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popolo che inscena delle manifestazioni in onore di Ottavia. Nerone manda i suoi soldati a placare

la folla e decide di eliminare anche Ottavia, a cui viene ordinati di tagliarsi le vene. La giovane

Ottavia muore di una morte lenta, poiché essendo traumatizzata il sangue non le esce

velocemente, quindi muore molto lentamente e dolorosamente.

Nel frattempo Nerone decide di esibirsi pubblicamente, la sua prima esibizione non privata si

svolge a Napoli; colonia greca, città che vedeva più di buon occhio rispetto a Roma. Si reca a

Napoli e tiene una serie di concerti in un teatro pubblico davanti ad una folla di spettatori, ottiene

notevole successo anche perché, durante le sue manifestazioni, portava con sé dei giovani da lui

stipendiati che avevano il compito di battere le mani ed elogiarlo durante gli spettacoli.

Nerone è soddisfatto e si ritiene sempre di più un grande artista. È difficile capire fino a che punto

Nerone fosse convinto delle sue capacità artistiche; nella sua mente doveva esserci una vena di

follia.

Durante queste manifestazioni artistiche costringe anche persone di origine aristocratica a salire

sul palcoscenico e ad improvvisare qualche spettacolo.

Ciò genera fastidio da parte di uomini romani che non accettano che un uomo politico si dedichi a

queste iniziative e attività, infatti Nerone aveva messo in atto delle azioni di controllo, durante le

esibizioni gli spettatori non potevano andarsene e dovevano sempre essere pronti all’applauso e

all’adulazione nei suoi confronti.

Organizza anche dei giochi della gioventù dove invita i giovani ad esibirsi con lui e dei giochi

quinquennali, chiamati “I giochi di Nerone” che si sarebbero dovuti svolgere ogni 5 anni,

ovviamene vinceva sempre lui.

Nel frattempo scoppia l’incendio di Roma a luglio del 64 d.C. e parte dai quartieri più degradati,

abitati dalle persone più povere della città, e si diffonde rapidamente anche nei quartieri delle

famiglie aristocratiche e dura una settimana. I mezzi di soccorso erano molto modesti, c’erano

squadre di schiavi organizzate per gettare acqua sulle fiamme, ma l’incendio era di proporzioni

sostanziose.

Quando scoppia l’incendio Nerone si trovava ad Anzio, la sua città di nascita e quando apprende

dell’accaduto, torna immediatamente in città e comincia ad organizzare questi modesti soccorsi,

ma prende sempre più piede la voce che sia stato Nerone stesso a volere l’incendio di Roma,

perché si diceva che avesse cominciato a farsi costruire in nuovo palazzo imperiale di dimensioni

molto vaste e che aveva quindi bisogno di un ampio spazio.

Diventavano sempre più insistenti queste voci e alcune persone intervengono dicendo di aver visto

delle persone appiccare l’incendio con delle torce.

Si tratta quindi di una situazione difficile e Nerone non sa cosa fare, essendoci il rischio di una

ribellione.

Si arriva ad una soluzione; si cerca un capro espiatorio addossando a colpa dell’incendio a

qualcun altro; sono i cristiani.

In questo periodo il cristianesimo è una religione molto giovane, ha una trentina d’anni e ha

cominciato a diffondersi in molte zone dell’impero, tra cui Roma.

Alcuni seguaci di Gesù hanno iniziato a spostarsi e a fondare delle comunità, altre persone non

erano suoi apostoli ma si sono fatti porta voce della sua parola; San Paolo.

Le comunità erano molto piccole e le persone che le componevano erano, per la quasi totalità,

appartenenti alle basse sfere, considerati ai pari degli animali.

