Storia della metodologia stratigrafica
Nell'evoluzione dei metodi di scavo si assiste al passaggio dallo sterro (ricerca di oggetti preziosi) al metodo stratigrafico. Astraendo dai pionieri quali il Pitt Rivers e il Boni, la storia della stratigrafia moderna inizia con Sir Mortimer Wheeler: nel suo scavo di Maiden Castle (1936/7) egli utilizza un metodo ("metodo Wheeler") che prevede la divisione del terreno in quadrati, i quali vengono poi scavati singolarmente e in maniera stratigrafica.
Nelle varie sezioni gli strati identificati vengono numerati partendo dall'alto, mentre fra i quadrati si conservano dei risparmi di terra ("testimoni"), utilizzati per il controllo costante delle varie situazioni e il passaggio delle carriole. Tale metodo è teorizzato ne "Archaeology from the Earth" (1954), nel quale Wheeler critica i precedenti scavi a trincea, causa della distruzione dei rapporti fra strutture e stratificazione.
Egualmente, percepisce però i limiti del suo metodo: la rigidità della griglia, orientata sui punti cardinali, generalmente non coincide con la situazione sottostante, che risulta quindi difficilmente interpretabile, e i testimoni ostruiscono talvolta intere strutture murarie.
In Italia, già nel 1950, Nino Lamboglia modifica il metodo Wheeler: nei suoi scavi di Albintimilium (Lamboglia 1950) non utilizza una griglia rigida, ma modella lo scavo in base alle sue caratteristiche specifiche. Anche per lui la sezione è fondamentale, e di ogni strato esamina in dettaglio la cultura materiale (complesso dei frammenti ed eventuali oggetti interi), datando ciascuno sulla base del materiale più tardo in esso rinvenuto e su una griglia cronologica della ceramica romana, sino ad allora ignorata dagli studiosi che preferiscono dedicarsi a pezzi esteticamente più ricchi.
Il metodo Lamboglia non ha purtroppo molto seguito e spesso viene travisato, portando all'asportazione per tagli orizzontali. La prima pubblicazione italiana di un volume di metodo di scavo si ha nel 1966, con la traduzione del "Beginning in Archaeology" di Kathleen Kenyon (1961), che divulga il metodo Wheeler con scarso successo.
Alla fine degli anni Sessanta inizia un processo di superamento del Wheeler: le novità principali arrivano dal mondo anglosassone e riguardano più la strategia che il vero e proprio metodo di scavo. Martin Biddle negli anni 1960-70 applica un nuovo approccio al suo scavo di Winchester, che interessa resti di strutture medievali in legno, struttura edilizia maggiormente diffusa in Inghilterra, e che, essendo prevalentemente degradate, necessitano di un'analisi dettagliata incentrata su testimonianze labili (buchi da palo, fessure e solchi) messe poi in pianta.
Biddle abolisce la divisione in quadrati e propugna lo scavo per aree aperte; individua le tracce in modo sincronico e diventano fondamentali le planimetrie (edite ne l'"Antiquaries Journal"), nella quali sono indicati e catalogati i resti rinvenuti. Non sono presenti quote, ma la successione diacronica è testimoniata dalle sezioni. L'archeologo britannico espone i suoi principi in un articolo del 1969, "Metres, areas and robbing", distinguendo in layers (strati di terra) e features (elementi, ovvero muri, buche, fosse ecc.).
Nel 1977 Philip Barker pubblica il suo "Techniques of Archeological Excavations", originato dalle sue esperienze a Wroxeter e Hen Domen, dove sostiene lo scavo per grandi aree e l'importanza di planimetrie dettagliate e quotate delle singole fasi di vita rinvenute. La sua formazione è simile a quella di Biddle ed esposta nel volume del 1986: "Understanding Archaeological Excavations".
Le sezioni possono essere rilevate in due modi: attraverso la sezione cumulativa (lo scavo procede asportando lo strato fino a una linea prefissata; a questa ci si ferma, si disegna e si procede), che può però portare alla necessità di aggiungere nuove sezioni in corso d'opera e, quindi, all'applicazione del secondo metodo, ossia quello della sezione ricostruita (fondato sul principio che, attraverso le quote, è sempre possibile ricostruire l'andamento del profilo; il problema è dato dal fatto che le quote vengono battute solo su punti significativi delle interfacce, e quindi spesso non coincidono tra uno strato e l'altro).
