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Scienza politica - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Scienza politica per l'esame del professor Nevola, suddivisi in sette capitoli. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la politica, la democrazia, la partecipazione politica, i movimenti politici, i partiti politici, la rappresentanza e le politiche pubbliche. Vedi di più

Esame di Scienza politica docente Prof. G. Nevola

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Appunti di scienza politica

Sommario 2

Appunti di scienza politica

Capitolo 1. Cos’è la politica?

La scienza politica è lo studio, per mezzo della metodologia delle scienze empiriche, della realtà

politica al fine di spiegarla esaustivamente. La scienza politica si differenzia dalle altre discipline

quali: la Filosofia Politica perchè esclude dal proprio ambito i giudizi morali e si concentra

sull’analisi dei dati empirici, quali il Diritto Pubblico perchè si concentra sui processi reali e non su

quelli formali-legali, quali la Storia perchè l’analisi dei dati empirici mira a generalizzazioni e non a

conoscenze di realtà specifiche. La politica acquisisce caratteristiche professionali solo nel XX

secolo quando si rende autonoma dagli altri campi dell’agire umano, ma il dibattito filosofico sulla

politica ha radici antiche che risalgono alla polis greca: per i greci la polis si identificava con il

potenziamento delle capacità della specie umana come quelle del linguaggio e del ragionamento, in

seguito, dal periodo romano, nella civitas inizia ad essere considerato fondamentale l’ordinamento

giuridico, al fine di assicurare una convivenza civile. Solo nel XV secolo con Niccolò Machiavelli

la politica assume il significato ancora oggi riconosciuto di potere e di comando ovvero di uno Stato

sovraordinato alla società. Con la nascita della scienza economica tra il XVII e il XIX secolo la

politica si separa più nettamente dalla società ed in particolare dal mercato con economisti liberisti

come Smith e David Ricardo per i quali le leggi dei mercati auto regolati devono essere autonome

dalle leggi dello Stato. Se alla base del comportamento economico vi è l’utile e alla base del

comportamento religioso vi è il dovere morale, per definire il comportamento politico occorre

considerare che 1) a far politica sono tutti i cittadini e non solo la classe politica specializzata, 2)

che la politica si fa ovunque nello Stato come nell’impresa o nella famiglia, 3) utilizzando gli

strumenti del dialogo del consenso ma anche della forza. Come sottolineato da Norberto Bobbio il

concetto di politica è strettamente connesso a quello di Stato e potere, infatti la scienza politica ha

assunto la politica sottolineando l’aspetto statalista verticale con il concetto di sistema politico e

ponendo l’attenzione alla difesa degli interessi individuali con l’approccio razionale allo stesso

tempo individuando lo scopo della politica nella costruzione di identità collettive con l’approccio

neoistituzionale. La costruzione dello Stato è un processo tipicamente europeo che si sviluppa tra il

13° ed il 14° secolo e si caratterizza a) per un progressivo accentramento del potere che porta alla

territorialità del comando con la sottomissione dei signori feudali allo Stato, la perdita del potere

temporale della chiesa, l’emergere del potere del sovrano e la nascita dei confini, b) il

riconoscimento allo Stato del monopolio della forza legittima secondo la classica definizione di

Max Weber, ossia il riconoscimento ad un’unica entità del potere legittimo di usare la forza sia per

mantenere l’ordine interno che per difendere la comunità da attacchi esterni, c) l’impersonalità del

comando con lo sviluppo di una burocrazia pubblica: l’obbedienza al dominio politico deriva dal

riconoscimento della legittimità del comando, non tanto dalla paura della punizione e quindi la

legittimazione del sovrano discende dall’esistenza di leggi che regolano l’uso della forza.

Fondamentale per la formazione dello Stato moderno è la nascita di una burocrazia pubblica che lo

Stato ha potuto remunerare con l’introduzione della tassazione consentita dallo sviluppo dell’

economia monetaria. La crescita dello Stato viene spiegata in una prospettiva evoluzionista in

seguito allo specializzarsi dei suoi diversi organi che assolvono a specifiche funzioni con la

separazione della funzione politica da quella economica e religiosa e la divisione del lavoro che

nell’ambito dello Stato porta alla separazione del legislativo dall’esecutivo. I moderni Stati nazione,

vale a dire quegli Stati che racchiudono nel proprio territorio un’unica comunità che ha in comune

una stessa storia ed etnia, emergono dai conflitti militari che determinano: la crescita dell’

amministrazione statale, l’aumento delle attività pubbliche, un maggiore intervento dello Stato in

economia per far fronte ai debiti accumulati in tempo di guerra. Le guerre hanno accresciuto il

bisogno di risorse materiali e di vite umane e lo Stato centralizzato giocando un ruolo maggiore ha

avuto anche necessità di un maggiore consenso. La necessità di una legittimazione del potere

centrale ha portato ad ampliare i compiti dello Stato in relazione all’offerta di servizi con lo

sviluppo dello Stato del benessere e nell’ambito della programmazione dello sviluppo con lo Stato

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Appunti di scienza politica

programmatore. Richieste di un maggiore intervento statale sono provenute dai diversi gruppi

sociali: sia quelli più deboli che hanno utilizzato il loro peso elettorale per migliorare la loro

condizione sia da parte della borghesia. 4. Il potere. Nel secondo dopoguerra l’approccio legalistico

allo studio della scienza politica viene criticato in Europa dagli studiosi americani, ad esempio della

scuola di Chicago spostando l’attenzione verso la politica reale e quindi la politica intesa come

potere. Il potere è definibile come la capacità dell’attore A di influenzare il comportamento

dell’attore B e quindi la capacità di A di indurre B a fare qualcosa voluta da A. Secondo la

definizione di Weber la potenza è la capacità di imporre la propria volontà all’interno di una

relazione sociale anche di fronte ad un’opposizione, per potere si deve intendere la possibilità che

un proprio comando trovi obbedienza presso certe persone. Le risorse del potere sono la forza che

può incutere paura fisica negli altri, il controllo della produzione di strumenti che possono

aumentare la violenza fisica ed infine le idee che possono legittimare un dominio basato sulla forza.

