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La frontiera della produzione: ambedue i beni sono prodotti al massimo dell’output possibile.

Tutti gli stati del mondo sulla frontiera indicano situazioni virtuali ed una sola sarà effettiva e

corrisponde a quella sulla curva di trasformazione determinata:

1. Dalla distribuzione delle risorse tra i produttori;

2. Dai prezzi dei fattori di produzione.

Il tasso marginale di trasformazione: La pendenza della frontiera di produzione indica la

quantità del bene Y cui occorre rinunciare per poter produrre un’unità in più del bene X. Tale

pendenza è rappresentata dalla tangente alla frontiera e l’angolo e della tangente è il tasso

marginale di trasformazione di X in Y (TMT ). Il tasso marginale di trasformazione in ogni punto

yx

della frontiera di produzione, indica il rapporto tra i costi marginali dei due beni.

Ora dobbiamo renderci conto di quali sono le condizioni dell’efficienza nello scambio dei due beni

X a Y tra i due consumatori A e B. Il sistema produttivo, in perfetta concorrenza, è sulla frontiera di

produzione: per esempio prendiamo un punto e le quantità complessive dei beni prodotti sono 0,

che debbono essere ripartite (scambiate) tra i due consumatori in base:

• Al reddito (risorse) di ciascun consumatore;

• Ai prezzi di mercato dei due beni:

• Alle preferenze (gusti) dei due consumatori.

Il consumatore è in equilibrio quando la retta di bilancio del consumatore è tangente alla più

elevata curva di indifferenza dello stesso.

La curva dei contratti: i prezzi di mercato dei beni sono dati e, pertanto, sono gli stessi per tutti i

consumatori, ciascuno dei quali massimizza l’utilità (benessere) sulla base delle proprie

preferenze. Di conseguenza, la condizione di equilibrio è identica per tutti i consumatori e, quindi,

per l’intero sistema di scambi dell’economia.

Equilibrio generale dell’economia

La condizione di equilibrio generale si ha quando si verifica l’equilibrio simultaneo nella produzione

e nello scambio; quando il tasso marginale di trasformazione tra i beni è uguale alla tasso

marginale di sostituzione tra i beni stessi. Le imprese massimizzano la produzione al minimo costo

e, quindi, massimizzano il profitto, date le risorse disponibili e dati i prezzi dei fattori di produzione.

I consumatori massimizzano la loro utilità (benessere) dato il reddito di ciascuno e dati i prezzi dei

beni. Tutto ciò equivale alla formulazione del 1°teorema dell’economia del benessere: ogni

equilibrio generale di concorrenza perfetta è un ottimo paretiano. Per equilibrio generale si intende:

tutte le attività del mercato dei beni e dei fattori di produzione domanda e offerta si eguagliano

sulla base dei prezzi che sono, appunto, di equilibrio. Benefici e costi di ogni attività sono valutati

sulla base dei rispettivi prezzi di mercato. Per ottimo paretiano si intende: una situazione di

efficienza in senso paretiano, cioè è impossibile operare un miglioramento di un’impresa, senza

ridurre l’output di almeno un’altra impresa o di altri settori di attività. L’economia è sulla frontiera del

benessere. È altrettanto impossibile aumentare l’utilità di un consumatore senza porre almeno un

altro in una situazione peggiore. In tali circostanze, il ruolo dello Stato dovrebbe limitarsi:

• A realizzare e tutelare la concorrenza dei mercati;

• A garantire la tutela dei diritti di proprietà e un’informazione degli operatori la più libera e

ampia possibile;

• Ad assicurare la difesa nazionale e l’ordine pubblico interno, ad amministrare la giustizia,

un’istruzione generale di base e una struttura sanitaria indispensabile.

CAPITOLO 3

Un sistema di mercato perfetto non realizza necessariamente una distribuzione finale dei redditi, e

delle unità individuali, che sia considerata socialmente equa. È frequente, che un’economia di

mercato determini sperequazioni dei redditi e dei consumi socialmente inaccettabili.

