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Capitolo 2

Gli approcci sono modalità di comprensione e in questo capitolo ne verranno esaminati 5:

istituzionale, comportamentista, strutturale e della scelta razionale.

2.1 L’APPROCCIO ISTITUZIONALE

L’istituzione è un’organizzazione formale i cui membri interagiscono sulla base di ruoli specifici

che esercitano all’interno dell’organizzazione. In politica, l’istituzione designa tipicamente un

organo di governo reso obbligatorio dalla costituzione ed è particolarmente importante nelle

democrazie liberali.

Il concetto di istituzione si estende in tre direzioni:

1. burocrazia e governo locale

2. organizzazioni politiche che non fanno parte del governo (partiti politici)

3. istituzioni formali di governo

L’analisi istituzionale assume che le posizioni da ricoprire all’interno delle organizzazioni siano più

importanti delle persone che le occupano, anche se occorre una focalizzazione sugli individui per

capire le convenzioni non scritte che sono necessarie per il buon funzionamento

dell’organizzazione.

Le istituzioni mettono a disposizione le regole del gioco entro cui gli individui perseguono i propri

obbiettivi, e posseggono una storia, una cultura e una memoria; incarnano tradizioni e valori di

riferimento.

L’istituzionalizzazione è il processo attraverso il quale le organizzazioni acquistano valore e

stabilità con il tempo.

Qual’ è il valore delle istituzioni per un sistema politico?

- capacità di prendere impegni a lungo termine

- offrire prevedibilità

- fondamentali per una politica liberaldemocratica

- le istituzioni di governo sono lo strumento attraverso cui i problemi politici vengono

definiti, processati e risolti.

Le istituzioni di governo non agiscono quasi mai indipendentemente dalle forze sociali.

2.2 L’APPROCCIO COMPORTAMENTISTA

Il comportamentismo era una scuola di pensiero della scienza politica che anteponeva lo studio

degli individui a quello delle istituzioni.

Lo studio dell’opinione pubblica divenne una dimensione importante in queste ricerche.

La causa principale per cui si è passati a questo approccio è la decolonizzazione, infatti, nei paesi

che avevano conquistato l’indipendenza le istituzioni di governo si dimostrano scarsamente

affidabili.

Le istituzioni non vengono ignorate del tutto, infatti, ciò che conta è il comportamento delle persone

nel contesto istituzionale.

L’analisi dei sondaggi diede luogo a utili generalizzazioni sul comportamento elettorale,

dimostrando per esempio come l’appartenenza etnica e di classe incidesse significativamente sulla

partecipazione dei cittadini in politica.

Il comportamentismo però ha prodotto una scienza politica troppo sbilanciata sul versante della

scienza, a spese della politica.

2.3 L’APPROCCIO STRUTTURALE

Tale approccio enfatizza le relazioni oggettive tra gruppi sociali; i vari interessi e le varie posizioni

di essi influenzano la configurazione del potere e attivano la dinamica del cambiamento politico.

A tal proposito si ritorna a marginalizzare il ruolo dell’individuo, ricalcando l’approccio degli

istituzionalisti.

L’approccio strutturale è generico nel senso che fa assunzioni generali e guarda esclusivamente al

quadro complessivo.

Lo strutturalismo tende a mettere in secondo piano le spiegazioni culturali e valoriali dei fenomeni

sociali.

2. L’APPROCCIO DELLA SCELTA RAZIONALE

Concepisce la politica come un’interazione strategica tra individui, in cui tutti i player cercano di

massimizzare la realizzazione dei propri obbiettivi specifici. Mentre i comportamentisti cercano di

spiegare il comportamento politico attraverso la generalizzazione statistica, l’approccio della scelta

razionale si focalizza sugli interessi degli attori come fattori esplicativi.

Lo scopo è modellizzare le componenti essenziali dell’interazione umana, non ricostruire

dettagliatamente le motivazioni.

Le scelte razionali non presuppongono necessariamente una piena conoscenza dunque esse vanno

distinte dalle scelte informate.

Il punto di partenza è l’individualismo metodologico, ossia il principio che, in politica, le

spiegazioni si devono trovare nelle preferenze e nel comportamento degli individui.

Uno dei principali contenuti di questo approccio sta nella capacità di mettere in luce i problemi dell’

azione collettiva, cioè le difficoltà del coordinare le azioni degli individui in modo da ottenere il

miglior risultato possibile per ciascuno.

Studio di Downs:

Quali politiche dovrebbero adottare i partiti per massimizzare i voti?

Le preferenze politiche degli elettori si possono rappresentare su una semplice scala che va da

destra a sinistra e, l’ opinione pubblica in genere si distribuisce simmetricamente in torno al punto

medio, formando una curva a “campana”.

Un partito dunque potrebbe esordire a un estremo, per poi avvicinarsi al centro perché ci sono più

voti da raccogliere.

L’equilibrio politico esiste quando nessun attore pensa di trarre un beneficio apprezzabile dalla

modifica della posizione attuale.

Secondo questo studio dunque i partiti dei sistemi bipartitici spesso convergono al centro.

2.5 L’APPROCCIO INTERPRETATIVO

L’approccio interpretativo assume che:

1. le strutture dell’ associazione umana siano determinate da idee comuni anziché da forse

materiali.

2. le identità e gli interessi di attori propositivi siano costruite da queste idee comuni, anziché

fornite dalla natura.

Nella sua versione più estrema questa posizione afferma che la politica consiste nelle idee nutrite su

di essa dai soggetti che vi partecipano.

Si rifà alle tesi costruttiviste secondo le quali non è possibile perseguire una rappresentazione

oggettiva della realtà, poiché la nostra stessa percezione del mondo è socialmente e storicamente

determinata.

2.6 CONCLUSIONE

Il valore pratico di una scuola di pensiero sta nella sua capacità di generare un programma evolutivo

di ricerca, cioè studi innovativi che definiscano nuovi problemi e suggeriscano prospettive originali

su quelli vecchi.

CAPITOLO 5

LA DEMOCRAZIA (dal greco kratos (governo) demos (popolo)

Oggi la maggior parte delle persone nel mondo vivono sotto un governo democratico

Risultato della profonda trasformazione avvenuta negli ultimi 25 anni del ‘900

( da meno di 40 a più di 80 paesi)

Questa estensione fu accelerata dal tracollo del comunismo (anche se iniziò prima)

Con la fine della guerra fredda si mette in discussione il principio di sovranità incondizionata dello

stato e la promozione della democrazia è diventata un obiettivo ideologico.

Ci sono 3 diversi tipi di democrazia:

 Democratica diretta

 Democratica deliberativa

 Democratica rappresentativa (che si divide a sua volta in liberale e illiberale)

5.1 democrazia diretta

Il principio base è l’autogoverno

non c’è distinzione tra governanti e governati, tutti i cittadini decidono insieme in un ambiente di

uguaglianza e libertà decisionale. STATO=SOCIETA’

Nacque ad Atene tra il 461 a.c. e il 322 a.c. le polis erano piccoli sistemi indipendenti; quella ateniese

operava secondo i principi democratici di Aristotele. Tutti i cittadini potevano:

1. Partecipare alle riunioni dell’assemblea

2. Entrare nel consiglio di governo

3. Far parte delle giurie popolari

1. il simbolo più rappresentativo della democrazia diretta era l’ekklesia (assemblea del popolo). Qualsiasi

cittadino con età superiore ai 20 poteva parteciparvi. Si riuniva una quarantina di volte l’anno per discutere

gli argomenti sottoposti (tra cui guerra e pace)

2.il consiglio esecutivo esercitava le funzioni amministrative. Erano 500 cittadini con più di 30 anni estratti a

sorte una volta all’anno esemplificava un principi della democrazia comunitaria:” tutti governano su

ciascuno e ciascuno a sua volta governa su tutti” 1/3 cittadini poteva aspettarsi di essere eletto almeno una

volta.

3. il sistema giuridico fortemente politicizzato è il terzo pilastro della democrazia ateniese. E’ formato da

centinaia di persone selezionate casualmente su base volontaria. Decidevano le cause mosse contro coloro

che erano sospettati di aver agito contro la polis. I tribunali erano il luogo della responsabilizzazione.

Per gli ateniesi la politica era un’attività amatoriale; impegnarsi nella democrazia significava conoscere il

funzionamento della polis.

Aveva però seri limiti:

 La cittadinanza era solo per gli uomini i cu genitori avevano già la qualifica di cittadino.

erano esclusi:

 Donne

 Schiavi

 Residenti stranieri

Le donne non avevano nessun diritto pubblico e gli schiavi permettevano al padrone di trovare il tempo per

dedicarsi alla politica

 Dopo l’introduzione di un “gettone di presenza” molti rimasero assenti dalle riunioni

 Era un sistema eccessivamente articolato, dispersivo e costoso

 Non produceva sempre una politica risoluta e coerente. La governance era inefficace a causa

dell’assenza di una burocrazia.

L’esperienza democratica ateniese funziona solo in una dimensione molto piccola. Ad Atene durò per circa

100 anni a certe condizioni è un obiettivo realizzabile.

5.2 democrazia deliberativa

Tipo di democrazia moderna che rimanda a quella greca.

Filosofo tedesco Jürgen Habermas: nella democrazia c’è un metodo di comunicare. La legittimazione della

democrazia deriva da una discussione libera, pubblica e razionale tra i cittadini in un ambiente di

uguaglianza.

 Le argomentazioni che si basavano su 1 interesse personale vengono riconosciute e screditate; la

ragione pubblica comporta un appello al bene pubblico. In questo modo si forma la vera opinione

pubblica ed emerge il consenso su ciò che è veramente l’interesse pubblico. la votazione dovrebbe

seguire un dibattito, ma creare un dibattito veramente ibero e aperto non è semplice. Ci sarà

sempre qualcuno di escluso se non ci sono parti della città non è veramente libero.

Il pensiero deliberativo predilige un modello di discussione articolato in piccoli gruppi.

LEIB: prende in esame gli USA. Suggerisce di aggiungere un terzo ramo al parlamento formato da cittadini

scelti a caso. Gli argomenti di cui parlare verrebbero decisi dall’iniziativa popolare e dalle 2 camere. Se un

proposta ha la maggioranza di 2/3 della camera diventa automaticamente legge.

NON E’ APPLICABILE PER VARIE RAGIONI:

 Difficoltà nell’emanare una costituzione affidata

 La costituzione statunitense è in grado di trovare compromessi tra perseguimento degli interessi e

difesa della stabilità

 Crea un orientamento contrario a una riforma radicale

 Complicherebbe il peso legislativo

 

Solo una quota minima di persone possono essere elette sarebbe espressione di democrazia

rappresentativa e non deliberativa

5.3 DEMOCRAZI RAPPRESENTATIVA

Fino all’inizio del XVIII secolo nessuno pensava che la democrazia fosse un modo desiderabile di organizzare

la vita politica pensavano che non fosse in grado di oltrepassare i confini della polis.

Questo passaggio è avvenuto solo quando si è unito il concetto democratico di governo del popolo al

concetto non democratico di rappresentanza la democrazia assume nuove forme.

A livello nazionale abbiamo solo democrazie rappresentative.

RAPPRESENTANTE: un’altra persona, gruppo o identità. I politici rappresentano i loro elettori, i loro

distretti, i loro partiti. ( come la bandiera rappresenta la sua nazione)

 Cittadinanza non elitaria, ora hanno la cittadinanza anche le donne. La politica ateniese aveva

un limite superiore: il numero di partecipanti all’assemblea. Il governo moderno invece

consente a un numero enorme di persone di creare 1 influenza sui governanti e non ha limiti

superiori.

Joseph Shumpter: economista austriaco, formula una concezione procedurale di democrazia. Democrazia =

metodo di governo formato sulla competizione delle élite avente a oggetto il consenso popolare.

 fulcro della democrazia = competizione tra partiti

Il popolo può solo accettare o rifiutare chi si candida per governarlo. Il ruolo delle elezioni è quello di

formare un governo. Per Shumpeter la democrazia si fonda sulla divisione del lavoro fra governanti e

governati in una relazione asimmetrica.