Queste tre risorse individuano quindi rispettivamente un potere politico, un potere economico e un

potere ideologico. Nel secondo dopoguerra le caratteristiche del potere vengono analizzate secondo

diversi filoni di studio: secondo l’approccio elitista il potere è detenuto da una ristretta minoranza di

persone, appunto da un’elite, un tema già affrontato alle origini della s.p. italiana da studiosi come

Pareto e Mosca. Secondo molte ricerche americane, in questo contesto elitario la ricchezza è un

fattore che consente di cumulare potere ideologico e politico (ad es. la ricerca Middletown dei

coniugi Lynd che avevano descritto una struttura di potere di tipo gerarchico e dominata dal denaro

o la ricerca di Hunter su Regional City che si sofferma sul dominio del business e dell’economia

come principale fonte di potere da parte di un ristretto numero di persone molto coese tra loro che

detengono la ricchezza e decidono per tutti gli altri). Il modello elitista venne criticato dalla scuola

pluralista guidata da Robert Dahl che considerava il potere politico diffuso tra più elite in seguito

alla dispersione delle risorse economiche, politiche e di prestigio tra più gruppi della popolazione,

per cui le risorse politiche si erano rese autonome dalle altre e il potere politico appare legato alla

capacità dei governanti di costruire consenso da parte dei diversi gruppi sociali. In questo contesto

la natura del potere è anche relazionale nel senso che i governanti devono tenere in considerazione

le preferenze dei gruppi di interesse perché in grado di esercitare pressioni sulle scelte politiche e

degli elettori perchè potrebbero togliere loro il mandato a governarli. Molto importante per la

democrazia è l’influenza del potere politico rispetto agli altri poteri vale a dire il gioco dei poteri: 1)

il potere economico esercita una pressione sul potere politico affinché il mondo degli affari possa

svilupparsi (attraverso istituzioni come proprietà, forme societarie, mercati, impresa, ecc.) e lo Stato

da un lato offre tali garanzie al potere economico, dall’altro è spesso venuto in conflitto con esso ad

esempio difendendo i diritti dei lavoratori come il diritto di scioperare ed ha resistito alle richieste

provenienti dal mondo degli affari di ‘meno Stato’ difendendo le proprie competenze 2)il potere

ideologico ha dato un notevole contributo al potere politico: gli intellettuali hanno legittimato

l’immagine del potere politico e favorito con il concetto di nazione la costruzione di una comune

identità collettiva, il senso di appartenenza e di reciproca solidarietà, a volte però hanno anche

sostenuto i nemici dello Stato. Negli anni ’50 David Easton inaugura un approccio sistemico alla

s.p. analizzando il funzionamento del sistema politico: esso si caratterizza per due elementi:

l’ambiente con il quale il sistema interagisce attraverso un flusso continuo di immissioni ed

emissioni e i confini che separano il sistema dall’ambiente. Secondo Easton il sistema politico è un

sistema di interazioni attraverso i quali si realizza l’assegnazione autoritativa di valori scarsi (sia

beni materiali che immateriali) ad una data società. L’allocazione dei valori può avvenire attraverso

la consuetudine cioè in base a norme tradizionalmente condivise, o lo scambio cioè la libera

interazione tra i soggetti, o il comando politico che consente di risolvere in modo imperativo i

conflitti sull’allocazione dei valori. La principale funzione del sistema politico è di regolare i

conflitti interagendo con la società (convertendo le immissioni in emissioni cioè in decisioni

imperative), all’interno del sistema politico si identificano sottosistemi come il sotto sistema dei

partiti, dei gruppi di pressione, burocratico. Gli inputs sono le domande politiche cioè le richieste di

allocazione autoritative di valori rivolte ai decisori e derivanti da bisogni che emergono nella

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Appunti di scienza politica

società. Il sistema politico si dota di regolatori d’accesso (gatekeepers) per selezionare le domande

ed evitare un pericoloso sovraccarico. I gatekeepers (filtri) possono essere di tipo strutturale come i

partiti o culturale intendendo le procedure e le regole che selezionano le domande in ingresso al

sistema. Per Almond e Powell i generici bisogni si trasformano in domande in seguito ad un

processo di articolazione da parte di gruppi e le domande sono poi combinate assieme in un

processo di aggregazione da parte dei partiti. Insieme alle domande un altro input del sistema è il

sostegno (consenso) definito come un insieme di comportamenti che esprimono approvazione

rispetto al sistema e rivolto alla comunità politica (intesa come insieme delle persone accomunate

dalla medesima identità politica), al regime (inteso come insieme di valori, norme e autorità che

presiedono alle interazioni politiche in un territorio), alle autorità (cioè coloro che occupano ruoli

nel sistema politico). Il sostegno può essere specifico, cioè derivante da una soddisfazione

nell’immediatezza della domanda o diffuso se riferito ad una legittimazione di fondo e di lungo

periodo al regime. Nella ‘scatola nera’ della politica si attua il processo di elaborazione delle

decisioni pubbliche dapprima con la formulazione delle politiche cioè con la trasformazione delle

richieste in programmi da parte degli organi politici e poi con l’implementazione delle politiche

pubbliche da parte della burocrazia. Il sistema politico produce poi emissioni (output, che sono le

azioni e le decisioni), gli esiti delle politiche (outcome cioè i risultati) e le retroazioni (feedback da

cui può derivare il consenso). Il modello sistemico di Easton è stato criticato per non riuscire a

spiegare la realtà, pur ammettendo l’esistenza di conflitti dovuti all’allocazione autoritativa delle

risorse, esso si concentra sulla sopravvivenza del sistema e pone l’accento agli input della scatola

nera più che analizzare gli output. Con l’approccio della scelta razionale si abbandona la logica del

sistema e si analizzano i comportamenti e le motivazioni individuali in politica, Joseph Schumpeter

e poi altri studiosi come Downs hanno applicato allo studio della politica teorie provenienti

dall’economia. Per l’approccio economico l’individuo è l’attore fondamentale e agisce sulla base di

un interesse personale, ordina in modo razionale le sue preferenze secondo una graduatoria allo

scopo di massimizzare l’utilità. Le motivazioni individuali sono razionali ma egoistiche e guidano

sia le scelte degli elettori che degli eletti perseguendo diversi tipi di beni. Così come i consumatori

del mercato economico hanno specifiche preferenze, gli elettori chiedono particolari decisioni nel

mercato politico ai loro eletti, così come le imprese sono indifferenti al prodotto offerto e sono

interessate solo al profitto, i partiti politici puntano solo a controllare organi di governo attraverso le

elezioni. La sovranità del consumatore nel mercato economico viene assimilata alla sovranità

dell’elettore inducendo i rappresentanti a realizzare le politiche volute dai rappresentati per poter

essere rieletti, secondo l’approccio economico la funzione sociale viene quindi assolta

incidentalmente, in seguito alla ricerca di propri vantaggi individuali e la democrazia discende dal

bisogno degli eletti di soddisfare le richieste degli elettori. In questo contesto Buchanan, principale

esponente dell’approccio della scelta pubblica, ritiene che questa tendenza degli amministratori

provochi debito pubblico e inflazione e metta a rischio la stessa democrazia, essi puntando alla loro

rielezione non si preoccupano della crescita del deficit pubblico ed inoltre tendono a introdurre

regolamentazioni delle attività economiche e sociali per poter controllare i cittadini e a costituire

rendite politiche parassitarie (ad es. con le autorizzazioni, le concessioni, ecc.). Per gli studiosi della

scelta pubblica, critici verso le teorie keynesiane e favorevoli a riforme neoliberiste, occorre ridurre

il ruolo dello Stato in economia attraverso deregolamentazioni e privatizzazioni. Inoltre per i teorici

della scelta pubblica anche il potere delle burocrazie pubbliche tende ad aumentare, infatti i

dirigenti pubblici pur di consolidare la loro situazione di potere accrescono il loro budget di spesa

facendo aumentare la spesa pubblica fino alla inevitabile crisi fiscale dello Stato. L’approccio

economico ha sollevato molte critiche sotto diversi aspetti: 1) perché gli elettori non posseggono

sufficienti informazioni per agire razionalmente, 2) per l’estensione alla politica delle logiche del

mercato in un ambito nel quale manca il denaro come mezzo che consenta di valutare costi e

benefici degli scambi, 3) se la politica agisse sulla base di richieste egoistiche sarebbe incapace di

perseguire il bene comune. Gli autori dell’ approccio neo istituzionalista come March e Olsen

rifiutano tale impostazione ritenendo che lo scopo della politica è la formazione delle preferenze

