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Scienza politica (prof Luciano M. Fasano)

Introduzione

La politica è l’attività umana relativa alla presa di decisioni pubbliche imperative (allocazione imperativa di valori in una società). Le decisioni sono pubbliche perché riguardano il complesso della società; imperative perché il governo che le prende è investito dell’autorità e legittimità per renderle vincolanti e obbligatorie. La politica è quindi un insieme di decisioni che non sono altro se un’attribuzione differenziata di costi e benefici. Le decisioni politiche si applicano a qualunque cittadino di un dato territorio. A questo riguardo, è importante capire quali decisioni sono prese, in che modo, e da chi; le configurazioni delle relazioni di potere possono essere molto differenti, ma tutte indicano il fatto che le decisioni politiche sono prese da individui o gruppi che hanno acquisito tale potere nei confronti di altri, tramite mezzi pacifici (democratici) o violenti.

Le tre branche fondamentali dello studio dei fenomeni politici

  • La scienza politica. Tratta di questioni empiriche: si concentra sulle diverse strutture politiche interne, sugli attori e sui processi politici, analizzandoli empiricamente e descrivendo, spiegando e prevedendo la loro varietà nei diversi sistemi politici si occupa delle interazioni all’interno dei sistemi politici.
  • La teoria politica. Tratta di questioni teoriche (come la democrazia, l’uguaglianza, la giustizia) e normative.
  • Le relazioni internazionali. Tratta delle interazioni tra i sistemi politici, degli equilibri di potere, guerra e commercio, per esempio.

Nella realtà la loro distinzione non è così netta, ma anzi relazioni internazionali e scienza politica stanno sempre più convergendo verso un’unica disciplina, a causa del fenomeno della globalizzazione e della crescente interdipendenza e diffusione dei processi fra i paesi.

In sintesi, la scienza politica è una scienza empirica che studia principalmente la politica interna, ed i cui principali obiettivi sono:

  • Descrivere differenze e somiglianze tra i sistemi politici e le loro caratteristiche
  • Spiegare queste differenze
  • Predire quali fattori possono causare esiti simili o differenti

L’espressione “politica comparata” sta difatti ad indicare il carattere analitico, scientifico e quasi-sperimentale della disciplina: ogni analisi scientifica della scienza politica è comparata per i sistemi politici non-nazionali.

Ma cosa si compara?

  • I sistemi politici regionali subnazionali o le unità sovranazionali (come regioni, imperi, organizzazioni internazionali)
  • Comparazione tra regimi democratici e regimi autoritari
  • Comparazione tra la struttura dei parlamenti di diversi paesi, le politiche pubbliche o le leggi elettorali

Prima della seconda guerra mondiale, la scienza politica si concentrava sull’analisi dello stato e delle sue istituzioni (principalmente relativamente alle aree geografiche dove si erano inizialmente sviluppate le istituzioni politiche formali).

Tra gli anni ’20 e ’60 c’è poi stata la cosiddetta “età dell’oro” della scienza politica: la rivoluzione comportamentista spostava così l’oggetto di studio della scienza politica al di fuori delle istituzioni. Questa rivoluzione è stata innescata in primo luogo da una maggiore attenzione nei confronti dei nuovi casi (non più solo l’Occidente ed il mondo sviluppato), ma poi anche dalla necessità di porre l’attenzione anche nei confronti delle ideologie, dei sistemi di credenze e della comunicazione.

Inoltre, dagli anni ’60 i comparativisti cominciarono a mettere in dubbio la supposta supremazia delle democrazie di stampo anglosassone (basate su istituzioni maggioritarie e con una cultura omogenea): con lo studio di altre democrazie ci si rese conto del fatto che, nonostante le differenze linguistiche, etniche e religiose, esistevano altre società altrettanto stabili, pacifiche, benestanti e socialmente giuste (come per esempio le democrazie dei paesi scandinavi).