Il mercato opera sulla base di una distribuzione delle risorse e dei redditi già esistente, che il

mercato stesso non può modificare. L’operare della concorrenza rende efficiente il sistema

produttivo data la distribuzione delle risorse tra i produttori ed ottimizza il benessere dei

consumatori data la distribuzione del reddito. Ciascun individuo massimizza la sua utilità nei limiti

del proprio reddito. Quindi un mercato di concorrenza perfetta è sicuramente efficiente e ottimo

paretiano ma intrinsecamente statico. Non è vero che sia sempre desiderabile da tutti e per

definizione. Può non essere ritenuta equa da tutti gli operatori del mercato.

Il 2° teorema fondamentale dell’economia del benessere

Il ruolo dello Stato, tra gli obbiettivi fondamentali della politica economica, è anche quello: di

perseguire una distribuzione adeguata dei redditi tra gli individui e delle risorse tra le attività

produttive; di far funzionare al meglio la concorrenza.

La frontiera dell’utilità: Tutti i punti all’interno della frontiera indicano situazioni non ottime, perché

migliorabili spostandosi verso la frontiera e senza danneggiare alcuno; tutti i punti all’esterno della

frontiera sono irraggiungibili con le risorse disponibili; ogni punto sulla frontiera esprime una

situazione ottimo paretiana, poiché l’utilità di ciascuno è la massima possibile data l’utilità dell’altro.

Questo teorema permette di affermare che un intervento dello Stato, volto a modificare la

distribuzione della ricchezza esistente a favore delle classi più povere, è razionale purché,

simultaneamente, sia fatta funzionare al meglio la concorrenza del mercato.

CAPITOLO 4

Il problema concreto. È sempre stato quello di poter indicare se una situazione economica è

migliore o peggiore di altre; infatti, dal punto di vista teorico, il compito dell’economista del

benessere è stato, tradizionalmente, quello di fornire criteri per poter scegliere tra diversi stati del

mondo, se non addirittura quello di indicare il migliore tra di essi. Rispetto al principio di Pareto, la

frontiera dell’utilità ci permette di capire i diversi criteri proposti dall’economia del benessere nella

prima metà del ‘900 e poi discussi nei decenni successivi.

I criteri di valutazione del benessere sociale

• Il concetto di ottimo-paretiano, ossia quella situazione economica nella quale nessuno può

migliorare senza danneggiare almen un altro individuo, permette di affermare che vi sono,

logicamente, situazioni non-ottime perché giudicate migliorabili in base al criterio di Pareto.

Però questo sistema è molto limitativo delle possibilità di valutare le variazioni reali che si

producono in un sistema economico, perché è statico. Per l’economista, questo sta a

significare che l’analisi non prende in considerazione le variazioni nel sistema economico

provocate da una causa esterna; si contrappone a dinamico, che indica un’analisi del

sistema economico in mutamento, che si evolve per continue variazioni nel tempo, causate

dai fattori più diversi. A questo punto si pose il problema del confronto tra i diversi stati del

mondo, tutti efficienti e ottimo-paretiani, posti sulla frontiera o su frontiere diverse e la

conclusione generale fu quella della non-confrontabilità a causa della limitatezza del criterio

paretiano.

• Alla fine degli anni ’30 gli economisti Kaldor e Hicks, nel tentativo di ampliare i limiti posti

dal criterio paretiano, ne propongono uno nuovo, detto della compensazione potenziale,

per poter confrontare situazioni economiche diverse causate, per esempio, dalla politica

economica realizzata. Dove l’individuo avvantaggiato abbia la possibilità di compensare la

perdita dell’altro e, tuttavia, di restare ancora in vantaggio, si deve concludere che la

situazione finale è socialmente preferibile a quella inziale; in effetti, è come se si fosse

verificato un miglioramento paretiano potenziale. La logica di questo criterio è basata, sul

significato di redistribuzione senza costo: si tratta solo della possibilità di compensare gli

individui danneggiati, perché l’aumento di produzione aggregata permetterebbe, in ogni

caso, di compensare chi sta peggio in modo da restituire loro l’utilità sottratta. La novità del

criterio sta proprio nella possibilità di compensazione dei danneggiati. È evidente che, dove

si richiedesse un’effettiva compensazione per poter fare un confronto tra due situazioni, si

ritornerebbe al precedente criterio di Pareto e alle sue limitazioni interpretative. Esso può

anche essere compreso: una manovra economica che aumenta il prodotto nazionale

mutando, tuttavia, i rapporti di benessere tra i cittadini può essere accolta solamente nel

caso che l’ammontare guadagnato da coloro che avvantaggiano risulti maggiore della

perdita subita da coloro che vanno in perdita.

