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Teologia politica

Definizione della sovranità

Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione; con stato di eccezione va inteso un concetto generale della dottrina dello Stato. Lo schema astratto che è stato proposto come definizione della sovranità (sovranità è il potere supremo e non derivato) può essere mantenuto oppure no, senza che ne derivi una grossa differenza di ordine pratico o teorico. Non si può affermare con chiarezza incontrovertibile quanto sussista un caso d’emergenza, né si può descrivere dal punto di vista del contenuto che cosa possa accadere quando realmente si tratta del caso estremo di emergenza e del suo superamento.

Il sovrano decide tanto sul fatto se sussista il caso estremo di emergenza, quanto sul fatto di che cosa si debba fare per superarlo. Egli sta al di fuori dell’ordinamento giuridico normalmente vigente e tuttavia appartiene ad esso poiché a lui tocca la competenza di decidere se la costituzione in toto possa essere sospesa.

Tuttavia, nella realtà l’ordine e la sicurezza pubblica si presentano in modo molto diverso a seconda che sia una burocrazia militare, un’amministrazione autonoma dominata dallo spirito commerciale-borghese o un’organizzazione radicale di partito a decidere quando questo ordine e sicurezza è salvaguardato e quando esso viene minacciato o distrutto: la questione è sempre orientata al soggetto della sovranità, si tratta cioè sempre di un’applicazione del concetto ad una situazione di fatto concreta.

Se fosse possibile stabilire le competenze che vengono attribuite per il caso d’eccezione, il problema riguardante la sovranità compirebbe un grosso passo indietro: una giurisprudenza orientata alle questioni della vita di ogni giorno e degli affari ordinari non ha alcun interesse al concetto di sovranità. Per essa è normale solo ciò che è conoscibile e tutto il resto è “disordine”; di fronte al caso estremo essa rimane senza parole.

Lo stato d’eccezione è qualcosa di diverso dall’anarchia o dal caos, dal punto di vista giuridico esiste ancora in esso un ordinamento, anche se non si tratta più di un ordinamento giuridico. La decisione si rende libera da ogni vincolo normativo e diventa assoluta in senso proprio. Nel caso d’eccezione, lo stato sospende il diritto, in virtù, di un diritto di autoconservazione. Tuttavia, anche il caso d’eccezione resta accessibile alla conoscenza giuridica, poiché entrambi gli elementi, la norma come la decisione, permangono nell’ambito del dato giuridico.

Ogni norma generale richiede una strutturazione normale dei rapporti di vita, ha bisogno di una situazione media omogenea. Non esiste nessuna norma che sia applicabile al caos. Prima deve essere stabilito l’ordine: solo allora ha un senso l’ordinamento giuridico. Bisogna creare una situazione normale, e sovrano è colui che decide in modo definitivo se questo stato di normalità regna davvero. Il caso d’eccezione rende, poi, palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue dalla norma giuridica, e l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto.

Il problema della sovranità come problema della forma giuridica e della decisione

Le teorie e i concetti di diritto pubblico si trasformano sotto la spinta di avvenimenti e di mutamenti politici: dalla medesima situazione politica di fatto possono derivare differenti tendenze e correnti scientifiche. Di tutti i concetti giuridici, quello della sovranità è il più soggetto all’influsso di interessi attuali. Si è soliti far cominciare la sua storia con Bodin, il quale ritiene che la sovranità è il potere supremo, giuridicamente indipendente e non derivato. Una definizione del genere non è l’espressione diretta di una realtà, essa è dotata di significati infinitamente molteplici e può essere perciò o straordinariamente utile o del tutto inutile, nella prassi concreta, a seconda della situazione. Nella realtà politica non esiste un potere supremo, la forza non prova nulla per il diritto.

Da qui sorgono tutte le difficoltà, e allora si tratta di trovare una definizione che descriva questo concetto fondamentale della giurisprudenza non con predicati generali e tautologici, bensì attraverso la precisazione di ciò che è giuridicamente essenziale.

La trattazione più approfondita del concetto di sovranità compiuta negli ultimi anni cerca invece una soluzione più semplice, introducendo una disgiunzione tra sociologia e giurisprudenza: Kelsen ha seguito questa via e giunge al risultato, per nulla convincente, che lo Stato debba essere qualcosa di puramente giuridico, non una realtà qualsiasi, bensì nient’altro che l’ordinamento giuridico stesso.

La competenza più elevata non pertiene ad una persona o a un complesso di potere psicologico-sociologico, bensì soltanto allo stesso ordinamento sovrano, nell’unità del sistema di norme. Per la considerazione giuridica non vi sono persone né reali né finte, ma solo punti di riferimento. Kelsen risolve il problema del concetto di sovranità semplicemente negandolo.

