzativa di base si adatta alla base sociale di un partito, le strutture che hanno successo

tendono ad espandersi anche ad altri partiti. Ne è un esempio il partito di sezione, che nato come struttura dei

partiti di sinistra si è poi esteso anche agli altri partiti (si parla di “contagio da sinistra”).

13. Le trasformazioni dei partiti di massa

− La “legge ferrea dall'oligarchia”

Secondo Michels una legge ferrea porterebbe alla trasformazione dei partiti di massa in un'oligarchia.

Robert Michels ha descritto, analizzando i partiti socialisti, alcune degenerazioni del modello di partito di

massa:

9. Delega ai capi:

Per guidare un'organizzazione complessa occorrono competenze tecniche specifiche, che portano ad

incentrare il potere in un'oligarchia.

In tali organizzazioni inizialmente il capo è al servizio della base, essendo esse fondate sull'eguaglianza dei

diritti di tutti gli organizzati.

L'organizzazione ha bisogno però di specializzazione tecnica. Strutturandosi in modo burocratico essa crea

dei capi ai quali vengono affidati poteri decisivi, sempre più svincolati dal controllo della base. Questa

evoluzione è una conseguenza della stessa crescita organizzativa: maggiore è il numero dei membri,

maggiore è il bisogno di competenze specialistiche, e dunque di una struttura complessa.

10. Imborghesimento dei rappresentanti:

Il partito, come ogni altra organizzazione complessa, produce necessariamente diseguaglianze, facendo

aumentare il potere di chi gestisce le risorse necessarie alla vita dell'organizzazione. L'oligarchia si afferma

dunque grazie alla sua capacità di rispondere ai bisogni di efficienza delle organizzazioni complesse.

L'inserimento dell'oligarchia tende a trasformare il pensiero dei dirigenti, “imborghesendoli”e allontanandoli

dalla massa dei lavoratori. L'apparato del partito offre posti retribuiti e possibilità di carriera, trasformando i

proletari in funzionari, con condizioni di vita piccolo-borghese, che allontanano quelli che erano gli ex-

lavoratori dal senso di comunità con la classe che li ha espressi.

11. Ascesa della frazione parlamentare:

La frazione parlamentare acquista inoltre sempre più potere nel partito. Il parlamentare infatti diventa sempre

più indispensabile al partito, ma ciò lo porta a pensare soprattutto ai vantaggi personali che tale posizione gli

offre. Questo porta spesso come conseguenza una moderazione dei fini del partito

12. Moderazione e sostituzione dei fini:

conseguenza dell'ascesa dei parlamentari è la moderazione dei fini del partito, infatti tattiche radicali

metterebbero a rischio l'esistenza del partito e di conseguenza le condizioni di vita di chi vive delle attività

del partito; dunque per costoro l'obbiettivo fondamentale diviene la sopravvivenza dell'organizzazione che

assicura il loro reddito. Dunque con una sostituzione dei fini l'organizzazione da mezzo diviene socopo e

infine scopo assoluto.

2. L'approccio organizzativo ai partiti: la carica alla “legge ferrea dell'oligarchia”

Nonostante colgano molti aspetti di un'evoluzione organizzativa che sono proseguite per tutto il XX secolo,

le ipotesi di Michels vanno comunque ridimensionate e specificate.

Angelo Panebianco ha osservato che l'evoluzione dei partiti con un approccio organizzativo (fondato

sull'analisi della complessa struttura di interessi e conflitti presenti al suo interno), è più complessa e

contraddittoria di quanto ipotizzato dalla “legge ferrea dell'oligarchia”. Infatti:

− il potere dell'organizzazione è razionale → i dirigenti hanno una certa autonomia di manovra,

garantita dalle proprie competenze, ma essi hanno comunque bisogno di seguaci. Il potere

dell'organizzazione è legato ad uno scambio di risorse che, seppur in misura diseguale, sono

possedute sia dai leader che dalla base.

− le ideologie non sono del tutto manipolabili → si i fini dichiarati non coincidono con gli obbiettivi

reali di quell'insieme di attori che operano all'interno di un partito, i fini ufficiali (quelli

dell'ideologia) mantengono tuttavia una rilevanza per i militanti e i leader di partito, costituendo un

punto di riferimento di solidarietà e continuità interne (→ non sostituzione ma articolazione dei fini).

I fini iniziali non possono però essere abbandonati, perchè se così non fosse si perderebbe l'identità

collettiva del partito e la legittimità della leadership.

− la struttura organizzativa dei partiti tende a variare → l'evoluzione dei partiti dipende da una serie di

vincoli ambientali e scelte strategiche di leader e attivisti, in relazione alle strategie da adottare per

raggiungere obbiettivi diversi.

Due approcci principali si sono sviluppati sul tema dell'evoluzione delle organizzazioni:

− Closed System Approach: le organizzazioni sono capaci di controllare tutte le condizioni rilevanti e

di sciegliere la strategia migliore per raggiungere i loro obiettivi.

− Natural System Approach: le organizzazioni hanno una capacità limitata di controllare il proprio

ambiente.

Molte ricerche hanno osservato che prevalgono mix diversi di adattamento e controllo dell'ambiente esterno

(mix dei due principi) → l'organizzazione tende ad adattarsi al suo ambiente ma spesso riesce anche a

controllare almeno alcuni aspetti di esso.

− Il partito pigliatutto

Otto Kirchheimer ha guardato alle trasformazioni del partito di massa, elaborando il concetto di partito

pigliatutto per descrivere il nuovo tipo di partito che cominciava ad affermarsi nel secondo dopoguerra.

Caratteristiche del partito pigliatutto:

9. riduzione del bagaglio ideologico dei partito;

10. rafforzamento dei gruppi dirigenti al vertice;

11. diminuzione del ruolo del singolo membro del partito;

12. minore accentuazione del ruolo di riferimento di una specifica classe sociale, per reclutare invece

elettori tra la popolazione in genere;

13. facilitazione dell'accesso a diversi gruppi di interesse.

Il partito pigliatutto era conseguenza dell'indebolimento dei sentimenti di appartenenza di classe e nelle

credenze religiose. Inoltre, 'estensione dei diritti sociali ha ridotto lo sviluppo economico e l'asprezza dei

conflitti sociali, mentre i mass media hanno permesso di entrare in contatto con le grandi masse elettorali. Il

successo elettorale diviene così il fine principale del partito.

Il concentrare tutte le energie nella competizione elettorale porterebbe all'indebolimento del rapporto

privilegiato con un gruppo o classe specifico. Secondo Kirchheimer, se il partito pigliatutto non può sperare

di raccogliere tutte le categorie di elettori, può però cercare di trovare più votanti in tutte quelle categorie che

non hanno tra loro evidenti conflitti di interesse (→ tramite temi consensuali, che difficilmente troverebbero

resistenza nella comunità).

1. Il partito professionale-elettorale

Panebianco aggiunge al partito pigliatutto di Kirchheimer una nuova caratteristica: la professionalizzazione

delle organizzazioni di partito proponendo il concetto di partito professionale-elettorale per differenziarlo

dal partito di massa.

Nel partito professionale-elettorale:

4. la burocrazia di partito precedente è sostituita con tecnici ed esperti;

5. si indebolisce il rapporto con un elettorato “di appartenenza”, che si identifica nel partito;

6. cresce il ruolo dei leader di partiti eletti nelle istituzioni rappresentative, che tendono a

personalizzare i propri appelli;

7. acquistano sempre più peso i contributi provenienti dai gruppi di interesse organizzati e il

finanziamento pubblico.

8. L'adesione al partito è sempre meno basata sulle idee e valori e sempre più su interessi e carriera;

La trasformazione dal partito burocratico di massa al partito professionale-elettorale sarebbe legata al

mutamento socioeconomico e a quello tecnologico. Mentre la struttura sociale diviene più complessa, lo

sviluppo tecnologico di comunicazione (soprattutto televisivo) influenza le tecniche organizzative; i mass

media spingono i partiti a campagne sempre più concentrate sui candidati e su temi specifici, ad alto

contenuto tecnico. La tv insieme agli altri gruppi di interesse diventa un collegamento tra partiti ed elettori,

più importante di organizzazioni collaterali tradizionali, di funzionari ed iscritti.

Sulle conseguenze dell'affermazione del nuovo tipo di partito (pigliatutto o professionale-elettorale)

Panebianco e Kirchheimer concordano nel dire che esso è un partito organizzativamente debole:

→ all'interno, l'organizzazione è poco coesa e poco coerente nelle strutture;

→ all'esterno, tende ad assoggettarsi alle domande provenienti dall'ambiente.

Il rischio di una tale evoluzione è la dissoluzione dei partiti come organizzazioni: si arriverebbe ad un punto

in cui i partiti perdono totalmente la propria identità organizzativa e si trasformano in bandiere di comodo,

con le cui insegne concorrono imprenditori politici indipendenti.

− Il “cartel party”

La crescente rilevanza del finanziamento pubblico ha fatto parlare in studi molto recenti di cartel party, o

partito cartellizzato. Il concetto di cartel party sottolinea la crescente collusione tra partiti, che formano

alleanze (“cartelli”) per ottenere risorse pubbliche.

Il finanziamento pubblico avrebbe in questo modo ridotto la competizione inter-partitica. Allo stesso tempo

esso avrebbe trasformato la struttura interna dei partiti, riducendo il bisogno delle risorse offerte dai

militanti.

Il cartel party rappresenterebbe così uno stadio estremo di trasformazione del partito da organismo interno

alla società civile (→ partito di comitato), ad un organizzazione intermedia tra società e stato (→ partito di

massa), ad una struttura sempre più interna allo stato.

Questo tipo di partito ha portato ad un allentamento nel rapporto tra partiti e la loro base sociale,

testimoniato dalla riduzione del numero degli iscritti e dall'indebolimento del sentimento di identificazione

partitica, ma anche da un aumento nell'astensionismo elettorale.

Per far fronte al problema di relazione tra partito e la sua base, essa viene incentivata attraverso una

partecipazione di tipo individuale (atomistico) → elezione diretta di candidati e programmi, per produrre una

legittimazione simbolica.

Per cercare di compensare la riduzione degli iscritti, invece, si cerca consenso attraverso adesioni limitate su

specifici temi.

Le innovazioni organizzative introdotte per creare consenso e l'atomizzazione della base hanno portato però

ad un accentramento e aumento del potere della leadership.

Questi nuovi partiti sarebbero formati prevalentemente da professionisti, con campagne elettorali basate su

un forte investimento di capitali nei mezzi di comunicazione.

Centralizzazione delle decisioni e personalizzazione della leadership sono le principali tendenze

nell'evoluzione dei partiti più recenti.

La riduzione di fiducia ed identificazione nei partiti potrebbe spiegare la personalizzazione come strategia

per riconquistare consenso. In questo quadro, anche l'utilizzo da parte dei leader di un linguaggio

“antipolitico” come contrapposizione a partiti e politici di professione diventa uno strumento per l'emergere

di leadership personali., da parte di uomini politici che sottolineano, paradossalmente la loro estraneità alla

politica.

In modo simile, gli appelli populistici (al popolo contro le èlite) da parte di partiti (prevalentemente di

centro-destra, ma non solo) mirano a sfruttare la bassa identificazione partitica e la sfiducia nella politica

istituzionale per crearsi un seguito elettorale.

In questi casi i membri sarebbero ancora importanti come fonte di introiti (attraverso tessere ed iscrizioni),

ma sempre meno influenti sulle scelte del partito, che si orienterebbe piuttosto verso gli elettori.

La conseguente riduzione del contributo dei militanti (risorse materiali ma anche lavoro volontario), che

preferiscono investire il loro tempo e denaro in organizzazioni meno istituzionalizzate dove si sentono più

utili (es. volontariato) aumenta il bisogno di finanziamenti pubblici.

Svolgendo una funzione di intermediari per lo stato, il partito si sente in diritto di chiedere una commissione

per questo loro servizio attraverso un'offerta di finanziamento da parte dello stato.

Accordandosi tra loro per aumentare tale finanziamento, i partiti sarebbero entrati in rapporti di reciproca

complicità, sostenuta anche dalla riduzione di distanza nelle ideologie e dalla maggior convergenza nei

programmi delle varie coalizioni.

In conclusione si può dire che vi è una riduzione delle capacità dei partiti di organizzare la società civile, ma

sembra però rafforzarsi la posizione dei partiti nello stato.

Mentre da alcuni punti di vista i partiti sono meno potenti di prima (meno lealtà partigiane, meno aderenti,

identità politiche meno distinte), sotto altri aspetti la loro posizione è rafforzata, non ultimo grazie alle

maggiori risorse che lo stato mette a loro disposizione.

Questa situazione rischia comunque di minare la legittimità sei partiti, che vengono spesso percepiti come

apparati parassitari, lontani dalla società.

4. Fratture sociali e partiti politici

1. Le quattro fratture fondamentali

I partiti politici presenti nei diversi paesi riflettono fratture sociali storicamente presenti in essi.

Secondo Stein Rokkan 2 fratture principali sono il prodotto della “rivoluzione nazionale”, ovvero:

4. centro vs periferia: il conflitto tra la cultura centrale della costruzione della nazione e la crescente

resistenza delle popolazioni sottomesse nelle province e nelle periferie;

5. Stato vs Chiesa: il conflitto tra lo stato-nazione centralizzante e i privilegi corporativi della Chiesa;

Altre 2 fratture sono prodotte dalla “rivoluzione industriale”, ovvero:

− città vs campagna: il conflitto tra gli interessi agrari e la classe nascente degli imprenditori

industriali;

− capitale vs lavoro: il conflitto tra proprietari e datori di lavoro da un lato e affittuari, braccianti e

operai dall'altro (conflitto tra chi da lavoro e chi lavora).

Frattura centro / periferia:

Essa si riferisce ai conflitti tra un centro politico, economico e culturale e aree periferiche, che vengono a

poco a poco incorporate nel governo centrale. In questo conflitto si esprime l'opposizione all'accentramento

territoriale del potere politico, economico e culturale, simbolizzato attraverso l'affermazione di un unica

lingua ufficiale.

Frattura Stato / Chiesa:

Un duro conflitto contrappose le aspirazioni di integrazione dello stato-nazione alle richieste corporative

della Chiesa. Il nodo centrale riguardava il controllo della morale e delle norme della comunità.

Il conflitto più acceso riguardò il controllo dell'istruzione: tradizionalmente era la Chiesa a controllare

l'educazione dei bambini, ma con la formazione dello stato-nazione il potere temporale cominciò ad evocare

a sé questo diritto. L'affermarsi dell'educazione dei bambini nella lingua locale nei paesi in cui l'istruzione

era sotto il controllo dello stato sollevò le proteste della Chiesa, fino alla nascita di partiti a difesa della

religione.

Frattura campagna / città:

mentre il potere politico si spostava nelle città, la rivoluzione industriale creava interessi spesso contrastanti

con quelli del mondo agricolo. In particolare, sul tema delle barriere doganali e dei prezzi dei prodotti

agricoli si generarono forti conflitti, spesso sfociati nella formazione di partiti a difesa degli interessi agricoli.

La crescita del commercio mondiale e della produzione industriale accentuò maggiormente il conflitto tra

industriali e agricoltori.

Con la rivoluzione questi contrasti diedero luogo a schieramenti urbano-agrari espressi nei parlamenti dai

conflitti tra partiti conservatori-agrari e partiti liberali-radicali.

Queste 3 fratture, in termini di sistemi di partiti, produssero diversità tra i paesi europei, mentre la quarta

ebbe effetti più simili.

Frattura imprenditori / classe operaia:

in tutte le democrazie europee i lavoratori tentarono di superare il loro svantaggio nel mercato del lavoro

fondando partiti che chiedevano maggiore eguaglianza.

Proprio attorno al tema dell'intervento dello stato per ridurre le diseguaglianze sociali si è articolato il

principale esse di conflitto tra partiti: l'asse destra-sinistra, dove:

5. destra, chiedeva minor intervento dello stato e minore tassazione;

6. sinistra, chiedeva maggior intervento dello stato in tema di servizi sociali e miglioramento delle

condizioni di lavoro.

In tutti i paesi europei le prime fasi dell'industrializzazione videro nascere partiti della classe operaia.

L'evoluzione di questi partiti venne comunque influenzata dalle reazioni dell'èlite verso le rivendicazioni

operaia: una tendenza delle classi dirigenti ad integrare le domande della classe operaia portò a partiti di

sinistra più pragmatici e moderati (Gran Bretagna e paesi scandinavi), mentre un atteggiamento repressivo

portò ad una prevalenze della sinistra radicale (Germania, Austria, Italia e Spagna).

Il risultato fu che nel primo caso si svilupparono partiti laburisti grandi ma moderati, nel secondo le

organizzazioni operaie si isolarono dalla cultura nazionale e svilupparono movimenti fortemente

ideologizzati per isolare i propri membri dalle influenza degli ambienti sociali circostanti.

Fratture e “congelamento”

I partiti costituitisi attorno a quegli assi di conflitto sarebbero in buona parte sopravvissuti fino ad oggi;

inoltre anche la loro forza si sarebbe mantenuta tendenzialmente stabile nel tempo.

Molti studi hanno indicato infatti una bassa volatilità (= fluttuazione del voto) tra un'elezione e l'altra,

facendo parlare di stabilità elettorale.

Infatti, la forza elettorale della maggior parte dei partiti nelle nazioni occidentali dopo la guerra è cambiata

molto poco da un'elezione all'altra, da un'epoca all'altra, e nel corso della vita di una generazione.