La visione di S. permette di distinguere i sistemi democratici da quello non democratici, m ha avuto molte

critiche in quanto riduce la democrazia a sola procedura.

La riflessione sul metodo democratico di S. deve essere associata al principio delle reazioni previste di Carl

Friedrich, ovvero, ci saranno ampi margini di incisività per la partecipazione dei cittadini. Secondo questo

principio i governanti cercheranno di interpretare al meglio le preferenze del numero maggiore di elettori

per vari motivi:

 Essere rieletti

 Ricerca di prestigio

 Passare alla storia

 Senso di lealtà e appartenenza

Tutto ciò dà potere ai governati perché al momento delle elezioni i governanti dovranno fare i conti con loro,

infatti i governati possono premiare i governanti oppure possono punirli sostituendoli. E’ solo grazie a questo

principio che i governati possono incidere nell’operato dei governanti. Un rapporto tale è possibile solo se i

governati sono protetti dall’agire dei governanti attraverso il riconoscimento dei diritti civili fondati sul

rispetto della libertà individuale. C’è una convergenza tra i principi della democrazia moderna e quello del

costituzionalismo liberale e quindi rispetto a una concezione del potere politico come potere limitato.

Non esiste governo democratico che non sia stato eletto tramite una libera scelta elettorale, ma non è detto

che un governo nato da una libera scelta elettorale rispetti i principi democratici la corretta applicazione

delle procedure democratiche è una condizione sufficiente ma non necessaria per parlare di democrazia.

(partiti a vocazione autoritaria o totalitaria si sono serviti di procedure democratiche per andare al potere).

Inoltre, perché possa esistere la democrazia è necessario che un’ampia porzione della popolazione abbia il

diritto di partecipare, controllare e opporsi all’azione di governo. il suffragio deve includere tutti i cittadini

secondo il principio di non discriminazione (eccetto per l’età).

Robert dahl ha indicato le condizioni che rendono effettiva la democrazia rappresentativa usando 2 postulati:

1. Primo postulato Tutti i cittadini devono avere simili opportunità di:

 Formulare le proprie preferenze

 Esprimere tali preferenze agli altri e al governo attraverso azioni individuali e collettive

 Ottenere che le proprie preferenze siano considerate senza discriminazione in base

all’origine e al contenuto.

2. Secondo postulato affinchè il primo postulato esista devono esseri delle regole di garanzia

costituzionale:

 Libertà di associazione

 Libertà di pensiero

 Diritto di voto

 Diritto di competizione per il sostegno (elettorale)

 Fonti alternative di informazione

 Possibilità di essere eletti a pubblici uffici

 Svolgimento di elezioni libere e corrette

 Esistenza di istituzioni che rendono le politiche dipendenti dal voto e da altre espressioni di

preferenza.

 Non discriminare le preferenze dei cittadini in base alla loro provenienza e al loro contenuto.

Tale questione ha spesso alimentato la contrapposizione fra definizioni “procedurali” e definizioni

“sostanziali” della democrazia.

Bobbio dice che la corretta applicazione delle procedure elimina la possibilità che alcune decisioni rendano

vane 1 o più regole del gioco. L’accettazione di queste regole presuppone un orientamento favorevole ad

alcuni valori caratteristici dell’ideale democratico.

5.4 democrazia liberale e illiberale (o elettorale)

DEMOCRAZIA LIBERALE

1. :

scaturisce da un compromesso tra principi diversi. Integra l’autorità dei governi democratici con dei limiti al

oro raggio d’azione. DEMOCRAZIA LIBERALE = GOVERNO LIMITATO

dove l’obiettivo è garantire la libertà individuale. Se il governo dovesse diventare oppressivo i cittadini

possono rivolgersi ai tribunali nazionali o internazionali per tutelare i propri diritti. La libertà di parola e di

associazione permettono all’opinione pubblica di esprimersi attraverso i partiti.

DEMOCRAZIA LIBERALE = COMPROMESSO TRA LIBERTÀ INDIVIDUALE E POLITICA COLLETTIVA

Larry Diamond ha espresso i tratti tipici delle democrazia liberale:

 Diritti civili e pubblici riconosciuti e tutelati

 “Governo della legge” affermato e rispettato

 Magistratura e altre autorità istituzionali indipendenti

 Società pluralista con mezzi di comunicazione diffusi e non soggetti al controllo governativo

 I civili esercitano il controllo sui militari

Se uno dei principi non viene rispettato siamo al di sotto della soglia minima per una democrazia liberale.

3. DEMOCRAZIA ILLIBERALE:

 E’ diventata più comune e visibile dopo il tracollo dei regimi comunisti.

 In questo tipo di democrazia i governanti eletti si preoccupano poco dei diritti individuali.

 Non si arriva alla frode ma la democrazia non va molto al di là delle elezioni (anche il risultato

elettorale è condizionato dai governanti).

 È meno democratica e meno liberale della sua omonima liberale. Nella democrazia liberale

i partiti possono perdere le elezioni, in quella illiberale non le perdono.

 Il ricambio politico è dato da limiti dettati dalla costituzione o da dimissioni.

 Il governo è dominato da un presidente autoritario il quale dimostra un rispetto limitato nei

chi

confronti della costituzione vince le elezioni può governare come gli pare nel periodo

di carica. Al contrario della democrazia liberale che si basa su istituzioni la democrazia

illiberale si basa su un leader autoritario. Per questo motivo la democrazia illiberale viene

anche detta autoritarismo competitivo o elettorale.

 Essendo dunque l’apparato giuridico sottomesso per definizione, non è in grado di tutelare

i diritti individuali garantiti dalla costituzione.

 Lo stato interviene nei meccanismi di mercato e le connessioni politiche intervengono nelle

ricompense di mercato.

 Al contrario però dei regimi autoritari il leader assicura una governance efficace ottenendo

così il consenso popolare.

 La democrazia illiberale si trova nelle democrazie recenti; è caratteristica di paesi

caratterizzati da una povertà endemica, divisioni etniche, religiose ed economiche, dalla

preponderanza delle risorse naturali (petrolio) nelle entrate pubbliche e da minacce esterne

effettive o presunte. Sembra il metodo migliore d governare società povere e ineguali,

specie d quando la fine del comunismo ha reso meno sostenibile la dittatura vera e propria

(Nigeria, Turchia, Uganda, Venezuela, Russia, Malaysia, Singapore ….)

 Quando un leader esce di scena, il suo regime verrà probabilmente sostituito non da una

democrazia liberale ma da un altro leader autoritario.

 La democrazia illiberale consente alle élite dominanti di soddisfare le condizioni imposte

dalla banca mondiale, dall’FMI e dai governi finanziatori.

 Delle elezioni non truccate anche se non completamente libere si considerano un test

efficace per considerare tali paesi una democrazia.

5.5 ondate di democratizzazione

Democratizzazione = processo di trasformazione da un regime non democratico a uno democratico.

Attraversa diverse fasi, dalla crisi/crollo del regime precedente all’instaurazione e al consolidamento della

democrazia. Le modalità in cui si svolgono queste fasi condizionano il tipo di democrazia che verrà instaurata.

Su base storica possiamo individuare 3 diverse ondate ( un’ondata di democratizzazione è un gruppo di

transizioni che si verifica in un determinato periodo temporale e che supera nettamente il numero delle

transizioni nel verso opposto in quel periodo) :

1. PRIMA ONDATA: avvenuta tra il 1828 e il 1926, in questa ondata quasi 30 paesi (tra cui Italia, Germania,

Francia, Gran Bretagna, Canada ecc) crearono istituzioni democratiche. Si determinò però un arretramento

(avviene quando una transizione democratica viene invertita, del tutto o in parte) da parte di alcune giovani

democrazie in regimi fascisti, comunisti o militari. Mentre è del tutto consolidata nei paesi dove la democrazia

è nata nei primi dell’800.

Prendiamo in esame USA e Gran Bretagna.

USA: la nascita della democrazia fu rapida ma fu sempre accompagnata da una transazione. I padri fondatori

avevano concepito la leadership politica in termini non democratici. Erano favorevoli a una politica elitaria

ma l’idea che i cittadini potessero essere rappresentati da altri cittadini nella stessa condizione sociale

guadagnò rapidamente terreno rafforza lo spirito egualitario. Il diritto di voto si estese fino al suffragio

universale ottenuto anche da parte dei neri nel 1965. L’obiettivo dei padri fondatori era prevenire ogni

genere di dittatura, inclusa la tirannia di maggioranza la costituzione creò un sistema bilanciato di pesi e

contrappesi. La dimensione liberale prevale sull’aspetto rappresentativo; solo in condizioni di minaccia

esterna le libertà individuali vengono meno.

GRAN BRETAGNA: inizialmente lo stato di transazione fu meno liberale della democrazia. I diritti del cittadino

non furono mai affermati chiaramente come era stato fatto negli USA. Anche il diritto di voto si allargò più

lentamente rispetto agli USA. Quando la camera dei comuni acquisì una legittimazione democratica,

monarchia e camera dei lord scivolarono in secondo piano. La democrazia britannica enfatizza la sovranità

del parlamento. La maggioranza è data al partito più votato la sovranità del parlamento finisce nelle mani

del partito in carica. Manca però il contrappeso del governo, infatti il primo ministro potrebbe decidere di

sopprimere i partiti di opposizione e le elezioni e instaurare una dittatura. In realtà azioni di forzatura da

parte del governo possono creare azioni rivoluzionarie da parte delle élite e dei cittadini. La GB rappresenta

molto più degli USA il modello di democrazia come competizione tra partiti organizzati. Oggi l’apparato

giudiziario del paese è diventato più autonomo grazie all’intervento della corte giudiziaria europea ed è

venuto meno il controllo del governo sull’economia causa della privatizzazione degli anni ’80.

2. SECONDA ONDATA: inizia durante la seconda guerra mondiale e si esaurisce negli anni 60. Anche in questa

ondata ci sono stati degli arretramenti (stati latino-americani a causa di colpi di stato. Nacquero invece solide

democrazie nel 45 dalle ceneri di ex dittature (Italia, Germania occidentale, Austria e Giappone) queste

democrazie furono introdotte dagli alleati vittoriosi e in particolare dalla forte influenza degli USA e si

consolidarono grazie alla ripresa economica. In questa seconda ondata la democrazia si instaurò anche nel

nuovo stato d’Israele e nelle colonie britanniche dell’India. Queste democrazie della seconda ondata avevano

una tradizione più debole perché la rappresentanza attraverso i partiti era la soluzione ritenuta più

funzionale, anche se non veniva menzionata dalla costituzione statunitense. In diversi casi però la

competizione effettiva fu limitata dall’affermazione di un partito che arrivò a essere il soggetto della scena

politica per una generazione (es la DC in Italia).

3. TERZA ONDATA: prodotto dell’ultimo quarto del XX secolo. Gli elementi principali ed eterogenei sono stati:

 Fine delle dittature di destra nell’Europa meridionale (Grecia, Spagna, Portogallo) negli anni 70

 Uscita di scena dei generali in gran parte dell’America latina

 Tracollo del comunismo nell’unione sovietica e nell’Europa orientale alla fine degli anni 80

Questa terza ondata ha trasformato il panorama politico globale. Con l fine della guerra fredda e la caduta

del comunismo è venuto meno una qualsiasi alternativa realistica alla democrazia. Il picco di

democratizzazione è avvenuto negli anni ’90 ma è continuato fino al XXI secolo. All’interno della terza ondata

i casi più consolidati sono quelli dell’Europa del sud motivati dal desiderio di entrare a far parte dell’UE.

Mentre in altri paesi alcune democrazie devono ancora affermarsi (come in America latina). La categoria della

democrazia illiberale, invece, sta prendendo piede e sta diventando una prospettiva più plausibile per alcune

democrazie della terza ondata.

Democrazia consolidata = sistema che mette a disposizione un quadro di riferimento accettato per la

competizione politica. Huntington: un consolidamento esisterebbe quando ognuno dei 2 partiti principali ha

ceduto il potere all’altro attraverso una consultazione elettorale. Przeworski: una democrazia si consolida

quando un determinato sistema istituzionale diventa l’unico accettato e quando nessuno può immaginare di

agire al di fuori delle istituzioni democratiche.

