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Scienza delle finanze secondo parziale, prof. Paolo Balduzzi

Appunti di scienza delle finanze sul secondo parziale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Balduzzi dell’università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt, facoltà di economia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Scienze delle finanze docente Prof. P. Balduzzi

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che è la legge che stabilisce quale sia il reddito legato alla rendita collegato a determinati terreni o a determinate attività svolte su questi

terreni. La legge che stabilisce queste rendite è stata approvata nel 1988, ci sono delle rivalutazioni periodiche ma di fatto tutte le volte che

le imposte si pagano su delle rendite stabilite dalla legge è molto probabile che queste rendite sottovalutino il reddito, questo vale anche

per le imposte sugli immobili/abitazioni. Gli altri redditi fondiari sono i redditi da fabbricati quindi quelli degli immobili, che possono essere

immobili abitati dallo stesso proprietario (e quindi danno un reddito figurativo) oppure affittati (e quindi danno un reddito effettivo). Per

quanto riguarda i redditi da affitto, da qualche anno è possibile scegliere se assoggettare questi redditi d’affitto alla tassazione IRPEF

oppure ricorrere ad una tassazione separata che si chiama cedolare secca del 21%. Quindi i redditi effettivi sono i redditi che vengono

! ottenuti, mentre i redditi figurativi devono essere in qualche modo stabiliti dalla legge.!

“redditi da capitale” sono i redditi derivanti dall’impiego di capitale finanziario e che però non sono reddito d’impresa (perché il reddito

• d’impresa è soggetto ad un altro tipo di tassazione). La legge stabilisce un elenco specifico che contiene tra gli altri utili da società

soggette a IRES e interessi da mutui, depositi c/c, obbligazioni etc. però il problema di un’elencazione specifica di questi redditi soggetti

all’IRPEF sta nel fatto che forme innovative di impieghi di capitale portano a forme di elusione, nel senso che se percepisci un reddito che

non sta nell’elenco non paghi l’imposta utilizzando una mancanza della legge. È per questo quindi che la legge è stata corretta con la

previsione di considerare ogni provento che derivi da rapporti aventi ad oggetto l’impiego di capitale (di fatto però i maggiori redditi da

! capitale sono esenti dall’IRPEF e sono soggetti all’imposta sostituiva).!

“redditi da lavoro dipendente” sono costituiti da compensi in denaro ma anche in natura, al netto dei contributi sociali a carico di

• lavoratore e datore di lavoro (come vi dicevo c’è l’esclusione dal reddito complessivo del risparmio previdenziale). Non sono redditi da

lavoro, ma sono assimilati ai fini dell’IRPEF ai redditi da lavoro: pensioni, sussidi di disoccupazione, maternità, rendite dei fondi pensione,

compensi da lavoro precario e occasionale. Non è prevista alcuna deduzione nei costi di produzione del reddito anche se sono previste

detrazioni maggiori rispetto ad altre tipologie di reddito e rappresentano circa l’80% dell’IRPEF: il fatto che non siano previste deduzioni sui

costi di produzione del reddito vuol dire che, a differenza di altre forme di reddito, tutti i costi che vengono sostenuti per andare a lavorare

non possono essere toccati. Per un po’ di tempo è stata prevista la deduzione di una quota degli abbonamenti dei mezzi pubblici che

doveva essere interpretata da un lato come incentivo ad utilizzare i mezzi pubblici, dall’altro come uno sconto dei costi di produzione del

reddito. In ogni caso sono previste detrazioni per il lavoro dipendente che sono superiori alle detrazioni presenti per il lavoro autonomo.

Per quanto riguarda il lavoro dipendente è molto importante il ruolo del sostituto d’imposta, cioè del datore di lavoro, che quando paga lo

stipendio di fatto calcola già l’imposta dovuta dal dipendente e infatti quando voi lavorate dovete dire al datore di lavoro (e avete tutto

! l’interesse a farlo) se cambiate il vostro stato familiare.!

“redditi da lavoro autonomo” c’è una categoria generale che sono i redditi derivanti dall'esercizio di arti e professioni. La professione

• potrebbe anche non essere l’unica attività ma dev’essere abituale quindi non straordinaria e non dev’essere un’attività che produce redditi

di impresa perché altrimenti questi sono soggetti all’IRES. Più nello specifico sono redditi che derivano da utilizzazione economica di

opere e del proprio ingegno e dei diritti d’autore, quindi se scrivete un libro e lo vendete i diritti d’autore che vi vengono pagati

costituiscono reddito da lavoro autonomo. Ci sono poi redditi da partecipazione a società in partecipazione in qualità di associato quando

l’apporto è costituito da sole prestazioni di lavoro e quindi non da capitale. Ci sono anche partecipazioni agli utili per promotori e soci

fondatori di società di capitali. La differenza principale tra redditi di lavoro autonomo e redditi da lavoro dipendente è che in questo caso è

prevista la definizione di reddito netto, cioè al netto dei costi di produzione: naturalmente ci sono problemi associati che derivano dalla

determinazione di questi costi e dalla discrezionalità della loro inerenza rispetto all’attività di produzione, per questo vengono utilizzati dei

criteri forfettari e in generale c’è una difficoltà di accertamento dovuta al fatto che se il lavoro è autonomo manca il sostituto d’imposta e

quindi sei tu che devi dichiarare il reddito che percepisci. Anche per quanto riguarda la determinazione dei redditi si può dire che è stato

introdotto una specie di criterio forfettario che è quello degli studi di settore la cui idea principale è che visto che è difficile accertare i

redditi dei lavoratori autonomi che devono loro stessi dichiarare il proprio reddito, lo Stato calcola un reddito presunto per questi

! professionisti e dalla differenza tra reddito presunto e reddito dichiarato possono emergere risultati più specifici.!

“redditi di impresa” per le imprese di persone e per le società solo per le quote individuali di partecipazione agli utili (tutto il resto è

• soggetto all’IRES). I problemi riguardano il fatto che in tante attività è difficile distinguere tra reddito d’impresa e reddito da lavoro autonomo

ed è importante non solo ai fini della determinazione se un reddito è reddito IRPEF o reddito IRES ma anche all’interno dell’IRPEF perché

i redditi da lavoro autonomo hanno diritto a detrazioni perché sono redditi da lavoro, mentre i redditi d’impresa non hanno diritto a

detrazioni (quindi i redditi da lavoro autonomo pagano un’imposta inferiore) e poi ci sono anche divergenze tra legislazione civilistica e

legislazione tributaria. I criteri per la definizione del reddito d’impresa sono gli stessi utilizzati per la tassazione dei redditi delle società di

capitali attraverso l’IRES ma con due differenze: quella che riguarda dividendi e plusvalenze e il trattamento degli interessi passivi. Il

! reddito imponibile è costituito dall’utile o perdita del conte economico secondo il criterio della competenza.!

“redditi diversi” dopodiché ci sono tutti i redditi non riconducibili a categorie precedenti, normalmente plusvalenze (però non quelle che

! poi sono soggette a forme di tassazione diversa). !

!

L’IRPEF: deduzioni, aliquote legali e detrazioni!

Per quanto riguarda la progressività dell’imposta, oltre alla definizione delle aliquote è necessaria anche una definizione delle deduzioni e

delle detrazioni: quindi l’IRPEF ottiene la progressività non solo utilizzando una struttura delle aliquote progressive ma anche utilizzando

!

deduzioni e detrazioni.!

Le “deduzioni” oltre a determinare la progressività, permettono di personalizzare l’imposta quindi di tenere conto delle differenze individuali

tra soggetti passivi (ricordate la differenza tra imposta personale e imposta reale) e sono realizzate attraverso la previsione delle cosiddette

spese fiscali o ‘tax expenditures’. Le deduzioni previste nel caso italiano sono: ! 19 di 40

contributi previdenziali e assistenziali obbligatori dei lavoratori autonomi questo per prevedere la parità di trattamento con i lavoratori

• dipendenti e per avvicinare la definizione di reddito al concetto di reddito spesa quindi per evitare per esempio il problema della doppia

! tassazione del risparmio.! →

contributi di previdenza complementare non obbligatori non solo i contributi previdenziali sono deducibili al 100% ma anche quelli di

• previdenza complementare che non sono obbligatori, quindi finché non cambia la legge fino a 5164,54 euro potete dedurre questi

! contributi.! →

rendita dell’immobile adibito ad abitazione principale quindi dovete scrivere se siete proprietari di un’immobile qual è il reddito figurativo

! quindi la rendita collegata a quell’immobile ma poi potete dedurre il 100% di questa rendita.! →

spese mediche per assistenza handicap, assegni al coniuge, donazioni, oneri contributivi pagati per colf e baby-sitter deducibili dal

! reddito ai fini IRPEF secondo percentuali diverse.!

Dal 2015 ci sono cinque scaglioni, il numero di scaglioni è variato notevolmente nel corso della vita dell’IRPEF. L’IRPEF è un’imposta

abbastanza recente, quando è nata nel 1974 era composta addirittura da 32 scaglioni con aliquote legali che andavano dal 10% all’82%.

Nel tempo gli scaglioni si sono ridotti, adesso sono cinque, per un periodo erano addirittura quattro, come vedete si va un po’ verso la

semplificazione, ogni tanto ritornano anche proposte che fanno riferimento alla flat rate taxation in cui l’aliquota dovrebbe addirittura essere

unica. Inoltre c’è una addizionale regionale obbligatoria in tutte le Regioni pari al 1,23% e in aggiunta ci sono anche addizionali regionali e

comunali che non sono obbligatorie ma che di fatto sono utilizzate da quasi tutti, non tanto quelle regionali ma quelle comunali. Quindi è

anche possibile che due dipendenti con lo stesso stipendio lordo abbiamo stipendi netti differenti perché risiedono in comuni differenti e

!

quindi pagano un’addizionale IRPEF diversa.!

Le “detrazioni” sono molto numerose, la loro finalità riguarda sempre la personalizzazione dell’imposta quindi rendere confrontabili soggetti

passivi diversi, rendere ancora più progressiva l’imposta, discriminare qualitativamente alcuni redditi in particolare i redditi da lavoro rispetto

a quelli da capitale e anche per incentivare alcuni comportamenti meritori: se lo Stato ritiene che i soldi spesi per l’acquisto di determinati

!

beni siano utili alla società allora vengono utilizzate le detrazioni per incentivare questo tipo di spese. Sono 5 le categorie delle detrazioni:!

detrazioni per fonti di reddito (che contengono anche il noto bonus degli 80 euro) sono detrazioni collegate appunto al tipo di fonte di

• reddito, abbiamo visto sei categorie di reddito che definiscono il reddito ai fini dell’IRPEF, quando si tratta di reddito da lavoro a questo

reddito sono associate delle detrazione che sono decrescenti al crescere del reddito complessivo (quindi non è la detrazione classica che

abbiamo visto nella forma della flat rate taxation ma è una detrazione il cui livello cambia all’aumentare del reddito). L’esistenza di

detrazioni definisce delle soglie di no tax area che sono differenziate per lavoratore dipendente, pensionato, pensionato che ha più di 75

anni e per lavoratore autonomo. Le finalità sono ancora una volta discriminazione qualitativa dei redditi, contribuire al disegno delle soglie

di progressività, in qualche modo queste detrazioni possono essere considerate anche delle forme di sconto che tengono conto delle

spese di produzione del reddito. Infine c’è anche questo tema di presunzione di evasione: il lavoratore dipendete non può evadere le

imposte, il lavoratore autonomo può evadere le imposte quindi si presume che non paghi sul 100% del proprio reddito quindi per equità i

lavoratori dipendenti hanno una detrazione che introduce anche per loro lo stesso sconto che i lavoratori autonomi si fanno (non

enfatizzerei troppo questa interpretazione della detrazione). Nel 2014 a favore dei lavoratori dipendenti e assimilati (con l’esclusione dei

pensionati) è riconosciuto uno sconto di imposta di 80 euro per redditi fino a 24.000 euro, decresce poi fino ad annullarsi per redditi a

partire da 26.000 euro. Sono 960 euro l’anno, la soglia di incapienza si ha a quota 8145 euro (questi 80 euro sono interpretati come un

aumento della detrazione). È evidente che ci dev’essere una struttura decrescente della detrazione perché altrimenti alla soglia si

creerebbe un problema identico a quello della progressività per classi, con la progressività per classi intorno alla soglia un reddito più

elevato prima di pagare l’imposta diventa un reddito meno elevato dopo aver pagato l’imposta. E qui avremo problemi di equità molto

simili, dei salti di aliquota media molto elevati, se guadagnate 23.999 euro avete diritto ad una detrazione di 80 euro, se guadagnare un

reddito di 24.001 euro non avete diritto alla detrazione quindi l’aliquota marginale è particolarmente elevata. Quindi per rendere questi

! sbalzi meno elevati possibile è sempre prevista una struttura decrescente delle detrazioni.!

detrazioni per carichi di famiglia anche queste hanno un andamento decrescente, sono collegate al numero di figli e al coniuge

• eventualmente a carico, servono a realizzare equità orizzontale e verticale quindi a definire il giusto ordinamento dei redditi e dire se due

redditi uguali devono pagare effettivamente la stessa imposta oppure se due redditi che sono uno più elevato dell’altro sono davvero così

o se bisogna tener conto delle diverse situazioni familiari. Non viene affrontato il tema dell’incapienza, quindi se avete un reddito inferiore

! agli 8.000 euro allora le detrazioni per voi di fatto non si applicano. ! →

detrazioni per oneri personali (che sono pari al 19% della spesa) soldi che spendiamo in medicine o in visite specialistiche sono

• detraibili al 19% fino ad un massimo, per questo quando andate in farmacia portate il tesserino. Sono detraibili gli interessi passivi per i

mutui accesi per acquistare l’abitazione principale, spese per assicurazioni sulla vita, spese scolastiche quindi le rette, le donazioni a

! ONLUS e altri tipi di spese.! →

detrazioni per canoni di locazione e mutui per la prima casa detraibilità al 19% di interessi passivi sui mutui per l’acquisto e la

• costruzione dell’abitazione principale e in maniera forfettaria la detraibilità della quota di canoni di locazione per gli affittuari, quindi per

! rendere simili queste due spese che vengono sostenute per l’abitazione.!

detrazioni con finalità di incentivazione della spesa per esempio detrazioni per le ristrutturazioni edilizie, spese per risparmio energetico

• e per la mobilità dei lavoratori dipendenti. Per quanto riguarda le detrazioni per ristrutturazioni edilizie le esigenze sono più di una ovvero

non è solo l’incentivazione del tipo di spesa, che vuol dire da un lato risparmio energetico e dall’altro anche mantenere elevata l’attività del

settore edilizio che è sempre fondamentale, ma c’è anche l’esigenza dall’altro di colpire settori in cui il ricorso al nero è molto frequente:

! quindi se la tua spesa è detraibile, tu soggetto passivo hai l’interesse a chiedere la fattura completa al professionista che ti fa il lavoro. !

20 di 40

!

Il fiscal drag!

Con imposta progressiva un aumento solo nominale della base imponibile si traduce in un aumento reale del debito di imposta (aumento

dell’aliquota media). Quindi il problema sta nel fatto che quando l’imposta progressiva colpisce il reddito nominale, in caso di inflazione il

debito d’imposta aumenta più del dovuto. Per risolvere questo problema si può deflazionare il reddito, indicizzare le aliquote o revisionare

!

periodicamente le aliquote e le detrazioni/deduzioni.!

!

Strumenti di accertamento !

