Indice
- Capire la politica
- Il funzionamento dei regimi politici
- Movimenti sociali e gruppi di interesse
- I partiti politici
- Parlamenti e governi
- Le politiche pubbliche
- Territorio e politiche locali
Capire la politica, identità e missione della scienza politica
Il concetto di politica ha una lunga storia, ed è stato definito in modi molto diversi nel corso del tempo. Esso ha subito, nel corso dell'evoluzione della storia occidentale, trasformazioni significative. Logicamente la politica degli antichi greci è ben diversa dalla politica contemporanea, proprio perchè la parola ha subito un cambiamento del suo significato sebbene sia rimasta la stessa. Se è vero che il termine deriva da polis (città), la concezione greca di politica era ben diversa da quella odierna, in primo luogo perchè nella concezione greca non vi era alcuna distinzione tra politica e società come tra politica ed economia.
La politica era la dimensione collettiva del vivere sociale che permetteva all'essere umano di differenziarsi dagli altri esseri viventi; la stessa definizione aristotelica di essere umano come animale politico (zoon politikon) non definiva tanto la politica, quanto l'essere umano. La politica era la dimensione totalizzante del cittadino greco, il quale era essere umano proprio perchè politico, intriso di socialità. Questa prospettiva, che fonda la concezione di politica fino a Machiavelli, ritiene che il fine ultimo della politica sia il bene collettivo. La politica classica, vista come il dispiegarsi quotidiano del vivere collettivo e come dimensione in cui gli individui contribuiscono al benessere della collettività. La politica aristotelica è caratterizzata da relazioni orizzontali, proprie del vivere in comunità, a differenza di quella odierna che invece vede emergere la sua dimensione di verticalità.
Anche però nella tradizione greca sono state proposte diverse definizioni di politica: È il caso di Platone che esprime una concezione gerarchica della politica, legata all'ordine sociale; o ancora di Protagora per il quale la politica era l'arte del persuadere. La concezione aristotelica è però quella che si pone come fondamento della cultura occidentale, grazie anche alla sua riformulazione e ricezione da parte della dottrina cristiana. La politica aristotelica, nella sua versione medievale, è dominata dal principio di verità basato sulla volontà divina il quale tiene assieme politica, religione, morale e diritto. La politica diviene uno degli aspetti operativi dell'attuazione dei principi cristiani che discendono dalla parola divina.
Tale visione non impediva comunque, che ancor prima di Machiavelli, ci si interrogasse sul problema del potere e sulla presenza di relazioni verticali tra individui, ceti, gruppi sociali e interessi. Queste tematiche venivano però definite in altri modi (regnum, dominium, principatus). In epoca classica e medievale, da un lato abbiamo la politica intesa in senso aristotelico, come attività naturalmente umana basata su relazioni orizzontali tra individui che si determinano sulla base della conoscenza del logos e della verità divina, dall'altra abbiamo il governo della collettività, caratterizzato da relazioni verticali che devono confrontarsi con coerenza all'ordine naturale delle cose. La politica aristotelica ha a che fare con la lotta per il potere, con l'esercizio del potere su una società. A partire dall'epoca romana, la verticalità del fenomeno politico viene ricondotta esclusivamente all'attività di governare una collettività, focalizzando attenzione su chi esercita il potere e su come lo esercita.
Politica come potere
Machiavelli è in genere considerato il primo pensatore capace di definire la politica in modo realista, basato sull'analisi di ciò che è senza una prospettiva ideale, ed in modo autonomo dalla dimensione morale e religiosa. Con l'opera "Il Principe" il potere emerge come la dimensione fondante dell'azione politica; con Machiavelli la politica comincia ad assumere un significato più vicino a quello attuale, emancipandosi dalla morale, religione ma anche dalla società e dall'economia che attraverso il pensiero di Bodin e dei contrattualisti fino ad arrivare a Bentham, offre agli studiosi contemporanei un terreno più delimitato per definizioni più nette. Con il processo di costruzione dello stato moderno, la politica è ritenuta un'attività autonoma da altre sfere ma fortemente legata al potere statuale.