Una delle ragioni che può spiegare l’incompleto consolidamento è l’eredità del vecchio regime. Molti di quei

paesi non hanno mai visto la libertà individuale o la limitazione del potere di chi governa; dunque è

comprensibile che prenda il potere una democrazia illiberale. Livelli più bassi di benessere combinati spesso

con evidenti disuguaglianze, sono importanti nell’impedire la consolidazione della democrazia. Il

radicamento economico potrebbe dimostrarsi necessario per il radicamento della democrazia.

Solo nei prossimi anni possiamo dire se ciò che sta succedendo nei paesi islamici può essere considerato

parte di una quarta ondata di democratizzazione.

5.6 LA QUALITA’ DELLA DEMOCRAZIA

A fine secolo si radica nella scienza politica l’importanza nello studiare la qualità di una democrazia, infatti

nella terza ondata di democratizzazione si vede un estendersi della democrazia a livello globale, ma allo

stesso tempo, nelle democrazie consolidate, nasce un fenomeno di disaffezione dei cittadini nei confronti

delle istituzioni democratiche. Lo studio della democrazia oggi implica il riferimento ad alcune dimensioni

ritenute fondamentali. Si parte ad analizzare le dimensioni procedurali essenziali, in assenza di queste non è

sono

possibile parlare di democrazia democrazie tutti i regimi contraddistinti dalla garanzia reale di

partecipazione politica più ampia della popolazione adulta maschile e femminile, e della possibilità di

dissenso.

Tale definizione della liberaldemocrazia di massa è utile per evidenziare 2 presupposti:

1. L’ammissione del dissenso (chi si oppone al governo si vede riconosciuto in alcuni diritti)

2. Inclusività (un’ampia parte della popolazione può agire in diverso modo alle azioni di governo)

Queste garanzie variano nei diversi casi, ma in assenza di garanzia in tali livelli non si può considerare quel

regime una democrazia.

SARTORI: è democratico il meccanismo che genera una poliarchia aperta la cui competizione nel mercato

elettorale attribuisce potere al popolo e impone la responsività degli eletti nei confronti degli elettori. non

ci si riferisce solo alla partecipazione e al dissenso ma anche alla concorrenza all’interno del meccanismo

rappresentativo e alla responsiveness come effetto di tale competizione per il voto.

PHILIPPE C. SCHMITTER e TERRY LYNN KARL: una moderna democrazia politica è un sistema di governo nel

quale i governanti sono considerati responsabili per le loro azioni nella sfera pubblica da parte dei cittadini,

che agiscono indirettamente attraverso la competizione e la cooperazione dei loro rappresentanti eletti.

viene evocata la responsabilità dei governanti che devono rendere conto del proprio operato.

Sul piano normativo questa rappresentazione moderna della democrazia richiama 2 questioni:

1. Responsiveness

2. Accountability

Si deve dire che democrazia non indica solo un sistema politico, ma mostra anche un insieme di ideali

sintetizzabili in definizioni di libertà e uguaglianza. La stratificazione sociale dunque non è un elemento

indifferente alla democrazia; alcuni processi di responsiveness e di accountability scompaiono se si è in

presenza di una radicata disuguaglianza.

La democrazia deve fondarsi inoltre sul principio del governo della legge contrapposto all’arbitrio del singolo

( deve considerare la difesa da abusi di potere come uno dei capisaldi)

MORLINO indica 5 dimensioni da collocare al centro dell’analisi della qualità democratica.

 Le prime 2 riguardano la procedura:

1. Rule of law (rispetto della legge e dello stato)

2. Accountability (responsabilità politica)

 La terza riguarda il risultato

3. Responsiveness (capacità delle istituzione a fornire risposte ai cittadini)

 Le ultime 2 sono sostantive

4. Pieno rispetto dei diritti civili, politici e sociali

5. Progressiva realizzazione dell’uguaglianza, che può essere di 2 tipi

a) Uguaglianza formale (di fronte alla legge e con divieto di discriminazione)

b) Uguaglianza sostanziale (rimozione degli ostacoli che impediscono l’uguaglianza

sociale ed economica)

In questa prospettiva l’accountability è una dimensione cruciale in quanto consente il controllo effettivo delle

istituzioni da parte degli attori sociali un attore politico o un intero organo può essere chiamato a

rispondere delle proprie azioni da altri organi costituzionali.

SCHEDLER individua 3 aspetti dell’accountability:

1. Informazione ( atto o complesso dell’attività dell’eletto di cui l’elettore deve essere consapevole per

valutare l’eventuale responsabilità)

2. Giustificazione (ragioni adottate dall’eletto per spiegare i suoi comportamenti)

3. Punizione o ricompensa (valutazione attribuita dal cittadino o da un organo preposto a questa

azione, sulla base delle info in suo possesso)

L’accountabilty può essere di 3 tipi:

 Elettorale è quello che può far valere l’elettore ne confronti dell’eletto, caratterizzato dall’essere

periodico e dipendente dalle scadenze. Indica anche la responsabilità che viene attribuita nei

confronti dei governanti da altre istituzioni che hanno conoscenze e potere sufficienti per valutarne

il comportamento. Perché sia possibile ci deve essere un livello di competizione politica e un

equilibrio delle forze tale da rendere possibili forme di alternanza

 Istituzionale: ci si riferisce all’attività di controllo delle istituzioni da parte di altre istituzioni ( il

governo controlla il parlamento che a sua volta vengono controllati dalla magistratura e da altri

organi ). perche sia possibile concretamente devono esserci degli organi di valutazione e di controllo

indipendenti (vale anche per l’accountabulity sociale)

 Sociale ( attività di controllo che avviene nella società civile, attività svolte fuori dal parlamento da

partiti, media e altre associazioni intermedie)

Se si arriva ad avere una democrazia dove la responsabilità si limita al voto si arriva ad avere una democrazia

priva di qualità tende ad avvicinarsi alla democrazia illiberale.

Sul piano analitico all’accountability si lega la responsiveness (che viene considerata l’altra faccia della

medaglia dell’accountability), infatti la responsabilità politica deve essere fatta valere nei confronti dei

governanti in relazione a come rispondono alle domande sociali. la responsiveness pone problemi complicati

di rilevazione in quanto i cittadini non sono sempre in grado di sapere esattamente i loro bisogni e perché la

complessità dei problemi in una società industriale favorisce la tendenza dei governanti a massimizzare la

propria autonomia ricorrendo anche a strategie di manipolazione del consenso alcuni attori hanno cercato

di guardare la responsiveness come distanza intercorrente tra governanti e governati riguardo determinate

policy.

Alcuni politici possono massimizzare la responsiveness in modo da sottrarsi al meccanismo

dell’accountability. Ma problemi di questo tipo possono abbassare il livello di qualità della democrazia in

quanto mettono in discussione gli elementi costitutivi della democrazia rappresentativa; il populismo infatti

fonda la propria retorica sul sistema di contrapposizione tra establishment (che si suppone agisca contro i

cittadini) e il popolo (deposito di ogni virtù). Di conseguenza in una visione empirica accountability e

responsiveness risultano essere convergenti. Perché la responsiveness possa sussistere è necessario il

funzionamento dei processi attinenti all’accountability (responsabilità politica) e risulta importante una

dotazione di capitale sociale. Tutto questo è il versante dell’articolazione dei bisogni da parete delle porzioni

di società, l’altro versante della responsiveness (ovvero quello che riguarda l’output governativo) ha senso

solo in democrazie e società ricche e sviluppate il fattore economico è importante per spiegare i processi

di consolidamento democratico.

Le prime 3 dimensioni (rule of law, accountability e responsiveness) oltre a essere vicendevolmente correlate

sono anche connesse a quelle sostantive (rispetto diritti politici e sociali e ricerca dell’uguaglianza). Senza

una garanzia dei diritti è difficile far rispettare le prime 3 dimensioni. Inoltre, ricorda DAHL che per il

consolidamento di una democrazia non devono esserci disuguaglianze economiche estreme; la

concentrazione di risorse economiche, di status ecc comportando la concentrazione di risorse politiche nelle

questo

mani di pochi va contro i principi democratici, può creare disaffezione da parte dei più svantaggiati

fino ad arrivare all’aperta contestazione. In caso di crisi economiche prolungate è più facile che avvengano

fenomeni di disaffezione e ribellione

CAPITOLO 6

I REGIMI AUTORITARI

Il governo non democratico ha rappresentato la norma per gran parte della storia umana. Il XX secolo verrà

ricordato di più per le dittature che ha fatto piuttosto che per le transizioni democratiche.

Tra i 46 paesi più popolosi del mondo 9 sono tutt’ora dei regimi autoritari, tra cui la cina, l’arabia saudita e

l’iran. Questi paesi sono caratterizzati da un’ampia popolazione giovane e, pur avendo un tenore di vita

basso, questi paesi controllano le maggiori risorse petrolifere. Geograficamente si possono rappresentare

gli stati autoritari in un arco che abbraccia Nord Africa, Medio Oriente e gran parte dell’Asia.

6.1 la natura del regime autoritario

Non si deve pensare che tutti i regimi autoritari siano caratterizzati da un despota che conferisce un potere

assoluto e illimitato e che governa con la paura e la sorveglianza.

 

La maggior parte delle non-democrazie è costituita da stati autoritari, non totalitari i governanti

cercano di mantenere il controllo limitando la partecipazione anziché mobilitando la popolazione.

 

In genere il governo è caratterizzato da un gruppo elitario dotato di un sostegno interno.

l’esercizio di governo = precaria combinazione di autorità formalmente illimitata e di notevole

vulnerabilità politica.

 

I leader si pongono al d sopra della legge l’architettura costituzionale costituisce una bae

inaffidabile per la vita politica.

 Tribunali speciali ( che diventano coti militari) sono usati per dirimere i casi più delicati

 

Leggi vaghe e contraddittorie si riesce a portare in giudizio qualsiasi oppositore

 Parlamenti, e apparati giudiziari sono sottodimensionati, poco professionali e inefficaci

 Diritti civili poco rispettati

 Organizzazioni private sottoposte al vincolo dell’autorizzazione

 Trattamento punitivo nei confronti dei non detentori di poteri

 

Assenza di un quadro giuridico per la difesa della proprietà privata stagnazione economica

 

Mancanza di una chiara procedura di successione maggior punto debole (fatta eccezione per le

monarchie ereditarie)

 

Pericolo di scivolamento del dispotismo personale i governanti possono essere rimossi da

homines novi in qualsiasi momento

 I leader fanno affidamento su 3 tipi di risorse :

1. forze armate 

a) Mantengono un apparato militare e di sicurezza molto forte per mantenere il potere devono

dimostrare di essere in grado di usare questa risorsa.

b) Elevata spesa militare

c) Forze armate= base di appoggio decisiva per la dirigenza politica

d) Non c’è distinzione tra sfera militare e sfera politica

2. Clientele

a) Vengono cooptati altri detentori del potere attraverso la concessione di risorse che vengono a sua

volta distribuite a chi li appoggia lealtà al proprio referente immediato e indirettamente lealtà al

regime.

b) Si estendono all’intera società 

c) Purchè siano politicamente affidabili vengono ignorati comportamenti illeciti corruzione

d) Istituzioni deboli ma alleanze pragmatiche forti

e) Distribuzione di risorse “pilotate” allocazione impropria del capitale

f) Sistema bancario debole

3. Media

a) Controllati accuratamente

b) Regimi comunisti e fascisti hanno dichiarato di voler usare i media per creare persone migliori,

totalmente dedito al regime 

c) Oggi l’obiettivo è quello di procurarsi il consenso dei media oppositori criticati o ignorati.

d) Usata la censura ( per minaccia alla dignità e al buon funzionamento dello stato)

 Si basa sulla paura e sulla vulnerabilità

 Comunicazione opaca e fiducia assente

 Il risultato è una società statica, economia depressa e popolazione apatica

 Le dittature hanno sempre dimostrato più varietà politica delle democrazie.