L’idea è quella di risolvere i conflitti riguardo il pagamento dell’imposta per tutte le categorie in cui non c’è il sostituto d’imposta trovando

delle forme di collaborazione tra amministrazione e contribuenti. Dal 1998 in Italia esistono gli “studi di settore” la cui idea principale è quella

di definire delle variabili che determinano i ricavi di determinate categorie professionali in relazione al lavoro che fanno, al luogo dove lo

fanno e così via. Questi calcoli danno dei ricavi presunti che il lavoratore autonomo può decidere o di prendere come per veri (e quindi

pagare quel tipo di imposta) oppure se il tuo reddito è meno elevato puoi comunque dichiarare il tuo reddito meno elevato ma poi lo Stato ti

mette un po’ in cima alla lista delle persone da controllare. Dal lato del contribuente lo studio di settore quindi l’idea del ricavo presunto è

spesso visto come un problema, dall’altro punto di vista però lo studio di settore un po’ legalizza l’evasione perché dice che lo Stato si

accontenta di un’imposta pagata sul reddito presunto. L’idea dello studio di settore è il fatto che ci sia un reddito dichiarato in maniera

individuale e autonoma, lo Stato dovrebbe mettersi lì a controllare tutti i redditi percepiti dai singoli lavoratori oppure può dire ‘sulla base di

criteri più o meno ragionevoli mi aspetto che questi contribuenti paghino tot, se pagano di meno allora comincio davvero a controllarli, se

!

pagano quello che dovrebbero pagare non vengo a controllare’.!

!

LE IMPOSTE IN ITALIA: IVA E ALTRE IMPOSTE ERARIALI INDIRETTE!

Le imposte indirette, vale a dire imposte che colpiscono manifestazioni mediate di capacità produttiva, possono essere classificate in termini

!

amministrativi in:!

- imposte sugli affari!

- imposte sul movimento e scambio di beni e servizi!

!

- imposte sui consumi, monopoli, lotto e lotterie!

!

Le imposte sugli affari si applicano al momento degli scambi di beni e servizi o al compimento di cessioni patrimoniali, si distinguono in:!

“imposta di registro” imposta reale (non dipende dalle caratteristiche dei soggetti passivi) che viene applicata sulla registrazione di atti

• di varia natura: per esempio si paga un’imposta di registro tutte le volte che si acquista o si vende una casa. Come imposta reale non è

caratterizzata da aliquote differenziate complessive, da deduzioni e detrazioni ma può essere determinata in misura fissa (tot euro per

! contratto) o in misura percentuale (l’1% del valore del bene scambiato).!

“imposte di assicurazione, ipotecarie e catastali” imposte identiche a quelle di registro ma che si applicano a formalità specifiche: per

! esempio la stipula di un contratto di assicurazione, di un’ipoteca o di un contratto di tipo catastale.!

“imposta di bollo” ci sono degli atti previsti dalla legge che sono atti civili e commerciali su scritti, avvisi, manifesti e registri per cui

• bisogna pagare l’imposta di bollo: può essere obbligatoria (quindi tutte le volte che si effettua uno scambio o si sancisce un atto di questo

! tipo bisogna pagare un’imposta) oppure da pagare solo in caso di utilizzo.!

“tassa sulle concessioni governative” si applica a tutte le concessioni, autorizzazioni, permessi etc. rilasciati dall’ente pubblico che

• consentono agli interessati l’esercizio di un diritto: per esempio trasmettere trasmissioni radiofoniche o televisive, ma anche utilizzare delle

! spiagge. Si distinguono in tasse di rilascio, di rinnovo o di visto. Sono solitamente espresse in misura fissa. !

“imposta di successione” anche l’imposta di successione è considerata dal punto di vista amministrativo un’imposta sugli affari, si

• applica a trasferimenti di beni sia per donazione che per successione. É un’imposta proporzionale ma con una franchigia molto alta (un

! milione di euro per i parenti di primo grado in linea retta e per il coniuge). !

Le imposte sui consumi, monopoli, lotto e lotterie per quanto riguarda i “consumi” si intende consumi di energia elettrica, gas metano per usi

industriali ma anche l’accisa per la birra e altri lieviti. Poi ci sono i “monopoli fiscali” e infine “lotto e lotterie” che sono di fatto un’imposta,

l’unica imposta volontaria perché nessuno ti obbliga a pagarla, tant’è vero che già Luigi Einaudi definì questo tipo di imposta un’imposta

sulla stupidità. Quindi per esempio se volete diminuire la pressione fiscale del vostro paese potete smetterla di comprare gratta e vinci, il

!

livello di PIL cala e quindi riducete la pressione tributaria oppure potete smettere di fumare.!

!

Le caratteristiche delle imposte indirette!

Tipicamente le imposte indirette hanno finalità fiscali quindi servono a raccogliere soldi, ma da un certo punto di vista possono avere anche

finalità extrafiscali non tanto di redistribuzione del carico dell’imposta quanto più dell’incentivazione o meno di taluni comportamenti per

esempio la riduzione di taluni comportamenti ritenuti non particolarmente virtuosi (bere alcolici e fumare) oppure cercare di diminuire le

attività che hanno un elevato impatto economico e sociale (attività inquinanti) tramite l’utilizzo di imposte ambientali. Sono tipicamente

imposte erariali quindi il gettito arriva allo Stato. Hanno avuto un peso costante negli ultimi 25 anni cioè non sono cambiate di molto in

proporzione al PIL, però c’è sempre il dibattito sul fatto che dovrebbero aumentare per compensare eventuali diminuzioni delle imposte

dirette (poiché ci dev’essere un equilibrio tra imposte dirette e indirette). Anche se la classificazione amministrativa che abbiamo visto ha

presentato un numero piuttosto ampio di imposte indirette, dal punto di vista del gettito si è assistito nel tempo ad una polarizzazione cioè ad

una eversione di due imposte indirette principali che sono le accise e soprattutto l’IVA. Per quanto riguarda l’IVA è stata definita come

l’imposta più europea del panorama internazionale, affermazione che deriva dal fatto che visto che l’imposta colpisce gli scambi di beni e

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visto che dal 1993 in poi (con l’abbattimento delle barriere doganali) in Europa lo scambio di beni tra nazioni diverse è diventato ancora più

semplice, si è assistito ad un tentativo di armonizzazione degli aspetti che riguardano le imposte che in tutte le nazioni colpiscono gli scambi

!

di beni, vale a dire l’IVA.!

!

L’imposta generale sugli scambi: l’IVA!

L’IVA che significa ‘imposta sul valore aggiunto’ è una imposta indiretta perché colpisce una manifestazione mediata della capacità

contributiva, imposta generale perché può discriminare l’aliquota tra beni diversi ma di fatto riguarda tutti i beni, imposta ad valorem perché

!

colpisce il valore di scambi e prestazioni di servizi effettuati in un determinato periodo di tempo.!

!

Le imposte generali sugli scambi possono essere organizzate in almeno tre modi, possono essere:!

“imposte monofase” colpiscono una sola fase del processo che porta alla produzione e allo scambio del bene o servizio tassato. Qui

• l’idea è che per produrre un bene o un servizio non ci voglia necessariamente solo una fase di produzione ma ce ne possono volere

! diverse e l’imposta monofase colpisce una sola di queste fasi (mentre le imposte plurifase colpiscono ogni fase del processo produttivo).!

“imposte plurifase cumulative” (come l’IGE che è imposta generale sulle entrate che era di fatto l’imposta in vigore prima dell’introduzione

• →

dell’IVA colpiscono tutte le fasi del processo produttivo e distributivo e gravano ogni volta sul valore pieno dei beni o dei servizi tassati.

! La base imponibile corrisponde al fatturato complessivo realizzato in un determinato arco temporale. !

“imposte plurifase non cumulative” (come l’IVA) colpiscono tutte le fasi del processo produttivo ma gravano solo sul cosiddetto valore

• aggiunto, ovvero sull’incremento di valore e non sul valore assoluto realizzato in ogni fase. L’imposta plurifase non cumulativa può

utilizzare il metodo base da base o il metodo imposta da imposta. Con il metodo base da base T = t (V - A ) abbiamo un’aliquota unica

i i

1 C

t che moltiplica la differenza tra valore delle vendite V e valore degli acquisti Ai: gli acquisti possono essere sia materie prime sia prodotti

i

C

intermedi (se questa impresa produce una fase intermedia del processo di produzione). Con il metodo imposta da imposta T = t Vi - t

2 C1 C2

Ai abbiamo un’aliquota che colpisce il valore di ciascun acquisto e il valore di ciascuna vendita. Se le aliquote dei beni acquistati e venduti

sono identiche allora i due metodi sono uguali, altrimenti possono dar luogo a delle differenze di debito d’imposta. Il debito d’imposta si

calcola come differenza tra imposta a debito e imposta a credito. La differenza principale tra i due metodi è che nel secondo metodo

l’aliquota media è certa ed è pari a quella che grava sul bene finale, l’imposta è più semplice da calcolare e rendere più trasparenti i prezzi

perché conoscendo l’aliquota il consumatore finale sa quanto sta pagando di imposta e quanto sta pagando di bene e inoltre in questo

! modo l’imposta non dipende dal numero di fasi del processo produttivo.!

!

Esempio metodo base da base vs metodo imposta da imposta!

L’impresa A produce un bene intermedio dal valore di 500 (che corrisponde per semplicità al valore aggiunto VA). L’impresa B acquista il

bene da A e lo rivende come prodotto finale a 700 (quindi VA = 200). Con aliquote costanti e uniformi al 20% non dovremmo aspettarci

differenze tra il metodo base da base e imposta da imposta. Il metodo base da base prevede che T = 0,2 × 500 = 100 e che T = 0,2 ×

A B

(700 - 500) = 40 quindi T + T = 140. Il metodo imposta da imposta prevede che T = 0,2 × 500 - 0 = 100 e che T = 0,2 × 700 - 0,2 × 500

A B A B

= 40 quindi T + T = 140. Mentre con aliquote differenziate pari al 10% e 20% i due metodi sono diversi. Il metodo base da base prevede

A B

che T = 0,1 × 500 = 50 e che T = 0,2 × (700 - 500) = 40 quindi T + T = 90. Il metodo imposta da imposta prevede che T = 0,1 × 500 =

A B A B A

!

50 e T = 0,2 × 700 - 0,1 × 500 = 90 quindi T + T = 140. Il gettito è identico a prima ma non è identico al gettito del metodo base da base.!

B A B

!

Esempio imposta plurifase non cumulativa vs imposta plurifase cumulativa!

Possiamo anche confrontare l’imposta plurifase non cumulativa con l’imposta plurifase cumulativa, quindi l’IVA con l’IGE. Prendiamo per

esempio un’IVA con aliquota unica del 15% e un IGE con aliquota unica del 5% e vediamo qual è il trattamento fiscale che colpisce il

processo produttivo che porta alla produzione di un bene del valore di 200: la differenza per apprezzare i due metodi diversi è che

confrontiamo due metodi per produrre questo bene diversi, cioè un metodo che richiede 4 fasi e un metodo che richiede 3 fasi. Per quanto

riguarda il primo caso dove abbiamo 4 fasi: nella I fase il bene vale 100, abbiamo un valore aggiunto di 20 nella II fase, di 60 nella III fase e

ancora di 20 nella IV fase. L’imposta dovuta applicando IGE o IVA è identica e pari a 30 (con la cumulativa il debito d’imposta si somma,

mentre l’imposta non cumulativa colpisce solo il valore aggiunto e non il valore assoluto). Se diminuisce il numero di fasi, per esempio

vengono fuse la III e la IV fase come se ci fosse una fusione tra imprese, allora il gettito delle due imposte può essere diverso. Quindi l’IGE

non è un’imposta neutrale perlomeno rispetto agli incentivi che hanno le imprese che partecipano ad un processo produttivo di fondersi,

inoltre non è neanche neutrale dal punto di vista del trattamento delle imprese stesse: se fossimo in concorrenza perfetta il prezzo sarebbe

unico, potremmo avere un prezzo pari a 221 ma con un prezzo di 221 le imprese non integrate sarebbero fuori dal mercato perché bisogna

ricoprire un prezzo di produzione del bene di 230 (compreso il carico fiscale), se invece avessimo un prezzo di 230 le imprese più

concentrate avrebbero diritto ad una rendita maggiore. Quindi la concentrazione in presenza di un’imposta come l’IGE porta ad aumentare i

!

profitti quindi l’IVA da questo punto di vista è preferibile perché neutrale.!

!

IVA: la base imponibile !

L’IVA è un’imposta sul valore aggiunto, questa però è una definizione che vale solo dal punto di vista del diritto amministrativo, perché il

valore aggiunto corrisponde al valore dei beni finali di consumo e di investimento ma può essere a sua volta definito in modi diversi, ci può

essere “IVA tipo reddito lordo” quando il valore aggiunto non prevede detrazioni che tengono conto dei beni d’investimento, quindi non si

tiene conto delle quote di ammortamento, “IVA tipo reddito netto” quando i beni d’investimento sono soggetti all’IVA solo per la quota che

riguarda l’utilizzo di quello specifico anno o “IVA tipo consumo” quando il debito d’imposta è ottenuto detraendo l’imposta pagata sui beni

d’investimento (applicata nel caso italiano). Quindi l’IVA è applicata ai soli beni di consumo ma è solo impropriamente definita come imposta

!

sul valore aggiunto.! 22 di 40

!

IVA e IRAP: la base imponibile!

Un’imposta più sul valore aggiunto dell’IVA è invece l’IRAP che è una imposta regionale sulle attività produttive che colpisce il valore

aggiunto netto. Inoltre l’IVA è un’imposta su base finanziaria dovuta di fatto solo in caso di manifestazioni monetarie di operazioni nel

periodo d’imposta. Mentre l’IRAP è un’imposta su base reale dovuta sul valore in effetti realizzato anche se ancora invenduto (quindi per

!

pagare l’IRAP serve anche valutare le scorte, ovvero i beni prodotti ma non ancora venduti).!

!

IVA: assetti istituzionali!

L’IVA nasce nel 1973, quindi sostituisce l’IGE a partire dal 1974. I primi anni 70 sono gli anni delle grandi riforme fiscali del nostro paese, di

fatto nasce l’IRPEF e nasce anche l’IVA. É un’imposta plurifase sul valore aggiunto (di tipo consumo), applicata con metodo imposta da

imposta, su base finanziaria e sottoposta a vincoli di coordinamento all’interno dell’UE. É un’imposta erariale ma il gettito è poi devoluto o

compartecipato da parte dello Stato sia verso l’alto sia verso il basso, quindi lo Stato raccoglie il gettito dell’IVA, dopodiché passa parte di

questo gettito all’UE e dal 2001 passa parte di questo gettito anche alle Regioni principalmente per finanziare la spesa sanitaria. L’UE non

avendo imposte, lo strumento che ha scelto per finanziarsi è quello dell’IVA. Per quanto riguarda il gettito trasferito alle Regioni, questo

viene definito su base negoziale tutti gli anni (nel 2015 è stato pari a circa il 50%). I soggetti passivi che devono pagare l’IVA sono

imprenditori, esercenti arti o professioni, tutti i soggetti che effettuano importazioni o acquisti intracomunitari. L’IVA prevede l’obbligo di

rivalsa. La base imponibile dell’IVA è data dall’ammontare complessivo dei corrispettivi dovuti a colui che cede il bene o che presta il

servizio, quindi tutti i soldi che raccoglie il venditore finale del bene o il prestatore del servizio corrispondono alla base imponibile su cui poi

si applica l’aliquota dell’IVA. Ci sono 4 aliquote dell’IVA che sono: aliquota ordinaria del 22%, aliquota ridotta del 10%, aliquota super ridotta

del 4%, aliquota del 5% dal 2016. La discriminazione tra queste aliquote segue un principio di valutazione anche della necessità del bene

che è colpito per cui per esempio per alcuni beni necessari è applicata l’aliquota del 4%. C’è una normativa europea che prevede quali beni

possono essere tassati al 4%, quali al 10% e quali all’aliquota ordinaria del 22%. Dal 2016 per la prestazione dei servizi sanitari è prevista

l’applicazione dell’aliquota al 5%. È prevista un’aliquota ridotta per il consumo di beni necessari perché naturalmente i beni necessari sono

quelli consumati da tutti indipendentemente dal proprio reddito e quindi un’imposta sul consumo particolarmente elevata creerebbe degli

effetti regressivi sulla distribuzione del carico tributario. È per questo che l’aliquota che colpisce determinati beni, pur essendoci, per evitare

problemi di efficienza è differenziata in modo tale da evitare indesiderati effetti redistributivi, in particolare la regressività dell’imposta. In

generale l’IVA è un’imposta regressiva, tutte le imposte proporzionali sul consumo sono imposte regressive perché se collegate l’imposta

che pagate sul consumo rispetto al vostro reddito è evidente che un certo ammontare di consumo è più o meno identico rispetto a tutte le

aliquote osservate e quindi tipicamente paga un po’ di più l’imposta di consumo in proporzione al proprio reddito chi ha dei redditi più bassi

(quindi anche quando si parla di riequilibrare il peso delle imposte indirette e dirette bisogna avere anche presente questo tipo di problema

!

redistributivo).!

