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Lezione 1: Introduzione alla scienza politica

Il corso parlerà di metodologia della ricerca politica, partendo dalla definizione di scienza politica. Nella seconda parte si discuterà di regimi democratici e non democratici, lo studio dei partiti, e poi si parlerà o di politiche pubbliche o di relazioni internazionali. Per capire la scienza politica si partirà dagli scritti di Giuseppe Sartori, una sorta di fondatore della scienza politica italiana.

La politica e il suo sviluppo storico

La politica abitualmente è distinta dal concetto di società, vista distante dalla cittadinanza. Questa contrapposizione è un prodotto di un'evoluzione svoltasi nel 1800. Per Aristotele, l’uomo, in quanto animale politico, ha in sé la parte sociale e appunto politica, in se stesso. La polis vive in lui. Chi si poneva al di fuori della polis, tra chi ne aveva diritto, era considerato inferiore. La pienezza della vita umana era vista come partecipazione alla polis, che era politica e sociale. Questa visione arriva fino a Machiavelli.

I testi di Aristotele ci sono arrivati modificati per via delle manipolazioni dei monaci amanuensi. Per esempio, San Tommaso alla definizione di uomo politico ci affianca sociale a rafforzare l’unione tra le due. Poi Egidio Romano ci affiancherà anche civile, frutto dell’esperienza della civiltà romana, esperienza molto importante oltre a quella del Sacro Romano Impero. Il termine civile, introdotto alla fine del 200, ha a che fare con la civitas romana, la città romana che ha dimensioni molto maggiori rispetto alla polis, e la concezione di uomo e polis si andarono modificando in direzione di una codifica dei comportamenti, cioè il diritto, sul quale si basava la civiltà romana, ma la concezione di politica e società unite non cambiò.

L'idea moderna di stato

L’idea di una politica staccata dalla società nasce con l’idea di stato, inteso come stato nazione-moderno di origini del 1800. Fino a Machiavelli si ha una concezione orizzontale del dominio politico, il concetto di principato verrà elogiato dallo stesso, dandone, diversamente dal passato, una concezione positiva, con essa, un elogio della vita politica con dimensione verticale, attraverso una reinterpretazione e adattamento del concetto. Nello stesso periodo la politica si stacca dalla morale e dalla religione, viste da Machiavelli come meri strumenti del politico che poteva agire contro i precetti degli stessi, in generale, la politica può sfruttare più campi.

Di qui in poi vi è una cesura, la visione olistica, universale, si sfalda, con una differenziazione di campi, con il pensiero politico che diventa man mano indipendente. Successivamente, vi sarà la divisione tra politica ed economia, frutto del pensiero degli economisti liberali inglesi e statunitensi, i quali spingevano lo stato a farsi da parte per offrire ai cittadini maggiore libertà e scelta. Nel corso della storia vi è stata una divisione tra tutti i campi dell’agire umano. Detto questo, un comportamento politico ora diventa più difficile da capire.

Chi sono i politici?

Innanzitutto c’è da dire che lo scienziato politico non fa previsioni, studia il presente e poi dice la sua sui probabili eventi futuri. Una definizione unica di politica non è possibile e di scarso interesse, ciò non ci esime dal porci domande in quanto la scienza politica è una scienza empirica. La prima domanda è chiedersi chi sono i politici, poi quali sono le modalità tipiche delle attività politiche, poi se esistano o meno luoghi privilegiati dove si fa politica e infine gli obiettivi della politica. Chi, come, dove, perché.

A partire dal 1800, comincia a diffondersi la figura del politico di professione, colui che vive di politica e per la politica. Detta figura si impone in seguito all’allargamento del suffragio e alla nascita dei partiti di massa, con un’oligarchia di rappresentanti, appunto politici professionisti. Oggi, in Italia, con la critica serrata del politico di professione, si impone la figura del normale cittadino interessato di politica. In Italia e non solo, i politici spesso provengono da altri settori come l’economia, dove hanno fatto fortuna, impiegando le risorse monetarie e di prestigio per riconvertirle in politica.

Eloquente l’esempio di Berlusconi, o di Mario Monti che aveva fatto fortuna come professore e in altri settori della vita associata. Matteo Renzi invece è un politico di professione. Se però volgiamo lo sguardo altrove, come in Iran, vi è una figura non nata dalla politica ma con un grande potere politico come le guide spirituali. In passato anche il potere di origine militare, come nel Cile di Pinochet, veniva utilizzato come politico. Tutto questo per dire che è estremamente difficile definire il politico.

Le peculiarità dell'agire politico

La seconda questione è le peculiarità dell’agire politico. Non esistono scelte tecniche, tutte le scelte, non violente, pubbliche, hanno una dimensione politica. L’azione politica è non violenta, diplomatica, alla ricerca di consensi, perlomeno nei regimi democra-to-liberali. Anche però, l’uso della forza, negli altri regimi, è un’azione politica. La liber-tà-democrazia non c’è sempre stata e non è detto che ci sarà per sempre.

