Esame di scienza politica
Capitolo 1
La scienza politica
La scienza politica è quella dottrina scientifica empirica (da “empirismo”, secondo cui la conoscenza umana deriva dai sensi o dall’esperienza; gli esseri umani non sono dotati di idee innate o di qualcosa conoscibile a priori, a prescindere dall’esperienza, contrariamente a ciò che invece sostenevano i discepoli della scuola razionalista) la quale base risiede nello spirito del metodo scientifico tipico delle scienze naturali, e che si pone come obiettivo lo studio, la descrizione, la spiegazione, l’interpretazione e la previsione dei vari fenomeni specificamente politici e delle azioni politiche che compongono la stessa realtà politica, tramite un’auto porsi di domande ragionate e tramite l’uso di strategie di analisi di ricerca tutte proprie, in modo da poter dimostrare come le proprie affermazioni siano sufficientemente sostenute dall’evidenza dei fatti e per spiegarne gli effetti, sia quelli intenzionali che quelli non intenzionali.
Il settore si compone di varie aree: la metodologia e le tecniche della ricerca politica (metodologia della scienza politica); le amministrazioni, i diversi sottosistemi organizzati e le politiche pubbliche; i processi politici europei, la politica sovranazionale e internazionale; i processi politici in prospettiva comparata; il linguaggio e la comunicazione politica; la teoria politica empirica.
Anzitutto, quando si parla di scienza politica, termine di fondamentale importanza è sicuramente quello di “politica”; parola poliforme, ha assunto durante la storia una pluralità di significati. Tutt’ora difficilmente si può inquadrare una definizione più corretta e precisa di un’altra, e a tale concetto vengono così associati svariati sinonimi e sfumature significative: arte, scienza del governo e dell'amministrazione dello Stato, attività esercitata in qualunque campo pubblico in vista del raggiungimento di determinati fini, attività di chi partecipa attivamente alla vita pubblica, accortezza, cautela, diplomazia nell'agire o nel parlare etc.
Ma la parola “politica”, come già accennato, deve le sue origini a tempi molto più remoti, dove il concetto di potere politico o di governo di uno Stato ancora erano sconosciuti. Furono infatti gli antichi Greci a coniare per primi tale parola, da “politik”, ossia “che attiene alla pόlis”, e la quale concezione però era ben differente da quella odierna e anzi, strettamente collegata a quella di “governo del popolo”.
Nella Grecia classica le decisioni fondamentali venivano prese dai cittadini riuniti in assemblee ed erano rese esecutive dalla Boulè o dal Consiglio dei cinquecento, i cui membri erano eletti o sorteggiati ad estrazione. Si trattava così di una democrazia diretta basata sulla partecipazione immediata del cittadino senza alcun intermediario, politico o burocratico.
Era una democrazia monistica, che non ammetteva la divisione in partiti (che avrebbero contribuito a dissolvere tale monismo in quanto partiti portatori di idee contrastanti) e che richiedeva la dedizione alla cosa pubblica di ogni cittadino (sfera pubblica e sfera privata non erano ancora separate). La politica era la dimensione collettiva del vivere sociale che differenziava l’essere umano in quanto tale dagli altri esseri viventi, e che inglobava tutti gli aspetti della vita, sociali, economici, etici.
Lo stesso Aristotele diede una definizione dell’essere umano come “animale politico”, in quanto la politica era la dimensione totalizzante del cittadino greco che lo differenziava dai semplici animali. Tale concezione classica della politica, intesa quindi come aspetto principale e dominante della vita del cittadino greco ha poco a che fare con quella moderna, in quanto quest’ultima non si caratterizza più di relazioni orizzontali, proprie del vivere in una comunità, in una pόlis dove tutti (almeno apparentemente) i cittadini partecipano alla vita politica e dove quest’ultima ingloba dentro di se tutti gli altri aspetti della vita, privata e non, ma bensì da una dimensione caratterizzata da relazioni verticali, di gerarchia e di rappresentatività.
Si perverrà alla nascita di tale concezione della politica per la prima volta solo con Nicolò Macchiavelli, il quale all’interno de “Il Principe” (XVI sec.) priverà la definizione di “politica” di qualsiasi valore morale, etico, normativo e religioso che fin all’ora avevano caratterizzato il concetto stesso.