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IVA: obbligo di rivalsa!

L’obbligo di rivalsa prevede che il venditore sia obbligato a rivalersi sull’acquirente/venditore finale. Se l’acquirente è un soggetto anch’esso

tenuto a versare l’IVA, allora l’imposta che questo paga è poi recuperata attraverso un meccanismo di detrazioni che chiama questa imposta

pagata in una fase intermedia del processo produttivo ‘IVA a credito’. Se invece l’acquirente è un consumatore finale non può detrarre l’IVA e

!

quindi il venditore agisce come sostituto d’imposta: riscuote l’IVA per lo Stato e poi la deve versare allo Stato. Tuttavia:!

- L’obbligo di rivalsa dal punto di vista del diritto tributario individua perfettamente chi è il soggetto percosso, ovvero l’acquirente finale, ma

non individua il soggetto inciso. Dal punto di vista economico, chi è il soggetto inciso che subisce effettivamente il peso dell’imposta? Se

vi ricordate quando abbiamo fatto la tassazione dell’imposta abbiamo detto che anche se l’imposta indiretta grava sul consumatore finale,

il soggetto inciso può essere anche in parte il produttore perché se aumenta il prezzo del bene a causa dell’imposta il soggetto percosso

diminuisce la sua domanda, diminuendo la domanda diminuisce anche il ricavo del produttore e quindi anche il produttore paga in

qualche modo il gettito dell’imposta. Quindi la capacità del consumatore finale, in questo caso il soggetto percosso, di trasferire il peso

dell’imposta al produttore o al venditore dipende dall’elasticità relativa di domanda e offerta: il lato del mercato che presenta minore

! elasticità (quindi maggiore rigidità) sarà il principale soggetto inciso, tipicamente i soggetti incisi sono entrambi.!

!

- Il consumatore finale può essere indotto a diventare complice del venditore, evitando di corrispondere l’IVA!

- C’è addirittura un incentivo a dichiarare più IVA del dovuto per aumentare le detrazioni ovvero quando chi paga l’IVA non è il consumatore

finale che non la può detrarre ma un individuo soggetto a IVA che quindi poi ha bisogno di fare una dichiarazione per l’IVA a credito.

Quindi le fatture possono essere truccate sia dichiarando meno IVA ma anche dichiarandone di più se questa poi va in detrazione. Ci

sono diversi meccanismi per contrastare questo tipo di problema, l’idea della lotteria grazie alla quale siamo incentivati a chiedere lo

scontrino perché lo scontrino poi diventa il nostro gratta e vinci. Quindi l’economista si chiede se costi di più contrastare l’evasione dell’IVA

! con metodi tradizionali mettendo qualcuno fuori dal negozio che fa il controllo dello scontrino o finanziare direttamente lotterie del genere.!

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IVA e UE !

Tutte le volte che abbiamo a che fare con imposte e con scambi che avvengono in paesi diversi o con redditi percepiti in paesi diversi da

quello di residenza bisogna stabilire dei “principi di tassazione internazionale”. Ce ne sono per il reddito, ce ne sono anche per la tassazione

delle merci. Significa che un’imposta che colpisce lo scambio delle merci può essere applicata seguendo due principi: in base al “principio

dell’origine” la tassazione avviene nel paese in cui c’è la produzione del bene venduto o del servizio prestato, in base al “principio della

destinazione” la tassazione avviene nel paese in cui c’è il consumo. Fosse stato reddito prodotto all’estero da un residente in Italia: in base

al “principio della residenza” si paga un’imposta nel paese in cui è residente chi ha prodotto il reddito, in base al “principio della fonte” si

paga l’imposta sul reddito nel paese in cui è avvenuta la percezione del reddito. Bisogna applicare questo tipo di principi per evitare il

problema della doppia tassazione.! 23 di 40

L’applicazione di questi due principi porta diverse conseguenze: se si applica il principio dell’origine, quindi se si applica sul bene acquistato

l’aliquota da pagare vigente nel paese in cui questo bene è prodotto allora si garantisce la “neutralità” del luogo di acquisto, non alterando i

prezzi relativi tra beni importati e beni prodotti internamente. Inoltre ci sono ripercussioni diverse sulla “ripartizione del gettito” tra gli Stati

coinvolti. Quindi il problema dal punto di vista dell’UE è dato dal fatto che finché ci sono le barriere doganali possiamo applicare il principio

dell’origine o della destinazione, se non ci sono più le barriere doganali allora bisogna trovare un modo per gestire le imposte sul consumo

!

all’interno di un’area vasta di consumo ma sottoposta a legislazioni differenti.!

Prima del 1973 valeva il principio della destinazione quindi si pagava l’imposta nel luogo in cui avveniva il consumo, dal 1993 si provò ad

applicare il principio dell’origine quindi il paese in cui avviene il consumo deve restituire parte del gettito al paese in cui è avvenuto

l’acquisto. La Commissione Europea facendo lavorare una serie di esperti nel 1993 aveva proposto una soluzione di questo tipo: una

armonizzazione delle aliquote così già armonizzando le aliquote poi non c’è differenza perlomeno tra i prezzi dei beni importati e non

importati e una camera di compensazione per la redistribuzione del gettito dal paese di origine a quello di destinazione. Vent’anni dopo nel

2014, la Commissione Europea dichiara il fallimento di questo tentativo, il principio dell’origine non è realizzabile all’interno dell’UE, resta in

!

vigore il principio di destinazione e a questo punto si stabilisce una nuova fattispecie di evento che è l’acquisto intracomunitario. !

!

IVA e UE: il commercio elettronico!

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Il commercio elettronico può essere di due tipi:!

“commercio diretto” quando acquistate un bene digitalizzabile e quindi ve lo consegnano direttamente al momento dell’acquisto, per

• esempio scaricate un libro su iBooks, acquistate un software e così via. Per quanto riguarda il commercio diretto l’UE ha stabilito che è da

considerare alla pari di uno scambio di servizi (e non di beni) e il luogo di prestazione di tali servizi, dove deve avvenire la tassazione, è

! quello in cui ha la residenza il committente.!

“commercio indiretto” tipicamente l’acquisto tipo e-bay o quando acquistate su un sito un determinato prodotto, acquistate in modo

• elettronico quindi con la carta di credito, pay-pal etc. ma il bene è consegnato in termini fisici nella maniera tradizionale. Per quanto

riguarda il commercio indiretto l’UE ha stabilito che questo commercio dev’essere trattato come un commercio tradizionale quindi vale il

! principio di destinazione. !

!

IVA e UE: armonizzazione !

Nonostante sia fallito il tentativo del principio dell’origine è comunque un obiettivo dell’UE. All’inizio riguardava solamente le aliquote, l’UE

prevede che la aliquota ordinaria sia una sola e che non sia inferiore al 15%, prevede che ci siano massimo due aliquote ridotte a meno che

non fossero pre-esistenti (per esempio l’IVA al 4% applicata in Italia pre-esistente), non sono previste aliquote maggiorate per alcuni beni

come per esempio i beni di lusso. Il quadro comunitario di armonizzazione prevede quindi per le aliquote ordinarie una variabilità che va dal

17% al 27%. Armonizzare però non vuol dire solo armonizzare le aliquote, ma porrebbe voler dire anche armonizzare la tipologia specifica

!

dei beni sottoposti a queste aliquote, il metodo di imposizione, il metodo di riscossione e così via. É quindi difficile armonizzare le aliquote.!

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LE IMPOSTE LOCALI IN ITALIA!

Le principali imposte locali in Italia sono IRAP (imposta regionale sulle attività produttive), addizionale IRPEF, ICI (imposta comunale sugli

immobili) in vigore dal 1992 al 2008. Dopodiché nel 2009 con l’approvazione della Legge Delega sul federalismo fiscale anche il panorama

!

delle imposte locali era un po’ variato, poi nel 2011 con il governo Monti è cambiato di nuovo.!

!

IRAP: elementi costitutivi !

L’IRAP viene introdotta nel 1998, si tratta di una novità in Italia, poco diffusa. É un’imposta regionale quindi ad ogni Regione spetta il tributo

in relazione a quanta base imponibile è realizzata nel territorio di competenza: quindi imposta regionale sia per quanto riguarda il potere di

effettuare determinate variazioni rispetto a questa imposta sia per quanto riguarda la residenza della base imponibile (è la base imponibile

realizzata nel territorio di competenza). Il “presupposto” è l’esercizio abituale di attività organizzate in maniera autonoma e dirette alla

produzione o allo scambio di beni e alla prestazione di servizi. I “soggetti passivi” sono imprenditori individuali, società, enti commerciali e

non, produttori agricoli titolari di reddito agrario, esercenti arti e professioni, amministrazioni pubbliche, enti e società non residenti (per la

parte di valore aggiunto prodotto nel territorio regionale), per lavoratori autonomi e professionisti vale il requisito di autonoma

organizzazione. La “base imponibile” è il valore aggiunto netto con ulteriori correzioni più recenti rispetto al 1998 che escludono il costo del

lavoro a tempo determinato (il valore aggiunto netto l’abbiamo già visto quando abbiamo parlato dell’IVA, il valore aggiunto poteva essere

definito come valore aggiunto lordo, valore aggiunto netto in riferimento alla quota di ammortamento degli investimenti o valore aggiunto di

tipo consumo che è quello utilizzato dalla definizione dell’IVA). L’“aliquota” dell’IRAP è pari al 3,9% stabilita dallo Stato che però la Regione

può aumentare o diminuire fino allo 0,92%. La Regione può anche differenziare per settori di attività e categorie di soggetti passivi (cosa che

tipicamente avviene per banche e assicurazioni, settore agricolo e ittico, enti pubblici). Nel 2009 è stato previsto un blocco dell’autonomia

cioè della possibilità per le Regioni di variare l’aliquota d’imposta, poi è stata riassegnata a partire dal 2011 e collegata alla possibilità di

variare le aliquote dell’addizionale IRPEF. In altre parole l’autonomia utilizzabile in base all’IRAP, cioè la possibilità di aumentare o diminuire

l’IRAP o addirittura di alterarla, non poteva essere utilizzata insieme all’autonomia dell’addizionale IRPEF cioè non si poteva finanziare

!

direttamente l’IRAP attraverso aumenti dell’addizionale IRPEF troppo elevati.!

!

IRAP: la base imponibile!

Il valore aggiunto, come abbiamo già visto, è il valore prodotto in termini di beni e servizi da parte di un’impresa, in un determinato periodo

temporale, attraverso l’utilizzo di fattori produttivi e al netto dei costi sostenuti per materie prime e beni intermedi. Il valore aggiunto netto

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detrae anche i costi di ammortamento, quindi tiene conto del deperimento del capitale fisico nel periodo di riferimento. Il valore aggiunto si

calcola sommando le remunerazioni dei fattori produttivi (salari, interessi, rendite, profitti etc.) oppure come differenza tra valore della

produzione e costi per materie prime e prodotti intermedi che è il metodo che viene utilizzato per l’IRPEF. Per alcuni settori specifici ci

!

possono essere casi particolari di definizione della base imponibile.!

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IRAP: deduzioni!

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Le deduzioni previste dall’IRAP sono:!

deduzioni stabilite a favore delle imprese più piccole, decrescenti a partire da 8.000 euro per contribuenti con base imponibile pari a

• 180.759,91 euro (per le imprese individuali, le società di persone diverse dalle imprese agricole e gli esercenti arti e professioni, il livello di

! partenza è pari a 13.000 euro).!

dal 2015 è escluso dalla base imponibile l’intero costo del lavoro per i dipendenti a tempo indeterminato, ad esclusione delle

• amministrazioni pubbliche e degli enti non commerciali per attività istituzionali (questa esclusione è valida per 3 anni fino ad un massimo di

! 15.000 euro l’anno).!

l’IRAP pagata sulle spese di personale e assimilato, al netto delle deduzioni spettanti, è a sua volta deducibile dalla base imponibile

• dell’IRPEF e dell’IRES (a seconda che siate un’impresa o una persona fisica). L’IRAP relativa agli interessi passivi dà invece diritto a una

deduzione del 10% dell’IRAP residua. Quindi ci sono un po’ di elementi che complicano il calcolo della base imponibile ma vanno nella

! direzione in realtà di non scoraggiare il ricorso a determinati fattori produttivi.!

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IRAP: natura, finalità ed effetti del tributo!

Natura: colpisce i redditi non in capo al percettore del reddito bensì prima della loro distribuzione, in capo a coloro che esercitano attività di

produzione di beni e servizi. É un’imposta giustificata dall’applicazione del principio del beneficio. Quando abbiamo visto i modi con cui si

può distribuire il carico tributario abbiamo visto due possibili principi, il principio della capacità contributiva ma a livello locale si può anche

fare riferimento al principio del beneficio o della controprestazione: in questo senso l’IRAP è vista come controprestazione per la fruizione di

servizi pubblici locali regionali per esempio illuminazione, strade o parcheggi, e per la creazione di costi causati alla collettività locale dalle

!

attività di produzione quindi una sorta di compensazione per le esternalità create da questa attività di produzione.!

Finalità: scopo di semplificare il quadro delle imposte regionali perché sostituisce una serie di altre imposte che gravavano sulle imprese

e aumentare l’autonomia e la responsabilità delle Regioni (all’interno di determinati paletti stabiliti dall’amministrazione centrale vale a dire

un’aliquota di base del 3,9% che può essere variata dalla Regione come abbiamo visto). C’è poi anche un’argomento che fa riferimento

all’efficienza economica: l’idea è che questo tipo di imposta quando è nata tassava di fatto tutti i fattori di produzione alla stessa maniera.

Uno dei problemi che abbiamo visto collegati alle imposte dirette è il seguente: quando un’imposta diretta fa variare il prezzo relativo di un

bene rispetto a quello degli altri beni si introduce inefficienza perché si crea effetto di sostituzione (gli individui tendono a variare il rapporto

con cui consumerebbero determinati beni a seguito dell’introduzione dell’imposta) quindi un’imposta che colpisce i fattori produttivi per

cercare di essere efficiente dovrebbe a sua volta tassare alla stessa maniera tutti i fattori di produzione, questo però vuol dire tassare sia il

!

lavoro (che richiede un certo tipo di sforzo e che riguarda soprattutto la vita delle persone) sia il capitale alla stessa maniera:!

per quanto riguarda il capitale l’IRAP introduce un cuneo che riduce il ricorso al debito in quanto prevede la non deducibilità degli interessi

• passivi. Essendo però il sistema preventivamente distorto a sfavore del capitale proprio, l’effetto dell’IRAP è quello di ridurre la disparità di

! trattamento tra capitale proprio e debito.!

per quanto riguarda il lavoro l’IRAP aumenta il costo del lavoro e quindi ne distorce l’utilizzo verso il basso (questo è il nostro problema dal

• punto di vista dell’allocazione del fattore lavoro) per questo sono stati introdotti dei correttivi come la possibilità di deduzioni, ma l’idea di

fondo è che l’IRAP è un’imposta neutrale nel senso che non discrimina tra capitale e lavoro e non distorce quindi la scelta allocativa

relativa tra i fattori. Anche se di fatto come abbiamo visto, dal 2015 in poi il costo del lavoro a tempo indeterminato è uscito dalla base

! imponibile dell’IRAP.!

