Concetti introduttivi
Cosa è la scienza
La scienza politica è una sottocategoria delle scienze politiche. La sua disciplina sono i fenomeni politici con il suo preciso metodo scientifico con lo scopo di spiegare le cause dei fenomeni avvenuti. Quindi ha un obiettivo soprattutto esplicativo e solo in parte descrittivo (in questo si differenzia dalla storia); inoltre non ha scopo di migliorare la struttura politica, trovando l'opzione politica migliore, ma solo di analizzare il funzionamento del fenomeno sociale esistente (in questo si differenzia dalla filosofia politica).
Il metodo principale
Lo strumento principale della scienza politica è la comparazione che fa capire differenze e somiglianze. Si procede, inoltre, attraverso un sistema di ipotesi scientifica (verificate o meno). Nell'ipotesi si procede attraverso variabili indipendenti e dipendenti, dove le prime approvano le seconde.
A cosa serve la scienza politica?
Serve in parte a spiegare i fenomeni, ma può essere utile a fare previsioni qualora sia particolarmente precisa. Inoltre essa può anche riuscire ad intervenire nella società per modificare le istituzioni esistenti e renderle più efficaci.
Dimensioni e definizioni della politica
Possiamo individuare tre dimensioni della politica: politics, policies e policy.
- Politics: competere per acquisire il potere di prendere decisioni pubbliche imperative (collettivamente vincolanti).
- Policies: contribuire, attraverso decisioni delle istituzioni pubbliche, a risolvere problemi collettivi.
- Policy: le decisioni, i provvedimenti presi all'interno del sistema.
Esistono tre definizioni classiche della politica, date da Aristotele, Tommaso d'Aquino e Macchiavelli. E tre moderne, date da Weber, Easton e Sartori.
- Max Weber (1900): aspirazione a partecipare al potere sia tra gli Stati sia, all’interno di uno Stato.
- David Easton (1950): allocazione imperativa di valori alla società.
- Giovanni Sartori (1950): la sfera delle decisioni collettivizzate è sovrana, coercitivamente sanzionabili e senza uscita.
Lo Stato nazionale
Storicamente, la politica si organizza territorialmente a partire dalle città stato greche (piccole realtà locali), fino ai grandi imperi multinazionali, ai Ducati e repubbliche, ed infine si è arrivati allo Stato Nazionale (prima era del tutto sconosciuto). Oggi lo Stato Nazionale è una delle principali forme di organizzazione.
Weber ha definito delle caratteristiche dello stato moderno: è monopolista del controllo della violenza; definisce e difende i confini (è necessario un territorio ed un confine nazionale per avere uno stato); la neutralizzazione dei contropoteri; lo state building vs il national building ossia la costituzione della nazione, dell'apparato culturale vs la costituzione organizzativa (quel c'è riguarda l'essere italiano vs la burocrazia italiana). I due processi spesso sono andati di pari passo, ne è esempio perfetto il Regno Unito, al contrario del più complesso caso Italiano, dove se pur sentendosi italiani era assente lo stato nazionale.
Democrazia vs non-democrazia
Il sistema politico nazionale è un sistema più complesso rispetto a quello di stato nazionale contemporaneo di cui abbiamo parlato.
La democrazia è vista principalmente in due modi: procedurale e sostanziale. La prima è intesa come un insieme di regole; la seconda vede la democrazia come un regime che permette di arrivare alla definizione di un bene comune collettivo.
Schumpeter le definisce come:
- Procedurale (definizione classica): «insieme di accorgimenti costituzionali per giungere a decisioni politiche, che realizza il bene comune permettendo allo stesso popolo di decidere attraverso l’elezione di singoli individui tenuti a riunirsi per esprimere la sua volontà».
- Sostanziale (nuova definizione): «Il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare».
Bobbio le definisce in modo simile:
- «L’unico modo di intendersi quando si parla di democrazia, in quanto contrapposta a tutte le forme di governo autocratico, è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole (primarie o fondamentali) che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure».
La visione sostanziale è sempre stata criticata maggiormente. Dahl ritiene che sia ingannevole e nasconda una dittatura: non è possibile definire con certezza un bene comune per tutti un assoluto, dunque è definito per conto nostro, in modo dittatoriale (esempio classico è quello dell'ayatollah in Iran).
La democrazia ideale secondo Dahl garantisce uguaglianza intrinseca dei cittadini, tutti i cittadini sono uguali e tutti gli interessi dei cittadini sono trattati in modo uguale. Se i cittadini non sono visti come perfettamente politicamente eguali, Dahl non vede l'ideale raggiunto e definisce la forma di stato come poliarchia.
