Il problema della democrazia
Il discorso generale sulla democrazia è stato guidato per lungo tempo da due assunti contraddittori. Da una parte si è postulato che ci sia una sorta di predisposizione naturale dell'uomo verso la democrazia (assunto sempre più diffuso e dominante). Dall'altra parte si è supposto che i regimi democratici fossero coscienti della loro fragilità (tale consapevolezza si sarebbe prodotta già nel discorso politico sviluppatosi nell'antichità, ma è soprattutto con l'esperienza diretta dell'era moderna che si sarebbe radicata). Il ricordo del periodo compreso tra le due guerre mondiali ha influenzato la vasta letteratura sulle precondizioni della democrazia e sulle misure da adottare per evitarne la crisi.
Nelle scienze sociali, la preoccupazione per la sopravvivenza dello stato di diritto e del capitalismo si è sviluppata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. L'enfasi sulla necessità di impedire le crisi non considerava che nel mondo occidentale nessun regime democratico aveva subito crolli dalla fine della Seconda guerra mondiale e che il trend generale sembrava andare esattamente nell'altra direzione, con gli ultimi regimi autoritari che si trasformavano in democrazie. Inoltre, molti paesi extraeuropei erano stati capaci di mantenere dei regimi democratici costituzionali dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Solo dalla metà degli anni '70, il problema della transizione alla democrazia e non più quello della crisi della democrazia è diventato un oggetto centrale della ricerca. Nella maggior parte della letteratura sull'argomento, sono state enfatizzate principalmente le condizioni sociali, economiche e culturali che permettono la nascita, il consolidamento e la persistenza dei regimi democratici costituzionali. In questo libro, Eisenstadt si concentra soprattutto su un'altra dimensione di questi regimi che è di importanza cruciale per capirne la fragilità o la tenuta, cioè le tensioni e le contraddizioni intrinseche al loro esordio e ai processi politici che si sviluppano al loro interno.
Concezione costituzionale e partecipativa della democrazia
Concezione costituzionale della democrazia
Fin dalla nascita dei regimi democratici costituzionali, le due più importanti concezioni di democrazia sono state quella costituzionale e quella partecipativa. Nell'arco degli ultimi 50 anni, la concezione costituzionale della democrazia è stata esposta nel modo più chiaro da Schumpeter. Nella sua teoria, la democrazia è caratterizzata da una continua competizione tra diversi leader o imprenditori politici, dalla possibilità di mandare a casa i cattivi governanti e da una libera competizione per il potere. Si tratta di una sfida che garantisce la possibilità di un continuo ricambio dei governanti.
Tale ricambio viene effettuato per mezzo di elezioni che, nei regimi costituzionali più moderni, non prevedono l'elezione diretta dei governanti stessi ma di rappresentanti che scelgono i detentori delle cariche esecutive. Una delle funzioni più importanti delle costituzioni è garantire ai candidati a governare la possibilità di competere secondo modalità predefinite, nel rispetto di regole del gioco chiare e conosciute. L'osservanza delle istituzioni costituzionali offre ai perdenti di oggi l'opportunità di diventare i vincenti di domani. Inoltre, garantisce che il ricambio dei governanti non costituisce un fatto isolato ed eccezionale, ma sistematico.
Tali garanzie richiedono l'esistenza di alcuni contenuti costituzionali fondamentali, tra cui le libertà di associazione, di parola, di informazione, e l'esistenza di varie associazioni indipendenti di intermediazione non governative. La concezione costituzionale pura della democrazia non considera tali attività come il fulcro della democrazia; infatti, considera queste attività principalmente come le condizioni che contribuiscono al tranquillo svolgimento del processo democratico e costituzionale.
Concezione partecipativa della democrazia
La seconda concezione della democrazia è definita partecipativa. Essa definisce la democrazia come il governo dei molti ed enfatizza il principio che la democrazia è effettiva solo in presenza di un'attiva e costante partecipazione di larghi settori della popolazione nel processo politico. I molti sono quindi i cittadini. Due principali versioni di questa concezione possono essere ulteriormente distinte: quella repubblicana e quella comunitaria. Il loro denominatore comune è l'enfasi posta sulla partecipazione attiva dei cittadini nei processi di governo.