Riassumendo. L’IRAP è un’imposta regionale di cui dobbiamo ricordare come sono definiti gli elementi costitutivi quindi il presupposto, il

soggetto passivo, la base imponibile, l’aliquota, quale sia la possibilità delle Regioni di variare l’aliquota e anche la ragione economica di

questa imposta quindi semplificazione, aumento dell’autonomia delle Regioni e anche un tentativo di efficienza economica attraverso una

!

non discriminazione/neutralità di tassazione dei fattori di produzione. !

!

Addizionali all’IRPEF!

Il secondo metodo di finanziamento che forse chiamare imposta è poco corretto è l’addizionale IRPEF. Esiste dal 1997, viene applicata al

!

reddito imponibile IRPEF, si applica a Comuni e Regioni (anche se inizialmente era stata prevista anche per le Provincie):!

per quanto riguarda le Regioni l’addizionale all’IRPEF prevede una “componente obbligatoria” definita dal governo centrale, inizialmente

• pari allo 0,9% e dal 2011 in poi è diventata pari all’1,23% (quindi a tutte le aliquote dell’IRPEF si aggiunge ad ogni Regione l’1,23% che fa

riferimento alla regione di Residenza del percettore del reddito). Inoltre ogni Regione può ricorrere ad una “componente facoltativa” entro i

limiti stabiliti dal governo centrale: il limite massimo per le Regioni era dello 0,5% con la possibilità di prevedere una certa progressività. Il

problema di questa progressività è che o l’addizionale è identica per tutti gli scaglioni di reddito oppure se si discrimina bisogna prevedere

un’aliquota diversa per ogni scaglione di reddito. Dal 2015 l’aumento massimo dell’addizionale IRPEF regionale è del 2,1% quindi sono

valori molto elevati. La maggiore progressività può essere realizzata all’interno degli scaglioni già esistenti dell’IRPEF (cioè le Regioni non

possono creare ulteriori scaglioni) e il primo scaglione è sempre escluso. Le Regioni possono decidere di introdurre deduzioni per carichi

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familiari. Quindi rispetto all’addizionale IRPEF le Regioni hanno il potere sia di variare l’aliquota dell’addizionale sia di variare anche la

! base imponibile perché introducendo delle deduzioni di fatto cambia la base imponibile.!

per quanto riguarda i Comuni esiste solo la “componente facoltativa” inizialmente pari allo 0,5% e poi aumentata allo 0,8%. Il Comune

• deve arrivare gradualmente all’aliquota di addizionale massima (quindi per esempio quando è stata introdotta l’addizionale IRPEF dello

0,5% i Comuni potevano raggiungere questa misura nel giro di 3 anni con un aumento massimo per anno dello 0,2%). Per diversi anni è

stata congelata la possibilità per i Comuni di far variare questa aliquota quindi per esempio paradossalmente i Comuni che hanno

introdotto subito l’addizionale IRPEF (e quindi hanno un po’ penalizzato i cittadini che abitavano sul loro territorio) sono stati premiati,

quelli che non l’avevano ancora introdotta invece non potevano introdurre l’addizionale IRPEF. Quindi poi nei blocchi successivi è stata

data la possibilità di far variare l’aliquota dell’addizionale IRPEF solo in quei Comuni che ancora non l’avevano introdotta. Dall’anno scorso

tutti i tributi comunali compresa l’addizionale IRPEF sono bloccati. Anche per i Comuni c’è la possibilità di esenzione per i redditi più bassi

! e la possibilità di introdurre deduzioni per carichi famigliari.!

!

Imposta comunale sugli immobili ICI !

Nel 1992 viene introdotta un’imposta straordinaria sugli immobili, che come tutte le imposte straordinarie in Italia diventa ordinaria l’anno

dopo, che si chiama ICI (imposta comunale sugli immobili). L’imposta sugli immobili a livello locale è un’imposta molto diffusa basata sul

principio del beneficio ovvero a seconda di dove si abita, l’idea di un’imposta sugli immobili è quella di collegare i benefici che derivano

dall’abitare in un determinato Comune o in una determinata area ai costi che bisogna sostenere per finanziare questi benefici come la

gestione delle strade, illuminazione, verde, raccolta dei rifiuti etc. Il “presupposto” dell’ICI è il possesso di fabbricati, aree fabbricabili e terreni

agricoli quindi immobili abitativi ma anche terreni. I “soggetti passivi” sono i titolari dei diritti reali quindi non solo la proprietà ma anche

l’usufrutto, l’uso, l’abitazione. La “base imponibile” è il valore degli immobili, non il valore di mercato ma il valore come determinato sulla

base di rendite catastali quindi determinato per legge. Le “aliquote e riduzioni” sono determinate dal Comune all’interno di limiti statali.

Quindi lo Stato determinava un’aliquota base per quanto riguarda l’ICI, i Comuni potevano decidere se aumentarla o diminuirla, potevano

decidere anche se discriminare tra abitazione principale e tutte le altre abitazioni: solitamente c’era un’aliquota ridotta per l’abitazione

principale, per l’abitazione principale era anche possibile per i Comuni introdurre delle detrazioni, per le abitazioni diverse dall’abitazione

principale c’era tipicamente un’aliquota più elevata. Questo fino al 2008 quando poi Berlusconi vince le elezioni anche con la promessa di

abolire l’ICI sulla prima casa, promessa che viene mantenuta creando non pochi problemi alle finanze a livello locale. Quindi dal 2008 l’ICI

sulla prima casa è stata abolita e l’ICI sparisce definitivamente nel 2011 quando viene sostituita dall’IMU. Vi parlo dell’ICI che è un’imposta

che non esiste più perché di fatto l’idea del’ICI è ancora mantenuta per quanto riguarda tutte le imposte che colpiscono la casa a livello

locale: quindi la base imponibile è sempre la stessa e gli elementi costitutivi delle altre imposte richiamano quelli dell’ICI. É anche molto

importante perché negli anni 90 aumenta la capacità degli enti locali di finanziarsi da soli e l’ICI per quanto riguarda i Comuni ha dato il

!

contributo principale. !

!

L’effetto della riforma 2009: imposte comunali!

Nel 2001 viene riformata la Costituzione e tra le variazioni di quella riforma costituzionale c’era anche la variazione dell’articolo 119 che

riguarda l’autonomia tributaria di Regioni, Province e Comuni. In attuazione di quell’articolo 119 nel 2009 il Parlamento approva una Legge

Delega per dare la possibilità al Governo di legiferare su questa attuazione. Come voi sapete la potestà legislativa appartiene al

Parlamento, quindi l’unico che può fare le leggi in Italia è il Parlamento tranne in due casi: quando il Governo approva dei decreti che hanno

valore di legge detti decreti-legge (che però valgono 60 giorni quindi il Governo può approvare un decreto-legge che crea degli effetti

economici e giuridici ma se non è convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni decade) oppure il Governo può approvare una legge se

è delegato specificamente dal Parlamento attraverso una legge-delega che è quello che è successo per esempio nel 2009. Il Parlamento

approva una legge stabilendo dei paletti, il Governo approva degli atti aventi valore di legge che si chiamano decreti legislativi che sono i

decreti attuativi collegati a questa Legge delega. Uno dei decreti attuativi collegati alla Legge Delega del 2009 nota anche come Legge

Calderoli è quello approvato nel 2011 ancora all’interno del governo Berlusconi e che riguarda le imposte comunali. Questo decreto

legislativo prevedeva due fasi, siamo in un mondo in cui c’è l’addizionale IRPEF, c’è una compartecipazione all’IRPEF per finanziare i

Comuni, ci sono dei trasferimenti, c’è l’ICI, ci sono un sacco di canoni, imposte secondarie per esempio l’imposta sulla pubblicità e questi

sono i modi che ha il Comune per finanziarsi. Cosa importante, nella Legge Delega c’è scritto che i metodi per finanziarsi dei Comuni sono

sostanzialmente le addizionali, le compartecipazioni e le imposte autonome che possono colpire gli immobili ma (nella Legge Delega c’è

scritto) non possono colpire l’abitazione principale. Quindi nel decreto legislativo approvato dal Governo non ci può essere la tassazione

della prima casa perché altrimenti quel decreto violerebbe la Legge Delega e quindi non avrebbe valore. Si ha una fase transitoria che dura

!

due anni e poi una fase a regime (per intenderci non siamo ancora arrivati alla fine della fase transitoria).!

La fase transitoria prevedeva un “fondo di riequilibrio” (perché sostanzialmente l’articolo 119 sottolineava la possibilità di finanziare i Comuni

attraverso trasferimenti però come tante cose in Italia cambia il nome ma non cambia sostanza, non si possono più chiamare trasferimenti

quelli dati dallo Stato ai Comuni ma si chiama fondo di riequilibrio) che è un fondo finanziato con compartecipazioni a tributi erariali

immobiliari, alcune compartecipazioni al 20% altre al 30%. Prevedeva poi una “compartecipazione all’IVA” che doveva sostituire la

compartecipazione all’IRPEF. La compartecipazione è una quota di un tributo che va ad una determinata amministrazione ad un’altra

amministrazione: la quota di compartecipazione è stabilita dall’amministrazione che riceve il gettito di quel tributo quindi per esempio nel

caso dell’IVA lo Stato raccoglie il gettito dell’IVA e poi stabilisce che una quota di questo gettito è assegnato ai Comuni, quindi di fatto la

compartecipazione è un altro tipo di finanziamento perché è lo Stato che decide quanto riversa ai Comuni di un gettito che però è

suo. Prima della compartecipazione all’IVA era prevista una compartecipazione all’IRPEF (quindi la stessa cosa solo che invece di prendere

i soldi dal gettito dell’IVA sono presi dal gettito dell’IRPEF): perché si passa dall’IRPEF all’IVA? Probabilmente i sindaci per criteri di equità

preferiscono la compartecipazione al gettito di un tributo che sia distribuito in maniera più uniforme sul territorio. Pensate al fatto che ci sia

una Regione come la Lombardia in cui il reddito pro-capite è due volte e mezzo il reddito di un’altra Regione per esempio la Calabria, allora

un’uguale quota di compartecipazione al gettito dell’IRPEF per esempio dell’1% vuol dire € 10 in Calabria e € 25 in Lombardia. Quindi i

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Comuni che risiedono in una Regione in cui il reddito pro-capite è più basso hanno diritto a meno soldi pur in presenza di parità di aliquote di

compartecipazione. Per questo motivo invece compartecipare al gettito di un’imposta la cui base imponibile è distribuita in maniera più

uniforme sul territorio è maggiormente equo. Quindi tutti contenti di scrivere compartecipazione all’IVA invece che compartecipazione

all’IRPEF, tranne per il fatto di accorgersi dopo un po’ che non si sapeva quanto assegnare ai singoli Comuni per quanto riguarda la

compartecipazione all’IVA. Allora in via sperimentale è stato detto che bisognava guardare i dati a livello provinciale, quindi di fatto tutti

Comuni all’interno della stessa Regione avevano diritto alla stessa quota di compartecipazione all’IVA. Non solo, in via di prima

assegnazione dato che tutti i calcoli erano stati fatti sulla compartecipazione all’IRPEF, si è scelto che la compartecipazione all’IVA doveva

essere stabilita in base ad un’aliquota che avrebbe assicurato un gettito pari ad una partecipazione all’IRPEF del 2%. Era previsto poi lo

“sblocco dell’addizionale IRPEF”, l’introduzione di una “imposta di soggiorno” che prevede il pagamento di un’imposta per chi non risiede in

!

un determinato territorio ma ci dorme e di una “imposta di scopo” già esistente che viene riformata e serve a finanziare le opere pubbliche.!

La fase a regime in più prevede un “fondo perequativo”, sostituzione dell’ICI con “IMUP” (imposta municipale principale) che comunque non

poteva colpire la prima casa e “IMUS” (imposta municipale secondaria). L’IMUP è quella che poi nel tempo viene chiamata IMU che è la

nuova imposta mobiliare che va a sostituire l’ICI. L’IMUS doveva invece solo sostituire a parità di gettito una serie di altre imposte

!

secondarie a livello locale. !

!

La nuova fase transitoria dopo il 2011: l’IMU!

Dopodiché nel 2011 verso novembre Berlusconi si dimette, Napolitano va un po’ al di là dei poteri concessi dalla Costituzione, nomina prima

Monti senatore a vita e poi gli assegna il mandato esplorativo per formare un governo. Governo che poche settimane dopo approva il

cosiddetto "decreto Salva Italia" che è importante perché è un decreto (quindi un atto del Governo che ha valore di legge) che dura 60 giorni

e che può essere trasformato in legge solo da una conversione del Parlamento. Se il Parlamento converte in legge qualcosa che è in

contrasto con una legge approvata prima dal Parlamento, lo può fare perché il Parlamento può cambiare idea. In questo decreto Salva Italia

c’è scritto che viene introdotta un’imposta municipale IMU che colpisce la prima casa e prevede un’aliquota base dello 0,4% variabile da

parte del Comune, prevede anche una detrazione obbligatoria di € 200 e una detrazione obbligatoria di 50 euro per ogni figlio che ha meno

di 26 anni convivente. L’IMU sulla prima casa è estesa ad una sola pertinenza (box, cantina), il gettito è destinato ai Comuni, la potestà

regolamentare dei Comuni permette di aumentare le detrazioni fino al concorrere dell’imposta. Per quanto riguarda gli altri immobili c’è

un’aliquota di base pari allo 0,76% che il Comune può variare dello 0,3% quindi aliquota di base più alta e maggiore la possibilità di variare

l’aliquota in alto o in basso. Il gettito dell’IMU sugli altri immobili va per lo 0,38% allo Stato e per il restante ai Comuni. Quindi se il Comune

applica l’aliquota base dello 0,76% raccoglie un gettito e ne passa metà allo Stato. L’IMU è un’imposta devoluta al contrario nel senso che è

un’imposta comunale il cui gettito è devoluto in una determinata proporzione allo Stato: se il Comune aumenta l’aliquota base allora si tiene

più del 50% del gettito dell’IMU sulle abitazioni diverse da quella principale, se però il Comune abbassa l’aliquota base comunque allo Stato

deve assicurare un gettito dello 0,38% (quindi il Comune si porta a casa meno del 50% del gettito). Tutti gli sconti sono a carico del Comune

stesso anche se poi in fase di conversione del decreto di legge sono state previste alcune eccezioni per esempio le case degli anziani che

sono ricoverati in case di riposo, le case date in comodato gratuito, gli immobili locati ma soprattutto gli immobili in possesso di chi risiede

all’estero. Rispetto all’ICI oltre alle aliquote cambia anche la base imponibile. Il gettito presunto ai Comuni dall’IMU prevede un taglio dei

trasferimenti della quota di fondo di riequilibro equivalente a questo gettito. Con la Legge di stabilità del 2013 quindi approvata nel 2012

il gettito è esclusivamente attribuito ai Comuni, ad esclusione di quello derivante dagli immobili ad uso produttivo che rimane destinato allo

Stato. Viene soppresso il fondo sperimentale di riequilibrio FSR e viene sostituito dal fondo di solidarietà comunale, infine viene soppressa

la compartecipazione all’IVA e viene prevista la devoluzione di ulteriori quote di tributi immobiliari per il biennio 2013-2014 (dal 2011 sono

!

state approvate una serie di norme con carattere di temporaneità).!

!

La TARES: tassa rifiuti e servizi !