Le garanzie istituzionali sono:
- Diritto di voto
- Possibilità di essere eletti (elettorato passivo)
- Elezioni ricorrenti, libere e corrette
- Libertà di associazione
- Libertà di espressione
- Pluralismo delle fonti di informazione
Quattro capisaldi liberal-democratici
- Pluralismo politico di competizione
- Elezioni libere ed eque
- Possibilità di dissenso
- Check and balances sul potere
Liberali vs elettorali
Altra distinzione si può fare tra quelle democrazie liberali opposte a quelle elettorali. Mentre le democrazie liberali garantiscono competizione politica così come la libertà ed i diritti dei cittadini, quelle elettorali garantiscono solo la parte elettiva del governo: le elezioni sono a suffragio universale (nonostante le regole siano spesso cambiate per garantire il governo in carica), ma la libertà di associazione dei cittadini così come il dissenso sono limitate.
Il percorso influisce sulla stabilità
Dahl individua alcuni processi che possono portare alla democrazia:
I caso. (UK) Si tratta di piccoli gruppi egemonici chiusi, ossia non in competizione o controllo tra di loro. Queste passano innanzitutto attraverso una fase di liberalizzazione del potere, aprendosi alla competizione partitica, facendole diventare oligarchie competitive, per poi diventare Poliarchie (democrazie di massa) in seguito ad un percorso di democratizzazione ossia l'allargamento del suffragio e della partecipazione elettorale.
II caso. Si tratta del caso in cui le egemonie chiuse passino prima attraverso un processo di allargamento di suffragio, diventando egemonie includenti per poi includere competizione partitica e diventare democrazie.
III caso. Si tratta di un percorso diretto, dove liberalizzazione ed inclusione sono contemporanee, il che fa sì che da egemonie chiuse si passi direttamente ad una democrazia.
Tre ondate di democratizzazione
Huntington, un politologo americano, individua tre "ondate" di democratizzazione dove i paesi diventano democratici e due "riflussi" dove si torna alla non-democrazia.
La prima ondata (modernizzazione economica) va dal 1828 al 1926, coinvolgendo: Regno Unito, Stati Uniti, Italia, Spagna, Francia, Austria, Canada, Irlanda etc. È spinta in grosso modo dalla borghesia come classe sociale che pretende rappresentanza ed espressione.
Il primo riflusso, va dal 1922 al 1942, coinvolgendo Italia, Francia, Spagna, Austria, Belgio, etc.
La seconda ondata (fattori internazionali) va dal 1943 al 1962, coinvolgendo: Italia, Francia, Spagna, Germania, Brasile, Argentina, Nigeria, Ghana etc. È legata a fattori internazionali, in grosso modo dall'influenza degli Stati Uniti in Europa ed in Giappone che vengono inondati di natura democratica.
Il secondo riflusso, va dal 1958 al 1975, coinvolgendo: Brasile, Argentina, Nigeria, Ghana, etc. Si rientra dal dopoguerra, in pieno alla crisi, riportando un'ondata di non-democratizzazione.
La terza ondata (varie ragioni), dal 1974 al 1993, comprende: Portogallo, Grecia, Spagna Brasile, Argentina, Europa Orientale, Sud Africa etc. Le ragioni motivanti di questa ondata sono almeno cinque: la crescita economica che cambia l'equilibrio interno; la crisi di legittimazione, i sistemi autoritari perdono ricchezza; sul piano europeo la nascita della Comunità Europea (esempio di funzionamento comunitario); sul piano globale la crescita di comunicazione (radio, TV, cinema), tutte cose fiorenti dall'altra parte della Cortina di Ferro. La prossima fase è incerta, sta accadendo ora.
Regimi non democratici
Distinzioni principali:
- Regimi militari e regimi civili.
- Regimi autoritari, regimi totalitari e regimi sultanistici.
Regimi civili: a partito unico e dittature personali (a volte evoluzione dal primo al secondo).
Regimi autoritari: il pluralismo è limitato, domina un leader, un partito unico, ma vi è competizione limitata. Non vi sono valori di sottofondo, ma solo delle idee legate tra loro in modo vago, si tratta di una mentalità non un’ideologia (Italia "Dio, patria, famiglia"). Vi è bassa mobilitazione, dissuasione dalla partecipazione e limitazione del dissenso. I limiti al potere sono vaghi e pochi, ma prevedibili.
Regimi totalitari: vi è totale assenza di pluralismo, nessun grado di autonomia è consentito. Vi è un’ideologia ben strutturata che deve permeare la società, temi di pensiero ed interpretazione della realtà. Vi è alta mobilitazione, resa possibile da organizzazioni collaterali. I limiti al potere sono estremi e completamente imprevedibili.
Regimi sultanistici: sono a metà strada tra totalitari e autoritari, ma è molto difficile distinguerli dagli altri. Vi è, ancora una volta, assenza di pluralismo. Manipolazione arbitraria di tradizioni e simboli identitari (glorificazione del sultano). La mobilitazione è assente, non c'è chiamata alle armi costante da parte del popolo. Infine i limiti al potere sono poco definiti ed imprevedibili.