Ciò che tale partecipazione dovrebbe includere differisce nelle due versioni. La concezione partecipativa repubblicana sottolinea l'importanza della cittadinanza responsabile, cioè della partecipazione responsabile dei cittadini al processo politico e alla fase decisionale, secondo le regole del gioco esistenti. La partecipazione si manifesta soprattutto attraverso continue deliberazioni sulle questioni affrontate dal corpo politico. Diversamente, le concezioni comunitarie della democrazia considerano la partecipazione come il diritto fondamentale dei membri della società. La partecipazione assicura che i partecipanti siano anche capaci di controllare le regole che governano le loro vite, grazie al fatto che essi decidono su tali regole.
Le versioni comunitarie enfatizzano l'importanza dell'inclusione di tutti i membri della comunità sociale nella comunità politica, senza alcun limite. La partecipazione è vista come la portatrice legittima della visione del bene pubblico e persino come il bene pubblico stesso. I comunitaristi hanno esaltato l'importanza dell'estensione del processo democratico a tutti i microlivelli esistenti, dalla politica locale ai luoghi di lavoro.
Divergenze tra concezioni democratiche
Il principale elemento di divergenza tra le due concezioni della democrazia riguarda la diversa enfasi che esse ripongono su due valori fortemente connessi allo sviluppo della democrazia: libertà e uguaglianza. Nelle concezioni costituzionali, le istituzioni e le regole fondamentali sono viste come il nucleo centrale, la vera essenza dei regimi.
Per quanto riguarda le concezioni partecipative, nella versione repubblicana le istituzioni e le regole del gioco sono solitamente considerate come parte del costume e della tradizione civica della comunità. La concezione partecipativa comunitaria tende a essere più diffidente verso un'interpretazione delle regole del gioco, delle istituzioni rappresentative e delle varie associazioni intermediarie come il nucleo dei processi e dei regimi democratici. A questo livello si può notare tra i sostenitori della concezione partecipativa comunitaria una certa ambiguità.
Da un lato, vista la forte enfasi posta sull'importanza della partecipazione a ogni livello dell'attività sociale, i fautori della concezione comunitaria tendono a essere favorevolmente disposti verso le associazioni. Dall'altra parte, data la loro inclinazione verso una partecipazione immediata e diretta, essi si mostrano altrettanto sospettosi verso gli aspetti formali delle associazioni. Anche tra le versioni più moderate della democrazia partecipativa comunitaria (quelle che riconoscono la necessità delle associazioni intermediarie), né tali istituzioni, né le regole del gioco democratico vengono percepite come il nucleo centrale e costitutivo dei regimi.
I più estremisti hanno spesso considerato il processo elettorale come una sorta di finzione. Gli adattamenti formali della costituzione non potranno mai esprimere la volontà del popolo, perché tendono a rappresentare gli interessi egoistici di alcuni gruppi e di singoli individui. Tali istituzioni e il tipo di partecipazione che esse implicano sono forme che tendono alla democrazia totalitaria. Più tardi, nel dibattito contemporaneo, i difensori della concezione comunitaria hanno riconsiderato l'importanza della partecipazione sia nelle diverse associazioni intermediarie che nelle istituzioni rappresentative.
Legittimazione della politica democratica
Le diverse concezioni della democrazia risultano collegate alle principali forme di legittimazione della politica democratica: da una parte alla legittimazione in termini di rispetto delle regole del gioco, dall'altra alla legittimazione in termini più sostantivi. Per la concezione costituzionale, la democrazia è legittimata dalla semplice osservanza delle regole del gioco costituzionale. Tuttavia, l'enfasi posta sulle regole del gioco democratico sembra priva di significato in mancanza di un riferimento ai valori, cioè a forme di legittimazione della democrazia costituzionale che vadano oltre le regole stesse.
Storicamente, questa visione è legata all'affermazione del liberalismo. Così, la concezione costituzionale della democrazia spesso si trova a giustificare l'osservanza delle regole del gioco grazie ad alcuni fondamentali principi di libertà, di diritti individuali inalienabili, e denotando come la legittimazione di questi regimi debba essere messa in relazione con il mantenimento di alcune visioni sostantive. Tali visioni possono essere formulate in termini ancestrali, sacri o civili. Le concezioni comunitarie mostrano un legame con alcune combinazioni di legittimazione sacra e/o ancestrale della democrazia, mentre le concezioni costituzionali repubblicane mostrano affinità con un'interpretazione della legittimazione in termini civili.