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Appunti di scienza politica

attraverso l’elaborazione di identità collettive e che i processi politici sono determinati dalle

istituzioni intese non come organigrammi di funzioni ma come insieme di norme e valori che danno

significati alle azioni degli individui. Alla base del comportamento non vi sarebbe dunque

l’interesse individuale, ma prevalgono obbligazioni culturali e il rispetto delle norme sociali, cioè è

l’appropriatezza del comportamento che guida l’azione umana. Per Pizzorno l’agire secondo una

mentalità calcolante presuppone la costruzione di identità collettive che consentono di identificare

gli interessi e dar significato all’azione, ciò avviene tramite l’ideologia che comporta la

condivisione di fini comuni e il formarsi di solidarietà di gruppo. Una volta costruita un’identità

collettiva i rappresentati possono chiedere ai rappresentanti il soddisfacimento delle loro utilità.

Secondo l’approccio identitario alla politica, il comportamento solidale dell’elettore di andare a

votare pur sapendo che il suo voto non sarà determinante per la vittoria del proprio candidato si

spiega con il suo volersi sentire integrato nella comunità e di appagare il proprio senso di

appartenenza ad essa. Per l’approccio neo istituzionalista anche se il potere è una componente

essenziale della politica, esistono vincoli al potere costituiti dalle istituzioni, mentre il potere senza

vincoli si identifica con la forza. La scienza politica viene definita scienza empirica in quanto la

realtà politica viene studiata seguendo specifiche regole e cercando di comprendere l’origine di

determinati fenomeni e le uniformità tra situazioni in cui gli stessi fenomeni compaiono in

condizioni simili. Il processo di ricerca inizia con il selezionare un argomento anche su temi molto

emotivi, ma verso i quali il ricercatore deve tenere sotto controllo le proprie preferenze e deve

fornire una adeguata pubblicità del procedimento scientifico, sia della presentazione della procedura

di ricerca che dei risultati in modo da consentire alla comunità scientifica di valutare le conclusioni

della ricerca stessa. Chiarito il problema da investigare va definita l’unità di analisi e i concetti

rilevanti per la ricerca individuando per tali concetti le proprietà cioè le caratteristiche e i referenti

empirici cioè l’insieme dei fenomeni che vi sono compresi. Nell’analisi empirica le variabili sono

osservabili empiricamente e variano cioè casi diversi di osservazione possono contenere in misura

variabile una certa proprietà. In questo modo un concetto viene operazionalizzato cioè si

determinano i valori che la variabile può assumere delimitando i confini di variabilità empirica del

concetto ed è possibile individuare all’interno di tali stati di variabilità classi omogenee in cui poter

suddividere i casi empirici. Per operativizzare un concetto si può far ricorso ad uno o più indicatori

rappresentati da indici o tipologie. Per controllare le relazioni tra le variabili si considera in che

modo al variare di una certa variabile (indipendente) varia l’altra (dipendente). Per grandi ricerche

su macrofenomeni come ad es. se all’aumentare del numero dei partiti si riduce la durata dei

governi, con il metodo comparato a causa della difficoltà di analizzare grandi quantità di dati si

riduce il controllo delle ipotesi ad un numero ristretto di casi scelti con tecniche particolari di

controllo logico. 6

Appunti di scienza politica

Capitolo 2. Cos’è la democrazia?

Democrazie e non-democrazie. La democrazia è potere dal popolo, del popolo e per il popolo: il

potere deriva dal popolo appartiene al popolo e deve essere usato per il popolo, quindi il potere dei

governanti deriva dall’investitura popolare. Dahl ha sottolineato che la caratteristica principale della

democrazia è la capacità dei governi di soddisfare le preferenze dei cittadini: affinché un governo

possa rispondere ai cittadini dovrebbe garantire a ciascuno 1) di formulare le proprie preferenze, 2)

di presentarle ai concittadini e al governo attraverso azioni individuali e collettive, 3) fare in modo

che tali preferenze siano tenute in considerazione dal governo senza discriminazioni sui contenuti e

sull’origine. Queste tre condizioni si realizzano se ci sono otto garanzie costituzionali: libertà di

costituire ed aderire ad organizzazioni, libertà di espressione, diritto di voto, diritto di competere per

il voto ed il sostegno, eleggibilità delle cariche politiche, pluralità di fonti di informazione, elezioni

libere e corrette, istituzioni che rendano il governo dipendente dal voto. Le elezioni hanno un ruolo

centrale nelle democrazie rappresentative che non potrebbero esistere senza elezioni periodiche che

rendono i governanti responsabili verso i governati. Non è sufficiente che si svolgano le elezioni

perché vi sia democrazia, ma esse devono essere corrette, competitive e ricorrenti in modo che gli

eletti sappiano che dovranno rendere conto del loro operato agli elettori. Il potere costituzionale

inoltre limita ogni tipo di potere compreso quello degli organi rappresentativi sottomettendolo al

diritto, così ad esempio i diritti delle minoranze sono tutelati attraverso la costituzionalizzazione dei

diritti vale a dire mettendo al riparo alcuni diritti dalle prevaricazioni della maggioranza 2. Le

democrazie si sono evolute con il riconoscimento dei diritti civili, politici e sociali, l’estensione di

questi diritti viene analizzata da Stein Rokkan con l’analisi delle soglie, da Dahl con i percorsi di

democratizzazione, da Barrington Moore con lo sviluppo storico delle democrazie. 2.1 Le soglie

istituzionali. Per S. Rokkan un movimento politico per essere integrato nelle istituzioni deve

superare 4 soglie: la soglia di legittimazione collegata al diritto di esprimere le proprie idee, la

soglia di incorporazione collegata alla possibilità di influenzare le scelte dei rappresentanti, la soglia

della rappresentanza legata all’ingresso nel parlamento, la soglia del potere esecutivo collegata alla

capacità di controllo del governo. Il superamento delle 4 soglie ha avuto un evoluzione temporale

