Capitolo 1
La separazione dei poteri è esposta da Montesquiè rappresenta un vero e proprio mito
della democrazia occidentale, questo schema è sopravvissuto in epoche più recenti
anche se l'osservazione empirica continuava a mostrarne le fragilità: per esempio il
tema delle relazioni tra governo e Parlamento è stato interpretato spesso con una
prospettiva di analisi che dà per scontato un dualismo istituzionale, esecutivo e
legislativo sono considerati come due organi autonomi di cui si può misurare la forza.
Più difficile è adottare la medesima prospettiva dopo lo sviluppo dei moderni partiti di
massa, quando le formazioni collettive agiscono come potente collegamento tra
governo e Parlamento, determinandone di fatto una sorta di fusione istituzionale. Il
partito domina il Parlamento, essendo in grado di dettare la disciplina ai suoi aderenti,
esso agisce infatti in assemblea come unico possibile principio ordinativo: come
afferma Calise è grazie allo sviluppo del partito politico che un'assemblea litigiosa di
rappresentanti del popolo si trasforma in un numero limitato di gruppi parlamentari,
tenuti insieme dai medesimi valori e, soprattutto, dalla consapevolezza che unendosi
fosse possibile conquistare il governo a tenere saldamente in pugno le redini.
I governi assumono la forma di una semplice emanazione del potere partitico, si pensi
alla quantità di decisioni di rilevanza collettiva prese nelle sedi partitiche e alla
predominante partitizzazione del personale ministeriale. I partiti riescono a
determinare la formazione degli esecutivi spartendosi le spoglie ministeriali, e
gettando poi le principali linee del policy-making nazionale, il cosiddetto “ governo di
partito”/party governement. Perché si possa parlare pienamente di un governo con
una legittimazione indipendente da quella del Parlamento è stata necessaria un'ritorno
al passato monocratico, anche in questo caso sono gli Stati Uniti a presentare
all'Europa il proprio destino istituzionale. All'inizio del secolo scorso i presidenti, infatti,
hanno cominciato a prendere pieno vantaggio dal instaurazione di una relazione
diretta con l'elettorato, affermando la propria leadership sui processi di
decision-making, in modo via via sempre più indipendente rispetto ai partiti. Il caso
italiano ha conosciuto negli ultimi anni una linea di cambiamento che ricorda quella
registrata oltre oceano, a partire dagli anni 90 la tradizione partitocratica italiana è
rimessa in discussione, contrastata, dall'emergere di un diverso principio di
regolazione dei poteri: quello che affida al leader della responsabilità di governare
sulla base di un rapporto di tipo diretto, elettorale o mediatico, con la cittadinanza.
In Italia i partiti hanno assunto un posto di primo piano fin dagli esordi della
costituzione repubblicana, cioè nei lavori dell'assemblea costituente infatti il confronto
tra due significativi ordini del giorno segnalava molto chiaramente la direzione verso
cui si indirizzava, dalle sue origini, il sistema politico italiano:
- il primo ordine del giorno, Dossetti, affermava la necessità del riconoscimento
giuridico dei partiti politici e dell'attribuzione ad essi di compiti costituzionali. I partiti
erano considerati la vera architrave del regime nascente. Nel testo finale della
costituzione non si fisserà la rilevanza del partito come organo dello Stato: Tranfaglia,
proprio nel momento in cui i partiti si stanno affermando come fattore essenziale di
tutta la politica, anche di quella parlamentare, si decise di far finta che contassero 1
poco e li si affidò alla legge ordinaria come associazioni private.
- Il secondo ordine del giorno, Perassi, si presentava favorevole all'adozione del
sistema parlamentare, da disciplinarsi tuttavia con disposizioni costituzionali idonee a
tutelare l'esigenza di stabilità dell'azione di governo ed evitare le degenerazioni del
parlamentarismo. Questa posizione poteva raccogliere il consenso di diversi sostenitori
presenti in assemblea costituente, tuttavia, anche se l'ordine del giorno viene
approvato, fu contraddetto da successive scelte dei costituenti arrestò nei fatti
disatteso. Il terreno di incontro tra costituenti di sinistra e centristi, si individuò invece
intorno al pieno riconoscimento dell'assemblea come espressione della volontà
popolare.