Anche più di recente le analisi sulla volatilità tra partiti di destra e di sinistra ha confermato l'ipotesi del

“congelamento” → sebbene vi sia volatilità all'interno della destra e della sinistra, vi è a partire dagli anni

'20 una continua riduzione del passaggio degli elettori da destra a sinistra e viceversa.

In tutti i paesi l'effetto omogeneizzante della frattura imprenditori-operai si sarebbe mantenuto stabile ne

tempo grazie a questo “congelamento”.

La volatilità elettorale tra destra e sinistra sarebbe rimasta contenuta almeno fino al 1989. ancora, fino

all'inizio degli anni '90, i c.d. “vecchi partiti”riescono a monopolizzare una grande maggioranza

dell'elettorato delle democrazie europee.

Le ragioni del 2congelamento” della struttura dei conflitti sarebbero da rintracciare nella capacità dei partiti

di agire sulla struttura stessa del conflitto. Nati da fratture sociali, i partiti contribuirebbero in modo

determinante a riprodurre quelle fratture, offrendo ad esse simboli e rappresentanze (controllando spesso

organizzazioni non partitiche espressione degli stessi conflitti → sindacati, associazioni,...).

Il “congelamento” dei conflitti avrebbe avuto un effetto positivo sul lungo periodo: un incapsulamento

dello scontro sociale attraverso regole e procedure che impongono l'esclusione di alcuni tipi di

comportamento e azione e che quindi limitano il raggio di strumenti che gli attori coinvolti possono

utilizzare.

4.3. Nuove fratture e “scongelamento”

la letteratura sulle c.d. “famiglie spirituali” di partiti ha disegnato un'immagine più complessa di quella

disegnata da Rokkan. Si è parlato di “famiglie spirituali” per indicare l'insieme di partiti accomunati da una

concezione del mondo analoga. Sono stati così distinti:

− Partiti liberali e radicali :

Sono quei partiti che si fecero portatori, a partire dal XIX secolo, degli interessi della borghesia contro i

proprietari terrieri, chiedendo una rimozione delle barriere doganali oltre ai fondamentali diritti civili e,

soprattutto nel caso dei radicali, all'estensione dei diritti politici. Essi assunsero spesso posizioni anticlericali.

Ancora adesso questi partiti tendono a difendere le libertà, soprattutto in termini di diritti civili, e a limitare

l'intervento dello stato nelle società e nell'economia.

− Partiti conservatori :

Emersero in opposizione ai liberali, per difendere gli interessi dei proprietari terrieri e, spesso, del clero,

contrastando l'estensione del suffragio e degli altri diritti di cittadinanza. Essi sono tradizionalmente più

flessibili dei liberali in temi di diritti sociali. Questi partiti hanno oggi teso ad abbracciare le dottrine liberali

di deregolamentazione e limitazione dell'intervento dello stato, restando comunque ostili all'ampliamento dei

diritti civili e politici.

− Partiti socialisti e socialdemocratici :

Sono nati nel XIX secolo dalla mobilitazione della classe operaia con richieste non solo di diritti politici, ma

anche di diritti sociali. Essi si proposero di operare attraverso le procedure democratiche. Nel secondo

dopoguerra i partiti socialisti (alcuni dei quali cambiarono nome in “socialdemocratici) rinunciarono alla

socializzazione dell'economia a favore di economie miste, di tipo keynesiano.

− Partiti democristiani :

Nacquero nel XIX secolo per esprimere l'opposizione della Chiesa cattolica alle emergenti democrazie

liberali. In alcuni casi si sono rafforzati nel secondo dopoguerra. Propensi alla estensione di alcuni diritti

sociali, essi hanno invece contrastato l'adozione di alcuni diritti civili, in particolare in tema di diritto di

famiglia e controllo delle nascite, oltre che la legislazione contro discriminazioni di genere.

− Partiti comunisti :

Furono fondati dopo la rivoluzione russa per scissione dai partiti socialisti delle componenti più vicine

all'Unione Sovietica. Molti di questi partiti hanno compiuto un percorso di revisione ideologica, fino ad

accettare non solo le regole della democrazia ma anche l'economia capitalista.

− Partiti agrari :

Nacquero, soprattutto nei paesi di piccole dimensioni, per difendere gli interessi delle campagne durante la

rivoluzione industriale.

− Partito etnico-regionalisti :

Emersero in difesa di minoranze etnico-linguistiche con notevoli differenze interne in termini di ideologia e

strategia d'azione.

− Partiti della destra radicale :

Comprendono un eterogeneo insieme di partiti antiliberali e antidemocratici. Mentre in passato questa

famiglia era rappresentata principalmente dai partiti fascisti del periodo tra le due guerre mondiali,

nell'Europa contemporanea ci si riferisce ai partiti xenofobi e a quelli populisti.

− Partiti ecologisti :

Emersero negli anni '80 con particolare attenzione alla difesa dell'ambiente dall'inquinamento. Hanno

sottolineato i limiti delle risorse disponibili sul pianeta e gli effetti perversi di un progresso economico

incapace di tenere conto di questi limiti, sottolineando invece le potenzialità positive di uno sviluppo

sostenibile.

Secondo ricerche recenti, si assisterebbe ad uno “scongelamento” nel sistema dei partiti a seguito di un

cambiamento nel peso relativo delle diverse “famiglie spirituali”, e alla nascita di alcuni nuovi partiti.

Analisi comparate sull'evoluzione del voto tra gli anni '40 e '90 nelle democrazie europee hanno evidenziato

un declino dei partiti religiosi e di quelli comunisti, insieme all'emergere dei partiti “verdi”. Inoltre altri

partiti sono nati al di fuori delle fratture, tanto che l'asse destra-sinistra è apparso inadeguato per collocarli.

Oltre ai temi socioeconomici, religiosi, etnico-culturali e legati al conflitto città-campagna (Rokkan e

Lipset) sono stati spesso importanti per la competizione partitica i temi di politica estera, il conflitto tra

valori materialistici e post-materialistici, il livello di sostegno del regime.

Particolare attenzione è stata dedicata recentemente all'emergere di partiti euroscettici. Alla fine degli anni

'90 è stato osservato un simultaneo declino dell'attaccamento dei cittadini ai partiti in quasi tutte le

democrazie.

Soprattutto a partire dagli anni '80, mutamenti sociali e trasformazioni politiche sono stati indicati come

cause di un declino dell'identificazione con un partito. La consistente crescita di volatilità elettorale è stato

il primo indicatore di un indebolimento della capacità rappresentativa dei partiti. Si è notata inoltre una

riduzione degli iscritti a partiti politici, soprattutto per quelli comunisti e conservatori.

Queste tendenze sembrano essere state particolarmente visibili negli anni '90, soprattutto a seguito del crollo

dei regimi del “socialismo reale” e dell'ondata di scandali politici che ha investito numerose democrazie

occidentali.

I giudizi sugli effetti di questo scongelamento variano:

− secondo alcuni, il de-allineamento dell'elettorato indicherebbe una crescente perdita di fiducia nei

partiti, con il pericolo che le fasce meno istruite dell'elettorato divengano preda di politici populisti.

Da questo punto di vista la tendenza al voto personalistico è stata vista come possibile fonte di

manipolazione e anche il voto su singole tematiche comporterebbe il rischio di una frammentazione

delle domande, che prima l'ideologia dei partiti permetteva di combinare.

− Altri autori hanno sostenuto che il distacco dei partiti è un sintomo della crescente maturità

dell'elettorato, sempre più capace di giudicare i partiti sulla base di ciò che fanno, invece che sul

pregiudizio ideologico. La disponibilità di informazioni e la scolarizzazione crescente rendono

l'opinione pubblica meno deferente e più esigente e critica.

5. Sistemi di partito e competizione

5.1. Il numero dei partiti

L'analisi classica (di Duverger) divide i sistemi di partito sulla base del numero di unità, in:

− sistemi monopartitici;

− sistemi bipartitici;

− sistemi multipartitici.

Secondo Duverger, infatti, le differenze tra i sistemi di partito deriverebbero dal sistema elettorale.

Il sistema monopartitico → caratterizza i regimi autoritari, detti spesso infatti “a partito unico”.

Il sistema bipartitico → il sistema britannico e quello statunitense sono considerati esempi classici di di

sistemi bipartitici, con un'alternanza di potere tra due partiti. I sistemi bipartitici sono considerati

particolarmente efficienti, perche:

l'elettorato elegge direttamente il governo (non si perde tempo in negoziati di coalizione),

 il governo è stabile;

 la responsabilità del buongoverno o malgoverno è facilmente attribuibile da parte dell'elettorato;

 l'aspettativa di un'alternanza al governo modera sia il governo che l'opposizione.

Il sistema multipartitico → presente nella maggior parte delle democrazie il sistema multipartitico nasce,

come spiega Rokkan, dal succedersi e congelarsi di conflitti sociali. Un sistema multipartitico vede in genere

coalizioni eterogenee e instabili, radicalismo ideologico, difficoltà per l'elettore di attribuire meriti e

demeriti.

Questa analisi di Duverger è stata considerata eccessivamente semplificatoria.

5.2. Come “contare” i partiti

Sartori ha suggerito 2 correttivi alla teoria di Duverger:

1) si deve operare un conteggio intelligente → il criterio numerico (il numero dei partiti) può essere

importante per comprendere alcune dinamiche dei sistemi politici: esso è un elemento ben visibile,

che indica il grado si frammentazione di un sistema di partiti ad influenza il tipo di competizione tra

partiti.

2) Si deve tener conto del peso strategico → un partito “conta” sa ha almeno una delle seguenti

caratteristiche:

- potenziale di coalizione, cioè se può entrare in coalizioni di governo;

- potenziale di ricatto, che indica che l'esistenza del partito ha un effetto sulle tattiche adoperate dagli altri

5.3. Numero di partiti e polarizzazione ideologica

Il funzionamento del sistema di partito (le interazioni reciproche tra partiti) è influenzato anche

dall'ideologia dei partiti.

Insieme al numero dei partiti, il livello di polarizzazione ideologica, cioè la collocazione degli elettori lungo

l'asse destra-sinistra, è l'altro elemento importante nel definire le caratteristiche del sistema di partito.

Sulla base di questi 2 criteri Sartori ha costruito una tipologia di sistemi di partito più complessa rispetto a

quella di Duverger.

Secondo Sartori vi sono 3 tipi di regimi monopartitici, che si dividono in:

• partito singolo , quando un solo partito è legale;

• partito egemonico , quando altri partiti esistono e sono legali, ma solo come satelliti del partito

principale (non possono competere con questo per ottenere il potere);

• partito predominante , quando esistono più partiti, e i partiti minori competono effettivamente con il

partito predominante (sono legittimati ad andare al potere in caso di vittoria elettorale) ma non

riescono nei fatti a vincere.

Vi è poi un sistema con due partiti significativi e una moderazione ideologica; si parla dunque di sistema

bipartitico, quando:

− due partiti sono in grado di competere per la maggioranza assoluta dei seggi;

− almeno uno dei due partiti riesce in effetti ad ottenere la maggioranza;

− questo partito vuole governare da solo;

− l'alternanza, o rotazione, al potere sono aspettative credibili.

In questo caso la competizione è verso il centro dove si presume siano gli elettori disposti a cambiare partito.

Vi sono poi diversi tipi di sistema multipartitici:

• Multipartitismo (o pluralismo) moderato → caratterizzato da un numero di partiti non superiore a 5 e

dalla presenza di governi di coalizione. La struttura del sistema è bipolare, con 2 coalizioni che

competono l'una con l'altra, spostandosi al centro per conquistare l'elettorato fluttuante. Tutti i partiti

sono orientati ad andare al governo.

• Pluralismo polarizzato → in genere con un numero di partiti superiore a 5; ha le seguenti

caratteristiche: (pag 237)

1) presenza di partiti antisistema;

2) presenza di due opposizioni bilaterali;

3) il centro è occupato;

4) il sistema è ideologicamente polarizzato;

5) vi è una tendenza centrifuga;

6) l'ideologia determina fortemente la mentalità dei cittadini;

7) emergono opposizioni irresponsabili;

8) c'è una tendenza a fare promesse impossibili;

9) il partito al centro avrà scarsa responsabilità democratica.

• Multipartitismo segmentato → caratterizzato da un numero di partiti superiore a 5, ma con bassa

polarizzazione ideologica.

5.4. Pluralismo polarizzato e caso italiano

Il pluralismo polarizzato avrebbe caratterizzato, secondo Sartori, il caso italiano (almeno fino agli anni '70

inclusi):

− Msi e Pci sarebbero stati i due partiti antisistema;

− Dc avrebbe occupato il centro;

− Il numero dei partiti rilevanti era superiore a 5;

− Era presente una politica rasicalizzata;

− Vi era una competizione centrifuga.

La teoria di Sartori sul caso italiano sarebbe stata criticata da diversi autori. Alcuni hanno osservato che il Pci

non poteva essere un partito antisistema, infatti:

→ dal punto di vista ideologico, esso non contestava il regime repubblicano, anzi dichiarava maggior fedeltà

alla costituzione di quanto non facessero i partiti di governo;

→ dal punto di vista della prassi, vi era una tendenza dei partiti politici a negoziare accordi a lvello politico

poco visibile.

Secondo Farneti, inoltre, la dinamica di competizione in Italia, almeno a partire dagli anni '60, è

caratterizzata da un pluralismo centripeto. Il centro si sarebbe rafforzato e avrebbe continuamente attratto

partiti provenienti dalle ali estreme verso posizioni più moderate. A destra come a sinistra, vi sono state

infatti continue scissioni di partiti assorbiti in coalizioni guidate dal partito dominante, la Dc.

La nascita del Partito democratico della sinistra (poi Democratici di sinistra) e di Alleanza nazionale (An)

può essere visto, negli anni '90, come concepimento di questo processo di moderazione delle ali estreme e

avvicinamento al centro.

In tempi recenti, si è notato, che nella maggior parte delle democrazie i partiti antisistema sono scomparsi o

hanno moderato i loro programmi. Soprattutto, non vi sono più casi caratterizzati da doppia presenza di

partiti antisistema ai due estremi.

Inoltre, una frammentazione ha fatto crescere il numero dei partiti nei sistemi un tempo bipartitici.

CAPITOLO 10: LA COMUNICAZIONE POLITICA

è

La politica ragionamento, capacità di argomentazione, abilità nell'uso del linguaggio, in una

parola comunicazione. La comunicazione permette il confronto delle idee, il negoziato e l'emergere

è è

di decisioni condivise. La ricerca dell'accordo sviluppata nella democrazia ed capacità di

confrontare opinioni e sviluppare consensi. il ruolo della retorica e dei simboli hanno la funzione

della costruzione di identità collettive e a volte di manipolare le masse. secondo le teorie che danno

importanza ai simboli in politica l'individuo persegue soprattutto i suoi bisogni psicologici e non

è

materiali. Buona parte dell'attività politica costituita da discorsi; normalmente i leader

manipolano i simboli e i cittadini non sono solo spettatori più o meno passivi. I simboli possono

essere utilizzati per produrre acquiescenza all'autorità e permettono di mobilitare l'opposizione.

Nel sistema politico un ruolo fondamentale ha la comunicazione politica, cioè le informazioni e i

messaggi che in esso circolano. La comunicazione politica passa anche attraverso a contatti

informali e strutture sociali non politiche, nelle società moderne la funzione di comunicazione

politica si sono specializzate strutture politiche, in in primo luogo partiti, governi e attori sociali e i

mezzi di comunicazione di massa. Politici, associazioni e media interagiscono con l'opinione

pubblica.

la comunicazione politica -> lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico

prodotti da sistema politico, dal sistema dei media e dal cittadino-elettore.

1. una democrazia del pubblico?

Le istituzioni democratiche sono arene di discussione. Esse rappresentano comunità costruite su

argomentazioni, dibattiti, decisioni pubbliche, giustificazioni e critiche. I governanti sono sensibili

nella loro discussione alle opinioni del pubblico, le quali sono del pubblico nel senso che il pubblico

è è

ne il soggetto. La presenza di un'opinione pubblica libera elemento indispensabile di una

democrazia rappresentativa. La legittimazione dei rappresentanti passa in democrazia attraverso il

è

ruolo della libera discussione sulle decisioni dei governanti. Questo principio rintracciabile con

quattro caratteristiche:

- i governanti sono designati attraverso elezioni che si tengono a intervalli regolari

- i governanti conservano un certo livello di indipendenza rispetto ai voleri dei loro elettori

- i governanti possono esprimere liberamente e senza censura le loro opinioni e le loro volontà

- le decisioni pubbliche sono sottoposte alla "prova della discussione"

La libera espressione delle opinioni e la "prova della discussione" si configurano in modo diverso in

tre forme, storicamente succedutesi, di regimi rappresentativi: il parlamentarismo, la democrazia dei

partiti e la democrazia del pubblico.

Nel parlamentarismo i candidati sono eletti sulla base di una fiducia personale, legata alla loro rete

è

di relazioni locali e alla loro notorietà e alla deferenza che suscitano. Il rappresentante il

fiduciario del suo elettore.

Nella democrazia dei partiti gli elettori tendono a riporre la loro fiducia nel partito a cui un politico

appartiene. Il sentimento di appartenenza ad una comunità si riflette nella identificazione con un

partito, il deputato si identifica anch'esso con un partito, da cui trae le risorse necessarie per la sua

carriera politica e quindi diventa da esso dipendente.

