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Scienze delle finanze: appunti vari

CONTENUTI:
A) caratteristiche e strumenti dell’intervento pubblico;
B) l’economia del benessere;
C) le entrate pubbliche;
D) le spese pubbliche;
E) il bilancio dello Stato;
F) i servizi sociali: il sistema sanitario, il sistema pensionistico, l’assistenza, gli ammortizzatori sociali e l’istruzione;
G) le principali imposte... Vedi di più

Esame di Scienze delle finanze docente Prof. G. Mattia

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il reddito prodotto è inteso come il reddito derivante dalla partecipazione del contribuente al processo produttivo. Ne deriva che i redditi colpiti

dalle imposte sono quelli che rappresentano una fonte regolare di guadagno come quelli di lavoro e quelli derivanti dall’esercizio di impresa. Il

reddito entrata comprende tutte le entrate di un soggetto per il periodo di tempo preso in considerazione. Il reddito entrata è, quindi, la somma

algebrica del reddito prodotto e degli incrementi, o decrementi, del patrimonio individuale (Steve, Musgrave). Il concetto di reddito entrata

rappresenta la soluzione al problema di tassare gli incrementi patrimoniali come reddito. La capacità contributiva può anche essere determinata

con riguardo al concetto di reddito come consumo da intendere come l’insieme dei beni e servizi consumati dai soggetti. Tale formulazione si

deve ad Hobbes il quale riteneva che la tassazione dovesse riguardare quanto consumato piuttosto che quanto prodotto. Alcuni sostengono che

la tassazione del reddito come consumo favorirebbe il risparmio e assicurerebbe maggiore stabilità al reddito nazionale rispetto al reddito come

entrata e al reddito come prodotto.

20.21 L’art. 53 della Costituzione

L’art. 53 stabilisce: “ Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato

a criteri di progressività”. Per comprendere il significato del principio della capacità contributiva occorre rilevare che all’art. 2 vengono riconosciuti

dalla Repubblica i diritti inviolabili dell’uomo che è, però, tenuto ad adempiere ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Il dovere di pagare i tributi si pone come un dovere di solidarietà in ragione, appunto, della capacità contributiva. In sostanza ogni individuo ha

l’obbligo di contribuire alle spese pubbliche non in ragione di quanto riceve dallo Stato, ma in ragione della sua appartenenza alla collettività e

deve provvedere in misura corrispondente alla sua capacità contributiva. Il prelievo tributario non ha il solo scopo di assicurare entrate allo Stato

per garantire il libero e normale svolgimento della vita economica e sociale (finalità fiscale), ma serve ad assicurare allo Stato stesso un ruolo

attivo (finalità extrafiscale) per garantire l’azione pubblica specialmente in campo economico rimuovendo, in primo luogo, gli ostacoli che limitano

la libertà e l’uguaglianza dei cittadini (art. 3 Cost.). La capacità contributiva si misura in relazione a fatti che possono formare oggetto di

capacità contributiva

valutazione economica. Per esclusione i fatti non economici non possono considerarsi indice di per cui tributi che si

fondassero sullo stato civile, sul credo religioso, sul sesso, sulla razza, ecc. sarebbero illegittimi. Parte della dottrina ritiene che il concetto di

capacità contributiva attenga all’effettiva idoneità del contribuente ad assolvere alla prestazione tributaria. Così facendo, però, si sovrappone la

capacità contributiva alla effettiva capacità economica, ma in realtà il legislatore, come ha sostenuto autorevole dottrina, “non si preoccupa con

quali mezzi sarà pagato il tributo” (Caianiello).

20.31 Indici della capacità contributiva

Accanto al reddito sono stati considerati indici diretti di capacità contributiva il patrimonio e gli incrementi di valore del patrimonio. Possono

considerarsi indici indiretti i consumi e gli affari. Non tutti i consumi possono considerarsi espressione di capacità contributiva specie se

attengono a beni di prima necessità. ovvero deve

La capacità contributiva deve essere effettiva e non ipotetica nonché attuale, essere riferita al presente e non al passato o al

futuro. Ne consegue che un tributo retroattivo si pone in contrasto con questo principio, tuttavia non sempre è incostituzionale ma solo quando al

momento dell’imposizione del tributo il soggetto gravato sia privo di capacità contributiva. Il principio di uguaglianza , vale non solo per il regime

impositivo ma anche per le agevolazioni che si concretizzano in un regime differenziato per alcuni soggetti che devono trovarsi in particolari

situazioni che giustifichino un trattamento di favore. Le agevolazioni sono deroghe a norme generali e sono consentite dall’ordinamento nel

rispetto del principio di ragionevolezza di cui si è detto sopra.

Le entrate pubbliche(slide 21)

Possiamo definire entrate pubbliche i mezzi finanziari che lo Stato e gli altri enti pubblici si procurano per far fronte alle spese pubbliche. Le

entrate pubbliche sono costituite da tutte le risorse che il settore della pubblica amministrazione nel suo complesso incassa. Possiamo

classificare le entrate in relazione alla loro natura in:

1) entrate tributarie;

2) entrate extra tributarie;

3) entrate provenienti da alienazione e ammortamento di beni patrimoniali e rimborso di crediti.

Dal punto di visto contabile è possibile distinguere fra:

1) entrate ordinarie che si ripetono in ogni esercizio finanziario come la gran parte delle imposte che vengono versate periodicamente dai

contribuenti;

2) entrate straordinarie che si realizzano eccezionalmente per particolari esigenze finanziarie connesse a particolari congiunture economiche,

calamità naturali, ecc.

Le entrate straordinarie

Quando parliamo di entrate straordinarie ci riferiamo ai prelievi di ricchezza destinati a far fronte a spese impreviste che divengono necessarie al

verificarsi di eventi eccezionali come le calamità naturali, le guerre, ecc. Nelle economie pubbliche degli Stati moderni si ricorre al debito

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pubblico che è un classico strumento di finanza straordinaria, di cui ci occuperemo diffusamente nella prossima lezione, anche per soddisfare le

spese ordinarie. Avviene questo perché le entrate ordinarie non sono in grado di assicurare la copertura integrale del fabbisogno della pubblica

amministrazione. Tradizionalmente sono considerate entrate pubbliche straordinarie:

1) il tesoro di guerra;

2) le contribuzioni straordinarie;

3) l’alienazione dei beni patrimoniali;

4) l’emissione di carta moneta;

5) i debiti pubblici.

La contribuzione straordinaria è costituita dalle imposte e dalle tasse temporanee che servono a procurare agli enti pubblici entrate straordinarie.

21.21 Alienazione di beni immobili pubblici

. Gli organi preposti a livello nazionale e locale devono preventivamente individuare con apposita delibera i beni immobili da alienare. La vendita

è generalmente preceduta da una stima dell’ufficio tecnico pubblico competente per la determinazione del valore dei beni ai fini di una loro

classificazione. Quali modalità di alienazione sono previste la trattativa privata e l’asta pubblica. In genere la trattativa privata è prevista

relativamente a quei beni immobili per i quali l’interesse all’acquisto può essere manifestato da un unico soggetto.

Le imposte straordinarie

Ora analizziamo in particolare la risoluzione dell’Agenzia delle entrate relativa alle imposte straordinarie sulle attività finanziarie, patrimoniali e

redditi esteri detenute fuori del territorio nazionale L’art. 13 bis della citata legge disciplina il rimpatrio e la regolarizzazione delle attività

finanziarie e patrimoniali detenute fuori del territorio dello Stato. Per la determinazione dei redditi derivanti dalle attività rimpatriate si può

procedere secondo le modalità di tassazione analitica oppure utilizzando il criterio presuntivo di cui all’art. 6 del decreto legge 28/6/90 n. 167 e si

applica un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi con aliquota del 27%.

Altre forme di entrate straordinarie (slide 22)

In sostanza l’economia pubblica era governata dal principio che alle spese ordinarie dovesse farsi fronte con entrate ordinarie e alle spese

straordinarie con entrate straordinarie. Tale distinzione è stata messa in discussione dalle teorie keynesiane. Si è così affermato il principio della

finanza funzionale in base alla quale si è ricorso al debito pubblico per il raggiungimento di determinati obiettivi di politica economica quali lo

sviluppo economico, la riduzione della disoccupazione. L’applicazione delle politiche keynesiane di “deficit spending”, anche al di fuori delle

situazioni economiche di recessione economica, ha determinato una crescita esponenziale del debito pubblico. . Per far fronte all’aumento

delle spese ordinarie i governi hanno fato ricorso all’emissione di carta moneta e a titoli del debito pubblico che in

passato si riteneva dovessero costituire strumenti da utilizzare per eventi straordinari.

Il debito pubblico

Il deficit o disavanzo pubblico è la differenza fra le spese e le entrate ossia l’ammontare delle spese che non è coperto dalle entrate. il deficit

pubblico è finanziato in due modi attraverso:

1) L’emissione di carta moneta;

2) Il debito pubblico.

L’emissione di carta moneta è a cura della Banca centrale ma ha impatti negativi sull’economia in quanto genera inflazione. Il debito pubblico è

l’emissione a cura dello Stato di titoli obbligazionari che sono sottoscritti dai privati e servono ad assicurare i fondi per la copertura del deficit. Di

fatto oggi il debito pubblico è uno strumento di copertura ordinaria della spese pubblica per cui il debito pubblico non costituisce più un’entrata

straordinaria ma un istituto permanente del fenomeno finanziario (Einaudi) che se opportunamente reinvestito può costituire un valido strumento

per incrementare il reddito nazionale e di redistribuzione della ricchezza. Una classificazione molto importante del debito pubblico è quella fra:

1) debito fluttuante;

2) debito redimibile

Il debito fluttuante è costituito dai titoli emessi in via continuativa e per importi variabili in ragione delle esigenze di cassa dello Stato. E’ utilizzato

sistematicamente per coprire il deficit di bilancio tanto da divenire la tipologia di debito più significativa. Il debito redimibile è costituito dai prestiti

a media e lunga scadenza.

Il problema nasce dal fatto che il pagamento degli interessi ai sottoscrittori privati determina l’aumento della spesa corrente al punto che si è

arrivati ad emettere BOT per pagare gli interessi sui BOT emessi in precedenza. Si determina un circolo vizioso perché la spesa per interessi

aumenta il deficit che deve essere finanziato attraverso l’emissione di altri titoli; ciò provoca l’aumento del debito pubblico e, a sua volta, la

crescita degli interessi passivi da pagare ai risparmiatori. In sostanza le risorse che vengono destinate alla sottoscrizione dei titoli pubblici

vengono sottratte ai finanziamenti delle attività produttive e alla crescita tecnologia del paese. Tale obiettivo può essere raggiunto con l’aumento

delle entrate tributarie e, soprattutto, con la riduzione delle spese pubbliche.

Il debito consolidato 24

Il debito consolidato si distingue in:

1) debito redimibile quando lo Stato si impegna a restituire il prestito e a pagare gli interessi a scadenze fisse;

2) debito irredimibile quando lo Stato si impegna a corrispondere gli interessi ma senza fissare le scadenze per il rimborso del capitale.

Il sistema dei debiti redimibili è adottato per i prestiti di modesto valore perché per lo Stato non è facile predisporre un importo che consenta di

estinguere un grosso debito. Nell’ambito sempre dei prestiti redimibili abbiamo i prestiti a cartelle rimborsabili che sono rimborsati gradualmente.

Lo Stato rimborsa ogni anno una parte del debito in modo da estinguere la propria obbligazione dopo un certo numero di anni. Ogni anno ai

creditori vengono rimborsati gli interessi e la quota di ammortamento del capitale. Viene pagata ogni anno sempre la stessa somma ma varia la

sua composizione nel senso che di anno in anno diminuisce la quota degli interessi e aumenta quella del capitale. Infine, sempre fra i debiti

redimibili, ci sono i prestiti a cartelle ammortizzabili che lo Stato estingue ogni anno integralmente a seguito di estrazione a sorte.

Il debito irredimibile è una categoria residuale costituita da quei prestiti pubblici per i quali lo Stato non assume l’obbligo di restituire il capitale ad

una data fissa riservandosi di farlo successivamente e l’impegno attiene esclusivamente al pagamento puntuale degli interessi; si tratta, quindi,

di una rendita perpetua. L’ammortamento consente di ridurre i debiti attraverso il rimborso ai portatori dei titoli che lo costituiscono. A tale

operazione si procede con un’apposita cassa di ammortamento, con lo stanziamento ogni anno a bilancio di una somma destinata a tale scopo,

con la destinazione a tale operazione di avanzi di bilancio. Infine il riscatto dei titoli può avvenire con gli avanzi di bilancio. Infine è possibile in

casi eccezionali che lo Stato annulli i propri debiti ma è chiaro che ciò si verifica quando ci sono gravissime situazioni di crisi finanziaria e

istituzionale.

L’emissione di carta moneta

Nei sistemi monetari attuali il potere di emettere moneta appartiene esclusivamente alle banche centrali che hanno operato per decenni

seguendo le direttive provenienti dai rispettivi governi mirate a immettere moneta per coprire l’eccedenza di spesa pubblica non sostenibile con il

prelievo fiscale. Le notevoli emissioni di carta moneta hanno generato forti spinte inflazionistiche fino a raggiungere in Italia alla fine degli anni

settanta e all’inizio degli anni ottanta il 25% annuo.

Nel lungo periodo, però, il finanziamento con base monetaria produce gravi effetti inflazionistici. La base monetaria è l’insieme degli strumenti

finanziari utilizzabili dal complesso del sistema bancario sia come riserve liquide sia per costituire i vincoli di riserva che sono imposti dalle

autorità monetarie. Il controllo della liquidità per i paesi che hanno adottato l’euro spetta alla Banca Centrale Europea (BCE). Le misure adottate

per controllare la base monetaria sono:

1) la variazione del tasso ufficiale di sconto;

2) la variazione del coefficiente di riserva obbligatoria;

3) Le operazioni di mercato aperto.

Nei paesi dell’area euro non è più adottato il tasso ufficiale di sconto ma il controllo della liquidità è costituito da un “sistema di corridoio dei

tassi”. In pratica il “tetto del corridoio” è dato dal tasso che le banche pagano alla banca centrale quando c’è deficit di liquidità (tasso overnight di

rifinanziamento marginale) mentre “il pavimento del corridoio” è dato dal tasso che le banche ottengono quando depositano presso la banca

centrale i propri eccessi di liquidità (tasso overnight di deposito). Ogni banca centrale nazionale costituisce le riserve ufficiali conferendo alla

banca centrale somme in proporzione alla quota di capitale sottoscritta. Le banche centrali nazionali esercitano attività residuali nel rispetto delle

direttive provenienti dalla BCE.

La spesa pubblica (slide 23)

La spesa pubblica è costituita dall’erogazione in danaro che lo Stato e gli altri enti pubblici effettuano al fine di produrre beni e servizi che

occorrono per soddisfare i bisogni della collettività definito fabbisogno finanziario. Per definire la spesa pubblica consideriamo le uscite

monetarie di un soggetto pubblico in un determinato periodo di tempo così come viene evidenziato nel bilancio. Si tratta di scegliere fra bilancio

di cassa e bilancio di competenza. In sostanza è da considerare spesa pubblica quella operata dalle Pubbliche Amministrazioni che svolgono

istituzionalmente la funzione economica di produrre servizi non vendibili oppure di redistribuire il reddito. Secondo i principi di contabilità

nazionale la spesa pubblica è costituita dalla somma di quella corrente e di quella in conto capitale. In particolare la prima è data dai

trasferimenti correnti e dai consumi collettivi che sono annotati nel conto del reddito, mentre la seconda dagli investimenti lordi e dai trasferimenti

in conto capitale che sono registrati nel conto della formazione del capitale. La variazione della spesa pubblica nel tempo non può essere

misurata in termini economico­monetari assoluti poiché la variazione dei prezzi rende il confronto improponibile. La comparazione può essere

fatta con riferimento al PIL o considerando l’andamento dei prezzi al consumo.

Classificazione e procedimento contabile delle spese

Pubbliche

E’ possibile operare la distinzione delle spese pubbliche in base ad una pluralità di criteri.

In base alla destinazione avremo:

1) spese per beni e servizi che sono costituite dai compensi pagati dalla Pubblica Amministrazione per l’acquisto di beni materiali o di

prestazioni da impiegare nel settore pubblico (spese prezzo); 25

2) spese di trasferimento che sono le somme erogate dalla Pubblica Amministrazione a favore di specifiche categorie di soggetti senza che vi

sia alcuna controprestazione (spese di sussidio).

Se guardiamo all’incidenza economica le spese pubbliche sono:

1) spese correnti che esauriscono il loro compito nel breve periodo poiché sono destinate a soddisfare bisogni attuali e sono costituite, pertanto,

dall’impiego di risorse per i consumi;

2) spese in conto capitale che svolgono la loro funzione in un medio – lungo periodo in quanto destinate a incrementare le risorse produttive.

L’aumento della spesa pubblica

La spesa pubblica può opportunamente crescere a condizione che la collettività sia disposta a pagarne il costo …. La spesa pubblica dunque

non è un capro espiatorio al quale attribuire tutti i nostri mali, ma è, viceversa, il fuoco nel quale si concentrano gli effetti di tutti gli squilibri

politici, economici e sociali del nostro, e non soltanto del nostro, paese” (Steve). Nitti rilevò che le cause dell’aumento della spesa pubblica erano

darilevarsi nei seguenti fattori:

1) aumento continuo ed incessante delle spese militari;

2) grandi lavori pubblici;

3) aumento dei debiti pubblici;

4) partecipazione sempre crescente delle classi popolari alla vita pubblica.

Le cause della crescita della spesa pubblica sul lungo periodo dovrebbero ricondursi a:

1) la sostituzione di attività private derivante dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione;

2) l’esistenza tra i beni pubblici di beni ad elasticità reddito elevata quali l’istruzione e la cultura la cui domanda aumenta in misura più che

proporzionale rispetto al reddito;

3) l’orizzonte temporale in cui si misura la convenienza di certi interventi, come le ferrovie, richiede un intervento pubblico crescente, così come

l’esistenza di monopoli naturali.

Peacock e Wiseman hanno elaborato sulla dinamica della spesa pubblica il concetto di “displacement effect”.

Per costoro il peso della spesa pubblica subisce un forte incremento a causa di eventi eccezionali come le guerre, o significative trasformazioni

sociali che determinano l’accettazione da parte dei cittadini di un forte aumento della pressione tributaria. Quando l’evento eccezionale

(pensiamo alla guerra) termina, la spesa pubblica si riduce ma non torna al livello iniziale. Si è, quindi, verificato uno spostamento

(displacement) definitivo nel peso della finanza pubblica. La domanda più elevata di spesa pubblica può essere soddisfatta perché il suo

finanziamento con maggiori tributi si è consolidato. Queste spiegazioni appaiono non soddisfacenti in ragione della complessità sempre

crescente delle moderne realtà economiche dei paesi più sviluppati. Altro fattore di incremento dei costi è la tendenza dei burocrati a far

crescere le dimensioni dei propri uffici. I governi di coalizione provocherebbero una crescita più rapida del settore pubblico sia per la difficoltà

interne a frenare questa evoluzione sia perché per le lobby è più facile agire con efficacia quando ci sono più partiti al potere. Può dirsi in sintesi

che la spesa pubblica è aumentata sistematicamente nel tempo in tutti paesi maggiormente industrializzati e in Italia, in particolare, è stata

con il

finanziata debito che è cresciuta in misura rilevante.

Le finalità della spesa pubblica

La spesa pubblica è finalizzata ad assicurare alla collettività un’utilità proporzionale al sacrificio dalla stessa sopportato. Le spese pubbliche

possono risultare produttive economicamente se generano utilità immediate e dirette oppure produttive finanziariamente se le utilità sono

indirette e differite nel tempo. Occorre tener ben presente che la variazione della spesa pubblica incide sul livello complessivo dei prezzi

producendo inflazione o deflazione, sugli investimenti, sull’occupazione, sulla distribuzione dei redditi. Piuttosto che prefissare in generale i limiti

della spesa pubblica, è preferibile verificare gli effetti delle singole voci di spesa per determinare il giusto equilibrio fra entrate e spese pubbliche.

Le spese pubbliche producono comunque effetti redistributivi tant’è vero che è stato affermato che la spesa pubblica è uno strumento per

colmare i divari fra regioni ricche e regioni povere e svolge la funzione di favorire lo sviluppo delle zone depresse (Steve).

Il bilancio dello stato (slide 24)

Possiamo dire che il bilancio dello Stato nasce con la Magna Charta Libertatum nel 1215 . Il bilancio dello Stato, previsto in Italia dall’art. 81 della

Costituzione, è un documento giuridico­contabile che elenca le entrate e le spese relative all’attività finanziaria dello Stato nell’arco di un periodo

di tempo ben determinato, che può essere un anno, e in tal caso si parla di bilancio annuale, o può riguardare più anni, avremo quindi un

bilancio pluriennale. Il bilancio è per Governo e Parlamento il processo decisionale più importante dell’anno: attraverso di esso vengono assunte

le scelte più importanti in materia di governo dell’economia e di politica economica. Non è solo un documento giuridico­contabile, ma nel tempo

si è caratterizzato anche come strumento di politica economica, divenendo, insieme alla Legge di stabilità, alla Decisione di Finanza Pubblica, il

mezzo attraverso cui il Governo realizza la propria politica economica.

24.11 I vari tipi di bilancio

Il bilancio può essere classificato in svariati modi, in base agli scopi, al tempo, ai soggetti o ai contenuti a cui si fa riferimento. Per quel che

riguarda il contenuto, si può fare una differenza tra bilancio economico e bilancio finanziario. Il bilancio economico (tipico delle aziende private) è

rappresentato dai costi sostenuti e dai ricavi conseguiti, che consentono di individuare un utile di gestione e permettono di misurare i costi

necessari per raggiungere l’obiettivo aziendale. Il bilancio finanziario analizza le entrate e le uscite in termini monetari e ne misura la consistenza

in un determinato momento. Per quel che riguarda il tempo, il bilancio si suddivide in preventivo e consuntivo. Il bilancio preventivo viene redatto

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dal Governo prima dell’inizio dell’anno finanziario a cui fa riferimento, e rappresenta il programma delle entrate che si prevede di conseguire e

delle spese che si prevede di dover effettuare nell’esercizio successivo. Il bilancio consuntivo, chiamato anche rendiconto, è il riepilogo delle

entrate e delle spese conseguite nell’esercizio trascorso e consente di svolgere un controllo sull’attività finanziaria svolta dal Governo. Il bilancio

preventivo danno origine a un bilancio di cassa o a un bilancio di competenza.