Centralità dei partiti e del Parlamento rappresentavano, dunque, i due ingredienti
principali della prima Repubblica. La cultura dominante mostrava scarsa propensione
per gli interventi che assicurassero a autorevolezza alla leadership governativa: sia
l'anima comunista che quella democristiana, propendevano per elevare il potere dei
partiti al di sopra di quello delle istituzioni, ciò rispondeva in primo luogo a quel
complesso del tiranno che la recente esperienza fascista aveva lasciato in eredità e
frenava l'introduzione di elementi di rafforzamento della guida monocratica per il
timore di possibili involuzioni autoritarie. Il percorso verso la democrazia consensuale
veniva, inoltre, indicato dalla stessa struttura sociale del paese, secondo Lijphart
questa rappresenta il codice operativo, oltre che l'unica soluzione percorribile, per quei
paesi fortemente segmentati e attraversati da profonde fratture. Anche nel nostro
paese la considerazione delle linee di di visione, di ordine ideologico, poneva la
necessità di ampliare le basi di legittimi si o nella nuova democrazia, conducendo di
conseguenza scelte che privilegiassero il criterio di inclusione di tutte le forze politiche
partecipanti al processo costituente. Un tentativo di aderire ad un diverso modello di
democrazia coincide nei primi anni della Repubblica, quando si cercò di trovare una
strada per il rafforzamento della leadership istituzionale. Si tratta tuttavia solo di una
fase contingente di breve durata. Il periodo degasperiano ha costituito, infatti,
un'eccezione nella storia repubblicana. Di fatto, subito dopo l'approvazione della legge
Scelba, battezzata legge-truffa per l'eccessivo vantaggio che essa avrebbe concesso
alla maggioranza parlamentare, le elezioni politiche del 1953 assumono il significato di
una sorta di referendum popolare sull'attuazione della proposta di democrazia
maggioritaria dei partiti di centro.
Il primato dei partiti.
Nonostante le resistenze formalistiche al riconoscimento del ruolo dei partiti, inizia un
percorso istituzionale nel quale i partiti diventano “ le componenti pervasiva e
dominanti del nuovo sistema politico, Pasquino”. Espressioni come governo dei partiti,
partitocrazia, segnalano, in questa fase, lo slittamento del baricentro decisionale dalle
sei ufficiali a quelle dei di intermediazione. Tali categorie fotografano la centralità dei
partiti nel sistema politico italiano, evidenziano l'affidamento ai partiti delle principali
decisioni nelle attività di governo è nei processi di nomina politica. Le critiche alla
partitocrazia sono provenute in un primo momento dai liberali, difensori di un tipo di
rappresentanza individualistica che legava elettore e notabile. Il rafforzamento dei
corpi intermedi da questo punto di vista rappresentava una seria minaccia alla libertà
del parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni. In un secondo momento però la
perplessità iniziale hanno assunto un diverso segno politico, riguardando il monopolio
della gestione politica che i partiti hanno costruito è gelosamente conservato. Alcuni
contributi politologi hanno attribuito un significato più neutro e analitico al concetto di
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party government, mettendo a fuoco tratti definito di che si riveleranno validi anche
per la comprensione del caso italiano, Richard Katz nel suo lavoro lo legava
l'emergere di tre caratteristiche: “ tutte le principali decisioni di governo sono prese
da persone scelte dai cittadini in elezioni basate su contrapposizioni di partito; le
politiche sono elaborate dai partiti di governo; che le più alte cariche sono nominati
all'interno dei partiti e sono responsabili nei confronti dei cittadini attraverso i loro
partiti”. In questo modo si proponeva di considerare il grado di penetrazione dei partiti
nelle istituzioni statali, attraverso la considerazione del controllo sviluppato da questi
sul decision-making.
Ma come si può inquadrare il party-government italiano alla luce dei canoni della
modellistica costituzionale?
- In primo luogo, bisogna considerare la legittimazione del capo del governo, questa
nei regimi partitocratici è per di +1 fatto extra elettorale, dal momento che la
designazione del vertice dell'esecutivo proviene dai partiti. Tuttavia malgrado la carta
costituzionale assegna al capo dello Stato significativi poteri nei processi di formazione
del governo, l'osservazione empirica ha lasciato riscontrare l'assunzione di un ruolo
solo ratificato olio rispetto alla volontà dei partiti, con spazi molto limitati di
discrezionalità. Il presidente della Repubblica ha potuto agire da ago della bilancia solo
in circostanze di difficile accordo tra i partiti, in generale si può asserire che i partiti
sembrano consentire al presidente di esercitare un effettivo potere di nomina in
ragione della loro temporanea debolezza nella formare maggioranze. La designazione
del primo ministro, dunque, era da considerarsi una prerogativa dei partiti, ed era
all'origine dell'intrinseca debolezza dell'istituzione governativa. Ne conseguiva che
anche la crisi del governo costituisse un fatto assolutamente extraparlamentare.