Relazioni tra stato e società civile
Le differenti concezioni della democrazia denotano anche diversi atteggiamenti in merito alle relazioni tra lo stato e la società civile, sul tema delle finalità dello stato e sulle tensioni o contraddizioni potenziali tra libertà e uguaglianza. La concezione costituzionale della democrazia ha teso ad enfatizzare l'autonomia della società civile nei confronti dello stato, mentre quella partecipativa (in particolare nella sua accezione comunitaria), ha mostrato la tendenza a mescolare questi due elementi. Più tardi si è sviluppata tra i teorici comunitaristi una forte enfasi sull'autonomia della società civile. La ragione è che altrimenti la sovrapposizione tra quest'ultima e lo stato avrebbe reso possibile lo sviluppo di un certo predominio di quest'ultimo.
Tali atteggiamenti verso lo stato e la società civile sono connessi alle diverse valutazioni dei concetti di libertà e uguaglianza. Tra i due concetti si sono sviluppate tensioni e contraddizioni. Le concezioni costituzionali della democrazia hanno sottolineato la libertà e la legittimazione di molteplici interessi come elemento centrale dei regimi democratici. Per le concezioni partecipative comunitarie, è divenuto predominante il tema dell'uguaglianza.
Estensione dell'azione dello stato
Si sono registrate distinte inclinazioni verso il tema dell'estensione dell'azione dello stato. La concezione costituzionale sembra riconoscere un'attività molto limitata allo stato o al governo. L'enfasi posta sulle soluzioni costituzionali testimoniano una profonda sfiducia verso la concentrazione del potere all'interno dei regimi. Tale impostazione culturale si traduce nella pratica della separazione dei poteri tra i vari organi di governo, nel sistema di pesi e contrappesi che regolano il rapporto tra poteri e nell'indipendenza del sistema giudiziario. Queste soluzioni sono state introdotte tutte, per la prima volta, nella costituzione degli USA. Una tale sfiducia verso lo stato affonda le sue radici nel liberalismo classico (sviluppatosi tra XVII e XIX secolo).
I fautori di questa concezione hanno guardato con sospetto all'estensione dei poteri dello stato, vedendovi una possibile minaccia alla libertà e all'esercizio di una competizione libera e permanente per il potere. La versione repubblicana della concezione partecipativa è neutrale su questo argomento, malgrado molti suoi esponenti tendano a diffidare di un'eccessiva estensione dell'azione del governo. Le versioni comunitarie giudicano positiva l'estensione degli obiettivi posti alle attività dell'ordinamento statale. Lo stato è visto non solo come agenzia importante per la produzione di servizi essenziali a favore della comunità, ma anche come il principale strumento di cambiamento della realtà sociale, in particolare delle disuguaglianze.
La predisposizione, a partire dal New Deal (1933-37 per risollevarsi dalla crisi del '29 – presidente Roosevelt), di gruppi che si autodefiniscono liberali a sostenere una forte azione dello stato nelle sfere economica e sociale ha origine proprio nella convinzione che solo in questo modo si possano rimuovere le disuguaglianze economiche, nemiche del buon funzionamento del sistema democratico. Questo positivo orientamento dei comunitaristi verso l'azione dello stato conferma l'ambivalenza mostrata verso le istituzioni rappresentative e le associazioni intermediarie.
Le radici storiche dei regimi democratici costituzionali
Le diverse concezioni di democrazia sono radicate nella cultura storica degli stati moderni e nei loro programmi politici e culturali. L'ascesa dei primi stati moderni in Europa ha introdotto il fenomeno della centralizzazione amministrativa e la definizione di confini territoriali relativamente chiari. La comunità politica ha ricevuto una considerazione autonoma e non più soggetta a una più estesa area di appartenenza religiosa. Tale concezione ha comportato la trasformazione della concezione di sovranità (il concetto di stato veniva progressivamente definito in chiave secolare, anche quando i monarchi assoluti rivendicavano forme di legittimazione divina).
Malgrado il persistere di alcune resistenze, il sovrano era presentato e riconosciuto come l'incarnazione di ciò che poteva essere definita la volontà generale. Le istituzioni rappresentative che avevano preceduto la formazione dello stato moderno costituivano in Europa una componente essenziale dell'assetto istituzionale delle società tradizionali. Malgrado queste concezioni siano risultate indebolite dall'assolutismo di alcuni regimi, esse hanno continuato a costituire un contrappeso alle varie forme di dispotismo.