24.21 Bilancio di competenza e bilancio di cassa, principi di bilancio

Il bilancio di competenza (o giuridico) comprende le entrate che si ha diritto a riscuotere e le spese che si è obbligati ad erogare nel corso

dell’esercizio, indipendentemente dal momento in cui saranno effettivamente riscosse o erogate. Il bilancio di cassa ( o materiale) riporta le

entrate effettivamente riscosse e le uscite effettivamente pagate nel corso dell'esercizio finanziario, indipendentemente dal momento in cui è

sorto il diritto a riscuotere o l'obbligo a sostenere la spesa. Il bilancio di competenza è lo strumento politico che consente al Parlamento di

controllare più efficacemente l’operato del Governo; Il bilancio di cassa mostra solo le spese riscosse e pagate, tralasciando gli accertamenti e

gli impegni assunti nell’anno precedente e addebitati al presente così come tralascia le entrate e le uscite impegnate nel corso dell’esercizio

successivo. Nel nostro ordinamento, i bilanci dello Stato e degli altri Enti pubblici, sono bilanci annuali di previsione redatti sia secondo il

principio di cassa sia di competenza . In relazione al principio di universalità, in bilancio devono essere iscritte tutte le entrate e tutte le spese

della gestione finanziaria con il divieto delle gestioni fuori bilancio. Il principio di pubblicità prevede che il bilancio dello Stato, approvato dal

Parlamento, debba essere portato a conoscenza di tutti i cittadini attraverso la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. In base al principio di

chiarezza, il bilancio deve essere di facile lettura e comprensione e non deve dare adito ad equivoci o dubbi interpretativi. Il bilancio è suddiviso

in capitoli, che sono le unità elementari e sono vietati i trasferimenti di somme da un capitolo all’altro (storni) per evitare che, in sede di

esecuzione, vengano apportate modifiche rispetto al testo approvato dalle Camere.

Il Bilancio dello Stato italiano(slide 25)

La formazione del bilancio dello Stato in Italia si sviluppa in diverse fasi che, seppur separate tra di loro, rientrano tutte nel ciclo del bilancio e si

concludono con l'approvazione della legge di bilancio e della Legge di stabilità entro il 31 dicembre. Il bilancio dello Stato deve rispettare il

principio della programmazione, e nel rispetto di tale principio lo si può analizzare come strumento di programmazione economico­finanziaria o

come manovra di finanza pubblica. Dal punto di vista della programmazione finanziaria, abbiamo i seguenti documenti:

1) DFP: Decisione di Finanza Pubblica introdotto dalla L.196/2009,

2) Relazione sull’economia e la finanza pubblica,

3) Aggiornamento del programma di stabilità: documento destinato all'Unione Europea, con lo scopo di verificare che i Paesi membri attuino il

patto di stabilità e di crescita, comprende il quadro delle prospettive di medio termine della politica economica italiana nell'ambito dell'unione

europea.

25.11 Quadro normativo di riferimento

Prima di procedere all’analisi dettagliata del bilancio, è opportuno analizzare le riforme che hanno modificato il sistema di bilancio italiano negli

ultimi decenni, già regolato dal R.D. n. 2440 del 1923. Varie modifiche effettuate.

Successivamente verrà analizzata nel dettaglio la normativa, qui ci preme sottolineare le principali novità:

1) ridefinizione delle attività di pianificazione e controllo;

2) adeguamento dei rapporti con gli Enti territoriali;

3) modifiche ai documenti di finanza pubblica con l’introduzione della Relazione sull’economia e la Finanza pubblica;

4) sostituzione del DPEF con la Decisione di Finanza pubblica (DFP);

5) disegno di Legge finanziaria sostituito dal disegno di legge di Stabilità che insieme al disegno di legge di bilancio forma la manovra

finanziaria.

25.21 Le entrate e le spese

Le entrate e le spese sono classificate come detto nella sessione precedente. L’art. 33 della L.196/2009 prevede il bilancio di assestamento,

strumento giuridico contabile necessario per apportare al bilancio di previsione quelle modifiche e aggiustamenti che si dovessero rendere

necessari durante l'esercizio finanziario adeguando le previsioni alla situazione che si è creata durante la gestione. Possono quindi verificarsi

variazioni delle entrate e variazioni delle spese.

25.31 Fondi di riserva e fondi speciali

Data la struttura del bilancio dello Stato, sono stati previsti degli strumenti idonei a garantire la flessibilità della gestione di bilancio. Fra questi

strumenti abbiamo i fondi, che si dividono in fondi di riserva e fondi speciali. I fondi di riserva presenti nel bilancio annuale sono capitoli di spesa

generici destinati alla copertura degli errori previsionali compiuti in fase di redazione del documento. Il Fondo di riserva per le spese impreviste

(art. 28 L.196/2009) serve per provvedere alle carenze di assegnazioni in bilancio che non abbiano carattere di continuità nei bilanci futuri. I fondi

speciali possono riguardare sia le spese correnti, sia le spese in conto capitale. Abbiamo così un “fondo speciale per la riassegnazione dei

residui passivi della spesa di parte corrente, eliminati negli esercizi precedenti per perenzione amministrativa”, e un “fondo speciale per la

riassegnazione dei residui passivi della spesa in conto capitale, eliminati negli esercizi precedenti per perenzione amministrativa”.

LA STRUTTURA DEL BILANCIO(SLIDE 26) 27

Il bilancio dello Stato, disciplinato all’art. 81 della Costituzione, è un documento giuridico – contabile in cui vengono riportate le entrate e le

spese derivanti dall’attività finanziaria svolta dallo Stato in un determinato periodo di tempo. Ai sensi del menzionato art. 81 della Costituzione, il

Governo ha il dovere di presentare annualmente alle Camere il bilancio ed il rendiconto consuntivo per l’approvazione.

Il bilancio dello Stato è un documento che si prefigge di perseguire tre funzioni:

1. è uno strumento di rappresentazione delle risorse pubbliche disponibili (funzione informativa);

2. è uno strumento per la decisione politica (funzione allocativa);

3. è uno strumento per la gestione delle risorse stanziate (funzione esecutiva).

Il bilancio si compone di entrate e di uscite.

Le entrate dello Stato si suddividono in:

­ titoli di natura tributaria, extratributaria, derivanti dall’alienazione e dall’ammortamento di beni patrimoniali, dalla riscossione di crediti o

dall’accensione di prestiti;

­ ricorrenti e non ricorrenti a seconda che riguardino proventi la cui acquisizione è prevista a regime o limitata ad uno o più esercizi;

­ tipologie, ai fini dell’approvazione da parte del Parlamento e dell’accertamento dei cespiti;

­ categorie, secondo la natura dei cespiti;

­ capitoli, suddivisi in articoli in funzione del rispettivo oggetto.

le spese dello Stato si suddividono in:

− Missioni, che rappresentano le funzioni principali e gli obiettivi strategici perseguiti con la spesa pubblica. Le missioni sono una

rappresentazione politico – istituzionale necessaria per rendere più trasparenti le varie poste di allocazione della spesa e per indicare meglio le

direttrici delle sottostanti azioni amministrative da svolgere da parte delle singole amministrazioni. Le missioni possono essere ministeriali o

trasversali a più Dicasteri. Ogni missione si realizza concretamente attraverso più programmi.

­ Programmi, suddivisi in macroaggregati per le spese di funzionamento, per interventi, per trattamenti di quiescenza e altri trattamenti integrativi

o sostitutivi di quest’ultimi, per oneri del debito pubblico, per oneri comuni di parte corrente, per investimenti e per oneri comuni in conto capitale.

I programmi possono essere specifici di ogni Amministrazione o, in alcuni casi, condivisi tra più Amministrazioni. I programmi indicano i risultati

da perseguire in termini di impatto dell’azione pubblica sui cittadini e sul territorio

− Capitoli, secondo l’oggetto della spesa. I capitoli sono classificati secondo il contenuto economico e funzionale, e costituiscono le unità

elementari ai fini della gestione e della rendicontazione. Essi possono essere ripartiti in articoli.

Tale ripartizione delle spese dello Stato risponde all’esigenza di mettere in luce le finalità allocative della spesa pubblica e di evidenziare la

relazione tra risorse disponibili e finalità delle politiche pubbliche, al fine di rendere più agevole l’attività di misurazione e verifica dei risultati

raggiunti con la spesa pubblica.

26.11 Il bilancio annuale

Il bilancio annuale di previsione trova disciplina all’art. 21 della L. 196/2009. Esso si compone dello stato di previsione dell’entrata, dagli stati di

previsione della spesa distinti per Ministeri e con allegate le appendici dei bilanci delle amministrazioni autonome, e dal quadro riassuntivo

relativo al triennio. Tale bilancio viene redatto in termini di competenza e di cassa al fine di evidenziare in maniera migliore i residui attivi ed i

residui passivi presenti alla fine dell’esercizio . Il bilancio annuale di previsione si struttura in missioni e programmi al fine di evidenziare

maggiormente la relazione tra risorse stanziate e finalità pubbliche perseguite, e al fine di rendere più agevole la misurazione e la verifica dei

risultati raggiunti con l’impiego della spesa pubblica. Esso espone per le entrate e per le uscite le unità di voto parlamentare determinate con

riferimento alla tipologia di entrata e ad aree omogenee di attività, mentre per le uscite le unità di voto sono rappresentate dai programmi. Per

ogni unità di voto vengono indicati:

− l’ammontare presunto dei residui attivi o passivi presenti alla chiusura dell’esercizio precedente a quello al quale si riferisce il bilancio;

− l’ammontare delle entrate che si prevede di accertare e della spese che si prevede di impegnare nell’anno a cui si riferisce il bilancio

(preventivo di competenza);

− le previsioni delle entrate e delle spese relative al secondo e terzo anno del bilancio triennale;

− l’ammontare delle entrate che si prevede di incassare e delle uscite che si prevede di pagare nell’anno a cui si riferisce il bilancio (preventivo

di cassa).

Le spese indicate all’interno di ciascun programma si distinguono in:

− spese non rimodulabili, ossia spese per le quali l’amministrazione non può esercitare un controllo sulle variabili che concorrono alla loro

formazione, allocazione e quantificazione (es.: stipendi, assegni, pensioni…);

− spese rimodulabili, ossia spese autorizzate da espressa disposizione legislativa che ne determina l’importo ed il periodo di iscrizione in

bilancio, e spese di adeguamento al fabbisogno, non predeterminate legislativamente, e quantificate in base alle esigenze delle amministrazioni.

Il bilancio annuale di previsione è oggetto di un unico disegno di legge, e viene approvato con distinti articoli di legge con riferimento alle

dotazioni di competenza e alle dotazioni di cassa.

26.21 Il bilancio pluriennale

Il bilancio pluriennale di previsione, che ha durata triennale, trova disciplina all’art. 22 della L. 196/2009. Viene predisposto dal Ministro

dell’economia e delle finanze, e riguarda un periodo pari al triennio. Tale bilancio viene redatto per missioni e programmi, e viene elaborato in

termini di competenza e di cassa.

Il bilancio pluriennale di previsione riporta: 28

− l’andamento delle entrate e delle spese in base alla legislazione vigente;

− le previsioni sull’andamento delle entrate e delle spese tenendo conto degli effetti degli interventi programmati nel bilancio pluriennale

programmatico.

Tale documento si propone di illustrare:

− gli obiettivi di politica economica;

− il quadro delle previsioni economiche e di finanza pubblica relative ad un periodo non inferiore al triennio;

− gli obiettivi articolati per i sottosettori del conto delle amministrazioni pubbliche relativi alle amministrazioni centrali, alle amministrazioni locali

e agli enti di previdenza e assistenza sociale.

. Il Documento deve contenere un’indicazione delle risorse finanziarie necessarie a confermare, per il periodo di riferimento, gli impegni e gli

interventi di politica economica e di bilancio adottati negli anni precedenti per i principali settori di spesa. Vengono fissati gli obiettivi

programmatici per l'indebitamento netto, per il saldo di cassa e per il debito delle amministrazioni pubbliche al netto e al lordo degli interessi e

delle eventuali misure una tantum ininfluenti sul saldo strutturale del conto economico delle amministrazioni pubbliche; tali obiettivi sono stabiliti

anche con riguardo al saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato e al il saldo di cassa del settore statale nonché l’obiettivo della pressione

fiscale complessiva. La Decisione prevede il contenuto del Patto di convergenza, del Patto di stabilità interno e delle sanzioni per gli enti

territoriali nel caso di mancato rispetto di quanto previsto dal Patto di stabilità interno.

I controlli della spesa pubblica (Slide 27)

Affinché ci sia la garanzia che il bilancio venga eseguito nel rispetto degli adempimenti di bilancio e nel rispetto dell' equilibrio finanziario delle

risorse, sono previsti dei controlli realizzati dalla Ragioneria Generale dello Stato e dalla Corte dei Conti. La Ragioneria Generale dello Stato

esercita un controllo interno. Il compito principale della Ragioneria Generale dello Stato è quello di garantire la corretta programmazione e la

rigorosa gestione delle risorse pubbliche e di offrire e supporto al Parlamento e al Governo negli adempimenti di bilancio. Possiamo, in

sostanza, dire che sussistono un controllo quantitativo, finalizzato ad impedire che le Amministrazioni impegnino lo Stato per importi superiori a

quelli iscritti a bilancio, e un controllo qualitativo, volto ad evitare che le Amministrazioni utilizzino le risorse stanziate a bilancio per finalità

diverse da quelle previste nel capitolo di spesa. Gli Uffici centrali di bilancio hanno anche competenza sul controllo dei costi, sul conto annuale

del personale, sulla formazione del bilancio di previsione e consuntivo. Il controllo di regolarità amministrativo e contabile comporta anche

controlli ispettivi. Il controllo di gestione è finalizzato a verificare l’economicità, l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa nell’ottica di

ottimizzare il rapporto costi ­ benefici. Il legislatore ha, pertanto, equiparato il debitore pubblico a quello privato con applicazione di regole

paritarie e superamento della posizione di privilegio riconosciuta in passato alla Pubblica Amministrazione. In caso di mancato pagamento nei

termini è prevista la decorrenza degli interessi senza necessità di messa in mora in “misura pari al saggio di interesse del principale strumento di

rifinanziamento della Banca Centrale Europea applicato alla sua più recente operazione di rifinanziamento principale effettuata il primo giorno di

calendario del semestre in questione, maggiorato di sette punti percentuali” (art. 5 D. Leg.vo 231/2002). Quindi le Pubbliche Amministrazioni non

possono imporre termini più lunghi di quelli legali in relazione alle proprie disponibilità finanziarie. Del resto la Corte dei Conti ha stabilito che

costituisce un principio cardine della contabilità pubblica “dover reperire preventivamente la copertura finanziaria di una spesa, mediante

di bilancio

l’assunzione dell’apposito impegno sul competente capitolo , impegno che, come noto, determina l’accantonamento della somma da

previsto

utilizzare per lo specifico fine e, quindi, l’indisponibilità per altri fini”. A favore della Pubblica Amministrazione è previsto l’istituto del

fermo amministrativo in base al quale la P.A. può sospendere il pagamento di un debito liquido ed esigibile per assicurare la compensazione con

un suo credito, seppur non ancora liquido ed esigibile, che la stessa P.A. vanti nei confronti del suo creditore.

I controlli della Ragioneria dello Stato

Appartengo alla competenza della Ragioneria Generale dello Stato la predisposizione dello schema di bilancio di previsione annuale, del

bilancio pluriennale, del disegno di legge finanziaria e dei provvedimenti collegati. Deve esaminare accordi di programma ed intese istituzionali

ed è chiamata a rispondere a quesiti di natura interpretativa ed applicativa. Indirizza e coordina gli ordinamenti amministrativo contabili in

materia di spese dello Stato e degli enti pubblici, di demanio, patrimonio mobiliare ed immobiliare ed entrate dello Stato e degli enti pubblici ed in

materia di pubblico impiego ed assetti organizzativi delle amministrazioni pubbliche. Provvede alla gestione della Tesoreria dello Stato e ai

controlli preventivi e successivi circa la legittimità degli atti esecutivi dei Bilanci stessi . La vigilanza e controllo della gestione delle risorse

pubbliche sono attività ispettive di finanza pubblica svolta per competenza diretta o per conto di altre amministrazioni. Ai fini del rispetto del Patto

di stabilità interno, viene effettuata una continua rilevazione ed analisi dei dati necessari mentre, per verificare l'andamento della spesa sociale,

vengono monitorate la spesa sanitaria e quella pensionistica, la spesa per le politiche del lavoro e quella per le politiche assistenziali.

27.21 Il controllo preventivo della Corte dei Conti

La Corte dei conti è un organo di rilievo costituzionale, autonomo ed indipendente rispetto al Governo e al Parlamento con il compito di vigilare

sulla corretta gestione delle risorse pubbliche, sul rispetto degli equilibri finanziari complessivi, sulla regolarità, efficacia ed efficienza dell’azione

amministrativa. I controlli preventivi di legittimità costituiscono la forma più antica di controllo a cura della Corte dei conti su tutti i provvedimenti

delle Amministrazioni statali che comportano spese. A norma dell'art. 100, secondo comma, la Corte dei conti esercita il controllo preventivo di

legittimità sugli atti del Governo e quello successivo sulla gestione del Bilancio dello Stato, inoltre essa partecipa al controllo sulla gestione

finanziaria degli enti. La Costituzione, che assicura l'indipendenza della Corte e dei suoi componenti di fronte al Governo, prevede un diretto

29

collegamento fra la Corte ed il Parlamento, al quale essa è tenuta a riferire sul risultato del riscontro eseguito. Accanto a queste, svolge anche

funzioni amministrative e consultive. A norma dell’Art. 103 svolge funzioni giurisdizionali nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre

specificate dalla legge. La Corte dei conti in base alla Costituzione (art. 100) svolge:

1) un controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo;

2) un controllo successivo sulla gestione del bilancio dello Stato;

3) un controllo sulla gestione finanziaria degli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria.

A differenza del controllo preventivo di legittimità, l’esito del controllo successivo non consiste nel mancato perfezionamento dell’efficacia di un

atto, ma nella predisposizione di relazioni e osservazioni destinate alle amministrazione controllate. Scopo del controllo è, quello di verificare se

l’azione amministrativa sia stata economica, efficiente ed efficace ed abbia raggiunto gli obiettivi stabiliti, il controllo finanziario e contabile nei

confronti degli enti locali è disciplinato dalla legge 131/2003.La legge citata prevede che la Corte dei Conti verifichi il rispetto degli equilibri di

bilancio, tenendo anche conto dei vincoli posti dall’Unione europea e che le Sezioni regionali accertino la corretta gestione finanziaria secondo i

più moderni criteri di efficienza ed economicità.

LA LEGGE DI STABILITÀ(slide 28)

La legge finanziaria, poi sostituita dalla legge di stabilità, è una legge ordinaria che reca “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e

pluriennale dello Stato”. E’ stata introdotta nel nostro ordinamento con la legge 468/78 con l’obiettivo di ridurre l’eccessiva rigidità del bilancio.

Possiamo dire che insieme alla legge di bilancio è stata la principale fonte normativa prevista dall’ordinamento giuridico italiano per disciplinare

la vita economica del paese.. E’ stato introdotto sin dal 2003 il concetto di legge di stabilità man mano che l'idea di federalismo si è cominciata a

diffondere con la riforma costituzionale del 2001 per affermare il concetto che l’attività finanziaria statale sia coordinata con quella locale. Con la

legge di stabilità devono essere adottate norme che realizzino il coordinamento della finanza pubblica statale con quella locale nel rispetto dei

parametri fissati dal trattato di Maastricht. La legge di stabilità è scritta definendo obiettivi e programmi per rendere il documento più

comprensibile nei suoi contenuti. Era previsto che nella legge finanziaria fossero specificati:

1) disavanzo fra spese ed entrate;

2) Il deficit da coprire mediante prestiti;

3) l’ammontare dei fondi speciali a bilancio;

4) l’importo massimo per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego;

5) gli stanziamenti per il rifinanziamento di spese in conto capitale previste dalle leggi in vigore;

6) le previsioni di spesa a lungo termine che devono essere determinate in relazione alle risorse disponibili ogni anno.

L’Unione europea ha fissato dei vincoli alle politiche finanziare dei singoli stati che possono così riassumersi:

1) il 3% nel rapporto fra disavanzo pubblico e prodotto interno lordo (PIL);

2) il 60% nel rapporto fra debito pubblico e PIL che seppure non raggiunto deve essere significativamente orientato verso tale risultato;

3) il tasso medio di inflazione non può superare di oltre 1,5% quello dei tre stati membri che hanno raggiunto i migliori risultati nella stabilità dei

prezzi;

4) il tasso di interesse nominale non può superare di oltre il 2% quello dei tre stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di

stabilità dei prezzi.

Di fatto è accaduto che la pluralità di interessi toccati dalla legge finanziaria ha trasformato tale testo normativo in un complesso di norme anche

prive di riflessi sul bilancio. La legge finanziaria e la legge di bilancio erano atti necessariamente legati, ma distinti e di diversa natura perché

solo con la prima potevano essere adottate le decisioni inerenti all’introduzione di nuove spese ed entrate.

Con la legge di contabilità e finanza pubblica Ciascun Ministero è chiamato ad illustrare gli obiettivi da raggiungere e i criteri di verifica in

relazione ai programmi di spesa.