L’allargamento del focus geografico e delle esperienze storiche, cioè il funzionalismo sistemico, ha portato:

  • All’incremento della varietà dei sistemi politici
  • All’attenzione non più su istituzioni ma su partiti, movimenti sociali ecc.
  • All’introduzione di una nuova metodologia
  • Alla creazione di un nuovo linguaggio

Tuttavia, il funzionalismo sistemico è durato poco, e già nel decennio successivo si ebbe:

  • Un ritorno allo stato e alle sue principali istituzioni: nella prospettiva neo-istituzionalista, esse erano viste come gli attori più importanti
  • Le teorie di medio-raggio: le cosiddette grounded theory, che sottolineano i vantaggi di casi di studio o di analisi svolte in profondità su pochi paesi
  • Un’analisi orientata ai casi: il restringersi della portata implicava anche un cambiamento metodologico, che permette l’analisi rigorosa di fenomeni di cui si sono verificati solo pochi casi a livello storico
  • La teoria della scelta razionale (fine anni ’80): essa si basa sull’idea che gli attori sono razionali, e pertanto in grado di mettere in ordine opzioni alternative dalla più alla meno preferita e quindi cercano di massimizzare le proprie preferenze

Il concetto di sistema politico di Easton del 1953

Viene descritto da un sistema input-output: gli input sono le domande rivolte al sistema politico, gli output la presa di decisioni imperative, le politiche pubbliche (che valgono collettivamente, per tutti). Easton intende il sistema politico come un insieme di strutture la cui funzione di decision-making è di arrivare ad un’allocazione imperativa e collettiva di valori (output), ricevendo sostegno ed accogliendo domande (input) dall’ambiente; l’ambiente viene plasmato dal sistema politico attraverso gli output in un circuito di feedback.

Inoltre, è uno schema a flussi: prevede una certa continuità e circolarità del processo; le domande che sono rivolte al sistema politico, anche quando trovano risposta, non si esauriscono. Le domande crescono nel tempo: per esempio, ci sono sistemi di welfare che coprono le spese degli occhiali da vista (in Gran Bretagna). A seguito della soddisfazione di una domanda, vengono generate altre domande, fino a vedere accrescere ulteriormente le prestazioni sociali che vengono erogate dallo stato. È un effetto tipicamente sistemico. Questa circolarità ha quindi un elemento di fragilità costituito dall’eccedenza di domande: c’è il rischio di overload, di sovraccarico di domanda. Il sistema produce anche outcome, l’impatto delle politiche, nel lungo termine, oltre che feedback; l’outcome (che esiti dà, qual è l’impatto della decisione) è un effetto dell’output (la soluzione, la decisione), ma di durata maggiore.

I soggetti collettivi sono gruppi di interesse, forme di prima organizzazione collettiva a carattere spontaneo come i movimenti sociali: sono i primi protagonisti della scena, che permettono la traduzione di domande, bisogni, interessi in domande collettive. Attraverso l’introduzione di determinate regole viene introdotto il cosiddetto dominio ristretto, esercitato da questi soggetti: per esempio, anche la stessa procedura di voto è un modo di restringimento del dominio di scelta, che altrimenti la composizione delle scelte individuali non renderebbe possibile.

Capitolo 1: lo stato-nazione

Si è soliti definire la politica come politix (la politica politica, i rapporti tra i soggetti protagonisti della politica), polity (politica come forma di organizzazione e strutturazione dello stato, per esempio democratica o non democratica) o policy (le politiche pubbliche, i pacchetti di provvedimenti normativi o legislativi).

Lo Stato come unità politica (polity): nel tempo, è lo stato la dimensione più appropriata all’interno della quale si afferma il sistema politico. Nella forma moderna nasce alla fine del Medioevo, tra il XIII e il XV secolo, con gli stati assolutisti europei. La scienza politica ha il compito di cercare di capire quali sono gli elementi che definiscono lo stato, nelle sue diverse manifestazioni; per farlo, nel tempo sono state delineate alcune sue caratteristiche fondamentali:

  • Monopolio dell’esercizio della violenza legittima
  • Territorialità
  • Sovranità
  • Pluralità
  • Popolo (o comunità politica)

La pluralità è una caratteristica particolarmente rilevante perché riguarda le trasformazioni degli Stati nel corso del tempo.

