La prima trasformazione: verso la città-stato democratica
Nella prima metà del V secolo a.C., presso i greci e i romani, diverse città-stato, che erano rette da vari governanti non democratici, si trasformarono in sistemi in cui un numero di maschi adulti, in quanto cittadini, avevano il diritto di partecipare direttamente al governo. Da queste esperienze si sviluppò una nuova visione di un possibile sistema politico, in cui un popolo sovrano avesse il diritto di governarsi. Il processo di sviluppo della democrazia ha avuto origine da quattro principali fonti: la Grecia classica; una tradizione repubblicana derivata da Roma; l'idea e le istituzioni del governo rappresentativo; il criterio dell'uguaglianza politica.
Uno sguardo alla Grecia
Tra i vari critici della democrazia figurano Aristotele, contrario al potere che per lui l'espansione della democrazia riconosceva ai poveri, e Platone, che condannava la democrazia in quanto governo esercitato da individui non idonei e sosteneva invece sempre preferibile un sistema di governo esercitato dai più qualificati. Prima che il termine democrazia diventasse corrente, gli ateniesi avevano già accennato a certe forme di parità come caratteristiche desiderabili per il loro sistema politico: uguaglianza di tutti i cittadini nel diritto alla parola nell'assemblea di governo (isegoria) e di fronte alla legge (isonomia). Anche se il carattere delle idee e delle pratiche democratiche dei greci rimane in gran parte oscuro, gli storici hanno individuato prove sufficienti a consentire una ricostruzione plausibile delle idee di un democratico ateniese nel tardo V secolo a.C.
La natura della polis
Solo associandoci agli altri possiamo sperare di diventare esseri umani completi. L'associazione più importante è la polis. È così per tutti, perché siamo per natura degli esseri sociali. Senza partecipare alla vita della polis, nessuno potrebbe mai sviluppare né esercitare le virtù e le qualità che distinguono l'uomo dagli animali. Ma un uomo buono ha bisogno non solo di una polis, ma di una buona polis. È una buona città quella che produce buoni cittadini, che promuove la loro felicità e li incoraggia ad agire rettamente. Una buona polis deve anche essere giusta, cioè mirare alla formazione di cittadini che perseguano il bene comune. Chi persegue esclusivamente il proprio interesse non può essere un buon cittadino. Poiché ognuno desidera il bene di tutti, la città non è divisa in città più piccole di ricchi e poveri, o di culti diversi, tutti i cittadini possono vivere insieme in armonia.
La natura della democrazia
Per essere una buona polis essa deve possedere tutte le qualità appena descritte, ma per essere la migliore dev'essere una polis democratica. Ogni cittadino può avere un suo fine personale che non sia obiettivo di altri, ma la diversità non deve mai essere tanto grande da mettere nell'impossibilità di concordare su cosa sia meglio per la città. Una democrazia dev'essere di dimensioni modeste, non solo perché tutti i cittadini possano riunirsi in assemblea e quindi agire da governanti della città, ma anche perché tutti i cittadini possano conoscersi tra loro. Per ottenere il bene di tutti, i cittadini devono poter conoscere il bene di ciascuno e quindi essere capaci di capire il bene comune che ognuno condivide con gli altri.
Secondo Pericle, l'amministrazione favorisce la maggioranza e non i pochi, per questo si chiama democrazia. La carriera nella vita pubblica dipende dalla reputazione che una persona si è fatta grazie alle proprie capacità, dato che non è consentito che considerazioni di classe interferiscano col merito. La libertà si estende anche nella vita quotidiana, ma tutta questa liberalità nei rapporti privati non rende i cittadini senza leggi. La salvaguardia principale contro l'illegalità è il rispetto delle leggi. Gli uomini pubblici devono curare i loro affari privati e sono comunque giudici equi nelle questioni pubbliche.
La visione in sintesi
È necessario illustrare due aspetti di questa visione della democrazia. In quanto visione di un ordine ideale, essa non dovrebbe essere confusa con la realtà della vita politica greca; e secondo, non è possibile valutare l'importanza di una tale visione per il mondo moderno senza capirne la radicale differenza rispetto alle idee e le pratiche democratiche sviluppatesi dopo il XVIII secolo.
Secondo la visione greca un ordine democratico deve soddisfare almeno sei requisiti:
- Negli interessi dei cittadini deve esistere un'armonia tale da permettere loro di condividere e agire in base a un forte senso del bene generale che non sia in netta contraddizione con i loro obiettivi o interessi personali.
- I cittadini devono mostrare grande omogeneità riguardo a caratteristiche che altrimenti tenderebbero a generare conflitti circa il bene pubblico.
- Il numero dei cittadini deve rimanere ristretto per tre motivi, cioè per evitare eterogeneità, per fare in modo che i cittadini si conoscano tra di loro (per capire il bene comune), per consentire ai cittadini di riunirsi e agire come governanti della città.
- I cittadini devono essere in grado di riunirsi per poter decidere direttamente sulle leggi e prendere decisioni politiche.