28.11 La crisi della legge finanziaria

La legge finanziaria era stata introdotta nel 1978 con l’obiettivo di risanare le dissestate finanze pubbliche, gravate da una crisi pressoché

insostenibile, nonché con il fine di aggirare il divieto posto dall’art. 81 Cost. di stabilire nuovi tributi e nuove spese con la legge di bilancio. In

sostanza, come si è sopra detto, sono state contestualmente previste una legge puramente formale (la legge di bilancio) e una legge sostanziale

(la legge finanziaria). La legge finanziaria doveva determinare le entrate e le spese necessarie ai fini della manovra di bilancio prestabilita, ma in

realtà si rivelò da strumento di contenimento della spesa un veicolo per la sua crescita incontrollata (Vegas) senza apportare alcun effetto

positivo in merito al controllo della finanza pubblica. Con la legge 208/99, introdotta in relazione al successivo ingresso dell’Italia nell’unione

monetaria, il legislatore torna a considerare la legge finanziaria come strumento per “intervenire con misure di sviluppo e quindi di spesa mentre

vengono esclusi i cosiddetti collegati (leggi collegate) affidati a fasi successive in quanto considerati fonte di intreccio decisionale” (De Ioanna). Il

citato art. 81 Cost., secondo il quale ogni legge che comporti nuove spese debba indicare i mezzi per farvi fronte, è stato introdotto su proposta

di Einaudi per garantire il pareggio di bilancio e limitare le proposte di legge demagogiche ma è stato spesso disatteso. Già in sede di

interpretazione ci si era posti il problema se la copertura integrale fosse necessaria anche per quelle spese con oneri pluriennali. Il legislatore ha

scelto di adottare il criterio della copertura integrale solo per l’esercizio in corso con indicazioni generiche per gli esercizi successivi. Si è fatto,

altresì, ricorso alle riserve dei fondi globali senza verificare in concreto se l’ammontare delle risorse potesse garantire la necessaria copertura. Si

è anche fatto ricorso alle leggi che hanno stabilito nuovi tributi senza verifiche sulla corrispondenza del gettito effettivo all’ammontare della spesa

da coprire. Attraverso l’utilizzo frequente del mercato finanziario è cresciuto notevolmente il debito pubblico con grave pregiudizio per lo sviluppo

economico e lo stato sociale (Welfare State) di cui ci occuperemo in seguito. Con la legge di stabilità 31/12/2009 n. 196 è stata abolita la legge

30

5/8/1978 n. 468. L’intervento del legislatore si è reso necessario per adeguare la normativa italiana e la gestione del bilancio alla normativa

dell’Unione monetaria e al diverso rapporto che si va delineando fra Stato e Regioni

28.21 la legge 31/12/2009 n. 196

la legge 196/2009 di riforma della contabilità e della finanza pubblica risponde all’esigenza di adeguare la normativa che governa la gestione del

bilancio alle esigenze generate dall’adesione dell’italia all’unione monetaria, dall’evoluzione del sistema economico e dal nuovo assetto

istituzionale dello stato e degli enti locali. La nuova legge ha come destinatari i soggetti che costituiscono le amministrazioni pubbliche. La

programmazione di bilancio è orientata sul medio termine e si realizza con un’effettiva programmazione triennale degli obiettivi e delle risorse.

La nuova legge rafforza i meccanismi di controllo quantitativo e qualitativo della spesa pubblica. La fase della programmazione inizia con la

decisione di finanza pubblica (dfp) che sostituisce il documento di programmazione economica e finanziaria (dpef) (art. 10). Nella dfp sono

il raggiungimento

descritti i termini della manovra di finanza per degli obiettivi prefissati. La legge di stabilità, secondo quanto previsto dall’art.

11, contiene le misure per realizzare nel triennio indicato gli obiettivi programmatici evidenziati nella dfp. La legge contiene:

1) il livello massimo del saldo netto da finanziare e del ricorso al mercato;

2) la variazione delle aliquote delle imposte escluso quanto previsto per i tributi degli enti locali;

3) l’importo complessivo destinato al rinnovo dei contratti pubblici;

4) le misure correttive delle leggi che comportano oneri superiori a quelli previsti;

5) eventuali norme necessarie a garantire il patto di stabilità interno.

E’ compito del Ministero dell’economia e delle finanze fornire alle Amministrazioni il necessario supporto per la definizione delle previsioni di

spesa. In base all’attività svolta dai nuclei, il citato Ministero elabora ogni tre anni un rapporto sulla spesa delle amministrazioni dello Stato (art.

41) dove illustra l’andamento della spesa e i risultati conseguiti.

28.31 Confronto fra la legge 468/78 e la legge 196/2009

La legge di riforma della contabilità e della finanza pubblica (196/2009) è entrata in vigore il primo gennaio 2010 dopo l’approvazione definitiva

del Parlamento del 16/12/2009. La legge di stabilità sostituisce la legge finanziaria con l’attribuzione a Governo, Parlamento, Enti territoriali e agli

altri enti pubblici responsabilità precise. Costituiscono novità introdotta dalla legge 196/2009 l’aggiornamento del programma di stabilità secondo

i termini fissati dall’Unione europea e gli appositi documenti di programmazione delle Pubbliche Amministrazioni diverse dallo Stato. La DFP, il

disegno di legge di stabilità, il disegno di legge del bilancio dello Stato, il disegno di legge di assestamento e l’aggiornamento del programma di

stabilità sono presentati dalle camere al Governo su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze.

IL WELFARE STATE(slide 29)

Il welfare state (stato di benessere nella traduzione letterale dall’inglese), noto anche come stato sociale, è un sistema di norme, attinenti

all’assistenza sanitaria, al sistema pensionistico, alla pubblica istruzione, agli ammortizzatori sociali, con il quale lo Stato cerca di eliminare le

forme di diseguaglianza sociale ed economica portando aiuto ai ceti meno abbienti. In altre parole il Welfare State rappresenta tutte quelle

misure che lo Stato adotta per difendere i cittadini dai rischi della vita e dai danni del mercato quali la malattia, la vecchiaia, l’invalidità la

disoccupazione.

I VARI MODELLI DI WELFARE STATE

Possiamo dire che si sono affermati quattro modelli di welfare State: socialdemocratico o scandinavo, liberale o anglosassone, corporativo o

bismarckiano e mediterraneo. Il modello socialdemocratico si è affermato negli stati scandinavi e si caratterizza per interessare la collettività nel

suo complesso con un significativo intervento pubblico. La spesa sociale realizza i diritti del cittadino come singolo. Dallo Stato proviene

un’elevata offerta di servizi nella salute, nella cura degli anziani e dei minori. In questo contesto si realizza una forte occupazione femminile

soprattutto nel settore pubblico. Il finanziamento deriva principalmente dalle imposte. Con il modello liberale si punta invece a tutelare i cittadini

non secondo un principio di universalità che ispira il modello scandinavo, quanto piuttosto contro specifici gravi rischi individuali come le forme

più estreme di povertà con un notevole controllo sull’erogazione dei sussidi statali. In tale realtà sono in genere privilegiate le soluzioni offerte

dal mercato. Tale tipo di modello è previsto negli Stati Uniti, nell’Irlanda, nella Nuova Zelanda e fu applicato nel Regno Unito durante gli anni

ottanta. Nel modello corporativo, realizzato in Germania, in Francia, in Belgio, Olanda e Lussemburgo, il sistema di welfare adottato è legato al

mercato del lavoro. In questa realtà i diritti sono attribuiti ai lavoratori piuttosto che ai cittadini. Questo modello trae la sua origine nella

concezione dello Stato monarchico, nel corporativismo, nella dottrina sociale della chiesa. E’ fondamentale il ruolo della famiglia che si pone

come soggetto intermedio fra lo Stato e l’individuo. Il modello corporativo prevede programmi di spesa frammentati e diversificati per categorie

sociali con particolare attenzione ai dipendenti pubblici. Il finanziamento deriva principalmente dai contributi sociali. Il modello mediterraneo è

stato adottato in Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. E’ simile al modello corporativo e si caratterizza per una più spiccata frammentazione dei

programmi dove la famiglia riveste in modo significativo il ruolo di ammortizzatore sociale. Il ruolo centrale della famiglia è anche riconosciuto dal

legislatore con l’obbligo di mantenimento dei figli che si trovino in condizioni di bisogno anche se adulti. Sul costo del lavoro incidono

31

sensibilmente i contributi sociali che servono a finanziare pensioni e ammortizzatori sociali e gli investimenti vengono

spostati deve i costi sono inferiori con minori sistemi di tutela. Le gravi crisi finanziarie hanno determinato la scelta di

politiche finanziarie più rigorose che sono state espresse nel Trattato di Maastricht e nel patto di stabilità e crescita di

Amsterdam che hanno indirizzato i governi dell’Unione Europea verso politiche di rigore economico. Si è registrata

una crescita sproporzionata della spesa pubblica rispetto a quella del PIL a causa dell’invecchiamento della

popolazione. Se è certamente presente anche oggi la volontà di tutelare i soggetti più deboli della collettività e di

attuare politiche redistributive del reddito, si avverte l’esigenze di pensare a misure di welfare state che non

sottraggano risorse alla crescita economica.

LE PRESTAZIONI

le prestazioni erogate generalmente attraverso i vari sistemi di welfare state sono le pensioni previdenziali, la sanità,

gli ammortizzatori sociali, l’assistenza e l’istruzione. Esamineremo nel dettaglio nelle prossime lezioni le prestazioni in

questione. Possiamo sin da ora accennare che le pensioni previdenziali servono ad assicurare un reddito ai lavoratori

dipendenti e autonomi nel periodo in cui cessano di svolgere l’attività e ai loro familiari in caso di decesso. La sanità

comprende le prestazioni volte a tutelare la salute della collettività attraverso la medicina di base, la spesa

farmaceutica e l’assistenza ospedaliera. L'assistenza è costituita da una serie di prestazioni volte a combattere la

povertà, la non autosufficienza a sostenere la famiglia. In particolare contro la povertà viene erogata la pensione

sociale a soggetti che hanno più di sessantacinque anni privi di mezzi di sostentamento e il reddito minimo di

inserimento per le famiglie non abbienti. L’erogazione di tali misure presuppone una verifica delle condizioni del

beneficiario. Gli assegni per il nucleo familiare sono previsti per i lavoratori dipendenti ed ex dipendenti. Sono previste

rendite e indennità per sordi, ciechi, muti, prestazioni a cura delle amministrazioni locali in favore degli anziani non

autosufficienti attraverso l'accoglienza in case di riposo, l'assistenza domiciliare nonché altre forme di assistenza per

le diverse categorie di emarginati quali i tossicodipendenti, gli alcolisti, i senza dimora. Gli ammortizzatori sociali sono

misure di garanzia contro i rischi derivanti dal lavoro subordinato come la perdita dell'occupazione a cui si fa fronte

con la cassa integrazione e l'indennità di disoccupazione. Alcune misure come l’assicurazione contro gli infortuni, la

malattia e la tutela della maternità sono previste, seppure in misura più restrittiva, anche per i lavoratori autonomi. Le

macro categorie del welfare (sanità, pensioni, assistenza, ammortizzatori sociali, istruzione) non appartengono alla

categoria dei beni pubblici. Il problema di scegliere fra i trasferimenti di danaro e i servizi è estremamente dibattuto

anche nell’adozione delle misure contro la povertà. Per gli economisti della scuola neoclassica è da preferire il

trasferimento in danaro perché l’individuo è il miglior giudice del proprio benessere e quindi saprà come meglio

utilizzare il danaro ricevuto per soddisfare i suoi bisogni. Traducendo in un grafico questo concetto rappresentiamo

sull’asse delle ascisse i servizi sanitari e sull’asse delle ordinate gli altri beni.

In assenza dell'intervento statale il soggetto sceglierebbe C

sul vincolo di bilancio BA. Se lo Stato eroga il servizio

sanitario nella misura OD, il vincolo di bilancio sarà BEF

tenendo conto del consumo gratuito di OD. Avremo curve di

indifferenza IA e IB. Nel primo caso l’utilizzo dei servizi

sanitari è superiore a OD e quindi il punto di equilibrio H è

soddisfacente per l’individuo. Con la curva di indifferenza IB

il punto di equilibrio è in E per un individuo che avrebbe

invece scelto un consumo di servizi sanitari inferiore a OD.

Se lo Stato avesse trasferito una somma di danaro pari ai

servizi stessi il vincolo di bilancio sarebbe FL, in tal caso il

primo soggetto avrebbe lo stesso livello di benessere dato

dal punto H, il secondo avrebbe raggiunto un benessere

maggiore nel punto P. Inoltre se i servizi non sono gratuiti, come i beni pubblici puri, possono generarsi fenomeni di

mercato nero.

29.31 il finanziamento

Il finanziamento è posto in parte a carico del datore di lavoro e in parte a carico del lavoratore. I versamenti non sono

a favore dello stato ma degli enti previdenziali che erogano la quasi totalità delle prestazioni che rientrano nel welfare

state. Gli enti previdenziali hanno contabilità distinte per le voci di entrata e di uscita. Il finanziamento proviene anche

dalle imposte generali che per loro natura non sono legate ad una voce di spesa particolare e dai cittadini che in modo

parziale contribuiscono alle spese dei servizi richiesti come avviene per il settore sanitario. Tali sistemi di

finanziamento derivano da forme mutualistiche di assistenza e poi successivamente sono diventate il risultato della

contrattazione fra lavoratori e datori di lavoro. E’ possibile considerare i contributi come premi assicurativi che servono

a finanziare le prestazioni erogate. Se le prestazioni erogate dovessero comportare dei costi maggiori delle entrate

32

allora sarebbe necessario elevare l’ammontare dei premi assicurativi ossia dei contributi. La regola del pareggio di

bilancio non sempre è applicata perché alle finalità assicurative si accompagnano anche finalità assistenziali. Il

disavanzo che ne deriva deve essere coperto con entrate tributarie a tutti gli effetti. Passiamo ora ad esaminare gli

effetti delle diverse forme di finanziamento:

1) assicurazione privata obbligatoria;

2) assicurazione sociale con finanziamento costituito dai contributi sociali;

3) prestazioni finanziate con imposte generali.

Con l’assicurazione privata lo stato interviene stabilendo l’obbligatorietà dell’assicurazione mentre è il mercato a

determinare l’entità del premio come avviene per la circolazione stradale degli autoveicoli. Lo stato in questo caso può

intervenire per favorire il cittadino con agevolazioni fiscali come la deducibilità dei premi dal reddito imponibile.

L’intervento pubblico è più significativo con l’assicurazione sociale dove i criteri per la determinazione dei premi non

rappresentano la puntuale applicazione dei criteri di matematica attuariale. Il contributo obbligatorio non è

commisurato al rischio individuale, ma a quello medio. L’intervento dello stato è ancora più significativo nel modello

scandinavo dove, come già analizzato, beneficiano delle prestazioni tutti i cittadini e il finanziamento è costituito dalle

imposte generali; è questo appunto il terzo modello di finanziamento. Per questi due modelli (assicurazione sociale e

prestazioni universali) l’ammontare del pagamento è commisurato alla capacità contributiva.

Il sistema sanitario(slide 30)

Nel mercato sanitario il consumo è legato al verificarsi dell’evento aleatorio malattia e, in misura più modesta, alla sua prevenzione. Nella sanità

vi sono la componente dell’assicurazione contro l’evento negativo e i servizi sanitari da consumare qualora si verifichi l’evento negativo. Il

consumo di alcuni servizi sanitari quali i vaccini contro le malattie di tipo epidemico provoca certamente in termini economici una esternalità

positiva perché è certamente preferibile una società di individui sani dove siano fortemente limitati i rischi di contagio. I cittadini non sono in

grado di valutare correttamente le caratteristiche del servizio e per combattere le asimmetrie informative fra domanda e offerta è disciplinato

l’accesso alla professione attraverso appositi albi, è vietata la pubblicità, è regolamentata l’introduzione di nuovi farmaci.Gli studi di finanza

pubblica individuano le ragioni dell’intervento pubblico nel settore sanitario nei fallimenti del mercato fra cui principalmente quello assicurativo e

nei principi di equità distributiva.

Nella classificazione dei sistemi sanitari consideriamo l’intervento pubblico sotto due profili:

1) Il finanziamento del sistema;

2) La responsabilità nella produzione e nell’erogazione dei servizi.

Sotto il primo profilo si rileva che l’intervento pubblico determina che il contributo dei singoli prescinda dall’effettivo utilizzo del servizio e sia

commisurato ai principi propri del sistema fiscale ossia, in primo, luogo, al principio della capacità contributiva. Nei sistemi a finanziamento

privato le entrate provengono soprattutto dai singoli e dalle imprese di assicurazione con le quali i cittadini stipulano contratti di assicurazione

privata.

30.11 Organizzazione del servizio sanitario

Le spese sanitarie sono destinate alle cure mediche di base, alla diagnostica, alle visite specialistiche, ai ricoveri ospedalieri e ai farmaci. La

domanda e l’offerta del servizio sanitario si concretizzano nel rapporto paziente – medico dove il primo, ritenendo di essere malato, si rivolge al

secondo che suggerisce la soluzione più opportuna fra la somministrazione di farmaci, l’indagine diagnostica, ecc.

Anche per i servizi sanitari, come per gli altri settori che compongono il Welfare state, non può parlarsi di beni pubblici perché ad essi non si

possono attribuire le caratteristiche della non rivalità e della non escludibilità. Per ora, in generale, possiamo dire che è possibile pensare ad un

modello pubblico, ad uno privato e ad uno misto. Il modello pubblico è finanziato attraverso il pagamento di imposte e contributi da parte di tutti i

cittadini che hanno indistintamente il diritto di usufruire dei servizi sanitari. E’ garantita l’uniformità delle prestazioni, ma c’è il rischio di

inefficienze organizzative ed è molto limitata la libertà di scelta. Il modello privatistico prevede che ciascuno operi liberamente ricorrendo, se

vuole, ad assicurazioni private. I cittadini scelgono l’ospedale dove curarsi gestito da privati. I loro diritti derivano da quanto pattuito con il

contratto di assicurazione dove sono determinati entità e modalità di pagamento al verificarsi dell’evento aleatorio coperto dalla polizza.

Predominano in molti Stati i modelli misti con prevalenza del settore pubblico. In questi modelli operano lo Stato, le strutture che offrono i diversi

servizi (ospedali, imprese farmaceutiche) e il medico di base che ha rapporto immediato con il cittadino indirizzandolo a visite specialistiche,

ricoveri ospedalieri.

L’obiettivo di assicurare uguaglianza di trattamento può generare sprechi se il medico e il cittadino non sono in alcun modo coinvolti nel

finanziamento. Per quanto specificamente attiene al servizio ospedaliero abbiamo tre modelli:

1) integrato;

2) contrattuale;

3) a rimborso.

Con il primo gli ospedali sono inquadrati nel settore pubblico e il servizio erogato è uniforme con un limitato potere di scelta per il cittadino. Nel

modello contrattuale il servizio può essere erogato da strutture pubbliche e private con libertà per il cittadino di scegliere fra quelle

accreditate.Nel modello a rimborso c’è un’assicurazione sanitaria obbligatoria che è finanziata dal cittadino attraverso contributi sociali a mutue

ed enti senza fine di lucro che hanno contratti con gli ospedali. I contributi sono commisurati al reddito del cittadino che corrisponde una tariffa

prefissata per il servizio che gli viene erogato; il rimborso è effettuato dalla mutua. Le ultime evoluzioni del sistema sanitario in Europa sembrano

ispirare al ritorno al modello integrato.

LEZIONE 31 Il sistema sanitario 33

Uno dei problemi che da sempre hanno dovuto affrontare gli Stati nell’ambito della gestione dei sistemi sanitari è stato quello di conciliare le

risorse disponibili in relazione al sempre crescente bisogno della popolazione di prestazioni sanitarie. La maggior parte dei paesi industrializzati

si trova quindi coinvolto in un continuo processo di cambiamento anche finalizzato a rendere omogenei i sistemi dei vari Stati onde poter operare

un costruttivo confronto. In ambito europeo ogni Stato è libero di mettere in atto le politiche sanitarie che ritiene più adeguate alla situazione e

alle tradizioni nazionali, pur tuttavia non viene mai meno l’obiettivo comune ai vari paesi ovvero quello di garantire a tutti i cittadini il diritto di

beneficiare di un'assistenza sanitaria di livello ugualmente elevato e di accedere in condizioni paritarie ad un’assistenza di qualità.

31.11 Il sistema sanitario in Italia

In Italia fu Napoleone ad istituire il primo sistema di pubblica sanità centralizzato, dove l’organo di coordinamento centrale era costituito dalla

Prefettura. Nel 1978 in applicazione del dettato costituzionale, con la legge n. 833 nasce il Servizio Sanitario Nazionale , per sostituire il

precedente modello mutualistico concepito a rimborso ed estendere dunque a tutti i cittadini indistintamente l’assistenza sanitaria, senza

discrepanze da reddito o da situazione occupazionale. Le funzioni sono svolte per mezzo delle Aziende sociosanitarie locali (ASL) che a loro

volta sono divise in distretti, strutture periferiche funzionali per l’erogazione dei servizi. Il servizio sanitario nazionale così concepito garantiva

gratuitamente ed indistintamente le prestazioni in favore dei cittadini, in quanto finanziato con le imposte statali. Con il tempo fu introdotto un

contributo a carico dei fruitori c.d. ticket su visite e farmaci avente quale scopo primario quello di responsabilizzare i cittadini. Lo Stato oltre ad

erogare le risorse, attraverso i LEA (livelli essenziali di assistenza) indica quali sono i servizi che devono comunque essere garantiti ai cittadini,

senza oneri a suo carico, quali invece non devono essere garantiti e quali infine possono essere erogati a discrezione della regione.

31.21 Il finanziamento del sistema sanitario

Il sistema sanitario ripartisce la spesa mediante la suddivisione dei costi tra le varie regioni. Dalla fine degli anni ’90 è stata ridisegnata la mappa

delle fonti di finanziamento, in quanto fino al D.Lgs. 56/2000 il sistema era finanziato dall’Irap, dalle addizionali regionali e dal Fondo Sanitario

Nazionale. Con l’abolizione di quest’ultimo è stato devoluta una parte del gettito dell’Iva. In particolare, la finanziaria 2010 ha previsto, per gli

anni 2010 e 2011, rispettivamente, un incremento di 584 milioni di euro e di 419 milioni di euro. Alcuni sistemi sanitari sono invece basati sulla

presenza delle assicurazioni private.

31.31 Il sistema sanitario dei paesi industrializzati

Un problema che accomuna i paesi industrializzati nella gestione dei sistemi sanitari è la ricerca di un continuo equilibrio tra le risorse

economiche disponibili ed il bisogno di prestazioni sanitarie della popolazione, sempre crescente. In linea generale nei paesi industrializzati

possiamo distinguere tre tipologie organizzative:

1) Un servizio sanitario ove i servizi vengono erogati nella quasi totalità gratuitamente o semi gratuitamente.