Nel 2013 viene introdotta anche la TARES (tassa rifiuti e servizi) che è la tassa che sostituisce la TARSU (tassa sui rifiuti urbani). La TARSU

si pagava sia per le imprese che per le famiglie solamente sulla base dei metri quadri dell’abitazione: se abiti da solo in una casa grande

paghi un’imposta elevata, se abiti in dieci in una casa piccola paghi di meno, era basata quindi sull’idea che l’unico indicatore dei rifiuti

prodotti da un’immobile fosse la dimensione dell’immobile. La TARES invece introduce una correzione: i soggetti passivi sono come per la

TARSU possessori, occupanti o detentori a qualsiasi titolo di locali o aree scoperte suscettibili di produrre rifiuti urbani. É composta da una

componente rifiuti e da una componente servizi (importante perché poi la TARES è stata sdoppiata in due). La “componente rifiuti” prevede

il pagamento di una tassa collegata sì alla dimensione del locale occupato ma anche alla dimensione della famiglia che occupa questo

locale, quindi per esempio per le famiglie più piccole ci sarebbe stato uno sconto di imposta. C’è anche una “componente servizi” vale a dire

che questa tassa finanzia non solo il servizio di raccolta rifiuti ma anche tutti gli altri servizi comunali: questa componente prevedeva anche

!

in questo caso una possibilità di far variare l’aliquota da parte dei Comuni. !

!

La IUC: IMU, TASI, TARI!

Nel corso del 2013 nuovi interventi del legislatore modificano in maniera rilevante la tassazione immobiliare degli enti locali. Con la Legge

85 del 2013 viene inizialmente sospeso il pagamento dell’IMU sulla prima casa e poi il pagamento dell’IMU è definitivamente abolito con la

conversione in legge di un decreto del Governo all’inizio del 2014 (ad oggi quindi l’IMU sulla prima casa non è dovuta). La legge di stabilità

2014 introduce una “imposta unica comunale” IUC che raccoglie IMU, TASI e TARI. L’IMU colpisce le abitazioni diverse dalla seconda casa.

TASI e TARI sono le due componenti della TARES. La TARI è la componenti rifiuti della TARES, la TASI è la componente servizi indivisibili

della TARES. Quindi per quanto riguarda l’IMU si conferma l’esclusione dell’abitazione principale con eccezione dei castelli e di altri immobili

!!

come i fabbricati destinati ad alloggi sociali.!

! 27 di 40

!

La TASI!

La TASI (tributo sui servizi indivisibili) sostituisce la TARES per la sua parte relativa ai servizi indivisibili. Il presupposto impositivo della TASI

è il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di fabbricati, ivi compresa l’abitazione principale come definita ai fini dell’imposta municipale

propria, di aree scoperte nonché di quelle edificabili, a qualsiasi uso adibiti. Il soggetto passivo è il detentore o possessore delle unità

immobiliari soggette al tributo. La base imponibile corrisponde a quella prevista per l’IMU. La TASI a differenza dell’IMU e dell’ICI nasce

proprio con questa idea di finanziare specificatamente i servizi indivisibili quindi nasce non con una logica di imposizione patrimoniale

com’erano l’ICI e l’IMU ma con una logica di imposizione davvero basata sul principio del beneficio (o della controprestazione) appunto

perché il gettito dev’essere utilizzato per finanziare questi servizi. Non solo, i servizi indivisibili a disposizione del Comune servono

all’abitazione ma sono utilizzati non tanto dal proprietario della casa quanto da chi abita nella casa, quindi una parte della TASI è pagata

!

anche da chi abita la casa nel caso non sia il proprietario.!

!

La TARI!

La TARI (tassa sui rifiuti) sostituisce la TARES per la sua parte relativa al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Non cambiano i criteri

che ne determinano l’ammontare, però i Comuni possono prevedere criteri maggiormente collegati alle quantità di rifiuti effettivamente

prodotte, nonché riduzioni per alcune fattispecie. In continuità con TARSU, TIA e TARES, il gettito della TARI deve prevedere la copertura

integrale dei costi del servizio. In altri termini, i Comuni non possono né offrire un servizio in perdita né accumulare profitti sullo stesso.

Quindi la particolarità di queste imposte è che devono finanziarie i servizi al 100%, non di più e non di meno, vuol dire che se da un anno

all’altro ci si accorge che il gettito dell’imposta non finanzia interamente il servizio dei rifiuti, la tassa deve aumentare, così come deve

!

diminuire se finanzia più del 100% cioè non si può sostanzialmente fare profitto sul servizio di raccolta e gestione dei rifiuti.!

Altre imposte che dal 2015 fanno parte del panorama italiano sono “imposta di scopo” e “imposta di soggiorno”. Le imposte di scopo

possono essere introdotte dai Comuni quindi non sono obbligatorie e servono a finanziare fino a un massimo del 50% la produzione di un

investimento in opere pubbliche. L’imposta si può applicare per un massimo di 10 anni, dev’essere rimborsata se l’opera pubblica non è

cominciata entro 2 anni dal pagamento dell’imposta. L’imposta di soggiorno è un’imposta facoltativa assegnata ai Comuni capoluogo di

provincia, unioni di Comuni e Comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte, si applica in proporzione al prezzo,

sino a 5 euro per notte di soggiorno. Il gettito è finalizzato alla copertura dei servizi che coprono i costi determinati da questo tipo di attività:

questi elenchi sono elenchi regionali quindi secondo la legge non tutti i Comuni possono applicare l’imposta di soggiorno, solo i capoluoghi

!

di provincia e i Comuni che sono inseriti in questo elenco.!

!

LA TEORIA DEL FEDERALISMO FISCALE!

Vediamo ora da un punto di vista amministrativo, politico e storico ma anche dal punto di vista economico come lo Stato può organizzare le

sue attività. Abbiamo detto che l’attività economica dello Stato è composta sostanzialmente da questi compiti: stabilizzazione dell’economia,

allocazione di beni e servizi, redistribuzione delle risorse. Ci si può chiede se ha senso che lo Stato centrale faccia tutto questo da solo o se

si possa organizzare in modo tale da far fare alcune di queste attività a enti decentrati. Nel caso italiano gli enti decentrati sono stati

storicamente Regioni, Province, Comuni. Poi si sono sviluppati altri enti, alcuni sono scomparsi, sono nate le città metropolitane, sono nate

anche forme associative di Comuni che si chiamano Comuni di Comuni o unioni di Comuni. Tutto questo perché probabilmente ha senso

!

chiedersi chi deve fare che cosa all’interno dell’organizzazione statale: nasce così la teoria del federalismo fiscale. !

!

Le tradizionali ragioni economiche a favore del decentramento!

• maggiore efficienza nella fornitura dei beni pubblici Teorema di Oates! →

• maggiore corrispondenza dei servizi pubblici alle preferenze delle comunità locali Modello di Tiebout!

! →

• determinazione ottimale della dimensione territoriale Teoria di Buchanan!

!

Teorema di Oates!

In base al Teorema di Oates “il decentramento della produzione di beni pubblici locali induce guadagni di efficienza” (per capire cosa vuol

dire cominciamo a capire che cos’è un bene pubblico locale). Un bene pubblico locale è un bene pubblico, quindi non rivale e non

escludibile ma le cui caratteristiche di non rivalità e non escludibilità sono limitate a livello locale nel senso che valgono per un Comune, per

una Provincia, per una Regione, per un territorio determinato. In maniera un po’ più abbondante possiamo enunciare il Teorema di Oates in

questo modo “In assenza di economie di scala dalla produzione centralizzata di un bene pubblico locale e in assenza di esternalità

intergiurisdizionali, una produzione decentralizzata di bene pubblico locale comporta un livello di benessere sociale superiore o al minimo

uguale a una produzione uniforme centralizzata dello stesso”. Il Teorema di Oates dice che se valgono queste due condizioni (non ci sono

esternalità e non ci sono economie di scala) allora è sempre meglio o al limite uguale dal punto di vista dell’efficienza che la produzione di

beni pubblici locali avvenga in maniera decentralizzata quindi a capo delle singole Regioni, Stati, Comuni e non a livello centralizzato:

l’implicazione è che ciascun bene pubblico locale dovrebbe essere fornito dalla giurisdizione che ha competenza sull’area geografica più

!

piccola che internalizza costi e benefici di tale fornitura.!

!

Le ipotesi del Teorema di Oates sono:!

assenza di economie di scala (quindi costi di produzione del bene pubblico costanti)!

• ogni gruppo di individui che compone una società deve mostrare preferenze identiche (immaginate una nazione composta da due regioni,

• gli abitanti delle due regioni hanno preferenze diverse ma all’interno della stessa regione le preferenze sono identiche quindi tutti gli

abitanti di una regione hanno una determinata preferenza riguardo al consumo di un bene pubblico locale, gli abitanti dell’altra regione

hanno una preferenza diversa): !

il Governo centrale decide il livello di bene pubblico da produrre in maniera uniforme!

• 28 di 40

Se le preferenze dei due gruppi sulla quantità di bene pubblico sono diverse, la soluzione centralizzata produce una perdita di benessere.

Se le preferenze dei due gruppi sulla quantità di bene pubblico sono identiche allora produzione centralizzata e decentralizzata sono

identiche. Quindi il Teorema di Oates dice che i guadagni di efficienza sono positivi o al limite nulli passando da produzione centralizzata a

produzione decentralizzata, quindi secondo Oates è sempre meglio avere produzione decentralizzata. In questo grafico che illustra il punto

di Oates viene illustrata la quantità q di bene pubblico locale richiesto sull’asse delle ascisse, il prezzo p di vendita di questo bene sull’asse

delle ordinate, i costi marginali sono costanti e pari ai costi medi (AC = MC), D = domanda regione uno e D = domanda regione due. Se la

1 2

produzione è decentralizzata, nella regione uno viene prodotta una quantità q , nella regione due viene prodotta una quantità q . Quindi gli

1 2

abitanti della regione uno sono disposti a pagare meno degli abitanti della regione due per le stesse quantità di bene pubblico locale, per cui

c’è una preferenza inferiore rispetto al bene pubblico locale tra gli abitanti della regione due: se la regione uno può decidere quanto bene

!

produrre ne produce q mentre invece la regione due decide di produrne q .!

1 2

Se lo Stato invece produce bene pubblico locale, essendo la sua produzione uniforme su tutto il territorio, dovrà scegliere una misura di q

compresa tra q e q . Potrebbe scegliere di produrre q su tutto il territorio, q su tutto il territorio oppure di produrre un’altra quantità

1 2 1 2

intermedia qx. Cosa succede se produce una quantità uniforme? Vuol dire che sta obbligando gli abitanti della regione uno a consumare più

bene pubblico locale di quello che sarebbero disposti a consumare: devono pagare un prezzo pari a p quindi un prezzo più elevato di quello

che sono disposti a pagare per consumare esattamente quella quantità di bene pubblico che lo Stato li obbliga a consumare. Quest’area

verde è un’area di inefficienza che deriva dall’obbligare gli abitanti della regione uno (che hanno queste preferenze) a consumare una

quantità eccessiva di bene pubblico. Analogamente per gli abitanti della regione due obbligarli a consumare questa quantità qx significa

obbligarli a consumare di meno di quanto sarebbero disposti a consumare: quindi gli abitanti della regione due pagano p per consumare

questa quantità ma sarebbero disposti a pagare di più per il bene richiesto. L’area verde è una perdita di efficienza che deriva dalla

produzione accentrata e uniforme di bene pubblico locale. Quindi se le preferenze sono omogenee all’interno della singola regione ma poi le

regioni hanno presenze diverse, se i costi di produzione prevedono assenza di economie di scala, se la produzione centralizzata del bene è

!

uniforme allora la produzione decentralizzata crea guadagni di efficienza rispetto alla produzione centralizzata. !

Ci si può chiedere perché il governo centrale possa offrire solo beni e servizi uniformi sul territorio nazionale. Una prima spiegazione

potrebbe essere quella che ci sono “asimmetrie informative” per esempio i governi locali possono avere maggiori informazioni sulle

preferenze dei loro cittadini e sui costi dei beni e servizi pubblici locali. Inoltre ci possono essere dei “vincoli politici” per esempio ci può

essere scritto nella Costituzione che se lo Stato fornisce un determinato bene sul territorio, si deve obbligare a fornirlo a tutte le giurisdizioni

nella stessa quantità per assicurare parità di trattamento dei cittadini sul territorio. Il guadagno di efficienza che si ottiene dalla soluzione

!

decentrata dipende da vari fattori:!

eterogeneità delle preferenze naturalmente se le preferenze sono omogenee su tutto il territorio non c’è differenza tra produzione

• accentrata e produzione decentrata, ma maggiore è la diversità delle preferenze maggiore è il guadagno di benessere che si ha con il

Teorema di Oates dalla soluzione decentrata. Dal punto di vista grafico questo si vede come distanza delle curve di domanda e quindi

! ampiezza delle aree verdi.! →

inclinazione delle curve di domanda minore è l’elasticità della curva di domanda, maggiore è la perdita di efficienza della soluzione

• centralizzata quindi più inclinata è la curva di domanda, maggiore è la perdita di benessere. Quindi da un punto di vista grafico passando

! da una domanda più elastica ad una domanda più rigida l’area di perdita aumenta.!

differenze nei costi (ipotesi di costo marginale di offerta costante) dipende anche dalla struttura dei costi perché se è vero che i costi

• sono costanti allora produrre poco o tanto bene pubblico da un punto di vista marginale e da un punto di vista medio porta allo stesso

sacrificio. Ma i beni pubblici locali potrebbero essere soggetti per esempio ad economie di scala quindi produrre poco bene pubblico locale

(come dovrebbe fare una regione che non ha molto interesse a produrre quel bene pubblico locale) potrebbe costare dal punto di vista del

costo unitario di più rispetto a produrre una quantità maggiore di bene pubblico locale: concetto delle economie di scala. Quindi il fatto che

! non ci siano economie di scala è particolarmente cruciale per il funzionamento del Teorema di Oates.!

!

Teorema di Oates: problemi!

!

Il problema dal punto di vista pratico del Teorema di Oates sono:!

1. curve di domanda con meccanismo di mercato rispetto al bene pubblico locale (ciascuno paga in proporzione a ciò che consuma) per

evidenziare le perdite di efficienza ma non siamo così sicuri che il meccanismo di mercato per i beni pubblici locali sia quello opportuno

per determinare il prezzo di vendita, perché tipicamente per i beni locali non è proprio la domanda che determina il prezzo ma la maggior

parte dei beni e servizi pubblici è finanziata di fatto con la fiscalità locale e non con meccanismi di domanda. Se vi ricordate, uno dei

grossi problemi dei beni pubblici era che non sapevamo quale fosse la disponibilità a pagare degli individui per quel bene. Se fosse

! possibile allocare le risorse sul mercato allora non avremmo il problema del fallimento con i beni pubblici.!

2. modello basato sullo scambio fiscale (i governi locali rispondono alla domanda dei cittadini, offrendo beni e servizi in cambio di imposte

concordate) quindi vendita di beni e servizi dallo Stato o dalla Regione ai cittadini, in realtà è la rappresentanza elettorale che governa il

! rapporto tra governi locali e cittadini. !

3. preferenze identiche degli individui della stessa comunità questo fatto non è così tanto convincente anzi il risultato del teorema potrebbe

essere considerato come al contrario, come un teorema dell’impossibilità: il Teorema di Oates dice che se le preferenze all’interno di una

regione sono omogenee allora è meglio il federalismo dal punto di vista dell’efficienza, ma uno potrebbe ribattere visto che è impossibile

! che le preferenze di tutti gli individui siano identiche all’interno della stessa regione è meglio una produzione centralizzata.!