è

Quella verso cui si muove oggi la democrazia del pubblico. L'appartenenza ad un partito si

indebolisce e aumenta per i candidati l'attenzione alle tecniche della comunicazione. Il seguito

elettorale ridiventa seguito personale. Conta sempre di più la personalità di un candidato, la sua

capacità imprenditoriale nel definire problemi e soluzioni. L'informazione diventa più neutra.

L'opinione pubblica si divide ma questa frattura non riproduce partigiana fra coloro che votano

abitualmente fra un partito e quelli che votano per un altro. Manifestazioni pubbliche e sondaggi

d'opinione acquistano di importanza come modi per rilevare gli atteggiamenti predominanti

nell'opinione pubblica.

2. la nascita della sfera pubblica

Easton ha osservato che il sistema politico ha bisogno anche si sostegno simbolico. Proprio il

bisogno di sostegno e lealtà renderebbe i governanti responsabili di fronte ai cittadini. L'opinione

è

pubblica sia fonte di censura che supporto per i politici e si sviluppa con lo stato moderno.

è è

L'opinione pubblica in almeno tre sensi: l'oggetto di cui si occupa la cosa pubblica, lo strumento

è

il dibattito politico (visibile all'esterno), lo spazio dove ci si confronta pubblico (aperto a tutti).

L'opinione pubblica ha una funzione fondamentale in democrazia. I cittadini esprimono giudizi

è

sulla politica, fanno richieste, propongono soluzioni. L'opinione pubblica fondamento della

democrazia, la quale si legittima tramite la sovranità popolare. Per esercitare questo ruolo l'opinione

pubblica deve essere attiva, per essere sovrano il popolo deve possedere ed esprimere il contenuto;

è

l'opinione pubblica il contenuto che dà sostanza e operatività alla sovranità popolare. La

è è

democrazia governo di opinione nel senso che cerca consenso ed anche governo consentito nel

è

senso che il governo sostenuto dall'opinione pubblica. Per poter assolvere questo ruolo in

è

democrazia l'opinione pubblica deve essere autonoma, in quanto essa tale perché fatta dal

pubblico. Il pluralismo nei flussi di informazione favorisce la presenza di un'opinione pubblica

autonoma.

Negli anni sessanta Habermas aveva analizzato l'emergere e l'affermarsi della sfera pubblica cioè di

un ambito di società civile, non statale e pubblicamente rilevante, dove si hanno discussioni

pubbliche, visibili all'esterno su temi di pubblico interesse. Il concetto di sfera pubblica nasce con la

possibilità di distinguere tra pubblico e privato. Il pubblico sarà anche il destinatario delle decisioni

del potere statuale. Successivamente il concetto di sfera pubblica si riferirà ad una sfera visibile

all'esterno, in contrapposizione alla sfera privata. Lo sviluppo della sfera pubblica, che Habermas

è

definisce borghese, considerato come un processo tipico della società moderna e strettamente

legato alla borghesia. Il capitalismo finanziario e commerciale necessitava di informazioni su

avvenimenti lontani nello spazio; nel XVII secolo, con l'invenzione della stampa, canali di

informazione furono presto disponibili per il pubblico. Inoltre in questo periodo nacque una classe

interessata al controllo sull'azione del governo. La sfera pubblica si affermò con la borghesia

commerciale. Quindi la nascita della sfera pubblica coincide con la rivendicazione da parte dei

sudditi di un ruolo attivo sul controllo delle decisioni che li riguardano.

è

Lo strumento utilizzato dalla sfera pubblica l'argomentazione pubblica e razionale. Dopo le

rivoluzioni francese e americana, il giornalismo, liberatosi della censura dei regimi assolutistici,

è

diverrà strumento di dibattiti ampi (limitati comunque alle elìte). Un altro effetto lo spostamento

dell'opposizione dall'uso della violenza al ricorso delle armi della discussione, in questo caso si

parla di pubblico raziocinante.

3. Media e voto è

Lo studio dell'opinione pubblica nelle democrazie contemporanee si soffermato molto

sull'influenza dei mezzi di comunicazione di massa sulla partecipazione politica, in particolare sul

comportamento elettorale. Le elezioni sono il tipo di partecipazione politica che tende a coinvolgere

più cittadini. Dopo la prima guerra mondiale si aprì una polemica sulle falsità diffuse dalle

macchine di propaganda e sulla loro capacità di manipolazione. La comunicazione di massa venne

accusata di essere un "proiettile magico" capace di incenerire il dissenso e portare consenso. In

queste ipotesi i media onnipotenti erano capaci di esercitare direttamente un effetto costante su un

pubblico omogeneo e amorfo.

Un processo a due stadi. Le ricerche di Lazarsfeld hanno ridimensionato l'influenza dei mezzi di

comunicazione di massa, sottolineando le differenze individuali nella struttura percettiva e cognitiva

che influenzano la ricezione dei messaggi, facendo del pubblico un soggetto attivo, capace di

selezionare fonti e contenuti. Le caratteristiche socioeconomiche sono le principali determinanti del

è

comportamento di voto, una persona pensa politicamente come socialmente, le caratteristiche

sociali determinano le preferenze politiche.

La decisione di voto tende a mantenersi nel tempo, spesso può essere fatta risalire alla

socializzazione politica di famiglia.

Uno scarso effetto ha la campagna elettorale. Gli elettori più fedeli ai partiti prestano poca

attenzione alla comunicazione politica perché hanno già in mente chi votare. Invece gli spettatori

interessati adottano strategie selettive, scegliendo le informazioni omogenee alle loro credenze e

dando credito ai candidati che rispecchiano le loro convinzioni più radicate. I più permeabili ai

messaggi dei media sono quelli con deboli predisposizioni politiche, essi sono anche i meno

interessati alla politica e quindi prestano un'attenzione limitata ai messaggi. Le campagne elettorali

hanno quindi la funzione di rafforzare le predisposizioni politiche preesistenti e raramente di

crearne di nuove. Nella struttura della comunicazione politica molta importanza hanno le relazioni

all'interno della famiglia, dei vicini, degli amici, dei colleghi di lavoro. Questi sono i gruppi che

filtrano i messaggi elettorali dei media. La scuola di Columbia a proposto al two steps flow of

communication, la comunicazione interpersonale rappresenta la principale fonte di informazione,

è

filtrando le notizie che vengono dai mezzi di comunicazione e di massa. Ogni individuo inserito

in un gruppo che gli fornisce una rete di relazioni per definire opinioni e valori. All'interno dei

gruppi alcuni individui assumono il ruolo di leader d'opinione, diffondendo messaggi filtrati. Tanto

più omogeneo e coeso il gruppo, tanto meno permeabile sarà l'individuo alle influenze provenienti

dall'esterno. è

La professionalizzazione delle campagne elettorali. L'attenzione alla comunicazione politica si

è

intensificata quando si cominciato ad osservare una riduzione dell'identificazione partitica e un

aumento dell'elettorato che vota sulla base di specifiche opinioni, mutando partito anche da elezione

è

all'altra. L'elettore stato presentato come in attore capace di valutare le performance dei politici e

dei agire di conseguenza. L'elettore cerca di agire in modo razionale ma le informazioni sono

è

limitate. Il ruolo dei media accresciuto dal momento che sono fonte importante di informazione. I

giornalisti sono diventati gatekeepers (controllori dei temi e delle opinioni introdotte nel dibattito

politico). La rilevanza crescente dei media porta i candidati alle elezioni a cercare di attirare

l'attenzione attraverso un free new coverage (ottenere gratis copertura mediatica) o in modo più

pratico di comprarla attraverso gli spot. Diversi studi hanno delineato una progressiva

professionalizzazione delle campagne elettorali, indicata dall'uso crescente di consulenti

professionisti, utilizzo di nuove tecniche di sondaggio, allenamento professionale dei candidati. La

strategia di marketing ha portato all'identificazione di quote di elettorato considerabili conquistabili

attraverso un'appropriato posizionamento di certi temi e di strumenti mirati come il direct mailing.

Nel corso delle campagne elettorali si promuove oltre a una determinata tematica anche l'immagine

del partito e del candidato, le sue caratteristiche fisiche (taglio di capelli, voce) e gli effetti vengono

studiati ed eventualmente modificati. Insieme all'immagine fisica viene curata la capacità di

comunicare. Cresce così l'importanza del consulente politico, dei professionisti generalisti, aumenta

lo staff dei professionisti e , cresce la cura dedicata alla formazione dei volontari e della

è

preparazione dei vari gadget. Se la capacità dei media di convertire un elettore marginale può

comunque avere effetti politici rilevanti sui risultati elettorali. Lazarsfeld ammetteva che che le

campagne elettorali potevano spostare fino a un 10% dei voti, queste percentuali sono decisive perla

vittoria di un partito, tanto più in situazioni di bassa lealtà. Non solo i media sono apparsi molto

efficaci nel definire l'agenda (influenzare la scelta delle tematiche) ma il loro ruolo di attivazione e

orientamento sembra non trascurabile negli elettori che hanno bassa attenzione alla politica, scarse

informazioni e e nessuna identificazione pratica. L'impatto dei media tenderà a favorire una parte

è

laddove c'è un forte squilibrio nei flussi di comunicazione e dove la comunicazione

tendenzialmente one-side.

4. Videocrazie

I potenziali rischi della comunicazione di massa.

è

L'elaborazione di simboli politici stata considerata un subdolo strumento del potere politico. La

è

comunicazione politica stata definita come tecnica di manipolazione, un insieme di tecniche e

strategie utilizzate dagli attori politici per sedurre, gestire e circuire l'opinione pubblica. La risposta

è

delle autorità ai problemi spesso simbolica, come in un teatro proiettando immagini di efficienza i

leader manipolano le masse. Coloro che controllano le informazioni, i politici e i gruppi di interessi

forti possono manipolare la percezione della realtà di una politica che resta distante. Tra i principali

manipolatori ci sono gli intellettuali, e le idee sono state molto utili per legittimare un dominio

basato inizialmente sulla forza fisica. I bisogni di comprendere il mondo, sviluppare norme di

comportamento ed esprimere simbolicamente i propri sentimenti sono stati alla base del potere

ideologico e i simboli hanno funzionato da legittimatori dell'ordine politico, riducendo il bisogno di

coercizione ed accrescono l'integrazione delle masse nella politica. I rischi di conformismo della

massa e dispotismo della maggioranza sono stati attribuiti alla nuova conformazione della sfera

pubblica, caratterizzata dal declino dei luoghi che avevano favorito lo sviluppo del pensiero

raziocinante e dall'affermarsi dei mass media. Nel tempo questi luoghi si sono commercializzati

è

contribuendo a formare il mercato del tempo libero. La sfera pubblica si allargata ma ha perso la

sua capacità di controllo sul potere pubblico. Haberma scriveva che nella misura in cui si sono

commercializzati e concentrati dal punto di vista economico, tecnologico e organizzativo questi

organi si sono trasformati in complessi di potere sociale. Su concezioni del giornalismo come

offerta neutrale di informazione o strumento di controllo dell'attività dei politici sarebbe prevalsa la

è

ricerca del profitto. La stessa pubblicità del discorso diventata un potenziale strumento di

è

inganno. Nel moderno sistema delle comunicazioni di massa la pubblicità diventata azione

è

nascosta di manipolazione. La mediazione della politica sempre stata più usata per indicare un

processo di progressiva autonomizzazione dei media da ogni controllo politico e di crescita della

capacità dei media di controllare la politica. Per la loro stessa logica di funzionamento i mass media

trasformerebbero le regole della politica e del gioco democratico. Alcune ipotesi sostengono che

l'indebolimento dei partiti avrebbe favorito la trasformazione delle democrazie contemporanee in

videocrazie, rafforzando i mezzi di comunicazione di massa. L'era della televisione avrebbe messo a

dura prova il pluralismo di opinioni che la stampa aveva fatto sopravvivere.

Alcuni effetti negativi dell'espansione della comunicazione di massa e della videocrazia nei sistemi

democratici sono:

l

a politica spettacolo, invece che politica come partecipazione. la televisione ha fatto si che

• l'uomo sia interessato più al gioco che alla conoscenza. La spettacolarizzazione della

è

politica legata alle caratteristiche della ricerca del profitto, che spinge a soddisfare una

domanda di comunicazione sulla politica, che ne sottolinei gli aspetti attraenti e divertenti.

Per rispondere alle esigenze dei media i politici stessi tenderebbero a inscenare la politica in

modo da renderla più attraente. I tempi della politica seguono sempre quelli della

televisione: gli eventi politici vengono collocati nei momenti più propizi per essere trattati

dai telegiornali in onda negli orari più densi di ascolto. Dato che la televisione concentra

l'attenzione su quello che può essere visualizzato, l'immagine dei politici acquista un ruolo

importante.

la personalizzazione della politica. La crescente personalizzazione delle campagne, cioè il

• crescente ruolo delle qualità personali dei candidati rispetto al loro programma politico.

è

Dagli Stati Uniti, con l'indebolimento dei partiti, la personalizzazione della politica si

estesa anche in Europa aumentando il potere dei mezzi di comunicazione. La presenza dei

mezzi di comunicazione di massa avrebbe favorito i leader di partiti dotati di canali

privilegiati di accesso ai giornalisti e creato "partiti mediatici". Proprio dal controllo dei

media permette l'emergere e l'affermarsi di leader populistici ma la dipendenza dai media

rende fragile e precaria la posizione dei leader.

La televisione peggior le conoscenze sul processo decisionale. La spettacolarizzazione vuol

• dire superficialità nell'informazione fornita sempre più spesso da un'immagine. L'immagine

toglie la possibilità di astrazione, il bisogno di accompagnare la parola con l'immagine porta

ad una selezione arbitraria delle notizie, dando importanza ad eventi non importanti solo

perché c'è la cinepresa che li registra ed evitando di trasmettere altri eventi.

La televisione ha aumentato il costo delle campagne elettorali, aumentando quindi il ruolo

• è

del denaro. Alla politica porta-a-porta si sostituito il palcoscenico televisivo. I partiti sono

costretti ad assumere uno staff di professionisti dell'immagine, specialisti di marketing e

dell'immagine, pagandoli profumatamente con il compito di spettacolarizzare il discorso

politico e la figura personale del candidato.

In alcuni casi i mass media manipolano l'elettorato. Uno dei modi in cui i mass media

• manipolano l'elettorato sono i sondaggi. Attraverso i sondaggi i mass media riportano come

tendenze e opinioni del pubblico quelle tendenze che loro stessi hanno contribuito a formare.

In generale le opinioni rilevate dai sondaggi sono deboli, volatili, eventualmente inventano,

e soprattutto hanno un effetto riflettente, un rimbalzo di ritorno dei media. I sondaggi hanno

la capacità di influenzare gli esiti in due modi, effetto bandwagon (favorire il candidato che

appare vincente) ed effetto underdog (favorire chi sembra perdente).

5. Media e attivazione del pubblico

I media sono apparsi come forum dove rappresentanti di interessi emergenti possono rivolgersi

è

all'opinione pubblica per cercare di guadagnare consensi. L'accesso ai media fondamentale per le

azioni di protesta, tanto da essere considerato una risorsa per i gruppi senza risorse da scambiare

direttamente con chi prende le decisioni pubbliche. La protesta mette in moto un processo di

influenza indiretta, mediata attraverso i mezzi di comunicazione. Per avere successo i gruppi più

è

piccoli devono avere il sostegno dell'opinione pubblica. La protesta quindi uno strumento

attraverso il quale gruppi senza potere possono creare le risorse di pressione conquistandosi alleati.

Per raggiungere i mezzi di comunicazione devono aumentare il potenziale di notiziabilità delle loro

azioni. Il bisogno di contare sui media come amplificatori del proprio messaggio porta i leader a

difficili scelte strategiche. Come hanno dimostrato McPhail e Smith per avere una copertura

mediatica le azioni di protesta devono essere violente, oppure devono coinvolgere molte persone o

infine essere molto innovative sul piano simbolico. Se i media rappresentano in effetti un canale

dove presentare nuove idee e interessi gli attori devono adattarsi al loro modo di funzionare. I media

quindi possono svolgere un ruolo di advocacy (patrocinato) e informando i cittadini possono essere

uno strumento di controllo dal basso sulle attività dei governanti. Alla funzione di difesa del bene

pubblico si ispira la scuola di giornalisti nata negli Stati Uniti sotto il nome di "scuola del public

journalist movement".

6. Comunicazione politica e nuove tecnologie

Lo sviluppo tecnologico sembra permettere un maggiore pluralismo delle fonti di informazione

tanto da far parlare di terza era della comunicazione politica. Le nuove tecnologie via cavo

riducono i costi aumentando le frequenze, permettendo lo sviluppo di canali telematici e offerte

orientate a piccole nicchie di utenti. La rivoluzione digitale permette l'integrazione dei vari servizi

di comunicazione a reti a banda larga. L'emerge di una nuova generazione di satelliti ha aiutato

l'estendersi della comunicazione su scala globale, si sviluppano sistema di comunicazione

bidirezionali che fanno parlare di nuova Babele elettronica. La presenza di mezzi autogestiti, come i

siti Internet potrebbe ridurre la funzione di filtro dei giornalisti. Internet influenza il comportamento

di singoli e organizzazioni, intervenendo soprattutto sulle modalità di interazione individuali e

collettive. Nel solo campo delle interazioni fra i cittadini e stato, sono stati introdotti termini quali e-

partecipazion e e-governance, e-voting e e-referendum. Sarebbero queste tutte specificazioni di una

più generale trasformazione che l'elettronica porterebbe nella concezione della democrazia: fino a

promuovere una e-democracy definita come crescita delle opportunità di partecipazione politica dei

è

cittadini per effetto di Internet. Il potenziale di Internet nel migliorare la qualità della democrazia

è

stato discusso insieme alle sue concrete applicazioni. Il dibattito su internet si intrecciato a quello

sulle qualità della democrazia.