2) Un altro sistema è quello che comunemente viene definito di assicurazione sociale in cui i servizi sono parzialmente forniti dallo Stato e dove

comunque lo Stato finanzia la sanità pubblica.

3) Un altro sistema sanitario, è quello delle assicurazioni private.

Il sistema pensionistico(slide 32)

La pensione è una forma di remunerazione di cui beneficiano:

1) Coloro che hanno cessato l’attività per ragioni di età anagrafica o contributiva (pensioni di vecchiaia o anzianità);

2) Soggetti che non sono in grado di partecipare all’attività produttiva perché inabili al lavoro (pensioni di invalidità);

3) Familiari di persone decedute che hanno svolto attività lavorative (pensioni ai superstiti);

4) Persone che non hanno alcun reddito e non sono in grado di lavorare (pensioni assistenziali).

Bismarck nel 1889 promulgò la prima legge che assicurava la pensione ai lavoratori dipendenti fissando l’età per poter usufruire di tale diritto. In

Italia la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Nel

1933 La Cassa assume la denominazione di Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) che si configura giuridicamente come ente di

diritto pubblico dotato di personalità giuridica e gestione autonoma. La pensione sociale fu introdotta nel 1969. Il sistema pensionistico svolge

una funzione previdenziale quando garantisce all’individuo la conservazione di un tenore vita simile a quello raggiunto negli ultimi anni di vita

lavorativa, ma è necessario che il soggetto abbia contribuito adeguatamente al finanziamento del sistema.. Negli ultimi anni a causa dell’entità

delle prestazioni erogate e del progressivo invecchiamento della popolazione, le gestioni dei sistemi previdenziali hanno manifestato disavanzi

sempre più elevati costituiti dalla differenza fra spesa pensionistica e contributi. Parliamo di debito previdenziale quando intendiamo riferirci alla

differenza fra l’ammontare delle prestazioni previdenziali che lo Stato si è obbligato a pagare e l’ammontare attuale dei contributi sociali da

versare in presenza di aliquote costanti. Il sistema di finanziamento pubblico non appare più completamente adeguato alle nuove realtà

economiche e si pensa a forme di integrazione fra pubblico e privato. Va detto che il sistema pensionistico pubblico svolge principalmente la

funzione di tutela di un “bene di merito” ossia quel bene che si caratterizza per il fatto che la società fa prevalere le proprie scelte su quelle

dell’individuo. Hanno natura di “bene di merito” la previdenza per la vecchiaia e tutte le misure di tutela contro l’invalidità.

32.11Sistemi a ripartizione e a capitalizzazione

Relativamente al reperimento delle risorse a sostegno per l’erogazione delle pensioni possiamo distinguere fra:

1) sistemi a ripartizione;

2) sistemi a capitalizzazione.

Il sistema a ripartizione è un meccanismo di bilancio dove i contributi dei lavoratori in attività vengono utilizzati per pagare le pensioni ai

lavoratori a riposo. E’ il sistema più utilizzato nei modelli pubblici e obbligatorio perché garantisce il flusso continuo dei contributi. Il sistema a

capitalizzazione prevede che i contributi versati dal lavoratore siano accantonati e investiti per poi essere utilizzati per pagare la rendita allo

stesso lavoratore quando sarà in pensione. Questo secondo meccanismo in Italia viene utilizzato nelle pensioni complementari. Per quanto

attiene alla certezza della misura delle contribuzioni e delle prestazioni possiamo distinguere fra:

1) sistemi a prestazione definita (BD); 34

2) sistemi a contribuzione definita (CD).

Con i sistemi BD il tipo di prestazione è conosciuto sin dal momento in cui il soggetto aderisce al piano pensionistico. Con i sistemi CD i premi e i

contributi obbligatori sono ben definiti mentre la prestazione non è definita con certezza nella sua entità. I sistemi a capitalizzazione che offrono

le assicurazioni private sono generalmente del tipo CD. I sistemi di tipo pensionistico BD sono di solito offerti da imprese di grandi dimensioni.

Merita evidenziarsi che sia con il sistema a capitalizzazione che con quello a ripartizione la spesa pensionistica rappresenta un trasferimento di

risorse a favore degli anziani che non lavorano ed è prelevato dal valore aggiunto prodotto in quello stesso periodo (Bosi). Aumentando i

pensionati crescerà in qualsiasi sistema la quota di prodotto destinata al finanziamento. E’ in sostanza profondamente mutato il rapporto fra

pensionati e occupati. Per quanto riguarda le prestazioni erogate possiamo distinguere fra sistema retributivo e sistema contributivo. Nel sistema

retributivo la pensione è commisurata all’ammontare del salario dell’assicurato per un periodo più o meno lungo di tempo. In tal modo si cerca di

garantire al pensionato un tenore di vita simile a quello di cui ha goduto quando lavorava. Nel sistema contributivo la pensione è commisurata ai

contributi versati. La pensione deriva, quindi, da un sorta di risparmio obbligatorio durante il periodo lavorativo.

32.21 L’intervento pubblico nel sistema pensionistico

Si sta verificando un progressivo deterioramento nei rapporti fra lavoratori e pensionati. Il conflitto intergenerazionale è provocato dal progressivo

invecchiamento della popolazione e dalla riduzione dell’occupazione. In realtà il fisco solo in parte copre le spese per l’assistenza ed è rilevante

l’intervento dello Stato attraverso l’indebitamento. Le esigenze di gettito impongono di respingere le richieste di riduzione del carico fiscale.

Ridurre le imposte e i contributi significherebbe ridurre le entrate con grave pregiudizio qualitativo e quantitativo delle prestazioni pensionistiche.

Per ogni paese sarà difficile operare sulle aliquote fiscali a causa dell’intensificarsi delle relazioni economiche internazionali che provocano

anche una concorrenza fiscale alimentata dalla libera circolazione di capitali e lavoratori. Ne deriva che non è possibile per i singoli Stati incidere

sugli squilibri e le inefficienze interne aumentando la pressione fiscale fino a farla divenire più elevata rispetto agli altri paesi. Si rileva anche che

aliquote oltre un certo livello producono l’effetto opposto ossia non un aumento del gettito ma una sua contrazione.

32.31 Le contraddizioni del sistema pensionistico

L’idea di base del sistema pensionistico è che durante gli anni in cui viene svolta un’attività lavorativa, i datori di lavoro e i lavoratori pagano

contributi pensionistici. Quando i guadagni si riducono o si interrompono per il collocamento a riposo, per la sopraggiunta invalidità o per la

morte, vengono erogati degli assegni mensili per sopperire ai guadagni perduti dal pensionato e dai suoi familiari. Nella realtà degli stati moderni

i contributi versati da un soggetto non sono serviti a finanziare la sua pensione ma, in generale, succede che i lavoratori pagano oggi i contributi

destinati alle persone uscite dal lavoro. Le persone che oggi versano i contributi stanno guadagnando non in senso economico ma in un senso

giuridico il diritto a percepire in futuro la pensione. Il problema di fondo dei moderni sistemi pensionistici è dato dal numero sempre più crescente

di persone che ricevono prestazioni a fronte di un numero di lavoratori occupati che non cresce nel frattempo nella stessa misura. E’

chiaramente sempre esistito il trasferimento di ricchezza prodotta dai giovani in favore degli anziani e ancora oggi in paesi molto poveri l’alta

crescita demografica rappresenta il desiderio di assicurarsi una discendenza che possa aiutare negli anni della vecchiaia. Mentre in passato i

giovani aiutavano i loro genitori per amore o per senso del dovere, oggi contribuiscono al sostegno dei genitori di altri perché imposto dalla

legge. I trasferimenti volontari del passato rafforzavano la famiglia, nel presente ci sono trasferimenti obbligatori che la indeboliscono. Si

realizzerebbe anche un trasferimento dai poveri ai ricchi perché i figli dei primi comincerebbero a lavorare più giovani subendo prelievi sul lavoro.

Inoltre i meno abbienti hanno in media una vita più breve di quelli più ricchi per cui subiscono prelievi fiscali per più tempo e ricevono pensioni

per meno anni del ricco. In sostanza un sistema pensionistico pubblico nato per aiutare i più deboli economicamente finirebbe nella sua

attuazione pratica per danneggiarli ulteriormente rispetto ai più ricchi.

Il sistema pensionistico italiano (slide 33)

Dopo il primo conflitto mondiale, nel 1919, venne stabilita l’obbligatorietà dell’assicurazione di invalidità e vecchiaia

per tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi gli impiegati, che percepivano una retribuzione superiore a L.

350 mensili. Per effetto del secondo conflitto mondiale le riserve già insufficienti, furono distrutte dall’inflazioni e le

prestazioni erogate divennero irrisorie. La legislazione si è conformata ai principi fissati dalla Costituzione. In

particolare l’art. 38 della Costituzione prevede il mantenimento e l’assistenza per i cittadini inabili al lavoro e sprovvisti

dei mezzi necessari per vivere nonché per i lavoratori la previsione di mezzi adeguati per le loro esigenze di vita

qualora si verifichino infortuni, malattie, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria. Con la legge 30/4/1969 n.

153 venne abbandonata ogni forma di capitalizzazione e fissati diversi nuovi principi. Per la determinazione della

pensione fu scelto il sistema retributivo. Fu stabilita anche la rivalutazione delle pensioni in base all’indice dei prezzi al

consumo

33.11 Le riforme Amato e Dini

Nel corso dell’undicesima legislatura (1992 – 1994) il governo Amato E’ stata prevista per tutti i sistemi pensionistici

l’elevazione dell’età per la pensione di vecchiaia da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini con

l’elevazione da 15 a 20 anni di contribuzione. Per la pensione di anzianità il requisito è stato determinato in 35 anni di

lavoro. Il divieto parziale di cumulo fra pensione e reddito da lavoro, prima in vigore solo per i redditi da lavoro

dipendente, è stato esteso anche al lavoro autonomo. I trattamenti pensionistici sono stati adeguati automaticamente

con cadenza annuale anziché semestrale alla variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo (inflazione) e non più

alla dinamica salariale. La riforma ha fortemente ridotto le prestazioni pensionistiche che saranno in futuro erogate alle

attuali giovani generazioni. Infatti è stata eliminata l’indicizzazione delle pensioni alle retribuzioni. Secondo alcuni studi

la riforma Amato avrebbe comportato una diminuzione del debito complessivo, ma a farne le spese sarebbero le

35

nuove generazioni che finirebbero con il vantare dei crediti nei confronti dello Stato perché l’ammontare dei contributi

che devono versare è maggiore del valore attuale delle prestazioni previdenziali di cui hanno diritto. Con la riforma

Dini (legge 8/8/1995 n. 335) sono stati introdotti, fra l’altro, nuovi sistemi di calcolo e sono nati i fondi pensione. Il

sistema di calcolo delle pensioni è commisurato alle retribuzioni degli ultimi anni di attività lavorativa ed in particolare

agli ultimi dieci anni per i lavoratori dipendenti. Tale sistema di calcolo si basa su tutti i contributi versati nel corso

dell’intera vita assicurativa che vengono rivalutati in relazione all’andamento del prodotto interno lordo (PIL). Viene

prevista la privatizzazione della previdenza integrativa privata con la determinazione di alcuni principi generali.

Nascono, infatti, i primi fondi pensione chiusi come Fonchim per i chimici e Cometa per i metalmeccanici. La pensione

di anzianità con la riforma Dini è stata elevata a 57 anni di età con 35 anni di contributi oppure matura con 40 anni di

versamenti contributivi a prescindere dall’età . Con la riforma Dini il tasso di rendimento è commisurato alla crescita

del PIL. Si tratta di un importante principio di equità e solidarietà sociale. E‘ importante rilevare che l’innalzamento

dell’età pensionabile, dal punto di vista macroeconomico, non determina la riduzione della spesa pensionistica rispetto

al PIL (Bosi). Se è vero che lavorando per più anni vengono versati maggiori contributi, è altrettanto vero che saranno

poi corrisposte pensioni più elevate lasciando immutato il rapporto fra pensioni e monte salari.

33.21 La riforma Monti

Il citato art. 24 del D.L. 201/2011 si apre con l'enunciazione della ratio che ha ispirato la riforma del sistema

pensionistico. Le disposizioni in materia sono finalizzate ad assicurare il rispetto degli impegni internazionali e con

l’Unione europea in materia di vincoli di bilancio, di stabilità economico – finanziaria e a rafforzare la sostenibilità nel

lungo periodo della spesa previdenziale rispetto al prodotto interno lordo. Come accennato la pensione di anzianità è

stata cancellata ed è stata introdotta la pensione anticipata a cui le donne potranno accedere dopo aver lavorato per

41 anni e un mese e gli uomini dopo 42 anni e un mese. E’ previsto l’adeguamento periodico di questi valori in ragione

dell’aumento delle aspettative di vita. Nel 2013 gli uomini possono usufruire della pensione di anzianità con 42 anni e

5 mesi e le donne con 41 anni e 5 mesi. Attraverso un graduale processo di parificazione nel trattamento, nel 2018

tutte le categorie sopra indicate avranno diritto alla pensione a 66 anni e 7 mesi di età con ulteriori aumenti periodici

per tutti fino a 69 anni e 9 mesi nel 2049 . Appare evidente che il significativo innalzamento dell’età pensionistica con

effetti immediati rappresenta un notevole contenimento della spesa pensionistica. C’è da pensare che la rilevanza

delle misure adottate rappresenti il punto finale di una lunga serie di riforme avviate quasi venti anni fa.

33.31 La pensione integrativa

A differenza della pensione pubblica che è prevista per tutti, la pensione integrativa è un fondo a cui si può aderire

volontariamente per avere delle prestazioni pensionistiche che si sommino a quelle erogate dagli enti pubblici. Il

soggetto che sottoscrive uno di questi fondi diventa conseguentemente titolare di un conto corrente previdenziale che

è separato da quello degli altri iscritti in cui vanno a confluire i versamenti del lavoratore e del suo datore di lavoro.

Prima della riforma del 1993 in Italia la principale forma di previdenza collettiva era costituita dal TFR (trattamento di

fine rapporto) che è costituita dall’accantonamento annuo obbligatorio di una quota della retribuzione in un’apposita

riserva di bilancio dell’impresa. La liquidazione avviene al momento della cessazione del rapporto di lavoro. La

previdenza integrativa venne disciplinata con il D.leg.vo 124/93 modificato con la riforma Dini. I fondi pensione si

pongono come alternativi al TFR . In ogni caso, comunque il diritto alla pensione integrativa viene a maturare dopo 10

anni di versamenti. Raggiunta l’età pensionabile il capitale che è stato versato più gli interessi maturati sul mercato del

fondo saranno restituiti a chi ha sottoscritto la polizza secondo le modalità proprie della pensione dello Stato a cui

andrà ad aggiungersi. Ricapitolando esistono due modi principali di contribuzione:

1) versamento contributivo pari a ciò che si decide di versare ogni anno;

2) i lavoratori dipendenti possono procedere anche utilizzando il TFR e i contributi del datore di lavoro.

La scelta del tipo di rata da versare attiene anche alla periodicità dei contributi e cambia secondo il modello preferito.

I soggetti sono chiamati a valutare tali aspetti con estrema attenzione per non vedersi costretti in situazioni

economiche di difficoltà a dover ritirare il capitale perdendo non solo i benefici che si sarebbero accumulati ma

dovendo pagare anche le penali previste nei contratti. Sono previste della agevolazioni fiscali. I contributi versati per la

pensione integrativa possono essere dedotti dal reddito fino ad un importo di euro 5.164,57 annui. Raggiunta l’età

pensionabile, la tassazione di quanto maturato, ivi compreso anche quello che deriva dal versamento del TFR, sarà al

massimo il 15% con riduzione fino al 9% per ogni anno di permanenza del fondo superiore al quindicesimo. Da quanto

rappresentato si deduce che i rendimenti finanziari che si ottengono subiscono un prelievo finanziario rispetto alle altre

forme di risparmio anche nell’ipotesi di parità dei contributi versati.

Lezione 34 Altri sistemi pensionistici

Facoltà di Economia

Molti paesi hanno intrapreso negli ultimi anni ampie riforme del sistema pensionistico. Gli interventi sono giustificati da un prevedibile forte

incremento della spesa pensionistica nei prossimi decenni. Infatti secondo le stime dell’economic Policy Committee, che risalgono ad inizio

secolo, la quota di spesa per le pensioni rispetto al PIL sembra destinata ad aumentare nel tempo . Nella maggior parte dei paesi OCSE l’età

per la pensione è stabilita a 65 anni. Aumentando le aspettative di vita il rapporto fra pensionati e uomini attivi aumenta e decrescono le

prestazioni pensionistiche. L’orientamento verso modelli pensionistici a contribuzione definita è la riforma più importante, ma appare anche molto

significativa l’indicizzazione delle pensioni non più sui salari ma sui prezzi come è accaduto anche in Italia. E’ stato rilevato in diversi paesi

36

industrializzati che la percentuale di stipendio dei lavoratori impiegata per le contribuzioni al sistema pensionistico pubblico è rimasta

sostanzialmente invariata nell’arco degli ultimi dieci anni. Questo dato può sorprendere ma si spiega con il fatto che i trattamenti pensionistici

sono stati finanziati dai bilanci pubblici e dall’ampliamento della base contributiva.

La redistribuzione del reddito lezione 35

35.11 La redistribuzione del reddito

Si è registrato negli ultimi due decenni del XX secolo un aumento della diseguaglianza nella distribuzione dei redditi in quasi tutti i paesi

industrializzati. In tutti i paesi si è ridotto il peso della classe media ed è cresciuto quello delle classi inferiori e superiori. Le cause sui mutamenti

nella distribuzione dei redditi hanno formato oggetto di un ampio dibattito. Per Vilfredo Pareto la distribuzione del reddito è praticamente

immutabile nel tempo e nello spazio. Alcuni vedono nell’aumento della diseguaglianza verificatosi negli ultimi anni in molti paesi un fenomeno

destinato ad interessare tutte le economie avanzate e sarebbe provocato dalla globalizzazione e dalla rivoluzione informatica. Le politiche di

redistribuzione vanno valutate alla luce degli interventi delle pubbliche amministrazioni. Nell’esaminare le politiche di redistribuzione si deve

tener conto del fatto che l’utilità dipende dal reddito. Significa che quantità aggiuntive del reddito individuale aumentano l’utilità individuale ma in

misura decrescente secondo i principi generali dell’utilità marginale. Ne consegue che se togliamo un’unità a chi ha un reddito elevato per

trasferirla a chi ha un reddito modesto, la riduzione di utilità provocata al più ricco sarà inferiore all’incremento di utilità arrecato al più povero. Il

trasferimento di reddito aumenta, quindi, l’utilità della società perché il beneficio arrecato al povero eccede il danno arrecato al ricco. Fermo

restando il principio sopra rappresentato, va rilevata l’esistenza dei seguenti fenomeni:

1) la redistribuzione è costosa perché nel trasferimento di reddito non tutto quello che è sottratto al ricco va al povero;

2) le politiche di redistribuzione colpiscono le persone con maggior reddito per cui scoraggiano la produzione di reddito da parte dei soggetti che

hanno maggiore capacità di produrre reddito.

L’utilità di un soggetto, pertanto, non deriva dai beni che ha a disposizione ma anche dal benessere di altri individui. Le politiche redistributive

sono viste con favore se alle stesse sono associate esternalità positive come misure contro il degrado sociale e l’attività delinquenziale

collegata.

35.21 Povertà e disuguaglianza

La povertà è uno stato di indigenza assoluta o relativa e comprende non solo aspetti materiali ma anche non materiali e intergenerazionali.

L’indigenza materiale è data da un livello di reddito troppo modesto che non consente di soddisfare dal punto di vista economico i bisogni

fondamentali. I poveri costituiscono una categoria eterogenea che muta con lo sviluppo economico nel corso degli anni. Ci sono gli inabili al

lavoro come gli infermi, gli anziani, gli handicappati e gli adulti idonei al lavoro che sono, però, disoccupati e sottoccupati. L’andamento della

povertà dipende dai mutamenti nella distribuzione del reddito e dal livello di crescita del reddito nazionale. Laddove accade che la percentuale di

reddito percepita dai poveri diminuisce più velocemente rispetto a quanto non aumenti il reddito nazionale, vuol dire che la povertà assoluta

aumenta. Nelle valutazioni della distribuzione della ricchezza, a parte l’ipotesi estrema che tutti abbiano lo stesso reddito, ogni altra valutazione

in concreto è molto difficile. Si può considerare più iniqua la distribuzione della ricchezza dove una minima parte della popolazione ha una

grande ricchezza e tutti gli altri abbiano una condizione economica simile, oppure si può considerare maggiormente iniqua quella realtà dove i

poveri sono di meno ma hanno un reddito molto più modesto dei poveri del primo esempio e quindi con un divario maggiore rispetto ai ricchi. Per

misurare la disuguaglianza possiamo far riferimento alla curva di Lorenz che è stata ideata dall’omonimo studioso di statistica nel 1905. Essa è

rappresentabile graficamente (fig. 1, lezione 35). Indichiamo sull’asse delle ordinate il reddito complessivo e sull’asse delle ascisse le

quote della popolazione. Di solito, per convenzione e semplicità, si scelgono dieci

gruppi composti ciascuno dallo stesso numero di individui. Se vi è distribuzione in parti

uguali del reddito avremo il 10% più povero della popolazione che avrà il 10% del

reddito complessivo, il 20% della popolazione che avrà il 20% del reddito e così via,

allora la curva di Lorenz sarà una diagonale. Se un individuo ha tutto il reddito e gli altri

nulla, la curva è ad angolo retto che coincide con l’asse delle ascisse e con il segmento

verticale adiacente come rappresentato nella figura. Al di fuori dei casi limite sopra

rappresentati la curva avrà un’inclinazione e quella più vicina alla diagonale esprime il

minor livello di diseguaglianza come possiamo vedere nel secondo grafico (fig. 2,

lezione 35). Nella realtà la rappresentazione grafica è data da curve di distribuzione del reddito che si

intersecano fra di loro e questo impedisce di rilevare il livello di diseguaglianza come possiamo

vedere nel terzo grafico (fig. 3, lezione 35). 37

E’ molto noto fra gli indici di misurazione della diseguaglianza quello di Gini. E’ un numero

compreso fra 0 e 1 dove il valore 0 esprime l’uguaglianza perfetta e i valori alti indicano un notevole

livello di diseguaglianza. Il coefficiente di Gini si basa sulla curva di Lorenz ed è definito come il

rapporto fra l’area compresa fra la linea di perfetta uguaglianza (diagonale) e la curva di Lorenz

che chiameremo A e l’area totale sotto la linea di perfetta uguaglianza (A+B) e quindi l’indice di

Gini (G) è G = A: (A + B) come nel grafico seguente (fig. 4, lezione 35).

