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Introduzione: la disciplina

Che cosa è la scienza politica?

La scienza politica è lo studio ovvero la ricerca sui diversi aspetti della realtà politica al fine di spiegarla il più compiutamente possibile adottando la metodologia propria delle scienze empiriche. Come in altri paesi europei, la scienza politica italiana nasce staccandosi dal troncone del diritto costituzionale, ma al momento dell’instaurazione del fascismo la neonata disciplina è già soffocata dall’affermazione di alcune correnti filosofiche della storia, come quelle rappresentate da Benedetto Croce e Giovanni Gentile.

Come si ricostituisce la scienza politica nel secondo dopoguerra ed i suoi criteri di fondo?

La ricostruzione della scienza politica risale ai primi anni cinquanta e si propone quella definizione della disciplina come conoscenza empirica della politica, ma si chiariscono alcuni criteri di fondo: l’azione politica è attività ispirata a principi razionali; la scienza politica, al pari dell’economia, è l’analisi anche empirica del rapporto fini/mezzi, e dell’adeguatezza dei secondi al raggiungimento dei primi; analisi del significato e delle conseguenze dell’azione stessa, e della coerenza complessiva dei fini.

Quali sono le differenze tra scienza politica e filosofia politica, diritto pubblico, storiografia?

  • La scienza politica si distacca dalla filosofia politica quando si decide di escludere dal proprio ambito anche i giudizi morali e si presta attenzione alla raccolta e all’analisi dei dati empirici.
  • La scienza politica si distacca dal diritto pubblico quando si giunge a una distinzione anche solo implicita, tra processi reali e processi formali, cioè tra quello che effettivamente accade e l’elaborazione delle norme che regolano formalmente comportamenti e aspettative.
  • La scienza politica si distacca dalla storiografia quando, con la classificazione e la comparazione, l’analisi dei dati empirici mostra implicitamente che quei dati non sono da considerare unici ed esclusivamente “legati al tempo, al luogo, e alle circostanze specifiche”.

Caratteristica della svolta all’inizio degli anni sessanta

Gli anni sessanta furono la fase di decollo della disciplina in tutta Europa e furono caratterizzati dalla prevalenza di un approccio istituzionale tradizionale, in cui l’attenzione era centrata sulle istituzioni formali e sul loro funzionamento anche in chiave storica, sulla scia della tradizione del diritto costituzionale dei decenni precedenti la guerra.

L’influenza americana sulla scienza politica europea

Il grande decollo della scienza politica avviene con il grande salto nella ricerca empirica, conseguenza dell’influenza americana in tutti i paesi dell’Europa occidentale. Quattro elementi lo caratterizzano:

  • Viene importata una nuova concezione della scienza politica derivante dalla rivoluzione comportamentista, che rimanda allo studio del comportamento individuale e alla necessità di sviluppare metodi scientifici più rigorosi;
  • Vengono condotte numerose ricerche empiriche, ora possibili perché finanziate da fondazioni americane;
  • Diversi studiosi europei vanno a studiare negli USA;
  • Vengono creati centri di formazione e ricerca anch’essi finanziati da fondazioni americane.

Illustrate le caratteristiche degli studi su potere politico ed élites

Accanto all’approccio tradizionale, ed in parziale contrasto con esso, si era sviluppato e aveva avuto rapidamente successo un filone di studi sul potere politico e le élites, considerati il cuore di qualsiasi analisi politica. Tale approccio rimarrà centrale per lo studio della politica locale, che particolarmente nella realtà italiana non è legata tanto alle competenze istituzionali degli enti territoriali, quanto piuttosto alla capacità di rappresentanza, anche clientelare, presso il centro e la creazione di consenso da parte della classe politica locale.