• I cittadini svantaggiati, potrebbero evitare il mutamento nei rapporti di benessere con gli

altri offrendo, a loro volta, una redistribuzione senza costo ai cittadini che sarebbero

avvantaggiati dalla manovra economica. Potrebbero offrire una compensazione virtuale a

questi ultimi per la perdita della mancata manovra, ad essere ancora in vantaggio rispetto

alla situazione finale che si sarebbe prodotta; in sostanza, dimostrano che la situazione di

partenza è socialmente preferibile a quella finale perché si verifica un miglioramento

paretiano potenziale. Questo è detto paradosso di Scitovsky, che annulla, almeno da un

punto di vista teorico, la novità del criterio della compensazione potenziale. Questa critica è

valida e il suo paradosso è effettivo quando le frontiere delle utilità si intersecano. Scitovsky

ne propose un altro, detto double-edged (del doppio-vincolo), cioè, il confronto tra due

situazioni di benessere deve superare il criterio di Kaldor-Hicks, ma il confronto inverso

deve fallire il medesimo criterio.

Il problema vero è che non conosciamo la frontiera delle utilità pur essendo essa effettivamente

plausibile (reale), non siamo in grado, dal punto di vista teorico, di confrontare le variazioni di

benessere tra i cittadini che si verificano a seguito di interventi di politica economica.

Un altro problema è quello di valutare i mutamenti di benessere dei cittadini da un punto di vista

delle preferenze sociali, ossia dell’intera collettività. L’approccio seguito da Pareto in poi, fino a

Kaldor e Hicks, tenta di formulare criteri obbiettivi di confronto, evitando accuratamente confronti

inter-personali, sulla base del principio di Pareto il quale è in grado di fornire solamente un

ordinamento parziale delle infinite combinazioni possibili delle utilità individuali.

La funzione del benessere sociale di Bergson-Samuelson

La funzione del benessere sociale ha introdotto una forte novità nell’analisi dell’economia del

benessere poiché permette di assumere di poter compensare (confrontare) la diminuzione di utilità

di coloro che peggiorano con l’aumento di utilità dei cittadini che migliorano e tale compensazione

non viene valutata su base cardinale, bensì su base semplicemente ordinale: infatti, sia le utilità

individuali che il benessere sociale vengono ordinati solamente sulla base di preferenze quali

migliore, peggiore, indifferente. Questo modello di ordinamento sociale gode della proprietà

standard:

• Per ogni punto del quadrante cartesiano passa un’unica curva d’indifferenza sociale,

altrimenti la medesima combinazione di utilità individuali avrebbe differenti valori di

benessere sociale;

• Il tasso marginale di sostituzione sociale è decrescente;

• Pertanto, si assume che la curva d’indifferenza sociale sia convessa, e ciò implica un

giudizio di valore molto forte, vale a dire: l’ineguaglianza delle utilità individuali è

socialmente indesiderabile.

È proprio l’assunzione di una funzione del benessere sociale che permette di pervenire a un

ordinamento completo di tutte le alternative sociali, che rende possibile la confrontabilità tra

vantaggi e svantaggi individuali dal punto di vista sociale della collettività e, quindi, permette una

valutazione finale tra diverse situazioni economiche (stati del mondo). Stabilito che la valutazione

di una situazione economica è fattibile, grazie alla comparazione con altre situazioni, entra in gioco

il 2°terorema fondamentale dell’economia del benessere: ove tutti i mercati siano perfettamente

competitivi, un’adeguata politica economica di re-distribuzione delle risorse e dei redditi

permetterebbe al sistema economico di raggiungere il benessere sociale giudicato ottimo

dall’intera collettività (il bliss point). Poiché l’intervento di re-distribuzione avviene, in genere,

mediante: imposte carattere progressivo sui redditieri più ricchi e benestanti, sussidi alle famiglie

meno agate e più bisognose, trasferimenti alle imprese in attività produttive giudicate socialmente

preferibili, consegue, da tali premesse, che gli interventi pubblici dovrebbero essere fatti solamente

in termini di lump-sum, vale a dire, imposte, sussidi e trasferimenti che debbono essere in forma

fissa e non collegate, quindi, ad alcuna base che influisca sulle scelte e comportamenti degli

operatori economici. Una politica del governo di re-distribuzione delle risorse, tale da rendere

possibile il raggiungimento del bliss-point, è forse impossibile da realizzare poiché si scontra

proprio con la politica di concorrenza perfetta necessaria affinché il sistema economico raggiunga

una situazione efficiente e ottimo-paretiana sulla frontiera delle utilità.