Barker si occupa poi dei metodi di registrazione e dell'interpretazione dell'evidenza, della sintesi storica e della pubblicazione dello scavo. Intanto il giovane Edward Harris, formatosi con Biddle a Winchester, formula e applica il "metodo Harris" per l'organizzazione dei dati su strati ed elementi: esso risulta essere il metodo Wheeler nella sua accezione per aree aperte di Biddle e Barker. Harris aggiunge una quarta dimensione, ossia quella del tempo (oltre lunghezza, larghezza e spessore), formalizzata nell'articolo del 1975 "The stratigraphic sequence: a question of time": il suo obiettivo è quello di semplificare la registrazione dell'evidenza (e non semplificare l'evidenza) attraverso uno studio geologico e l'applicazione di principi fisici che appaiono quasi ovvi.
Harris distingue gli strati mediante l'individuazione delle loro interfacce (soluzione di continuità fra un'US e l'altra) e tutto ciò che viene individuato è definito U(nità) S(tratigrafica): in questa definizione rientra ogni azione che sta alla base delle tracce identificate, determinando il superamento della distinzione in features and layers. L'unica distinzione è quella fra US positive (determinate da un apporto) e negative (determinate da un asporto), e tutte sono registrate in schede prestampate, precedentemente numerate, da riempire con i dati ottenuti.
Ogni US viene documentata in pianta e sezione attraverso il sistema della sezione cumulativa, mentre a ciascuna scheda viene allegata la relativa planimetria; la pianta di fase è costituita poi dal loro assemblamento.
Tale sistema risulta piuttosto complesso nella pratica, poiché un'US staccata da quelle che la circondano risulta sospesa nel vuoto e difficilmente contestualizzabile in un momento successivo. I rapporti stratigrafici vengono infine sintetizzati in un diagramma, noto come "matrix di Harris", dove le singole US sono disposte secondo l'ordine fisico di deposizione e unite in gruppi che costituiscono una fase, mentre l'interpretazione dello scavo è da rimandare, secondo Harris, a una fase successiva, in quanto fattibile sulla base delle informazioni raccolte.
Nel 1981 Andrea Carandini pubblica il primo manuale di scavo in italiano "Storie dalla terra": formatosi a Ostia col metodo Lamboglia, a Cartagine si avvicina alla metodologia britannica e infine, a Settefinestre, applica il nuovo metodo. Egli adotta la stratigrafia di Barker e Harris, concentrandosi però sull'interpretazione dello scavo e la ricostruzione storica che ne consegue: raggruppa quindi le US in attività, le attività in fasi e le fasi in periodi. Quest'articolazione porta a una semplificazione del matrix, creando diagrammi con numeri di attività, e a una più facile narrazione degli eventi, analizzabili a diversi livelli di approfondimento.
Negli stessi anni Martin Carver affronta nuovi problemi metodologici derivanti dalla sua esperienza presso scavi pluristratificati dell'area britannica. Egli fraintende Harris, affermando che la rigidità del matrix lo allontana dalla realtà, mentre, per esempio nel caso di un muro, che può vivere a lungo, è necessario evidenziarne il prolungarsi della vita nel tempo: propone quindi un suo diagramma, dove gli strati orizzontali sono rappresentati orizzontalmente e quelli verticali verticalmente, il quale risulta però difficilmente interpretabile.
Carver lavora soprattutto nell'ambito del problema della formazione degli strati (1983): a seconda che essi siano di formazione primaria o secondaria conservano una maggiore o minore quantità di informazioni valide, che richiedono quindi un approccio più o meno accurato. In "Digging for Data: archaeological approaches to data definition, acquisition and analysis" del 1990 parte dal presupposto che ricavare e registrare tutti i dati di uno scavo sia un'utopia, e che tutti gli strati debbano essere scavati e analizzati in base alla loro affidabilità, passando dallo scavo con ruspa per quelli superficiali alla setacciatura minuziosa di altri più profondi.
Due sono state le obiezioni mosse a Carver: risulta innanzitutto impossibile determinare preventivamente il grado di affidabilità di uno strato - anche utilizzando le campagne esplorative preliminari che l'archeologo propone - mentre, da un punto di vista metodologico, la decisione di non registrare a priori determinati dati rischia di impedire la corretta interpretazione di nuovi problemi che inevitabilmente sorgono in corso d'opera.