La scienza politica non ha pretese onniesplicative ed eterne, ma contingenti alla realtà osservata. Per quanto riguarda i luoghi privilegiati della politica, vi sono il parlamento e basta. La politica è ovunque. O meglio dipende. Per esempio, nelle vertenze sindacali delle grandi aziende, si fa politica. Si può affermare che chi non conosce la politica si pone in una campana di vetro sottoposta ad un bombardamento costante.

Obiettivi della politica

Riguardo agli obiettivi della politica vi sono moltissimi pareri. Gli obiettivi minimi, per esempio come dice Bobbio, sono innanzitutto l’ordine, in quanto condizione minima per raggiungere altri obiettivi. Vi è la convivenza pacifica dei cittadini attraverso una fonte rispettata di potere. In una parola l’autorità. La fonte di autorità distingue i vari stati. Qui nasce la questione della sicurezza, poiché uno stato per difendersi si arma, generando paura negli altri stati.

Lezione 2: Politica e filosofia

La politica si configura come quell’insieme di attività caratterizzate da comando, potere e conflitto ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso; attività inerenti la responsabilità primaria del controllo della violenza ma anche della distribuzione di costi e benefici materiali e non. Attraverso quali metodi è possibile studiare i fenomeni politici? Bisogna tener conto che ogni scienza deriva dalla filosofia. Essa non si è mai data un sistema di ricerca codificato.

La scienza invece pretende un protocollo di ricerca. Anche in politica esistono degli esperimenti, accompagnati da dubbi etici. Essi avvengono attraverso studi di campione. Tuttavia il metodo sperimentale ha poco a che fare con la scienza politica. Secondo Bobbio i contenuti della filosofia politica sono: la ricerca della migliore forma di governo, poi la ricerca del fondamento dello stato e la giustificazione dell’obbligo politico, all’essenza della politica, infine l’analisi del linguaggio politico.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la scienza politica. Il trattamento filosofico non è empirico, ricavato dall’esperienza, è prescrittivo, è valutativo. Il metodo della scienza politica, pur con i dovuti limiti, si basa sul principio di verificazione, sulla spiegazione, sulla avalutatività. La teoria accomuna filosofia e scienza. In entrambi i casi è il punto di partenza. La filosofia manca di operatività di pragmatica. Le scienze nascono e si sviluppano per incidere sulla realtà.

Infatti la scienza non è solo teoria perché essa si fonda sulla ricerca incentrata sulla raccolta dei dati tramite sperimentazione. La scienza politica è molto vicina alla tradizione americana portando con sé il pragmatismo. Un altro fattore che distingue scienza e filosofia è il linguaggio. Sartori afferma che gli uni non comprendono gli altri, mentre alla filosofia sta il perché, alla scienza troviamo il come proteso ad intervenire alla realtà.

Infine rimane la avalutatività. Essa è una questione complicata, partendo dalla confusione sulla definizione dei valori. Importante è il rapporto tra osservatore ed osservato. L’intervista è un importante strumento di ricerca. È un tipo di intervista che deve essere orientata verso l’onestà attraverso due metodi, una punta a neutralizzare i valori, l’altra a cancellarli. Una dice di separare i giudizi di valore dai giudizi di fatto. L’altro attraverso un linguaggio molto asettico molto in voga negli anni 60, ora in disuso.

La scienza politica è lo studio empirico dei processi politici. Per una ricerca politica va formulato innanzitutto un quesito di ricerca, scelto in base all’interesse, alla rilevanza, alla conoscenza della letteratura esistente, formulazione precisa della domanda, poi la controllabilità empirica del quesito. Il primo quesito è soggettivo, riguarda l’interesse che il ricercatore ha per l’argomento. Importante è la controllabilità.

Lezione 3: Controllabilità empirica e operazionalizzazione

Continuiamo dalla controllabilità empirica. Per far sì che sia controllabile è necessario muoversi su un piano di astrazione minore rispetto alla filosofia. Innanzitutto bisogna delineare un definito spazio-tempo di ricerca. Ma non basta. L’operazionalizzazione è l’osservabilità empirica. Inoltre, essendo molto facile usare termini in modo sbagliato, è necessario usare degli ancoraggi come quello storico e quello terminologico.

L’ancoraggio storico viene dallo studio della letteratura riguardo il tema scelto. Un’altra strategia per definire i concetti empirici è quella di tenere in considerazione i significati attribuiti a concetti affini a quelli di nostro interesse. Per esempio, se si vuole studiare la stabilità delle democrazie è bene conoscere altri concetti come “consolidamento democratico” e altri, in generale tutti i concetti che hanno a che fare con il nostro oggetto di studio.

Infine, un altro piccolo accorgimento. Bisogna dominare teoria e metodo per essere un pensatore consapevole. La scienza politica utilizza termini di derivazione filosofica ma li ha riconcettualizzati. Essa è una disciplina molto giovane, nascendo nel 1900. Perciò essa ha il vantaggio di poter usare concetti già presenti ma ricalcolandoli. Per esempio, la democrazia di Pericle non ha nulla a che vedere con le democrazie attuali. Per Sartori è necessario creare termini e concetti che siano adatti a “viaggiare”, cioè essere adatti a più scenari, senza che avvenga lo stiracchiamento dei concetti.