CAPITOLO 5

Il problema delle decisioni collettive

Le società umane hanno sempre funzionato grazie a decisioni di gruppo, formato da due o più

individui. L’analisi effettiva del problema è iniziata a fine ‘700 nell’Accademia di Francia, ma ha

avuto il suo sviluppo negli anni ’50 del ‘900. Questo inizia con un apologo che racconta, in forma

intuitiva, il percorso analitico e conduce al nodo centrale del dibattito.

L’apologo della giuria

Immaginiamo, agli inizi di questo terzo millennio, lo svolgimento di un fantastico Humanity

International Festival sotto gli auspici dell’Unesco. Immaginiamo che vi sia nel suo ambito una

manifestazione culturale per stabilire quale sia il concetto collettivo di bellezza ai nostri giorni. Era

stato preceduto da una capillare selezione basata sui criteri più ampi possibili, partendo dalle aree

di popolazioni locali, poi quelle nazionali, poi continentali, ecc. la giuria è composta da 7 giudici

nominati per la loro expertise sulla evoluzione dei canoni di bellezza dagli inizi della civiltà umana e

per gli studi approfonditi compiuti sulle valutazioni sociali di tali canoni. La giuria deve decidere

quale sia, tra le 4 giovani, la vincitrice rappresentante la bellezza secondo i canoni attuali della

collettività. La procedura è la seguente: ciascun giudice esprime le sue scelte scrivendo su un

foglio i nomi (Azzurra=a, Blonde=b, Castana=c, Diamante=d) secondo un ordine di preferenza. I

fogli sono dati al presidente della giuria che, secondo le regole di votazione, emette il verdetto

finale di tutta la giuria. gIUDICI

CANDIDATE 1 2 3 4 5 6 7

a b c d a b c

1 b c d a b c d

2 c d a b c d a

3 d a b c d a b

4

Il presidente si rende conto che non è possibile eleggere la vincitrice con il metodo convenzionale

della maggioranza. Propone il ballottaggio, fare un confronto diretto tra due candidate, scartando la

perdente, facendo un po’ più di conti. Iniziando il confronto: tra (a, b) vince a (5,2); poi (a, c) vince

a (4,3); infine tra (a, d) vince d (5,2). Iniziando il confronto da (d, a) vince d (5,2); poi (d, b) vince d

(4,3); infine (b, c) vince b per (5,2). Con un altro confronto, i giudici si rendono conto che i risultati

sono strani e che la decisione dipende dal confronto iniziale compiuto. Cioè la decisione inziale

presa dal presidente, sarebbe stata la sua preferenza. In altro modo la giuria avrebbe potuto tirare

a sorte il primo confronto, ma il risultato sarebbe dovuto solo al caso. Il presidente propone di dare

un punteggio a ogni candidata secondo la graduatoria di ciascun giudice: 4 punti alla prima, 3 alla

seconda, così via. Egli applica il metodo secondo le preferenze già espresse dai giudici e ottiene

questo risultato:

Candidate a b c d

Punteggio 17 18 19 16

La decisione finale appare certa, c è la vincitrice del Festival. Uno dei giudici, però, è rimasto

perplesso dall’intera vicenda e sostiene che, egli ha molto riflettuto sulle candidate ed è certo che d

è la sua prima scelta mentre c è la seconda. Sostiene che il compito primario del giudice è quello

di esprimere le proprie vere preferenze e poi di pensare alle procedure di votazione. Il presidente

accetta questa modifica, ma come in precedenza, la giuria riscontra che nessuna candidata

prevale. Si rendono conto che anche la procedura di ballottaggio non può dare una decisione

finale univoca e certa. Il presidente propone ancora il suo sistema dei punti calibrati secondo la

graduatoria delle preferenze. Alla fine il risultato che viene fuori è che A e D sono seconde e B e C

sono le prime. Da un punto di vista pratico basterebbe fare uno spareggio per il primo e secondo

posto. A questo punto i giudici si isolano e ciascuno stila la lista delle preferenze che consegna al