In definitiva sono accettabili le premesse di Carver riguardo l'attenzione da dare alla formazione degli strati, che determina inevitabilmente il genere di tracce in essi conservate, mentre è deleterio pensare di poter scartare preventivamente determinate informazioni. È infine fondamentale il suo contributo nel settore dell'analisi delle ceramiche (Carver 1985).
Contemporaneamente si situa la collaborazione italo-polacca di Gabriella Maetzke, Stanislaw Tabaczynsky e Przemylaw Urbánczyk, che nel 1977 pubblica "Problemi dell'analisi descrittiva nelle ricerche sui siti archeologici pluristatificati", dove si analizzano i processi di formazione delle US nei siti pluristratificati. Il metodo applicato è estremamente scientifico, basato su una griglia nella quale l'affidabilità di uno strato è data dalla quantità di valore che le testimonianze in esso contenute hanno conservato, partendo dagli strati rinvenuti intatti per concludere con quelli formatisi dalla commistione di strati diversi.
Nel 1986 esce il primo complesso volume di un'opera collettiva (Donato et al.) nella quale vengono esposti i principi di questa scuola: un'interpretazione eccessivamente matematica degli strati è impossibile nella pratica e deleteria per la conseguente ricostruzione storica, ma è utile per instillare nelle menti la necessità di indagini specifiche e diversificate in base alle situazioni. Ne "L'influenza dei processi naturali nella formazione delle stratificazioni archeologiche" del 1988 Maetzke e Arnoldus Huyzenveld esaminano il processo di formazione degli strati, specificando che la sfera umana e quella naturale interagiscono sino a che l'oggetto non è sepolto, introducendo il concetto di "ambiente di superficie" a indicare lo spazio antropico compreso fra la superficie del suolo sino a pochi metri di profondità, dove avvengono appunto le interazioni.
La formazione di uno strato non è data da un processo continuo ma presenta momenti diversi, come fasi di rallentamento o modellamento della superficie. Nel 1984, con le "Norme per la redazione della scheda di saggio stratigrafico", il ministero italiano per i Beni culturali e ambientali prende posizione in favore dell'utilizzo del metodo Harris. In questo contesto viene introdotta la nuova scheda di U(nità) S(tratigrafica) (di) R(ivestimento), riferita all'analisi di intonaci, che purtroppo non corrisponde a una resa obbligatoria della dettagliata registrazione dei dati, portando all'assenza di una uniformità in questo settore.
Roberto Parenti, appartenente alla scuola senese di Archeologia medievale di Riccardo Francovich, propone nel 1988 l'U(nità) S(tratigrafica) M(uraria), che, diversamente dall'USR, si dedica al muro vero e proprio, istituendo una scheda apposita che registra la tecnica costruttiva, i materiali impiegati e i diversi interventi successivi alla costruzione, messi in relazione secondo rapporti di anteriorità/posteriorità. Il contributo di quest'analisi stratigrafica verticale è fondamentale per avere una maggiore comprensione del contesto, ma essendo quella archeologica una ricerca distruttiva risulta spesso difficile decidere se preservare l'intonaco o rimuoverlo per ottenere maggiori informazioni sul muro che lo supporta.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, un gruppo di studiosi provenienti da ambienti distanti dall'archeologia classica - come archeologi preistorici o addirittura ingegneri e geologi -, conosciuti come gli esponenti della cosiddetta scuola veneta, emergono per la loro analisi dettagliata del processo di formazione degli strati (Leonardi 1992). Fraintendendo l'opera di Harris, che non ha certo questo scopo, essi affermano che il matrix non offre nessuna interpretazione degli strati. Questa scuola arriva alla conclusione che il solo esame utopico del terreno, del suo colore e della sua consistenza, non è sufficiente, mentre è indispensabile un'analisi minuziosa anche di quello apparentemente omogeneo, verificando l'andamento di materiali ceramici, litici e della loro consunzione, e procedendo all'esercitazione di una microstratigrafia.
Si parte quindi dal presupposto che il terreno non è un'unità immota ma il risultato di un processo in divenire, e in questo contesto è condivisibile l'aspirazione a équipes di scavo multidisciplinari; la presunzione degli appartenenti a questa scuola, e la loro concezione secondo la quale - in assenza di studi tanto minuziosi – lo scavo non debba nemmeno essere intrapreso, porta però ad aspre critiche. Affermazioni apodittiche, come quella che dieci archeologi diversi, dinnanzi a una stessa stratigrafia, la interpretano in maniera differente, conducono a gravi rischi: innanzitutto analisi eccessivamente dettagliate portano spesso a inutili sprechi di tempo; inoltre è facile, concentrandosi quasi unicamente sui processi deposizionali, confondere l'aspetto del riconoscimento dell'US con quello della sua interpretazione, mentre essi sono due momenti ben distinti.