4. assenza di spill-over cioè gli effetti di traboccamento dovuti alla non coincidenza dell’area entro cui si manifestano i benefici dei beni e

servizi pubblici locali con l’area amministrativa. Finora abbiano ragionato come se il bene pubblico locale prevedesse costi e benefici che

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corrispondono esattamente alle dimensioni territoriali dell’ente, in realtà può darsi benissimo che i benefici o i danni di una determinata

attività (o di un determinato bene pubblico locale) vadano oltre i confini amministrativi della Regione o del Comune che produce quel

bene. Facciamo un esempio per capire cosa sia un effetto di traboccamento (o spill-over): prendiamo due regioni come il Veneto e la

Lombardia, la Lombardia non è una Regione particolarmente ispirata da principi ambientalisti quindi non gliene frega niente se i suoi

fiumi sono più inquinanti, mentre invece il Veneto che ha anche il mare ed è più orientato al turismo ci tiene molto ad avere i suoi fiumi

puliti. Tra la Lombardia e Veneto c’è un lago che si chiama lago di Garda, il Veneto lavora per avere le proprie acque pulite ma se la

Lombardia non pulisce le sue acque naturalmente il lago di Garda sponda lombarda sarà inquinato e primo poi l’inquinamento arriverà

anche in Veneto. Quindi ci sono questi effetti di traboccamento, se ci sono delle esternalità sappiamo anche che il prezzo non raccoglie

! tutte le informazioni necessarie per portare ad una produzione efficiente del bene.!

Il Teorema di Oates è uno dei risultati teorici più importanti dal punto in vista della teoria del federalismo fiscale e offre questa spiegazione

del federalismo dicendo che è più efficiente perché rappresenta meglio le preferenze differenziate a livello locale: spiega quindi l’esistenza di

comunità piccole dove è più facile che ci siano preferenze omogenee. Tuttavia sul perché possiamo aspettarci preferenze omogenee

!

all’interno dei singoli territori viene in aiuto il cosiddetto modello di Tiebout, il modello di mobilità degli elettori.!

!

Modello di Tiebout!

Il modello di Tiebout è un modello di voto e migrazione perché dice sostanzialmente che gli elettori votano con i piedi ovvero gli elettori si

spostano scegliendo in questo modo il posto dove vivere e le variabili che determinano il posto dove vivere sono le imposte che bisogna

pagare a livello locale e i beni pubblici locali di cui si può godere in una determinata comunità. Quindi nel modello di Tiebout che è un

modello incentrato sul consumatore di beni e servizi pubblici, i cittadini hanno un set di preferenze per i beni pubblici locali e le imposte

locali, l’ipotesi è che siano perfettamente mobili e si spostino verso gli enti locali che offrono il mix di spese-entrate pubbliche che meglio

soddisfa le loro preferenze. Hanno informazione perfetta sull’offerta di servizi e sulle imposte di tutte le giurisdizioni. Inoltre vi è un numero

elevato di giurisdizioni dove i cittadini possono scegliere di vivere (quindi diremmo che c’è concorrenza perfetta tra le giurisdizioni). I cittadini

osservano queste giurisdizioni e vedono che vivere in determinati luoghi comporta un prezzo determinato dal livello delle imposte locali:

questo è lo scenario che ogni elettore si trova davanti. L’altra semplificazione del modello è che i cittadini non debbano lavorare o meglio i

cittadini hanno solo redditi da capitale in modo da eliminare i problemi connessi col mercato del lavoro e ai vincoli alla mobilità nel senso che

possono muoversi liberamente. Non ci sono effetti di traboccamento (o spill-over) ovvero i benefici o i danni di un bene pubblico locale sono

limitati alla giurisdizione che offre questo bene pubblico locale. Poi l’ipotesi che svilupperemo nel successivo modello di Buchanan sul fatto

che ci sia una dimensione ottima della popolazione che minimizza il costo medio di fornitura dei servizi pubblici locali che sono forniti

secondo le preferenze degli attuali residenti: questa dimensione ottima dipende dal fatto che alcuni fattori o risorse sono fissi. Gli enti locali

quindi cercano di raggiungere questa dimensione ottima, cioè la dimensione che permette di fornire il massimo possibile del bene pubblico

locale minimizzando il peso per coloro che devono finanziare queste imposte: quindi gli enti locali che sono sotto la dimensione

ottima cercano di attrarre cittadini, quelli che sono sopra la dimensione ottima invece cercano in qualche modo di liberarsene e quelli che

hanno raggiunto la dimensione ottima cercano di mantenerla. Che cosa accade in questa situazione in cui da un lato ci sono le giurisdizioni

che cercano di raggiungere una dimensione ottima (perché questa dimensione permette di minimizzare il costo dei beni e servizi pubblici

forniti) e dall’altro ci sono i cittadini che vogliono vivere nel posto che meglio rappresenta le loro preferenze? Gli enti locali cercano di

liberarsi o attrarre cittadini, i cittadini sono perfettamente mobili e votano con i piedi cioè si spostano da una giurisdizione all’altra cercando

quella che meglio rappresenta le proprie preferenze. In equilibrio quindi, ogni giurisdizione fornisce il paniere di beni e applica le imposte

!

che soddisfano le preferenze di tutti i suoi residenti e ogni cittadino è in grado di trovare la giurisdizione che soddisfa le sue preferenze. !

!

Limiti del modello di Tiebout!

ipotesi troppo astratte e restrittive per esempio il fatto che ci sia un numero molto ampio di autorità locali con un uno specifico mix di

• servizi, perché da un punto di vista numerico noi tendiamo a pensare che si tratti di città però poi le città non è che abbiano questo grande

potere dal punto di vista della capacità impositiva o della capacità di offrire beni e servizi. Inoltre anche questo modello è basato

sull’ipotesi di assenza di economie di scala, su un’ipotesi di presenza del principio del beneficio per quanto riguarda la tassazione,

! prevede informazione completa e non ci sono costi di mobilità.!

implicazioni poco soddisfacenti dal punto di vista delle indicazioni di politica perché naturalmente se i simili vogliono stare con i simili

• dovremmo aspettarci che ci siano da un lato città dove ci sono persone con un reddito elevato, dall’altro città dove ci sono persone con un

reddito poco elevato, ma magari queste persone con un reddito poco elevato vogliono spostarsi nelle città dove ci sono persone con un

! reddito più elevato per accedere ad alcuni servizi. !

! non determina il numero delle giurisdizioni che in questo caso dovrebbero essere tante quanti sono i set di preferenze degli elettori.!

C’è da dire però che, anche se a livello teorico non è particolarmente soddisfacente, molti lavori empirici evidenziano che i servizi pubblici

locali e le imposte locali hanno effetti sulla mobilità residenziale e la mobilità quindi le migrazioni possono essere spiegate proprio da queste

differenze nel mix di tasse e servizi pubblici locali. Quindi è un modello che magari teoricamente non soddisfa molto il palato ma ha buona

!!

evidenza empirica.!

!!

!!

!! 30 di 40

!

Modello di Buchanan!

C’è un altro modello incentrato su questo problema della dimensione ottimale dell’ente locale. Il modello di Buchanan non dà un’indicazione

pratica (c’è una formula ma serve solo ad evidenziare quali sono gli effetti che determinano questa dimensione ottimale): è un modello che

cerca di spiegare la dimensione ottimale più che indicarla. L’idea di Buchanan è che un ente locale può essere visto un po’ come un club,

un’associazione in cui succede che voi vi iscrivete e quindi dovrete pagare una quota associativa e pagando la quota associativa voi avete il

diritto di godere dei benefici di questo club. Quindi andate al club, pagate la vostra tessera associativa e quando siete lì c’è il biliardo oppure

una bella biblioteca da qui potete prendere tutti i libri che volete. L’idea di questo club è che più soci ha il club, minore è il costo della tessera

per finanziare il servizio offerto da questo club. Per esempio se bisogna finanziare la sala da biliardo più iscritti al club ci sono, minore è il

costo pro capite di questo servizio. Però è anche vero dall’altro punto di vista che più iscritti ci sono e più si allunga la fila per giocare a

biliardo, cioè quando voi arrivate che avete già fatto la punta alla vostra stecca ma c’è gente che gioca prima di voi. Quindi c’è questo trade-

off dell’allargamento della dimensione del club perché aumentare la dimensione del club significa diminuire il costo pro capite degli iscritti al

club ma significa anche introdurre ‘congestione’ nell’utilizzo del bene offerto dal club. Quindi uscendo dall’esempio del club e provando a

ragionare in termini di enti locali, l’idea è che ci sia un Comune che offre determinati beni e servizi pubblici: se aumenta la dimensione

del Comune, aumentano le imposte quindi a parità di beni e servizi forniti dal Comune, se aumenta la base imponibile può diminuire

l’aliquota richiesta a ciascuno per finanziare questi beni e servizi pubblici. Ma è anche vero che se aumenta la dimensione dell’ente e non

cambia la quantità del bene pubblico offerto, allora è più difficile utilizzare questi beni. Per esempio se voi siete un Comune di 8.000 abitanti

quindi un Comune non particolarmente grande e decidete di costruire nel vostro Comune una serie di palazzi, per evitare problemi di

congestione dovreste anche considerare il fatto che magari qualche parcheggio in più lo dovete costruire o magari aggiungere un’aula alle

scuole elementari sia una buona idea. Quindi Buchanan formalizza un po’ questo risultato considerando anche finalmente il ruolo delle

!

economie di scala.!

Le variabili più importanti di questo modello sono popolazione del club/ente locale n, quantità del servizio prodotto q. L’obiettivo del

presidente del club o del Sindaco è quello di massimizzare il beneficio pro capite netto BN = Bn - Cn pari alla differenza tra il beneficio lordo

pro capite e il costo pro capite di far parte di questo club/comunità locale. Il beneficio pro capite può essere immaginato in questo modo B(n,

g) cioè può essere fatto dipendere dalle due variabili importanti di questo modello, la dimensione dell’ente e quantità di servizio offerto

!

all’interno di questo ente, con queste relazioni:!

Bn = B(n, g)!

! → → 2 2

∂B/∂n < 0 ∂B/∂g > 0 ∂ B/∂ g > 0!

B è il beneficio di far parte del club, n è la dimensione di questo club quindi il beneficio come cambia rispetto alla dimensione del club? Si

riduce all’aumentare dell’ente, quindi poiché il beneficio dipende da dimensione e quantità (tenendo ferma la quantità del servizio offerto) se

aumenta la dimensione del club diminuisce il beneficio pro capite. Al contrario, se a parità di dimensione, facciamo variare la quantità offerta,

il beneficio aumenta fino ad un certo punto (cioè aumenta in maniera concava), fino a raggiungere la saturazione. Per quanto riguarda il

!

costo pro capite C possiamo esprimerlo in maniera più esplicita come:!

·

Cn = a g/n!

! → → 2 2

∂C/∂g > 0 ∂C/∂n < 0 ∂ C/∂ n > 0!

Dove a = costante, g = costo totale, n = dimensione dell’ente. Quindi se aumenta la quantità di servizio offerto, aumenterà anche il costo pro

capite. Se invece aumenta la dimensione dell’ente, il costo pro capite naturalmente diminuisce e diminuisce in maniera decrescente. Quindi

!

il Sindaco che vuole trovare la dimensione ottimale per il suo Comune deve fare questo ragionamento:!

!

max n,g BN = Bn (n, g) - Cn (n, g)!

· 2

- ∂Bn / ∂n = a g/n ! → · ·

- ∂Bn / ∂n n = ∂B/∂g g!

! ∂Bn / ∂g = a/n!

Il punto è che una variazione, per esempio un aumento della dimensione dell’ente locale dev’essere compensata con una variazione anche

della quantità dei beni e servizi pubblici offerti e queste variazioni devono essere pesate dalla quantità dei beni e servizi pubblici. Per

esempio ci saranno dei beni e servizi pubblici che sono più o meno indifferenti rispetto alla popolazione, se è un bene pubblico è veramente

un bene pubblico quindi non rivale e non escludibile il fatto che cambi la dimensione non dovrebbe cambiare nulla rispetto alla sua quantità

offerta. Mentre invece ci sono altri beni servizi pubblici che sono poco sensibili variazioni della dimensione. Però diciamo che il merito di

Buchanan in questo modello è stato evidenziare questo trade-off quindi la ricerca di un’ottima composizione, un’ottima sostituzione tra

quantità di beni offerti e dimensione dell’ente. I vantaggi di aumentare la dimensione sono per esempio il fatto che i costi vengono condivisi

ma lo svantaggio è che diminuisce la capacità dei beni e dei servizi pubblici del paese. Se uno si chiedesse quindi se esiste una dimensione

ottima degli enti locali e facesse quest’esperimento per l’Italia verrebbe fuori una curva a U: si tratta di un risultato abbastanza noto per

quanto riguarda il caso italiano. L’esercizio prevede di dividere i Comuni italiani in fasce di popolazione, misurare il costo pro capite dei

servizi per ogni fascia di popolazione e poi ordinare questi costi pro capite in ordine di popolazione. Per cui per esempio per le spese

correnti in Italia l’andamento delle spese pro capite segue questa forma. La dimensione ottimale per i Comuni italiani sta intorno ai 10.000

abitanti, quindi se abitate in un paese che ha meno di 10.000 abitanti ci potrebbe essere un certo incentivo per il vostro paese ad ingrandirsi

oppure a fondersi con un altro paese piccolino vicino per cercare di raggiungere una dimensione ottima cioè una dimensione che vi

permette di godere degli stessi beni e servizi pubblici di cui state godendo pagando un prezzo inferiore. La cosa interessante è che dopo

questa dimensione i costi ricominciano a salire, quindi non solo ci sono economie di scala ma ci sono anche diseconomie di scala: abitare in

un Comune troppo grande significa abitare in un Comune tecnologicamente inefficiente, così come nel caso di Comuni troppo piccoli.

!

Questo è vero sia per le spese correnti in generale ma sostanzialmente anche per tutte le funzioni dei Comuni.! 31 di 40

!

Altre ragioni politiche ed economiche del decentramento!

maggiore accountability poiché i governi locali sono più vicini ai cittadini e quindi da un lato possono conoscere più facilmente le

• preferenze dei cittadini e dall’altro sono anche più responsabilizzati, nel senso che raccolgono le imposte dei loro cittadini e vengono

! giudicati anche sulla base di questo.!

yardstick competition il fatto che a volte si possono raccogliere informazioni sulla qualità e sulla capacità del proprio politico locale

• guardando a quello che succede nel Comune da parte, questo forse ha un po’ più senso quando si analizzano gli Stati più che i Comuni,

ma pensate al fatto che voi abitiate in un Comune di 10.000 abitanti, vicino a voi c’è un altro Comune di 10.000 abitanti, sostanzialmente i

beni e i servizi offerti dai due Comuni sono identici però il vostro sindaco vi chiede un’addizionale IRPEF più elevata rispetto a quella che

chiede il sindaco da parte a voi. Quindi il fatto che voi possiate confrontare come vengono amministrate due comunità molto simili vi

permette di giudicare meglio anche il vostro sindaco. Oppure a livello di due Stati se in uno Stato vi dicono che bisogna aumentare le

imposte perché c’è la crisi internazionale ma poi vedrete che nello Stato da parte al vostro che è identico al vostro i politici non hanno

aumentato le imposte ma hanno fatto qualcos’altro allora potete andare dai nostri governanti e far notare che un’alternativa c’è. Avendo a

! disposizione più giurisdizioni sono possibili questi confronti, è possibile raccogliere informazioni per giudicare meglio i propri politici.!

laboratory federalism altro argomento è il federalismo di laboratorio in cui l’idea è che a livello locale è possibile sperimentare anche

• forme innovative di fornitura di determinati beni e servizi pubblici. È una cosa interessante perché se si fa un esperimento a livello locale, i

benefici e i danni di questo esperimento sono limitati a livello locale: se funziona allora altre giurisdizioni possono copiare quella che ha

fatto la proposta oppure anche a livello nazionale è possibile incrementare questa proposta, se invece le cose vanno male il danno è

limitato a quella città. Un esempio di laboratorio a livello locale è stato quello sulla legge elettorale: nel 1993 in Italia è stata introdotta una

nuova legge elettorale per l’elezione diretta dei sindaci, una legge che in fin dei conti è piaciuta molto ai cittadini e ogni tanto se ne riparla

come possibile legge elettorale a livello nazionale (perché come sapete non c’è l’elezione diretta del premier nella Costituzione

italiana). Altro esperimento fatto a livello locale negli anni 90 è il reddito di cittadinanza: prima di sperimentarlo a livello nazionale è stato

! previsto in alcune amministrazioni locali questo reddito minimo.!

maggiore crescita si tratta di un punto di domanda perché la risposta non è ancora definita, il fatto che il decentramento porti ad una

• crescita maggiore per il fatto che ci sia maggiore competizione a livello locale, ci siano meno sprechi quindi il paese sia in grado di

crescere meglio. I dati rispetto a questa tesi (che i paesi federali crescano di più rispetto ai paesi centralizzati) non sono particolarmente

! indicativi e qua resta il punto di domanda.!