presidente. Il risultato che ne viene fuori è che, alla fine, B prevale sulle altre con grande

maggioranza, anche dopo il ballottaggio e il metodo del presidente dei punti calibrati. Egli

conclude, che il secondo metodo di votazione è coerente col primo che, quindi, è indubitabile che

la candidata Blonde sia la vincitrice. Ma il pubblico e i giudici che preferivano altre candidate sono

irrequieti, quindi il presidente propone: invece di assegnare punti alle candidate secondo la

posizione di preferenza, non sarebbe più semplice assegnare ai giudici un ammontare uguale di

punti, come se fosse un sacchetto di monete d’oro, e ciascuno lo spende a favore delle candidate

basandosi proprio sulle preferenze personali? Egli ne assegna 16 a testa. Alla fine i giudici si

rendono conto di aver distribuito i punti secondo le loro istintive valutazioni già manifestate nella

prima tornata elettorale. Il risultato finale è stato paritario ed è dovuto al fatto che il mix delle

preferenze individuali è enorme e i risultati del tutto imprevedibile. La spiegazione ultima possiamo

intuirla:

• Le valutazioni individuali sono la base delle scelte e decisioni di ciascun individuo e sono

sempre esprimibili perché sono proprie di chi le esprime.

• Le valutazioni collettive, invece, non sono sempre e univocamente esprimibili, a me o che

gli individui non abbiano preferenze del tutto analoghe, cosa che è un’ipotesi irrealistica.

Il risultato della decisione collettiva dipende essenzialmente dagli interessi/preferenze dei membri

della collettività stessa, ma anche dalla conoscenza/informazioni che questi hanno degli effetti e

dei limiti delle opzioni disponibili, ossia della validità della scelta definitiva. Il fattore della

informazione ha due aspetti: uno è costituito dal livello medio di informazione che hanno i singoli e,

quindi, il gruppo: più elevato è il livello dell’informazione, più affidabile sarà il livello decisionale per

l’intero gruppo. Un altro aspetto, invece, è dato dalla distribuzione della conoscenza all’interno del

gruppo, vale a dire se le informazioni sono equi distribuite o no tra i singoli membri. La ragione è

semplice: il voto di chi è disinformato sulla validità di una scelta vale quanto il voto di chi è ben

informato.

La teoria delle scelte sociali, fondata su un processo decisionale determinato solo dalla preferenze

individuali, assume implicitamente che gli individui del gruppo hanno una pari conoscenza

informativa. La distribuzione delle informazioni all’interno del gruppo è certamente diseguale. Data

la regola che le preferenze/voti individuali hanno un peso uguale sulla scelta sociale, ciò si riflette

negativamente sulla decisione del gruppo. Di conseguenze, è possibile affermare che maggiore è

la distribuzione delle informazioni tra i singoli (verso la parità), tanto più accurato sarà il risultato

decisionale di tutti il gruppo. Una redistribuzione può, inoltre, innescare un processo di

apprendimento e rendere più elevato il livello medio informativo del gruppo e accrescere gli effetti

positivi sulla decisione del gruppo.

Il paradosso di Condorcet

Il risultato cui giunse nel 1785, denominato come il paradosso del voto da Nanson nel 1882. Si

comprende facilmente con un semplice esempio di una collettività di tre individui, ciascuno dei

quali ha un ordine di preferenza tra le scelte X, Y e Z. La collettività deve decidere quale sia

preferita dalla maggioranza. Es: A: x>y>z B: >z>x C: z>x>y. Questa votazione simultanea

y

permette a ogni individuo di votare per la scelta preferita. Il risultato è un voto per ciascuna delle

tre scelte, non si ottiene alcuna decisione collettiva. Un altro metodo di votazione è il ballottaggio:

gli elettori si esprimono su due scelte (a caso) e vince la preferita dalla maggioranza; quindi essi

debbono esprimersi tra quest’ultima e un’altra scelta rimasta. In questo caso le alternative poste in

ballottaggio, sono: tra X e Y, vince X; tra Y e Z, vince Y; e di conseguenza, tra X e Z, vince Z. Alla

fine vince Z, perché la regola transitiva non viene messa in atto. Questo è il paradosso del voto,

denominato anche della maggioranza ciclica, in casi frequenti la decisione sociale finale può

dipendere dall’ordine delle votazioni, cioè le scelte sociali non sempre rispettano la transitività, che

è la caratteristica più elementare ed evidente della razionalità. L’analisi di Condorcet dimostra che

le scelte sociali collettive possono essere non-transitive. Di conseguenza, affinché una decisione

sociale finale sia razionale, è necessario un ordinamento particolare di preferenze, imposto al terzo

individuo, ossia che l’ordinamento sia vincolato.