- Un secondo elemento, che appare utile per definire il regime partitocratico, riguarda i
rapporti tra governo e Parlamento. Tale regime si caratterizza per dar vita ad una
fusione dei poteri tra i due rami istituzionali, producendo fra questi un continuum
politico: Calise “ tanto è legislativo quanto l'esecutivo dipendono dall'organizzazione di
partito, sia per l'appoggio elettorale, che per il reclutamento delle elite di governo”.
Ben si inserisce in questo quadro la prima Repubblica italiana, dove il predominio dei
partiti anche accentuato dall'impianto proporzionale del sistema elettorale. I membri
del Parlamento sono, infatti, in una condizione di subordinazione rispetto alle gerarchie
di partito, che ne determinano le candidatura e condizionano l'attività politica.
- Infine un terzo elemento caratterizzante la partitocrazia, riguarda la struttura
dell'esecutivo, che assume forme marcatamente collegiali. In Italia, nonostante le
prerogative formalmente riconosciute al presidente del consiglio nella formazione della
squadra di governo, la compagine ministeriale era nominata dalle forze della
maggioranza secondo una logica compromissoria. Il primo ministro si qualificava come
un primus inter pares senza significative possibilità di nomina, direzione e
coordinamento dei ministri, Sartori. Adottando la prospettiva di tipo C, il ruolo del
primo ministro in Italia viene classificato senza incertezze tra i più deboli d'Europa, il
suo rafforzamento avverrà solo negli ultimi anni, quando il declino del partito come
attore chiave nei processi della rappresentanza, porterà alla perdita della sua
centralità nell'attività governativa. La conduzione dell'esecutivo in queste fasi è stata
definita a “ direzione plurima dissociata”: in esso impallidisce il ruolo del presidente
del consiglio, perché la funzione di stimolo e coordinamento del capo dell'esecutivo
degrada a semplice mediazione, e si indebolisce allo stesso tempo anche l'identità del
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Consiglio dei Ministri.
La crisi degli anni 90 e gli approdi presidenziali.
L'analisi delle più recenti trasformazioni dei partiti politici sullo scenario europeo
sembra suggerire il loro ridimensionamento nelle democrazie contemporanea.
L'allentamento nel rapporto tra partiti a base sociale, la riduzione del numero degli
iscritti, l'indebolimento del senso di identificazione partitica, lo sviluppo del sentimento
antipolitico, rappresentano spie della crisi degli attori e delle forme di intermediazione
politica. Anche in Italia si confermano tali tendenze: in primo luogo avviene un
evidente calo di partecipazione dei cittadini. Ma il declino dei partiti non è solo dettato
dalla riduzione della loro capacità di coinvolgere la cittadinanza, la crisi del party on
the ground. Si può mettere in evidenza anche una drastica flessione dei tassi di fiducia
nei confronti del partito come architrave ordinamentale, soprattutto dopo i fatti di
Tangentopoli i partiti sono stati assunti come il principale bersaglio critico. Sono questi
gli anni in cui si pongono sotto denuncia i mali del controllo dei partiti sulle attività di
governo: per molti un'occupazione di uno spazio improprio che lascia constatare un
vero e proprio processo di “ colonizzazione dello Stato” -Sartori, Panebianco-. I partiti,
che sono stati così importanti per la nostra democrazia, sono apparsi come il
principale male della stessa, producendo negli ultimi decenni una diffusa
insoddisfazione per il funzionamento delle nostre istituzioni è sempre più numerose
proposte di cambiamento. La posizione di più non era quella di abbattere il governo di
partito, ma di correggerlo, il sistema elettorale rappresentava il principale campo di
sperimentazione: nei primi anni 90 si formavano assemblee parlamentari con nuove
regole- la partitocrazia, che si era detta sul sistema elettorale proporzionale, venne
costretti a fare i conti con un sistema elettorale per tre quarti maggioritario in collegi
uninominali e un quarto proporzionale, Pasquino-. Il nuovo impianto avrebbe dovuto
condurre, in primo luogo, la riduzione del numero dei partiti e all'instaurazione di un