diversa nei vari paesi: la soglia di legittimazione viene superata da dopo la formazione della nazione

quando si inizia a riconoscere il diritto di critica al regime, la soglia di incorporazione da dopo il

riconoscimento dei diritti delle opposizioni, la soglia della rappresentanza da quando al parlamento

hanno potuto accedere i nuovi movimenti, la soglia del potere esecutivo da quando il parlamento ha

cominciato ad esercitare un’influenza diretta sul processo decisionale. 2.2 I percorsi per giungere

alla democrazia per Dahl sono stati diversi e si sono attuati secondo due dimensioni: il diritto di

opposizione vale a dire una serie di garanzie costituzionali per controllare e contestare l’operato del

governo e il grado di inclusione vale a dire la proporzione di cittadini ai quali viene garantito il

diritto di opposizione cioè il grado di partecipazione consentito ai cittadini per controllare e criticare

l’azione del governo. Combinando i due fattori si ottengono quattro tipi di regimi, che costituiscono

la scatola di Dahl: egemonie chiuse (nessun diritto di opposizione per nessun cittadino), oligarchie

competitive (diritti di opposizione consentiti a gruppi ristretti), egemonie inclusive (consentito un

basso grado di partecipazione a tutti i cittadini), poliarchie (ampi diritti di opposizione estesi a tutti).

Dahl ha definito liberalizzazione la concessione di diritti di opposizione e inclusione l’estensione di

tali diritti alla maggior parte della popolazione. I percorsi verso le poliarchie, cioè verso la

democratizzazione sono stati diversi: a volte la liberalizzazione ha preceduto l’inclusione: in questo

caso si ha un passaggio graduale da un’egemonia chiusa ad un’oligarchia competitiva che poi

aumentando l’inclusività del regime si trasforma in poliarchia (come è avvenuto in Inghilterra dove

prima si sono aumentati i diritti dell’opposizione e poi è stato esteso il suffragio). Questo per Dahl è

il passaggio più salutare per la politica in quanto le regole della democrazia prima si consolidano

all’interno di gruppi ristretti e in seguito quando gruppi sociali più estesi sono ammessi alla politica

è possibile socializzarli alle pratiche già consolidatesi tra le elite. A volte poi l’inclusione precede la

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Appunti di scienza politica

liberalizzazione, in questo caso l’egemonia chiusa si trasforma in inclusiva (ad esempio con

l’estensione del diritto di voto), ma si tratta di un percorso rischioso in quanto le arti della politica

potrebbero non essersi ancora consolidate nell’ambito delle elite. A volte infine c’è un brusco

passaggio da egemonie chiuse a poliarchie e questo per Dahl raramente porta a democrazie stabili.

2.3 Le origini sociali della democrazia e della dittatura. Barrington Moore ha individuato tre vie che

hanno portato alle società moderne: la via del capitalismo associata alla democrazia parlamentare e

sostenuta dalle grandi rivoluzioni (francese, americana), capitalistica ma basata su forme totalitarie

come il fascismo e comunista. Vari fattori hanno favorito l’affermarsi della democrazia in Europa

occidentale: 1) la monarchia assoluta costituì un freno per la nobiltà e allo stesso tempo la nobiltà

limitò il potere delle monarchie venendosi a creare un equilibrio tra corona e nobiltà che diede una

spinta alla democrazia parlamentare, 2) l’esistenza di una borghesia urbana interessata allo sviluppo

dei diritti individuali (proprietà privata, contratti, ecc), 3) l’evoluzione mercantile dell’aristocrazia

terriera specie in Inghilterra grazie allo sviluppo de commerci, e infine 4) la democrazia potette

svilupparsi perché non vi fu una contrapposizione di aristocratici e borghesi contro contadini e

lavoratori. 3 I diritti di cittadinanza. I diritti di cittadinanza intesi come insieme dei diritti civili,

politici e sociali, si completano nel XX secolo specie in seguito alla mobilitazione di larghe fasce

sociali escluse. Rehinard Bendix in polemica con i marxisti sostiene che il processo di

mobilitazione è stato innanzitutto di rivendicazione politica prima che dovuto allo sfruttamento

economico, e quindi di affermazione dell’uguaglianza a partecipare alla comunità politica dello

Stato nazione. L’estensione della cittadinanza è stata graduale fino a diffondersi nel XIX secolo con

l’affermarsi del concetto di Stato inteso come nazione che richiedeva l’affermazione di diritti

comuni per tutti gli appartenenti alla medesima comunità. Ma l’affermazione di diritti uguali

contrastava con le disuguaglianze socio economiche determinando l’ingresso delle masse operaie

nell’arena politica ed il consolidamento del diritto di cittadinanza attraverso, secondo il sociologo

inglese Marshall, i diritti civili (le libertà individuali di parola, pensiero, di proprietà, ecc.), i diritti

politici (i diritti a partecipare alla vita politica come elettore o come autorità politica), i diritti sociali

(i diritti a partecipare al benessere economico della società e a vivere secondo uno standard sociale

prevalente). I diritti civili sono legati alle istituzioni della giustizia e si formano nel 18° secolo, i

diritti politici ai parlamenti nazionali e si formano nel 19° secolo, i diritti sociali ai servizi sociali e

nascono nel 20° secolo. I primi diritti civili ad affermarsi furono quelli legati alle libertà individuali

(proprietà privata e diritto a firmare contratti), in particolare con la rivoluzione francese si

affermarono i principi dell’individualismo ed una certa diffidenza verso le forme intermedie tra

individuo e Stato considerate fonti di faziosità e di tutela di interessi di pochi privilegiati contro il

bene comune. I sindacati inizialmente vietati per un principio di uguaglianza formale di fronte alla

legge, dopo decenni di lotte vennero legalizzati come le altre associazioni consentendo la tutela dei

lavoratori salariati. Per quel che riguarda i diritti politici, dopo la rivoluzione francese il suffragio

universale venne conquistato gradatamente, Bendix individuò cinque criteri di limitazione del

suffragio: limitato ai capi di determinati gruppi in base al loro status sociale, su base di censo cioè

in base al reddito, in base all’alfabetizzazione, limitato ai soli capifamiglia, in base a criteri di

residenza in un certo territorio e per un certo tempo. A volte i diritti civili e politici, considerati un

requisito della nuova società, apparivano contrapposti a quelli sociali che venivano ritenuti tipici

delle società controllate del passato. Nel 19° secolo l’esercizio dei diritti civili e politici era limitato

dalla mancanza di opportunità economiche e sarà solo a partire dal 20° secolo con la diffusione del

benessere economico e dell’ istruzione che si ha un riequilibrio tra tali diritti. 4. Lo stato sociale.

Nel XX secolo si assiste all’evoluzione del welfare state: lo Stato interviene per proteggere le fasce

più deboli della popolazione, dapprima introducendo l’estensione dell’istruzione considerata un

requisito per il godimento del diritto di cittadinanza, poi con i programmi di assicurazione sociale

per coprire i lavoratori contro i rischi di incidenti sul lavoro, malattia, disoccupazione, vecchiaia.