Questo percorso è ben rappresentato da Weber che definisce la politica in modo chiaro e come legata al conflitto per il potere nello stato e tra gli stati: "chi fa politica aspira al potere". La politica è intesa come competizione per il potere ed esercizio del potere per conseguire uno scopo. Con Weber dunque, si chiude quel percorso iniziato con Machiavelli. La definizione data da Weber, non esclude comunque una dimensione normativa per cui l'azione politica non è solo potere per il potere ma anche lotta per il potere al fine di servire una causa, basata su scelte soggettive. Con Weber si dà inizio alla storia contemporanea della politica ed alla sua analisi; focalizzandosi sul potere, la politica trova un ambito proprio e può essere studiata in modo autonomo.
Come sappiamo, il potere può esercitarsi in modi diversi: attraverso la coercizione, la deterrenza (minaccia della violenza), sanzioni, ricompense e persuasione. C'è un potere che è solo proprio della politica cioè il monopolio della forza legittima. Questa definizione di Weber ci permette di distinguere tra politica interna, che è gerarchica ed in cui lo stato assume questo monopolio, e quella internazionale in cui si attua la frammentazione di tale monopolio tra stati indipendenti, essendo "anarchica". Il fatto che da un lato la violenza sia monopolizzata e dall'altro frammentata, rende la scienza politica e le relazioni internazionali differenti tra loro. Entrambe condividono metodi ed interesse ma il potere interno e quello internazionale sono diversi.
A livello domestico, la coercizione è un potere di ultima istanza, esercitato di rado. Si obbedisce comunque alle regole senza la minaccia della violenza. Il motivo di questa obbedienza può essere spiegato facendo riferimento al concetto di legittimità. Weber a tal proposito, distingue tre diversi tipi di legittimità che si incarnano rispettivamente nel: potere tradizionale, carismatico e reazionale tipico dei regimi democratici in quanto basato sulla validità delle norme e delle procedure attraverso cui si esercita il potere politico. Da qui possiamo pensare a quelle 3 facce che costituiscono la politica: POLITICS (esercizio del potere), POLITY (comunità politica) e POLICY (politiche pubbliche), su questi 3 vertici si fonda l'ambito di studio della scienza politica la quale si occupa di capire chi decide e come lo fa (politics); le decisioni politiche (policy); la comunità politica (polity).
Man mano che l'analisi scientifica della politica si istituzionalizza e si articola in diverse proposte teoriche, nel corso del 20 secolo, viene meglio specificata la definizione di politica, rendendone chiari i confini che vanno oltre quelli dello stato. L'enfasi sul potere però, non individua un elemento assolutamente distintivo dell'azione politica, in quanto esistono diverse forme di potere a seconda dei contesti in cui viene esercitato, e perchè la politica deve comunque tenere conto del consenso e delle modalità attraverso le quali viene ottenuto dagli attori politici.
Il potere dev'essere inteso come una dimensione costitutiva che va contestualizzata nelle sedi opportune e nei processi opportuni mediante i quali la specificità del potere politico emerge. Una definizione del potere politico proviene da Dahl: la capacità di far fare agli altri qualcosa che altrimenti non farebbero. In questa prospettiva, Sartori ha enfatizzato la dimensione verticale della politica definendola sulla base di una sede in cui essa si manifesta: La sfera delle decisioni collettivizzate, sovrane, coercitivamente sanzionabili e senza uscita. La definizione di Sartori, sembra richiamare quella di Easton secondo cui la politica è allocazione imperativa di valori, intesi come beni materiali e simbolici.
Si tratta di definizioni che, enfatizzando la dimensione del potere (sovranità, allocazione imperativa) consentono di delimitare alcune caratteristiche della politica: il fatto che abbia una dimensione processuale e che si svolga in o intorno a sedi specifiche, quelle in cui si prendono decisioni collettivizzate. Queste definizioni d'altra parte rischiano di sottovalutare una dimensione della politica: il fatto che l'ambito di quest'ultima si caratterizzi per una strutturale incertezza su quello che può essere fatto per garantire l'ordine sociale. Questo è quanto ci viene detto da Heclo per il quale dunque la politica ha due dimensioni fondamentali: quella del potere in cui gli interessi confliggono e cooperano per tutelare se stessi, influenzando chi deve prendere le decisioni; quella della soluzione dei problemi collettivi. Recuperando la dimensione del problem solving collettivo, si recupera il tema aristotelico iniziale.
