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Il trasformismo

Luigi MusellaIl termine “trasformismo” è stato utilizzato, tra il 1875 e il 1876, da Agostino Depretis, allora capo della sinistra liberale, per definire quel processo di trasformazione dei partiti che avrebbe dovuto portare all’unificazione delle parti liberali della camera, al fine di promuovere un sistema politico più idoneo alle esigenze emergenti della società economica e sociale del Paese, nonché una salda maggioranza. Nonostante inizialmente il termine venne usato con valenza positiva, con il tempo finirà per indicare una prassi parlamentare consistente nel continuo scambio di voti tra maggioranza e opposizione, nei frequenti passaggi dei politici dall’uno all’altro settore delle camere o dall’uno all’altro partito. Nel trasformismo verrà individuata una delle ragioni dell’inefficienza del sistema politico e dell’incapacità di porre in essere schieramenti definiti e compatti, maggioranze stabili e opposizioni coerenti.

L'Italia risorgimentale

Il connubio

Gramsci sostiene che la vita statale italiana dal 1848 in poi è stata caratterizzata dal trasformismo. Analizzando il periodo tra il 1849 e il 1860 appare chiaro che iniziò ad agire una pratica politica che può definirsi trasformistica, la quale fece convergere al centro le forze di destra e sinistra moderate, staccandole dalla destra e dalla sinistra estreme. La contrapposizione tra forze favorevoli al sistema e forze antisistema trovò la piena espressione nelle due personalità emergenti: Cavour e Mazzini. Il primo era riformista, monarchico, avversario della democrazia; il secondo era rivoluzionario, nemico della monarchia sabauda, democratico.

È in questo quadro che va collocato il “connubio” attuato nel parlamento piemontese, un parlamento diviso, dove forti frizioni all’interno della maggioranza di destra e continui consensi nei confronti del governo da parte dell’opposizione avevano finito per dissolvere i precedenti schieramenti di partito. Fu così che venne creato il Centro Destro e il Centro Sinistro: nuovo rapporto tra aristocrazia e borghesia; allargamento della partecipazione a quei ceti che risultavano ancora emarginati dalla gestione del potere politico. Ci fu, quindi, la necessità dell’unione tra i partiti medi al fine di impedire il prevalere di quelli estremi: fu proprio il “connubio” a dare vita al Partito moderato.

Si pensava che al di là dei due schieramenti della conservazione e del progresso si formassero tante frazioni nel Parlamento, che mal si confacevano con la visione bipartitica tanto auspicata da molti. Il “connubio” si rivelò un’operazione centrista tendente ad escludere ogni posizione che potesse minare gli equilibri politici e sociali esistenti. Il mazzinianesimo e tutte le forme democratiche più radicali furono tagliate fuori.

L’incontro tra centro-destra e centro-sinistra rispose alla formula liberale di governo che voleva la confluenza al centro di tutte le possibili forze moderate di destra e di sinistra, espellendo tutti i filoni politici che minacciavano un progresso moderato; fu la necessità di aggregare quelle ristrette forze convergenti nella volontà di dare stabilità al sistema e di difenderlo da nemici esterni.

Cavour intese, attraverso il “connubio”, operare anche un’azione che modificasse e ristrutturasse gli equilibri costituzionali; cercò di formare un governo che traesse forza e legittimità dal parlamento. Basò la sua azione sulla formula parlamentare, anche se molto spesso venne costretto a eluderne o scavalcarne le regole: avrebbe dichiarato che se per assicurare l’annessione dell’Italia meridionale fosse stato necessario commettere delle illegalità, il ministero se ne sarebbe assunto la responsabilità.

L’unità d’Italia e la nuova classe politica

Le modalità del processo che portò all’unificazione del Paese e alla formazione del nuovo Stato riaffermarono scelte tendenti ad escludere una parte della società politica fino ad allora partecipante al moto risorgimentale. Vittoria ottenuta dalla parte moderata rispetto a quella democratica in occasione dell’unione del territorio meridionale del Paese al resto d’Italia. Garibaldi aveva esaltato la componente democratica: se Garibaldi non si fece attrarre dalle posizioni mazziniane e non proclamò una repubblica del sud, Cavour sfruttò le paure internazionali al fine di rendere sempre più protagonista lo Stato sabaudo.

Nel 1860 Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrarono presso Teano dove fu consegnato il Regno delle Due Sicilie. Con le elezioni del 1861, l’Italia nacque con un sistema politico che aveva i tratti di un regime, proprio perché fondato su un potere, a maggioranza moderata, che non prevedeva alternative al proprio interno. L’opposizione venne emarginata.

Il nuovo Stato liberale si mise subito sulla difensiva. L’opposizione cattolica e quella democratico-repubblicana puntarono a delegittimarlo, ritenendone la nascita frutto di una prevaricazione. All’opposizione cattolica e repubblicana si aggiunse l’opposizione prima anarchica e poi socialista: si configurarono come forze anti-Stato.

L’immagine di un Parlamento composto di due partiti (uno di maggioranza che sosteneva il governo e l’altro di opposizione che lo combatteva) poteva considerarsi una vera e propria astrazione. Infatti, nel 1867 si contavano ben sei gruppi principali:

  • Gruppo dei consorti – con a capo Minghetti;
  • Centro-sinistra – con Rattazzi;
  • Sinistra – con Crispi;
  • La Permanente – con Ponza di S. Martino;
  • Terzo partito – con Mordini e Correnti;
  • Gruppo dei piemontesi – con Sella;

Il carattere composito degli schieramenti parlamentari era soprattutto evidente nella Destra: il Partito di Cavour a una realtà disgregata e debolmente coesa. In realtà, nella Destra convivevano anche uomini con posizioni politiche e ideologiche molto diverse. La Destra appariva divisa: gli equilibri e le dissidenze al suo interno erano sempre più pericolose. Erano però concordi nel voler portare l’Italia alla piena unificazione.