Dopo la seconda guerra mondiale con le politiche keynesiane si puntò a programmi di sostegno

sociale per garantire uno standard minimo di vita a tutti i lavoratori e non più solo ai più poveri e a

proteggere le classi lavoratrici dagli andamenti altalenanti del mercato attraverso politiche di

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Appunti di scienza politica

sostegno della domanda e a favore della piena occupazione. A differenza del sistema liberale il

welfare state comporta il riconoscimento da parte dello Stato di una responsabilità nei confronti

degli individui e quindi la necessità dell’universalità delle prestazioni. Per alcuni studiosi il welfare

state è un prodotto collaterale dello sviluppo economico e consente allo Stato di investire più risorse

per il benessere dei cittadini, mentre per i marxisti esso è una necessità del capitalismo per

affermare una sua legittimazione e la sua riproduzione, in questo modo il conflitto di classe si

attenua e i lavoratori accettano la legittimità del capitalismo in cambio di benefici. Secondo un’altra

interpretazione invece lo sviluppo del welfare state è stato determinato dalla lotta delle classi più

deboli che ha portato in alcuni paesi come nel caso svedese ad un’alleanza tra organizzazioni dei

lavoratori e governi diretti da partiti di sinistra sottraendo le classi più deboli dal ricatto del mercato.

Da un’analisi comparata tra i diversi stati emerge che maggiori spese sociali ed una più elevata

fiscalità è presente nel modello scandinavo che assicurano servizi a tutti i cittadini, una più bassa

fiscalità si è avuta in Giappone e SU e nell’Eur meridionale il welfare ha tutelato in modo

differenziato le diverse categorie. E’ da notare che la crescita del welfare si è accompagnata ad

un’espansione delle burocrazie pubbliche anche per venire incontro alle richieste degli elettori. 5 Le

non-democrazie sono i regimi presenti nella maggior parte degli stati del mondo e subiti dal

maggior numero di abitanti del globo. Gli studiosi hanno considerato diverse variabili che possono

definirli come il grado di accentramento del potere detenuto dalla coalizione dominante, i gruppi

sociali che alla base li sostengono, il livello di repressione verso le opposizioni, il grado di

mobilitazione o di smobilitazione delle masse, il livello di ideologia in essi contenuto. La tipologia

di regimi non democratici più vasta è costituita dai regimi autoritari che secondo la definizione di

Linz sono caratterizzati da scarso pluralismo politico e assenza di mobilitazione e ideologie guida e

che in generale si distinguono dai regimi democratici per l’assenza di responsabilizzazione (non ci

sono elezioni competitive) e per concentrare il potere in una ristretta oligarchia (spesso gerarchie

religiose, elite economiche e monarchia formano una stretta alleanza) sostenuta dai militari. La base

sociale dei regimi autoritari è varia: a volte sono sorti per difendere i ceti medi dalle rivolte

popolari, altre volte per sostenere le rivolte popolari ma in seguito sono divenuti difensori degli

interessi degli apparati del partito unico. I regimi totalitari riferiti soprattutto allo stalinismo in Urss

e al nazismo in Germania, si distinguono da quelli autoritari e sono caratterizzati da assenza di

pluralismo politico, presenza di forti leader, forte repressione verso le opposizioni, alto livello di

mobilitazione popolare e di trasformazione ideologica della società. I regimi non democratici

tradizionali invece sono basati sul potere di un leader che gestisce la cosa pubblica come sua

dotazione privata, non vi è in genere mobilitazione ed ideologizzazione delle masse. Di solito

precedono le prime democratizzazioni. Una particolare categoria di regimi tradizionali è costituita

dal sultanismo presente ancora oggi in Medio Oriente e dove vi può essere un vario grado di

repressione del dissenso e di appropriazione delle ricchezze del paese da parte del sultano. 6.

Democratizzazione e transizioni democratiche. 6.1 Democrazia e modernizzazione. Molti autori

come ad esempio Martin Lipset hanno visto uno stretto rapporto tra sviluppo economico e

democrazia, Dahl ritiene che più è alto il livello socioeconomico di un paese maggiore è la

probabilità che il suo regime politico sia democratico e viceversa. Tuttavia la relazione fra sviluppo

economico e democrazia si presenta complessa e variabile: a volte durante il processo di

industrializzazione il percorso democratico si è interrotto oppure paesi economicamente sviluppati

sono stati retti da regimi totalitari come l’Urss. Circa le relazioni causali tra sviluppo economico e

democrazia Dahl ha osservato come il primo fattore influenzi il secondo ad esempio con la

maggiore diffusione dell’istruzione e del il pluralismo sociale in quanto un’economia avanzata

richiede una forza lavoro istruita e comporta la dispersione delle risorse politiche tra le

organizzazioni di individui e di gruppi consentendo soluzioni negoziate quando sorgono i conflitti

tra le parti. 6.2 Cultura politica e democrazia. Lo sviluppo della democrazia dipende inoltre dalla

cultura politica intesa come l’orientamento di un sistema politico nei confronti della politica in un

certo tempo. La cultura politica ha tre componenti: 1) cognitiva legata cioè alle conoscenze detenute

da un individuo sul sistema politico nel suo complesso, 2) affettiva che dipende dai sentimenti

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Appunti di scienza politica

provati dall’individuo verso il sistema politico, 3) valutativa legata cioè alla valutazione morale del

sistema effettuata dall’individuo. La cultura politica più favorevole per la democrazia per alcuni

studiosi è la cultura civica intesa come un equilibrio tra due fattori in apparenza contraddittori:

partecipazione ed obbedienza da cui derivano una partecipazione limitata ed un atteggiamento

sottomesso della maggioranza. Secondo questa concezione la democrazia non deriverebbe quindi

dalla partecipazione di molti ma dalla formale possibilità di partecipare tutti. Per Dahl al fine del

processo democratico sono essenziali i reticoli di fiducia orizzontale in quanto la fiducia è

indispensabile nella vita associativa e riduce la pericolosità dei conflitti, al contrario la democrazia

viene ostacolata come ad esempio nei paesi in via di sviluppo se viene a mancare la solidarietà e la

fiducia sostituita da rapporti clientelari e da scambi diseguali. La democrazia risulta favorita in quei

paesi dalla cultura consensuale in cui i cittadini tenderanno a concordare con le scelte dei governi, a

differenza dei paesi con cultura polarizzata dove qualsiasi politica produce insoddisfazione in larghe

fasce di gruppi sociali. Alcune democrazie come Svizzera, Canada, Paesi bassi sono molto solide in

quanto basate su un accordo consociativo tra i leader dei diversi gruppi che realizzano compromessi

tali da evitare le tensioni interne. 6.3 Transizioni alla democrazia. Tramontata l’ipotesi di esportare