L'uso delle nuove tecnologie può migliorare la comunicazione tra cittadini ed eletti. I siti do

amministratori e politici contribuirebbero ad informare meglio gli elettori e allo stesso tempo di

fornire maggiori feedback agli eletti. Internet dovrebbe rendere l'autorità più accessibile a parte dei

cittadini. Per quanto riguarda le politiche pubbliche Internet dovrebbe accrescere la trasparenza

delle politiche pubbliche, favorendo la collaborazione tra diverse agenzie pubbliche. E-governance

ridurrebbe la discrezionalità dei funzionari pubblici, garantendo maggiore trasparenza. L'efficacia

del servizio pubblico sarebbe migliorata da una maggiore flessibilità nell'accesso e di ascolto dei

cittadini-utenti. Per quanto riguarda il voto elettronico ci sono delle incertezze sulla segretezza e

sulla deritualizzazione, inoltre le nuove tecnologie continuano ad essere utilizzate

unidirezionalmente, considerando l'utente come soggetto passivo. Se internet crea opportunità per

è

una comunicazione politica interattiva la capacità dei politici si sfruttarla limitata, non solo dalla

è

disponibilità delle risorse economiche ma anche dagli ambiti culturali prevalenti. Internet stato

presentato come una tecnologia che amplia non solo il numero degli utenti ma anche i produttori di

informazioni. Siccome internet permette di raggiungere un pubblico più amplio dovrebbe

aumentare la partecipazione, ridurre le gerarchie accrescendo la partecipazione dal basso. Internet

sarebbe un medium capace di ridurre le disuguaglianze politiche a diversi livelli: accrescendo i

canali di informazione disponibili per i cittadini, e facilitando la partecipazione di chi normalmente

non ha voce. Opinioni più scettiche -> La ricerca sul digital divide ha sottolineato che la

diseguaglianza nell'accesso ad Internet interagisca con altre forme di disuguaglianza. L'analisi

cross-nazionale ha mostrato che i tassi di accesso a Internet sono infatti correlati con indicatori di

risorse come ricchezza materiale e tecnologie di comunicazione. A livello individuale il digital

è è

divide stato collegato a specifiche caratteristiche sociodemografiche: l'utente Internet più

probabilmente maschio, giovane, benestante e con alti livelli di istruzione. Una terza dimensione

è

della democrazia quella deliberativa, dove molta importanza ha la qualità della comunicazione.

Da questo punto di vista internet ha aumentato la quantità delle informazioni disponibili ma anche

è

il pluralismo delle fonti e dei contenuti. La facilità di contatti fra individui e gruppi stata anche

considerata come precondizione per comprensione e riconoscimento reciproci. Gli utenti Internet

hanno relazioni sociali più ricche. Disseminando informazioni alternative e creando nuovi spazi per

è

la discussione, Internet stato visto come strumento per la costruzione di una nuova sfera pubblica,

aprendo opportunità di comunicazione pubblica a media-attivisti che mirano a criticare, creare,

ridefinire forme e contenuti mediatici.

Opinioni più scettiche si trovano sull'affidabilità delle informazioni disponibili sul web e sulla

è

capacità di Internet di facilitare una comunicazione che superi le barriere sociali e ideologiche. Si

notata una tendenza degli utenti del web a entrare in contato all'interno di gruppi ideologicamente

omogenei, quindi forma sfere pubbliche parziali. Per quanto riguarda la e-democracy, i filtri sociali,

è

culturali e politici intervengono nell'uso delle tecnologie. L'utilizzazione delle tecnologie filtrata

attraverso la concezione politica di ognuno, la tecnologia oggettiva ha poco a che vedere con quella

messa in pratica. Se Internet ha bisogno di una regolamentazione democratica la sua diffusione ha

invece coinciso con una fase di deregolamentazione e commercializzazione della comunicazione

con la trasformazione dei cittadini in utenti.

7. Gli attori e le regole della comunicazione politica

Sartori scrive che le opinioni non sono innate e non zampillano dal nulla, sono frutto di processi di

formazione. Alcun studiosi hanno cercato di individuare i principali attori e le principali condizioni

che influenzano le caratteristiche della comunicazione politica, cioè della comunicazione su temi

politici da parte di diversi attori.

Il modello a cascata. Karl Deutsch ha utilizzato un approccio cibernetico alla politica, orientato allo

studio dei flussi di comunicazione dentro il sistema. Egli ha guardato la comunicazione politica

come trasmissione di messaggi che permette l'elaborazione di decisioni politiche. Le informazioni

entrano nel sistema attraverso una serie di dispositivi riceventi che operano una selezione e

interpretazione delle immissioni provenienti dall'esterno a partire da una serie di codici a loro

propri. Sulla base di queste informazioni il centro decisionale farà le sue scelte che saranno poi

comunicate all'esterno e dall'esterno riceverà reazioni.

La formazione dell'opinione pubblica segue un modello a cascata e la comunicazione politica si

sviluppa in 5 diverse vasche poste a livelli diversi.

- primo livello: elìte sociali ed economiche, spesso collegate da loro da densi reticoli sociali e

canali di comunicazione

- secondo livello: elìte politiche e di governo, buon livello di comunicazione interna

- terzo livello: istituzioni delle comunicazioni di massa, strette interazioni reciproche

- quarto livello: leader d'opinione locale, parte della popolazione che presta attenzione ai mass

media filtrando le notizie per quelli che gli sono vicino

- pubblico di massa: influenza potenziale perché composto da elettori

Idee e informazioni scendono come in una cascata da una vasca all'altra prima di arrivare al livello

più basso. In ognuno di questi c'è conflitto di opinioni, alcune idee possono seguire anche il

processo inverso (effetto di retroazione). I vari livelli hanno dinamiche di comunicazione in parte

autonome e in parte interagenti rispetto agli altri. Le lentezze e i ritardi di questo processo

producono inefficienza.

Media, pubblico, politica. Il modello a cascata enfatizza la dimensione gerarchica della

comunicazione. Chi fa opinione pubblica? Tutti e nessuno. il tutti indica i molti e in molti luoghi e

è

modi diversi, mentre nessuno nel senso che qualcuno sempre diverso. Il livello di manipolazione

è

reciproca tra media e politici, così come il grado in cui l'opinione pubblica effettivamente

indipendente, mutano da paese a paese.

I paesi democratici hanno introdotto leggi di regolamentazione dell'utilizzazione dei mass media

da parte dei politici, in modo che anche la comunicazione sia imparziale ed efficiente. In generale

tutte le democrazie tendono di difendersi dalla distorsione introdotta dai media, regolamentando la

comunicazione politica, soprattutto in periodi elettorali e introducendo vincoli di incompatibilità tra

il possesso di mezzi di comunicazione di massa e l'occupazione delle cariche pubbliche.

Diversa può essere la cultura professionale prevalente fra i giornalisti; essa può essere come difesa

della verità e della libertà, come strumento di difesa di interessi di parte o come professione

orientata al profitto. Il grado di partiticità dell'informazione varia dal massimo controllo da parte dei

partiti sugli organi di stampa alla minimo quando i giornalisti rifiutano l'allineamento con i partiti.

La credibilità dei media incide sulla loro influenza sui cittadini.

La comunicazione politica muta in relazione alla cultura politica dei vari attori e quindi alle

ipotizzate preferenze del pubblico e degli decision makers. In alcuni casi può prevalere il discorso

ideologico e in altri si preferisce il discorso pragmatico, i vari linguaggi posso entrare in contrasto

l'uno con l'altro.

L'influenza dei media cambia anche in relazione a diversi temi e nelle diverse fasi di una decisione

è

pubblica. Ai media stata riconosciuta la funzione di agenda setting (influenza sulla percezione del

pubblico) mentre più deboli sono nella funzione di agenda building (indirizzo dell'azione dei

decisori pubblici). I media quindi sembrano più efficaci nel condizionare i cittadini su cosa pensare

piuttosto che su come pensare, ed alcune tematiche si prestano meglio alla comunicazione dei

media che altre.

I media riescono, su molti temi, a strutturare l'opinione pubblica e il pubblico influenza i media

chiedendogli precisi prodotti. Il contenuto simbolico del messaggio viene infatti negoziato da chi lo

riceve: il processo di ricezione consiste in un incontro creativo tra una forma simbolica strutturata e

complessa e dall'altro individui che appartengono a gruppi precisi e che nella loro funzione di

è

interpretazione applicano particolari risorse. L'Italia considerata come appartenente ad un modello

di pluralismo polarizzato, caratterizzato da integrazione dei media nella politica di partito, storica

debolezza dei media commerciali e forte ruolo dello stato. Il ritardo nella conquista della libertà di

è

stampa e nello sviluppo dell'industria commerciale dei media si riflesso si una stampa

economicamente marginale, dipendente dallo stato, dai partiti politici, dalla Chiesa e dai

è

finanziatori privati. La stampa di partito quasi scomparsa mentre i quotidiani continuano a

è

rappresentare distinti orientamenti politici. Il giornalismo italiano stato connotato da un basso

livello di professionalizzazione e da scarsa diffusione di un senso di specifica identità professionale.

è

La stampa di elìte e per quanto riguarda la diffusione dei quotidiani l'Italia si occupa negli ultimi

posti fra i Paesi dell'Europa occidentale con 121 copie ogni 1000 abitanti. In un contesto come

quello italiano, la commercializzazione non sembra accompagnarsi ad una depoliticizzazione dei

media né all'affermarsi di forme di professionlizzazione e di giornalismo neutrale.

Deregolamentazione e commercializzazione hanno prodotto sensezionalismo e non neutralità.

CAPITOLO 11: ELEZIONI E SISTEMI ELETTORALI

Nei paesi democratici le elezioni sono il momento di maggiore visibilità del processo politico. Sono

l'occasione nella quale avviene il maggior coinvolgimento attivo della popolazione.

1. Che cosa sono le elezioni?

1.1 Le elezioni come strumento di selezione dei detentori di cariche

Le elezioni sono un meccanismo per scegliere i componenti di organi monocratici o collegiali. La scelta di

chi deve occupare posizioni di rappresentanza è stata storicamente realizzata attraverso una pluralità di

metodi. Oltre alle elezioni possiamo ricordare la trasmissione per eredità,l'acquisto attraverso un pagamento

in denaro,la nomina,il sorteggio… Ciò che distingue l'elezione dalla nomina è l'ampiezza maggiore

dell'organo che opera la scelta. Pertanto si parla di nomina quando un capo dello stato sceglie un capo del

governo; si parla di elezione quando il parlamento sceglie il capo dello stato. Le elezioni sono anche gli

strumenti principali della rappresentanza e del controllo popolare sui governanti. Infine,sono uno dei

principali strumenti di ritualizzazione e "addomesticamento" del conflitto politico. Attraverso di esse la

competizione per il potere viene canalizzata secondo modalità prestabilite e con esiti relativamente

prevedibili.

1.2 Elezioni democratiche e non democratiche

Un posto particolare hanno le elezioni dei parlamenti nazionali,per queste sono state combattute le grandi

battaglie politiche che hanno portato alle istituzioni democratiche che conosciamo. I caratteri fondamentali

delle elezioni democratiche sono la competizione,la libertà e la rilevanza politica. Con il concetto di

competizione ci si riferisce al fatto che l'offerta politica(candidati e/o liste),ha carattere plurale e c'è una

genuina concorrenza. Con il concetto di libertà ci si riferisce al fatto che gli elettori sono in condizione di

operare la loro scelta al riparo da minacce e con un sufficiente grado di informazione sulle alternative.

Infine,con il concetto di rilevanza si evidenzia il fatto che i risultati delle elezioni hanno un peso significativo

sui processi politici del paese.

Ciò che caratterizza invece le elezioni dei paesi non democratici è che in tutto o in parte queste condizioni

vengono meno. La competizione viene annullata attraverso il meccanismo della lista unica. Questi regimi

intervengono sulla libertà dell'elettore limitando sia la scelta se votare o meno,sia i contenuti del voto. Queste

elezioni si caratterizzano dunque essenzialmente come "elezioni senza scelta" e di facciata.

2. La regolamentazione delle elezioni democratiche

Un complesso insieme di norme mira a regolarizzarne lo svolgimento,a salvaguardarne le funzioni e a

consentire il conseguimento degli scopi ad esse assegnati. I principali aspetti del processo elettorale oggetto

di regolamentazione sono: i tempi e la convocazione delle elezioni,l'elettorato attivo,l'elettorato passivo e le

candidature,la campagna elettorale,le modalità del voto,il sistema elettorale e la valutazione dei voti.

2.1 I tempi e la convocazione delle elezioni

Uno dei caratteri fondamentali delle elezioni democratiche,legato al fatto che le cariche alle quali esse si

riferiscono hanno durata limitata,è di essere ricorrenti. Da paese a paese e da carica a carica queste durate

variano. Il carattere ricorrente delle elezioni ha conseguenze importanti per gli attori che vi partecipano. Per

quel che riguarda gli elettori consente un apprendimento delle procedure,favorisce una continuità delle

scelte. Per quel che riguarda invece i candidati,chi perde sa che avrà presto un'occasione per rifarsi e

favorisce l'accettazione dei risultati. Se le elezioni hanno scadenza fissa la loro convocazione è un atto

formale. La questione è molto più rilevante quando le elezioni possono essere anticipate. L'anticipazione può

infatti giocare a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri.

2.2 L'elettorato attivo

In passato il suffragio era prerogativa di una parte ristretta della popolazione: quella maschile e appartenente

agli strati superiori della società. Restavano esclusi i contadini,gli artigiani,gli operai e tutte le donne. Il

processo di estensione del suffragio si è svolto per lo più dalla seconda metà del XIX secolo. Il problema del

suffragio femminile si è posto più o meno nello stesso periodo,ma la sua soluzione è stata respinta in seconda

linea rispetto a quella del suffragio maschile,capace di suscitare una mobilitazione politica più intensa. I

fattori che spingono all'allargamento del suffragio sono diversi:

-la forza espansiva del principio di uguaglianza

-una nuova concezione politica,quella nazionale,che presuppone la partecipazione di tutti a questa ideale

comunità

-la competizione tra le èlite politiche che le spinge a cercare nuovi sostenitori tra le file dei ceti prima esclusi.

Il diritto di voto non significa ancora automaticamente l'appartenenza al corpo elettorale. Questa richiede

l'iscrizione ad appositi registri elettorali. Se la registrazione è complessa e comporta costi rilevanti,ci sarà un

sostanziale effetto di riduzione dell' elettorato.

Il diritto di voto è legato al principio dell'appartenenza alla comunità politica. Nell'epoca degli stati nazionali

sono i cittadini di uno stato a qualificarsi come elettori;in epoche anteriori allo stato nazionale,là dove

esisteva un diritto di voto,questo era legato all'appartenenza a comunità locali oppure a una speciale

categoria sociale. Negli stati contemporanei la residenza vale essenzialmente per determinare l'ambito

territoriale più ristretto all'interno del quale il cittadino può esprimere il suo voto.

2.3 L'elettorato passivo e le candidature

Le elezioni suppongono che ci siano dei candidati sui quali operare la scelta. In genere,l'elettorato passivo

corrisponde a quello attivo:all'estensione del secondo ha fatto seguito anche il primo. Per l'elettorato passivo

valgono però anche alcune restrizioni legate a caratteristiche personali o a posizioni occupate dai potenziali

candidati.

Viene spesso prescritto che una candidatura debba avere il sostegno di un certo numero di elettori. Con lo

sviluppo dei partiti questi sono per lo più subentrati nello svolgimento di tale funzione:organi di partito locali

o nazionali si assumono il compito formale e sostanziale di scegliere e presentare i candidati. La scelta può

essere trasferita anche agli elettori stessi attraverso le elezioni primarie.

2.4 La campagna elettorale

La presentazione delle candidature segna l'apertura ufficiale della fase preparatoria delle elezioni,la

campagna elettorale. In questo periodo candidati e partiti concentrano i loro sforzi nell'informazione e

propaganda verso gli elettori. La campagna elettorale può essere prevalentemente nazionale oppure avere

una forte specificità locale;può essere condotta attraverso i mezzi di comunicazione di massa oppure

utilizzare forme di contatto diretto con gli elettori. La regolamentazione del periodo formale della campagna

elettorale è cresciuta negli ultimi anni,per l'aumentata sensibilità dell'opinione pubblica nei confronti del

problema dei costi e dei finanziamenti della politica. Una campagna elettorale informale può cominciare

molto prima,partiti e potenziali candidati tendono ad acquistare visibilità anche con molti mesi di anticipo

rispetto all'inizio della campagna ufficiale.

2.5 Le modalità del voto

Il voto si svolge in luoghi sotto la protezione di forze di polizia,esercito… La regolarità delle operazioni di

voto e poi di scrutinio è assicurata dai componenti del seggio,dalla rappresentanza delle varie forze politiche

e dall'intervento di uffici giudiziari. La tutela della effettiva segretezza del voto è oggi uno dei requisiti

considerati essenziali per elezioni democratiche. Per un lungo periodo il voto è stato espresso in pubblico,alla

fine nelle democrazie ha prevalso l'esigenza di garantire una maggiore libertà di scelta individuale. Nella

gran parte dei casi oggi il voto avviene attraverso una scheda ufficiale,che contiene i nomi dei candidati e i

simboli partitici. L'elettore compie la scelta con un semplice segno in una cabina elettorale,in alcuni Paesi la

scheda è stata soppiantata da strumenti meccanici(USA). C'è infine la questione dell'obbligatorietà o meno

del voto. Il voto è generalmente concepito come un diritto e come tale è stato conquistato. Allo stesso

tempo,però,viene concepito come un dovere civico:perché la democrazia funzioni è necessario che gli

elettori votino.