Mentre la disuguaglianza può essere rilevata in base a criteri matematici ed esposizioni grafiche,

come abbiamo visto, la povertà deve essere identificata nella sua essenza. La povertà relativa

attiene alle risorse economiche di ognuno rispetto a quelle che hanno gli altri. Tuttavia il concetto

di povertà relativa può essere confuso con quello di disuguaglianza. Il concetto di povertà

assoluta si basa sul fatto che si può individuare un paniere di beni e servizi che garantisce il

soddisfacimento di bisogni minimi. Si considerano poveri coloro che hanno un potere di acquisto

inferiore a quello richiesto per il paniere quantificato in termini economici. La misura della povertà

in termini assoluti consente di meglio valutare le condizioni di disagio estremo e di intervenire

sugli effetti prodotti dai cicli economici. Il problema è quello di individuare in via definitiva i beni e i

servizi cui far riferimento per misurare le condizioni di vita. E’ chiaro che i beni e i servizi che

compongono il paniere deve essere costantemente aggiornato.

35.31 Misure di contrasto della povertà

E’ possibile distinguere fra misure universalistiche e misure selettive di lotta alla povertà come si è già detto. Le prime sono costituite da

interventi a favore dell’intera collettività mentre le seconde sono erogate a soggetti che si trovino in particolari situazioni da giustificare un

intervento pubblico. Secondo le teorie più utopistiche si ritiene che, quando viene raggiunto un elevato livello di sviluppo economico, lo Stato

deve garantire a tutti i cittadini risorse sufficienti per vivere. Per impedire che aumentino le distanze fra i ricchi e i poveri sarà necessario

separare la funzione allocativa da quella redistributiva del reddito utilizzando altri strumenti per la seconda.

LEZIONE 36 L’ASSISTENZA IN ITALIA

Il sistema assistenziale italiano si articola in varie forme di prestazioni a sostegno del reddito, suddivise in funzione della tipologia di indennità

che può essere erogata al cittadino sulla base del possesso di particolari requisiti.

Tra le varie forme di assistenza è interessante soffermarsi su:

1) l'assegno per il nucleo familiare;

2) l’assegno sociale;

3) la social card.

36.11 L’assegno per il nucleo familiare

L’assegno per il nucleo familiare è uno strumento diretto a supportare le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da lavoro dipendente il

cui nucleo familiare è composto da più persone e i cui redditi sono al di sotto di determinati limiti fissati ogni anno per legge. I soggetti beneficiari

dell’assegno per il nucleo familiare sono:

1) i lavoratori dipendenti;

2) i pensionati del Fondo pensioni lavoratori dipendenti;

3) i pensionati dei fondi speciali (personale di volo, telefonici, esattoriali, elettrici, gas, dazieri, autoferrotranviari);

4) i lavoratori parasubordinati.

Il secondo parametro da prendere in considerazione per valutare il diritto all’assegno e l’ammontare dello stesso è il reddito familiare. Il suddetto

reddito non deve essere superiore a determinati limiti annui indicati dalla legge.. I redditi che devono essere presi in considerazione al fine della

determinazione del reddito del nucleo familiare sono:

1) i redditi assoggettabili ad Irpef ( reddito da lavoro dipendente, redditi da lavoro autonomo, redditi di impresa, pensioni e vitalizi, redditi da

terreni, fabbricati, …);

2) i redditi di qualsiasi natura se di importo superiore al limite (redditi esenti da imposta, redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta

sostitutiva).

36.21 L’assegno sociale

L’assegno sociale, istituito con la legge 335/95 (Riforma Dini), è una prestazione di carattere previdenziale, e pertanto con onere a carico dello

Stato, riconosciuta a coloro che si trovano in condizioni economiche disagiate e che hanno un reddito al di sotto dei limiti previsti ogni anno dalla

legge.

Il diritto all’assegno sociale è subordinato al possesso dei seguenti requisiti:

1) avere la cittadinanza italiana o di uno degli Stati membri della UE o extracomunitaria con carta di soggiorno; 38

2) aver compiuto il 65° anno di età;

3) avere la residenza effettiva ed abituale in Italia;

4) avere la residenza in Italia da almeno dieci anni continuativi;

5) essere sprovvisti di reddito, o possedere redditi di importo inferiore ai limiti stabiliti dalla legge.

La richiesta di erogazione dell’assegno sociale va effettuata all’INPS. L’importo dell’assegno sociale è determinato come differenza tra il limite di

reddito previsto annualmente e il reddito dichiarato.

36.31 La social card

La Social Card, istituita con D.L. 112 del 2008, è una carta di pagamento elettronica utilizzabile per il sostegno della spesa alimentare, sanitaria

e per il pagamento delle utenze elettriche e del gas. Le spese vengono addebitate sulla carta e saldate direttamente dallo Stato. La Social Card

viene rilasciata ai cittadini di età pari o superiore ai 65 anni e ai bambini di età inferiore ai 3 anni, nel qual caso viene rilasciata al genitore. E’

necessario, tuttavia, che sussistano determinati requisiti.

In particolare, per i cittadini di età pari o superiore ai 65 anni è necessario:

1) non possedere un reddito;

2) non godere di trattamenti pensionistici, o godere di trattamenti pensionistici di importo inferiore a Euro 6.235,35 se di età compresa tra i 65

anni e i 70 anni, o di importo inferiore a Euro 8.313,80 se di età pari o superiore ai 70 anni;

3) avere un ISEE in corso di validità inferiore a Euro 6.235,35;

La richiesta della Social Card deve essere presentata ad un Ufficio Postale, che successivamente provvederà ad inoltrarla all’INPS

Facoltà di Economia Facoltà di Economia

Lezione 37 Gli ammortizzatori sociali

Gli ammortizzatori sociali sono gli istituti del welfare connessi al rapporto di lavoro. In particolare sono misure a sostegno dei lavoratori

dipendenti quando rimangono privi di retribuzione perché i datori di lavoro, per motivi legittimi, non possono più ricevere la prestazione lavorativa

con la conseguenza che non hanno più l’obbligo di corrispondere la retribuzione. In un’economia di mercato dove prevale il lavoro subordinato o

parasubordinato ci sono molti rischi connessi al rapporto di lavoro. Certamente il più importante è la disoccupazione collettiva che è presente

nell’economia capitalistica anche durante i periodi di congiuntura favorevoli. Ne deriva che la forma di tutela più significativa è il sussidio contro

la disoccupazione. Nei diversi sistemi di welfare state può essere assicurato un reddito al lavoratore in caso di sospensione temporanea del

lavoro e in tal caso in Italia abbiamo la Cassa integrazione. E’ anche prevista l’indennità di disoccupazione vera e propria che assicura un

reddito al lavoratore quando vi sia un’interruzione definitiva del rapporto di lavoro. Le misure contro la disoccupazione hanno soprattutto

un’importante funzione sociale perché servono ad attenuare lo scontro fra datori di lavoro e dipendenti e in generale a limitare tutte le

conseguenze negative che derivano dalla disoccupazione di massa. I sussidi ai disoccupati sono visti da alcuni con sfavore perché favorirebbero

atteggiamenti poco propensi alla ricerca di un lavoro. Da un esame empirico della realtà si può constatare che gli effetti negativi derivano

prevalentemente dalla durata dell’erogazione del sussidio.Per quanto attiene l’Unione europea si rileva che L’obiettivo da raggiungere è stato

individuato nel raggiungimento di un livello di occupazione elevato senza che ciò comporti l’indebolimento della competitività dell’Unione

europea.

37.11 La Cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria

La Cassa integrazione guadagni (CIG) è un istituto previsto dalla legge che consiste in una prestazione economica, erogata dall’INPS, in favore

dei lavoratori sospesi dall’obbligo di eseguire la prestazione lavorativa o che lavorano ad orario ridotto. Si può ricorre alla Cassa integrazione

ordinaria quando ci sono:

1) Crisi temporanee di mercato;

2) cause aziendali con effetti limitati nel tempo che non siano imputabili all’imprenditore o ai lavoratori;

3) eventi oggettivamente non evitabili che non siano non imputabili al datore di lavoro, assolutamente imprevedibili ed estranei al normale rischio

di impresa (Cass. 4/12/1982 n. 6617) come, ad esempio, la mancanza di scorte, di energia elettrica, ecc. oppure eventi naturali come il

maltempo, le alluvioni, i terremoti. La durata massima dell’erogazione delle misure di Cassa integrazione ordinaria è di 13 settimane consecutive

prorogabili fino ad un massimo di 52 settimane in un biennio. Le richieste di proroga non possono eccedere le 13 settimane. Le imprese che

beneficiano della Cassa integrazione guadagni devono versare un contributo aggiuntivo, che si calcola sull’intero importo delle integrazioni

salariali al netto della riduzione del 5,84%, commisurato al numero dei dipendenti e così determinato:

1) 4% per le aziende fino a 50 dipendenti;

2) 8% per le aziende che occupano più di 50 dipendenti.

La Cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) è stata prevista dalla legge 5/11/1968 n. 1115 con lo scopo di provvedere al sostegno dei

redditi degli operai dell’industria quando ci sono:

1) Crisi aziendale che derivi da difficoltà economica del settore o che interessi quel determinato territorio;

2) Ristrutturazione, riorganizzazione o riconversione aziendale;

3) Procedure concorsuali.

La crisi aziendale è una condizione di diffusa e continuativa difficoltà dell’impresa nel proseguire l’attività. In questo caso l’integrazione non può

superare 12 mesi continuativi .Per ristrutturazione deve intendersi una significativa modificazione delle strutture dell’attività come i beni

strumentali, i locali con relativi investimenti. Per riconversione deve intendersi l’introduzione di progetti per la produzione in settori diversi con la

modifica del ciclo di produzione. La riorganizzazione è, invece, l’adozione di misure per superare inefficienze nell’attività produttiva e comporta

una razionalizzazione del lavoro. La durata della CIGS non può superare i 24 mesi continuativi con possibilità di due proroghe di 12 mesi

39

nell’ipotesi in cui l’attuazione del programma richieda tempi più lunghi. Le procedure concorsuali attengono alla dichiarazione di fallimento,

all’emanazione del provvedimento di liquidazione coatta amministrativa o amministrazione straordinaria, ammissione al concordato preventivo

con la cessione dei beni. In tali ipotesi la durata massima del trattamento è di 12 mesi che decorre dal provvedimento di ammissione alla

procedura con due proroghe non superiori ai 6 mesi.

37.21 Misure contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali

In molti Stati è prevista l’assicurazione obbligatoria finalizzata a tutelare il lavoratore in caso di infortunio o malattia professionale. In Italia è

gestita dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro ). In tal modo vengono garantite ai lavoratori in caso di

infortunio o di malattia professionale prestazioni sanitarie per le prime cure, prestazioni economiche e forniture di apparecchi di protesi. I mezzi

finanziari per erogare l’assistenza a favore dei lavoratori colpiti da infortunio o malattia sono a carico esclusivamente del datore di lavoro che

paga all’INAIL i premi il cui importo è determinato dalla concreta pericolosità della lavorazione a cui il lavoratore è preposto.

E’ infortunio sul lavoro anche il cosiddetto “infortunio in itinere” che è quello occorso al lavoratore nel tragitto per recarsi al luogo di lavoro o per

tornare a casa. Sono considerati infortuni sul lavoro anche quelli dovuti a colpa del lavoratore stesso , La malattia professionale

37.31 Gli assegni per il nucleo familiare

L’assegno per il nucleo familiare è una prestazione economica che ha lo scopo di aiutare le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da

lavoro dipendente i cui nuclei siano composti da più persone con redditi inferiori ai limiti stabiliti di anno in anno per legge. Il reddito complessivo

considerato per il diritto all’assegno è quello del nucleo familiare ossia la somma data dal reddito del richiedente l’assegno e dagli altri redditi

delle persone di famiglia. I livelli di reddito per l’erogazione dell’assegno sono commisurati al numero dei componenti il nucleo familiare. La

domanda deve essere presentata dal lavoratore al proprio datore di lavoro mentre in tutti gli altri casi (pensionati, disoccupati, ecc.) deve essere

presentata direttamente all’INPS. L’ammontare dell’assegno dipende dal nucleo familiare, nel senso che più è numeroso più alto sarà l’importo,

nonché dal reddito complessivo del nucleo, ossia più è elevato più basso sarà l’importo.

LEZIONE 38 L'ISTRUZIONE

Facoltà di Economia

Uno dei temi di interesse pubblico più dibattuti negli ultimi decenni è quello dell’istruzione in quanto riveste un’importanza cruciale per lo sviluppo

economico di un Paese. Numerosi studi hanno rilevato come esista una relazione tra l'istruzione ed i livelli di sviluppo (inteso sia in un'accezione

più ristretta, legata esclusivamente alla materia economica, sia in una più ampia). I giovani che vivono in contesti familiari contrassegnati da un

livello di formazione basso hanno una probabilità nettamente inferiore di raggiungere la laurea rispetto a coloro che vivono in famiglie con

genitori laureati. Il cosiddetto "processo di Bologna", avviato nel 1999, è un percorso di riforma a carattere europeo che si propone di realizzare

uno "spazio europeo dell'istruzione universitaria". Il Processo di Bologna nasce da una sensibilità diffusa di rendere il processo di formazione

europeo il più competitivo possibile con gli altri sistemi mondiali. La Comunità Europea ha una forte sensibilità nel campo dell'istruzione

reputandolo uno dei principali strumenti per lo sviluppo economico, politico e sociale. Scopo del processo di Bologna, è quello di creare l'offerta

di un'ampia base di conoscenze di alta qualità per assicurare lo sviluppo economico e sociale dell'Europa, così da rendere la Comunità più

competitiva a livello internazionale. Altro obiettivo primario è quello di aumentare la capacità attrattiva dell'istruzione superiore verso i paesi non

europei.

38.11 Storia dell'istruzione in Italia

Dall'alto medioevo fino al secolo XI l'istruzione in Italia e in Europa era interamente affidata alla Chiesa. La situazione della scuola inizia a

cambiare nel XII secolo e si trasforma profondamente nel corso del secolo successivo. Oltre alle scuole religiose, si sviluppano abbastanza

rapidamente scuole laiche a tre diversi livelli, grosso modo corrispondenti alle attuali scuole primaria, secondaria e universitaria. Nel corso del

XIII sec. si svilupparono anche scuole laiche secondarie, rivolte ad alunni già alfabetizzati. Nel Seicento grazie al contributo degli ordini religiosi,

l'offerta di istruzione si era notevolmente accresciuta e i religiosi avevano riassunto un ruolo predominante nella scuola italiana, che fu

incontrastato almeno fino alla seconda metà del Settecento. Nel Settecento iniziò l'istituzione di scuole pubbliche promosse e controllate dallo

stato con l’istituzione di scuole laiche statali di vario grado. Con la rivoluzione francese si afferma una nuova concezione della scuola: l'istruzione

primaria è concepita come pubblica, obbligatoria e gratuita, tutti i cittadini, sia maschi che femmine, devono accedervi. Per i livelli superiori non

deve esservi uguaglianza dell'istruzione, che deve valorizzare i talenti, ma uguaglianza delle opportunità. La riforma Gentile portava l'obbligo

dello studio a 14 anni di età. Nel 1962 la riforma della scuola media prevede l'abolizione della scuola di avviamento al lavoro con la creazione di

una scuola media unificata che permetta l'accesso a tutte le scuole superiori. Nello stesso periodo vengono introdotte in Italia le prime classi

miste maschili e femminili. Nel 1969, anche sotto la spinta di una rilevante stagione di movimenti studenteschi, vengono approvate norme che

liberalizzano l'accesso agli studi universitari e che modificano l'esame di maturità strutturandolo con due prove scritte ed una prova orale che

verteva su due materie scelte fra un gruppo di quattro indicate anticipatamente dal ministero della pubblica istruzione, gruppo di materie diverso

per ogni tipo di istituto scolastico. Con la riforma Berlinguer del 1997 viene riformato l'esame di maturità che comprende tre prove scritte e un

colloquio. La prima riguarda la Lingua Italiana, la seconda una delle materie caratterizzanti l'indirizzo di studio e la terza, multidisciplinare, è una

serie di quiz a risposta multipla. Il colloquio verte su argomenti multidisciplinari. Il punteggio di valutazione, passa dai sessantesimi ai centesimi

e viene introdotto il credito formativo. I commissari saranno membri interni alla scuola. Il presidente della commissione è esterno. La riforma

viene avviata con l'anno scolastico 1998/1999. Con la riforma Moratti del 2003 viene riportato l'obbligo scolastico a 16 anni. Essa ha accresciuto

40

l'autonomia dei singoli Istituti. La riforma Gelmini prevede interventi contenuti in alcuni articoli della legge 133/2008, e sono proseguiti con la

legge 169/2008, il cui scopo principale è quello di riformare il sistema scolastico italiano. La riforma è entrata in atto il 1º settembre 2009 per la

scuola primaria e secondaria di primo grado, mentre per la scuola secondaria di secondo grado il 1º settembre 2010. La legge 30/12/2010 n. 240

di Riforma del sistema universitario è entrata in vigore nel gennaio 2011.

38.21 Il sistema scolastico in Italia

L'istruzione in Italia è regolata dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR), con modalità diverse secondo la forma

giuridica (scuole pubbliche, scuole paritarie, scuole private). La formazione professionale dipende invece dalle regioni. Il sistema scolastico

italiano è strutturato in tre cicli di istruzione:

1) istruzione primaria, che comprende la scuola primaria, di durata quinquennale.

2) istruzione secondaria, che comprende la scuola secondaria di primo grado (ex scuola media inferiore) di durata triennale, e la scuola

secondaria di secondo grado (ex scuola media superiore) di durata quinquennale.

3) istruzione superiore, che comprende l'Università, l'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica e la formazione professionale.

La scuola primaria, prima della riforma Moratti scuola elementare, è l'istituzione che rappresenta l'istruzione primaria in Italia. Con la riforma

Moratti venne divisa in 3 cicli, un anno singolo e due bienni, e l'esame finale venne abolito. Durante la storia della scuola primaria si sono

alternati due moduli didattici: quello del maestro unico e quello del modulo didattico. Con la riforma Gelmini la figura del maestro unico è stata

reintrodotta. La scuola secondaria di primo grado, in precedenza scuola media inferiore, è l'istituzione che rappresenta il primo grado

dell'istruzione secondaria. La scuola media inferiore nacque nel 1965 con l'unificazione dei ginnasi, che davano accesso ai licei, e delle scuole di

avviamento professionale, che davano accesso alle scuole tecnico/professionali. Da quel momento si è quindi parlato di scuola media unificata.

La scuola secondaria di secondo grado, in precedenza scuola media superiore, rappresenta il secondo grado del ciclo di istruzione secondaria.

Alla scuola secondaria superiore si accede dopo il conseguimento della licenza di scuola media al termine della scuola secondaria di primo

grado. La scuola secondaria di secondo grado è divisa in quattro tipologie di istituti: licei, istituti tecnici, istituti professionali e istituti d'arte. La

riforma Gelmini, è stata attivata per l'anno scolastico 2010­2011, ma entrerà in pieno regime per l'anno scolastico 2014­2015. I licei nati dalla

conversione degli istituti magistrali (liceo socio­psico­pedagogico, liceo delle scienze sociali) confluiscono nel nuovo liceo delle scienze umane,

che comprende due indirizzi: uno tradizionale, dove si studierà anche il latino, e uno economico­sociale, che prevede lo studio di una seconda

lingua straniera anziché il latino e il potenziamento di diritto ed economia. Gli indirizzi del vecchio liceo artistico e dell'istituto d'arte confluiscono

nel nuovo liceo artistico, che prevede un primo biennio unitario e sei diversi indirizzi nel secondo biennio e nell'ultimo anno. I licei musicali e

quelli coreutici sono stati unificati nel liceo musicale e coreutico. In tutti i licei riformati si studierà una prima lingua straniera dal primo al quinto

anno; nel Liceo delle scienze umane (opzione economico­sociale) si studierà anche una seconda lingua straniera; la seconda lingua straniera

potrà essere introdotta negli altri licei facendo ricorso all'autonomia dei singoli istituti. Con il riordino degli istituti tecnici si passa da 10 settori e

39 indirizzi a due settori e 11 indirizzi. Le ore scolastiche vengono ridotte. L'insegnamento della lingua inglese e delle scienze integrate (biologia,

fisica, chimica) è stato intensificato. L'impostazione sarà 2+2+1: durante il primo biennio si studieranno materie comuni, mentre durante il

secondo biennio si studieranno la materie dell'indirizzo scelto. L'ultimo anno saranno presenti stage e tirocini, laddove disponibili. Il mondo

scolastico e quello lavorativo saranno messi in stretto contatto, offrendo la possibilità agli studenti di fare tirocini, per introdurli al mondo del

lavoro. Gli istituti professionali erano suddivisi in 5 settori con 27 indirizzi, mentre con la riforma vengono suddivisi in due macrosettori con 6

indirizzi. Come per gli istituti tecnici le ore verranno ridotte a 32 per settimana. Rispetto agli istituti tecnici avranno però più autonomia, dal 25%

al primo anno fino al 40% in quinta. Il quinquennio sarà strutturato in due bienni e un quinto anno singolo. Saranno disponibili meno ore di

laboratorio e stage esterni. Gli istituti d'arte saranno assimilati in parte dai licei artistici, le cui basi andranno a formare i nuovi indirizzi di design,

di arti audiovisive e multimediale e di grafica e in parte dagli istituti professionali che vertono sul settore industria a artigianato. Il ciclo degli studi

universitari è articolato su tre livelli:

1) laurea triennale (3 anni);

2) laurea magistrale ex­laurea specialistica (2 anni);

3) dottorato di ricerca(3 anni) o scuola di specializzazione (2­5 anni).