il modello di democrazia occidentale ai paesi in via di sviluppo ripercorrendo gli stessi percorsi di

sviluppo socioeconomico seguiti dai paesi sviluppati, dopo gli anni ’50 la ricerca si è orientata verso

un processo di democratizzazione suddiviso in fasi: 1) transizione, 2) instaurazione, 3)

consolidamento: 1) consistono in fasi di passaggio da un regime ad un altro quando cessano le

vecchie regole e le nuove non sono ancora consolidate, allora si aprono spazi di liberalizzazione per

l’opposizione politica: si attenua la censura, si ha il rilascio dei prigionieri politici, si riorganizzano i

movimenti ed i partiti, 2) l’instaurazione porta al pieno riconoscimento dei diritti civili e politici e

all’adozione di istituzioni democratiche, si indicono le prime elezioni che eleggono il governo, 3) è

l’ultima fase e porta al radicamento delle istituzioni e delle procedure democratiche. Diversi sono

gli attori della democratizzazione, in particolare si è studiato il ruolo delle coalizioni dominanti e il

mutamento dei rapporti di forza al loro interno, ad esempio dei militari che sono spesso intervenuti

in America Latina per instaurare regimi autoritari. In seguito alcuni gruppi sociali come le elite

economiche, le gerarchie religiose, le monarchie, parti dell’esercito e più in generale la società

civile hanno favorito la transizione verso la democrazia facendo pressione con manifestazioni di

massa. Infine nella fase di consolidamento, nel momento di aggregazione delle preferenze prima

delle elezioni entrano in scena i partiti politici. Sul piano internazionale, mentre in passato alcuni

paesi democratici avevano sostenuto regimi dittatoriali, più di recente è cresciuta la solidarietà

internazionale verso gli attivisti interni ai paesi non democratici, inoltre le neodemocrazie sono state

sostenute da organizzazioni soprannazionali che hanno monitorato le elezioni e il rispetto dei diritti

umani e imposto sanzioni in caso di violazioni. 7 Democrazia e diritti: le sfide di oggi. A partire

dagli anni ’90 la riflessione sulle democrazie non riguarda più solo i paesi del sud del mondo, ma

anche le democrazie occidentali dove i processi di globalizzazione portano alla riduzione dei diritti

sociali. La libertà di circolazione di merci e capitali, la limitazione delle tasse, l’introduzione di

forme di lavoro flessibili da qualche hanno sono il sintomo di una prevalenza neoliberista che porta

alla riduzione della capacità della politica di controllare il mercato ed al passaggio delle scelte

decisionali dagli stati nazionali ad organismi sopranazionali non elettivi e quindi poco responsabili

rispetto ai cittadini. Inoltre sembra crescere la disuguaglianza nel godimento dei diritti al punto che

oggi aumentano nelle democrazie occidentali i cittadini senza cittadinanza, cioè gli immigrati

extracomunitari che hanno molti meno diritti rispetto ai cittadini dotati di nazionalità. Negli anni

‘90 cominciano così ad essere evidenti i segni dell’insoddisfazione dei cittadini verso le democrazie

più avanzate che devono essere legittimate dalla capacità di risolvere i problemi la cui soluzione

non può essere affidata allo scambio di mercato o alla cooperazione volontaria della società civile.

La democrazia non può basarsi solo sul rispetto delle procedure ma deve essere capace di integrare i

cittadini garantendo loro diritti non solo formali. 10

Appunti di scienza politica

Capitolo 3. La partecipazione politica

Partecipazione: una premessa. La democrazia può essere rappresentativa (in cui le decisioni

vengono prese da rappresentanti eletti dal popolo e delegati a governare) o diretta (in cui la delega

incontra forti vincoli e le decisioni sono portate il più vicino possibile alla gente). Nella

rappresentanza si presuppone comunque una certa partecipazione per legittimare i rappresentanti

attraverso l’estensione del suffragio e più di recente con altri istituti come il referendum cioè la

consultazione diretta degli elettori su singole tematiche. La partecipazione politica è stata definita

come il coinvolgimento a vari livelli dell’individuo nel sistema politico e può variare dal

disinteresse totale alla titolarità di una carica pubblica. Essa comprende quei comportamenti dei

cittadini orientati ad influenzare il processo politico, per cui nelle forme minime anche la lettura di

un giornale può essere considerata partecipazione politica tuttavia non sempre è facile valutare quali

comportamenti costituiscono forme di partecipazione.2La selettività della partecipazione. Numerose

sono le ricerche sul coinvolgimento dei cittadini nelle diverse forme di partecipazione. Milbrath ha

individuato una serie di comportamenti graduandoli in base all’impegno richiesto come votare,

cercare di convincere altri ad una certa idea politica, portare un distintivo politico, sostenere con

offerte di denaro un candidato, impegnarsi in una campagna politica, candidarsi a cariche elettive.

2.1 Quanta partecipazione. Ricerche condotte con sondaggi hanno evidenziato che le democrazie

convivono con bassi tassi di partecipazione, in realtà una democrazia funzionante richiede cittadini

informati sulle problematiche politiche, attivamente impegnati e capaci di influenzare le decisioni

pubbliche. Questi sondaggi evidenziano un comportamento politico dei cittadini che raramente

risponde ad un modello attivista e razionale con un tasso di partecipazione più basso di quello

necessario a garantire un buon governo democratico. 2.2 Partecipazione ed ineguaglianza. La

partecipazione politica inoltre non rappresenta molto la popolazione nel suo complesso, studi hanno

dimostrato che vari fattori concorrono a far variare il tasso di partecipazione nei vari gruppi sociali

come il livello di istruzione, la residenza nelle città o nelle aree rurali, l’appartenenza ai ceti medi

piuttosto che alla classe operaia. In particolare le disuguaglianze socioeconomiche si riflettono in

disuguaglianze politiche: chi ha più risorse (denaro e prestigio) da investire nella partecipazione

ottiene maggiori risultati in termini di tutela dei propri interessi, sa come influenzare le decisioni

politiche per via della maggiore istruzione a differenza di chi non ha tali risorse ed accetta la propria

incompetenza delegando ad altri l’intervento politico. L’eguaglianza politica è dunque utopistica

così come l’idea che la democrazia dando un diritto di voto uguale per tutti avrebbe abolito i

privilegi di pochi in quanto i molti non privilegiati avrebbero sfruttato a proprio vantaggio i diritti

politici, in realtà il vantaggio del numero si controbilancia con l’uso ineguale delle opportunità di

partecipazione politica, per cui le opportunità formalmente uguali di accesso sono poi dai vari

gruppi sociali utilizzate in modo diseguale. 3 Le forme nuove della partecipazione. A partire dagli

anni ’70 si ha una crescita di nuove forme di partecipazione politica che configurano diversi stili di

comportamento combinando attività di partecipazione convenzionale e non convenzionale come ad

es. scrivere su un giornale, occupare edifici, aderire a boicottaggi, autoridursi le tasse, firmare

petizioni, prendere parte a cortei pacifici, danneggiare beni, utilizzare violenza contro le persone,

ecc Gli individui si potranno così distinguere in inattivi coloro che al massimo leggono giornali

politici o firmano una petizione, conformisti, che si impegnano un po’ di più nelle attività

convenzionali, riformisti che partecipano sia in modo convenzionale, ma anche con forme di

protesta non convenzionale ma legali come i cortei, attivisti che aumentano la loro partecipazione

fino a forme di protesta non legali e protestatari che adoperano tutte le forme non convenzionali di

partecipazione. La crescita delle forme di partecipazione non convenzionale registrata in molti paesi

non va letta come una delegittimazione della democrazia ma come un ampliamento degli spazi di

partecipazione dei cittadini al punto da far parlare di una rivoluzione partecipativa, inoltre le varie

forme non convenzionali sono complementari alle forme convenzionali e non alternative. 4