Per M. Weber, invece, la forma giuridica dall’idea di diritto e dalla necessità di applicare un principio giuridico ad una concreta situazione di fatto, è cioè dominata dal problema della realizzazione del diritto in senso ampio. Poiché l’idea di diritto non può realizzarsi da sé, essa ha bisogno per potersi affermare nella realtà di una particolare conformazione. Secondo Kelsen, la concezione del diritto personale al comando è l’errore peculiare della dottrina della sovranità statale.

Dal punto di vista del contenuto della norma che sta a fondamento ogni momento decisionale costitutivo specifico è qualcosa di nuovo e di esterno. In senso normativo, la decisione è nata da un nulla. La forza giuridica della decisione è qualcosa di diverso dal risultato del suo fondamento. Essa non si spiega con l’aiuto di una norma, ma viceversa è solo grazie ad un punto di riferimento che si stabilisce che cosa sia una norma e che cosa sia la correttezza normativa.

Il problema della forma giuridica consiste nel contrasto fra soggetto e contenuto della decisione e nel significato autonomo del soggetto. La forma giuridica non ha la vuotezza aprioristica della forma trascendente, poiché essa nasce proprio dalla concretezza giuridica.

Teologia politica

Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. La più interessante esposizione politica delle analogie di questo tipo si trova nei filosofi dello Stato cattolici della controrivoluzione: in Bonald, De Maistre e Cortés. L’espressione filosofica più chiara su quell’analogia si trova però in Leibniz, il quale rinnega il paragone della giurisprudenza con la matematica e la medicina per sottolineare la parentela sistematica con la teologia: entrambe hanno un “duplex principium”, la “ratio” e la “scriptura”, cioè un libro contenente rivelazioni e comandamenti positivi.

Kelsen ha il merito di aver trattato già nel 1920 della parentela logica di teologia e giurisprudenza, riportando una quantità di analogie affermate ma tali da dimostrare l’eterogeneità interna del suo punto di partenza epistemologico e del suo risultato ideologico, democratico.

Posizione equivalente a quella di Kelsen è assunta da Stuart Mill: anch’egli sottolineava, nell’interesse dell’obbiettività e nel timore di ogni arbitrio, la validità senza eccezioni di ogni tipo di leggi, ma non ammetteva, come Kelsen, che la libera azione della conoscenza giuridica potesse creare, da ogni possibile insieme di leggi positive il cosmo del suo sistema; in tal modo, infatti, l’obbiettività sarebbe venuta meno un’altra volta.

Nella fondazione che Kelsen dà alla sua concezione della democrazia, si manifesta apertamente il genere costituzionalmente matematico-naturalistico del suo pensiero: la democrazia è l’espressione di un relativismo politico e di una scientificità liberata da miracoli e dogmi fondata sulla comprensione umana e sul dubbio critico.

Durante l’illuminismo, la validità generale di una norma giuridica viene identificata con la validità senza eccezioni delle leggi naturali. Viene radicalmente negato il sovrano che, nel modello deistico del mondo, era rimasto, anche se fuori dal mondo, il “monteur” della grande macchina. Ora la macchina si muove da sé. La trascendenza di Dio nei confronti del mondo, infatti, è propria del concetto di Dio del XVII e XVIII secolo, allo stesso modo in cui una trascendenza del sovrano nei confronti dello Stato è propria della filosofia dello Stato di quegli stessi secoli. Nel XIX secolo, tutto è dominato, in modo sempre più esteso, da concezioni immanentistiche.

La filosofia dello Stato della Controrivoluzione (De Maistre, Bonald, Donoso Cortés)

I romantici tedeschi hanno una caratteristica peculiare: il dialogo eterno. I controrivoluzionari avrebbero certamente considerato il dialogo eterno come un prodotto fantastico di orribile comicità. Infatti ciò che caratterizza la loro filosofia dello Stato è la consapevolezza che il tempo richiede decisione.

De Maistre parla con particolare predilezione della sovranità che per lui significa essenzialmente decisione. Il valore dello Stato consiste nel fatto che esso prende delle decisioni, il valore della Chiesa nel fatto che essa è l’ultima decisione inappellabile. L’infallibilità per lui è l’essenza della decisione inappellabile e l’infallibilità dell’ordine spirituale è per lui identica alla sovranità dell’ordinamento statale; i due termini infallibilità e sovranità sono sinonimi. Egli considera l’uomo buono e l’autorità essenziale purché non sia tiranna.