La votazione con “ordine di classifica” di Borda

Questo metodo di votazione ciascun elettore ha a disposizione un punteggio per classificare, dalla

più preferita alla meno, le scelte da votare. Nel nostro esempio la collettività deve decidere su tre

alternative (X, Y e Z) e il punteggio deve essere 3 per la preferita, 2 per la seconda e 1 per l’ultima.

La collettività decide che la preferita è inequivocabilmente Z. Però anche da questo sistema, è

possibile riscontrare, che può non funzionare se i votanti sono liberi di esprimere le loro preferenze

quali che esse siano. Il sistema di Borda permette di comprendere perché con il metodo del

ballottaggio troviamo il famoso paradosso del voto; il fatto che, con votazioni a catena, la

collettività raggiunge una maggioranza sempre diversa si spiega, con la circostanza che la

collettività non è in grado di decidere univocamente, perché gli individui hanno preferenze ordinate

in modo identico, pur se in direzioni diverse. Sono i metodi di manifestare le preferenze nella

votazione che mutano la decisione finale della collettività. Emerge la conclusione, che qualsiasi

sistema di votazione trova il suo ostacolo nella presenza di una o più incoerenze logiche che non

permettono il raggiungimento di una scelta sociale effettiva.

Dodgson dimostrò il fallimento di ben sette metodi di procedere alle votazioni, utilizzando uno

schema di 11 elettori e 4 candidati. Propose lo schema dove ciascun elettore elenca i candidati

secondo le proprie preferenze. Osservò che il candidato a dovrebbe essere il vincitore poiché è

considerato il migliore da quasi la metà degli elettori e nessuno lo considera come ultimo, mentre i

candidati b e d sono giudicati ultimi da 4 elettori e c è valutato ultimo da 3. Da qui si ritorna al

paradosso di Condorcet. Nell’ultima parte della sua indagine, descrisse il metodo di votazione di

Borda. Dodgson applicò il conteggio di Borda nei 7 metodi di votazione indagati e concluse che, in

ciascun caso il candidato, la cui elezione è ovviamente la più desiderata, ottiene il punteggio più

elevato. Procedendo con gli studi, Dodgson arrivò ad un metodo di votazione che sarebbe perfetto

se ogni elettore avesse lo scopo di assicurare l’elezione di quel candidato che fosse il più

generalmente gradito anche se non è quello da lui preferito. La novità di ciò è che gli lettori

dovrebbero valutare la relativa eleggibilità di tutti i candidati e votare di conseguenza. Le

preferenze sono soggettive, ma non esprimono scelte basate solo su criteri rivolti a se stessi. Il

singolo individuo che si trova in una situazione collettiva è portato a un comportamento coerente

con la sua appartenenza al gruppo ed esprime, preferenze personali che ritiene le più accettabili

dalla maggior parte degli altri componenti della comunità. Si può dedurre che il vero problema della

decisione collettive, sia nella diversa interpretazione che è attribuita alle decisioni dei singoli

membri della collettività:

• Una, quella tradizionale, è che la decisione individuale concerne se stessi. Implica che ogni

decisone individuale tende a soddisfare il benessere di ciascuno e, di conseguenza, la

decisione collettiva dovrebbe soddisfare il benessere di tutti.

• L’altra potrebbe essere quella che ciascun individuo assume uno spirito di appartenenza al

gruppo, ossia si identifica con la comunità stessa ed esprime sì preferenze personali ma

concernenti anche le alternative che gli sembrano le più accettabili dalla maggior parte dei

componenti della comunità. Queste preferenze sono adattive, cioè preferenze soggettive

che di volta in volta si adattano alle esigenze del resto della collettività.

Un caso esemplare di elezione

I cardinali “in conclave” rappresentano un vero e proprio gruppo sociale in azione con una loro

legge costituzionale, secondo la quale essi devono prendere una decisione collettiva che è anche

democratica, poiché essa è il risultato delle preferenze soggettive di tutti o almeno della maggior

parte dei membri del gruppo stesso.