Partecipazione ed identità. Per uno studioso come Pizzorno la partecipazione politica richiede la

11

Appunti di scienza politica

costruzione di sistemi di solidarietà attraverso la creazione di identità collettive, per cui ad es. la

mobilitazione della classe operaia come soggetto collettivo richiede che ciascun operaio compia un

processo di identificazione che lo porti ad acquisire la consapevolezza di appartenere ad un gruppo.

Ciò favorisce la partecipazione politica accentuando il senso di aggregazione portando anche

gruppi dotati di scarso status ad una maggiore capacità di organizzazione e maggior successo nella

difesa dei propri diritti, inoltre la mobilitazione contribuisce poi ad accentuare il senso di solidarietà

e di appartenenza facendo sentire i singoli individui parte di uno sforzo collettivo. 5 Valori post

materialisti e nuova partecipazione. Alcuni studi hanno collegato lo sviluppo di nuove forme di

partecipazione a evoluzioni culturali: l’individuo moderno ha più fiducia di poter influenzare le

scelte politiche attraverso la propria capacità di informarsi e la propria partecipazione. Negli anni

‘60 emergono nuovi valori post materialisti, cioè vi è un allontanamento da parte degli individui

dagli interessi materiali, ciò accade per lo studioso Inglehart in quanto nella gerarchia dei bisogni

subentrano quelli di ordine più elevato come la crescita intellettuale della persona in seguito alla

soddisfazione di quelli più bassi come la sopravvivenza fisica. La generazione nata nel secondo

dopoguerra vive in condizioni di benessere economico tale da consentire questo avanzamento nella

gerarchia dei bisogni considerando primaria l’espansione della libertà di opinione, la democrazia

partecipativa, l’auto realizzazione nella sfera privata. Valori materialisti erano considerati ad es.

l’ordine pubblico o il combattere l’aumento dei prezzi, quelli post materialisti il maggior peso dei

cittadini nelle scelte di governo e la libertà di parola. Numerose ricerche hanno dimostrato la

crescita dei gruppi con valori post materialisti rispetto a quelli materialisti tradizionalmente

dominanti. I giovani degli anni ‘60 delle classi medie che non hanno conosciuto vere privazioni

economiche pongono in testa all’agenda dei bisogni valori non economici e questi stessi valori sono

stati trasmessi alle generazioni più giovani. 6 La partecipazione fa bene alla democrazia? 6.1

Democrazia fiducia e apatia. In uno studio Lipset aveva sostenuto che un certo grado di apatia è

positivo per la democrazia in quanto sottenderebbe un certo consenso, infatti specie dopo l’ondata

di proteste della fine degli anni ’60, alcuni studiosi ritennero che un’eccessiva crescita della

partecipazione poneva dei rischi, in particolare cresceva la domanda al sistema creando rischi di

sovraccarico. Specie in caso di recessione economica le richieste dei cittadini, in particolare quelle

dei più istruiti, riducono la capacità di risposta dei governanti e si rischiava la crisi della democrazia

proprio a causa di un eccesso di democrazia. Per altri studi lo sviluppo di forme di partecipazione

non istituzionali sono il segno di un’espansione della democrazia e a partire dagli anni ’90 si inizia

a valutare più che il rischio del sovraccarico al contrario quello dell’allontanamento dei cittadini

dalla politica, questo accade all’indomani della sconfitta del socialismo reale proprio quando la

democrazia liberale sconfiggeva il suo nemico storico. In ogni caso non è la validità delle istituzioni

democratiche ad essere messa in discussione dai cittadini, quanto le sue performance, se da un lato i

cittadini non mettono in discussione la legittimità della democrazia dall’altro divengono verso di

essa più esigenti. 6.2 Exit o voice. L’economista Hirshman ha distinto diverse strategie per

esprimere scontento: paragonando il comportamento del consumatore che abbandona un prodotto

per un altro, così un cittadino reagirà con la rinuncia (l’uscita, exit) o con la protesta (la voce, voice)

cercando cioè di cambiare uno stato di cose riprovevole. Sia la voce che l’uscita se eccessive

possono provocare altri rischi per cui è necessaria una certa dose di lealtà politica o apatia. 6.3

Capitale sociale e democrazia. Il capitale sociale è costituito da quel capitale di relazioni sociali,

regole di reciprocità, fiducia che facilitano la cooperazione tra gli individui per il raggiungimento di

comuni benefici. La presenza di capitale sociale facilita il buon governo e la cooperazione

volontaria tra gli individui, consente di migliorare le istituzioni e di monitorare i soggetti coinvolti

sanzionandoli in caso di rottura dei rapporti fiduciari. Ricerche hanno dimostrato che la presenza di

associazioni volontarie e reti sociali favorisce la lotta alla disoccupazione, l’istruzione, la sicurezza,

inoltre favorisce lo sviluppo economico locale e quindi le istituzioni politiche devono intervenire

per incentivarlo. 7 L’opinione pubblica tra sfera pubblica e ‘videocrazia’. 7.1 La sfera pubblica

designa un ambito non statale all’interno del quale si discute pubblicamente su questioni di

rilevanza pubblica. Lo sviluppo della sfera pubblica è un tipico processo della società moderna che