3. Sistemi elettorali e valutazione dei voti

La descrizione dei diversi sistemi elettorali deve prendere in considerazione i seguenti aspetti principali:

- l'ambito territoriale nel quale avviene l'espressione del voto e l'assegnazione dei seggi

- la formula di computo dei voti e di allocazione dei seggi

- le soglie di rappresentanza

- il carattere categorico o ordine del voto

3.1 Le circoscrizioni elettorali

Uno dei primi punti che i sistemi elettorali devono affrontare è quello del rapporto tra elettori,eletti e

territorio. La scelta fondamentale è se questo rapporto si debba svolgere all'interno di un unico ambito

nazionale oppure entro circoscrizioni territoriali delimitate. Nel 2°caso si pone il problema della grandezza di

queste e delle modalità della loro identificazione.

Il prevalere di circoscrizioni sub-nazionali per l'elezione dei parlamenti dipende in primo luogo da motivi

storici(la rappresentanza e le elezioni parlamentari,prima che si affermassero le idee della rappresentanza

nazionale,avevano un carattere fortemente locale),ma anche motivi pratici(le circoscrizioni locali consentono

una vicinanza maggiore e quindi contatti più diretti tra gli elettori e i candidati).

Le circoscrizioni elettorali possono variare in termini di magnitudine,cioè dal numero di seggi assegnati

all'interno di ciascuna di esse:si va dalla dimensione minima del collegio uninominale(un solo eletto) ai

collegi plurinominali(gli eletti possono essere da due sino alla totalità). Se si opta per la pluralità di

circoscrizioni elettorali(siano esse uninominali o plurinominali) si pone il problema dell'uguaglianza del

voto. I voti dati in un collegio peseranno in misura uguale a quelli dati in un altro? Per rispondere a questa

esigenza si deve procedere o ad un ridisegno dei confini dei collegi oppure a una redistribuzione dei seggi da

attribuire nei diversi collegi in modo da mantenere costante il rapporto numerico tra eletti e popolazione del

collegio. Questione rilevante è a chi spetti effettuare tale operazione. È ben noto infatti che i collegi posson

esser ridisegnati per conseguire effetti partigiani;questo è il cosiddetto Gerrymandering,nome che deriva da

un governatore americano il quale nel ridisegnare i collegi in modo favorevole al proprio partito li ritagliava

in forme inconsuete.

3.2 Le formule elettorali

Nell'analizzare le formule elettorali si può partire dalla distinzione tra formule maggioritarie e formule

proporzionali.

-Formule maggioritarie. Sono le formule che,nell'assegnazione dei seggi,privilegiano l'orientamento di

maggioranza. Al loro interno si può operare un'ulteriore distinzione:si tratta della maggioranza

assoluta(ossia il 50% di voti + 1) o di quella relativa(cioè quel pacchetto di voti che supera tutti gli altri

anche se resta sotto il 50%).

In concreto,i principali tipi sono il sistema maggioritario ad un turno in collegi uninominali,il sistema

maggioritario ad un turno in collegi plurinominali,il sistema maggioritario a doppio turno in collegi

uninominali e il voto alternativo. La prima delle formule indicate assegna l'unico seggio in gioco in ciascun

collegio al candidato che supera tutti gli altri,indipendentemente dalla percentuale di voti raggiunta,quindi

anche se questa sarà sensibilmente inferiore alla maggioranza assoluta. Se però si esige che gli eletti debbano

contare sulla maggioranza assoluta,il sistema uninominale ad un turno si rivela incapace di assicurare questo

risultato. La soluzione è offerta da una qualche variante del doppio turno. Nei collegi dove il primo turno di

elezione non ha prodotto l'assegnazione del seggio a maggioranza assoluta si procede,dopo un certo periodo

di tempo,ad un secondo turno il quale dovrà assegnare comunque il seggio. Se si vuole conseguire questo

scopo mantenendo la maggioranza assoluta,si deve ridurre il numero dei candidati a due soli,utilizzando lo

strumento del ballottaggio,cioè ammettendo al secondo turno solo i due candidati meglio piazzati al primo.

L'altra formula maggioritaria è quella del voto alternativo(Australia),dove agli elettori è richiesto di attribuire

un ordine di preferenza ai candidati.

-Formule proporzionali. Queste formule consentono che tutti gli orientamenti politici siano rappresentati in

proporzione alla loro forza. Si richiedono collegi plurinominali,che consentono di attribuire i seggi

disponibili ad una pluralità di forze politiche. La maggior parte dei sistemi proporzionali adottano il voto di

lista:i candidati sono cioè raggruppati in liste di partito ed è su queste che gli elettori devono esprimere il

loro voto. Poiché non ci si può aspettare che i voti ottenuti dai diversi partiti corrispondano a multipli esatti

del quoziente elettorale(n.dei voti totali espressi in un collegio/n.dei seggi da assegnare),si devono trovare

delle formule matematiche,come quelle dei resti più alti e delle medie più alte.

-Sistemi misti. Combinano elementi derivati da sistemi elettorali ispirati a principi diversi. Per esempio

possono essere accostati elementi di maggioritario e di proporzionale,collegio uninominale e plurinominale.

Sarà importante capire quale equilibrio sussista tra le diverse componenti,come esse interagiscono tra loro e

se una di queste prevalga. La Germania ha sperimentato un sistema che combina collegi uninominali a

sistema maggioritario con collegi plurinominali a sistema proporzionale e attribuisce agli elettori voti distinti

per le due componenti.

3.3 Soglie di rappresentanza e premi di maggioranza

Alcuni sistemi elettorali introducono delle soglie minime di rappresentanza;solo le forze politiche che

superano questa soglia sono ammesse al riparto dei seggi e solo ad esse si applica dunque il principio

proporzionale. Le soglie possono essere implicite, derivano cioè dal modo stesso in cui è organizzato il

processo elettorale. Il numero dei soggetti da eleggere è la variabile implicita più cruciale:a parità di altre

condizioni più alto è questo numero minore è la soglia di rappresentanza e viceversa. Questa variabile

dipende dall'ampiezza dell'organo da eleggere(in un parlamento di 600 membri possono esser facilmente

rappresentati anche partiti con basse cifre elettorali) e dall'ampiezza della circoscrizione elettorale all'interno

della quale vengono assegnati i seggi.

3.4 Il voto:altri elementi

Si deve distinguere tra voto categorico(quello nettamente prevalente,l'elettore deve esprimere una

"preferenza secca") e voto ordinale(gli elettori possono esprimere un ordine di preferenza tra candidati).

Un altro aspetto significativo riguarda il destinatario del voto:si tratta del candidato individuale oppure di una

lista di partito che contiene una pluralità di nomi? La fase iniziale dei sistemi elettorali democratici ha visto

prevalere nettamente il voto per il candidato. Nel corso del XX secolo,invece,i candidati sono andati

assumendo in misura sempre più netta il carattere di esponenti di partito ed è prevalentemente in questa veste

che sono conosciuti e votati. La lista presentata dal partito è,per lo più,bloccata e agli elettori non è

consentito di intervenire in nessun modo sui candidati. La possibilità riconosciuta agli elettori di scegliere fra

i candidati di uno stesso partito fa si che si sviluppi una competizione intrapartitica.

4. Gli effetti dei sistemi elettorali

Va notato che gli effetti sono molteplici,inoltre è difficile districare quanta parte di questi effetti sia

effettivamente dovuta ai sistemi elettorali e quanta invece ad una serie di fattori pertinenti all'ambiente

politico entro il quale le elezioni si svolgono. Innanzitutto occorre chiedersi:effetti su che cosa? La

discussione si concentra prevalentemente sugli effetti che i sistemi elettorali hanno sul sistema dei partiti. Ci

si chiede se passando da un sistema elettorale all'altro,aumenterà o diminuirà il numero dei partiti,saranno

avvantaggiati solo i grandi partiti,sarà incentivata oppure scoraggiata la stabilità delle coalizioni. Per quanto

riguarda gli effetti sui partiti si può dire che,quanto più deboli sono i partiti,tanto meno chiari e precisi

saranno gli effetti su di essi.

4.1 Gli effetti diretti

- Effetti diretti a livello circoscrizionale: il sistema maggioritario ad un turno in ambito uninominale su

questo piano,comporta che tutte le minoranze sono tagliate fuori dalla rappresentanza. Quanto alta sia la

maggioranza necessaria per vincere dipende dal numero delle candidature e dalla distribuzione del sostegno

elettorale. Con il sistema a doppio turno non cambia molto,si produrrà un innalzamento della maggioranza

richiesta per vincere. Passando ai sistemi proporzionali,si può dire che questi,sono sempre delle

approssimazioni più o meno imperfette della proporzionalità. Pertanto anch'essi possono svolgere un'azione

"riduttiva" sul sistema dei partiti.

- Effetti a livello nazionale: sono il risultato,in primo luogo,della sommatoria degli effetti a livello locale. Di

effetti nazionali,possiamo parlare solo nel momento in cui c'è un attore nazionale in grado di collegare e dare

significato politico ai risultati locali di una pluralità di circoscrizioni. Storicamente questa situazione si è

verificata per effetto del processo di nazionalizzazione della politica e in particolare con l'affermarsi dei

partiti nazionali che,collegando i candidati dietro un simbolo e programma,hanno fatto sì che l'elezione dei

rappresentanti acquistasse un significato più ampio di quello locale. In secondo luogo,gli effetti nazionali

sono dovuti alla presenza di eventuali meccanismi del sistema elettorale operanti a livello sovra-

circoscrizionale(come la redistribuzione dei resti) che possono compensare o ridurre gli effetti locali.

Restando agli effetti diretti si può formulare una "legge" sugli effetti nazionali del sistema maggioritario:i

partiti minoritari a livello nazionale sono tanto più penalizzati quanto più sono distribuiti in maniera

omogenea sul territorio,e sono invece relativamente avvantaggiati quanto più sono concentrati

territorialmente;l'opposto vale per i partiti maggioritari.

4.2 Gli effetti indiretti

L'incidenza dei sistemi elettorali sui risultati finali delle consultazioni popolari è dovuta anche all'influenza

che hanno sui comportamenti degli attori in gioco(elettori e candidati). Dal punto di vista dell'elettore,il

punto principale da mettere in rilievo è la questione dell'utilità del voto. Nei sistemi maggioritari l'unico

voto "utile" ai fini dell'assegnazione delle cariche elettive è quello che va al candidato di maggioranza

relativa. Il dilemma che l'elettore si trova davanti-dare il voto a un candidato che non rappresenta la sua

prima preferenza ma ha buone possibilità di essere eletto(voto utile),oppure al candidato preferito ma con

minori possibilità di risultare eletto(voto espressivo)-è molto serio nel caso di un sistema maggioritario. Nei

sistemi proporzionali voto utile e voto espressivo tendono invece a coincidere. Saranno penalizzati i

candidati e i partiti che occupano posizioni estreme:essi avranno maggiori difficoltà a qualificarsi come

destinatari del voto utile;l'opposto accadrà invece per i candidati in posizioni più centrali. Come per gli

elettori anche per candidati e partiti le prospettive cambiano a seconda del sistema elettorale. In un sistema

ad alto livello di proporzionalità l'unica strategia ottimale per un partito è quella di massimizzare i propri

voti:da questi,infatti,dipendono i seggi che potrà ottenere. Coalizioni tra partiti presentano in questo contesto

rischi cospicui e pochi vantaggi. Nel caso invece di un sistema maggioritario si accresce significativamente

per i partiti il rischio dell'insuccesso totale,cioè che i voti ottenuti vadano sprecati. Diventa quindi decisivo

superare la soglia di rappresentanza. Quanto minore è la distanza ideologica tra partiti,quanto più elevata è la

sicurezza di non perdere i propri elettori e quanto più grande è il rischio di una sconfitta elettorale,tanto

maggiori saranno gli incentivi a coalizzarsi.

Nel caso di sistemi elettorali a doppio turno,gli elettori possono dare un voto diverso ad ogni turno.

4.3 Valutazione complessiva degli effetti

Duverger ha affermato che il sistema maggioritario si associa al dualismo partitico mentre il sistema

proporzionale e il maggioritario a doppio turno al multipartitismo. Sartori,a sua volta,ha contrapposto una

formulazione più articolata sostenendo che: 1)il sistema maggioritario produce un sistema bipartitico in

presenza di un sistema partitico strutturato e di un elettorato omogeneamente distribuito;2)nel caso di

elettorato non omogeneamente distribuito tale sistema mantiene un potere riduttivo sui partiti minoritari

distribuiti omogeneamente sul territorio ma non può eliminare tutti quei partiti che possono contare su

"sacche elettorali" maggioritarie;3)i sistemi proporzionali,se sono perfetti,non hanno effetti sul sistema

partitico,ma,quanto meno sono proporzionali,tanto più hanno effetti riduttivi. Lijphart ha tentato di stabilire

che rapporto ci sia tra i principali sistemi elettorali e le tre variabili della proporzionalità della distribuzione

dei seggi rispetto ai voti,del numero dei partiti e della produzione di maggioranza. Al diminuire della

proporzionalità della formula e al crescere della soglia di rappresentanza il livello di disproporzionalità

nell'assegnazione dei seggi aumenta e il numero dei partiti parlamentari diminuisce,e viceversa. Nota che gli

effetti sul numero effettivo dei partiti a livello elettorale sono poco chiari. Soprattutto i sistemi maggioritari a

un turno esercitano un'influenza indiretta su elettori e partiti favorendo voto strategico dei primi e

aggregazioni dei secondi.

Non sempre i risultati sono quelli attesi. Fattori esterni possono controbilanciare e ridurre gli effetti dei

sistemi elettorali.

4.4 Altri effetti dei sistemi elettorali

- Effetto sul personale parlamentare: si è messo in evidenza come alcuni elementi del sistema elettorale

concorrano a rendere più ardua l'elezione di candidati donne e di candidati appartenenti a minoranze non

territorialmente concentrate. In condizioni di elevato rischio di sconfitta,i partiti preferiscono puntare sui

candidati più sicuri. Viceversa sistemi applicati a circoscrizioni ampie rendono più facile l'inserimento di

candidati provenienti anche dalle categorie più deboli.

-Effetto sullo stile delle campagne elettorali: i collegi uninominali tendono a dare al candidato una posizione

di spicco ben maggiore dei sistemi proporzionali di lista,nei quali invece il simbolo del partito ha un ruolo

decisivo.

5. Svolgimento e partecipazione

La partecipazione al voto,come si constata facilmente da un raffronto tra paesi,tra periodi storici,oltre che tra

elezioni di diverso tipo all'interno dello stesso paese,è suscettibile di variazioni importanti. Un primo tipo di

spiegazioni si è orientato su variabili culturali:si è ipotizzato che la partecipazione dovesse essere più

frequente laddove era più diffusa una cultura civica,cioè caratterizzata da fiducia nelle istituzioni

democratiche. Un secondo tipo di spiegazioni fa riferimento a caratteristiche individuali dell'elettore. Un

terzo tipo di spiegazioni ha poi rivolto l'attenzione a variabili istituzionali,suggerendo che possono essere

rilevanti fattori che riguardano le modalità di organizzazione del voto e le conseguenze politiche di questo.

6. Il comportamento di voto e le sue determinanti

Nelle elezioni l'aspetto cruciale è la scelta degli elettori. Si pongono poi anche altri interrogativi:perché gli

elettori votano in un certo modo?quali fattori spiegano meglio i diversi tipi di comportamento elettorale?

quali teorie sono più soddisfacenti?

L'osservazione empirica dei comportamenti di voto ha messo in luce un notevole grado di continuità a livello

aggregato. Gli allineamenti di voto si riproducono in genere di elezione in elezione senza variazioni

eccessive. Alcuni tra i primi studi sul comportamento elettorale hanno attirato l'attenzione sull'influenza della

classe sociale. La sua influenza può variare in misura assai significativa da paese a paese. Queste variazioni

hanno indotto a prendere in considerazione altri fattori,in particolare quello religioso e quello etnico-

linguistico. Questi fattori esercitano tanta più influenza sul comportamento elettorale quanto più intorno ad

essi si è sviluppato un processo di mobilitazione politica della popolazione e i partiti,in competizione tra

loro,hanno assunto questi caratteri come come elementi della propria identità politica.

Si è utilizzato il concetto di identificazione partitica per sottolineare l'importanza dei vincoli psicologici di

fedeltà che si stabiliscono nel tempo tra l'elettore e il partito. L'identificazione di partito si rivela un carattere

molto durevole nella vita degli individui e tende a rafforzarsi con l'età. Come per gli Stati Uniti,anche per

l'Europa negli anni settanta-ottanta questo quadro è sembrato incrinarsi:sono apparse nuove linee di

frattura,sono nati nuovi partiti e i legami tra partiti tradizionali e comportamento di voto sono diventati meno

stabili. Accanto al voto di appartenenza,occorre considerare anche un più mobile voto di

opinione(determinato da orientamenti più variabili) e un utilitaristico voto di scambio(ancorato ai benefici

calcolabili dall'elettore).