Un modo utile è quello di allargare il concetto adattandolo ai casi. I concetti devono essere contenitori di fatti. Quindi bisogna definire una categoria che sia il più discriminante possibile, cioè che all’interno di questa teoria rientrino pochi fatti. Bisogna classificare il fenomeno, definendolo per una caratteristica esclusiva, attraverso un criterio distintivo, diviso in classi mutuamente esclusive. Per esempio, democrazie non è abbastanza, liberal democrazie neanche, liberal democrazie maggioritarie sì.

Per i concetti, si valuta l’estensione e l’intensione. L’estensione è il numero dei concetti a cui si applica, l’intensione è la proprietà che i concetti devono avere per essere inglobati nella categoria. Maggiore è l’estensione, minore è l’intensione e viceversa. Tornando all’operazionalizzazione, che è molto importante, visto che i processi sociali non sono ricreabili in laboratorio, quindi i concetti devono essere tradotti in variabili e possibilmente misurabili. I passaggi sono i seguenti. Prima si formula un concetto empirico come per esempio la qualità della democrazia, facendolo misurare attraverso la partecipazione politica dei cittadini. Esso va osservato, quindi specificato ulteriormente, per esempio la si può rilevare grazie alla partecipazione elettorale e la partecipazione ai partiti. Detto questo, i metodi di controllo della scienza politica sono tre, il metodo statistico, comparato e lo studio del singolo caso.

Lezione 4: Metodologia della ricerca politica

Tra questa e la prossima lezione si conclude la parte metodologica. Il primo a verificare il concetto di operazionalizzazione è stato Lazarsfeld. L’operazionalizzazione costituisce il ponte tra teoria e pratica. I concetti devono diventare proprietà o attributi di uno specifico oggetto e quest’oggetto va definito “unità di analisi”. Questi a loro volta possono assumere stati diversi, cioè hanno valori numerici misurabili diversi.

Naturalmente il valore dei vari tipi di stati è arbitrario: cioè se vogliamo studiare il livello di istruzione di varie regioni si assegnerà 1 ai diplomati, 2 ai laureati con la triennale, 3 ai laureati con la magistrale. Nella scienza politica il primo metodo è quello statistico, si basa sulla disponibilità di dati numerici riferiti ad un numero elevato di casi. Il vantaggio del metodo statistico è che riesce a trovare facilmente i rapporti di causalità fra vari fenomeni. O meglio, è il metodo che più si avvicina a questo livello di approssimazione.

Inoltre, il metodo statistico riesce ad isolare il nostro oggetto di studio e le variabili da noi prese in considerazione, da tutte le altre variabili, anche attinenti al nostro oggetto. Tuttavia, è il metodo comparato il metodo principe della scienza politica, qui si fa riferimento ad un saggio di Sartori. Per l’autore, comparare significa soprattutto “controllare” o meglio la comparazione serve a verificare o falsificare una nostra ipotesi di ricerca.

Dato che in scienza politica le potenziali variabili attinenti sono potenzialmente infinite, la comparazione è il miglior metodo che ci permette di fare delle generalizzazioni con valenza quasi scientifica. Naturalmente i due termini di paragone devono essere simili, rientranti in una singola classe, la cui intensione è unica. Dunque si è detto che se si ha un criterio distintivo si va a formare una classe, una classificazione, se invece sono due, si ha una tipologia. L’esclusività e l’esaustività sono le caratteristiche principali dei criteri distintivi.

Vi sono degli errori nella comparazione e sono quattro: il parrocchialismo quando si ignorano le ricerche già effettuate e le categorie esistenti. Il secondo errore è il malclassificare. Il terzo errore è il gradismo, cioè si considerano tutte le differenze come differenze di categoria e metterle tutte in scala, in maniera semplice è il fissare i punto di taglio arbitrariamente. L’ultimo è lo stiracchiamento dei concetti, allargare così tanto il concetto da fargli perdere molto del significato.

A questo punto bisogna capire il metodo di una ricerca comparata. Qui entrano in gioco John Stuart Mill e i suoi tre metodi logici. Il primo è definito della concordanza: significa che se in sistemi massimamente differenti, si ha un fenomeno in comune, esso può essere considerato la causa del nostro oggetto di studio, anch’esso in comune.

Lezione 5: Metodo delle differenze

La prima chiarificazione di oggi è che la tipologia comprende due o anche più caratteri distintivi. Oltre al metodo della concordanza vi sono altri due metodi. Uno è il metodo delle differenze: se volessimo fare una comparazione tra due stati, uno ha un elevato debito pubblico e l’altro no, se andiamo ad analizzarli ci accorgiamo che hanno moltissime caratteristiche in comune, tranne che in uno, vi è un elevato debito di corruzione, quindi si può affermare, che l’unica differenza...

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gaspare.sarandria di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Pizzimenti Eugenio.
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