In questo contesto, la politica finì per organizzarsi in base a ragioni prevalentemente di natura particolaristica e locale, che esaltavano individualismo, clientelismo, moltiplicazione e confusione degli schieramenti. Le maggioranze finivano per essere formate da coalizioni di gruppi, frutto spesso di molteplici scambi fra notabili. La volontà della camera tendeva a definirsi confusamente e la funzione del governo veniva assolta male, proprio perché l’appoggio di deputati e senatori rimaneva incerto e confuso: il sistema parlamentare rischiava di precipitare in un sistema assembleare.

Il rapporto tra eletti ed elettori si canalizzò ben presto su un binario che diede pienamente corpo al cosiddetto regime della “democrazia latina”. Il deputato era al tempo stesso schiavo ed despota del governo. Le scelte politiche venivano prodotte su una base parlamentare mutevole e attraverso il perpetuarsi di una vera e propria non aggregazione delle forze politiche. Il sistema messo a punto da Cavour poggiava su una base ambigua e incerta: in teoria la sede privilegiata doveva essere la camera, che avrebbe dovuto essere l’espressione della sovranità del corpo elettorale; in pratica il potere era un potere più governativo che parlamentare. Per contenere il potere regio il leader parlamentare si doveva creare una maggioranza personale che doveva conservare e rinnovare di continuo.

Lo stato-partito

La sempre difficile composizione di una maggioranza parlamentare portò quasi subito i governi a cercare nella struttura dello Stato la propria forza. Le istituzioni divennero canali per organizzare un consenso. La penetrazione dello schieramento politico al potere nello Stato e l’identificazione tra questo schieramento e lo Stato divennero due aspetti costitutivi del sistema trasformistico, che si rafforzava anche grazie agli scambi che il controllo dell’amministrazione da parte dei politici permetteva.

I prefetti politi rappresentavano il vertice dello stato-partito: avevano un grande potere; rappresentavano tutti i ministri; mediavano tra quasi tutti i settori della società civile e l’amministrazione centrale; tutelavano l’ordine pubblico; disponevano delle forze di pubblica sicurezza; dirigevano gli organismi sanitari provinciali; avevano potere decisionale in tutti i settori cruciali della vita civile.

I prefetti avevano ampi poteri istituzionali che permettevano la mobilitazione di una vera e propria macchina elettorale. Agirono in varie direzioni:

  • Nei confronti dei sottoprefetti;
  • Nei confronti di tutti gli impiegati – minacciati di trasferimento o lusingati con promozioni;
  • Nei confronti dei sindaci – che potevano continuare a governare l’amministrazione locale sempre con l’appoggio dei prefetti;
  • Nei confronti dei notabili e dei grandi elettori – che si fecero comprare con piaceri, titoli, agevolazioni;

La magistratura rappresentò un secondo settore dello Stato attentamente occupato dal partito di governo. Il governo poté contare su alcune migliaia di giudici selezionati secondo un criterio rigidamente politico: le corti d’appello, i tribunali di circondario e le preture permisero una presenza capillare sull’intero territorio.

Il controllo politico della magistratura fu garantito soprattutto attraverso le promozioni e le carriere: esistendo delle graduatorie interne, il ministro poté prescindere dal criterio di anzianità. La valutazione dell’affidabilità politica dei magistrati venne sempre stabilita attraverso esami dettagliati della vita pubblica e privata. La fedeltà ai principi costituzionali e all’unità della nazione venne commisurata in riferimento alla politica e ai principi perseguiti dal partito di governo. La magistratura e le prefetture rappresentavano i punti di forza di un sistema politico che sull’amministrazione pubblica poggiò gran parte dell’organizzazione elettorale. L’accentuata identificazione con lo Stato portò la Destra a considerare gli impiegati come parte di questa organizzazione.

La mancanza di un rapporto con l’elettorato non impiegatizio rappresentò un elemento di debolezza per i moderati. La crescita di nuovi interessi economici e la corrispondente espansione della domanda politica ad opera dei nuovi settori della società civile fecero venir meno molti dei motivi che avevano reso possibile l’egemonia della Destra. Lo stesso ceto impiegatizio, interessato a conservare il posto di lavoro e i piccoli privilegi, si mostrò sempre più propenso ad accettare le offerte del partito d’opposizione. La Sinistra, utilizzando un sistema di relazioni capillare e uno scambio di natura prevalentemente clientelare, catturò il malcontento della borghesia terriera e industriale. Le elezioni del 1874 portarono alla luce i limiti della Destra e le capacità della Sinistra. La Destra raccolse voti al nord, la Sinistra al centro e al sud.

Alle elezioni del 1876 vinse Depretis. Al momento della caduta, la Destra rivelò la sua natura trasformista: molti suoi uomini non accettarono il ruolo di opposizione, ma preferirono passare nelle file della nuova maggioranza di Sinistra.

L'età del trasformismo

La legittimità e la lotta ai partiti antisistema: la confluenza al centro

Nel decennio 1870-80 i movimenti politici contrari al sistema mutarono fisionomia e con essi mutò anche la consapevolezza del proprio ruolo di difesa del sistema da parte della classe liberale. La paura dei comunisti si manifestò chiaramente quanto giunse in Italia l’eco dei fatti della Comune parigina: la condanna fu unanime. Iniziò a porsi maggiore attenzione a quella che poteva definirsi la “

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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