Per i ceti alti il discorso era diverso, non avevano bisogno di appartenere ad una religione così

severa (es: donare ai poveri, aiutare gli altri), ma ci sono qualche rare testimonianze di aristocratici

cristiani, tra cui, ad esempio, un’amante di Nerone; avevano scelto questa religione perché

ritenevano che potesse rappresentare qualcosa di diverso rispetto alla loro vita, sia terrena che

dell’aldilà.

Questa prima comunità di cristiani era, quindi, facilmente destinata a non avere difese nei confronti

del potere, essendo composta perlopiù da persone dei ceti bassi.

A quei tempi erano arrivati a Roma Pietro e Paolo che avevano rafforzato questa piccola comunità

di cristiani, che tendevano ad isolarsi dagli altri e ciò alimentava lo sviluppo di voci infamanti sul

loro conto (ad esempio che si recassero nelle catacombe, in cui gli altri non potevano andare),

erano mal visti, perciò Nerone decide di addossare loro la colpa dell’incendio, dicendo che erano

stati loro perché volevano un cambiamento radicale della società siccome credevano in un solo

dio, a differenza degli altri.

Fino a quel momento c’era solo una religione monoteistica, quella ebraica (da cui il cristianesimo

deriva), tutte le altre erano politeistico; i romani, dal punto di vista religioso, erano tolleranti verso

gli dei degli altri popoli, quando conquistavano un popolo identificavano i propri dei con quelli del

popolo sottomesso, li adattavano.

Le uniche incomprensioni che verificatesi erano con gli ebrei, che rappresentavano un caso difficile

per le loro convinzioni religiose.

Ai tempi dell’incendio c’era anche parecchia confusione tra ebrei e cristiani.

I cristiani vengono perseguitati, catturati, torturati e inviati a confessare di essere incendiari e

condannati a morte.

Una parte viene condannata ai giochi del circo, sono costretti a partecipare ai giochi dei gladiatori

o ad affrontare delle belve, un’altra parte viene invece condannata alla crocifissione nei giardini di

Nerone e trasformati in torce umane, tra cui l’imperatore passeggiava beatamente.

Nerone riesce a stornare da sé quest’accusa è la cosiddetta prima persecuzione dei cristiani da

parte dell’impero romano, che non nasce da motivi religiosi ma dalla necessità di accollare ad altri

la colpa di un reato.

I cristiani erano mal visti soprattutto perché non accettavano gli dei e che l’imperatore fosse visto

come una divinità. Dopo questo episodio riprende la costruzione del nuovo palazzo di Nerone,

chiamato “Domus Aurea” (casa d’oro), erano tante costruzioni separate da vigneti, prati, giardini;

erano tutti molto sfarzosi e decorati con statue e beni della tecnica dell'epoca; I dettagli più belli

erano i soffitti, ornati di petali e altro sfarzo.

Inoltre, aveva fatto sistemare una statua enorme di se stesso ma, era talmente alta, che

comunemente i romani avevano cominciato a chiamarla “la statua del colosso”.

Dopo la morte di Nerone, la costruzione del palazzo non era ancora finto e fu interrotta.

Furono buttate giu alcune parti da imperatori successivi ma la statua rimase; si sostituì il volto con

quella di una divinità.

Anni dopo in quella zona, gli imperatori Flavi costruirono l'anfiteatro Flavio ma la memoria della

statua rimase e da qui; si origina la parola "Colosseo".

La domus aurea era un palazzo in cui viveva ma soprattutto era un luogo dedicato ai ricevimenti

ufficiali (ambasciatori ecc.)

Poppea, intanto, dà una figlia a Nerone, c'erano grandi festeggiamenti ma la bambina ha una vita

molto breve, muore dopo pochi mesi per cause ignote e ciò causa molto dolore nell’imperatore.

È di nuovo incinta; una sera Nerone rientra tardi a casa e scatta una discussione con Poppea che

vuole delle motivazioni, le dà un calcio nel ventre e la uccide.

Nel frattempo Burro è morto; non è ben chiaro come, alcuni dicono per un tumore alla gola, altri

che sia stato avvelenato che voluto da Nerone.