La funzione del benessere sociale

Questa funzione è nata da una visione del tutto teorica degli economisti, è uno strumento

indispensabile per poter confrontare e valutare le scelte sociali (collettive) in generale, le scelte del

settore pubblico (interventi del Governo) in materia economica e i loro effetti redistributivi tra i

cittadini. Ma è anche un espressione politica di come la società nel suo complesso valuta i rapporti

distributivi di utilità esistenti tra i cittadini. Ci sono diverse limitazioni:

1) Vi sono diverse forme di funzione del benessere sociale, basate ciascuno su una visione

teorica differente dei rapporti di utilità tra individui, ciascuna delle quali può dare una risposta

diversa nel confronto tra due, o più, scelte sociali.

2) Questa invece nasce dalla domanda: può una collettività formulare una SWF coerente con le

preferenze individuali di tutti gli individui che formano la collettività stessa? Per rispondere

seguiamo i ragionamenti di Arrow:

a) Ogni politica (decisione) sociale ha conseguenze diverse su gran parte degli individui che

compongono la società (collettività);

b) Decisioni alternative debbono essere valutate in base ai loro effetti sugli individui;

c) Di conseguenza, vi sono tanti criteri di scelta, tra le alternative, quanti sono gli individui di

una società, e tali criteri individuali sono basati anche su differenti concezioni ideologiche o

di giustizia.

È del tutto ragionevole assumere che ciascun individuo ha un proprio criterio con il quale le

decisioni sociali vanno valutate, e che questi criteri differiscano da individuo a individuo. Il

problema fondamentale della teoria delle scelte sociali è quello di trovare un metodo per fare le

scelte (decidere). Arrow adotta il punto di vista ordinalista secondo il quale ha significato solo

l’ordinamento stesso e non una qualsiasi rappresentazione numerica di una funzione di utilità. Tali

caratteristiche della completezza e della transitività debbono valere, quindi, anche per

l’ordinamento delle preferenze da parte della collettività.

Il metodo collettivo per decidere, ossia il meccanismo di scelta sociale, è in sostanza una regola

costituzionale che permette la formazione di un profilo delle preferenze individuali. Si presenta

come una funzione che determina un ordinamento delle preferenze sociali tra le alternative

possibili in modo che la decisione collettiva risultante rappresenta la scelta più elevata, in termini di

utilità sociale, tra le alternative possibili. Dipende dalla gamma di alternative proposte e dalla

graduatoria che di esse fa ciascun individuo (elettore). Solo le preferenze dei singoli elettori

concernenti le alternative effettive in votazione influiscono sulla scelta, e non le preferenze

riguardanti alternative non-disponibili.

Il teorema dell’impossibilità di Arrow

Afferma che non vi è alcun meccanismo di scelta sociale, o regola costituzionale, in grado di

soddisfare alcune condizioni ragionevoli e che sia applicabile a un qualsiasi insieme di criteri

individuali. Ha dimostrato la non-esistenza di regole costituzionali capaci di soddisfare tutte le

condizioni minime di razionalità e democraticità. Etimologicamente, quest’ultima, significa

decisione presa dalla maggioranza di un gruppo o collettività per scegliere fra alternative

(referendum) o candidati (elezioni). Vi sono, così, diverse condizioni:

• La condizione di Razionalità collettiva (R): l’ordine di preferenze che risulta dalla scelte

collettive deve soddisfare le medesime caratteristiche dell’ordine di preferenze individuali.

• La condizione di Universalità (U): nessun individuo può essere escluso dal processo di

formazione della decisione collettiva.

• La condizione di Indipendenza dalla Alternative Irrilevanti (I): le procedure di voto sulle

preferenze individuali degli elettori debbono riguardare solo le alternative effettive in

votazione e non alternative non-disponibili.

• La condizione di Non-Imposizione (N): non è possibile che per alcune alternative la scelta

sociale sia la stessa per tutti i profili sociali possibili, poiché ciò significherebbe che la

Costituzione è imposta.

• La condizione di Non-Dittatura (D): non è possibile che secondo la Costituzione le

preferenze di un individuo divengano le preferenze dell’intera collettività.

Tutto ciò, sta a dimostrare, che non esiste alcuna Costituzione in grado di soddisfare

simultaneamente le condizioni U, R, I, N, D.