12

Appunti di scienza politica

cresce assieme alla borghesia mercantile che diviene un interlocutore delle autorità al fine di curare

direttamente i propri interessi senza avvalersi esclusivamente del governo. Gli spazi che utilizza la

sfera pubblica si moltiplicano: i salotti, le logge massoniche, le associazioni varie e infine comincia

ad avvalersi della stampa estendendo il proprio ruolo alla critica del potere statale e al controllo del

governo. Habermas nota come già a partire dalla metà del 19° secolo il dibattito pubblico

spostandosi in altri ambiti (case editrici, poi la radio) si commercializza e si trasforma in bene di

consumo il bene culturale, la compenetrazione tra sfera privata e sfera pubblica introduce rischi di

manipolazione della sfera pubblica. 7.2 Videocrazie? La mediatizzazione della politica è costituita

dalla progressiva autonomia dei mezzi di comunicazione di massa dal controllo della politica al

punto da poter trasformare le regole del gioco democratico. Le ipotesi più pessimistiche paventano

il rischio di videocrazie dove specie la televisione acquisisce un potere che limita il pluralismo di

opinioni. L’informazione politica viene inoltre ridotta a spettacolo e si sottolineano più gli aspetti

superficiali di intrattenimento e sensazionalistici che non l’informazione. I politici stessi si affidano

a pubblicitari per curare la propria immagine inducendo gli elettori a votarli per questo aspetto più

che per i programmi politici ed i contenuti. Anche se molti studi hanno dimostrato che gli effetti dei

media sui comportamenti degli elettori è minimo, in realtà nei periodi di campagna elettorale anche

basse percentuali di voti che si spostano, specie da parte di elettori poco informati e interessati alla

politica, possono portare alla vittoria dell’uno o dell’altro schieramento. 7.3 Media e cittadinanza.

Tuttavia i media consentono ai gruppi che non hanno potere di divulgare le motivazioni delle azioni

di protesta facendo guadagnare sostegno da parte dell’opinione pubblica e possono svolgere il ruolo

di difendere gli interessi dei più deboli o addirittura l’interesse collettivo esercitando uno strumento

di controllo sui governanti. Inoltre le nuove tecnologie rendono le trasmissioni dei media

bidirezionali, consentendo ad es. con internet ai cittadini di partecipare alla comunicazione come in

una ‘piazza virtuale’. Le nuove tecnologie hanno reso disponibili maggiori informazioni

consentendo mobilitazioni globali su talune tematiche. 13

Appunti di scienza politica

Capitolo 4. Gruppi e movimenti politici

Gruppi e politica: una introduzione. Sul rapporto tra gruppi ed interesse generale si sono scontrate

due concezioni diverse: secondo una prima visione il bene comune deriva dall’interazione tra i

gruppi che consentono la piena realizzazione dell’individuo, una seconda visione giudica gli

interessi particolari dei gruppi in contrasto con l’interesse generale ed il sistema politico globale.

L’analisi dei gruppi è stata centrale per anni nello studio della politica, in primo luogo il dibattito si

è concentrato sulla definizione del concetto di interesse relativamente ai gruppi di interesse.

L’interesse assume le connotazioni più variegate (interesse della classe operaia, dei salariati, delle

famiglie, dei contribuenti, dei disoccupati, degli anziani, dei consumatori, degli inquilini, ecc.) e

quindi sono state date anche diverse definizioni: per Bentley il gruppo coincide con una parte della

società che agisce in base ad un proprio interesse per cui non può esistere un gruppo senza interesse,

per Truman invece un gruppo di interesse è un qualsiasi gruppo che presenta domande ad altri

gruppi della società, per Almond e Powell un gruppo di interesse è costituito da individui legati da

interessi comuni. La funzione dei gruppi è di influenzare il potere politico formulando domande

politiche e inoltre di articolare gli interessi, queste funzioni possono essere svolte da più tipi di

gruppi: g. di i. anomici vale a dire folle disorganizzate di protesta spontanea che crescono e

rientrano velocemente, g. di i. non associativo basati su interessi comuni di razza, religione, lingua,

ecc. g. di i. istituzionale che si trovano in organizzazioni come partiti, burocrazie, forza armate,

chiese, ecc. g. di pressione associativa che rappresentano gli interessi di un gruppo in particolare

come sindacati, associazioni di industriali e di commercianti, gruppi che difendono cause specifiche

come l’ambiente, ecc.. I gruppi di pressione associativa intervengono in politica cercando di

influenzare le scelte politiche, l’azione di pressione, definita con il termine lobbying, consiste nella

pressione esercitata dai delegati dei gruppi di interesse in contatto con i parlamentari o con i membri

del governo. Altre forme di pressione oltre al lobbying sono la corruzione, campagne verso

l’opinione pubblica, e soprattutto il finanziamento delle campagne elettorali. Altra caratteristica dei

gruppi è la volontarietà dell’appartenenza per cui in definitiva un gruppo di interesse può essere

definito come un gruppo organizzato e volontario che mobilita risorse per influenzare le politiche

pubbliche. 2 La teoria dei gruppi. L’attenzione ai gruppi emerge nella scienza politica con l’opera di

Bentley all’inizio del ‘900 secondo cui i gruppi sono in politica gli attori più rilevanti, i diversi

scienziati che se ne sono occupati hanno così dato vita alla teoria dei gruppi dando inizialmente un

giudizio positivo per il loro ruolo in democrazia come elemento di 1)equilibrio, 2)socializzazione,

3)autonomia dello Stato. 1)L’equilibrio deriva dalla stessa competizione tra la pluralità dei gruppi

che spinge ad una mediazione tra i diversi interessi di cui essi sono portatori evitando il monopolio

di un unico gruppo sugli altri, o che la lotta circoscritta a due soli gruppi finisca inevitabilmente con

l’affermazione di un unico gruppo sull’altro. La sfida proveniente dai gruppi organizzati può

provocare la mobilitazione dei gruppi latenti, cioè di quei gruppi che non si sono ancora organizzati

e questa eventualità spinge i gruppi organizzati ad evitare richieste politiche troppo radicali, il

prevalere di alcuni interessi su altri è dunque solo provvisorio, dura il tempo che occorre ai gruppi

colpiti di organizzarsi. 2)La partecipazione ai gruppi produce effetti educativi in quanto favorisce la

socializzazione inducendo ciascuno a ridimensionare i propri interessi egoistici ed a collaborare

portando coesione e reciproca fiducia. Truman ha poi osservato come la partecipazione di ciascun

individuo ai gruppi possa avvenire con un’appartenenza trasversale a più gruppi (legati ad es.

all’attività lavorativa, a interessi culturali, a attività del tempo libero, religiose, ecc.) aumentando

così l’integrazione tra gli individui in quanto non vi sarebbe un’appartenenza ad un’organizzazione

totalizzante ma una partecipazione a vari gruppi. 3)La partecipazione ai gruppi rende gli individui

più indipendenti dallo Stato in quanto essi si aiuterebbero l’un l’altro. I gruppi rappresentano la

capacità della società di organizzarsi dal basso lasciando allo Stato la funzione di mediazione tra gli

interessi. Per questo la teoria dei gruppi sottolinea la funzione di mediazione della politica piuttosto

che l’esercizio dell’autorità. 3 Teoria dei gruppi: i critici. La teoria dei gruppi è stata criticata sotto

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Scienza politica per l'esame del professor Nevola, suddivisi in sette capitoli. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la politica, la democrazia, la partecipazione politica, i movimenti politici, i partiti politici, la rappresentanza e le politiche pubbliche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Nevola Gaspare.

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