6.2 dispotismo personale

Despota: governante barbaro e arbitrario che tratta i suoi sudditi sostanzialmente come schiavi.

 Il dispotismo personale è un caso specifico anche se raro;

 l’aggettivo “personale” implica che la fonte del potere è il leader stesso.

 I legami con un’ideologia più ampia, le forze sociali e un partito organizzato sono intermittenti.

 Il leader tiene segrete le sue operazioni per difendersi dagli oppositori

 il governo viene eseguito personalmente anziché da istituzioni.

 Esibisce in forma lampante caratteristiche tipiche dei regimi autoritari.

 Presenti in America centrale e Africa; è emerso quasi sempre in piccoli paesi post coloniali

dall’economia agricola specie durante la guerra fredda.

 Esempio delle dittature di Trujillo (repubblica domenicana) e di Franҫois Duvalier (haiti): dittatura

sanguinaria, praticata la tortura, il despota si preoccupava dello status statue in ogni dove, si

arricchirono attraverso a corruzione.

6.3 autoritarismo monarchico

Le monarchie assolute sono una forma di governo più stabile e più comune rispetto al dispotismo. In questo

tipo di autoritarismo esiste una procedura per la successione si costruisce un riferimento stabile per

l’esercizio dell’autorità tradizionale (si crea un atteggiamento paternalistico nei confronti dei sudditi)

Vengono esaminate da vicino le monarchie del Golfo. La maggior parte di queste monarchie si è creata

grazie all’avvicinamento di alcune famiglie alle potenze coloniali; in questo modo quando sono diventati

stati indipendenti hanno preso il potere. Queste monarchie fanno poche concessioni alla democrazia.

Alcuni di questi regni hanno creato i majlis (assemblee consultive) ma di certo non è sintomi di una

transizione alla democrazia.

Ci sono 3 motivi per cui è improprio parlare di monarchia negli stati del golfo. 

1. I titoli adottati dai “monarchi” riflettono la tradizione araba o islamica emiro, sceicco,

sultano. 

2. Non è il singolo monarca ad esercitare il potere, ma l’intera famiglia è come se fosse

un’impresa famigliare

3. Al contrario delle monarchie dove il re designa il suo successore, nella tradizione di questi

stati si devono far delle riunioni di un consiglio di clan per formare o modificare la

crea

designazione. una continuità nelle generazioni che è difficile da mantenere degli

stati dove la successione si basa sulla primogenitura ( =acquisizione ereditaria del titolo da

parte del primogenito, in genere il maschio più anziano si corre il rischio che il maschio

più vecchio non sia all’altezza del compito)

In questo tipo di governo l’autorità spetta al monarca in persona, i cittadini sono piuttosto dei sudditi e il

monarca non è soggetto nè a leggi né a elezioni competitive.

può

Il monarca deve garantire il benessere fare delle petizioni su questioni di carattere individuale (in

questo caso il suddito chiede un trattamento benevolo, non il rispetto dei suoi diritti.

Per illustrare la governance monarchica si usa il caso dell’Arabia saudita.

L’assetto politico riflette tutto ciò che ha fatto Ibn Saud suo fondatore e primo monarca. Egli gestiva il

regno come una grande famiglia e usò il matrimonio come tattica (ebbe 100 mogli, una per ogni famiglia

potente del paese). La famiglia costituisce il governo, colui che viene scelto dal monarca è solo un sostituto

temporaneo alla sua morte; il vero successore verrà scelto dal consiglio famigliare. Il regime è più

autoritario che monarchico, la famiglia non monopolizza la ricchezza, ma lascia spazio alle famiglie di rango

inferiore. I partiti politici sono ancora vietati anche se è nata una sorta di meccanismo di rappresentanza.

Nei paesi del Medio Oriente le monarchie al governo si sono dimostrate particolarmente resistenti e non ci

sono molte ragioni per attendersi cambiamenti. Le riserve di petrolio continuano a rappresentare solide

basi di petrolio e la religione islamica non è facilmente conciliabile con la democrazia liberale.

6.4 autoritarismo partitico

Il XX secolo fu il secolo che vide vivere le dittature partitiche, le quali monopolizzarono il potere pubblico

nel nome della modernizzazione economica, della trasformazione sociale e della rinascita nazionale. Questi

partiti (soprattutto quello comunista) usavano l’ideologia per giustificare il controllo esclusivo del potere. Si

prenderà in esame soprattutto il partito comunista.

6.4.1 partiti comunisti

L’ascesa del partito comunista ebbe inizio con la rivoluzione russa del 1917; l’ideologia mirava a rovesciare

tutte le democrazie capitalistiche dell’occidente. Si estese nell’Europa orientale e in Asia.

Marx fu l’ispiratore di questi movimenti:” tra la società capitalistica e la società socialistica si interpone il

periodo di trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. A esso corrisponde anche un periodo di

transizione politica in cui lo stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

Questa affermazione fu interpretata dai rivoluzionari a loro vantaggio. In particolare da Lenin che formò il

partito di avanguardia (= composto da rivoluzionari di professione la cui comprensione del pensiero

marxista li mette n condizione di sottrarsi all’indottrinamento ideologico del sistema capitalista e di

accrescere la consapevolezza delle masse sia prima sia dopo la rivoluzione. In assenza di questa guida i

lavoratori potranno sviluppare solo una coscienza sindacale) Lenin era convinto che i partiti comunisti

comprendessero gli interessi degli operai meglio degli operai stessi.

Una volta al potere i partiti comunisti dominavano tutte le componenti della società, contraddicendo

l’aspirazione di marx. Non si ottenne nessuna libertà, anzi, i regimi comunisti erano fortemente autoritari,

non tolleravano alcuna opposizione, indicevano elezioni fasulle, agivano al di sopra della legge, riscrivevano

le costituzioni, riscrivevano tutte le nomine più importanti in seno al governo, controllavano i media e

nel

spiavano la popolazione. socialismo di stato il partito controllava e il governo implementava, da qui la

forma STATO-PARTITO. Questo tipo di dittatura era la più efficace nella presenza all’interno della società

rispetto a tutte le altre. il

La conseguenza di questi regimi era sempre la stagnazione comunismo è finito perché si è decomposto

dall’interno. Infatti, dopo la caduta dell’URSS in Russia il partito comunista venne messo fuori legge.7

Oggi i partiti comunisti sopravvivono in Asia (ad eccezione di Cuba). Hanno imparato a mescolare elementi

di economia pianificata e di capitalismo. La Cina è uno dei paesi comunisti più importanti (il caso più

importante di comunismo asiatico, è il primo paese che offre un modello di sviluppo senza

democratizzazione. Questo successo è dovuto al forte nazionalismo. Corruzione e apatia restano però assai

diffusi all’interno del partito. La Cina non ha tanto un’economia di mercato, quanto un’economia

politicizzata (membri del partito, burocrati locali e ufficiali delle forze armate perseguono il successo

insieme a imprenditori convenzionali). Questo sistema può soddisfare meglio di quello dell’URSS i bisogni di

una economia avanzata e di una popolazione scolarizzata

Emergono pero gravi problemi, molti a causa dello sviluppo economico (come l’inquinamento, la

migrazione dalle campagne, disoccupazione urbana….ecc)

La risoluzione di questi problemi spingerà il partito a scegliere tra diverse opzioni, ma di certo non la

democrazia. Lo straordinario successo della Cina ha portato il mondo a essere dipendente dai suoi prodotti,

riducendo così le pressioni alla democratizzazione.

6.4.2 altri partiti al potere

Ci sono esperienze di altri partiti, diversi da quello comunista, che detengono il potere (sono pochi e la

maggior parte divisi al loro interno). È importante nei regimi autoritari che permettono una certa

competizione elettorale che ci sia un partito organizzato. Come nella democrazia anche nei regimi autoritari

i partiti rappresentano una caratteristica fondamentale di governo. Anche quando esordisce come entità

indipendente, il partito può sempre finire nelle mani di un leader particolarmente forte (esempio del

partito baath in Iraq dove alla fine Saddam impresse la sua personalità diventando una sorta di dispotismo

personale.

6.5 autoritarismo presidenziale

In questo tipo di autoritarismo il potere del leader deriva dalla carica di presidente. Possiamo parlare di una

forma presidenziale di autoritarismo. Il presidente infatti occupa una posizione particolare, possiede una

visibilità che può investire nel tentativo di portare su di sé l’autorità, generalmente instaurando un

rapporto con il popolo attraverso i media.

Differentemente dal dispotismo però l’autorità continua a fondarsi su una carica specifica che tende a

sopravvivere al suo titolare pro tempore (è più istituzionale adatta a società grandi e complesse)

Questo è un processo ben noto in America latina infatti da li prende il nome di autogolpe (= è un colpo di

stato messo in atto dal presidente dal primo ministro per estendere il suo controllo sul sistema politico in

maniera extra costituzionale) in genere il presidente dichiara lo stato di emergenza, rimuove il divieto di

rielezione ed estende i suoi poter in modo da governare per decreto.

Sebbene il termine abbia origine in America latina, se ne possono trovare anche nel resto del mondo (come

nell’Uzbekistan dove l’ex primo segretario del partito comunista si dimise e con abili mosse strategiche fece

passare il suo paese da regime partitico a regime autoritario con lui come leader.

6.6 autoritarismo militare

Nella seconda metà del XX secolo l’autoritarismo militare divenne una forma importante di regime

autoritario, soprattutto in Africa, America latina e Asia. Poi, nella maggior parte dei casi il generale è uscito

di scena e i colpi di stato militari (= conquista del potere da parte delle forze armate o da parte di esse,

molti colpi di stato non furono sanguinosi, ma sostituirono il regime vecchio con poche perdite e a volte

sono stati favoriti dai governanti precedenti) divennero occasionali. La maggior parte dei colpi di stato si

verificò a fine secolo ed ebbe luogo in luoghi post coloniali dove lo stato non aveva acquisito la stessa

solidità degli stati europei.

I colpi di stato si sono concentrati in quegli anni a causa della guerra fredda, infatti, USA e URSS erano

troppo impegnate per interessarsi a come si organizzavano gli staterelli sotto di loro.

La forma istituzionale più tipica è la giunta (consiglio) dove emerge spesso la figura dominante di uomo

forte. In questo modo molti governanti assumono sia le cariche civili che quelle politiche.

Negli anni novanta, finita la guerra fredda, non avevano più la super potenza che li finanziava. Ricevevano

dei finanziamenti in cambio di una democratizzazione molti regimi militari scoprirono che non era così

facile l’azione di governo e diversi generali al potere tornarono alla vita militare. Da allora i regimi militari

diventarono di breve durata.

L’eredità lasciata dai governi militari ai leader civili di oggi non è per niente uniforme. Più forte è il regime

militare quando esce di scena, più vantaggioso è l’accordo che potrebbe negoziare.

Il problema principale è che lungi periodi di dittature portano a un intreccio tra potere civile e potere

militare. I funzionari di più alto livello si erano abituati ad avere privilegi che mantennero anche dopo la fine

del governo militare. Per restituire il potere ai civili patteggiarono privilegi per i militari si facilitava la

democratizzazione ma si indeboliva la sostanza del nuovo stato. E anche quando questi privilegi venivano

rimossi, lasciano un difficile retaggio alle democrazie.

La Birmania è un esempio contemporaneo di governo militare

In altri paesi l’influenza militare viene esercitata su quelli che nominalmente sono regimi civili (es. Pakistan,

Algeria)

In altri paesi ancora l’esercito può sostituire un leader civile con un altro, anziché andare al potere (come è

successo durante la crisi honduregna del 2009.

6.7 autoritarismo religioso

È la forma più rara. Società religiosa ≠ governo clericale. Anche nei paesi musulmani si tende a dividere la

leadership religiosa da quella civile.

La repubblica islamica (non araba) dopo la caduta dei talebani in Afghanistan è l’unica teocrazia

costituzionale rimasta (= la teocrazia è il governo dei leader religiosi. Nell’antico stato di Israele le leggi di

Dio venivano mostrate e applicate dai predicatori, anche se ma maggior parte dei paesi islamici separa i

ruoli religiosi da quelli politici).