formato di competizione bipolare: due partiti avrebbero rappresentato opzioni
facilmente identificabili dai cittadini e poi si sarebbero impegnati a svolgere politiche
congruenti agli enunciati programmatici. Ciò avrebbe portato inoltre ad 1+ chiara
attribuzione delle responsabilità politiche e a 1+ frequente alternanza alle posizioni di
comando. Tuttavia, da una parte questa visione razionalistica del governo di partito
non ha trovato un adeguato riscontro; dall'altra, all'avvio di questo tipo di governo di
partito è stato particolarmente difficoltoso in un paese come l'Italia, caratterizzato da
una diversa tradizione costituzionale e storia politica. Le nuove leggi elettorali non
hanno garantito quel regime dell'alternanza fondato su due partiti che sembravano
promettere. Lontanissimo, infatti, è l'obiettivo del bipartitismo, dal momento che la
somma dei voti raccolti dai due principali partiti si ferma alla soglia del 40%. Inoltre,
non c'è alcun dubbio che “ sulla frammentazione partitica, il fiasco del Mattarellum è
stato clamoroso, Sartori”. Il bipolarismo è ancora incompleto in perfetto, dando vita a
coalizioni sempre più disomogenee in cui ciascun partito cerca di sottolineare la
propria identità e visibilità sulla scena pubblica. Eppure le trasformazioni avvenute
sono ben nostro paese di tipo epocale, anche se non hanno preso la direzione che
molti speravano, non hanno creato un diverso il più maturo party government, lo
messo invece in discussione il dominio dei partiti nella sfera statale, ma per aprire un
importante finestra di opportunità, ai diversi livelli di governo, per una valorizzazione
della leadership monocratica. Il primo laboratorio del governo monocratico e a livello
locale, dove l'introduzione dell'elezione diretta dei sindaci, nei primi anni 90, è stata
considerata come una vera e propria rivoluzione legale, la primavera dei sindaci. La 4
metafora della “ repubblica delle città” ma che le realtà locali che compongono il
nostro paese avrebbero assunto un ruolo propulsivo per il sistema politico nel suo
complesso. Cambiavano profondamente le pratiche di governo locale, che trovavano
un nuovo baricentro nella capacità di indirizzo politico dei nuovi sindaci: in tale fase
stata registrata la tendenza massima al presidenzialismo sostanziale, alla
marginalizzazione dei partiti dalle decisioni di governo, e il più alto uso di tecnocrati
privi di affiliazione partitica. Il meccanismo dell'investitura diretta del presidente della
regione viene fissato solo a fine anni 90, il presidente sfrutta appieno i nuovi poteri di
nomina e revoca dei componenti della giunta, sempre più spesso formando compagini
governative interamente composte da non consigli, quasi a sottolineare la propria
autonomia rispetto ai partiti. Alla luce di queste nuove prerogative, in media hanno
accolto i nuovi leader demo-eletti attribuendo loro il titolo, forse improprio, di
governatori.
Un cambio di regime.
Il passaggio dalla repubblica dei partiti a quella dei presidenti negli anni 90 si può
analizzare prendendo in considerazione gli elementi già utilizzati per definire la
partitocrazia: le modalità di formazione del governo, i rapporti esecutivo assemblea,
gli equilibri all'interno del Consiglio dei Ministri.
- In primo luogo, prende vita una nuova fonte di legittimità del primo ministro. Le
alleanze elettorali si formano prima delle elezioni, così che gli elettori possano
conoscere all'atto del voto, in nome della guida del governo. Si realizzò un
meccanismo di elezione quasi diretta del presidente del consiglio, per effetto da una
parte dell'indicazione del nome del primo ministro imposizione di capolista della
coalizione, dall'altra, del processo di bipolarizzazione del sistema dei partiti, che
spinge a pensare alle competizioni elettorali come uno scontro tra due candidati. Il
premier si propone come interprete della maggioranza degli elettori sulla base di un
proprio mandato a decidere. Una tendenza che ha riguardato in particolare Silvio
Berlusconi. L'attacco alla politica tradizionale ritenuta corrotta, il decisionismo e
l'insofferenza verso l'opposizione
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