!

Argomenti contro il decentramento!

spill-over effect guadagni di efficienza possono essere ridotti o annullati se la dimensione troppo piccola del governo locale fa emergere

• diseconomie di scala e se i benefici e i costi della spesa pubblica vanno oltre i confini territoriali dell’ente che li produce. Nel momento in

cui ci sono effetti di traboccamento tra politiche locali e giurisdizioni diverse c’è bisogno di un punto di vista ulteriore per colmare

questo traboccamento. Si tratta di un esternalità, vi ricordate quando abbiamo visto il caso di esternalità tra due imprese, una delle

possibilità per risolvere questa esternalità era quella di unire le due imprese: quindi se c’è un’esternalità tra due Regioni, una delle

! possibilità per risolvere il problema è quello di unire le due Regioni e fare uno Stato unitario.!

mancanza di informazione non sempre e non necessariamente, i cittadini-contribuenti hanno sufficiente informazione e potere politico

• per indurre i governi locali ad un uso efficiente delle risorse. Quindi può darsi che ci sia mancanza di informazione, in fin dei conti non è

sempre facile raccogliere informazioni sull’attività politica a livello locale. É vero che ci sono tanti giornali locali ma se volete informarti su

! come è gestita bene la vostra città, magari è più facile avere informazioni su come è gestito il vostro paese.!

competenze non sempre i governi locali hanno le competenze necessarie per adottare appropriate politiche di bilancio, la burocrazia

• locale può essere di qualità peggiore di quella nazionale. Quindi altro argomento interessante contro il decentramento fa riferimento alle

competenze, cioè al fatto che a livello locale nelle comunità più piccole possano mancare le competenze necessarie per svolgere

determinati compiti, non parlo tanto di competenze politiche quanto più di competenze tecniche dal punto di vista burocratico e

amministrativo. Qualche anno fa si era proposto di portare gli uffici del catasto dal livello provinciale al livello comunale (tutti contenti

perché così se avevano bisogno di una pratica potevano andare nell’ufficio tecnico del loro Comune): dopodiché ci si è resi conto che,

visto che le informazioni contenute in questo catasto erano difficili da gestire, praticamente nessun Comune ha deciso di chiedere questa

possibilità perché si sono resi conto che negli uffici tecnici non c’erano persone preparate a gestire questo flusso di informazioni. Quindi in

generale possiamo dire che il fatto che la comunità sia particolarmente piccola potrebbe essere un problema dal punto di vista di trovare le

! competenze necessarie per svolgere alcuni compiti.!

gruppi di pressione locali la maggiore vicinanza dei cittadini ai governi locali potrebbe anche produrre decisioni che favoriscono alcuni

• gruppi di interesse (lobbies) o individui, lasciando da parte l’interesse pubblico generale: anche i livelli di corruzione potrebbero essere più

elevati a livello locale. Il sindaco di una comunità piccola potrebbe essere anche soggetto a maggiore influenza da parte di gruppi di

pressione, non si tratta per forza di attività illegali di corruzione, però se siete un’impresa e volete fare un investimento in un determinato

territorio per cui avete bisogno di radere al suolo un bosco e andate dal Presidente del Consiglio a chiedere questo dicendo che il

beneficio che porta questo investimento sta nel fatto che vengono assunte 100 persone il Presidente del Consiglio ci pensa un attimo, se

andate invece dal sindaco di un Comune di 5.000 abitanti e gli dite senti rado al suolo il bosco però ti assumo 100 cittadini, tu sindaco gli

dici ‘subito’ anzi prendi in mano l’ascia e vai anche te a radere al suolo il bosco perché far assumere 100 persone su 5.000 abitanti

significa avere la carriera politica spianata. Quindi in questo senso il tuo potere contrattuale è ridotto rispetto a gruppi di pressione

!! particolarmente grandi e quindi potresti essere meno interessato al benessere dei tuoi cittadini rispetto ad uno Stato centralizzato.!

32 di 40

compatibilità con il raggiungimento di obiettivi generali la teoria tradizionale del federalismo fiscale riconosce il ruolo preminente del

• governo centrale per quanto riguarda la redistribuzione e la stabilizzazione, mentre circoscrive il raggio d’azione dei governi locali

nell’ambito della funzione allocativa. Quindi c’è anche un problema con la compatibilità con il raggiungimento di obiettivi generali nel senso

che se siamo una comunità di 20 Regioni in cui ognuno si fa gli affari propri e i cittadini vengono trattati in modo molto diverso tra loro

potrebbe esserci questo problema di non soddisfare i principi generali che possono essere stabiliti o dalla legge nazionale o dalla

! Costituzione.! →

problemi di coordinamento e disciplina fiscale se i governi locali si aspettano che il governo centrale li supporti sempre finanziariamente,

• non hanno forti incentivi verso l’equilibrio di bilancio. Se le relazioni fiscali tra i diversi livelli di governo non sono ben disegnate, è possibile

che i governi locali tendano ad aumentare i livelli di spesa pubblica, con effetti negativi sul bilancio dell’intero settore pubblico. È un

problema che nasce soprattutto quando lo Stato assume degli impegni a livello internazionale dal punto di vista dei conti pubblici: se per

esempio uno Stato dell’UE si obbliga a far parte di un club quindi a rispettare determinate regole, deve coinvolgere anche tutte le comunità

! locali e più comunità locali ci sono, maggiori possono essere i problemi di coordinamento e di disciplina fiscale.!

!

ASSEGNAZIONE DELLE FONTI DI FINANZIAMENTO: EVIDENZA EMPIRICA !

Valutiamo ora dal punto di vista dei dati il grado di autonomia degli enti locali. In questo ambito possiamo vedere se l’autonomia a livello

locale sia una prerogativa specifica degli stati federali oppure no. L’autonomia impositiva dà più responsabilità al sistema perché permette ai

sindaci di programmare meglio i propri investimenti e le proprie spese. Che cosa vuol dire in teoria autonomia impositiva? Significa poter

decidere le imposte da applicare ad ogni livello di governo, significa quindi decidere con riferimento alle aliquote e alle basi imponibili,

significa anche accettare e amministrare le diverse imposte. Ci sono due ordini di problemi quando si vuole misurare il grado di

!

autonomia, che è quello che trovate dal punto di vista operativo nelle definizioni. I modi per misurare l’autonomia degli enti locali sono:!

“entrate proprie degli enti decentrati in % delle entrate pubbliche totali” lasciando perdere il dato del 2010 che è quello più recente,

• l’importante è raccontare la storia. In percentuale delle entrate pubbliche totali, ci sono paesi federali in cui gli enti locali raccolgono il 16%

delle entrate proprie totali, altri come il Canada in cui invece a livello locale si raccoglie oltre il 50% delle entrate proprie totali. Quindi c’è

una grande variabilità e nel tempo c’è un incremento anche per alcuni paesi, per esempio la Spagna il cui incremento è spiegato dal fatto

che nel 1979 è stata approvata una Costituzione diversa. L’Italia è considerata un paese unitario dall’OCSE, l’Italia è un paese tra quelli

unitari in cui il rapporto tra entrate proprie a livello locale ed entrate proprie a livello nazionale è simile ad alcuni paesi federali, ci sono

paesi unitari in cui il peso delle entrate proprie locali è molto basso rispetto al peso delle entrate proprie a livello nazionale ma altri come

! per esempio la Svezia che ha una percentuale molto elevata, di gran lunga più elevata di quella di molti paesi federali.!

“entrate tributarie degli enti decentrati in % delle entrate tributarie totali” anche qui come vedete c’è una grandissima variabilità:

• guardate l’Austria com’è cambiata nel corso del tempo (da un quarto a meno del 5%), il Canada si conferma paese federale sia sulla carta

sia dal punto di vista economico. Grandissima variabilità che caratterizza anche i paesi unitari: ci sono paesi unitari in cui le entrate

tributarie a livello locale sono praticamente inesistenti, altri invece per esempio la Svezia che hanno una elevata percentuale di entrate

! tributarie a livello locale. !

Quindi il messaggio sta nel fatto che non ci sia una tendenza comune, vuol dire che la definizione di paese federale o paese unitario non è

una definizione economica ma è una definizione che di fatto deriva semplicemente da come è scritta una Costituzione o la legge

fondamentale per lo Stato. Ci possono essere paesi costruiti dal punto di vista costituzionale in maniera federale ma che poi si comportano

in maniera unitaria, cioè danno poca autonomia agli enti, altri invece che sono costituzionalmente considerati paesi unitari ma che poi

!

concedono grossa autonomia ai propri enti locali come per esempio la Svezia.!

“composizione delle entrate degli enti decentrati” le entrate sono composte da entrate tributarie, altre entrate proprie e trasferimenti

• (che vengono decisi dai livelli di governo superiori, quindi sempre ragionando nella logica di prima in cui la composizione delle entrate

degli enti decentrati prevede una quota elevata di trasferimenti, dovrebbero essere paesi in cui il livello di autonomia di questi enti è

inferiore perché i soldi da spendere sono decisi a livello centrale). Ci sono paesi che sulla costituzione sono federali ma per esempio ormai

il 50% dei soldi spesi dagli enti locali in Belgio deriva da trasferimenti dai livelli superiori. In Svizzera invece questi trasferimenti sono molto

pochi, poco più del 10%. Per quanto riguarda i paesi unitari come vedete ci sono paesi come la Finlandia dove il peso dei trasferimenti è

particolarmente basso, solo il 30% delle entrate degli enti locali finlandesi è costituito da trasferimenti. In Italia è abbastanza elevato ma

! sempre sotto il 50%. Il Regno Unito invece è decisamente paese unitario perché la spesa dipende sostanzialmente solo dai trasferimenti.!

“imposte utilizzate a livello locale” anche qui uno potrebbe chiedersi: c’è grossa variabilità sull’autonomia degli enti locali ma poi nei

• paesi federali utilizzano tutti lo stesso tipo di imposta per finanziarsi e i paesi unitari utilizzano altre imposte. E invece no, anche qui si ha

una grandissima variabilità. Ci sono paesi federali come l’Australia che per gli enti locali ha solo imposte patrimoniali, l’Austria ha

sostanzialmente imposte sul reddito delle persone, tanti paesi utilizzano invece imposte sui redditi societari oppure sui redditi da capitale e

profitti, la Spagna utilizza molto anche l’imposta sui consumi, anche gli Stati Uniti e il Canada utilizzano molto l’imposta patrimoniale per

finanziare gli enti locali. Dal punto di vista degli Stati unitari, le imposte patrimoniali vengono utilizzate in Irlanda, nel Regno Unito, la

Svezia e i paesi scandinavi di fatto utilizzano imposte sul reddito individuale, il Lussemburgo utilizza tanto imposte sul reddito delle

società, l’Ungheria utilizza molto l’imposta generale sui consumi (vi ricordo che l’Ungheria è il paese con l’aliquota IVA ordinaria più elevata

! in Europa, del 27% e la usa proprio per finanziare gli enti locali).!

Quindi si riscontrano enormi differenze sia all’interno del gruppo di paesi federali sia tra i paesi unitari. Si tratta di un mondo particolarmente

vario, ma la cosa più importante è che non si può dire che esiste un modello di paese federale o un modello di paese unitario: l’autonomia

degli enti locali e degli enti decentralizzati quando si prova a misurarla in termini economici è molto varia, anche la composizione delle

!

entrate è molto varia, i modi di finanziamento degli enti locali in paesi federali e in paesi unitari anche non segue una direzione univoca.!

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“vertical imbalance” altro indicatore per misurare l’autonomia degli enti locali che misura la quota delle entrate proprie sulla spesa

• locale, quindi vi dice della spesa locale quanto è finanziato con le entrate proprie. L’unico problema del vertical imbalance è che ogni tanto

è misurato al contrario, cioè se il vertical imbalance è misurato come rapporto tra entrate proprie e spesa locale: un elevato vertical

imbalance vi dice che quell’ente riesce a coprire la stragrande maggioranza delle proprie spese con entrate che dipendono da sé. Al

contrario se misurate il vertical imbalance come rapporto tra trasferimenti e spesa locale: un elevato vertical imbalance vi dice esattamente

l’opposto cioè che la maggior parte delle vostre spese dipendono da trasferimenti da enti superiori. Quindi quando si parla di vertical

imbalance bisogna purtroppo definire esattamente com’è composto, se sopra ci sono entrate proprie o trasferimenti. Il vertical imbalance è

sceso molto nel nostro paese sopratutto a partire dagli anni 90. I paesi unitari quindi Regno Unito e Olanda assegnano un ruolo

particolarmente importante ai trasferimenti su entrate totali mentre ci sono altri paesi come la Finlandia o il Portogallo che assegnano ai

trasferimenti un ruolo marginale. In Italia c’è stato nel corso del tempo un periodo di accentramento ma poi anche di decentramento: nel

2004 la quota di trasferimenti che finanziava le spese degli enti locali era poco sopra il 40%, adesso invece siamo tornati ad essere vicino

al 50% ma ci sono stati periodi della nostra storia repubblicana in cui le cose erano ancora peggio dal punto di vista dell’autonomia. Anche

per i paesi federali il vertical imbalance può essere particolarmente elevato, ancora una volta il Belgio, ma anche particolarmente basso

! come in Germania o in Canada.!

Questa serie di numeri mi serviva solo per dirvi e farvi sapere che dal punto di vista delle legislazioni economiche il mondo è molto vario,

non c’è sempre corrispondenza tra misurazione economica del grado di federalismo di un paese e definizione costituzionale del paese

!

stesso. Quindi chi parla dei paesi federali come paesi molto simili evidentemente non ha mai visto questi numeri.!

!

ALCUNE PROPOSIZIONI SULL’ASSEGNAZIONE DEI MEZZI DI FINANZIAMENTO!

Dopo aver visto quali sono le ragioni per cui il federalismo fiscale può essere una buona idea e aver discusso anche alcune delle ragioni per

cui il federalismo fiscale potrebbe non essere una buona idea e dopo aver visto alcuni numeri che ci hanno detto che in fin dei conti il

federalismo fiscale è più una questione costituzionale che una questione economica, cioè un paese è definito federale non in base alla

suddivisione delle entrate tra centro e periferia, quanto in base a quello che c’è scritto nella sua costituzione perché abbiamo visto che il

mondo dei paesi federali e dei paesi unitari è decisamente molto vario. Ci sono paesi unitari in cui gli enti locali gestiscono una quantità di

risorse autonome maggiore che in alcuni paesi che si definiscono federali. È interessante però concludere questa parte più teorica

!

discutendo secondo quali criteri dovrebbero essere suddivisi i mezzi di finanziamento tra centro e periferia (ci sono una serie di teorie).!

!

Teoria tradizionale del federalismo fiscale di Musgrave e Oates!

La teoria tradizionale del federalismo fiscale di Musgrave e Oates prevede che l’assegnazione dei mezzi di finanziamento dell’attività sia

strettamente collegata a quella delle funzioni di spesa. Quindi bisogna innanzitutto chiedersi cosa fanno governo centrale e governi locali,

dopodiché ci si può chiedere quali siano i mezzi più opportuni per finanziare questo tipo di attività. Secondo la teoria tradizionale il governo

centrale dovrebbe occuparsi esclusivamente di redistribuzione e stabilizzazione, quindi di fatto utilizzare le risorse pubbliche per diminuire la

disuguaglianza e per mantenere elevata l’attività economica: quindi sono attività che non possono essere finanziate da entrate che

ricordano un po’ i prezzi per dei beni, devono essere finanziate da imposte (quindi da entrate che non hanno vincolo di utilizzo) in

particolare per favorire la redistribuzione meglio ancora utilizzare imposte progressive sul reddito degli individui o imposte sul reddito delle

società. I governi locali invece hanno principalmente una funzione allocativa e secondo la teoria tradizionale dovrebbero farlo applicando

imposte raccolte però non con il principio della capacità contributiva che prevede una certa redistribuzione del carico bensì attraverso il

!

principio del beneficio: queste imposte raccolte secondo il principio del beneficio prendono il nome di ‘benefit taxes’.!