Il governo dei leader religiosi gode di una legittimazione limitata e spesso si è in presenza di una

disaffezione da parte del popolo oltre che a una divisine tra riformisti e conservatori all’interno dell’élite

governativa.

La costituzione post rivoluzionaria dell’Iran prevedeva un parlamento e un presidente eletti direttamente

dal popolo, il potere effettivo è però ancora in mano agli ecclesiastici e si esprime attraverso il consiglio dei

guardiani.

Come accade in molti altri regimi neanche i governanti dell’Iran forniscono direttive chiave su argomenti

pratici come lo sviluppo economico, la politica monetaria e il commercio internazionale. il governo degli

ayatollah non ha potuto assicurare la crescita economica (seppure venda grandi quantità di petrolio)

Gli ecclesiastici si sono arricchiti attraverso i bonyad (fondazioni “benefiche” esenti da imposte). Non esiste

un partito forte o una famiglia reale a imporre la disciplina a questi elementi. 

Un governo così ha intensificato la distanza tra le generazioni ( età media 26 anni) i giovani scolarizzati

contestano le restrizioni imposte dalla burocrazia religiosa.

Capitolo 7 Cultura Politica

La cultura è la caratteristica essenziale dell’umanità, in quanto esprime la nostra natura di esseri sociali

consapevoli; la natura implica valori simbolici, significati e aspettative. Ci dice chi siamo, cosa conta per noi

e come ci dovremmo comportare.

Dobbiamo però dire che qualunque grande paese avrà al suo interno una pluralità di gruppi sociali

culturalmente distinti cultura composta da subculture o una società multiculturale.

CULTURA POLITICA: insieme degli orientamenti psicologici (atteggiamenti, valori e convinzioni) dei membri

di una società nei confronti del sistema politico. Questa si può confrontare con la definizione di ideologia

politica. Cultura politica è più ampia, più estesamente applicabile. L’ideologia fa riferimento a un sistema

organico di idee, la cultura politica si avvicina al concetto di mentalità. Essa deve essere ridefinita in modo

tale da non rilevare solamente l’orientamento psicologico del singolo, ma piuttosto come insieme di

modelli cognitivi e valutativi e aspetti del mondo che assumono rilevanza politica. Inoltre bisogna

specificare che la cultura politica non è solamente ciò che pensano gli individui, ma anche ciò che questi

fanno la cultura politica vive di atteggiamenti e comportamenti.

7.1 Studiare la cultura politica

Quello che ci attrae di un altro paese è la differenza tra la nostra cultura e la loro. È pericolosamente facile

usare i contesti culturali per spiegare le differenze politiche. La cultura dominante infatti potrebbe riflettere

solo a cultura dell’élite politica.

Al di sotto dell’ideologia dominante troviamo spesso forme di opposizione alla cultura preminente che

possono sfuggire a un osservatore superficiale. (un esempio è stato il caso dei lavoratori in opposizione ai

capitalisti descritti da Marx vs. borghesia 2 nazioni dissimili in una stessa area geografica)

operai

ALMOND E VERBA “the civic culture” : i 2 autori identificano la fonte della democrazia stabile in ciò che

definiscono cultura civica, ovvero alla presenza, in una società, di cittadini attivi in politica e di una

minoranza di cittadini passiva, in questo modo non ci sono surriscaldamenti perché la minoranza passiva

stabilizza il sistema la cultura Civica risolve in questo modo la tensione intrinseca alla democrazia tra

controllo popolare e governance efficace. che inducono bassi livelli di partecipazione

atteggiamenti

fanno da contrappeso a una cultura prevalentemente partecipativa (studiarono vari casi, i diversi paesi)

Questo studio fu oggetto di varie critiche:

1. Il concetto di cultura politica era troppo vago, gli autori avrebbero dovuto concentrarsi di più su

subculture locali, di classe e di razza. I critici affermarono che in realtà la cultura civica era una

riformulazione attenuata di governo di classe è più giusto parlare di culturE politichE e dire che

nessuna cultura è superiore alle altre.

2. Non avevano offerto un resoconto dettagliato delle origini e dell’evoluzione della cultura politica.

La cultura politica veniva data per scontata secondo i critici, la cultura politica non dovrebbe

essere considerata fissa e stabile, ma come un’identità dinamica che viene influenzata dal modo di

esplicarsi della politica.

7.2 fiducia nella politica e capitale sociale

Dallo studio di Almond e Verba le democrazie passarono periodi di turbolenza ( come il crack petrolifero, la

guerra del Vietnam.. ecc.) che lasciarono il segno nelle culture politiche occidentali. Alcune ricerche si sono

concentrate a capire il declino della fiducia politica e sociale che ha caratterizzato le democrazie occidentali

negli ultimi decenni. Venne fuori che dal 1981 al 1991 la fiducia dell’opinione pubblica per istituzioni come

esercito, parlamento e pubblica amministrazione è calata in 17 paesi. Nonostante ciò il sostegno degli

elettori rimane largamente diffuso anche tra i delusi.

La storia della fiducia degli USA (la quale sale e scende a seconda degli eventi storici) mostra come sia

pericoloso generalizzare la cultura politica di un paese a una sola indagine.

Ci sono però altre conseguenze meno visibili collegate al calo di fiducia nelle istituzioni: una minor fiducia

nel governo, riduce la capacità del sistema politico di realizzare obiettivi condivisi la fiducia favorisce la

solidarietà fra sconosciuti. In una cultura basata sulla fiducia si possono fare cose (progetti) che non si

potrebbero fare altrimenti.

Putnam studia l’Italia (considerata uno dei casi di disaffezione per eccellenza) concentrandosi

maggiormente sulle eterogeneità del paese. Dimostra che le modifiche culturali intervenute in Italia

abbiano inciso sull’efficacia dei 15 nuovi governi regionali istituiti negli anni 60. Alcuni si sono dimostrati

stabili ed efficaci, altri hanno realizzato ben poco. Perché? Le regioni di maggior successo hanno una

politica positiva fiducia e cooperazione reciproca che si traducono in capitale sociale (= la fiducia, le

norme sulla convivenza, reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’organizzazione sociale.

Una cultura politica che si fonda sul capitale sociale permette alla comunità di costruire istituzioni politiche

che migliorano in grado di risolvere problemi collettivi). Mentre i governi meno efficaci sono quelli dove

non c’è collaborazione e uguaglianza.

• Gli studi nazionali, come quello di Almond e Verba, non sono abbastanza sensibili a queste

differenze regionali.

Ma quindi da dove viene il capitale sociale? Putnam dice che il capitale sociale ha radici storiche, in Italia

infatti ogni regione ha avuto una storia diversa da quella delle altre alcune si è sviluppato, in altre no.

in

• La cultura politica può essere uno strumento attraverso il quale il passato influenza il presente.

Il capitale sociale è un elemento importante per misurare la qualità della democrazia. Non si può avere un

accountability sociale efficace se alle spalle non c’è un capitale sociale con le caratteristiche descritte da

Putnam (fiducia, reti associative, norme di comportamento che favoriscano la cooperazione)

7.3 analisi generazionale e post materialismo

A volte il concetto di cultura politica viene criticato per il su carattere statico. Alcuni sostenitori

dell’approccio culturale hanno cercato di spiegare i cambiamenti usando le generazioni politiche (= gruppo

anagrafico che ha in comune esperienze e valori specifici che ne condizionano la prospettiva in tutto l’arco

della sua vita) ogni generazione sviluppa una prospettiva politica diversa sia dalla generazione

precedente, sia da quella successiva (la generazione cresciuta in periodo di guerra avrà idee politiche

diverse da quella cresciuta durante una depressione economica). In alcuni casi il ricambio generazionale

avviene più gradualmente, con il ricambio generazionale una cultura politica si può trasformare lentamente

senza che ogni singolo individuo modifichi la propria opinione.

Per studiare le generazioni politiche si deve tener conto degli effetti del ciclo di vita o all’invecchiamento

le differenze si trovano nel momento in cui si studiano generazioni diverse in una stessa fase del ciclo di

vita.

Un fattore che è stato misurato in un lungo arco di tempo è il post materialismo, questo concetto affronta i

valori delle democrazie affluenti. Tra la fine degli anni 40 e i primi anni 70 il mondo economico ha

conosciuto un grande sviluppo economico secondo Inglehart questo avrebbe prodotto una rivoluzione

silenziosa nelle culture politiche. A partire dagli anni 60 è nata una generazione post materialista

(credevano in valori immateriali al contrario della generazione precedente prebellica) più affluente è una

democrazia, più elevata è la percentuale di post materialisti al suo interno.

Perciò, se esiste realmente lo scambio generazionale i valori post materialisti prenderanno il sopravvento

(nel 1970 i materialisti erano il quadruplo dei post materialisti, nel 2000 i 2 numeri si eguagliavano) le

generazioni materialiste scompariranno per lasciare spazio a quelle post materialiste a causa

dell’invecchiamento e della morte.

Un altro fattore importante per la diffusione del post materialismo è l’alta scolarità che caratterizza le

nuove generazioni. La costante espansione dell’istruzione universitaria potrebbe essere il fondamento

sociologico più importante del post materialismo che potrebbe produrre un progressivo cambiamento dei

valori nella popolazione man mano che gli anziani poco istruiti lasciano spazio a generazioni di giovani

laureati.

Dobbiamo ricordarci però che il post materialismo non è un fenomeno irreversibile (esempio: le politiche di

Clinton e Blair erano più progressiste di quelle dei loro predecessori, tuttavia i loro successori Bush Jr e la

Merkel tornarono a politiche di carattere conservatore)

7.4 la cultura politica nei regimi autoritari

I regimi autoritari devono affrontare dei problemi che derivano dalla loro indisponibilità ad affrontare il

rischio della consultazione elettorale. Devono trovare il modo di rispondere alle culture politiche. Hanno 3

possibilità:

1. IGNORARLA: esemplificata da molti regimi, anziché appoggiarsi alla cultura politica esistente i

generali cercano di escludere la maggior parte della popolazione nel coinvolgimento politico

2. SFRUTTARLA: è una pratica molto più diffusa, i leader cercano di giustificare nella cultura politica

quegli elementi che giustificano il loro potere la democrazia come un

rappresentano

ingannevole concetto occidentale regime autoritario si può presentare come una tradizione

il

culturale indigena che si contrappone al liberismo occidentale.

3. RICOSTRUIRLA: è la pratica meno usata, cercano di ricostruire come vogliono la cultura politica, è

ciò che ha cercato di fare il comunismo. L’esperienza comunista è finita ad avere una

partecipazione di massa basata sull’obbedienza passiva anziché un impegno attivo per il

comunismo. questo ci insegna che le culture politiche non si lasciano manipolare molto

facilmente. Un movimento sofisticato pronto a manipolare, penetrar, organizzare, indottrinare e

ricorrere alla coercizione, e che ha la possibilità di farlo per più di una generazione, finisce per

essere più trasformato che trasformatore.

7.5 la cultura politica nelle democrazie illiberali

Nelle democrazie illiberali si trovano in difficoltà: essendo leader elettivi non possono adottare le

tecniche dottate dal regime autoritario, ma non possono neanche accettare in toto il modello delle

democrazie liberali occidentali. i capi delle democrazie illiberali sfruttano la cultura politica

enfatizzandone selettivamente gli elementi autoritari.

Le tradizioni di deferenza e il rapporto personale con il leader onnipotente è una risorsa culturale che

molti leder dell’Africa, Asia e America latina sanno usare molto bene. La fedeltà al leader nazionale è la

stessa (in maniera estensiva) che viene riposta in maniera spontanea al capo tribù, o dal bambino al

genitore. La maggior parte degli africani vedono la democrazia più in termini di rapporto personalistico

con la politica che in termini di istituzionalizzazione (se lo sviluppo istituzionale promuove la

democrazia Liberale il rapporto personalistico promuove quella illiberale).