La quasi totalità delle università è statale e finanziata congiuntamente dallo Stato e, in misura minore, dagli studenti tramite le tasse

universitarie. La Legge 133/2008 prevede la facoltà di trasformazione delle università in fondazioni di diritto privato. La delibera di

trasformazione è adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta.

38.31 Il diritto allo studio

Nell’ordinamento italiano il diritto allo studio è un diritto soggettivo che trova il suo fondamento nei comma 3 e 4 dell’art. 34 della Costituzione nei

quali si afferma il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi economici, di raggiungere i gradi più alti degli studi nonché il dovere della

Repubblica a rendere effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze da attribuire mediante concorso. Il

diritto allo studio si differenzia dal diritto all’istruzione che è il diritto, sancito dai primi due commi dell’art. 34 per i quali “La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.”. Le spese di istruzione sono ammesse in detrazione anche se

riferibili a più anni, compresa l'iscrizione ad anni fuori corso. Le spese sostenute per gli istituti privati e stranieri non possono essere superiori a

quelle delle tasse e contributi degli istituti statali italiani.

Il numero chiuso consiste nell'introduzione di un esame di ammissione, un concorso pubblico per titoli ed esami, che generalmente tiene conto

non solo dell'esito delle prove scritte, ma anche della carriera pregressa. Il voto complessivo può o meno tenere conto dell'esito dell'esame di

maturità o di laurea. Il numero chiuso è giustificato dalla duplice esigenza di avere corsi di laurea di maggiore qualità perché meno numerosi, e

41

dall'esigenza di contenere il numero di nuovi professionisti immessi ogni anno nel mercato del lavoro, per garantire a tutti possibilità

occupazionali e un reddito adeguato.

Lezione 39 L’istruzione negli altri paesi

Oggi la cultura scolastica è considerata un patrimonio collettivo in quasi tutti i paesi del mondo. Il diritto allo Studio è sancito nelle convenzioni

internazionali e la quasi totalità dei giovani dei paesi industrializzati in età scolare frequenta la scuola per almeno otto anni.

Il livello di scolarizzazione nei paesi occidentali prevede:

1) un livello prescolastico fino ai 5­ 6 anni;

2) un livello obbligatorio che varia nei diversi paesi e che generalmente arriva fino ai 15 – 18 anni di età;

3) un livello successivo a quello obbligatorio che ha durata variabile e comprende la scuola superiore e la formazione universitaria.

Nei paesi membri dell’OCSE la quota della ricchezza nazionale investita nella formazione scolastica era già nel 1990 pari a circa il 6% del PIL.

Questo progetto trova realizzazione, sempre secondo il pensiero di Meyer, quando tutti i membri della collettività si riconosco nello Stato –

nazione. Va rilevato che il progetto di alfabetizzazione universale, che ha preceduto l’educazione scolastica di massa, si è realizzato dapprima in

paesi poco industrializzati come la Scozia e la Prussia anziché nelle zone fortemente industrializzate come l’Inghilterra.

Lezione 40 Il federalismo fiscale

Il Federalismo fiscale è quella dottrina sia politica che economica che si basa sul concetto di connessione tra i tributi prelevati ad una certa parte

di contribuenti ed i benefici ottenibili dagli stessi soggetti. Tale teoria si fonda sulla volontà di far coesistere diversi livelli di governo. In altre

parole, è lo studio di come le spese e le entrate fiscali sono assegnate tra i diversi livelli dell'amministrazione pubblica. Una parte importante del

suo oggetto è il sistema di quelli comunemente definiti “trasferimenti” con cui un governo centrale condivide le entrate fiscali con i livelli inferiori.

40.11 I modelli economici sul federalismo fiscale

Gli economisti che hanno elaborato le principali teorie sul federalismo fiscale sono essenzialmente tre: William Oates, Charles Tiebout e Iames

Buchanan. La teoria di William Oates vuole dimostrare che un sistema decentrato è in grado di offrire migliori servizi rispetto ad un sistema

centralizzato. Oates parte dal presupposto che il governo centrale non è in condizione di differenziare le proprie politiche in base alle esigenze

locali; in ogni comunità i bisogni sono per lo più omogenei; esiste una stretta relazione tra servizio pubblico offerto ed il livello gestionale

amministrativo; il costo dei servizi pubblici a livello locale è tendenzialmente costante. Secondo il Tiebout gli individui sceglierebbero la

residenza in base al miglior rapporto tra il prelievo fiscale ed i beni e servizi pubblici.

40.21 Funzioni e livelli di governo

Con riferimento alla miglior distribuzione dei diversi livelli di governo sussistono diverse teorie, in breve:

1) Funzione macroeconomica per cui le decisioni di spesa ed il prelievo tributario, trattandosi di elementi che incidono sulla disoccupazione e

sull’inflazione è opportuno che siano assunte dal governo centrale in quanto a livello locale non vi sono i presupposti per poter influire a livello

macroeconomico;

2) Funzione redistributiva in base alla quale se si ipotizza che in una determinata area le spese ed il prelievo tributario sono più favorevoli ai

redditi meno bassi, si può immaginare un flusso migratorio di cittadini meno abbiente da altri luoghi in quest’ultimo, con un conseguente

aumento delle spese e del prelievo fiscale; ciò indurrà i più ricchi a trovare altrove condizioni più favorevoli in termini di minori imposte, con

l’effetto di una movimentazione di persone costante e continua, una diminuzione della base imponibile ma un aumento delle esigenze dei

singoli;

3) Funzione allocativa ossia i beni pubblici propriamente detti, c.d. “beni puri” per le loro caratteristiche devono essere gestiti a livello centrale,

mentre gli altri beni e servizi possono essere gestiti anche a livello locale.

Nel federalismo il rapporto tra i diversi livelli di governo non è basato sulla gerarchia o sulla coercizione del centro sulle unità periferiche..

40.31 Il federalismo fiscale in Italia

La legge prevede l’istituzione di una Commissione Parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale (art. 3), una Commissione tecnica

paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (COPAFF) (art. 4), la Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica (art.

5). La Commissione Parlamentare ha il compito di esprimere parere sui progetti dei decreti legislativi previsti dalla legge delega. In sostanza la

legge 42/2009 prevede maggiori responsabilizzazione sia a livello centrale che a livello locale , solidarietà e territorialità nella gestione delle

risorse, tendenziale ricerca di una correlazione fra prelievo fiscale e beneficio connesso. La legge si prefigge di superare il sistema di finanza

derivata. Le spese essenziali delle Regioni possono individuarsi nella sanità, nell’assistenza, nell’istruzione e nel trasporto pubblico locale. Per

assicurare i livelli essenziali di tali servizi è garantito il finanziamento integrale mediante il gettito derivante da tributi propri, addizionale regionale

IRPEF, compartecipazione regionale all’IVA, quote del fondo perequativo.

Lezione 41 Principi generali dell'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF)

Con il termine presupposto indichiamo imposte dirette sui redditi è il possesso di redditi. La macro suddivisione delle categorie reddituali è la

seguente: redditi fondiari, redditi di capitale, redditi di lavoro dipendente, redditi di lavoro autonomo, redditi di impresa e redditi diversi. Tutte le

diverse categorie reddituali fanno comunque capo ad un concetto di “reddito prodotto”, di contro le diverse tipologie di reddito riconducibili ai

“redditi diversi” possono rientrare sia nel concetto appunto di reddito prodotto sia in quello di “reddito entrata”. In conclusione possiamo

affermare che il sistema di imposte sui redditi adotta fondamentalmente il concetto di “reddito prodotto ” ma sono altresì tassate anche forme di

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“reddito entrata”. Il reddito prodotto è un concetto per cui un’entrata può considerarsi reddito solo se deriva da una fonte produttiva. Per reddito

entrata si intende un concetto che comprende insieme i frutti che derivano dal patrimonio e dall’attività del contribuente nonché ogni incremento

patrimoniale da qualunque fonte derivi. Infine il concetto di reddito consumo viene utilizzato da coloro che ritengano debba tassarsi solo il reddito

consumato con esclusione di quello consumato e di quello di capitale. Appare da ultimo opportuno evidenziare che se il presupposto dell’ IRPEF

è dato dal possesso di determinati redditi, il concetto di “possesso” va accertato in funzione della specifica categoria di redditi e ciò in quanto in

taluni casi vale il principio che i redditi sono tassati nel momento in cui sono percepiti (principio di cassa), in altri quando sono maturati ancorché

non materialmente acquisiti (principio di competenza), infine, ad esempio nel caso dei redditi fondiari, il possesso andrà riferito agli immobili da

cui essi promanano.

41.11 Redditi e patrimonio

Ai fini IRPEF, redditi e patrimonio sono due concetti da tenere rigorosamente separati. Se infatti il patrimonio è un insieme di situazioni

soggettive delle quali un determinato soggetto è titolare in un determinato momento, il reddito è dato dalle variazioni incrementative del

patrimonio. Ne deriva che mentre il patrimonio rappresenta un concetto statico, invece il reddito costituisce un concetto propriamente dinamico,

ovvero ciò che prima non si aveva ed ora si ha. Possiamo dire che il concetto di reddito prodotto comprende ciò che accresce il patrimonio, ma

non certo ciò che rappresenta un mero reintegro del patrimonio posseduto per cui, ad esempio, è reddito la distribuzione di utili di una società,

ma non la restituzione del capitale investito. Nella maggior parte dei casi il reddito è tassato al netto dei costi sostenuti per produrlo anche se vi

sono eccezioni derivanti o da necessità di semplificazione oppure dal solo fatto che alcuni redditi non necessitano di costi per produrli (redditi di

capitale). Ci soffermiamo da ultimo sulle problematica rappresentata dalla tassabilità o meno dei redditi di provenienza illecita.

41.21 I soggetti passivi

Per individuare i soggetti passivi occorre distinguere fra residenti e non residenti. Mentre i primi infatti vengono tassati su tutti i redditi ovunque

prodotti (principio della world wide taxation), i secondi sono tassati solo sui redditi prodotti in Italia (principio della source­based taxation). Ai fini

Irpef si considerano residenti “le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente

o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”. Una persona è dunque considerata residente se per la

maggior parte del periodo di imposta è iscritta all’anagrafe oppure ha in Italia il centro dei propri affari. Al fine al fine di contrastare fenomeni

evasivi realizzati attraverso una fittizia residenza all’estero sono considerati fiscalmente residenti in Italia i cittadini Italiani residenti in paesi a

regime fiscale privilegiato (cd. paesi della black list). Nell’ambito di individuazione dei soggetti passivi assumono particolare rilievo gli eredi, i

quali sono appunto soggetti passivi sia perché ereditano i redditi prodotti dal de cuius sia perché spesso sono tenuti agli obblighi cui era tenuto il

de cuius stesso. In altri termini, i redditi prodotti dal de cuius ma da questi non incassati si tassano in capo agli eredi quando costoro li

percepiscono (criterio di cassa); allo stesso modo i crediti del de cuius costituiscono entrate patrimoniali per gli eredi derivanti dalla

monetizzazione dei crediti facenti parte dell’asse ereditario. Il motivo per cui tali entrate di tipo patrimoniale sono tassate con l’ Irpef deriva dal

principio secondo cui ogni arricchimento prima di essere acquisito al patrimonio viene tassato come reddito, per cui non essendosi verificato tale

presupposto in capo al de cuius sarà operato nei confronti degli eredi, sempre in applicazione del principio di cassa.

41.31 I debitori di imposta

ll sistema delle imposte sui redditi si compone di due imposte principali: l’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) e l’imposta sul reddito

delle società (Ires) che colpisce in linea generale i soggetti diversi dalle persone fisiche. Nello specifico volendo individuare i debitori di imposta

ai fini Irpef occorre dunque riferirsi ai soggetti passivi dell’obbligazione che è cosa sostanzialmente diversa dall’essere assoggettati agli obblighi

formali. Infatti come accade nelle associazioni professionali gli obblighi formali sono in capo all’associazione o alla società mentre il debito

d’imposta è un’ obbligazione cui sono tenute le persone fisiche che dichiarano il reddito da partecipazione

Lezione 42 La liquidazione dell’imposta

Il reddito soggetto a tassazione è quello realizzato al netto dei costi per produrlo, anche se talvolta i costi non sono considerati in maniera

analitica ma vengono forfettizzati in modo da semplificare gli obblighi del contribuente. Un problema che il legislatore fiscale si è spesso posto è

come comportarsi in presenza dell’inflazione, ovvero considerare il reddito al netto dell’aumento meramente fittizio generato dal deprezzamento

della moneta oppure adeguare l’imposta in funzione dell’aumento dell’inflazione? Il nostro sistema fiscale non prevede meccanismi automatici di

intervento per sottrarre alla tassazione gli incrementi puramente nominali di reddito, vi sono solo delle eccezioni per le quali alcuni parametri di

liquidazione dell’imposta sono soggetti a revisione, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, quando la variazione degli indici ISTAT

supera una certa soglia. Nelle sessioni di studio che seguono tratteremo la liquidazione dell’imposta partendo dall’analisi della produzione del

reddito anche in forma associata, per passare all’approfondimento degli oneri deducibili e delle detrazioni di imposta e per concludere con la

tassazione separata dei redditi Nelle lezioni successive ci occuperemo degli aspetti più tecnici dell’ Irpef attraverso l’analisi dei singoli redditi e

conseguentemente dei singoli meccanismi di determinazione del reddito stesso.

42.11 I redditi prodotti in forma associata

Le società di persone non sono soggetti passivi dell’Irpef perchè i redditi da esse prodotti sono tassati in capo ai soci in relazione alla quota di

partecipazione; tale meccanismo è applicabile in taluni casi anche alle società di capitali, ove in presenza di determinati presupposti i soci optino

per il c.d. regime della trasparenza. Possiamo, quindi, rilevare che in tali casi i redditi prodotti sono redditi dei soci, non della società, per questo

definiti redditi di partecipazione e non certo redditi di capitale. In capo alla società rimangono sostanzialmente solo obblighi formali finalizzati alla

applicazione dell’imposta nei confronti del socio. In altri termini questi redditi, definiti anche come “redditi prodotti in forma associata”, sono

tassati esclusivamente in capo ai soci, casi come le perdite sono imputabili alla stessa maniera degli utili e sono riportabili, se il loro ammontare

supera i redditi dell’anno, agli esercizi successivi, ma non oltre il quinto.

42.21 Oneri deducibili e detrazioni di imposta

L’Irpef è un’imposta di tipo personale e non solo perché i redditi appartengono ad un singolo soggetto e in quanto tali vengono tassati, ma anche

perché nella determinazione del tributo si tiene conto di una serie di elementi personali. Tutto ciò viene realizzato attraverso deduzioni dal

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reddito complessivo e detrazioni di imposta. Le prime privilegiano i redditi più alti in quanto riducendo il reddito complessivo avvantaggiano i

possessori di redditi con un’aliquota marginale più elevata. La “ratio” delle deduzioni deriva dalla finalità di detassare quella parte di reddito

utilizzata per scopi meritevoli di attenzione. Sono infatti oneri deducibili le spese mediche, gli assegni periodici corrisposti al coniuge, i contributi

previdenziali, i contributi a forme pensionistiche complementari e talune erogazioni liberali. Altri oneri sono invece ammessi in deduzione in

quanto si ritiene che influiscano sulla determinazione del reddito, quali le somme corrisposte a consorzi obbligatori, le indennità corrisposte ai

dipendenti chiamati a ricoprire cariche elettorali oppure l’indennità corrisposta dal proprietario al conduttore di un immobile commerciale per la

perdita dell’avviamento. Dopo aver operato le deduzioni dal reddito complessivo si determina la base imponibile su cui saranno applicate le

aliquote delle imposte crescenti a scaglioni.

Dall’imposta così ottenuta che costituisce “l’imposta lorda” si sottraggono tre tipologie di oneri:

1) Le detrazioni per carichi di famiglia;

2) Le detrazioni sostitutive delle spese di produzione;

3) Le detrazioni per oneri.

Le detrazioni per carichi di famiglia hanno la finalità di agevolare i nuclei familiari più numerosi. Tali importi sono periodicamente aggiornati con

Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Le detrazioni sostitutive delle spese di produzione hanno come scopo quello di forfetizzare le

spese sostenute per la produzione dei redditi di lavoro dipendente e assimilati, di lavoro autonomo e di impresa. Le detrazioni per oneri derivano

dalla volontà di ridurre il carico fiscale in funzione del sostenimento di particolari spese quali: interessi passivi per l’acquisto dell’abitazione

principale, le assicurazioni sulla vita, spese di istruzione, spese veterinarie, spese funebri, ecc. Tali spese ed altre ancora non menzionate sono

detraibili dall’imposta lorda nella misura del 19% del loro importo. L’imposta ottenuta operando le predette detrazioni , “imposta netta”, non

costituisce l’importo che sarà versato dal contribuente in quanto bisognerà tener conto di eventuali crediti di imposta, di eventuali ritenute subite

nonché delle somme versate in acconto; qualora gli importi di tali crediti, ritenute e/o acconti, risulti più elevato dell’imposta dovuta il contribuente

potrà, a sua discrezione, chiedere il rimborso, utilizzare tale eccedenza a scomputo dall’imposta dovuta nell’esercizio successivo oppure

compensare tale credito con altre imposte eventualmente dovute o con contributi.

42.31 La tassazione separata

La tassazione separata riguarda quei redditi la cui formazione è di tipo pluriennale; essi infatti pur essendo percepiti in un’unica soluzione si

sono formati con un processo “di produzione” che è durato diversi anni, da qui la necessità di tassarli non con il regime ordinario Irpef che

comporterebbe lo scatto di aliquota sempre più elevata, ma attraverso uno specifico processo che prevede una distinta aliquota. Rientrano in

questa tipologia di redditi le indennità di fine rapporto, le plusvalenze derivanti dalle cessioni di aziende possedute per più di cinque anni, le

indennità per perdita dell’avviamento che spettano al conduttore di esercizi commerciali per cessata locazione, ecc. Nel caso di trattamento di

fine rapporto l’aliquota che si applica è data dalla divisione dell’imponibile per il numero di anni di durata del rapporto e moltiplicando il risultato

per dodici. Per gli altri redditi tassati separatamente l’imposta è determinata attraverso l’applicazione all’imponibile dell’aliquota Irpef

corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del biennio precedente.

Lezione 43 I redditi fondiari

I redditi fondiari sono quei redditi che derivano da terreni e fabbricati ubicati nel territorio dello Stato, ai quali, iscritti nei rispettivi catasti, è

attribuita una rendita corrispondente. Producono redditi fondiari solo i terreni atti alla produzione agricola e non quindi quelli che costituiscono

pertinenza di fabbricati urbani oppure quelli dati in affitto per usi non agricoli. Non producono inoltre redditi fondiari né le costruzioni rurali, né i

fabbricati dati in affitto per l’esercizio di imprese commerciali o per arti o professioni.

43.11 Attività agricola e impresa agraria

Si definisce impresa agraria quella che ha per oggetto la coltivazione del terreno e la silvicoltura. Tutte le altre attività che hanno un diretto

collegamento con l’attività agricola (manipolazione, trasformazione ed alienazione dei prodotti agricoli e zootecnici) sono considerate agricole e

quindi tassate con il metodo catastale solo in presenza di un legame specifico e ben individuabile con il terreno; in caso contrario rappresentano

delle vere e proprie imprese commerciali. Quanto sopra espresso si traduce numericamente nel fatto che nelle attività di allevamento i mangimi

devono provenire per un quarto dal terreno mentre per i prodotti agricoli o zootecnici, individuati ogni due anni con decreto del Ministro

dell’economia e delle finanze su proposta del Ministro delle politiche agricole, è richiesto che la loro manipolazione rientri nell’esercizio normale

dell’agricoltura e che abbia per oggetto prodotti ottenuti per almeno la metà dal terreno e dagli animali su di esso allevati. In base a quanto

espresso ne deriva che il reddito agrario prodotto da società commerciali è considerato reddito d’impresa; al tempo stesso, però, vengono

considerati imprenditori agricoli le società di persone commerciali e le società a responsabilità limitata costituite da imprenditori agricoli che

svolgono esclusivamente attività di manipolazione, trasformazione, conservazione di prodotti agricoli ceduti dai soci. Infine producono reddito

agrario anche le società di persone commerciali e le società a responsabilità limitata con la qualifica di società agricole che optano per tale

tassazione ( L. 296/2006 art. 1 commi 1093­1094).

43.21 Il reddito dei terreni 44

Il reddito dei terreni, come detto, non è soggetto ad imposta nella sua misura effettiva, ma in forma presuntiva ovvero nella misura media

ordinaria. E’ pertanto una misura di tipo “ordinario” in quanto è stimata su un coltivatore di capacità normale che utilizza generiche tecniche

produttive, ed è un reddito “medio” in quanto calcolato per una media di più anni in modo da considerare un intero ciclo produttivo che tenga

conto della rotazione delle colture e delle vicende più o meno favorevoli . La norma fiscale prevede la revisione delle tariffe d’estimo, la riduzione

dell’imponibile in caso di mancata coltivazione ed infine la mancata tassazione in caso di perdita del prodotto per eventi naturali. Su tale tipo di

tassazione si è espressa anche la Corte Costituzionale con la sentenza 16 del 31 marzo 1965 sentenziando che pur trattandosi di una

tassazione di tipo “presuntivo” non lede tuttavia il principio di capacità contributiva in quanto rappresenta uno stimolo alla produzione, premiando

il coltivatore che ottiene un prodotto qualitativo e quantitativo superiore alla media.