Mentre Seneca, il quale si accorge che Nerone non segue più o suoi consigli, si sente sempre più

isolato non avendo neanche più l’appoggio di Burro e chiede all’imperatore di ritirarsi a vita privata.

Nerone non gli concede il ritiro ufficialmente ma Seneca frequenta sempre di meno e si dedica

sempre più alla filosofia.

Nel frattempo se Nerone vede morire o allontanarsi personaggi a lui scomodi, c’è un mal contento

che cresce siccome non tutti sono soddisfatti di questo imperatore.

Sia aristocratici che uomini dell’ambiente militare sono disgustati dai suoi atteggiamenti e decidono

di organizzare una congiura per eliminarlo; prende il nome del capo dei congiurati; Pisone. Tra i

congiurati c'è un poeta Lucano; nipote di Seneca ed era tra i congiurati che volevano tornare a un

governo reppublicato.

Secondo altre fonti, il capo sarebbe stato Seneca anche se è piuttosto difficile.

Nerone è informato dalla congiura; ci sono i primi arresti e sotto tortura confessano tutto e sono

costretti a suicidarsi, cosi muoiono Pisone, Lucano e anche Seneca. Insieme a Seneca, voleva

morire anche la moglie; Paolina, e anche a lei furono tagliate le vene, ma Seneca impedì che la

moglie morisse mettendole delle bende sulle vene e Paolina rimase in vita ancora parecchi anni,

mentre il marito morì.

Era morto anche il prefetto Burro, alla sua morte Nerone decise di nominare due nuovi prefetti del

pretorio. Uno dei due era una figura piuttosto scialba che fu coinvolta nella congiura di Pisone,

venne arrestato e morì vilmente, l’altro; Tigellino è importante perché da ora in poi influirà

pesantemente sulla vita di Nerone e sulle sue decisioni.

<Politica esterna di Nerone>

Era concentrato sulle corte e sulle sue passioni artistiche e amorose.

La Britannia (odierna Inghilterra) è. stata conquistata da pochi decenni da Claudio ed era diventata

una provincia. Già nel secolo precedente avevano messo piede in Britannia con Giulio Cesare, ma

Cesare non l'aveva conquistata.

Al tempo di Nerone: la situazione in Britannia non era per nulla stabile; i comandanti si erano

abbandonati a stupri e saccheggi; scoppia una grande ribellione. Una regina riesce a riunire

intorno a sé delle tribù.

All’inizio la ribellione è a loro favore ma successivamente Nerone manda dei comandanti più

coraggiosi con l’intento di cercare un accordo pacifico e la ribellione viene domata.

I romani non avevano intenzione di dare oltre la conquista di quei territori che avevano già

conquistato. In seguitol’imperatore Adriano costruì il vallo; vallum Adriani in latino.

L’altra frontiera calda si trova nel medio oriente: l’Armenia. Ai tempi dei romani era sempre un

motivo di contrasto con l’altra grande potenza dell’epoca; i parti. Gli armeni erano, quindi, in una

pessima situazione perché entrambi gli imperi la volevano nel proprio territorio e ciò causava

continue guerre.

Durante l’epoca di Nerone la situazione è particolarmente grave; c'è una situazione di stallo che si

arriva a un compromesso; i romani non vogliono mandare un loro governatore in Armenia,

volevano che governasse un re che prendesse ordini da loro e i parti volevano lo stessa cosa.

Nominarono re di Armenia, il fratello del re dei Parti; Tridate, ma dovrà recarsi a Roma da Nerone

per essere incoronato da lui, i romani volevano questo riconoscimento.

Giunge a Roma con un largo seguito, le spese furono pagate dai romani.

Venne incoronato durante una cerimonia molto sfarzosa direttamente da Nerone, davanti ad un

pubblico che esultava di fronte al successo politico ottenuto.