Alcuni autori vedono in questo tipo di leader la proiezione dell’esperienza autoritaria nell’ambito

famigliare bambino accetta e rispetta l’autorità dei genitori, questo meccanismo si riflette poi nei

il

confronti dei leader benevoli. Spesso succede però che il leader non ha i mezzi per soddisfare le

aspettative paternalistiche della popolazione innesca un circolo vizioso di aspettative elevate,

si

delusione di massa e ricerca di un nuovo leader. (la Russia è l’esempio più tipico di democrazia

illiberale dove le prospettive di passare a una democrazia liberale sono molto limitate)

7.6 la cultura politica delle élite

CULTURA POLITICA DELLE ELITE: convinzioni, atteggiamenti e idee sulla politica di coloro che sono più

vicini ai centri di potere politico. I valori dell’èlite sono più espliciti, sistematici e consequenziali di

quelli della popolazione in generale.

Le idee delle élite sono distinte e separate dalla cultura politica nazionale, pur con delle aree di

sovrapposizione.

Essa incide in 2 modi sulla stabilità politica.

1) Se il gruppo al potere ha fiducia nelle proprie capacità di governo il sistema politico ha più possibilità di

sopravvivere. Prendiamo ad esempio i regimi autoritari. L’élite autoritaria si mantiene al potere non

solo con la forza e la minaccia ma soprattutto con una visione del futuro in base alla quale può

giustificarsi a se stessa. Nessun regime può sopravvivere a lungo senza un concetto di finalità.

2) La disponibilità al compromesso tra i leader che rappresentano i diversi gruppi può contenere l’ostilità

tra i gruppi, garantendo una stabilità che previene il rischio di disintegrazione. Questo aspetto si

ricollega alle società divise. Secondo Lijphart anche una società divisa in pilastri può arrivare alla

stabilità politica se i leader sono disposti a trovare compromessi. Una cultura del compromesso si trova

soprattutto per quanto riguarda la distribuzione delle risorse. Un atteggiamento di questo tipo è

prevalso tra i leader delle democrazie consociative (Austria, Belgio e Olanda) che erano divise per

religione e ideologia. Tale accomodamento si basava su 2 regole informali:

• La distribuzione del potere doveva riflettere la dimensione relativa di ciascun gruppo

• Ogni gruppo doveva mantenere un diritto di veto minoritario sulle questioni che considerava vitali

per i suoi interessi

Oggi i pilastri si sono sgretolati con l’indebolimento delle divisioni religiose anche se però c’è da

precisare che nei paesi dove c’era stata una democrazia consociativa ancora oggi le “organizzazioni-

pilastro” sono visibili e giocano un ruolo nel processo decisionale politico. Ci sono pero 3 precisazioni da

fare:

1. Il ruolo primaio della cultura delle élite fa si che la democrazia consociativa vada al di la delle

mere soluzioni istituzionali (ciò che ha funzionato per l’Olanda può non funzionare per altri

paesi)

2. Il compromesso raggiunto si può considerare un cartello che limita l’influenza popolare sulla

politica nazionale

3. Dando potere ai pilastri si finisce per rinforzarli anche nei loro aspetti escludenti rende

si

difficile l’integrazione

DEMOCRAZIA CONSOCIATIVA = forma di democrazia dove gli accordi dei leader nazionali dei diversi pilastri

di una società garantiscono la stabilità politica.

PILASTRI = comunità organizzate che si basano tipicamente sulla religione o sull’ideologia.

7.7 uno scontro tra civiltà?

Utilizziamo il concetto di cultura politica come strumento per comprendere la relazione tra Islam e

Occidente.

Huntington sostiene che la frattura tra occidente e Islam e solo di tipo culturale e che rappresenti un

autentico scontro fra civiltà. La sua tesi (fatta prima dell’11 settembre 2001) sostiene che le culture basate

sulle civiltà anziché sugli stati sarebbero diventate la prima fonte di conflitto nel XXI secolo. Si tratta di

raggruppamenti sovranazionali la cultura politica si è sottratta alle radici nazionali per adottare identità

più vaste, ma pur sempre in competizione.

Tra le visioni del mondo contrapposte di queste civiltà c’è pochissimo spazio per il compromesso. Con

l’avanzare della globalizzazione la tensione e il conflitto si intensificheranno. Huntington fa notare come le

somiglianze culturali abbiano caratterizzato la scelta delle parte nelle guerre degli anni 90. Egli attinge poi a

questi temi per analizzare la relazione che intercorre tra Islam e Occidente cristiano. Se le origini del

conflitto potevano essere di tipo religioso, oggi è esclusivamente di tipo culturale: non è più la religione

cristiana ad attrarre le critiche islamiche, ma la cultura laica dell’occidente.

Come si collegano gli stati a queste civiltà? In 3 modi:

1. Uno stato di riferimento crea una civiltà

2. Uno stato membro si identifica con una civiltà

3. Uno stato isolato crea una sua civiltà (che rappresenta un fenomeno a parte)

Un caso particolare è lo Stato misto o diviso i cui leader possono assumersi l’incarico di far passare il

proprio stato da una civiltà all’altra (un esempio è la Turchia, paese islamico che segue il modello laico

occidentale)

Un’altra cosa che differenzia le 2 culture è l’istruzione, da una parte, quella occidentale, è prevalentemente

secolare e si concentra su conoscenze scientifiche e formazione tecnica. Dall’altra, in quella musulmana, lo

studio del Corano rimane una materia importante di cultura permanente.

conflitto

Molti criticarono la visione di Huntington in quanto si concentra sulle caratteristiche intrinseche di quella

religione e assume che tutti i credenti parlino una voce sola. Stepan, Gregorian e Fuller sostengono che

bisognerebbe guardare l’islam come un’entità multi vocale, come un mosaico e non un monolito; il

problema non è cos’è l’Islam, ma ciò che vogliono i musulmani. All’11 settembre non tutti i musulmani

reagirono in modo univoco, la maggior parte di loro, come la maggior parte degli occidentali considerava

quegli attacchi moralmente ingiustificati. Il carattere politico dell’islam e la relazione con l’occidente si sono

modificati nel tempo. La possibilità di uno scontro armato potrebbe essere intrinseca ma rimane spesso

latente. Ma finché le civiltà sono considerate entità statiche è difficile spiegare la variabilità delle relazioni

tra esse.

Possiamo dire infine che la cultura politica di un gruppo, di una comunità, di una nazione dipende dalla

storia, ma ha a che fare con la religione, la scuola, i modi di esprimersi, i simboli. Contano poi le strutture

che una cultura conserva e trasmette.

CAPITOLO 8

COMUNICAZIONE POLITICA 

La società viene creata, sostenuta e modificata dalla comunicazione. la comunicazione è

un’attività di primaria importanza che permette di educare, informare, manipolare, persuadere.

Favorisce la trasmissione di significato e la trasmissione della cultura.

Oggi gli studiosi contemporanei si chiedono chi controlla e quale influenza esercitano i mass

media. le

La comunicazione è l’ambito in cui si esercita la politica valutazioni sulla qualità della

comunicazione entrano a far parte della tematica fondamentale che è la classificazione dei

governi. La quantità di libertà nel diffondere informazioni è significativa per distinguere tra

democrazie liberali, illiberali e regimi autoritari:

 La democrazia liberale deve consentire la “comprensione illuminata” ovvero deve

permettere a tutti, entro ragionevoli limiti di tempo, di avere uguali ed effettive

opportunità di conoscere le alternative politiche

 Nella democrazia illiberale il predominio dei canali radiotelevisivi più ascoltati è uno

strumento attraverso il quale il leader mantiene il proprio primato su potenziali

concorrenti.

 I regimi autoritari non permettono alcun dissenso esplicito

Quando si esamina la comunicazione politica conviene suddividere l’attività nelle sue componenti

attraverso il modello di trasmissione:

 Un emittente: chi?

 Un messaggio: che cosa?

 Un canale: come?

 Un destinatario: a chi?

 Un impatto presunto: con quale effetto?

Un partito locale (emittente) distribuisce un volantino (canale) in cui chiede ai suoi sostenitori

(destinatario) di votarlo (messaggio) per aumentare l’affluenza alle urne (impatto)

La maggior parte delle ricerche sono state fatte sul messaggio e i significati che incorpora. Si deve

però stare attenti a non ignorare il destinatario e l’impatto che un messaggio può provocare.

MASS MEDIA= canali di comunicazione in grado di raggiungere simultaneamente un gran numero

di persone. Questi canali includono TV, quotidiani, radio, libri, riviste, cinema, blog, siti web e

poster

8.1 sviluppo dei media

Esaminando la stretta relazione tra comunicazione e politica emerge lo sviluppo iniziale dei media.

I mass media hanno favorito la condivisione di esperienze di popolazioni sparse in vasti territori.

Non possiamo comprendere lo sviluppo dei media o dello stato senza prendere in considerazione

lo stretto legame che c’è tra i 2. Uno degli sviluppi fondamentali creato dai media è

l’alfabetizzazione di massa dovuta sia ai media che alla formazione degli stati. Questa è stata

fondamentale per lo sviluppo degli stati contemporanei. L’alfabetizzazione di massa era funzione,

prodotto e merito dello stato moderno. Nel 2007 il tasso di alfabetizzazione della popolazione

mondiale è all’80% al contrario del 1970 dove arrivava solo al 63%.

8.1.1 quotidiani

La diffusione dell’alfabetismo ha favorito la nascita dei quotidiani popolari, lo sviluppo più

importante nel XIX e XX secolo. La diffusione della stampa ha permesso d trasformare i giornali di

partito in quotidiani diffusi e profittevoli finanziati dalla pubblicità staccandosi dalle radici

partitiche divennero paradossalmente più importanti per la politica.

I loro proprietari acquisirono grandissimo potere politico.

8.1.2 radio e televisione

All’inizio del XX secolo il ruolo dei giornali è stato ridimensionato dalla radio e dalla TV. Con questi

è possibile una forma parlata anziché scritta, concreta anziché astratta, diretta anziché riportata. I

nuovi media hanno contribuito a promuovere l’integrazione nazionale. I leader hanno dovuto

acquisire nuove tecniche comunicative (se il discorso pubblico nelle piazze richiedeva un certo tipo

di approccio, i discorsi in TV e alla radio ne chiedono un altro). Con ‘avvento della TV e della radio il

trucco è quello di rivolgersi a milioni di persone come fossero singoli individui (discorsi del

caminetto di Franklin Roosevelt).

Questo tipo di media migliora la comunicazione politica rispetto ai quotidiani anche nei paesi più

poveri per 2 motivi:

1. Non richiedono la distribuzione fisica

2. Sono accessibili anche a quel quinto della popolazione analfabeta

La capacità dei politici di arrivare nei paesi rurali è molto importante per le democrazie illiberali,

soprattutto quelle dell’America latina.

Ci sono 4 tenenze delle comunicazioni nei paesi sviluppati:

1. Commercializzazione

2. Frammentazione

3. Globalizzazione

4. Interazione

Il loro peso è quello di ridurre il peso specifico della politica nazionale nelle strutture mediatiche.

Al contrario del secolo scorso oggi i mass media tendono a frammentare l’audience tradizionale

rendendo difficili le esperienze condivise, un altro effetto è quello della trasformazione della

comunicazione (non si parla più solo di politica ma entrano nello scenario la cronaca nera e la

cronaca rosa), questo rafforza l’universo del consumo e spoliticizza l’esperienza quotidiana

creando nel cittadino l’idea che la politica sia irrilevante.

8.1.3 commercializzazione

La comunicazione oggi è un business importantissimo. Negli anni 70-80 si è vista l’introduzione di

minaccia

nuovi canali commerciali ed è apparsa la pubblicità per il legame partiti – reti TV che

c’era in precedenza. La commercializzazione restringe il canale pubblico in cui si discutono i

problemi politici; i canali privati hanno poco interesse a promuovere il bene pubblico attraverso

l’informazione obiettiva della cittadinanza e dell’affluenza alle urne. Secondo le reti commerciali è

meglio fare pochi programmi politici ma stimolanti piuttosto che una programmazione politica

estensiva ma noiosa che interessa solo una minoranza.