La scuola italo-polacca e quella veneta si distinguono quindi per la loro pretesa di oggettivare l'archeologia attraverso l'applicazione di leggi matematiche: queste sono certo utili per esimere l'archeologo da operazioni lunghe e ripetitive, ma l'interpretazione dei dati deve assolutamente basarsi sulle sue facoltà.
Lo scavo: concetti generali
È innanzitutto necessario chiarire che l'archeologo non è l'avventurosa figura dei film, e l'archeologia non è una ricerca di oggetti antichi o un'indagine rivolta alla riscoperta di palazzi monumentali, antiche strutture o bei pezzi decorativi. Recentemente l'archeologo è invece divenuto una figura professionale dedita ad attività mirate alla resa economica dei beni culturali, nonostante la sua preparazione culturale sia finalizzata alla ricerca, allo studio e alla loro conservazione, facendo sì che uno dei suoi problemi principali sia quello di rendere fruibile - e quindi fonte di reddito - un'area archeologica, limitando al minimo il degrado che la presenza umana le provoca.
Pare quindi estremamente difficile che in un contesto culturale come il nostro emergano la specificità e la specializzazione dell'archeologo. La domanda che più di frequente i visitatori di un sito rivolgono agli archeologi è: "Cosa state cercando?": in realtà uno scavo, pur partendo da problematiche specifiche, mira a trovare nuove domande e ottenerne le risposte, cercando "quello che c'è" e interpretando le varie situazioni. Le domande generali che sorgono in ogni scavo sono cosa (è accaduto in un determinato luogo), quando, come (individuando le varie trasformazioni) e perché.
Lo scavo, attraverso l'analisi del terreno e la scoperta di frammenti e oggetti, mira a ricostruire una situazione che va poi contestualizzata cronologicamente sulla base dei rapporti reciproci fra le varie azioni; tale studio varia poi in base al contesto geografico: l'Italia è per esempio archeologicamente ricca e caratterizzata da materiali poco deperibili, mentre il suo ampio utilizzo del legno rende lo studio dell'Inghilterra decisamente più complesso.
Sia l'uomo che la natura modificano le situazioni esistenti in due soli modi: attraverso l'apporto (uomo: costruzioni, livellamenti ecc.; natura: accumulo di terra per dilavamento, spostamento o crollo ecc.) e l'asporto (uomo: scavo, pareggiamenti ecc.; natura: erosione atmosferica ecc.). I risultati di tali azioni, che costituiscono le US, possono trovarsi in rapporto di anteriorità o posteriorità, che devono essere individuati e ordinati attraverso l'applicazione della metodologia stratigrafica.
Un'apporto costituisce un'US positiva - composta quindi da materiale – mentre un'asporto identifica un'US negativa - identificabile quindi come una superficie, ossia una figura geometrica avente soltanto larghezza e lunghezza. (Es. Lo scavo di una buca: la buca è un'US-, mentre il suo eventuale riempimento costituisce un'US+; laddove, durante uno scavo, si noti un cambiamento di colorazione del terreno, che faccia quindi pensare a una buca poi riempita, si deve procedere all'asportazione del riempimento facendo ben attenzione a rimuoverlo completamente, per evitare che la terra della buca le si mescoli, con i conseguenti errori di catalogazione dei dati poi raccolti. Il terreno è l'US1; la superficie della buca è l'US-2; il suo riempimento è l'US3).
Lo scavo risulta quindi guidato dalla differenziazione fra le varie US, distinguibili attraverso le loro interfacce, mentre è assolutamente errato il metodo che prevede di procedere seguendo i cambiamenti della cultura materiale (ceramica): è evidente che semplici azioni umane e naturali portano a un mescolamento dei frammenti nel terreno, e quindi a facili errori di datazione.
L'organizzazione del cantiere
Per organizzare un cantiere in maniera funzionale bisogna tener conto del suo contesto specifico e del contorno finanziario-logistico, passando quindi dai cantieri d'emergenza.
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