Particolare importanza hanno gli studi sui fattori economici. In un contesto come quello contemporaneo nel

quale ai governi sono attribuite ampie responsabilità in materia di gestione dell'economia,l'ipotesi che

l'andamento dell'economia incida sul comportamento elettorale è certamente plausibile.

Il comportamento di voto,se da un lato ha alla sua base interesse,opinioni e credenze che hanno le loro radici

nell'individuo e nella sua collocazione all'interno della società,dall'altro rappresenta la risposta ad un'offerta

politica che proviene dal sistema degli attori partitici e risente delle dinamiche interne e del grado di

strutturazione di questo. CAPITOLO 12: PARLAMENTI E RAPPRESENTANZA

7. Che cos'è un parlamento?

Caratteristiche dei parlamenti nelle liberal-democrazie occidentali:

15. natura assembleare → si riferisce alla forma collegiale, ossia tendenzialmente paritaria, dei membri

dell'istituzione, ma anche alla sua relativa ampiezza. Un'assemblea parlamentare è un organismo

fondamentalmente non gerarchico, anche se al suo interno vi sono posizioni di maggior potere, ma in

sede di voto hanno tutti lo stesso peso. Un parlamento è composto inoltre da un numero di membri

più esteso di altri organismi collegiali (governi, commissioni,...);

16. carattere permanente dell'istituzione e la sua competenza generale → in quanto organismi

permanenti i parlamenti non sono confinati nella loro attività ad un insieme delimitato di decisioni,

ma sono in grado di produrre un flusso decisionale continuo, ponendosi alla pari delle altre

istituzioni di governo. Il carattere permanente accresce l'autonomia del parlamento, poiché

indipendente da altri per la propria convocazione.

17. mandato temporalmente definito dei componenti → i componenti dei parlamenti democratici

sono soggetti a rinnovo, a scadenze ravvicinate. Il mandato a vita è un'eccezione.

18. pluralismo interno → il parlamento consente la coesistenza di una pluralità di orientamenti politici;

ciò significa che si consente in maniera continuativa l'espressione dell'opposizione, che può quindi

fruire di uno spazio istituzionale garantito.

19. collegamento organico con i processi istituzionali della rappresentanza politica → i parlamenti

democratici costituiscono parte integrante del processo rappresentativo, del quale sono il

coronamento. Essi si fondano su un legame istituzionalizzato con la cittadinanza politica, basato

sull'elezione popolare.

Definizione minima di parlamento basata sui criteri strutturali:

Il parlamento è un'assemblea rappresentativa a competenza generale, pluralistica e permanente ma

rinnovata nella sua composizione tramite elezioni a scadenze regolari.

L'assenza di anche uno solo di questi elementi determina un mutamento sostanziale della natura

dell'istituzione.

Gli scostamenti da questa definizione portano a parlare di parlamenti pre-democratici, non democratici o

autoritari.

− La rappresentanza democratica

L'attributo rappresentativo non qualifica soltanto un'istituzione politica (il parlamento), ma un regime nel suo

complesso (la democrazia rappresentativa). È proprio questo attributo che fa del parlamento un'istituzione

essenziale della democrazia moderna.

Rappresentanza, rappresentanza politica e rappresentanza politica democratica possono essere visti come 3

insiemi di significati concentrici e via via meno estesi.

Il concetto di rappresentanza fa riferimento sempre ad una situazione duale e relazionale, suppone cioè un

rappresentante ed un rappresentato, e che tra questi sussista un certo rapporto.

Nella sfera politica i due poli si identificano con governanti e governati.

Come è stato messo in luce da uno dei più approfonditi studi del concetto di rappresentanza politica,

possiamo individuare almeno 5 varianti principali del significato del rapporto tra rappresentanti e

rappresentati:

− La rappresentanza come conferimento di autorità :

Fa riferimento a quell'aspetto del rapporto tra rappresentato e rappresentante in base al quale viene stabilito

che le azioni del secondo valgono per il primo e lo impegnano. Il rappresentante ne trae dunque il titolo ad

agire legittimamente per il rappresentato. Per questa accezione è cruciale come viene precisato il

conferimento di autorità.

− La rappresentanza come azione nell'interesse di qualcuno che non può o non vuole agire

personalmente:

L'aspetto centrale è il contenuto dell'agire del rappresentante. La rappresentanza è definita sulla base

dell'interesse del rappresentato. Il criterio della rappresentanza sta dunque nel rispetto da parte del

rappresentante degli interessi del rappresentato. L'autorità ad agire al posto del rappresentato è normalmente

conferita al rappresentante nel presupposto che questi agisca poi a tutela degli interessi del primo. Anche per

questa accezione vi è uno spazio di variazione; ad esempio la differenza tra:

→ interpretazione che concepisca il rappresentante come unico autorizzato a stabilire quale sia il vero

interesse del rappresentato (regimi autocratici)

→ interpretazione che riconosca al rappresentato il diritto di determinare da se i propri interessi (regimi

liberal-democratici).

− Rappresentanza come responsabilità :

In questo caso si parla di rappresentanza come relazione che comporta una responsabilità del rappresentante

nei confronti del rappresentato e prevede dei meccanismi per farla valere. Presa da sola questa eccezione

esprime solo una dimensione procedurale del rapporto rappresentante-rappresentato, cioè il potere del

rappresentato di controllare e sanzionare il rappresentante (tramite rottura del rapporto) e il dovere di questo

di sottoporvisi. Questa accezione si esprime nelle democrazie tramite le elezioni.

− Rappresentanza come rappresentatività, cioè come specchio, riproduzione di una determinata realtà :

Qui si vede la rappresentanza come “specchio” o rappresentatività, in cui la rappresentanza è intesa come

riproduzione delle caratteristiche dei soggetti rappresentati. In questo caso è d'obbligo il riferimento

all'istituzione parlamentare: la sua natura assembleare consente di considerarla come un microcosmo che

riflette i caratteri del corpo politico. Problema cruciale di questa variante diviene la determinazione delle

caratteristiche da rappresentare. Per lo più ci si riferirà a caratteri oggettivi della popolazione quali il genere,

lo status, la condizione professionale,.. . Un organo politico sarà dunque tanto più rappresentativo quanto più

fedelmente replicherà la distribuzione di certe caratteristiche proprie della società. In un contesto di

democrazia liberale, la realizzabilità della rappresentatività “sociologica” è legata alla compresenza di alcune

condizioni politiche:

1) volontà dei rappresentati di scegliere rappresentanti simili a se stessi → più probabile che si realizzi

quando il carattere in questione è definizione dell'identità politica di un settore della società (es. essere

operaio determina un certo orientamento);

2) disponibilità di un certo numero di “candidati-rappresentanti” dotati di simili caratteristiche → dipende

dai processi di reclutamento e carriera delle èlite politiche e può entrare in conflitto con le tendenze alla

professionalizzazione delle stesse;

Si consta però che in alcuni parlamenti di regimi democratici, con processi elettorali manipolati, troviamo

parlamenti più rappresentativi (in termini di rispecchiamento di caratteristiche sociali) di parlamenti

democratici, in cui la rappresentanza sociologica viene realizzata dall'alto, legittimato. Un caso particolare è

quello del Soviet Supremo dell'Urss, in cui i parlamenti comunisti erano un'accurata espressione della

società.

Questo modello parte dall'assunto che il comportamento dei rappresentanti sia determinato dalla loro identità

(una rappresentante donna farà gli interessi delle donne,...).

− Rappresentanza come evocazione simbolica :

Questo tipo di rappresentanza ricorre spesso nella vita politica, ad esempio quando si dice che il capo dello

stato rappresenta la nazione. In questo caso una persona in ragione del suo ruolo istituzionale esprime in

maniera simbolica un carattere della realtà politica che da solo non potrebbe manifestarsi efficacemente. La

rappresentanza come simbolo viene spesso utilizzata in riferimento ad organi politici monocratici (monarchi

o repubblicani), quale quello di capo dello stato.

In questa accezione i rappresentanti-persone svolgono funzioni di rappresentanza simili a quelli delle

bandiere nazionali, gli inni, ...

Queste accezioni ricorrono in qualche misura nell'esperienza politica singolarmente, ma ancor più spesso,

combinandosi tra loro.

Chi o che cosa è rappresentato e chi e che cosa è il rappresentante?

La rappresentanza parlamentare liberale e democratica ha optato per una interpretazione pluralistica e

competitiva di entrambi i termini della relazione rappresentativa.

Altre concezioni della rappresentanza hanno invece privilegiato l'idea dell'unità sia di ciò che è rappresentato

sia del soggetto rappresentante (regimi a partito unico).

La rappresentanza politica

La rappresentanza politica è una relazione di carattere stabile tra cittadini e governanti, intesi gli uni e gli

altri come soggetti pluralistici, per effetto della quale i secondi sono investiti dell'autorità di governare in

nome e nell'interesse dei primi e sono soggetti a responsabilità politica per i propri comportamenti di fronte

ai cittadini stessi; autorità e responsabilità politica dei governanti sono realizzate attraverso meccanismi

istituzionali elettorali.

In questo concetto si combinano tra loro, in un contesto istituzionalizzato, gli elementi di ben 3 accezioni:

rappresentanza come conferimento di potere, come agire nell'interesse di e come responsabilità.

La rappresentanza consta contemporaneamente di 3 elementi:

19) principio di legittimazione politica;

20) struttura istituzionale → permette alla rappresentanza di essere un elemento duraturo;

21) modalità di comportamento.

La struttura istituzionale tipica, attraverso la quale la rappresentanza si costituisce come asse centrale della

democrazia moderna, è quella identificata dal binomio elezioni competitive-parlamento.

L'elezione competitiva del parlamento insieme alla collocazione del parlamento nelle procedure decisionali

centrali del sistema politico, determinano una relazione istituzionale tra governati e governanti.

Il parlamento è per la sua struttura elemento essenziale per dare carattere pluralistico alla rappresentanza

sotto l'aspetto sia dei soggetti rappresentati sia dei rappresentanti.

− Gli antecedenti storici della rappresentanza

La rappresentanza politica democratica nasce da un'incubazione secolare e le assemblee parlamentari hanno

importanti precedenti sin dal Medioevo.

Caratteri del parlamento pre-moderno:

− si basavano sul carattere fortemente decentrato del sistema politico medievale, con la presenza di

una pluralità di sedi e di livelli di autorità;

− erano strutture istituzionali complesse (con più camere) proprio perchè riflettono la struttura della

società articolata in ceti legalmente differenziati (nobiltà, borghesia,...);

− riflettevano la natura composita delle unità politiche medievali → all'interno di un'unica monarchia

possono esistere varie istituzioni parlamentari corrispondenti alle varie province, non sempre vi è

un'istituzione parlamentare centrale;

− erano diffusi in tutta Europa, ma non tutti avevano le capacità di porre limiti al rafforzamento della

monarchia;

− avevano carattere rappresentativo in quanto offrivano un0immagine a scala ridotta dell'articolazione

sociopolitica del paese (i ceti alti si rappresentavano in prima persona mentre quelli bassi inviavano

rappresentanti);

− il loro grado di istituzionalizzazione varia da paese a paese (alcuni parlamenti si riunivano spesso

altri raramente).

Circa i meccanismi politici che stimolano la formazione e la convocazione dei parlamenti si contrappongono

spesso 2 interpretazioni:

− dell'autotutela dei poteri periferici → vede nei parlamenti medievali lo strumento attraverso il

quale i poteri non monarchici della società difendono i propri interessi e le proprie libertà contro i

tentativi di prevaricazione del potere regio.

− Dell'iniziativa regia → rileva il ruolo della monarchia nella convocazione di queste assemblee,

nonché la resistenza a parteciparvi spesso opposta proprio da coloro che ne dovrebbero avere tutto

l'interesse. I parlamenti sarebbero dunque gli strumenti attraverso i quali il potere monarchico

costituisce il senso di una società frammentata.

Somiglianze e differenze tra rappresentanza medievale e quella moderna:

Somiglianze:

− sia il parlamento premoderno che quello moderno hanno come presupposto una concezione del

corpo politico come dotato di soggettività e non come puro oggetto di dominio. Questo corpo

politico è una realtà plurale, eterogenea. Il parlamento è il luogo in cui tale pluralità del paese può

essere riprodotta e resa presente.

Differenze:

− Benchè si parli di pluralità in entrambi i casi, si tratta però di pluralità di tipo diverso:

a) parlamentarismo pre-moderno → società profondamente caratterizzata da disuguaglianze e diversità →

rappresentanza di tipo corporativo;

b) parlamentarismo moderno → società molto più omogenea. Non si ha pluralità di condizioni giuridiche,

bensì pluralità di opinioni e interessi → rappresentanza di tipo individualistico.

− Anche i processi formativi delle assemblee si caratterizzano in modo diverso:

a) parlamentarismo pre-moderno → la competitività nelle elezioni è un elemento secondario; ciò che conta è

che i diversi segmenti del corpo politico siano rappresentati da loro fiduciari (è poco rilevante il loro modo di

selezione);

b) parlamentarismo moderno → la competizione elettorale appare un elemento chiave.

− L'ultimo elemento distintivo scaturisce dalla diversa collocazione sistemica del parlamento:

a) parlamentarismo pre-moderno → il ruolo di autorità politica rimane nelle mani del potere monarchico e il

parlamento è il suo strumento di contenimento (→ il sistema politico risulta fortemente dualistico);

b) parlamento moderno → il parlamento come espressione più diretta della sovranità popolare ha un ruolo di

protagonista più che di antagonista. Su di esso ricade il compito della rappresentanza degli interessi

particolari ma anche quello della loro composizione.

− I parlamenti contemporanei: varianti strutturali

La rappresentanza politica democratica è un sistema di relazioni tra governanti e cittadini caratterizzato da un

elevato grado di articolazione istituzionale.

Le assemblee parlamentari non sono necessariamente l'unica espressione istituzionale, anche il vertice

dell'esecutivo può essere direttamente ed autonomamente eletto (regimi presidenziali).

Non può però esistere una democrazia solo “presidenziale” mentre esiste invece una democrazia solo

“parlamentare”, nel senso che soltanto il parlamento è eletto direttamente.

Solo la struttura assembleare dei parlamenti può assicurare il carattere pluralistico della rappresentanza.

Il ruolo centrale del parlamento nelle democrazie moderne si traduce in un caratteristico ruolo bifonte:

− da un lato → strumento di espressione della società e delle sue domande (imput);

− dall'altro → luogo del potere decisionale (output).

In generale si può dire che la struttura dei parlamenti da un lato riflette le caratteristiche della rappresentanza

e dei suoi processi (nonché i mutamenti qualitativi che questi subiscono nel tempo), dall'altro è

profondamente influenzata dagli assetti potestativi e dai problemi della decisione politica.

Le varianti strutturali dei parlamenti si riferiscono si agli schemi organizzativi definiti dalle norme

giuridiche, ma anche la natura e le caratteristiche dei soggetti politici, individuali e collettivi, che lo

compongono.

Monocameralismo e bicameralismo

Mentre il modello unicamerale corrisponde all'affermarsi di un criterio unico di organizzazione del rapporto

rappresentativo, il modello bicamerale riflette generalmente l'esigenza di “accomodare” e bilanciare criteri

diversi, a ciascuno dei quali non è possibile rinunciare completamente.

Gruppi bicamerali:

Un primo gruppo di modelli bicamerali ha avuto alla sua origine l'esigenza di conservare o riportare in auge,

forme pre-democratiche.

Con il bicameralismo si voleva bilanciare il carattere innovativo con l'accettazione da parte dei vecchi strati

politici dominanti (aristocrazia, …). da questo processo sono nate la Camera dei Lords inglese, la Camera dei

Pari francese, o camere di nomina regia come il Senato dello Statuto Albertino.

Un secondo gruppo di modelli bicamerali è legato invece alla necessità di un compromesso tra una

concezione unitaria e una concezioni politicocentrica (federale, regionalistica,...) della comunità politica. In

tal caso una camera si basa sul principio di parità rappresentativa degli individui che compongono la

comunità politica nel suo complesso, l'altra camera si fonda sul principio della parità rappresentativa delle

unità sub-nazionali (stati, regioni,...) → Usa, Svizzera, Germania.

Un caso eccezionale è invece il bicameralismo italiano odierno che nella sua attuazione ha finito per perdere

ogni significato di bilanciamento di principi rappresentativi diversi, per realizzare solo variazioni non ben

giustificate dei meccanismi elettorali tra le due camere.

Per definire il bicameralismo, oltre alla rappresentativa delle due camere occorre valutare i poteri ad esse

attribuiti:

− bicameralismo paritario o simmetrico : quando i poteri dei due rami si equivalgono;

− bicameralismo asimmetrico : quando una delle due camere ha poteri attenuati;

Tipologia dei bicameralismi:

14. bicameralismo forte o bilanciante → riconosce poteri eguali (o quasi) alle due camere, esprimendo

quindi meglio la logica del compromesso tra due interpretazioni della rappresentanza ugualmente

forti (es: Stati Uniti);

15. bicameralismo debole → è chiaramente indicativo della forza minore del principio rappresentativo

su cui si basa una delle due camere (es: Inghilterra, ma anche Italia pre-fascista e Francia della V

Repubblica);

16. bicameralismo rindondante → la struttura bicamerale non trava base in principi realmente diversi di

rappresentanza e la seconda camera si configura fondamentalmente come un doppione, che sussiste

più che altro per inerzia (Italia nel secondo dopoguerra);

17. bicameralismo a base funzionale → è ispirato ad una logica di divisione del lavoro: ad una camera

vanno certi compiti, all'altra altri. In questa direzione andavano alcune recenti proposte di riforma

del parlamento italiano avanzate per correggere la rindondanza del modello attuale. È questo però un

modello un po' contraddittorio poiché è impossibile giustificare una differenziazione di compiti tra

assemblee ugualmente rappresentative.