Un'ulteriore evoluzione dei concetti fondanti la sovranità ha avuto luogo con le grandi rivoluzioni (in particolare con la guerra civile inglese, la guerra d'indipendenza americana e la rivoluzione francese). Si è sviluppata anche una trasformazione dei concetti di rappresentanza e di cittadinanza. In Europa, la crescita dei nuovi stati moderni e la loro legittimazione erano fenomeni strettamente connessi con lo sviluppo di nuovi tipi di collettività e con forme di identità o di coscienza collettiva.
Le dimensioni principali di tali processi riguardavano, innanzitutto, la definizione in termini secolari degli elementi dell'identità collettiva; secondo, l'attribuzione di maggiore importanza agli elementi civili; terzo, una continua tensione tra questi elementi. Una simile trasformazione comportava un legame molto forte tra la costruzione degli stati e quella delle principali collettività che li includevano. Gli esiti del processo sarebbero diventati evidenti nell'800 e nel 900, nel fenomeno della formazione degli stati-nazione.
In Europa, la formazione degli stati e delle collettività moderne e la trasformazione della nozione di sovranità sono risultate legate ai cambiamenti nella struttura di potere della società. La crescita di centri di poteri e di nuclei di società civile complessi si è legata allo sviluppo di nuove forme di politica economica e modelli di produzione (economia di mercato e capitalismo commerciale in una prima fase e, successivamente, quello industriale).
Diversamente dall'esperienza medievale, dove si era sviluppata una dispersione di sfere pubbliche che mancavano di un confronto con uno stato centralizzato, in questo periodo si assiste a una tendenza all'unificazione delle sfere. La crescita delle economie capitalistiche e la contemporanea espansione economica continua facevano nascere nuove classi e forme di stratificazione sociale, dando così vita a nuove forme di confronto e di relazione sociali.
L'insieme delle trasformazioni, a livello istituzionale, ha avuto luogo contestualmente alla formazione del sistema degli stati europei attraverso l'iniziativa politica e militare. Nel nuovo sistema, la mobilitazione delle risorse per scopi bellici costituiva un elemento caratterizzante. Questi processi sono stati il trampolino di lancio per l'espansione politica e militare oltre i confini dell'Europa, dando poi vita a un dominio coloniale, imperiale ed economico nel mondo interno e all'imposizione del capitalismo e delle ideologie politiche moderne. I vari sviluppi istituzionali costituirono il retroterra storico dei moderni programmi politici e culturali.
Programma culturale e politico della modernità: i presupposti fondamentali
Nei programmi politici e culturali moderni si intrecciano le metanarrative della modernità. Tra queste, le più importanti sono la metanarrativa cristiana (che si impernia sulla definizione di un mondo in termini ideali e non pienamente realizzabili); quella gnostica (che tenta di interpretare il mondo secondo un profondo significato nascosto); quella ctonia (che pone l'accento sulla piena accettazione del mondo terreno e ne esalta le forze vitali).
Le radici storiche più importanti del programma culturale e politico sono rappresentate dalle teorie politiche dell'antichità e dalla tradizione repubblicana che si sviluppa nel periodo rinascimentale. Un ulteriore elemento ideologico che ha assunto centralità in questi programmi fa propri alcuni dei fondamenti del principio di responsabilità dei governanti verso una legge suprema tipici delle civiltà assiali, cioè dell'Europa nel suo complesso.
Il terzo elemento ideologico che caratterizza i programmi culturali e politici moderni è l'enfasi posta sull'individuo e, quindi, sulla legittimazione degli interessi privati. Il quarto elemento è costituito dalle tradizioni politiche della rappresentanza. Il quinto elemento è quello utopistico, fondato sulla ricerca di un ordine sociale ideale. Con le grandi rivoluzioni, tutti questi elementi venivano ricondotti in una unità e potenziati.
-
Riassunto esame Scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato Democrazia Costituzione Identità, G. Nevola
-
Riassunto esame Scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato Democrazia, costituzione, identità, Nevola
-
Riassunto esame Scienza Politica, prof. Nevola, libro consigliato La Democrazia e i Suoi Critici, Dahl
-
Riassunto esame Scienze Politica, prof. Nevola, libro consigliato La Scienza Politica, di Cotta, Della Porta, Morli…