“Il Principe” viene definito come il primo tentativo di studiare la politica empiricamente, all’interno del quale questa viene quindi analizzata per così com’è, e non per come dovrebbe essere. Macchiavelli è il primo filosofo politico capace di definire la politica in modo autonomo dalla dimensione sociale, economica, morale e religiosa che per secoli l’aveva caratterizzata, capace di farle perdere la sua teologia finalizzata al bene comune, dal “dover essere”, per essere ricondotta alla potenza del Principe e dello Stato.
È con Macchiavelli che il potere comincia a emergere come la dimensione fondante dell’azione politica ed è con lo stesso Principe, che la politica (che questo incarna) primeggia sulla morale (“il fine giustifica i mezzi”) e sulla religione, della quale invece ne fa utile strumento di controllo delle masse, sottolineando così il già citato nascente rapporto verticale tipico di una concezione politica moderna.
L’evoluzione del concetto “politica” viene successivamente elaborato da altri filosofi e pensatori tra i quali lo stesso Weber, secondo il quale per politica altro non bisogna intendere che l’aspirazione a partecipare al potere o a esercitare una certa influenza sulla distribuzione del potere, sia tra gli Stati sia, all’interno di uno Stato, tra i gruppi di uomini che esso comprende entro i suoi confini.
La nascita di questi studi contribuirà a creare così un ambito proprio per lo studio della politica, che potrà essere studiata autonomamente. Sarà però con uno dei padri fondatori della stessa scienza politica italiana e internazionale come il Professor Giovanni Sartori che il concetto di “dimensione verticale della politica” verrà definito in tutte le sue eccezioni; per Sartori infatti la politica altro non è che allocazione gerarchica, verticale, dove ciascun individuo ricopre un ruolo specifico e determinato, e dove le decisioni politiche sono “collettivizzate”, sovrane, coercitivamente sanzionabili e senza uscita.
Collettivizzate vuol dire che tali decisioni sovrane vengono prese da personale collocato in sedi politiche, vengono ossia prese da alcuni detentori del potere politico, siano essi autocrati oppure democraticamente eletti, per tutti; sovrane, in quanto non hanno altre decisioni gerarchicamente superiori; sanzionabili, poiché i detentori sono detentori del monopolio dell’uso della forza, e senza uscita in quanto disegnano i confini delle azioni possibili per i destinatari delle decisioni stesse.
Sulla stessa scia di Sartori si muoverà anche il filosofo politico Hugh Heclo, il quale sostenne come la politica non fosse esclusivamente un’attività nella quale incessantemente si lottasse per il potere e in cui si producessero decisioni collettivizzate, ma come fosse anche un’attività con la quale si cercasse di affrontare la complessità del vivere sociale al fine di trovare risposte affidabili per la collettività e un ordine sociale legittimato.
Per Heclo la politica trova le sue risorse non solo nel potere, ma anche nell’incertezza, quando le collettività si chiedono che fare; i governi non solo esercitano il potere, ma cercano anche di risolvere i puzzle collettivi. La politica ha quindi due dimensioni fondamentali: quella del potere (dove gli interessi confliggono o cooperano per tutelare sé stessi, influenzando chi deve prendere decisioni per la collettività) e quella della soluzione dei problemi collettivi (problem solving).
Una volta preso atto della doppia natura della politica, assumono particolare rilevanza le domande con le quali nel 1936 Harold Lasswell, uno dei più grandi politologi della scienza politica americana e internazionale, ha suggerito di affrontare lo studio della politica: “chi ottiene cosa, dove e come”.
Che cosa si ottiene con la politica? Secondo Lasswell il risultato dell’azione politica dovrebbe essere il perseguimento di un ordine sociale che è influenzato dallo specifico contesto socioeconomico e dal tipo di regime politico. Ma il risultato aggregato dell’azione politica contiene al proprio interno gli obiettivi singoli dei diversi attori.