Per il razionalismo illuministico, l’uomo era per sua natura stupido e grezzo ma educabile. Così si perfezionò l’ideale di un “despotismo legale” fondato su basi pedagogiche: l’umanità incolta viene educata da un “legislatore” o da un “tiranno”.

Il disprezzo per gli uomini da parte di Donoso Cortés non conosce limiti: l’umanità vaga cieca per un labirinto, di cui nessuno conosce l’entrata, l’uscita e la struttura, e questo è ciò che noi chiamiamo storia.

Il significato attuale di quei filosofi dello Stato controrivoluzionari sta nella conseguenzialità con la quale giungono alla decisione. Essi accentuano a tal punto il momento della decisione che alla fine esso ha la meglio sull’idea di legittimità, dalla quale pure loro sono partiti. Ma ciò è in sostanza dittatura, non legittimità.

Il concetto di ‘politico’

Concetto di stato e politico

Il concetto di Stato presuppone quello di “politico”. Per il linguaggio odierno, Stato è lo Status politico di un popolo organizzato su un territorio chiuso. In questa definizione, status e popolo acquistano il loro significato solo grazie all’ulteriore carattere del “politico” e divengono incomprensibili se viene fraintesa l’essenza di quest’ultimo. È raro trovare una chiara definizione del “politico”: viene assimilato a “statale” o quanto meno viene riferito allo Stato. Allora lo Stato appare come qualcosa di politico, ma il politico come qualcosa di statale: si tratta manifestamente di un circolo vizioso. Ma l’equiparazione di “statale” e “politico” è scorretta nella stessa misura in cui Stato e società si compenetrano a vicenda e tutti gli affari fino allora statali diventano sociali e viceversa tutti gli affari fino allora solo sociali diventano statali, come avviene in una società organizzata in modo democratico. Allora tutti i settori fino a quel momento «neutrali» - religione, cultura, educazione, economia – cessano di essere non-statali e non-politici: tutto è politico!

Definizione del concetto di politico

Si può raggiungere una definizione concettuale del “politico” solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie specificamente politiche. La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico e nemico. Essa offre una definizione concettuale, cioè un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione del contenuto. Il significato della distinzione di amico e nemico è di indicare l’estremo grado di intensità di un’unione o di una separazione, di un’associazione o di una dissociazione; non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, egli è semplicemente l’altro, lo straniero.

La concretezza ed autonomia peculiare del “politico” appare già in questa possibilità di separare una contrapposizione così specifica come quella di amico-nemico da tutte le altre e di comprenderla come qualcosa di autonomo.

Amico e nemico nel loro significato concreto

I concetti di amico e nemico devono essere presi nel loro significato concreto, esistenziale, non come metafore o simboli. Nemico non è il concorrente o l’avversario in generale, nemmeno l’avversario privato che ci odia; nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Nemico è solo il nemico pubblico, poiché tutto ciò che si riferisce ad un simile raggruppamento, e in particolare ad un intero popolo, diventa per ciò stesso pubblico.

Va detto, anche, che tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico. Il carattere polemico domina soprattutto l’impiego linguistico dello stesso termine “politico”, sia che si qualifichi l’avversario come “non politico”, sia invece che lo si voglia al contrario denunciare e squalificare come “politico” o “politico di partito”.

Nel concetto di nemico rientra anche l’eventualità, in termini reali, di una lotta. Con il termine di nemico anche quello di lotta dev’essere inteso nel senso di un’originarietà assoluta.

I concetti di amico, nemico e lotta acquistano il loro significato reale dal fatto che si riferiscono in modo specifico alla possibilità reale dell’uccisione fisica. La guerra consegue dall’ostilità poiché questa è negazione assoluta di ogni altro essere: la guerra è la realizzazione estrema dell’ostilità. Per questa ragione il criterio della distinzione amico-nemico non significa neppure che un determinato popolo debba essere per l’eternità l’amico o il nemico di un determinato altro popolo, o che la neutralità non sia possibile o non possa essere una scelta politicamente valida.

Il caso d’eccezione ha un’importanza particolarmente decisiva, in grado di rivelare il nocciolo delle cose. Infatti solo nella lotta reale si manifesta la conseguenza estrema del raggruppamento politico di amico e nemico. È da questa possibilità estrema che la vita dell’uomo acquista la sua tensione specificamente politica.

Contrasti trasformati in contrasti politici

Ogni contrasto religioso, morale, economico, etnico o di altro tipo si trasforma in un contrasto politico, se è abbastanza forte da raggruppare effettivamente gli uomini in amici e nemici. Il “politico” può trarre la sua forza dai più diversi settori della vita umana, da contrapposizioni religiose, economiche, morali o di altro tipo; esso, infatti,

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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