CAPITOLO 6

Sappiamo che sul mercato è la formazione dei prezzi che costituisce il meccanismo di regolazione

della domanda e dell’offerta che conduce all’equilibrio e che la prima debolezza del Settore

pubblico è una conseguenza, in via teorica e generale, dell’impossibilità anche pratica di

formazione dei prezzi:

• Dal lato della domanda, per l’incapacità dei cittadini di rivelare le proprie preferenze e nelle

decisioni collettive;

• Dal lato dell’offerta, per l’incapacità dello Stato di stabilire le combinazioni di produzione

capaci di soddisfare la domanda effettiva e per altre circostanze che si riscontrano nella

realtà.

La formazione dei prezzi è collegata con la distribuzione dei redditi e delle risorse, ma può

funzionare in modo diverso:

• Sul mercato, è possibile assumere come data la distribuzione e, quindi, osservare i

comportamenti dei singoli operatori e la formazione dei prezzi;

• Con il Settore pubblico, invece, deve essere valutato l’operatore collettivo, per il quale la

distribuzione dei redditi e delle risorse non è un dato esogeno ma uno strumento di

intervento sul mercato tramite la spesa pubblica, la tassazione e l’intera politica di bilancio.

I fallimenti dello Stato

Si intende un impedimento sistematico dello Stato di realizzare in termini di efficienza le attività

economiche che persegue. Questo è in perfetta analogia con quello di fallimento di mercato, che

nella teoria economica, indica una situazione nella quale il libero mercato risulta non-efficiente,

cioè il risultato non è ottimo-paretiano. Il fallimento del mercato è valutato mediante un confronto

con un modello teorico ben preciso di economia efficiente, mentre il fallimento dello Stato non è

definibile rispetto ad alcun modello di Stato economicamente efficiente, che non esiste sia per

natura teorica che in via di fatto. Il fallimento dello Stato deve essere identificato e valutato con i

criteri ritenuti più opportuni. La motivazione logica dei fallimenti di mercato risiede nel fatto che la

partecipazione di una delle parti è, del tutto o in parte, assente all’effettiva contrattazione privata

causa, appunto, della assenza di un mercato perfettamente concorrenziale.

CAPITOLO 9

Le funzioni del benessere sociale hanno mostrato i diversi modi con i quali le preferenze individuali

possono essere aggregate in preferenze collettive. Si è discusso se le decisioni collettive,

raggiunte tramite votazioni o altri meccanismi sociali, appartengono a una funzione del benessere

sociale. Un problema separato è quello se esse possono definire i criteri e le regole che sono alla

base delle scelte d’intervento del settore pubblico (Stato), che è dotato di una potestà coercitiva sui

comportamenti individuali. Dal punto di vista macroeconomico, del comportamento dei singoli

operatori economici, la teoria economica aveva già iniziato a discutere il ruolo dello Stato e il

significato economico del suo intervento. Pigou discusse in modo nuovo come un’economia

fondata sulla libera iniziativa di tutti gli operatori economici potesse massimizzare il benessere

economico della collettività. Pose in rilievo:

• Il benessere sociale dipende non solo dal livello del dividendo nazionale, cioè del reddito,

l’aspetto dell’efficienza produttiva, ma soprattutto da come esso è ripartito tra i cittadini. Lo

Stato, ha il compito di superare i problemi della povertà mediante interventi ad hoc rivolti ad

accrescere il benessere dei meno abbienti.

• Che il benessere sociale è strettamente legato al problema della disoccupazione, e anche

questo aspetto deve essere affrontato dallo Stato.

Il ruolo dello Stato è quello di far pervenire l’intera economia a una situazione di massimo

benessere. Egli vide nella massimizzazione del benessere sociale l’obbiettivo prioritario

dell’intervento pubblico nell’economia. Tale intervento, spesso motivato da obbiettivi di equità, è

sempre necessario nei casi in cu il mercato non è in grado di realizzare, autonomamente, una

situazione di efficienza allocativa (produttiva).

Le esternalità: Un caso importante nelle economie moderne è quello delle esternalità, ossia degli

effetti esterni, negativi e positivi, causati da qualsiasi attività di produzione (o di consumo) ad altri


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Elaisa13

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Elaisa13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof De Bonis Valeria.

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