43.31 Il reddito dei fabbricati

Anche il reddito dei fabbricati è un reddito medio ordinario determinato con delle tariffe d’estimo; le unità immobiliari sono suddivise in categorie

e classi. Il catasto edilizio risale al 1939, gli estimi sono aggiornati annualmente attraverso dei coefficienti previsti dal Ministero dell’Economia e

delle Finanze. Nel 1991 vi è stato un primo intervento di revisione degli estimi, basati questa volta sul valore degli immobili e non come “ab

origine” sulla media dei redditi correnti. Nel 1996 sono state modificate le norme in materia di rendite catastali, destinate a valere fino all’entrata

in vigore delle nuove tariffe d’estimo che non è stata ancora realizzata. Le rendite catastali sono state aumentate con l’introduzione dell’Imu per

cui ai fini dell’applicazione di detta imposta la base imponibile è data dalla moltiplicazione della rendita, rivalutata del 5%, per dei coefficienti che

variano in relazione al tipo di fabbricato. Fino alla fine del 2011 l’abitazione principale (c.d. “prima casa”) non era tassata ai fini Irpef. Dal

1°/1/2012 si applica l’Imu. Sempre fino alla fine del 2011 per le c.d. “seconde case” ovvero case non locate il reddito catastale era maggiorato di

un terzo. Anche per tali abitazioni dall’inizio del 2012 in sostituzione dei precedenti tributi si applica l’Imu. Se l’immobile è locato si applicano sia

l’Imu che l’Irpef. Come già detto gli immobili relativi all’impresa o quelli strumentali per l’esercizio di un’arte o professione non generano reddito

fondiario in quanto non producono un reddito autonomo ma sono appunto dei beni di tipo “strumentale”. Distinguiamo beni strumentali per

destinazione quando sono destinati esclusivamente per l’esercizio dell’arte, di una professione o dell’impresa commerciale, mentre sono

strumentali per natura quando non sono suscettibili di diversa destinazione senza radicali trasformazioni. Quindi gli strumentali per destinazione

sono tali in funzione dell’utilizzo da parte del possessore, mentre quelli per natura a prescindere dal loro

effettivo utilizzo.

Lezione 44 I redditi di capitale

La tassazione dei redditi di capitale, è stata oggetto di continui interventi legislativi che talvolta hanno generato difficoltà applicative. E’ possibile

suddivide i redditi di capitale in due macro categorie, gli interessi ed i proventi derivanti dalla partecipazione in società o enti. Entrambi

ovviamente sono tassati in quanto frutto della rendita del capitale e questo perché come detto l’eventuale differenza tra l’acquisto e la vendita del

titolo rappresenta invece un reddito che rientra nella categoria dei redditi diversi.

44.11 Gli interessi

Sono redditi di capitale gli interessi derivanti da mutui, per i quali è prevista la ritenuta a titolo d’acconto del 12,5%, gli interessi derivanti da

depositi e conti correnti soggetti alla ritenta a titolo di imposta nella misura del 27%, gli interessi e gli altri proventi derivanti dalle obbligazioni, dai

titoli similari alle obbligazioni e dagli altri titoli diversi dalle azioni nonché dei certificati di massa. Rientrano inoltre in questa categoria i proventi

derivanti da riporti e pronti contro termine su titoli e valute, le rendite perpetue ed infine gli interessi e gli altri proventi derivanti da altri rapporti

aventi per oggetto l’impiego di capitale, con esclusione di quelli derivanti da eventi incerti (es. interessi moratori). E’ importante sottolineare che

solo gli interessi che costituiscono il corrispettivo di un accordo economico rappresentano redditi di capitale, mentre quelli percepiti a fronte di

una dilazione di pagamento attengono alla sfera reddituale da cui prendono origine (es. lavoro autonomo). Appare opportuno soffermarci sulle

gestioni individuali di portafoglio, ove alla tassazione di ogni singolo reddito si sostituisce una imposta sostituiva del 12,5% da applicarsi sul

reddito complessivo netto maturato nel periodo di imposta, nell’ambito di un rapporto di gestione in essere con l’intermediario.

44.21 I proventi derivanti dai dividendi

L’altro importante gruppo di redditi di capitale è rappresentato dai proventi derivanti dalla partecipazione in società soggette ad Imposta sul

Reddito delle Società – Ires (cosiddetti dividendi). Il meccanismo di tassazione di tali redditi in base al principio che la tassazione dell’utile deve

avvenire presso il soggetto che lo ha prodotto. L’attuale sistema prevede la quasi totale esenzione qualora gli utili siano percepiti da società ed

enti commerciali soggetti ad Ires, infatti gli utili percepiti concorreranno alla formazione del reddito di impresa nella sola misura del 5 per cento;

un trattamento meno favorevole è previsto qualora i percettori siano delle persone fisiche, è infatti previsto un doppio binario di tassazione. Da

ultimo segnaliamo che a seguito di recenti interventi normativi finalizzati a contrastare fenomeni di evasione, gli utili provenienti da società

residenti in paesi a regime fiscale privilegiato (black list) concorrono totalmente a formare il reddito del socio percettore.

44.31 Altri redditi di capitale

Fanno parte di questa categoria le varie tipologie di redditi di capitale diverse dagli utili di partecipazione e dalle rendite finanziarie.

LEZIONE 45 I REDDITI DI LAVORO DIPENDENTE

I redditi di lavoro dipendente sono quelli derivanti da prestazioni lavorative, con qualsiasi qualifica ed alle dipendenze da altri. Ciò che dunque

caratterizza tale reddito e lo distingue da quello di lavoro autonomo è il vincolo di subordinazione tra prestatore e datore di lavoro, pur tuttavia vi

rientrano anche le pensioni, a prescindere dal tipo di attività lavorativa da cui esse hanno tratto origine. Vi sono inoltre una serie di tipologie

reddituali che solo parzialmente presentano le peculiarità del lavoro dipendente. Trattasi dei cosiddetti redditi assimilati a quelli di lavoro

dipendente che sono tassativamente previsti dalla normativa fiscale e che come detto presentano solo alcuni tratti del lavoro dipendente. Vi

sono inoltre una serie di redditi caratterizzati dall’assenza di un’attività lavorativa ma che comunque vengono ricompresi in quelli assimilati al

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lavoro dipendente come gli assegni periodici corrisposti al coniuge a seguito di separazione, le borse di studio, gli assegni i premi e i sussidi per

fini di studio, le rendite vitalizie e quelle a tempo determinato a titolo oneroso e le prestazioni pensionistiche. Nei redditi assimilati sono stati da

qualche anno anche ricomprese le collaborazioni coordinate e continuative e le collaborazioni a progetto, che ricomprendono anche le somme

percepite in relazione all’attività di amministratore, sindaco e revisore di società. Qualora queste attività o le collaborazioni rientrino nel contesto

di un’attività di lavoro dipendente o autonomo non saranno più ricomprese nei redditi assimilati ma nelle loro rispettive categorie. Ciò che

caratterizza i rapporti di collaborazione sono lo svolgimento di un’attività senza vincolo di subordinazione, senza l’impiego di mezzi organizzati,

nell’ambito di un rapporto unitario e continuativo e con una retribuzione periodica prestabilita.

45.11 La determinazione del reddito di lavoro dipendente

Il legislatore fiscale ha voluto inserire nell’ambito del reddito di lavoro dipendente tutti gli introiti collegati direttamente o indirettamente all’attività

di lavoro prestata alle dipendenze di terzi. A titolo esemplificativo e non esaustivo ricordiamo che rientrano nella categoria dei redditi di lavoro

dipendente gli stipendi, i salari, i premi, i compensi per lavoro straordinario, le mensilità aggiuntive e le somme percepite sotto forma di

partecipazione agli utili. Costituiscono inoltre redditi di lavoro dipendente anche alcuni compensi in natura accordati ad alcuni dipendenti al fine

di incentivare l’attività lavorativa. Trattasi dei cosiddetti fringe benefits, quali uso di autovettura, di alloggi, viaggi premio ecc. Questo tipo di

compensi sono valutati al valore normale ovvero a quello di mercato, anche se per alcuni di essi vigono dei criteri specifici di determinazione del

valore come nel caso delle autovetture che vengono computate sulla base di una percorrenza convenzionale quantificata in base a tabelle

diffuse dall’ACI che prevedono costi chilometrici. Vi sono invece una serie di elementi che sono esclusi dalla formazione del reddito di lavoro

dipendente, quali le somministrazioni di vitto sia attraverso ticket restaurant che attraverso mense aziendali, l’utilizzo di servizi di educazione,

istruzione e comunque di carattere sociale, così come i sussidi per particolari esigenze familiari e le somme erogate ai dipendenti per la

frequenza da parte dei figli di asilo nido e per borse di studio. Invece dal 2008, a seguito di modifica della normativa fino ad allora in vigore,

concorrono a determinare il reddito anche le erogazioni liberali inferiori ad euro 258,23, così come per le attribuzioni di azioni ai dipendenti da

parte della società datrice di lavoro o da parte di società appartenenti al medesimo gruppo (stock option) è previsto che sia soggetta a

tassazione la differenza fra il valore delle azioni assegnate e quanto corrisposto per esercitare l’opzione. La tassazione dei redditi di lavoro

dipendente avviene in base al principio di cassa, pertanto essi vengono tassati al momento della percezione attraverso ritenute alla fonte a titolo

di acconto dipendenti da parte della società datrice di lavoro o da parte di società appartenenti al medesimo gruppo (stock option). La

tassazione dei redditi di lavoro dipendente avviene in base al principio di cassa, pertanto essi vengono tassati nel momento della percezione

attraverso ritenute alla fonte a titolo di acconto.

45.21 Rimborsi spese e indennità risarcitorie

il legislatore ha inteso attrarre nella sfera dei redditi di lavoro dipendente tutti quei proventi derivanti da un’attività di lavoro alle dipendenze di

terzi , indennità conseguite anche in forma assicurativa a titolo di risarcimento danni costituiscono redditi della stessa categoria di quelli perduti.

Tali indennità sono soggette a tassazione separata. In questo contesto si inseriscono anche le indennità percepite una tantum in dipendenza

della cessazione dei rapporti di lavoro dipendente. E’ di tutta evidenza che tale previsione debba comunque inserirsi nei principi generali di non

tassabilità delle somme realmente percepite a titolo di risarcimento di danni emergenti che come già detto non costituiscono sostituzione di

redditi ma veri e propri risarcimenti.

45.31 Il CUD

La Certificazione Unica dei Dipendenti (CUD) contiene tutti i dati relativi ai redditi di lavoro dipendente e a questi assimilati. In particolare il

modello contiene:

1) le somme corrisposte nell'anno per lavoro dipendente e quelle assimilate ai redditi di lavoro dipendente;

2) l’ammontare delle ritenute operate, delle deduzioni e delle detrazioni di imposta effettuate;

3) gli altri dati indicati con il provvedimento di approvazione dello schema di certificazione unica.

Nel modello sono riportati i dati identificativi del datore di lavoro e del contribuente (parte A). Vi sono, poi, due sezioni di cui la prima è dedicata

ai dati fiscali (parte B del modello) e la seconda ai dati previdenziali e assistenziali (parte C del modello).

Lezione 46 I redditi di lavoro autonomo

Il reddito di lavoro autonomo è quello che deriva dall’esercizio per professione abituale ancorché non esclusiva di arti o professioni e più in

generale da attività di lavoro autonomo diverse da quelle da cui traggono origine i redditi di impresa. Volendo riassumere quelle che sono le

caratteristiche essenziali, notiamo la natura intellettuale dell’attività svolta, l’autonomia nello svolgimento di tale attività, l’abitualità della stessa e

la non imprenditorialità . I lavoratori autonomi sono obbligati alla tenuta di una contabilità finalizzata alla determinazione del reddito così come

alla compilazione dei registri ai fini IVA ed agli adempimenti che ne derivano. I compensi se fatturati a imprenditori, società o ad altri

professionisti sono soggetti alla ritenuta d’acconto nella misura del 20%. Recentemente sono stati emessi diversi provvedimenti di carattere

restrittivo che hanno comportato l’impossibilità di portare in diminuzione dal reddito complessivo le perdite derivanti dall’esercizio di arti o

professioni, nonché l’obbligo di utilizzare per le movimentazioni finanziarie che interessano l’attività professionale un conto corrente bancario o

postale ancorché lo stesso sia utilizzato anche per le movimentazioni personali del contribuente.

46.11 I redditi assimilati a quelli di lavoro autonomo

Il legislatore ha previsto che alcune tipologie di redditi siano fiscalmente assimilate a quelli di lavoro autonomo in quanto presentano dei tratti

comuni con i redditi oggetto della presente lezione. Ad oggi costituiscono redditi assimilati a quelli di lavoro autonomo i proventi derivanti dalla

utilizzazione economica, da parte dell’autore o dell’inventore, di opere dell’ingegno, brevetti industriali, processi, formule ecc… La norma che

regola tali fattispecie precisa che non deve trattarsi di redditi conseguiti nell’esercizio di imprese commerciali e che se percepiti da soggetti

diversi dall'autore o inventore rappresentano redditi diversi in quanto viene meno il requisito della natura intellettuale della prestazione. Tali

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redditi beneficiano di una deduzione forfettaria delle spese sostenute pari al 25% dei compensi percepiti elevata al 40% per i soggetti di età

inferiore ai 35 anni. Sono inoltre assimilati ai redditi di lavoro autonomo gli utili attribuiti agli associati in partecipazione quando l’apporto è

costituito esclusivamente dalla prestazione di lavoro, le partecipazioni agli utili spettanti ai promotori e ai soci fondatori di società di capitali, le

indennità per la cessazione dei rapporti di agenzia ed i redditi derivanti dall’attività di levata dei protesti esercitata dai segretari comunali che

peraltro beneficiano di una deduzione forfetaria del 15% , contrariamente a quelli sopra indicati che sono assoggettati a tassazione per l’intero

ammontare percepito nel periodo di imposta.

46.21 La base imponibile

Il reddito di lavoro autonomo si determina attraverso il calcolo della differenza tra i componenti positivi, in denaro o in natura conseguiti nel

periodo di imposta, e le spese sostenute nel medesimo periodo. Ricordiamo che per il reddito di lavoro autonomo vale il principio di cassa.

Rientrano nei componenti positivi anche i rimborsi spese ottenuti da cliente, con la sola eccezione del rimborso delle spese anticipate in nome e

per conto del cliente stesso e, dal 1 gennaio 2007, le plusvalenze e le minusvalenze realizzate dalla cessione di beni strumentali, in particolare le

plusvalenze concorrono alla formazione del reddito se sono realizzate mediante cessione a titolo oneroso, o mediante il risarcimento per la

perdita o il danneggiamento dei beni, o infine se derivano dal consumo personale del lavoratore autonomo o vengano utilizzate per finalità

estranee all’attività. Per contro le minusvalenze sono deducibili solo nelle prime due ipotesi evidenziate con esclusione quindi della ipotesi in cui

derivino dal consumo personale o dall’utilizzo per finalità estranee all’attività dei beni. Tuttavia sussistono una serie di deroghe a tale principio

che comportano l’indeducibilità di alcuni costi nonché delle varianti rispetto al generale principio di cassa; infatti, ad esempio, per i beni

strumentali è prevista la deduzione nell’esercizio in cui è acquisito il bene solo se il valore è inferiore a € 516,46, mentre per i beni di valore

superiore è prevista la deduzione attraverso il sistema dell’ammortamento in base ai coefficienti stabiliti con decreto ministeriale.

46.31 Vincoli e limitazioni

Per alcune tipologie di spese è prevista una disciplina particolare; è il caso, ad esempio, delle spese sostenute per l’acquisto di autovetture,

motocicli, ciclomotori e telefoni portatili. I veicoli menzionati sono deducibili nel limite del 25% nell’ambito di un costo massimo pari ad €

18.075,99 per le autovetture, € 4.131,66 per i motocicli ed € 2.065,83 per i ciclomotori, anche se acquisiti in locazione finanziaria o noleggio.

Precisiamo che è ammessa la deducibilità per l’acquisto di un solo veicolo nel caso di esercizio in forma individuale o uno per ogni associato nel

caso di associazione professionale. Le spese sostenute per i telefoni cellulari sono deducibili nella misura dell'80%. Altre limitazioni sono

previste per le spese relative alla somministrazione di alimenti e bevande e alberghiere (2% dei compensi percepiti) e le spese di

rappresentanza (1% dei compensi), che peraltro comprendono anche le spese per l’acquisto di oggetti di arte e antiquariato. La ratio legis delle

limitazioni sopra esposte risiede nella volontà del legislatore fiscale di evitare che possano essere dedotte spese che attengono alla sfera

personale del contribuente e che pertanto contrastano con il generale principio di inerenza su cui si basa l’intera determinazione del reddito di

lavoro autonomo.

Lezione 47 I redditi d’impresa

Il reddito d’impresa interessa sia gli imprenditori individuali che le società e gli enti, e quindi abbraccia sia l’imposta sul reddito della persone

fisiche (IRPEF), sia l’imposta sul reddito delle società (IRES). L’insieme delle norme che regolano il reddito d’impresa si muove su due distinti

filoni, quello che si occupa della identificazione della fonte del reddito e quello che disciplina il calcolo. Secondo l’art. 55 del TUIR sono redditi

d’impresa “quelli che derivano dall’esercizio di imprese commerciali", per cui assume particolare rilievo l’individuazione dell’attività di impresa

commerciale. Se per le società commerciali, sia di capitali che di persone, la loro attività è per natura di impresa, per le persone fisiche occorre

distinguere la vera e propria attività d’impresa da altre attività economiche. Le norme che regolano il reddito d’impresa sono dal 2003 contenute

nel titolo II del Testo unico che disciplina l’IRES ma che sono applicabili anche attraverso disposizioni normative speciali alle imprese individuali

e alle società di persone commerciali. In altri termini la disciplina normativa che regola la determinazione del reddito d’impresa per le imprese

individuali e le società di persone si avvale del c.d. meccanismo del rinvio con l'utilizzo delle disposizioni previste per le società di capitali e gli

enti commerciali. Anche per il reddito d’impresa, così come evidenziato per il reddito di lavoro autonomo, assume particolare rilievo il fatto che

debba trattarsi di attività esercitate per professione abituale giacché in caso diverso tali proventi rientrerebbero nei redditi diversi.

47.11 Ambito di applicazione del reddito d'impresa

I soggetti destinatari delle norme sul reddito d’impresa possono essere suddivise in tre categorie:

1) le società in nome collettivo;

2 le società in accomandita semplice e quelle di armamento, i cui redditi a prescindere dall’oggetto sociale sono in ogni caso considerati redditi

d’impresa;

3) le persone fisiche per le quali le norme che regolano il reddito d’impresa svolgono la funzione di individuare quali redditi rientrino in tale

categoria dove debbono ricomprendersi le società di fatto ai fini IRPEF mentre ai fini IRES si considerano gli enti pubblici o privati, con o senza

personalità giuridica, diversi dalle società. Per quest’ultima categoria di soggetti è lo stesso concetto di attività commerciale che determina che

l’attività da questi esercitata e conseguentemente la loro individuazione giuridica possa o meno definirsi commerciale.

47.21 L'organizzazione in forma di impresa

La definizione fiscale di impresa prevede che le attività commerciali sono tali anche se non organizzate in forma di impresa. Se dunque il codice

civile definisce l’imprenditore come colui che esercita un’attività economica di tipo organizzato, dal punto di vista strettamente fiscale il fatto

stesso di esercitare un’attività commerciale comporta l’esistenza dell’impresa, per cui la presenza o meno di un’organizzazione non costituisce

condicio indispensabile. Vi è la necessità di prevedere una distinzione nell’ambito dei servizi: infatti la “produzione” di servizi genera reddito di

impresa anche se non organizzata in forma di impresa, la “prestazione” di servizi comporta invece la necessità di un’organizzazione in forma di

impresa, ed infine la prestazione di servizi non compresi nell’art. 2195 c.c. se non è organizzata in forma di impresa è un’attività di lavoro

autonomo. Ne deriva che è importante distinguere le modalità di svolgimento della prestazione di servizi perché in un caso si ha, come detto,

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reddito di impresa e nell'altro reddito di lavoro autonomo con le conseguenze fiscali che ne derivano. Al fine di individuare la corretta

qualificazione giuridica sarà importante analizzare la presenza o meno di un’organizzazione di impresa in quanto nelle professioni intellettuali

l’esistenza di un’organizzazione anche notevolmente strutturata non qualificherà mai l’attività come d’impresa perché in essa è sempre

preminente l’apporto intellettuale del professionista e dunque l’organizzazione sarà sempre un elemento di supporto al ruolo essenziale del

lavoratore autonomo.

47.31 Fonti normative

Art. 2195. Imprenditori soggetti a registrazione. Sono soggetti all’obbligo dell’iscrizione, nel registro delle imprese gli imprenditori che esercitano:

1) un’attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi;

2) un’attività intermediaria nella circolazione dei beni;

3) un’attività di trasporto per terra, per acqua o per aria;

4) un’attività bancaria o assicurativa;

5) altre attività ausiliarie delle precedenti.

Sono redditi d’impresa quelli che derivano dall’esercizio di imprese commerciali. Per esercizio di imprese commerciali si

Lezione 48 I redditi diversi

I redditi diversi sono una categoria “residuale” di reddito, in quanto in essa confluiscono tutte quelle tipologie di reddito non riconducibili alle

categorie ben definite di cui ci siamo occupati nelle precedenti lezioni. In altri termini, pur trattandosi di vere e proprie ipotesi reddituali, esse non

hanno le peculiari caratteristiche per renderli “inquadrabili” all’interno di una ben definita categoria reddituale. Nelle tre sessioni di studio che

seguono analizzeremo i vari tipi di redditi diversi quali le plusvalenze immobiliari, le plusvalenze da partecipazione e gli altri redditi da

ricomprendersi in tale categoria.