Illustrate le caratteristiche principali dell’approccio sistemico

Possono essere così sintetizzati:

  • Il sistema politico è l’unità centrale di analisi, che definisce la politica indicando la sede in cui si svolge.
  • Il sistema politico è caratterizzato da un insieme di interazioni in cui “i valori vengono assegnati in modo autoritativo a favore di una società”, ovvero dall’insieme dei processi mediante i quali una qualsiasi comunità sociale prende decisioni politiche.
  • Al sistema politico giungono in entrata (inputs) domande e sostegno da parte della società nella sua veste di comunità politica, cioè di persone tenute insieme da certa divisione politica del lavoro (dal semplice voto all’impegno più costante e continuo in politica).
  • Gli outputs del sistema, sotto forma di decisioni da applicare, e le reazioni a quelle decisioni da parte della stessa comunità politica sono gli altri aspetti importati della teoria sistemica.
  • Tra inputs e outputs vi è una scatola nera all’interno della quale si svolgono i processi essenziali.

Tra questi ultimi si richiamano le tre funzioni fondamentali: quella amministrativa, svolta dalla burocrazia; quella di risoluzione pacifica dei conflitti privati, o tra privati e le istituzioni pubbliche, assolta dalla magistratura; quella di decisione politica, che rimane il compito di parlamento e governo.

Qual è l’eredità dell’approccio sistemico?

L’approccio sistemico, pur molto criticato, ha avuto successo per diversi anni. Di esso all’inizio del nuovo secolo sono rimasti soprattutto: l’impossibilità di considerare le istituzioni solo in una prospettiva formale e la necessità di capire che cosa vi sia dietro quelle forme; l’importanza delle interazioni tra i vari aspetti della politica, che non possono essere trascurate poiché “il tutto è più della somma delle parti”; alcuni concetti sui quali si continua a fare ricorso, come la nozione di sostegno e quelle contigue oppure la nozione di rendimento e di nuovo quelle contigue di efficacia, legittimità e fiducia, efficienza.

Illustrate le caratteristiche principali dell’approccio della scelta razionale (rational choice)

A differenza dell’approccio sistemico, l’approccio razionale è diventato sempre più importante nella scienza politica internazionale fino a raggiungere un seguito relativamente ampio. Si può capire sinteticamente l’approccio razionale se si parte dai suoi assunti di base, l’individualismo e il comportamento utilitarista degli individui. Per i sostenitori della scelta razionale non esistono collettività al di fuori degli individui che le formano. La spiegazione dell’azione sta nel comportamento di individui la cui razionalità si esprime nel consapevolmente nel massimizzare la propria utilità.

Che cosa è il neo-istituzionalismo?

Il neo-istituzionalismo è diventato relativamente prevalente nella disciplina in questi ultimi anni, sia negli Stati Uniti sia in Europa, Italia compresa. Alla base stanno i seguenti fattori:

  • La riaffermazione del ruolo centrale delle istituzioni, intese come un insieme di regole del gioco, routines, abitudini, procedure, stili decisionali o persino norme sociali.
  • Una conseguente rinnovata attenzione per il dettaglio delle strutture politiche delle analisi istituzionali.
  • Un ovvio collegamento con la precedente tradizione.

Quali distinzioni si possono fare tra i neo-istituzionalismo?

La distinzione più utile è quella tra neo-istituzionalismo storico, sociologico e della scelta nazionale.

Quali sono le caratteristiche del neo-istituzionalismo storico, sociologico e nazionale?

  • Il neo-istituzionalismo storico: analisi delle istituzioni in chiave di “path dependence”, ovvero di dipendenza della politica dai precedenti percorsi istituzionali.
  • Il neo-istituzionalismo sociologico: le istituzioni modellano la politica attraverso la costruzione e l’elaborazione del significato della vita individuale e collettiva, condizionando le percezioni e le preferenze e vincolando le aspettative e gli orientamenti.
  • Il neo-istituzionalismo nazionale: sono importanti quelle istituzioni che riescono a superare le difficoltà della cooperazione collettiva. Pur mantenendo gli assunti propri della scelta nazionale, quali il comportamento individuale finalizzato a massimizzare il raggiungimento delle proprie preferenze, questa corrente di studiosi si propone di individuare assetti istituzionali che favoriscono la cooperazione.