− L'articolazione dei parlamenti in commissioni

Un'altra dimensione di variazione strutturale di particolare importanza è quella delle commissioni.

Le dimensioni estese delle assemblee parlamentari, la mole e la tecnicità del lavoro hanno spinto

praticamente tutti i parlamenti ad affiancare alla modalità assembleare di organizzazione, quella per

commissioni.

Molte funzioni parlamentari sono infatti affidate a sottoinsiemi, che generalmente riproducono, in scala

minore, la configurazione politica del parlamento.

Le commissioni con funzioni legislative: oltre alle funzioni di istruttoria ed emendamento della legislazione

possono avere funzioni di controllo sui governi attraverso poteri di interpellanza dei ministri e di altri

soggetti rilevanti.

Il peso del sistema delle commissioni dipende soprattutto dalla maggiore o minore specializzazione

funzionale di queste e dal grado di continuità dei loro componenti.

Es: 13. USA → specializzazione molto elevata, anche grazie all'articolazione delle commissioni in sotto-

commissioni, con ambiti di competenza molto specifici e in cui la continuità della membership è

fortemente incentivata dal fatto che l'anzianità in una commissione è una fattore molto rilevante per

accedere ad influenti cariche politiche.

14. Inghilterra → le commissioni non hanno una vera specializzazione per materia e la loro

composizione è poco stabile. Esse ricevono lavoro in maniera casuale e cambiano composizione ad

ogni legge ad esse affidata.

Un altro aspetto da considerare dono le caratteristiche della leadership delle commissioni, in particolare i

criteri di selezione e il ruolo che essa ha nei lavori delle stesse.

È infatti importante vedere se:

6. la presidenza delle commissioni è esclusiva dei partiti di maggioranza → l'articolazione in

commissioni viene maggiormente raccordata all'articolazione lungo linee di partito e lungo la linea

di demarcazione governo/opposizione.

7. la presidenza delle commissioni è spartita tra tutti i vari partiti politici → la presidenza si collega

maggiormente alla logica interna della commissione.

Quanto al ruolo dei presidenti di commissione essi si possono distinguere tra chi ha:

− ruolo di garanzia procedurale;

− ruolo politico di controllo sull'agenda.

Specializzazione e stabilità dei componenti delle commissioni portano a stabilire rapporti più intensi e

duraturi tra parlamento e commissioni, a creare un'identità istituzionale e un'autonomia più marcate ed

inoltre tende ad incentivare comportamenti cooperativi all'interno delle commissioni.

− l'articolazione dei parlamenti lungo linee partitiche

Dalle modalità di svolgimento del processo di rappresentanza dipendono non solo una serie di caratteristiche

individuali, ma soprattutto le modalità di aggregazione collettiva all'interno delle assemblee parlamentari.

I pariti si sono affermati come principali intermediari della rappresentanza. I diversi modelli organizzativi dei

pariti hanno prodotto classi parlamentari molto diverse. Nel passaggio dal notabile, al parlamentare

funzionario di partito, al professionista cambiano origini sociali, livelli di istruzione, stili di vita,... ma anche

le modalità di comportamento politico in tutti i principali campi dell'attività parlamentare.

I parlamenti contemporanei si sono configurati come assemblee di soggetti collettivi (partiti). I singoli

parlamentari sono legati al gruppo parlamentare (che solitamente corrisponde ad un partito) da un forte

vincolo di lealtà e di dipendenza che si traduce nell'adeguamento alle decisioni del gruppo.

I gruppi parlamentari, con la loro leadership ed organizzazione diventano quindi i soggetti principali della

vita parlamentare.

La complessità dei parlamenti (anche se numericamente grandi) dunque risulta drasticamente ridotta fino a

poche unità (gli individui sottostanno alle decisioni del proprio partito riducendo al numero di partiti presenti

in parlamento la quantità di decisioni).

Parallelamente a questo fenomeno cresce la prevedibilità dell'azione parlamentare: quando sono chiare le

decisioni dei gruppi principali diventa prevedibile l'esito dell'iter legislativo.

Un caso che dista molto da questa concezione è quello del congresso americano, con la sua forte

caratterizzazione individualistica. Il basso grado di strutturazione partitica permette ai singoli membri una

maggiore autonomia.

Per valutare meglio il rapporto tra livello individuale e collettivo (partitico) di articolazione del parlamento

bisogna stabilire quali siano le basi dell'autorità dei pariti e della loro leadership nell'ambito parlamentare. In

proposito si possono delineare 2 modelli opposti:

− partito in cui la leadership trova legittimazione nel gruppo parlamentare, che rappresenta quindi il

vero baricentro del partito stesso (es: partito conservatore inglese) → i parlamentari costituiscono la

base dell'autorità del partito come struttura collettiva della vita parlamentare, ma la loro influenza si

manifesta più che altro nella loro capacità di influenzare la scelta della leadership e la formazione

delle decisioni del gruppo;

− partito la cui leadership trova legittimazione dall'apparato organizzativo extra-parlamentare e la

dirigenza del gruppo parlamentare nella sostanza non è altro che la proiezione del partito degli

iscritti (es: PCI fino agli anni '80) → i parlamentari si presentano come il braccio esecutivo delle

decisioni prese in sede extra parlamentare;

La traduzione pratica di questi due modelli è spesso molto sfumata.

1. L'articolazione governo-opposizione

Il rapporto tra governo e parlamento è particolarmente rilevante nelle forme di governo parlamentari nelle

quali il parlamento ha il compito di produrre e legittimare l'esecutivo. In ragione di questa funzione il

parlamento tende ad articolarsi lungo la linea di divisione tra le forze che sostengono il governo e quelle che

gli si oppongono e la divisione maggioranza-minoranza tende a coincidere con quella governo-opposizione.

Nella realtà dei sistemi parlamentari questo nesso è suscettibile di variazioni non trascurabili.

Il governo non si esaurisce mai completamente nella maggioranza parlamentare, né la maggioranza è tutta

nel governo. La semplificazione è accettabile solo finchè la completezza della maggioranza è elevata e il

controllo dei membri del governo su di essa è pieno.

Se ciò non sussiste è necessario ricorrere ad un modello più complesso che, accanto al dualismo governo-

opposizione, introduca la possibilità di un dualismo governo-maggioranza (il governo deve cercare consenso

per rendere più scorrevole il suo lavoro, se non addirittura per sopravvivere).

Finchè il sistema partitico consente governi a maggioranza parlamentare monopartitica, la variabile

determinante per definire i rapporti governo-maggioranza parlamentare è il grado di coesione del partito di

governo. Questa coesione e la lealtà al governo sono accentuate dalla minaccia di una sconfitta del governo,

dunque nuove elezioni e la possibilità di perdere il controllo del parlamento.

Quando invece il sistema partitico impone governi di coalizione pluripartitici il problema della coesione

governo-maggioranza si collega ai processi di accomodamento tra identità e programmi politici dei diversi

soggetti partitici che compongono la coalizione.

La necessità di negoziare un programma comune, sacrificando parte delle proprie convinzioni, può portare a

tensioni tra le leadership parlamentari e partitiche e le rispettive basi.

La probabilità che i gruppi parlamentari della maggioranza esprimano più posizioni politiche di quelle

rappresentate nel governo genera spinte centrifughe che possono rendere difficile il rapporto tra governo e

maggioranza parlamentare.

La variabile determinante a questo fine sarà l'estensione dello spettro politico della coalizione.

Il rapporto tra governo e base parlamentare si rivelerà particolarmente delicato in situazioni di ricorso a

grandi coalizioni. Queste allargano lo spettro politico della maggioranza fino a farlo coincidere o quasi con

il grosso delle forze parlamentari. La mancanza di un'opposizione significativa, inoltre, rende meno rischiosi

i comportamenti centrifughi. Quando invece il governo è di minoranza il rapporto tra governo e gruppi

parlamentari sarà caratterizzato da una varietà di situazioni. Mentre in alcuni gruppi (base parlamentare) il

governo troverà un supporto stabile, in altri riceverà solo un sostegno condizionale da rinegoziare ogni volta.

Se dai sistemi parlamentari (e semi-presidenziali) passiamo ai sistemi presidenziali la situazione cambia

molto. Con lo sganciamento dell'esecutivo dalla maggioranza parlamentare le due linee di demarcazione

maggioranza/minoranza e governo/opposizione saranno tra loro molto più indipendenti.

In linea di principio il governo inciderà meno significativamente sulla struttura interna del parlamento.

Tuttavia anche qui, data la necessità dell'esecutivo di una maggioranza per realizzare il proprio programma,

l'esecutivo non potrà estraniarsi dalla vita parlamentare.

2. Modelli riassuntivi di strutturazione del parlamento

Utilizzando queste variazioni delle assemblee parlamentari, si possono delineare 2 tipi opposti di struttura

parlamentare:

9. parlamento policentrico, nel quale si sommano le varianti più centrifughe di tutte le dimensioni

→ bicameralismo forte

→ partiti poco coesi e/o in numero elevato

→ limitata salienza della linea di demarcazione governo-opposizione

→ debole nesso tra governo e maggioranza

→ sistema di commissioni forte

Il parlamento si caratterizzerà per la presenza di una pluralità di centri di potere largamente autonomi tra di

loro (governo, gruppi parlamentari, …). es: Parlamento USA e italiano in certe fasi.

10. Parlamento avversariale, che combina le varianti più centripete delle diverse dimensioni.

→ monocameralismo vero e proprio o bicameralismo debole

→ sistema bipartitico con partiti coesi

→ stretta identificazione tra governo e maggioranza parlamentare

→ sistema di commissioni

L'articolazione governo opposizione sarà in questo modello la linea fondamentale di strutturazione e di

funzionamento dell'istituzione parlamentare. Es: parlamento inglese nelle fasi di maggior coesione dei partiti

principali.

Tra questi 2 poli si possono strutturare varie combinazioni, è in questo terreno intermedio che si riconoscono

la maggior parte dei parlamenti.

− Attività e funzioni delle istituzioni parlamentari

Una valutazione di quale sia il contributo specifico delle istituzioni parlamentari alla funzionalità dai sistemi

politici democratici deve tener conto dell'esistenza di schemi tradizionali molto radicati che definiscono le

funzioni del parlamento. Questi schemi si sono tradotti per lo più nelle prescrizioni delle carte costituzionali

e nelle attribuzioni di poteri che queste determinano. Come per la democrazia, anche per i parlamenti è

necessario mettere a confronto prospettiva normativa e analisi empirica; quindi all'esame delle funzioni

prescritte dalla prima occorre affiancare la rilevazione delle funzioni osservate dalla seconda.

Vi sono molti elenchi delle funzioni parlamentari, noi parleremo di quello classico di Begehot formulato in

“The english Constitution”.

Funzioni del parlamento secondo Bagehot:

5. elettiva: di designazione dell'esecutivo;

6. espressiva: di trasmissione degli orientamenti popolari;

7. educativa: di elevazione delle opinioni popolari;

8. informativa: di comunicazione degli interessi delle minoranze;

9. legislativa: di elaborazione ed approvazione delle leggi;

10. finanziaria: di approvazione di imposte e bilanci.

NB!

5) 2, 3, 4 → funzioni rappresentative;

6) 1, ma anche 6 → funzioni di controllo sul governo

7) 5, 6 → funzioni di policy making

5.3. Le funzioni di rappresentanza

dal punto di vista della rappresentanza i parlamentari (il parlamento) rappresentano la nazione (o il popolo).

Così formulato questo modello ha però scarsa utilità empirica. In particolare vengono sorvolati alcuni aspetti

importanti:

− chi è il soggetto dell'azione rappresentativa? I parlamentari individuali o il parlamento nel suo

complesso? → il parlamento nel suo complesso si configura come la sommatoria di tutti questi

soggetti

− qual'è l'oggetto della rappresentanza? → il concetto di popolo e nazione deve in questo caso lasciare

il posto ad una molteplicità di entità distinte, che si compongono ed intersecano in vario modo

(raggruppamenti territoriali, correnti di pensiero,... → pluralità di domande che hanno necessità di

essere ridotte entro limiti definiti dalla convivenza sociale, delle compatibilità finanziarie, ecc).

− Qual'è la relazione tra rappresentanti e rappresentati? → rimane da verificare quale sia il grado di

stringenza del controllo dei rappresentati sui rappresentanti e quali siano invece i margini di

indipendenza che esso lascia al rappresentante. Resta rilevante il dilemma di Burke tra delegate e

trustee, cioè tra delegato vincolato ad un mandato dei rappresentati e un fiduciario con ampia libertà

di azione.

Il parlamento non è la sede esclusiva della rappresentanza.

Le specificità del circuito parlamentare sono tuttavia tali da renderlo difficilmente sostituibile all'interno del

disegno democratico, ciò perchè:

7. il parlamento realizza il contesto di comunicazione e di controllo istituzionalizzato tra cittadinanza e

la classe politica più articolato e sistematico;

8. le istituzioni parlamentari, per la loro struttura, consentono alla rappresentanza un assetto pluralistico

e contemporaneamente offrono meccanismi formali e informali di riduzione e moderazione del

pluralismo. Il carattere assembleare del parlamento realizza un contesto propizio alla presenza di una

pluralità di interessi, opinioni e punti di vista, che gli altri luoghi della politica non sanno offrire.

Mentre nell'elezione diretta della presidenza il processo elettorale riduce drasticamente la pluralità delle

posizioni determinando un unico vincente, il parlamento rende possibile rinviare la riduzione della pluralità

di alternative ad un momento successivo a quello elettorale e quindi proietta tale pluralità all'interno del

processo decisionale.

All'interno del parlamento troveranno quindi espressione continuativa una pluralità di posizioni politiche che

potranno variare tra l'estremo di due posizioni coese e l'altro estremo di una atomizzazione di posizioni

definite primariamente in termini di vari tipi di interessi particolari.

9. I parlamenti si pongono come un fondamentale fattore di regolazione di quello che è indubbiamente

l'elemento più delicato e critico della democrazia moderna: la competizione pluralistica.

Il contributo delle assemblee parlamentari al contenimento del conflitto politico (i soggetti del quale sono in

larga parte rappresentati al suo interno) si realizza da un lato attraverso una sofisticata ritualizzazione del

conflitto stesso che attribuisce alle parti opposte (quindi anche alle minoranze) ruoli, poteri e forme

espressive specifiche, dall'altro incentivando una certa misura di collaborazione tra le parti stesse.

Gli incentivi ad una carta misura di cooperazione tra le forze politiche rappresentate nel parlamento nascono

dalla forma organizzativa stessa dell'istituzione e dalle sue responsabilità decisionali.

I parlamenti sono macchine molto pesanti, a causa di:

• dimensioni;

• carattere poco generico, che consente a tutti i singoli membri larghe possibilità di intervento;

• carattere pubblico e dialogico delle procedure.

L'opposizione ha in mano la risorsa “tempo”: per chi governa può risultare più proficuo, se non necessario,

accedere ad una certa cooperazione con essa.

Quanto all'opposizione, a favore di una sua possibilità di cooperazione gioca la possibilità di realizzare in

questo modo almeno parte del proprio programma, contenendo così gli effetti negativi della confitta

elettorale.

La rilevanza del ruolo delle istituzioni parlamentari nel contenimento del conflitto tra gli attori politici

emerge con chiarezza dall'esame di alcuni casi estremi, come ad esempio i partiti nati per contestare la

democrazia rappresentativa e parlamentare, quali i partiti socialisti europei tra fine '800 e inizi '900.

il parlamento se non ha un ruolo esclusivo nella svolgimento della funzione rappresentativa, svolge però un

ruolo strategico di garanzia di alcuni aspetti critici di tale funzione (pluralismo e controllo del conflitto).

4.4. La funzione di controllo sul governo

Il secondo grosso nodo funzionale è quello che concerne il rapporto tra istituzioni parlamentari e di governo.

La teoria democratica classica di stampo normativo interpreta generalmente questo tema attraverso la

categoria funzionale del “controllo parlamentare sull'esecutivo”. Questa formulazione risente di un contesto

storico e vedeva i parlamenti affermare la propria pretesa di controllo su governi espressi dal potere

monarchico.

Nel contesto della piena democratizzazione il suo significato diviene più ambiguo e perde parte del suo

significato a meno che non si intenda per governo più la sua faccia burocratica che quella politica.

Dunque la sorveglianza del parlamento sugli apparati burocratici dello stato è quanto più si avvicina al

significato originario del concetto di controllo del parlamento sul governo. Ma, in presenza di un governo

politico a capo di quegli apparati, viene a crearsi una competizione tra le due autorità (parlamento e governo)

per il controllo sulla burocrazia.

Il controllo sul governo nei sistemi presidenziali:

Nei sistemi presidenziali la forma di governo determina la separazione tra le due istituzioni e in modo

particolare quando la maggioranza parlamentare e quella presidenziale non coincidono. Salvo che si

fronteggino due poteri entrambi legittimati democraticamente. Da questo caso deriva una duplice direzione

della relazione di controllo: come il parlamento p legittimato a controllare l'esecutivo utilizzando i propri

poteri legislativi e d'inchiesta, così la presidenza democraticamente eletta è autorizzata a controllare il

parlamento ricorrendo al suo potere di influenza e di veto (caso statunitense tra Congresso e Presidente).