8.1.4 frammentazione

La distribuzione via cavo via satellite e rete telefonica consente agli spettatori di ricevere una

molteplicità di contenuti, locali e globali, oltre che nazionali. I contenuti possono anche essere

archiviati on demand. Molte delle ore che vengono passate davanti a un schermo oggi vengono

passate su internet, soprattutto dalla popolazione giovane. E il pubblico presente on line diventa

sempre più grande. Il risultato di questa trasformazione è che il pubblico è molto frammentato

ricavi pubblicitari frammentati in diversi canali.

Free press= quotidiani gratuiti di carattere meno politico che stanno sostituendo i quotidiani locali

e della sera.

Le implicazioni sono molto importanti: i governi, i partiti e gli investitori pubblicitari fanno molta

più fatica a raggiungere un pubblico di massa dal momento che gli spettatori possono decidere di

cambiare canale.

 Si adottano strategie di marketing più sofisticate (sfruttate brillantemente da Obama per le

elezioni del 2008)

In questo contesto i politici si trovano a competere con personaggi di vario tipo, dal calciatore alla

star del cinema. E la capacità dialettica diventa ancora più importante dato che in tv i politici

devono illustrare il proprio programma in spot sempre più brevi.

8.1.5 globalizzazione

Una volta le informazioni di carattere globale venivano trasmesse in maniera molto lenta. Oggi si dà per

scontato che posiamo accedere alle informazioni provenienti da tutto il mondo in maniera immediata.

Questo crea difficoltà ai governi che vogliono nascondere al popolo gli sviluppi internazionali (come gli stati

comunisti). Gli sviluppi tecnologici facilitano anche l’opposizione sotterranea ai regimi autoritari. Chiunque

abbia accesso a internet può denunciare a tutto il mondo gli abusi di un governo.

8.1.6 interazione

Una forma particolare di espressione è la crescente esposizione ai canali interattivi (chiamate a programmi

in diretta, blog, sistemi di messaggistica, social network). Questi media tendono a relegare in secondo piano

la comunicazione monodirezionale del politico all’elettore e potrebbero vedere il politico in questione in

maniera diversa rispetto a come dovrebbe essere visto (per es in qualche video imbarazzante su youtube)

 il tempo di fruizione è in aumento, diminuisce però la fruizione passiva.

8.2 strutture dei media

Le innovazioni tecnologiche come TV e radio sono potenzialmente universali. Il modo in cui i mass media si

sono integrati nella politica nazionale varia da paese a paese dando origine a strutture mediatiche diverse

(struttura dei media = modelli complessivi di utilizzo dei media e in particolare la relazione media-

stato/economia. All’interno delle democrazie liberali vengono sviluppati 3 modelli di strutture mediatiche:

1. Anglo-americano: predominano i servizi di mercato e i media rispondono a una logica commerciale.

La diffusione dei quotidiani è elevata, il giornalismo è visto come professione dedicata alla raccolta

di notizie, modo dei media e mondo della politica sono separati. Il giornalista è un cronista

2. Nord europea: i media devono contribuire al benessere della società e alla stabilità politica. Il

governo sovvenziona i media sia per la loro funzione rappresentativa sia per quella informativa. Il

sistema enfatizza la ricerca di un accordo tra i gruppi sociali più rappresentativi. I giornalisti devono

essere sensibili per l’interesse nazionale, la stabilità politica e la prospettiva del quotidiano per cui

lavorano.

3. Sud europea: è l’opposto di quella nord europea. È per paesi come sagna portogallo e Grecia che

vengono da regimi autoritari e anche dopo la transizione democratica i partiti continuano a

controllare i media. La tv è un mezzo di intrattenimento potentissimo, ma la circolazione di

quotidiani è ancora limitata. Il giornalista punta meno sull’informazione e più sui commenti

ideologici

Quando si analizza la struttura mediatica si deve stare attenti alla tradizione nazionale o regionale.

8.3 impatto dei media

I media hanno un ruolo importante nello scenario della vita quotidiana. La scena politica cambierebbe se

da un giorno all’altro non esistessero più i media. I media sono il nostro punto di accesso principale alla

politica. Costituiscono le nostre mappe mentali del mondo politico che stanno al di fuori dell’esperienza

diretta. Per esempio l’interesse suscitato dai film americani sull’11 settembre o sul Vietnam hanno

suscitato un dibattito che costituiva sia una forma di partecipazione sia un presupposto per il sostegno nelle

campagne elettorali

8.3.1 meccanismi di impatto

Guardiamo come si è evoluto il pensiero accademico sugli effetti dei media. Ci sono 4 meccanismi principali

e ognuno di essi ha contribuito al pensiero accademico sull’impatto dei media:

1. Rinforzo: (modello degli effetti minimi) i media non influenzavano le scelte partitiche, queste erano

fortemente trasmesse dalla tradizione famigliare. Adesso questa non è più valida, era valida mezzo

secolo fa, quando il voto era molto più stabile. Le fedeltà partitiche si sono indebolite e la TV è

molto più persuasiva.

2. Agenda setting: si è scatenato negli anni 60 -80, secondo questa prospettiva i media influenzano ciò

a cui pensiamo e non ciò che pensiamo. L’influenza dei media nel pubblico si ottiene non tanto con

quello che si dice ma con quello che non si dice. Questa è condizionata dalla breve durata dei tg. Il

telegiornale, decidendo cosa dire, cosa omettere, l’ordine in cui metterlo decide l’agenda di

discussioni dell’opinione pubblica e così esercitano il proprio impatto. Ci sono però 2 limiti:

 I direttori non selezionano notizie a caso

 L’esplosione dei canali fa si che l’agenda non sia più severa come nel massimo splendore della

tv pubblica.

3. Inquadramento (o framming): è un approccio più recente, le parole del giornalista e le immagini

della telecamera inquadrano la vicenda, favorendo una narrazione che incoraggia a una

determinata reazione da parte del telespettatore. Il giornalista deve tradurre l’evento coperto in

una narrazione organizzata che crea una connessione con il lettore o il telespettatore. Più breve è il

resoconto, più fa affidamento su presupposti comuni (schemi di consenso

4. Sensibilizzazione: questo potrebbe essere la causa dell’agenda e degli schemi di riferimento. È stato

sottovalutato nelle ricerche. (ad es. se i media parlano sempre di politica estera, molto

probabilmente chi dovrà votare sarà più propenso a votare chi si basa sulla politica estera). La

sensibilizzazione viene più asserita che dimostrata, è invocata spesso da coloro che attribuiscono ai

media un comportamento le cui radici stanno altrove.

Questi 4 effetti sono importanti perché offrono informazioni su come il pubblico venga influenzato dal

contenuto e dal tono degli articoli.

8.3.2 televisione e quotidiani

Un pericolo che si corre quando s analizzano i mass media è quello di trattarli come se fossero tutti uguali.

Mettiamo dunque a confronto i più comuni: TV e quotidiani.

Negli anni 80 del XX secolo la tv era il mezzo di comunicazione di massa predominante in tutte le

democrazie, e rimane tutt’ora molto importate perché è in grado di arrivare in tutte le case.

Parlando di politica ormai la tv non segue più la campagna elettorale, è lei stessa la campagna elettorale.

Ma una cosa è dire che lo studio televisivo è diventato il luogo della battaglia, un altro è dire che ne

determina il risultato. Uno studio recente dice che la maggior parte degli elettori sceglie chi votare in base

alla personalità del candidato, specie quella dei leader.

La letteratura non è d’accordo, questa sostiene che l’unico posto dove la tv ha dato un contributo

consistente è nell’indebolimento delle fedeltà di partito tra gli elettori specie nelle generazioni cresciute

con essa. Tuttavia la moltiplicazione dei canali e l’allentamento dei vincoli regolamentari hanno conferito

un tono più politicizzato a una parte della copertura televisiva, specie negli USA.

Sarebbe errato ignorare i quotidiani. Sebbene perdano copie i quotidiani di qualità continuano a mantenere

un’autorevolezza che deriva dalla longevità e dalla quantità.

 Nelle democrazie liberali i quotidiani sono più liberi e pluralistici della TV

 I quotidiani permettono di fare una visione più approfondita dei fatti.

 La tv racconta cosa è avvenuto e il quotidiano lo contestualizza.

 I notiziari coprono un evento alla volta, i quotidiani si possono scorrere alla ricerca degli argomenti

di interesse

 I quotidiani si possono leggere quando si vuole

 Offrono il lusso dello spazio dedicato alla riflessione

Per questi motivi il quotidiano è ancora un mezzo di comunicazione molto importante, nei paesi che hanno

da sempre una stampa autorevole i giornali mantengono una rilevanza politica che va oltre la loro

diffusione. (in Giappone s fidano di più dei giornali che della tv)

8.4 l’opinione pubblica

Soprattutto nelle democrazie liberali la politica è una battaglia per influenzare l’opinione pubblica.

8.4.1 definizione di opinione pubblica

Mentre la cultura politica è l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti politici l’opinione pubblica si

focalizza maggiormente sulle questioni, sulle politiche e sui problemi all’ordine del giorno.

Alcune definizioni di opinione pubblica dicono che è semplicemente ciò che pensa la popolazione adulta su

un determinato argomento, se così’ fosse si potrebbe misurare con un semplice sondaggio.

OPINIONE PUBBLICA = può indicare:

1. L’insieme dei punti di vista di una porzione significativa della popolazione su un determinato

argomento controverso

2. Il giudizio informato di una comunità su un argomento di comune preoccupazione, ove quel

giudizio si formi nel contesto di obiettivi politici.

Questa definizione però non esprime ciò che intende la maggior parte dei politici per opinione pubblica.

La loro definizione richiama un’opinione strutturata e organizzata che ne influenza le decisioni. Questa

visione dell’opinione pubblica è frutto di ciò che disse Gladstone :” l’opinione pubblica rappresenta la

somma o il punto di equilibrio dei principi morali astratti di coloro che formano la società” si forma

l’opinione pubblica solo se i suoi componenti hanno ben chiaro i fini del governo e l’insieme dei mezzi.

8.4.2 misurare l’opinione pubblica (metodi di analisi della tuzzi)

Il concetto di opinione pubblica ha preso importanza grazie ai sondaggi, alle giurie di cittadini e ai focus

group. Il concetto è strettamente legato al metodo di rilevazione. Nella democrazia liberale l’opinione

pubblica è sia valutata sia parzialmente composta da indagini sul contenuto:

1. Sondaggi d’opinione e indagini a campione sono considerati i metodi più accurati per conoscere ciò

che i cittadini pensano. La loro precisione è documentata, soprattutto per quanto riguarda la

previsione dei risultati elettorali. La procedura deve essere scientifica, come scegliere un 1 nome

ogni tot nomi da una lista, i campioni autoselezonati (quelli delle trasmissioni tv) non

rappresentano un campione statisticamente significativo. Anche quando si sceglie un campione in

maniera sistematica è un errore sovrastimare l’affidabilità, può essere che non abbiano

danno

un’opinione su ciò che stai chiedendo info devianti. Uno dei pericoli è quello di creare

l’opinione pubblica mentre la misurano.

Pubblico interessato o attento = è composto dalla minoranza che ha un particolare interesse per, o

una particolare conoscenza di, un determinato argomento.

2. Il focus group permette di superare alcune di queste difficoltà. È una discussione guidata da un

moderatore che si svolge tra un numero limitato di persone per discutere di un argomento che sta

a cuore ai partecipanti al fine di esplorare le prospettive attraverso cui i partecipanti vedono

l’argomento. È una versione qualitativa del sondaggio di opinione ridotta e autoselezionata ma in

grado di fornire una comprensione più completa

3. Sondaggio di opinione deliberativo o giuria dei cittadini i partecipanti ricevono una serie di punti di

vista su un determinato argomento da esperti e politici. Una volta inquadrato il problema viene

espresso un giudizio. L’opinione viene presentata solo dopo l’esposizione e la discussione. Questa

tecnica mira ad accertare quale sarebbe l’opinione pubblica se il pubblico fosse pienamente

informato sulla questione. È utile per questioni di carattere specialistico e sulle nuove tematiche.

Anche se non vengono ampiamente utilizzate rappresentano un tentativo di superare il problema

della disinformazione che affligge i sondaggi tradizionali.