I. La politica

Che cosa è la politica?

Per scoprirlo si può seguire una linea d’indagine che comincia con il rispondere ad alcune domande essenziali intorno alla politica, quali: Chi sono i politici? Quali sono le modalità tipiche di questa attività? Esistono luoghi privilegiati della politica? Quali sono i suoi obiettivi?

Le prime domande da porre sono: chi, come, dove e perché. Nella prospettiva delineata è possibile definire “la politica” come l’insieme di attività inerenti al funzionamento della collettività umana, svolte da uno o più soggetti individuali o collettivi, caratterizzate da comando, potere e conflitto, ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso. Alla collettività umana compete la responsabilità primaria del controllo della violenza e la distribuzione al suo interno di costi e benefici, materiali e non. In termini sintetici si può dire che la politica riguarda la gestione della collettività responsabile dell’ordine pacifico.

Chi sono i principali attori politici?

Sono coloro che operano all’interno delle architetture del potere politico ovvero dei regimi politici. In un regime democratico questi elementi (individuali e collettivi) sono: leaders, partiti, gruppi di pressione, movimenti, elettori, ecc. E poi tutti i processi che si svolgono all’interno della democrazia, quali elezioni, formazione e crisi dei governi, decisioni di governo e legislative, manifestazione di protesta, e altri.

Che cosa distingue la politica da altre esperienze umane come l’economia, la morale, la religione?

La politica si distingue dalle altre esperienze umane in quanto esiste un luogo privilegiato, cioè un ambito ben definito all’interno del quale l’esperienza politica si colloca. È questo spazio circoscritto, anche se variamente definito ed esteso lo troviamo di volta in volta nella tribù, nella città-stato nel regno, nell’impero, nello stato-nazione, nelle associazioni tra stati. Non che nelle altre esperienze come l’economia, la morale o la religione, la dimensione collettiva non possa essere rilevante: la vita economica è spesso racchiusa entro frontiere regionali, nazionali o di “blocco internazionale”; la vita morale o religiosa può fare riferimento a gruppi di varia natura. Ma questo aspetto appare per esse non essenziale.

“Il carattere collettivo, cioè riferibile a uno specifico ambito di svolgimento, relativamente delimitato, sembra un aspetto proprio dell’esperienza politica”

La politica non è comunque una realtà impermeabile ma esistono continue interazioni con le altre sfere della esperienza umana, quali economia, società, religione o burocrazia. Il fatto che attori economici, sociali, religiosi operano in politica e vi assumano a volte ruoli di primo piano non significa necessariamente che tra politica ed economia, politica e società, politica e religione, non vi siano differenze. Il fatto che uno o più imprenditori acquistino un ruolo politico primario non deve far dimenticare che altri non vi riescono. Convertire le risorse economiche in risorse politiche è un’operazione che non sempre riesce. Questo vuol dire che gli scambi avvengono tra realtà distinte che hanno metro di valutazioni diverse. Le risorse prodotte in un ambito non sono automaticamente spendibili nell’altro; devono essere convertite, e questa conversione non riesce sempre allo stesso modo.

Che cosa si intende per politics?

Con il termine politics ci si riferisce alla “sfera del potere”, inteso come la capacità di influire sulle decisioni prese dagli individui. La natura del potere (quali ne siano le basi di legittimità, di quali risorse e strumenti si serve), la sua distribuzione e trasmissione (chi lo detenga e come avvengano i passaggi nella sua titolarità), il problema del suo esercizio e dei suoi limiti (come possa essere prevenuta l’utilizzazione arbitraria ed eccessiva da parte dei suoi detentori): sono stati questi i temi classici al centro della riflessione della filosofia politica, prima, e della scienza politica, poi. L’architettura del potere (i regimi politici) si colloca al centro dello studio della politica.