Il controllo sul governo nei sistemi parlamentari:

Tra la fine del '800 e l'inizi del '900 nei paesi europei non è più possibile interpretare parlamento e governo

come due entità distinte.

Il dato da cui bisogna partire è quello della “compenetrazione” piuttosto che della separazione tra le due

istituzioni. Dovendo il governo contare sulla fiducia implicita o esplicita del parlamento, tra la maggioranza

di governo (o in alcuni casi la minoranza vincente) e il governo stesso si stabilisce un nesso strettissimo.

Così, da un lato, il governo può essere visto come espressione del parlamento, dall'altro costituisce il

maggior organo di direzione politica del parlamento attraverso la leadership che esercita sulla maggioranza.

A questo si aggiunge la coincidenza del personale politico delle due istituzioni: salvo limitate eccezioni di

governi tecnici (che in alcuni paesi assolvono compiti di transizione in caso di difficoltà) la compagine

ministeriale dei paesi parlamentari sono in netta maggioranza compose di parlamentari in carica (o

dimissionari quando vi è incompatibilità costituzionale tra carica ministeriale e parlamentare).

Che ne è allora della nozione di controllo?

Se si prende in considerazione il soggetto de controllo, ossia il parlamento, si può parlare di un controllo sul

governo solo in un'accezione più strutturale che funzionale: tale controllo determina il carattere parlamentare

del governo stesso (governo di parlamentari, che si appoggia sulla maggioranza parlamentare).

Ma al di là di questo significato e riferendosi ad attività specifiche (sorveglianza, scrutinio, inchieste,...)

bisogna specificare le articolazioni interne del parlamento.

Bisogna distinguere tra maggioranza e opposizione e, eventualmente all'interno della prima, tra vertici e

base.

Se il carattere parlamentare del governo porta questo alla guida della maggioranza, la funzione di controllo

(scrutinio pubblico delle attività di governo) sarà prerogativa delle forze di opposizione, mentre dalla

maggioranza ci si aspetta un appoggio pubblico al governo.

Se invece, il governo è un'espressione riduttiva delle posizioni della maggioranza stessa, saranno invece i

settori minoritari di questa (backbenches) che potranno sviluppare un'azione sul governo più simile a quella

dell'opposizione (tramite pressioni e consultazioni in privato col governo).

In senso tecnico dunque la funzione di controllo del governo da parte del parlamento è essenzialmente svolta

dalle minoranze parlamentari.

Strumenti di cui le minoranze possono disporre:

− Strumento della pubblicità;

− Possibilità di ostacolare e rallentare l'attuazione dei programmi del governo, magari realizzando

alleanze di fatto con settori scontenti della maggioranza.

− Strumento di voto (es. mozioni di censura al governo o ministri o sfiducia a leggi di iniziativa

governativa), che sarà in questi casi sarà usato dall'opposizione non tanto per la sua efficacia nel

determinare una caduta del governo, quanto per la possibilità di far venire allo scoperto le tensioni

interne alla maggioranza.

− La funzione legislativa

La dimensione funzionale più emblematica associata alle assemblee parlamentari è quella legislativa.

La forma di produzione normativa di rango più elevato è attribuita nel disegno costituzionale di tutti i paesi

democratici al parlamento. Ciò non esclude altri provvedimenti normativi, ma le decisioni parlamentari

hanno preminenza gerarchica.

Come vengono approvate le leggi non coincide necessariamente con il chi effettivamente le scriva.

I momenti fondamentali del processo legislativo del parlamento sono l'iniziativa legislativa e la

deliberazione.

Per entrambe le procedure si ripropone la distinzione tra aspetti procedurali e aspetti sostanziali.

Iniziativa legislativa:

6. Aspetti procedurali: l'iniziativa legislativa è prerogativa o dei parlamentari o del governo (salvo

limitate eccezioni). Nei governi parlamentari anche l'iniziativa governativa è iniziativa di un soggetto

parlamentare, cosa che non accade nei governi presidenziali (per introdurre le proprie leggi il

governo dovrebbe ricorrere a parlamentari amici che lo facciano per loro).

Bisognerebbe dunque parlare più che altro di iniziativa legislativa governativa e non governativa.

7. Aspetti sostanziali: i veri promotori dell'iniziativa legislativa (governativa o meno) possono poi

essere i portavoce di moltissimi altri soggetti (partiti, sindacati,...).

Valutare il peso rispettivo dell'iniziativa governativa o non governativa è interessante per determinare il

grado maggiore o minore di accentramento del potere legislativo. Il predominio dell'iniziativa governativa è

piuttosto chiaro. Mentre in alcuni paesi l'iniziativa legislativa non governativa è quasi irrilevante (caso

italiano), in altri è assai significativa (caso statunitense).

Il predominio governativo sull'attività legislativa, oltre che al peso in sede di iniziativa, è dovuto al tasso di

successo maggiore delle sue proposte di legge.

Il tema dell'accentramento o decentramento del processo legislativo non è naturalmente esaurito da un esame

dell'iniziativa e dell'approvazione finale delle leggi. Tra i momenti iniziale e finale del processo vi è la

possibilità di modifiche ai progetti di legge. L'esame degli emendamenti apportati alla legislazione di

iniziativa governativa è dunque un'ulteriore elemento necessario per valutare la distribuzione dell'influenza

sulla produzione legislativa tra le diverse componenti parlamentari.

Si può quindi delineare un continuum di accentramento-decentramento dell'attività legislativa: si avvicinano

al polo dell'accentramento quei paesi in cui il processo legislativo è controllato fondamentalmente dal

governo e le possibilità di intervento sostanziale delle componenti parlamentari sono molto limitate;

gravitano invece verso il polo del decentramento quei paesi nei quali accanto al governo hanno un ruolo

significativo nelle diverse fasi del processo legislativo (iniziativa, emendamento, deliberazione finale) anche

altre componenti parlamentari.

5.2. Declino o cambiamento dei parlamenti?

La tesi del declino dei parlamenti ha avuto largo successo in Europa, ma poca negli Stati Uniti.

Il punto di partenza dal quale è stato misurato il declino dei casi reali è stato generalmente un modello ideale

ricostruito sulla base di concezioni dottrinali più che di osservazioni empiriche. Il metro di giudizio sono

state più che altro le attribuzioni funzionali delle carte costituzionali e dei modelli dottrinali (spesso troppo

selettiva, privilegiando alcune funzioni ad altre).

Altro limite di questa tesi è il fatto che si è basata su un numero limitato di casi. Inoltre non si è tenuto conto

che i processi di trasformazione possano avere sviluppi non lineari e conoscere arresti o inversioni di marcia.

Questa tesi, il declino dei parlamenti, porterebbe un vantaggio ai partiti e al governo:

− i partiti con apparati organizzativi extraparlamentari hanno assunto un peso rilevante nella gestione

dei parlamenti e la classe politica di gran parte di questi partiti nati fuori e spesso contro il

parlamento si è progressivamente parlamentarizzata (→ ha accettato questa istituzione e è entrata a

farne parte);

− se è vero che il controllo dell'esecutivo sullo svolgimento dell'attività parlamentare è generalmente

forte, questa situazione appare il risultato proprio del definitivo affermarsi del parlamento come

canale di legittimazione del governo.

Il partito di massa, uno dei fattori del presunto declino, presenta esso stesso segni di crisi.

Pare riprendere forza una tendenza alla pluralizzazione dei soggetti attivi nel processo rappresentativo

(movimenti, gruppi di interesse,...), situazione che può fornire nuove opportunità per un'istituzione

intrinsecamente pluralista come il parlamento.

CAPITOLO 13: I GOVERNI

è

Un elemento costante della comunicazione politica la presenza del governo. Comunque si

interpreti la politica c'è il problema dell'esercizio dell'autorità e dei luoghi dove questo risiede.

1. Il governo, elemento costante della politica

Nella variegata fenomenologia della politica il governo rappresenta l'elemento costante, ciò che

è

determina la variabilità della politica la capacità di incidenza sul governo della presenza o

assenza di istituzioni rappresentative, di partiti, di apparati burocratici sviluppati. I sistemi

istituzionalmente più articolati sembrano stabilire un collegamento più preciso tra una specifica

funzione ed una specifica istituzione, e quindi tra funzione di governo e istituzione di governo.

2. La funzione di governo

Il verbo greco da cui derivano governo e governare significa "dirigere con il timone". Metafore

come padre di famiglia, timoniere sono nate in una fase pre-democratica della politica, sottolineano

la combinazione tra esercizio di un'autorità suprema e responsabilità del benessere dei sottoposti a

questa autorità. è è

L'epoca liberal-democratica meno ricca di metafore applicate al governo perché l'attenzione si

spostata sul popolo, riconosciuto titolare della sovranità. Per l'attività di governo essa utilizza

l'espressione "potere esecutivo" e conseguente la nomina del governo come esecutivo. In questa

è

prospettiva chiara la subordinazione del governo alla legge e la locuzione classica di "governo

delle leggi" o quella moderna di "stato di diritto". Le attività dei governi possono essere interpretati

è

solo parzialmente come derivate rispetto alle leggi, il ruolo del governo generalmente infatti non

è

confinato all'esecuzione della legge. Nella maggior parte dei casi il governo l'iniziatore delle leggi

e grazie al suo ruolo di guida all'interno delle stesse assemblee legislative, finisce con l'esserne in

parte anche l'artefice.

La funzione di governo deve essere vista come delimitata e regolamentata dalla legge e, in misura,

significativa, realizzata attraverso la legge. è

Un altro strumento analitico per cogliere la natura del governo la coppia concettuale direzione

politica/amministrazione; ci si riferisce a modalità di azione che possono essere contrapposte

rapportandole alle dicotomie innovazione/routine oppure scelta/attuazione.

La direzione politica si caratterizzerebbe per la sua portata innovatrice e per la sua connessione con

il problema del reperimento del consenso. -> sfera del giudizio di valore

L'amministrazione sarebbe contraddistinta dalla normalità come situazione entro la quale si svolge

l'esecuzione di scelte già adottate come contenuto. -> giudizio di validità tecnica, funzionalità allo

scopo

La distinzione corrisponde alla distinzione alla sfera del politico e sfera del diritto, cioè una sfera

è

della discrezionalità e una sfera del comportamento dovuto, per la quale il controllo di legalità

perfettamente logico. è

Se dai criteri generali si passa ai contenuti concreti, la definizione della funzione di governo

difficile da definire perché si scontra con la varietà delle manifestazioni concrete che può assumere

in momenti e paesi diversi. Si possono individuare alcuni elementi costanti: tutela della comunità

politica verso l'esterno e mantenimento dell'unità delle comunità politica verso l'interno. La

garanzia armata posta a tutela di queste componenti non deve far ritenere che sia la prima o l'unica

modalità con cui si svolge l'azione di governo. Le esigenze di salvaguardia della pace interna, del

mantenimento di un ordine associativo, del mantenimento delle spinte disgregative della comunità

politica sono alla base delle azioni di governi, che spaziano da polo negativo (azioni di polizia) e

polo positivo (provvidenze del welfare state). Ugualmente anche per la salvaguardia della comunità

politica verso l'esterno, accanto alla modalità bellica non si possono ignorare le modalità pacifiche,

diplomatiche, commerciali.

Quindi governare significa assumersi le responsabilità finali di fronte alla comunità politica e

ai suoi problemi.

3. La funzione di governo e le sue variazioni

Nell'analisi delle variazioni dei contenuti della funzione di governo si assumono due prospettive di

studio, una quantitativa e una qualitativa.

La prospettiva quantitativa. per quanto riguarda l'aspetto quantitativo lo strumento di misura

è è

principale il bilancio statale, questo infatti la traduzione in termini di risorse finanziarie

dell'azione di governo e quindi una spia dell'intervento della politica sulla società e sull'economia.

è

La misura più semplice e di uso più comune il rapporto tra bilancio statale e reddito nazionale. In

questa analisi però non si tiene conto della del comando, regolazione, selezione di personale questi

sono aspetti importanti e non contati nel bilancio statale. Anche con questi limiti questo strumento

consente una prima valutazione del quantum di governo. In riferimento ai trend di sviluppo

dell'azione la letteratura ha sottolineato una crescita. Analizzando i trend più recenti, nei paesi

è

occidentali si notato un rallentamento o un inversione dei trend della spesa pubblica e il

diffondersi delle privatizzazioni. è

La prospettiva qualitativa. Nel corso dell'ultimo secolo in tutti i paesi occidentali si assistito a una

grande trasformazione. Il peso relativo, in termini di quote della spesa pubblica, delle attività di

è

difesa esterna e di amministrazione dell'ordine pubblico declinato significante a favore

dell'attività di produzione economica e del welfare state. Alla base di questo c'è l'assunzione di

responsabilità qualitativamente nuove, i vecchi settori restano stazionari o crescono con un tasso

relativamente più basso. Nel corso di questi due secoli si possono individuare tre stadi

fondamentali:

-stato minimo -> prevalenza di attività tradizionali di governo come difesa e ordine interno

-stato produttore -> intervento in economia e fornitura di servizi sociali di base

-stato sociale -> servizi sociali

Prospettive di lungo e di breve periodo. La rilevazione delle variazioni esistenti da paese a paese e

dei mutamenti intervenuti nel tempo nella funzione di governo ha sollecitato la riflessione sulle

regioni dell'estensione e delle caratteristiche della funzione di governo. Fattori che nel breve

periodo possono essere dati per costanti e quindi lasciati fuori dal modello esplicativo devono essere

reinseriti nel lungo periodo perché suscettibili di variazioni. Per spiegare la funzione di governo in

una prospettiva secolare sono stati proposti è

-modelli prevalentemente economici -> l'attenzione sul processo di industrializzazione e il decollo

dell'economia moderna con le esigenze di governo pubblico. considerano le variabili politiche

dipendenti da quelle economiche.

-modelli prevalentemente politico-istituzionali -> individuano nei processi di national e state

building dell'epoca moderna e nelle esigenze strutturali e funzionali i fattori causa della

trasformazione di governo. Partono dal presupposto di autonomia relativa dei processi politici e

attribuiscono alla variabile economica un ruolo di variabile interveniente.

I modelli politico attribuiscono un ruolo esplicativo centrale per lo sviluppo della funzione di

governo alla loro affermazione sulle scena internazionale come unità politiche autonome a alla loro

legittimazione interna (conseguimento e mantenimento del monopolio dell'autorità). In rapporto al

è

primo si posto l'accento sulle esigenze di organizzazione militare e sull'estrazione di risorse

economiche per lo sforzo bellico, e di promozione dell'economia del paese. Per quanto riguarda il

secondo aspetto questo ha un carattere permanente anche se condizionato dall'evoluzione dal

regime politico del paese. Gli studi sul welfare state hanno messo in luce la connessione con i

problemi di legittimazione delle classi politiche di governo in quella fase critica in cui la

cittadinanza politica passiva ha generato la crescente richiesta di una sua trasformazione in

cittadinanza politica attiva, ovvero in partecipazione democratica.

Diversa sarà la prospettiva quando si analizza la crescita della spesa pubblica in un'ottica temporale

più limitata come quella del secondo dopoguerra. Raggiunta in tutti questi paesi la piena

democratizzazione i fattori politici importanti riguardano le modalità in cui s configurano i sistemi

di partiti, l'organizzazione degli interessi, la distribuzione delle preferenze politiche nel corpo

elettorale.

Governabilità, sovraccarico dei governi e riscoperta del mercato. Con il concetto di governabilità

si posta l'attenzione sulla capacità dei sistemi politici di guidare società sempre più complesse e

è

sempre più portate a riversare le proprie domande sugli apparati pubblici. Ci si chiesto se

l'equilibrio tra domande delle società r risposte del sistema politico non sia diventato problematico.

Si parla spesso i sovraccarico (overload) per definire la situazione nella quale si troverebbero i

governi. Alle radici di questa situazione ci sarebbe lo squilibrio tra le aspettative delle società nei

confronti della funzione di governo e le capacità delle istituzioni statali di soddisfarle. La riscoperta

delle potenzialità del mercato come strumento di regolazione di importanti aspetti della vita sociale

e sul piano delle politiche pubbliche può essere interpretata come un meccanismo d aggiustamento

di sistemi politici che avevano scoperto di essere eccessivamente sovraccarichi. La politica può

ridurre le pretese di governo diretto sulla società lasciando ad altri meccanismi sociali il compito di

risolvere una parte dei problemi umani.

4. Le istituzioni di governo contemporanee e i loro antecedenti

Una qualche struttura di governo esiste sempre, a questo corrisponde una grande varietà di forme

è

concrete. Nei regimi liberal-democratici l'istituzione del governo solo una delle tante in cui si

articola il sistema politico, ben individuabile, i cui poteri e compiti sono stati delimitati, chiarificati

e legittimati.

è

Il governo l'insieme composto dal capo del governo e dai ministri (soggetti posti alla guida di

un importante abito di responsabilità politica, generalmente hanno alle loro dipendenze un

ministero ovvero una branca dell'amministrazione pubblica). Alcuni ministri possono essere

incaricati di occuparsi di un settore di politiche senza avere alle dipendenze un apparato


PAGINE

100

PESO

205.19 KB

AUTORE

ilaaa!

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi internazionali
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaaa! di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Nevola Gaspare.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Scienza politica

Riassunto esame Scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato Paradossi della democrazia, Eisenstadt
Appunto
Riassunto esame Scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato La democrazia e i suoi critici, Dahl
Appunto
Riassunto esame scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato La scienza politica, Cotta, Della Porta, Morlino
Appunto
Riassunto esame scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato Lineamenti di scienza politica, Fisichella
Appunto