Assumono particolare rilevanza le domande con le quali Lasswell ha suggerito di affrontare lo studio della politica: chi ottiene cosa, dove e come.
- Chi fa la politica? Essa può essere fatta da una miriade di potenziali attori individuali e collettivi: dalle èlites socioeconomiche ai gruppi di interesse, dai partiti ai movimenti, dai funzionari amministrativi ai singoli cittadini. Tentare di capire come si relazionano tra loro, su quali risorse basano la loro azione e quando e come si attivano, è uno degli obiettivi centrali della Scienza Politica.
- Che cosa si ottiene con la politica? Il risultato dell'azione politica dovrebbe essere il perseguimento di un determinato ordine sociale che è influenzato dallo specifico contesto socioeconomico e dal regime politico. Ma il risultato dell'azione politica contiene al suo interno gli obiettivi dei diversi attori: nei regimi democratici l'obiettivo dei partiti è quello di ottenere un buon risultato elettorale e di vedere attuate le proprie proposte di politica pubblica; quello dei cittadini è di ottenere risposte ai propri problemi; l'obiettivo dei gruppi di interesse è quello di essere tutelati dalle decisioni politiche, mentre l'obiettivo di alcuni attori istituzionali è quello di tutelare l'interesse collettivo dal rischio di eccessiva influenza dei gruppi di interesse. I processi politici possono essere sia a somma zero cioè qualcuno vince e qualcuno perde; a somma positiva cioè tutti ottengono qualcosa oppure a somma negativa cioè tutti perdono qualcosa. Per cui la risposta alla domanda chi ottiene cosa, non può mai essere definitiva perchè la politica è un processo e perchè il comportamento degli attori non può mai essere totalmente prevedibile. In politica, la risposta a questa domanda deve sempre guardare ai benefici o ai costi ottenuti dagli attori con l'analisi degli effetti sistemici.
- Come si perseguono i propri fini in politica? Le modalità sono assai diversificate. A livello sistemico il come è legato alle caratteristiche del regime politico e alle forme di legittimazione del potere. Nei regimi autoritari, il come non rispetta i limiti previsti dalla tutela di una serie di libertà magari formalmente contemplate, e spesso si basa sulla prevaricazione o minaccia della violenza. Nei regimi democratici, in cui la violenza è bandita, il come è caratterizzato da negoziazioni, compromessi, procedure, proteste e logicamente quello di vincere le elezioni. Dal punto di vista processuale, l'azione politica può perseguire i propri fini attraverso la cooperazione o il conflitto tra attori. Il come della politica è quindi dato dal confronto tra interessi e tra idee diverse che può trovare diverse soluzioni.
- Dove si perseguono i propri fini in politica? Il dove dipende dal contesto in cui gli attori operano. In generale, l'ambito di una azione politica è una collettività in cui vi sia un organismo deputato a prendere decisioni colletivizzate. Gli ambiti sono riconducibili ai luoghi in cui si esercita il monopolio dell'esercizio della forza, intesa come possibilità sanzionatoria di comportamenti difformi. Può essere identificato in luoghi identificati da una serie di istituzioni (parlamento) oppure in arene politiche definite dagli stessi attori (tavolo di negoziazione).
Rispondere a queste domande della politica significa cercare di capire come si struttura la lotta per il potere in una specifica collettività e come essa cerchi di dare risposte ai problemi collettivi, ma anche affrontare in modo empirico l'analisi della politica.
La scienza politica: identità di una disciplina
Dopo aver definito il concetto di politica, possiamo definire la disciplina: essa è la disciplina che studia i fenomeni politici al fine di comprenderne la natura e spiegarli mediante l'adozione delle metodologie proprie delle scienze empiriche. La SP non è immediatamente interessata alla dimensione prescrittiva o normativa della politica (come deve essere e perchè dev'essere in uno specifico modo), oppure alla sua dimensione formale. Essa vuole comprendere i meccanismi di funzionamento dei fenomeni e delle azioni politiche al fine di individuarne la regolarità e dispiegarne gli effetti. La SP è una scienza empiricamente orientata, che deve dimostrare, attraverso le tecniche del metodo scientifico, che le sue affermazioni sono in grado di essere convalidate dall'evidenza dei fatti.