In un regime democratico, l’obiettivo dei partiti è sia quello di ottenere un risultato elettorale soddisfacente sia quello di vedere attuate le proprie proposte di politica pubblica, cioè di problem solving collettivo. Come si perseguono i propri fini in politica? Secondo Lasswell le modalità mediante le quali gli attori cercano di perseguire i propri obiettivi in politica sono assai diversificate, ma quasi sempre questi si pongono come interessi e idee divergenti a quelle di altri attori politici e che possono trovare diversi tipi di risoluzione.
Nei regimi autoritari il “come” è basato sulla prevaricazione e sulla minaccia della violenza fisica nei confronti di chi non accetta di sottostare alle regole poste dal regime stesso. Nei regimi democratici, dove la violenza è bandita, il “come” della politica è influenzato da negoziazioni, compromises, scambi, procedure, a volte pacifiche proteste di massa, eccetto naturalmente il modo più incisivo per perseguire i propri fini, ossia vincere le elezioni politiche come partito.
Dove si perseguono i propri fini in politica? Il “dove” della politica dipende dalle caratteristiche del contesto in cui opera l’attore che agisce politicamente, solitamente un organismo deputato a prendere decisioni collettivizzate (il Governo stesso).
La scienza politica contemporanea
La scienza politica contemporanea così diventa una vera e propria attività scientifica e autonoma dalle altre attività umane, con una propria e specifica dottrina e modo di ragionare. Lo sviluppo della scienza politica ha origini diverse però tra i due principali continenti, quello europeo e quello nordamericano; anche se infatti gli studiosi della scuola elitista europea vengono considerati i padri della scienza politica contemporanea (tra i quali lo stesso Gaetano Mosca o Giovanni Sartori, primo docente in Italia a ricevere la nomina di professore di scienza politica presso l’Università di Firenze), lo sviluppo massimo della scienza politica e della sua istituzionalizzazione sono vicende soprattutto nordamericane.
Sicuramente ciò è stato determinato dal fatto che in Nord America non si siano vissute fasi di autoritarismi come invece è accaduto in paesi europei quali Germania o Italia e le quali contribuirono al congelamento della stessa dottrina, in quanto la scienza politica è una disciplina che, per le sue caratteristiche, può svilupparsi solo in un contesto democratico; perciò le differenze nel processo di costruzione della disciplina sono davvero significative.
Negli Stati Uniti fu un anno di fondamentale importanza per la scienza politica il 1908, anno nel quale venne pubblicato il libro del politologo Bentley “The Process of Government”, in cui la politica è vista nuovamente come una lotta tra gruppi di interesse che, interagendo, influenzano fortemente le decisioni politiche. Gli Stati Uniti saranno anche patria di quella che verrà definita “rivoluzione comportamentista”, in quanto sarà proprio nel continente americano che nascerà quella prospettiva d’analisi chiamata comportamentista e la quale focalizzerà l’attenzione della ricerca sui comportamenti e i processi reali, e non su quelli formali.
Con la nascita della scienza politica contemporanea a partire dal secondo dopoguerra, il nuovo movimento epistemologico del comportamentismo spinge a focalizzare l’attenzione degli studiosi sul reale comportamento degli individui, senza prestare attenzione al potere e al ruolo delle istituzioni. Secondo il movimento comportamentista, il quale padre fondatore fu il politologo americano Charles Merriam, l’analisi politica altro non deve studiare che il comportamento politico degli attori sociali in modo neutrale prestando attenzione ai fatti; i fenomeni della politica potevano venir meglio compresi esaminando, mediante gli strumenti della ricerca sociale empirica, in qual modo determinati individui e gruppi intervenissero con comportamenti osservabili sulla scena politica onde affermare specifici interessi.
La svolta comportamentista è assolutamente importante per la dottrina della scienza politica, in quanto rappresenta il vero spartiacque verso la costruzione di una disciplina empiricamente orientata. È infatti grazie al comportamentismo che la scienza politica acquisisce alcuni elementi costitutivi della sua autonomia e identità.
Progressivamente però, la stessa scuola comportamentista verrà criticata e abbandonata per invece convergere verso una nuova matrice teorica, quella della “Rational Choice”, approccio incentrato sulla razionalità individuale e sulla capacità degli individui di ponderare le proprie scelte, e scegliere tra queste quella migliore valutando tutte le proprie risorse e i pro e i contro che ne deriveranno.