Regimi ibridi (pseudo-democrazie)
Per quanto riguarda le pseudo-democrazie, si tratta di casi di transizione, stati politici sono difficili da etichettare. Sono regimi ibridi le:
- Democrazie protette (Cile anni '90): hanno elezioni solo parzialmente libere, non tutti i poteri sono limitati, potenze esterne possono indirizzare le elezioni.
- Democrazie elettorali (Russia attuale): le elezioni sono formalmente corrette, ma non sono garantiti diritti e libertà civili e politiche a pieno.
Transizioni democratiche
Le caratteristiche della transizione e del consolidamento democratico dipendono fortemente dal regime esistente. I regimi autoritari hanno maggiori prospettive di consolidamento rispetto ai regimi totalitari e sultanistici, in quanto seppur in modo limitato sono presenti limiti e pluralismo. I regimi militari sono più facilmente sostituibili delle dittature civili, è forse il regime più facile da muovere verso la democrazia.
Quattro fattori che spiegano perché i regimi militari sono più facili da democratizzare:
- Spesso i militari arrivano al potere con motivazioni contingenti, dopo una crisi, dopo un momento di necessità.
- L'esercito è necessario a qualsiasi parte di regime in momenti di democrazia così come nei momenti di non-democrazia, quindi sono già interni alla burocrazia statale e sono facilmente riassimilabili.
- Accettano e spesso gli è garantito il principio di "forgive and forget", l'essere disposti a non punire e dimenticare a patto che tornino alle caserme e non eccedano più del loro potere.
- Infine le prerogative e gerarchie interne all'esercito non vengono alterate durante il passaggio dalla democrazia alla non-democrazia e viceversa.
Cosa vuol dire partecipare? (regimi democratici)
La partecipazione avviene quanto ci si sente parte di un sistema democratico, si tratta del processo che cerca di influenzare il modo in cui le cariche pubbliche vengono distribuite. La partecipazione può essere individuale o collettiva (votare vs scioperare). L'azione può essere convenzionale o non convenzionale: è convenzionale quando rispetta determinati criteri (votare), non convenzionale mira a sovvertire le modalità di comportamento accettate, a rompere la routine (protesta che non rispetta criteri fissati dalle convenzioni).
L'intento dell'atto è altrettanto importante, si cerca di cambiare o di conservare la situazione/il sistema che si sta cercando di influenzare.
Il paradosso di Olson
Olson è uno studioso di partecipazione politica statunitense. Secondo lui, se non fossimo chiamati a farlo, non parteciperemmo, il caso dei free riders (un esempio è l'esempio dell'autobus, il non fare il biglietto perché tanto si sa che qualcun altro farà il biglietto e permetterà al bus di partire) sapere che il bene comune e l'obiettivo desiderato coincidono quindi verrà raggiunto comunque anche senza la nostra partecipazione. Per questo servono degli incentivi selettivi alla partecipazione (il controllore sul bus).
La critica maggiore al caso di Olsen è che gli individui non sono perfettamente razionali, ossia coloro che agirebbero come da lui descritto, ma altri fattori contribuiscono alla partecipazione o non partecipazione: incentivi alla partecipazione sono centralità sociale, le risorse individuali, sapere come funziona la politica o il sistema statale. Socializzazione (alcune regioni votano più di altre), si parla di diffusione di determinati valori che ci orientano alla partecipazione in alcuni obiettivi. Senso civico diffuso. Opportunità istituzionali che stimolino alla partecipazione, (vi è dibattito su quale sia il sistema elettorale che stimoli maggiormente) uno degli stimoli statunitensi spesso è considerato l'iscrizione al voto. Il senso di appartenenza di un gruppo sociale così come politico, fa considerare dei benefici collettivi. Infine vi è il fattore della mobilitazione organizzativa che incentiva la popolazione, risorse individuali.
Il sistema politico di Easton
Tre attori collettivi
I maggiori attori che cercano di influenzare la competizione politica sono gruppi di pressione, movimenti e partiti. Essi si differenziano per finalità, modalità organizzative e logiche di azione.
I gruppi di pressione, ossia associazioni che promuovono la partecipazione (sindacati, lobby), agiscono attraverso influenza indiretta sul processo decisionale, ossia cercano di intervenire influenzando chi prende le decisioni. Sono caratterizzati da un interesse ben definito, ed un'organizzazione formalmente definita.
I movimenti, allo stesso modo, applicano influenza indiretta per mettere in evidenza temi meno prevalenti o più sottovalutati. Al contrario dei gruppi, non hanno un'organizzazione formale, ma si tratta di un processo più continuo e spontaneo.
I partiti, hanno influenza diretta, sono loro a prendere le decisioni, hanno un'organizzazione formalizzata, spesso nascono come movimenti e poi diventano partito.
Organizzazione partitica
Cosa è un "partito"
La definizione minima di partito è: un'organizzazione che si presenta continuativamente con un proprio simbolo alle elezioni per cariche pubbliche ottenendo seggi. Gli obiettivi dei partiti sono il vote seeking e office seeking, ossia cercano di ottenere...
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