La scienza politica è inoltre una disciplina che può svilupparsi solo in un contesto democratico, cioè solo in un contesto in cui sia possibile raccogliere dati in modo indipendente, interloquire liberamente con gli attori, mostrare limiti e mancanze della politica. Il fatto che la politica sia sempre esistita, non vuol dire che vi sia sempre stata una scienza politica. Per avere una SP abbiamo dovuto attendere che i cambiamenti storici avvenuti in epoca moderna e contemporanea liberassero la politica dai legami di dipendenza con l'etica e la religione e il diritto.
Dal punto di vista storico, la SP ha origini diverse in Europa rispetto agli USA e ha avuto diversi percorsi. Gli studiosi della scuola elitistica europea (Pareto, Michels, Mosca) sono considerati spesso i padri della scienza politica contemporanea. Secondo la teoria delle èlites, è èlite chiunque è in grado di influenzare le decisioni altrui. Nonostante questo riconoscimento, possiamo dire che lo sviluppo e la prima istituzionalizzazione della SP riguarda vicende nordamericane, anche perchè la SP è una scienza che si sviluppa solo in un contesto democratico. Le differenze nel processo di costruzione della disciplina tra i due continenti sono significative. Se su entrambe le sponde dell'Oceano Atlantico, lo studio scientifico della politica deve in primo luogo rendersi autonomo dal diritto costituzionale, negli USA è importante l'influenza della storia politica, mentre in Europa è più influente la dialettica hegeliana e marxiana.
Se infatti in Europa abbiamo gli elitisti, negli USA agli inizi del secolo scorso viene pubblicato il libro di Bentley "The Process of Government" (1908) in cui la politica è vista come una lotta tra gruppi di interesse che, interagendo, influenzano le decisioni politiche. Si tratta di un lavoro comportamentista che riprende la concezione di uno dei padri della costituzione americana, Madison, basata sulla frammentazione degli interessi come elemento fondante della comunità politica. Una prospettiva invece impensabile nell'Europa del primo '900 dove i paesi erano, ad esclusione della Francia e Confederazione Elvetica, monarchie costituzionali e la società molto gerarchizzata.
Le differenze continuano a persistere durante il periodo tra le 2 guerre mondiali, quando negli USA si sviluppa l'attenzione ad una SP empiricamente orientata: Merriam costituisce un gruppo di ricerca, la scuola di Chicago, in cui lo studio tradizionale della politica viene allargato ai contributi della sociologia, psicologia e antropologia. Il suo allievo Lasswell scrive negli anni '30 opere fondamentali sull'analisi empirica del potere politico. Negli USA la SP trova terreno fertile per una istituzionalizzazione e anche per la svolta metodologica e teorica, che alla fine della 2WW, porta alla consacrazione della rivoluzione comportamentista.
In Europa le cose sono ben diverse in quanto l'evoluzione dei sistemi politici e lo sfondo culturale sono differenti. Dopo il contributo degli elitisti, a parte Weber, l'analisi empirica della politica incontra fortissimi ostacoli. I contributi più interessanti sulla politica e democrazia negli anni tra le 2 guerre, sono di matrice giuridica: Kelsen e Schmit. La storia europea è inoltre la storia dello stato che durante il 19 secolo, si costituzionalizza tramite la giuridicizzazione della forma stato e della politica. In questo processo, la SP diventa scienza del Principe, incaricata di incanalare la politica nell'ordinamento giuridico.
La storia europea è anche però la storia della crisi del processo di democratizzazione che, a partire dal dopoguerra della 1WW, pone le basi per la costruzione di regimi autoritari. In questo contesto le possibilità per una evoluzione della SP sono minime. Alla crisi del processo di democratizzazione, in Europa, ha corrisposto il congelamento dell'evoluzione della SP. Negli USA, proprio nel periodo tra le 2 guerre, in corrispondenza dell'introduzione del New Deal, la SP comincia a rafforzarsi. Con la fine della 2WW e i processi di consolidamento della democratizzazione in UE, si riapre uno spazio per una riflessione più realista e meno ideologica del fenomeno politico che permetterà alla disciplina di espandersi ed istituzionalizzarsi ulteriormente.
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