Alla fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta saranno di fondamentale importanza gli studi relativi alla “teoria della scelta pubblica”, tra i quali massimi esponenti e punti di riferimento spiccano sicuramente gli economisti statunitensi Buchanan (vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 1986) e Tullock. La teoria della “public choice”, altro non è che un mix tra l’approccio della Rational choice, influenzato però da precisi elementi tipici dell’approccio comportamentista, in quanto determinati suoi elementi sono entrati a far parte, e quindi persistono, del patrimonio culturale dello scienziato politico, a prescindere dalla propria scuola di appartenenza.
Così infatti come la scuola comportamentista, la “Public Choice” non studia come la politica dovrebbe funzionare (analisi normativa), ma piuttosto come funziona (analisi positiva). La Public choice non considera i politici come benevoli “monarchi illuminati” che hanno a cuore prima di tutto il benessere collettivo, ma bensì li considera come attori razionali guidati da interessi egoistici.
La Public choice condivide l'individualismo metodologico dei neoclassici ma, a differenza della teoria economica dominante, presuppone che gli attori della sfera politica non aspirino a promuovere il bene comune, ma siano guidati dall'obiettivo della massimizzazione dell'utilità, ossia da quella stessa “mano invisibile” che li guida nell'operare in mercati privati, ritenendo più importanti interessi personali (come prestigio, ricchezza, potere, vantaggi fiscali).
Un governo democratico non decide di per sé di agire in una certa direzione, sono i cittadini, o più probabilmente i loro rappresentanti, che, tramite decisioni collettive, lo guidano in una direzione piuttosto che in un'altra. Per questo motivo la Public choice si occupa, prima ancora che degli effetti delle decisioni assunte, di studiare come queste vengano prese e di come ogni membro interagisca con gli altri nel portare avanti obiettivi individuali, diversi e spesso contraddittori.
Gli “attori politici” sono dunque guidati dal loro proprio interesse “egoistico” nel senso che gli elettori sosterranno candidati e proposte politiche che pensano possano realizzare il loro interesse personale; i politici cercheranno di essere eletti o rieletti a cariche pubbliche; i burocrati si sforzeranno di favorire la propria carriera.
Negli anni Novanta assistiamo ad un rinnovato progressivo interessamento della scienza politica per quanto concerne il ruolo delle “istituzioni”, intese come regole formali o come schemi di comportamento condivisi e persistenti, contestualmente ad un interessamento anche per il ruolo delle idee nell’influenzare i processi politici.
È questa la fase in cui si sviluppano sempre a partire dagli Stati Uniti, vari studi sulla “governance”, ossia sul problema del modo in cui i processi decisionali vengono governati in contesti affollati di attori che perseguono i propri interessi su diversi livelli istituzionali.
Oggi invece, una gran parte della scienza politica si muove tra due delle classiche aree della scienza politica: quella della politica comparata e quella delle relazioni internazionali. Insomma, dal punto di vista teorico la scienza politica è andata caratterizzandosi per un fortissimo pluralismo teorico, tematico e metodologico, che da una parte ha contribuito a donare vivacità alla stessa dottrina, ma che dall’altra presenta il rischio di difficile cumulabilità di conoscenze.
Approcci teorici della scienza politica
Vari sono quindi gli approcci teorici che si sono succeduti dalla nascita della scienza politica contemporanea. Ma cosa si intende precisamente per approccio teorico della scienza politica? Con approccio teorico intendiamo i vari modi con cui possiamo vedere le cose e interpretare i fenomeni politici. Un approccio teorico in scienza politica è dunque l’equivalente di un paradigma nelle scienze naturali; seguire un approccio significa presupporre che la realtà sia costituita da un certo tipo di materiale e mossa da un certo tipo di forze e, quindi, puntare su fattori esplicativi attraverso una spiegazione basata su specifiche metodologie. Gli approcci oggi riconosciuti dalla scienza politica sono differenti: primo di questi è sicuramente il “vecchio” approccio...
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