Che cosa è una policy?

La politica non si esaurisce interamente negli atti e nei comportamenti che riguardano la conquista e la gestione del potere. Nella vita politica oltre al potere vi è una cospicua e variegata realtà costituiti da innumerevoli programmi d’azione, provvedimenti ed interventi proposti dagli attori politici e decisi nella sedi politiche. Gli effetti di queste azioni ricadono nella vita politica. Dunque, se da un lato la politica può essere sintetizzata nell’espressione “competizione per il potere”, da un altro essa è “governo”, cioè decidere per affrontare e risolvere i problemi della comunità. Se il primo lato della politica si svolge prevalentemente all’interno del “palazzo”, il secondo si presenta come diretto verso l’esterno e potrebbe essere caratterizzato come il prodotto della politica stessa. Questa seconda faccia della politica va sotto il nome complessivo di politiche pubbliche (policy – policies in inglese).

Dal punto di vista della scienza politica studiare le politiche significa, innanzitutto, analizzare i contenuti e mettere in luce la distribuzione dei costi e dei benefici che esse comportano. In un secondo luogo, significa indagare il processo di decisione nelle sue diverse fasi (dalla individuazione dei problemi alla formulazione di proposte alla decisione finale).

Che cosa vuol dire polity?

Cioè la definizione dell’identità e dei confini della comunità politica. L’importanza dei confini che definiscono la polity è di facile comprensione. Cambiando il territorio e la comunità politica cambia anche l’ambito di vigenza dell’autorità politica, in concreto il potenziale di attuazione delle decisioni presa dagli organi centrali.

Un’altra faccia che contrassegniamo con il termine polity è quella che comprende tutti quelli aspetti della politica che riguarda la definizione della comunità politica, cioè del territorio e della popolazione che insiste su quel territorio, e le relative strutture e processi di mantenimento e cambiamento, dalla polizia alla magistratura, dalla burocrazia all’esercito, dall’amministrazione alla risoluzione dei conflitti privati, dalla difesa dei confini al mantenimento dell’ordine interno.

II. Democrazia, democrazie

Che cosa è una democrazia?

Il significato letterale “potere del popolo” è stato riformulato ed arricchito con la famosa espressione “potere dal popolo, del popolo e per il popolo”, nel senso che il potere deriva dal popolo, appartiene al popolo, e deve essere usato per il popolo. Schumpeter definisce democrazia, come “lo strumento istituzionale per raggiungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare”. Sartori preferisce mettere l’accento anche sull’esistenza di maggioranze e minoranze, e definisce questo regime come “un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano attraverso il meccanismo elettorale”.

Qual è la definizione minima di democrazia?

Cioè quella che indica quali sono gli aspetti essenziali ed immediatamente controllabili che consentono di stabilire una soglia a di sotto della quale un regime non possa essere considerato democratico. Sono tutti i regimi che presentano almeno:

  • Suffragio universale, maschile e femminile;
  • Elezioni libere, competitive, ricorrenti, corrette;
  • Più di un partito;
  • Diverse e alternative fonti di informazione.

Quali sono gli aspetti procedurali di una democrazia?

I diritti e le libertà possono essere ricondotti ad un insieme di regole formalizzate o procedure che caratterizzano le democrazie reali. In questo senso si parla di democrazia formale e anche di democrazia procedurale. Infatti la procedura attraverso la quale si cerca e si attua in pratica un ordinamento sociale è considerata formale per distinguerla dal contenuto dell’ordinamento che è un elemento materiale o sostanziale. Dunque, si tratta di “forme” che consentono e garantiscono la possibilità che certe sostanze ovvero che certe decisioni siano prese seguendo le modalità previste da quelle stesse “forme”.

Che cosa significa incertezza democratica?

In un regime democratico non è corretto supporre che qualsiasi decisione, qualsiasi “contenuto” decisionale possa essere assunto attraverso regole forma.

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Scienze Sociali Prof.
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