48.11 Le plusvalenze immobiliari

Tra i redditi diversi troviamo le plusvalenze per così dire “straordinarie”, nel senso che esse non derivano da un’attività di impresa, ma sono

realizzate in assenza di un intento speculativo preorganizzato. Sono considerate fiscalmente plusvalenze quelle realizzate attraverso la

lottizzazione di terreni o con l’esecuzione di opere per renderli edificabili e la conseguente vendita del terreno stesso o di parte o tutti gli edifici,

quelle realizzate dalla vendita di immobili acquistati da non più di cinque anni, con l’esclusione di quelli acquisiti per successione o destinati per

la maggior parte del tempo intercorrente tra l'acquisto e la vendita ad abitazione principale del contribuente o dei suoi familiari

48.21 Le plusvalenze derivanti dalle partecipazioni

Nei redditi diversi rientrano anche le plusvalenze che derivano dalla cessione di azioni, di partecipazioni sociali, di titoli obbligazionari e

comunque di strumenti finanziari. Questi tipi di plusvalenze vengono definiti guadagni di capitale (c.d. capital gains) e sono cosa ben diversa dai

frutti percepiti dal possesso dei titoli azionari o obbligazionari che come detto rientrano nei redditi di capitale

48.31 Altri redditi diversi

Nell’ambito della categoria residuale degli altri redditi diversi, ci sono i redditi derivanti dall’esercizio non abituale di attività commerciali e lavoro

autonomo. Infatti se tali attività vengono svolte con continuità danno origine rispettivamente ai redditi di impresa e di lavoro autonomo, quando

invece il loro svolgimento è occasionale il legislatore ha disposto di inquadrarli nei redditi diversi

Lezione 49 L’Imposta sul Reddito delle Società (IRES)

La tassazione dei redditi prodotti da soggetti diversi dalle persone fisiche ha da sempre sollevato perplessità; in particolare in relazione

all’obbligo di queste entità sociali di contribuire al pagamento delle spese pubbliche. La risposta è sempre stata data dalla circostanza che nel

momento in cui tali soggetti possono intrattenere rapporti di tipo patrimoniale, analogamente possono partecipare con una autonoma capacità

contributiva. Inoltre generalmente tali entità producono ricchezza che viene poi trasferita ai soggetti che ne fanno parte. Per le formazioni sociali

con scopo di lucro si pone invece il problema di scongiurare la doppia imposizione fiscale, dapprima in capo all’ente e successivamente nei

confronti dei partecipanti. Al fine di attenuare o eliminare questo fenomeno sono state avanzate diverse teorie: un metodo ipotizzato è quello di

equiparare il regime fiscale dei dividendi a quello degli interessi, considerando la partecipazione al reddito della società come una sorta di

rendita finanziaria; un secondo metodo è quello di operare la tassazione non in capo all’ente ma in capo ai partecipanti, con il palese rischio di

spostare ad un termine indefinito la tassazione nei casi di non distribuzione dell’utile; un ulteriore metodo ipotizzato è quello di esentare

totalmente i partecipanti, con il rischio di realizzare una discriminazione dettata dalla diversità delle aliquote cui sono soggette le società rispetto

a quelle progressive che colpiscono le persone fisiche.

49.11 I soggetti passivi e i requisiti

L’art. 73 del Testo unico suddivide i soggetti passivi dell’Ires in quattro categorie, in particolare: Le società di capitali, quali le società per azioni,

le società a responsabilità limitata, le società in accomandita per azioni e poi le società cooperative ed infine quelle di mutua assicurazione

residenti nel territorio dello Stato; La suddivisione esposta si raccorda ai fini della determinazione della base imponibile con le norme presenti nei

rispettivi capi . Dal 2006 accanto agli enti diversi dalle società sono stati inseriti i trust. Segnaliamo da ultimo che ai sensi dell’art. 74 non sono

soggetti all’Ires gli organi e le amministrazioni dello Stato

49.21 La determinazione dell'imposta

L’Ires è un’imposta che colpisce periodicamente i soggetti interessati, ma tuttavia il suo ciclo non necessariamente coincide con l’anno solare. Il

periodo d’imposta è determinato dalla legge o dall’atto costitutivo e solo in caso di indeterminazione o di determinazione in due o più anni esso è

rappresentato dall’esercizio solare.. Tuttavia anche nell’Ires esistono correlazioni tra un esercizio e l’altro, derivanti dal riporto delle perdite, dai

crediti e dagli acconti di imposta. L’Ires è un’imposta proporzionale, per essa infatti è prevista un’aliquota fissa nella misura del 27,50%.

Lezione 50 Il consolidato nazionale e mondiale 48

In particolare al titolo II del TUIR (artt. 117 ­ 129) è stato introdotto nell’ordinamento fiscale un nuovo sistema opzionale di tassazione per gruppi

di società che costituisce appunto il consolidato nazionale; è stata, altresì, prevista la possibilità di optare, in determinate condizioni, per la

tassazione di gruppo che comprende la totalità delle società controllate non residenti (consolidato mondiale ­ artt. 130 ­ 142). La legge delega

prevede la possibilità di scegliere il consolidamento delle posizioni fiscali relative a più società che fanno parte dello stesso gruppo introducendo,

così, nell’ordinamento italiano il riconoscimento del gruppo di imprese ai fini della determinazione dell’imposta sul reddito.

L’istituto del consolidato nazionale è un correttivo resosi necessario per l’eliminazione dei meccanismi di consolidamento degli imponibili

precedentemente utilizzati quali il credito di imposta sui dividendi e il regime di deducibilità fiscale delle svalutazioni di partecipazioni societarie.

In altre parole, non essendo più possibile compensare l’utile della partecipata con la perdita della partecipante (mediante l’utilizzo del credito di

imposta sui dividendi) e di conferire rilevanza fiscale alle perdite della partecipata (tramite svalutazione) al fine di ridurre o anche azzerare

l’imponibile della partecipante, si è provveduto ad introdurre il sistema facoltativo della tassazione di gruppo. Si rileva che il consolidato mondiale

non consente una compensazione integrale dei redditi delle società partecipanti come avviene per il consolidato nazionale.

50.11 Presupposti e determinazione dell’imponibile per il consolidato nazionale

Il consolidato nazionale, come detto, permette, a seguito di opzione facoltativa esercitata dalle singole società che vi partecipano, di avere

un’unica base imponibile per la controllante data dalla somma algebrica degli imponibili delle società partecipanti.. Si precisa che le società non

residenti controllanti possono optare per il consolidato alle seguenti condizioni:

1) residenza in paesi con i quali è in vigore una convenzione contro la doppia imposizione;

2) esercizio nel territorio dello Stato di attività di impresa con stabile organizzazione nel cui patrimonio sia compresa la partecipazione in

ciascuna società controllata inclusa nel consolidato (art. 117, comma 2 TUIR).

Tra le società che esercitano la citata opzione deve sussistere, sin dall’inizio dell’esercizio, il rapporto di controllo di cui all’art. 2359, comma 1, n.

1 c.c. ossia una società deve disporre della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria dell’altra società

50.21 Disciplina del consolidato mondiale

Secondo quanto previsto dall’art. 130 TUIR per esercitare l’opzione del consolidato mondiale occorre che la consolidante sia una società per

azioni, oppure una società in accomandata per azioni, una società a responsabilità limitata, una società cooperativa o di mutua assicurazione,

un ente commerciale residente. La società deve essere quotata in borsa oppure controllata ai sensi dell’art. 2359, comma 1, n. 1 c.c. dallo Stato,

da un ente pubblico, da persone fisiche residenti che non siano a loro volta soggetti controllanti di altra società o ente commerciale residente o

non residente. Mentre il consolidato nazionale determina la tassazione unitaria di più società residenti, ossia di più soggetti passivi di imposta, il

consolidato mondiale invece comporta la tassazione della sola controllante residente e si realizza, in pratica, in una modalità di tassazione dei

redditi delle controllate estere imputabili alla controllante residente. In sostanza con la scelta del consolidato mondiale si determina l’imputazione

proporzionale alla controllante dei redditi e delle perdite di tutte le controllate (“all in, all out”) per un periodo non inferiore a cinque esercizi con

di Economia

rinnovi per almeno altri tre esercizi; l’opzione è irrevocabile ed è esercitata dalla consolidante

50.31 Il regime di trasparenza e i regimi speciali

Il regime della trasparenza fiscale nasce al fine di evitare la doppia tassazione dapprima in capo alla società e poi in capo ai soci. Esso è

applicabile alle società di capitale che hanno come soci altre società di capitali ed alle piccole società di capitali. Il reddito è imputato quindi ai

soci, pertanto la società non è soggetta ad Ires, allo stesso modo le eventuali perdite possono essere utilizzate per compensare i redditi del

socio

Lezione 51 Regime impositivo degli enti commerciali

Il settore del “non profit” è costituito da una gamma piuttosto ampia di attività che vengono svolte da soggetti collettivi (società, associazioni,

ecc.) con finalità diverse dalla produzione dei profitti proprie dell’impresa. Dal punto di vista fiscale sono previsti per gli enti non commerciali, che

è una categoria nella quale sono ricompresi anche gli enti associativi, ed in particolare per le Onlus, che operano per obiettivi ritenuti

socialmente meritevoli, agevolazioni in relazione al fatto che svolgono attività che altrimenti sarebbero demandate alla Pubblica

Amministrazione. Gli enti non commerciali residenti sono soggetti all’Ires e non all’Irpef nonostante la legge delega 80/2003 ne avesse previsto

l’inclusione tra i soggetti passivi della seconda e sono individuati in base all’attività non commerciale esercitata secondo l’accezione fiscale e

non civilistica del termine. Per quanto invece attiene agli enti non commerciali residenti il reddito complessivo, ex art . 143 TUIR, è formato dai:

1) redditi fondiari (fabbricati e terreni);

2) redditi di capitale (rendite finanziarie, partecipazioni, ecc.);

3) redditi di impresa (produzione di beni servizi, commercio, intermediazione, ecc.);

4) redditi diversi (categoria residuale che comprende le plusvalenze, le vincite, gli obblighi di fare e non fare, ecc.).

Tali redditi sono considerati indipendentemente dal luogo di produzione e dalla destinazione con esclusione di quelli esenti da imposta o di quelli

sottoposti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o di imposta sostitutiva. Non rientrano nella formazione del reddito i fondi pervenuti a seguito di

raccolte pubbliche.

50.11 Il reddito degli enti non commerciali

Tali fondi non concorrono alla formazione del reddito imponibile per il calcolo delle imposte dirette, sono anche esclusi dall’Iva ed esenti da ogni

tributo, ma devono ricorrere le seguenti condizioni per le raccolte pubbliche:

a) siano rivolte ad un massa indistinta di soggetti;

b) siano occasionali;

c) siano svolte in occasione di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione;

d) i servizi prestati o i beni ceduti siano di modico valore;

e) venga redatto un apposito e separato rendiconto, entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio. 49

Sono anche esclusi i contributi corrisposti agli enti commerciali di amministrazioni pubbliche per lo svolgimento di attività sanitaria o

assistenziale aventi finalità sociale ai sensi della legge che riordina la sanitaria. Per gli enti non commerciali è previsto sia il regime ordinario che

quello speciale. Non vengono considerate commerciali quelle attività che non rientrano nell’esercizio di impresa, che sono rese in conformità alle

attività istituzionali dell’ente, dove non c’è una specifica organizzazione e i corrispettivi non eccedono i costi di diretta imputazione.

.

51.21 Il reddito delle società e degli enti non residenti

A tali redditi devono aggiungersi:

a) gli utili distribuiti da società di capitali ed enti pubblici e privati residenti nel territorio dello Stato che hanno per oggetto esclusivo o principale

l’esercizio di attività commerciale;

b) le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di partecipazione in società residenti di cui all’art. 23, comma 1 lett. F) del TUIR.

Dall’esame degli artt. 151 e 153 TUIR risultano ampliate le situazioni che assumono rilevo per l’ordinamento italiano.

Infatti assumono rilievo le plusvalenze e le minusvalenze che derivano da beni relativi ad attività commerciali svolte nel territorio dello Stato

anche senza stabili organizzazioni e quindi in deroga a quanto previsto dall’art. 23 TUIR; è necessario, però, che il soggetto estero svolga già

51.31 Le Onlus

attività commerciale nell’ambito di una stabile organizzazione.

E‘ necessario che lo svolgimento esclusivo di una o più delle attività elencate sia dettato da finalità solidaristiche che consistono nel beneficiare

persone in situazioni di svantaggio fisico, psichico, economico, sociale o familiare oppure componenti di collettività estere limitatamente agli aiuti

umanitari. Per impedire un uso strumentale dell’organizzazione, lo statuto deve prevedere il divieto di distribuire degli utili sia direttamente che

indirettamente al fine di salvaguardare l’integrità del patrimonio dell’organizzazione che deve essere utilizzato per il perseguimento di fini

solidaristici. Come accennato le Onlus godono di un particolare regime di tassazione sia per le imposte dirette che per quelle indirette.

Relativamente alle imposte indirette, l’art. 150 TUIR stabilisce che per le Onlus non costituiscono esercizio di attività commerciale lo svolgimento

delle attività istituzionali volte al perseguimento di esclusive finalità di solidarietà sociale. Non sono imponibili i proventi che derivano dallo

svolgimento di attività connesse a quelle istituzionali. Questi proventi, benché non concorrano alla formazione del reddito, derivano da attività

che sono considerate commerciali ad ogni effetto e comportano, quindi, l’obbligo di tenere le scritture contabili previste dalle norme fiscali per gli

esercenti attività commerciali. Non concorrono alla formazione del reddito di impresa le attività proprie dell’ente, che sono indicate nello statuto o

nell’atto costitutivo, nonché le attività ad esse direttamente connesse. Per dette attività non sussiste l’obbligo della dichiarazione dei redditi.

Lezione 52 Le operazioni straordinarie

Passeremo ora ad esaminare talune operazioni di tipo straordinario che possono riguardare o beni o soggetti . Tali operazioni sono regolate nel

Testo unico dall’art.170 e seguenti per le nazionali e 178 e seguenti per le internazionali . Tali operazioni possono dunque riguardare le cessioni

e/o conferimenti di aziende o rami d’aziende , le cessioni di partecipazioni sociali rilevanti ,fino alle trasformazioni , fusioni e scissioni . Dal punto

di vista fiscale tali operazioni possono essere ricondotte essenzialmente a due categorie , quelle che si occupano di eventi che trasformano

cespiti in moneta e quelle che realizzano la conversione di cespiti in altri cespiti . E’di tutta evidenza che nell’ipotesi in cui vi sia la conversione in

moneta di beni e quindi il verificarsi di plusvalenze e minusvalenze il legislatore fiscale non può che intervenire soprattutto in ragione degli effetti

che tali operazioni generano nel patrimonio del cedente . Nel secondo caso c’è una tendenza alla neutralità delle o per azioni menzionate in

ragione del fatto che l’assenza della monetizzazione può consentire di lasciare per così dire in erti le eventuali plusvalenze o minusvalenze .

Vedremo comunque in seguito che anche in assenza di un’immediata monetizzazione il verificarsi di plusvalenze o minusvalenze a seguito di

talune operazioni comporta un obbligato impatto sull’imponibile.

52.11 Cessione e conferimento di azienda, scambio di partecipazioni

La cessione di un’azienda o di una partecipazione sociale ,se comporta il realizzo di una plusvalenza ha come conseguenza la naturale

tassazione ,come tutte le plusvalenze d’impresa. Tuttavia se i beni ceduti sono stati posseduti da almeno tre anni ,è concesso in luogo della

tassazione immediata , la tassazione frazionata nell’esercizio in cui è conseguita e nei quattro successivi. Il trasferimento d’azienda per causa di

morte o a titolo gratuito non comporta la tassazione delle plusvalenze dell’azienda che però deve essere assunta dagli eredi o donatari allo

stesso valore del decuius o cedente . La successiva vendita da parte degli eredi o dei donatari comporta la tassazione della plusvalenza come

reddito diverso(art.67c.1lett.hbis).E’ in oltre tassabile come reddito diverso la cessione dell’unica azienda da parte dell’imprenditore individuale

se in precedenza data in affitto senza rientrarne in possesso .La cessione dell’azienda fra società del medesimo gruppo può applicarsi la norma

che consente il trasferimento in fra gruppo senza tassazione di plusvalenze che non generano ricavi . Ai fini della determinazione delle

plusvalenze d’impresa , il conferimento di azienda è equiparato alla cessione .

52.21 Trasformazioni e fusioni

Nell’ambito delle operazioni di ristrutturazione societaria le trasformazioni riguardano quelle ipotesi in cui pur mutando la forma sociale di una

società permane il medesimo soggetto . Riveste importanza l’ipotesi in cui da società di persone si passa a società di capitali per l’evidente

cambio di tassazione da realizzare , in tal caso il periodo di imposta si divide in due tronconi , prima e dopo l’operazione . Analogamente andrà

predisposto un conto economico per ciascun periodo ,così come dovrà essere presentata una denuncia dei redditi per ciascun periodo . Per le

riserve il legislatore ha previsto che se costituite prima della trasformazione mantengono il regime fiscale originario . Per tanto in caso di

passaggio da società di persone a società di capitali ,andrà predisposto un conto economico per il periodo che va dall’inizio dell’esercizio al

realizzarsi della trasformazione , con relativa denuncia dei redditi da presentarsi entro sette mesi dalla trasformazione , i redditi maturati in tale

50

periodo andranno imputati ai soci a prescindere dalla distribuzione e le eventuali riserve di utili già tassate in capo ai soci non dovranno essere

più tassate dalla trasformata società di capitali all’atto della distribuzione.

52.31La scissione e la liquidazione

Nella scissione accade sostanzialmente l’inverso della fusione . Ciò può avvenire sia in maniera totale che parziale e quindi la totalità o una

parte del patrimonio di una società viene trasferito a due o più società preesistenti o di nuova costituzione . Essa è una operazione fiscalmente

neutra , la sostituzione delle partecipazioni sociali non costituisce né realizzo né distribuzione di plusvalenze o minusvalenze, né tantomeno

conseguimento di ricavi . Anche in questo caso possono manifestarsi avanzi o disavanzi in ragione della differenza tra l’aumento di capitale della

società beneficiaria ed il valore netto contabile dei beni provenienti dalla società scissa. Passando alla liquidazione occorre preliminarmente dire

che è necessario separare il periodo ante liquidazione rispetto a quello in cui essa si realizza

Facoltà di Economia

lezione 53 I soggetti non operativi

Facoltà di Economia

Si premette che le espressioni società non operative e società di comodo sono talora utilizzate come sinonimi ma, in realtà, sono attinenti a

fattispecie diverse; le società non operative si riferiscono a quelle situazioni di esclusivo godimento di beni, mentre propriamente le società di

comodo sono relative all’ipotesi di interposizione soggettiva. I soggetti non operativi sono tenuti ad osservare gli obblighi contabili e a rispettare

gli adempimenti di natura dichiarativa. Nell’operazione di predeterminazione dell’entità del reddito rilevante ai fini fiscali si tiene conto di beni

quali le azioni, gli immobili, gli strumenti finanziari, ecc. che vengono considerati per loro natura idonei a produrre ricchezza a prescindere da

qualsiasi valutazione sulle capacità imprenditoriali. Si prescinde, pertanto, da ogni criterio di determinazione analitica del reddito preferendo

procedere alla determinazione del reddito in relazione all’esistenza di taluni beni. Si ritiene che i beni individuati producano reddito secondo una

misura predeterminata con l’eccezione dovuta a particolari situazioni oggettivamente in grado di impedire o limitare la produzione di reddito. E’

evidente che la disciplina normativa desta diverse perplessità sotto il profilo costituzionale con particolare riferimento all’art. 53 Cost.

Facoltà di Economia

53.11 Disciplina

Le società per azioni, a responsabilità limitata, in nome collettivo e in accomandita semplice, nonché le società e gli enti di ogni tipo non

residenti che abbiano una stabile organizzazione nel territorio dello Stato si considerano non operativi quando l’ammontare complessivo dei

ricavi, degli incrementi delle rimanenze e dei proventi, esclusi quelli straordinari, risultanti dal conto economico se previsto, è inferiore alla

somma degli importi che risultano applicando i seguenti coefficienti:

1) Il 2% sul valore dei beni

2) Il 6% sul valore delle immobilizzazioni costituite da beni immobili e da quelli indicati

Le disposizioni sulle società non operative non si applicano:

1) ai soggetti cui per la particolare attività svolta è imposto l’obbligo di costituirsi sotto forma di società di capitali;

2) ai soggetti che si trovano nel primo periodo di imposta;

3) alle società in amministrazione controllata o straordinaria;

4) alle società ed enti che controllano società ed enti i cui titoli sono negoziati in mercati regolamentati italiani ed esteri nonché alle stesse

società quotate;

5) alle società esercenti pubblici servizi di trasporto;

6) alle società con un numero di soci non inferiori a 50;

7) alle società che nei due esercizi precedenti hanno avuto un numero di dipendenti mai inferiore a 10 unità;

8) alle società in stato di fallimento, liquidazione giudiziaria, liquidazione coatta amministrativa e concordato preventivo;

9) alle società che hanno un ammontare complessivo del valore della produzione superiore al totale attivo dello stato patrimoniale;

10) alle società partecipate da enti pubblici nella misura del 20% del capitale sociale;

11) alle società che risultano congrue e coerenti ai fini degli studi di settore.

53.21 La disciplina della legge finanziaria 2007 e del D.L. 138/2011

L’art. 1, commi 109 – 118, della legge 27/12/2006 n. 296 (legge finanziaria 2007) ha apportato alcune significative novità legislative nella

disciplina delle società di comodo. TRA LE SOCIETÀ A CUI NON SI APPLICA LA DISCIPLINA DELLE SOCIETÀ DI COMODO SONO STATE

RICOMPRESE ANCHE LE SOCIETÀ ED ENTI CHE CONTROLLANO SOCIETÀ ED ENTI QUOTATI. CON IL D.L. 138/2011 È STATO

AMPLIATO IL CAMPO DI APPLICAZIONE DELLA DISCIPLINA PREVISTA PER I SOGGETTI NON OPERATIVI ALLE SOCIETÀ E AGLI ENTI

CHE ABBIANO PRESENTATO DICHIARAZIONI DEI REDDITI IN PERDITA PER TRE PERIODI DI IMPOSTA CONSECUTIVI. LA

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66

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Crikia95

PUBBLICATO

9 mesi fa


DESCRIZIONE APPUNTO

CONTENUTI:
A) caratteristiche e strumenti dell’intervento pubblico;
B) l’economia del benessere;
C) le entrate pubbliche;
D) le spese pubbliche;
E) il bilancio dello Stato;
F) i servizi sociali: il sistema sanitario, il sistema pensionistico, l’assistenza, gli ammortizzatori sociali e l’istruzione;
G) le principali imposte dirette del sistema tributario italiano: Irpef, Ires, ecc.
H) l’Iva e le altre imposte indirette;
I) i tributi locali.


DETTAGLI
Corso di laurea: corso di Laurea in Economia e Commercio
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Crikia95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ecampus - Uniecampus o del prof Mattia Giuseppe.

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