- La partecipazione dei cittadini non era limitata agli incontri dell'assemblea, ma prevedeva anche la partecipazione all'amministrazione della città attraverso l'assegnazione di cariche annuali che potevano essere occupate una sola volta.
- La città-stato deve rimanere completamente autonoma, leghe e alleanze possono rendersi necessarie per la difesa o in guerra, ma non devono prevalere sull'autonomia finale della città-stato.
Tutti questi requisiti entrano in contraddizione con la realtà di qualsiasi democrazia moderna realizzata in uno stato-nazione. In un territorio esteso, i cittadini costituiscono un insieme più eterogeneo. L'impronta caratteristica dello stato democratico moderno sta infatti nella conflittualità politica, non nell'armonia. I cittadini sono troppo numerosi per riunirsi, quindi prevale il governo di rappresentanza e le cariche amministrative sono affidate a professionisti a tempo pieno che fanno dell'amministrazione pubblica la loro principale occupazione.
Limiti
La città-stato dell'antichità classica ha dimostrato che le capacità umane superano gli scarsi livelli di prestazione raggiunti dalla maggior parte dei sistemi politici. Tuttavia non c'è dubbio che anche allora esistevano le solite differenze tra l'ideale e la realtà, anche se esistono solo testimonianze frammentarie. Le informazioni in nostro possesso ci consentono però di concludere che la vita politica dei greci era nettamente inferiore agli ideali politici. Sebbene non esistessero partiti politici nell'accezione moderna del termine, le fazioni basate sui legami familiari o sull'amicizia rivestivano un ruolo importante. Poiché il seguito di un leader era rappresentato da coalizioni di gruppi basate sui legami di parentela e amicizia, è verosimile che le assemblee non cercassero di coinvolgere i cittadini più poveri e privi di contatti importanti. I discorsi nell'assemblea venivano per lo più tenuti da un numero relativamente ridotto di leader. Sarebbe quindi un errore presumere che i greci fossero molto meno interessati alle proprie questioni private e più attivamente dediti al bene pubblico, rispetto ai cittadini dei paesi democratici moderni.
Un limite della democrazia greca era il carattere altamente esclusivo, e non inclusivo come nelle moderne democrazie, della cittadinanza. Il governo di molti, in pratica escludeva molti altri individui. All'interno della città-stato, a una larga parte della popolazione adulta era negata la piena cittadinanza. Dal governo erano escluse le donne, gli stranieri da tempo residenti (meteci) e gli schiavi. Visto che per essere cittadini ateniesi era necessario che entrambi i genitori della persona lo fossero, la cittadinanza era un privilegio ereditario. Anche se i meteci non godevano dei diritti dei cittadini, partecipavano alla vita sociale, economica e culturale, avevano diritti tutelati dalle corti di giustizia, a volte erano benestanti. Agli schiavi veniva negato qualsiasi diritto di cittadinanza ma anche qualsiasi diritto legale. Essi erano esclusiva proprietà dei loro padroni e non godevano di alcun diritto riconosciuto. Anche se alcuni diventavano liberi, diventavano meteci, non cittadini.
Il secondo limite era che i greci non riconoscevano l'esistenza di rivendicazioni universali di libertà, uguaglianza e diritti. La libertà era un attributo della condizione di appartenenza: non alla razza umana, ma a una città particolare. Il concetto greco di libertà non si estendeva oltre la comunità stessa. Le città-stato greche ebbero difficoltà persino a unirsi contro le aggressioni esterne. Si allearono a scopo difensivo solo in maniera sporadica e temporanea. Due millenni più tardi, anche se la visione dei greci non andò del tutto persa, essa venne sostituita nel pensiero democratico da una nuova visione di una democrazia più ampia, estesa al perimetro dello stato-nazione.
Verso la seconda trasformazione: tradizione repubblicana, rappresentanza e logica dell'uguaglianza
Nonostante la straordinaria influenza della Grecia classica sullo sviluppo della democrazia, le idee e le istituzioni democratiche moderne sono state precisate anche da molti altri fattori, tre dei quali assumono particolare importanza: la tradizione repubblicana, la nascita dei governi rappresentativi e la nascita del concetto di uguaglianza politica.
La tradizione repubblicana
Le origini della tradizione repubblicana vanno individuate nell'opera del critico più insigne della democrazia greca: Aristotele. Prendendo spunto da Aristotele, la tradizione repubblicana, elaborata attraverso esperienze secolari della Roma repubblicana e della Repubblica di Venezia, venne riformulata, rielaborata e reinterpretata nell'Inghilterra e nell'America del XVII e XVIII secolo. Il repubblicanesimo adottava il principio, proprio del pensiero politico greco, secondo cui l'uomo è per natura un animale sociale e politico; per sfruttare le proprie potenzialità, gli esseri umani devono vivere insieme in associazione politica; un uomo buono dev'essere anche un buon cittadino; un buon sistema di governo è un'associazione costituita da buoni cittadini; un buon cittadino possiede la qualità della virtù civica (predisposizione a perseguire il bene di tutti nelle questioni pubbliche). Per la dottrina repubblicana nessun sistema politico poteva essere legittimo o positivo se escludeva il popolo dalla partecipazione al governo.
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