Max Weber definisce quello che può essere ritenuto un idealtipo di stato, mettendo in evidenza le caratteristiche condivise dalla maggior parte degli stati. Esse sono:

  1. Monopolio della violenza legittima. Lo stato è una polity, cioè una forma di organizzazione dell’attività politica dove un solo potere ha il controllo legittimo della violenza in maniera sistematica, organizzata; è il prodotto di una concorrenza tra associazioni diverse che puntano ad assicurare la sicurezza dei cittadini attraverso il loro controllo, che porta all’affermazione di una sola di queste associazioni, cioè lo stato (Robert Nozick). Per questo motivo, nel momento in cui altri enti non autorizzati esercitano violenza (un caso eclatante è quello delle mafie: è un ente concorrente allo stato), lo stato ritiene questo esercizio illegittimo, e pertanto tenterà di porvi un limite; quando salta il controllo da parte dello stato dell’esercizio della violenza organizzata, esso cessa di esistere se lo stato non riesce ad impiegare la propria violenza per sopraffare la violenza illegittima, e se nel territorio esistono centri alternativi di potere, ci si trova in presenza di un altro tipo di polity.
  2. Territorialità. Uno stato, per essere tale, deve essere in grado di mantenere il controllo del territorio su cui insiste con la sua sovranità. Deve difendere il territorio da attacchi esterni ed interni: ordine all’interno della comunità e difesa da eventuali attacchi dall’esterno. Il territorio, poi, rappresenta una manifestazione fisica dell’identità dello stesso stato: lo stato non ha un territorio, lo stato è un territorio (Santi Romano, giurista).
  3. Sovranità. Lo stato non riconosce alcun potere superiore a sé stesso, in quello che è il suo dominio territoriale (e sulla popolazione che vi risiede); la sovranità viene fondata ed esercitata proprio in riferimento al proprio territorio. Nessuno stato accetta alcuna interferenza da parte di altri stati negli affari domestici, e tutte le decisioni che prende le prende esclusivamente su proprio mandato; è il solo giudice dei propri interessi, e di conseguenza anche gli accordi che si contraggono con altri Stati devono essere fatti tra enti che hanno pari dignità.
  4. Pluralità. L’ambiente politico moderno consiste in una pluralità di stati territorialmente distinti che sono in principio uguali, e che si affermano, organizzano e difendono in maniera autonoma. La pluralità è una caratteristica degli Stati conseguente del principio della sovranità. Gli stati, visto il reciproco riconoscimento degli stessi elementi, necessariamente tendono a considerarsi l’un l’altro come potenzialmente ostili.
  5. Relazione con la popolazione. Il potere viene esercitato su un territorio, e quindi su una popolazione: gli stati impartiscono comandi e si aspettano obbedienza dalla popolazione che risiede sul territorio. Inoltre, l’esistenza stessa dello stato implica una forma di ineguaglianza all’interno della popolazione in quanto all’interno della popolazione esistono gruppi sociali (in senso lato) che controllano il potere ed altri che non lo fanno: c’è difatti una minoranza che governa, e una maggioranza che è governata, la quale forma una comunità politica. Così come succede per il territorio, la popolazione non viene percepita come puramente fattuale, mera entità demografica, ma anzi come popolo, o nazione.

Il concetto di stato si è evoluto nel corso del tempo, e nel corso del tempo è stato associato ad ulteriori caratteristiche:

  • Ruolo vincolante della legge. La legge (insieme di comandi e proibizioni generali esecutive) non solo reprime i cosiddetti comportamenti antisociali, ma alloca tra gli individui l’accesso o l’utilizzo delle risorse (dispone o nega l’accesso a risorse all’interno della società, vantaggi, costi). Inoltre, lo stato è legato alle sue stesse leggi, caratteristica tipica dello stato democratico: lo stato di diritto vincola sé stesso attraverso le proprie leggi.
  • Organizzazione centralizzata e gerarchica. Lo stato è un apparato amministrativo: c’è la presenza di una gerarchia di fonti del comando, che nello stato moderno si traduce nella gerarchia delle fonti giuridiche; la costituzione, per esempio, è la fonte giuridica più importante. L’apparato amministrativo è generalmente centralizzato (non è così nello stato federale: è decentralizzato).
  • Distinzione tra stato e società civile. Lo stato politico moderno nasce in virtù di questa distinzione: lo spazio dello stato è limitato dall’esistenza di interessi (economici, politici, sociali..) che deve riconoscere, altri da sé. Lo stato è difatti un insieme di assetti e pratiche istituzionali che riguardano solo e tutti gli aspetti politici della gestione della società; le attività pubbliche e politiche dello stato sono complementari a tutte quelle attività non politiche intraprese dai privati.
  • La religione e il mercato. Da una parte, lo stato diviene sempre più secolare, ossia si allontana sempre più dalle questioni religiose e spirituali, ora non più una sua prerogativa. Dall’altra, affidando alla proprietà e al contratto la disciplina legale delle attività che riguardano la produzione e la distribuzione della ricchezza, governo, religione ed economia sono differenziati in maniera definitiva (che ovviamente non stanno sullo stesso piano: l’interesse specifico dello stato prevale su quello degli individui privati). Con il procedere della modernizzazione, la distinzione tra stato e società è resa più profonda da altri tipi di differenziazione, come per esempio la separazione dei poteri.
  • Formazione di una sfera pubblica. La sfera pubblica nasce tra il Seicento ed il Settecento, ed il suo ampliamento porta con sé l’ampliamento dei diritti civili (es. libertà di parola, di stampa, di assemblea ecc.). Come a bilanciare e integrare il modo in cui lo stato monitora e assiste i processi della società civile, i soggetti che sono al suo interno acquisiscono la capacità di osservare, comunicare, criticare e portare contributi alle attività dello stato.
  • Partecipazione democratica. Con queste nuove istituzioni, la decisione di scelta dei governanti viene a mano a mano concessa alla maggioranza della popolazione, l’elettorato. Inizialmente, esso è limitato a due requisiti principali: possedimenti materiali e livello culturale. L’estensione dei diritti politici dà modo ai cittadini di esercitare un controllo effettivo sul comportamento del sovrano: ci si sposta verso una forma più democratica di stato. Di conseguenza, si amplia anche il diritto di voto a diverse categorie sociali, come le donne (Italia: 1946; Svizzera: 1972). Con il suffragio universale diventa decisivo il ruolo dei partiti politici, che competono tra loro.
  • Cittadinanza e nazionalità. La minaccia delle fratture sociali (differenze sociali, etniche, culturali..) è risolta dagli stati attraverso due principali strategie: la cittadinanza e la nazionalità. Da un lato i cittadini vengono portati a considerarsi pari l’uno dell’altro attraverso l’espressione “tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge” (è l’idea di Marshall, il principio di uguaglianza: in democrazia viene riassunto dalla formula “una testa, un voto”) e dall’altro viene invece costruita una nazionalità, con l’obiettivo di rinsaldare le fratture sociali attraverso la concezione di identità collettiva che faccia da elemento coesivo. Il concetto di nation building (o state building) è presente soprattutto nelle prime democrazie: diverso è invece il caso italiano. Nella storia della cittadinanza, la retorica di “unità nazionale” ha giocato un ruolo tanto centrale quanto quello di “giustizia sociale”: diritti civili, politici e sociali sono l’evento del ‘900 (diritti positivi, non più solo negativi), e lo stato diventa welfare state. Le prime politiche moderne di welfare sono state varate da Bismark, per l’Impero tedesco dell’800.

In generale, vengono delineate tre fasi di formazione dello stato, che prese via in Europa e si estese poi a polity costruite altrove. In particolare, l’esperienza europea ha permesso la seguente astrazione teorica:

Tra il XII ed il XVII secolo: consolidamento del governo

Questa prima fase ha luogo principalmente nel periodo durante il quale la riduzione del numero complessivo di centri politici antagonisti allo stato si declina in un tentativo da parte di quelli rimanenti di allargare il proprio dominio sul territorio (ampliamento delle unità tradizionali) e nel nuovo ruolo della guerra. La conduzione di guerre e di campagne militari per riuscire ad eliminare centri politici concorrenti e per riuscire ad ottenere il controllo di una più ampia porzione di territorio è infatti di un’importanza fondamentale.

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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