8.4.3 l’impatto dell’opinione pubblica

In un certo senso, l’opinione pubblica pervade l’intero processo politico. Forma l’ambiente dove lavorano i

politici ed è un convitato a molti consigli dei ministri. In questo ambito in genere funge da stimolo o da

freno. L’opinione pubblica non governa ma potrebbe mettere dei limiti alle azioni di governo.

4 fattori ne limitano l’influenza:

1. L’opinione pubblica offre poche prescrizioni politiche dettagliate. Nel processo decisionale conta di

più l’opinione esperta rispetto a quella pubblica

2. Il pubblico nella sua totalità è spesso male informato, soprattutto sulla politica estera

3. L’opinione pubblica può ignorare le esigenze di compatibilità e di bilanciamento degli interessi, i

governi no, anche se a volte ci provano. Il pubblico può volere meno tasse ma chi sta al governo

deve scegliere tra gli obiettivi incompatibili. Inoltre i rischi che si associano non vengono presi in

considerazione dall’opinione pubblica, mentre i decision maker devono starne attenti.

4. I politici rispondono di più all’opinione oganizzata che non all’opinione pubblica. Le loro percesioni

rispetto all’opinione pubblica sono spesso inaccurate in quanto passano attraverso le lenti dei

gruppi di interesse e alla proiezione delle loro opinioni sull’intero elettorato.

L’opinione pubblica è particolarmente influente quando dà l’impressione di modificarsi. Solo politici

sconsiderati non tengono conto del modificarsi dell’opinione pubblica.

8.5 i media nei regimi autoritari

I regimi autoritari limitano la libertà di espressione portando a una copertura dei media controllata e

servile. Questo accresce la vulnerabilità alle pressioni governative. Le reti televisive di stato e i quotidiani

convenzionati dal governo seguono la linea del regime, i giornalisti critici vengono sottoposti a vessazioni e

l’intero settore dei media tende a preservarsi attraverso l’autocensura. al vertice arrivano informazioni

inadeguate aumentando a distanza fra stato e società favorendo decisioni improprie. In questo modo i

governanti possono consolidare il potere nel breve termine m diminuiscono la qualità della governance,

mettendo a grave rischio la loro autorità nel lungo periodo.

Ci sono una serie di meccanismi di controllo:

1. Dichiarazione dello stato di emergenza che limita formalmente la libertà dei media

2. Imposizione di una licenza alle testate e ai giornalisti

3. Pesante tassazione delle macchine da stampa

4. Obbligo di versare una cauzione al governo prima di fare nuove pubblicazioni

5. Limitazione dell’accesso alla carta stampata

6. Minaccia di ritirare la pubblicità governativa

7. Introduzione di leggi estensive in tema di diffamazione

Essendo che i regimi autoritari si trovano in paesi a basso reddito questo limita lo sviluppo dei media. A

volte i giornalisti scrivono articoli elogiativi in cambio di denaro. Questo si svolge in Africa e nell’Asia

comunista dove gran parte dei media sono in mano allo stato.

Questa esigenza da parte dello stato deriva dalla presunta esigenza di stabilità sociale, ordine e sviluppo

economico (la stampa libera viene vista come ricetta per la discordia e per la disgregazione).

Nei paesi islamici i media vengono visti come metodo per l’affermazione dei valori religiosi e delle norme

sociali (stampa libera = accesso alla pornografia). 

Gli stati totalitari hanno sviluppato un approccio più sofisticato alla relazione con i media servono per

trasformare la cultura politica, tuttavia né il regime comunista né quello fascista lo consideravano un mezzo

sufficiente per il controllo ideologico venivano integrati con l’azione diretta nei luoghi di ritrovo della

gente (esempio URSS staliniana, propaganda + agitazione dominavano il flusso delle informazioni).

PROPAGANDA= comunicazione messa in atto da un’organizzazione che intende promuovere l’appoggio alla

propria causa influenzando gli atteggiamenti e soprattutto i comportamenti di grandi masse di persone. Il

termine ha origine religiosa.

L’esperienza comunista mise in luce i limiti del potere mediatico. Le magniloquenti affermazioni sui

progressi della nazione venivano contraddette dalla triste realtà di tutti i giorni. La propaganda divenne un

rituale vuoto neanche chi monopolizza i media riesce a garantirsi la legittimazione. Oggi in Cina vengono

ancora controllati i media. In Internet alcuni argomenti sono completamente bloccati e inaccessibili (come

la democrazia o l’indipendenza del tibet), la giustificazione ufficiale è quella di proteggere la sicurezza

nazionale. Queste limitazioni vengono accettate dall’occidente solo per avere accesso al mercato cinese.

8.6 i media nelle democrazie illiberali

Nelle democrazie illiberali il controllo sui media è molto meno estensivo rispetto a quello nei regimi

autoritari. La stampa soprattutto viene lasciata agire offre un dibattito che può essere utile anche ai

governanti. La forza politica però domina anche i programmi televisivi, pur in assenza di una censura

implicita ed esplicita. In America latina una tradizione di governo personalistico e populista si presta bene

all’uso di mezzi televisivi in quanto raggiungono i poveri analfabeti in tutto il paese. Il leader di una

democrazia illiberale può rafforzare la propria autonomia attraverso i media nonostante l’opposizione di

tanti professionisti dei media stessi (in genere l’opposizione controlla i media privati e il governo quelli

pubblici) le pressioni che vengono esercitate dal governo però sono forti. Nelle democrazie illiberali si usa

molto di più guardare la tv gratuita piuttosto che leggere i quotidiani o internet a pagamento la tv è

molto più controllata mentre si lascia libera espressione agli altri 2 media in quanto non sono utilizzati dalla

maggior parte delle persone. Di fronte a oltre 100 leggi che governano il comportamento dei media, e a casi

sempre più frequenti di giornalisti uccisi da aggressori ignoti, l’autocensura è la pratica più comune.

Interessante è notare che i russi (come nelle altre democrazie illiberali) tendono a preferire il modello dei

media controllati piuttosto che quello dove il giornalista ricerca la verità dimostra la preferenza di fondo

per l’ordine e in particolare per un presidente autoritario che lo assicuri.

Partecipazione Politica

Capitolo 9:

Partecipazione politica: modalità attraverso cui gli individui cercano di influenzare lo sviluppo delle

politiche attuate dal proprio Governo. È quindi un’attività condotta da soggetti intenzionati a esercitare la

propria influenza sui governanti o sulle decisioni da loro assunte.

La partecipazione può avere forme:

convenzionali: nell’ambito della politica formale

non convenzionali: petizione, manifestazioni, terrorismo.

La partecipazione politica nelle democrazie liberali è libera; gli Stati totalitari invece impongono

quantomeno di presenziare alle manifestazioni e quindi una parvenza di partecipazione.

9.1 Partecipazione nelle democrazie liberali

- Antica Grecia e Aristotele: la partecipazione politica costituisce un obbligo dovuto verso la società ed un

esercizio di accrescimento personale, strumento educativo collettivo.

- l’essere umano non è per natura un animale politico; la partecipazione universale è sintomo di una

tensione irrisolta. È necessario quindi che i cittadini sorveglino solo lo svolgimento delle vicende pubbliche.

La partecipazione del singolo nelle democrazie liberali si traduce nella scarsa rilevanza di forme di

coinvolgimento diverse dal voto.

3 categorie, classificate secondo il livello di impegno nella politica convenzionale:

1. Gladiatori: impegnati attivamente (5-7%)

2. Spettatori: osservano il contesto ma partecipano raramente, solo con il voto (60%)

3. Apatici : non prendono mai parte alla vita politica convenzionale (33%)

spettatori.

Importante è notare il numero consistente di Oggi vi sono forme nuove, offerte dal web, di

partecipazione politica e coloro che le praticano non possono essere semplicemente etichettati come

“spettatori”.

Modelli di partecipazione convenzionale:

1. Voto

2. Campagna elettorale

3. Attività di gruppo

4. Comunicazione diretta con esponenti politici.

Nella maggior parte delle democrazie la partecipazione è superiore fra i cittadini maschi, bianchi, a elevata

scolarizzazione, di ceto borghese e di mezza età.

“ogni individuo viene a partecipare, con il coefficiente di differenziazione e di disuguaglianza che

caratterizza la sua posizione nel sistema degli interessi privati."

La partecipazione cresce con l’innalzarsi della classe sociale:

1) Risorse: patrimonio politico

- Istruzione, accesso alle informazioni e capacità interpretativa

- Denaro, garantisce tempo

- Status sociale, uditorio attento

- Capacità comunicative

2) Interesse politico

I soggetti di classe elevata hanno motivi e mezzi per agire. Nutrono interesse per la politica e

possono permettere di tradurre in azione la loro preoccupazione.

sottorappresentatività:

Caso di discriminazione delle donne.

Apatici:

esclusione politica: gli apatici escludono se stessi.

esclusione politica

Il concetto di connota quei soggetti che sono sostanzialmente impossibilitati a

partecipare al processo decisionale collettivo, poiché rivestono un ruolo marginale della società.

La mancanza di risorse e l’ insufficiente interesse per eventi politici noti spiegano una ridotta

partecipazione di quanti sono alla base della scala sociale.

Vi è quindi tensione tra i principi della partecipazione della realtà.

Movimenti sociali

La partecipazione politica prevede lo "scegliere una parte" quindi agire per qualcosa e con qualcuno; si

ritiene che il ruolo dei "corpi intermedi" ciò che si frappone fra le istituzioni e il singolo, solo

l'organizzazione, infatti, consente di compensare la disuguaglianza nelle opportunità derivanti dalla

stratificazione sociale.

I principali corpi intermedi sono: i movimenti sociali.

Movimenti sociali: aggregazioni di persone che si formano nella società per perseguire un obiettivo

comune non istituzionale attraverso mezzi informali, attraverso una contestazione non convenzionale

all'ordine politico esistente. Si prefiggono obiettivi di ampia natura, adottando quella che viene definita

"nuova politica" che implica una sfida tra le élite e i soggetti emarginati. È un insieme di attività ed

esperienze collettive che vanno aldilà del voto e che prevede un'ampia varietà di dati di protesta.

Pizzorno: “ La partecipazione politica è un'azione di solidarietà con gli altri individui conservare modificare

la struttura del sistema politico dominante."

Movimenti sociali vs. Partiti:

- organizzazione meno rigida

- assenza di ruoli dirigenziali tipici dei partiti

- nascono da “ entusiasmi collettivi”

- sfidano l'ordine costituito e non si propongono di rappresentare

movimenti sociali vs. Gruppi di interesse

- entrambi si focalizzano sul tema specifico e puntano ad influenzare l'agenda politica

- hanno natura diffusa

- puntano a cambiare la cultura politica, non solo gli esiti

Il passaggio alla modernità ha visto la nascita di forme di protesta più estese e raffinate. L'organizzazione ha

legato gli individui, l'istruzione ne ha allargato gli orizzonti, i mass-media hanno permesso la circolazione

delle informazioni e dei civili hanno permesso di esprimere liberamente le proprie opinioni.

Struttura delle opportunità politiche: evidenzia gli elementi di contesto rilevanti per lo sviluppo dei

movimenti sociali

Il movimento di tali conti schiavista del XVII secolo è considerato il primo esempio di movimento sociale

moderno.

Evoluzione storica dei movimenti sociali:

- anni 50 del XX secolo: i movimenti sociali erano considerati una minaccia alla stabilità di

sintomo di una società scarsamente integrata e indicavano la debolezza delle istituzioni e

incapacità di attuare politiche pubbliche efficaci.

- Anni 60 e 70: i movimenti cominciano ad applicare un'azione razionale, organizzata e finalizzata

mobilitando risorse per conseguire obiettivi specifici. Il movimento americano per i diritti civili

ne è chiaro esempio. Divengono reti di relazioni essenziali per la partecipazione nelle

democrazie contemporanee. I movimenti degli anni 60 si sono integrati della politica

istituzionale alla fine del secolo. Una delle funzioni dei movimenti è proprio quella di palestra

per i futuri internazionali.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, sociali e internazionali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher EleonoraCP di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Giannetti Daniela.

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