Le imposte locali secondo questa teoria dovrebbero colpire basi imponibili poco mobili e omogeneamente distribuite sul territorio per evitare

disuguaglianze di partenza tra le risorse a disposizione dei vari enti locali e fornire un gettito relativamente stabile per garantire la continuità

dei servizi offerti. Tuttavia si osserva che spesso i governi locali fanno anch’essi redistribuzione tipicamente sul lato della spesa offrendo

determinati beni e servizi a prezzi diversi a diverse categorie di persone (per esempio gli asili nido sono scontati o gratuiti per le fasce più

povere della popolazione e sono invece offerti praticamente a prezzo di mercato per le fasce di capacità economica più elevate), inoltre le

!

imposte locali se ci sono, raramente sono applicate con il principio del beneficio. La teoria tradizionale quindi spiega poco la realtà dei fatti.!

!

Teoria del Leviatano di Brennan e Buchanan!

Buchanan e Brennan propongono questa teoria del Leviatano, in base alla quale i governi non vengono sempre ritenuti benevolenti e i

politici sono ritenuti dei Leviatani. Il Leviatano era un mostro mitologico che aveva fame, continuava a mangiare e mangiare. Quindi il

politico è un Leviatano nel senso che ha fame di risorse, cioè di imposte pubbliche e utilizza appunto le imposte per massimizzare il proprio

potere di spesa perché attraverso la spesa può indirizzare il consenso, quindi utilizzare il potere di spesa per mantenere il potere e per

massimizzare il potere di spesa dovete raccogliere delle risorse quindi delle imposte. Nella teoria del Leviatano il fatto che ci siano diversi

enti locali che possano entrare in concorrenza tra di loro è un elemento positivo per limitare la voracità del Leviatano (in questo caso il

politico locale). E per aumentare la possibilità di concorrenza secondo la teoria del Leviatano, al contrario della teoria tradizionale,

bisognerebbe colpire basi imponibili particolarmente mobili perché sono quelle che si possono spostare e quindi andare dove il politico è

meno affamato. Quindi l’unico mezzo che si ha per limitare la spesa pubblica non è agire direttamente sulla spesa ma agire sulle entrate,

prima si limita ciò che foraggia la spesa pubblica e di conseguenza si limita anche la spesa pubblica: un modo per limitare la raccolta delle

risorse è quello di mettere in concorrenza tutti coloro che hanno il potere di raccogliere queste risorse. Se c’è perfetta concorrenza sul

mercato il prezzo dovrebbe abbassarsi, l’idea è che se mettiamo in competizione enti locali diversi che vogliono attrarre base imponibile, la

!

attraggono abbassando il livello delle imposte.!

La concorrenza fiscale quindi riduce il potere monopolistico dei governi, pone un limite alla possibilità di questi di aumentare le imposte e

anche la dimensione del settore pubblico, cioè la quantità di soldi che vengono spesi e raccolti. Tuttavia non sempre si può dire che i

governi sono effettivamente Leviatani cioè non si può vivere pensando di essere in un mondo in cui il politico è totalmente benevolente nei

34 di 40

confronti del cittadino ma forse non si può neanche vivere in un mondo in cui si pensa che il politico sia solo interessato a spendere soldi

per massimizzare il proprio potere. La concorrenza fiscale può anche diventare dannosa, vedremo più avanti che può arrivare ad erodere fin

troppo le basi imponibili quindi abbassando troppo le imposte non si è neanche in grado di fornire i servizi minimi necessari alla

popolazione. Non c’è inoltre nessuna evidenza empirica del fatto che la dimensione del settore pubblico sia inversamente proporzionale al

grado di decentramento: detto in altre parole, non è che i paesi più federali spendano meno dei paesi centralizzati (quindi una delle tante

formule che vengono utilizzate a livello politico per cui il federalismo porta anche ad una diminuzione delle spese è sostenuto da questa

!

teoria del Leviatano ma non è di fatto sostenuto dai dati). Anche questo approccio quindi spiega poco.!

!

Approccio positivo di Hettich e Winer!

Partendo da ciò che si osserva nel mondo (strutture tributarie molto complesse, una molteplicità di aliquote, l’esistenza di regimi speciali)

possiamo dire che gli individui hanno preferenze diverse per il sistema di tassazione e dunque anche le risposte politiche a queste

preferenze possono essere diverse. I partiti propongono misure fiscali che al solito massimizzano la probabilità di vincere le elezioni. Quello

che si osserva è che c’è quindi una lotta dei partiti tra i diversi livelli di governo per accrescere il loro potere impositivo. La distribuzione del

potere fiscale in un sistema decentrato ha quindi poco a che fare con la teoria normativa (teoria tradizionale e teoria del Leviatano) o con

quello che c’è scritto nella Costituzione di un paese. Sono i rapporti di forza tra gli enti decentrati e gli enti centralizzati che portano alla

suddivisione del potere impositivo tra gli enti: detto in altri termini, enti locali e governo centrale possono scontrarsi tra di loro per una quota

dei trasferimenti, possono anche contrattare tra loro per l’assegnazione di forme di finanziamento più autonome. In conclusione nel contesto

!

dell’assegnazione delle forme di finanziamento non c’è nessuna forte affermazione di nessuna politica, in altri termini un po’ tutto è possibile.!

!

Le ragioni per l’autonomia tributaria!

Quali sono le ragioni per l’autonomia tributaria? In altri termini, è la stessa cosa dal punto di vista dell’efficienza che un ente locale possa

spendere un euro dato da trasferimenti e un euro dato da imposte proprie/locali? Qui le teorie che danno una risposta a questa domanda si

!

sovrappongono in gran parte a quelle che giustificano l’esistenza del federalismo. !

• yardstick competition se la spesa locale è finanziata non con risorse proprie ma con trasferimenti, esistono scarsi incentivi al controllo

sull’uso di queste risorse. Perché se voi volete confrontare se è più bravo il vostro sindaco o è più bravo il sindaco del paese vicino a voi,

è più facile confrontare l’aliquota dell’IMU o dell’ICI o della TASI (quindi aliquote su cui il sindaco ha potere decisionale) invece che

confrontare la struttura dei trasferimenti che questi sindaci ricevono dal governo centrale. Quindi secondo la spiegazione della yardstick

competition non è la stessa cosa avere un euro di trasferimenti o un euro di imposte locali perché l’euro di imposte locali aumenta la

! responsabilità dei politici che possono essere controllati più facilmente dai propri elettori.!

• mobilità dei contribuenti e delle basi imponibili secondo la teoria della concorrenza fiscale, che si ha quando i governi non vengono

ritenuti benevolenti, il fatto che ci siano imposte locali è meglio del fatto che ci siano trasferimenti perché la concorrenza fiscale (fintanto

! che è positiva) può mantenere basso il ricorso all’imposizione fiscale.!

• differenze nelle preferenze (approccio alla Oates) ci sono differenze nelle preferenze e queste differenze nelle preferenze per quanto

riguarda la spesa pubblica si ripercuotono in differenze di raccolta di risorse, quindi l’ente locale che vuole soddisfare meglio le

! preferenze dei propri cittadini, con delle entrate autonome può personalizzare meglio non solo la spesa ma anche l’imposizione fiscale.!

• differenze nella dotazione di risorse certi trasferimenti tornano utili quando la base imponibile su cui vengono raccolti i tributi locali è

distribuita in maniera particolarmente eterogenea su tutto il territorio. Per esempio c’è la Lombardia che ha un reddito pro capite che è

due volte e mezzo quello della Calabria: avere un’imposta locale basata sul reddito e avere questi squilibri tra territori diversi vuol dire che

a parità di sforzo fiscale, cioè a parità di aliquota imposta dai politici locali ai cittadini, il Comune di una regione come la Lombardia riesce

a raccogliere due volte e mezzo le risorse che riesce a raccogliere un sindaco del Comune di un’altra regione più povera. Quindi i

! trasferimenti servono a parificare le risorse raccolte oppure a parificare i punti di partenza.!

• vincolo di bilancio e disciplina fiscale di nuovo l’autonomia tributaria locale permette di responsabilizzare gli enti locali rispetto alla

! realizzazione di determinati obiettivi come per esempio il rispetto del vincolo di bilancio.!

!

L’assegnazione delle fonti di finanziamento!

!

Le entrate degli enti locali si possono distinguere in tre categorie:!

!

• entrate proprie!

- →

tributi propri (o tributi propri derivati) i tributi propri non esistono in Italia, sono tributi che un ente locale può autonomamente decidere

di inventarsi: in Italia nessun ente locale può inventarsi un’imposta, l’unica cosa che può succedere in Italia e che rende questa forma di

entrata vicino ai tributi propri è che lo Stato assegni agli enti locali determinati tributi, stabilisca dei limiti di autonomia rispetto a questi

! tributi per esempio sulla determinazione della base imponibile o delle aliquote e questi tributi vengono chiamati tributi propri derivati.!

- →

addizionali sono aliquote aggiuntive che usufruiscono del gettito di un’imposta stabilita a livello locale: l’autonomia in questo caso è

! decisamente minore che nel caso precedente.!

- →

compartecipazioni sono quote di gettito di un tributo raccolto a livello nazionale (o in generale a livello superiore) che vengono

assegnate ai livelli inferiori: qui l’autonomia degli enti è nulla o quasi nulla perché è sempre l’ente che raccoglie queste risorse che può

decidere quanto di queste risorse compartecipare agli enti di livello inferiore. L’unico piccolo potere che possono avere gli enti locali da

questo punto di vista è quello della contrattazione, cioè contattare insieme al governo centrale l’aliquota di compartecipazione, ma se

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quel gettito è un gettito di un ente di governo l’ultima parola spetterà sempre a questo ente di governo. Le compartecipazioni quindi sono

! molto simili ai trasferimenti che sono il secondo metodo che c’è per finanziare gli enti locali.!

!

• trasferimenti!

!

• tariffe sono i prezzi per beni e servizi venduti dagli enti locali sul proprio territorio!

!

ENTRATE PROPRIE!

!

Tributi propri (o tributi propri derivati)!

I tributi propri dovrebbero essere tributi costituiti a legislazione indipendente, cioè in totale autonomia da parte degli enti locali: ciascun

governo decentrato costruisce e gestisce il suo sistema tributario in modo del tutto indipendente dal governo centrale e dagli altri governi

locali. Ha il massimo dell’autonomia l’ente che ha il potere di legiferare in maniera indipendente su questo aspetto, il quale può scegliere:

tipo di imposte, base imponibile, aliquote, sistema di gestione, di accertamento, di raccolta del tributo e così via (come vi dicevo non

esistono in Italia tributi a legislazione indipendente per gli enti locali). Nella realtà ai governi decentralizzati vengono assegnati dei tributi che

possono gestire nei limiti posti dal governo centrale che si chiamano tributi propri derivati: si portano dietro tipicamente vantaggi e svantaggi

!

dei tributi propri però con un grado di autonomia leggermente inferiore.!

!

Vantaggi:!

• gli enti locali possono controllare perfettamente il flusso delle proprie entrate e quindi programmare come vogliono la propria spesa!

• aumenta al massimo la responsabilità degli enti locali perché sono gli unici responsabili delle risorse che vengono raccolte!

• si crea un collegamento molto stretto tra entrate raccolte e spese effettuate!

!

• aumentano la trasparenza, la visibilità e la responsabilità dei politici!

!

Potenziali svantaggi:!

• duplicazione delle amministrazioni, perché se vuoi amministrare un’imposta, hai bisogno di una struttura tributaria anche amministrativa

per gestire questa imposta quindi devi duplicare le amministrazioni e quindi aumentano anche i costi per la gestione del tributo!

• più imposte ci sono, maggiori sono gli adempimenti richiesti agli individui!

• problema dell’esportazione dell’imposta, l’esportazione dell’imposta fa riferimento a quel fenomeno per cui le imposte vengono fatte

pagare ai non residenti: perché è un problema? se abito in un paese e le imposte le pagano quelli degli altri paesi che problema c’è,

meglio di così? Meglio di così fino ad un certo punto nel senso che se abbiamo giustificato finora la bontà degli strumenti di autonomia

con aumento della responsabilità dei politici locali quindi maggiore efficienza data dalla maggiore responsabilità, se diciamo che questi

strumenti impositivi colpiscono persone che non hanno il potere elettorale di tenere sotto controllo i politici a livello locale allora stiamo

distruggendo un argomento a favore dell’autonomia. Questo fenomeno dell’esportazione dell’imposta è abbastanza diffuso: l’imposta di

soggiorno che abbiamo visto essere un’imposta locale è per definizione un’imposta che provoca l’esportazione dell’imposta perché è

pagata esattamente da chi non risiede abitualmente in un determinato Comune, anche tutte le imposte sulle seconde case (o altre case

possedute in un Comune diverso da quello di residenza) possono provocare esportazione di imposta perché voi pagate le imposte ma

non potete con il vostro voto condizionare l’attività del sindaco a cui pagate l’imposta stessa.!

• problema della concorrenza fiscale predatoria, qui l’idea è che fare troppa concorrenza quindi abbassare troppo le aliquote porta anche

da un lato all’erosione del gettito (dato che le aliquote sono basse c’è troppo poco gettito per fornire beni e servizi pubblici a tutta la

popolazione) dall’altro si rischia di impoverire anche i paesi che subiscono la concorrenza fiscale: per esempio siamo tutti d’accordo nel

dire che la concorrenza fiscale operata dai cosiddetti paradisi fiscali sia negativa perché di fatto ruba base imponibile ai paesi che

! quindi diventano più poveri perché non possono tassare i redditi che invece sono esportati in questi paradisi fiscali.!

!

Addizionali!

Con le addizionali i governi decentrati applicano una certa aliquota sulla loro quota di base imponibile di un’imposta del governo centrale. Il

potere impositivo del governo locale in genere è limitato alla scelta dell’aliquota che generalmente è fissata dal governo centrale, in alcuni

!

casi come quello dell’Italia in realtà l’ente locale può anche decidere di limitare o ampliare la base imponibile.!

!

Vantaggi:!

• trasparenza, basta una sola aliquota per capire l’imposta (capire quale sia il sindaco più esoso tra quelli dei Comuni in cui risediamo)!

!

• molto semplice da amministrare, semplice fino ad un certo punto ovvero se l’aliquota utilizzata è una sola!

!

Potenziali svantaggi:!

• esternalità tra diversi livelli di governo, se voi siete un sindaco e avete a disposizione l’addizionale all’IRPEF potete decidere l’aliquota

fino ad un certo punto, al limite potete anche un po’ variare la base imponibile ma naturalmente non potete decidere altre caratteristiche

di questa addizionale: se lo Stato decide di fare una riforma della tassazione del reddito delle persone fisiche (cambia le aliquote, cambia

la definizione della base imponibile e così via) cambia di fatto il gettito dell’imposta e cambiando il gettito dell’imposta cambia anche il

gettito della vostra addizionale, anche se voi non fate nulla. Questo è un tipico caso di esternalità: lo Stato prende una decisione, questa

decisione crea un effetto sul gettito di un’imposta che lo Stato amministra ma crea un effetto anche sul gettito dell’imposta che

amministrate voi come sindaci. Il gettito potrebbe aumentare ma potrebbe anche diminuire e tutte le volte che c’è un’esternalità c’è

!! naturalmente un’inefficienza.! 36 di 40


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia delle imprese e dei mercati (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silvia_slaviero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Balduzzi Paolo.

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