Tiridate non dura molto sul trono armeno e la questione continuò ad essere un problema anche

per gli imperatori successivi.

La passione di Nerone verso le arti continua inarrestabile. Si era già esibito varie volte in pubblico

giungendo anche a forme maniacali, in quanto impediva agli spettatori di uscire durante le sue

esibizioni ma tutto ciò ancora non gli basta, vuole organizzare una tournée in Grecia, di modo che

anche i greci conoscessero le sue doti.

Dunque, organizza un viaggio a cui si aggregano anche Tigellino e la sua terza moglie; Statilia

Messalina.

Il suo tour in Grecia durerà quasi un anno e mezzo in cui fa anche il turista, ma non visita Atene e

partecipa a varie manifestazioni sia canore che sportive (i greci ne avevano molte, ad esempio le

olimpiadi).

In occasione dell’arrivo dell’imperatore romano i greci decisero di fare delle edizioni straordinarie

dei loro giochi, a cui lui partecipò e dove veniva proclamato sempre vincitore, anche quando non lo

meritava.

Nerone fu molto soddisfatto di questo lungo soggiorno, poiché viveva per queste forme di

spettacolo, ma un giorno giunse un messaggero per richiamarlo (un liberto) perché in qualche

provincia dell’impero i governatori si stavano ribellando a lui; comincia la fine di Nerone.

La prima ribellione si verifica in Gallia all’inizio del 68 d.C. da parte di un governatore romano che

vorrebbe a sua volta diventare l’imperatore di Roma.

Nerone rientra a Roma ma vuole essere festeggiato nei migliori dei modi prima a Napoli, dopo di

che arriva a Roma dove viene accolto nella stessa maniera e gli vengono lanciate delle corone di

alloro d’oro, simbolo di potenza (erano circa 1800, noi le chiameremmo medaglie). L’imperatore

era stato molto riconoscente nei confronti dei suoi sudditi e vuole sdebitarsi esentando la provincia

della Grecia dal pagamento delle tasse, ma gli imperatori successivi le ripristinarono.

Nel frattempo la ribellione in Gallia è sedata ma, intanto, è scoppiata in una provincia in Spagna

(patria di Seneca), il cui governatore gli si ribella e si mette in viaggio con le sue truppe verso

Roma. Il suo nome è Galba e sarà il successore di Nerone.

Nel 68 d.C., e una mattina Nerone si sveglia e si accorge che nel suo palazzo non è rimasto quasi

nessuno, sono scomparsi i suoi servi e la sua scorta di protezione; è stato abbandonato e non ha

più il potere.

Non era molto coraggioso, si mette a girovagare per il suo palazzo e trova quattro liberti che gli

erano rimasti fedeli ed, insieme a loro, fugge mettendosi un fazzoletto davanti alla bocca di modo

da non farsi riconoscere, teme di essere arrestato siccome è diventato un ricercato.

Si mette in viaggio per andare in una villa fuori Roma appartenente ad uno dei liberti.

Giungono fin lì ma per evitare di essere visti dalla gente del luogo decidono di passare da un luogo

isolato, una zona abbastanza mal messa e Nerone è costretto a passare attraverso dei rovi, delle

spine.

Entrano in casa e Nerone dice di avere fame e sete, gli viene offerta dell’acqua e gli viene dato un

pane grossolano, vivanda tipica dei poveri e lo rifiuta; si stende su un materasso e comincia a

piangere perché sa che è ricercato e che verrà arrestato e ucciso.

I liberti gli suggeriscono di suicidarsi piuttosto che essere ucciso dai soldati, ma Nerone ha paura e

chiede di farlo uccidere da uno dei liberti.

A questo punto Nerone cita dei versi di Omero e i soldati entrano, si avvicinano a lui e fanno il

gesto di tamponare la ferita con il mantello. Nerone ha il tempo di dire che è troppo tardi muore,

all’età di 31 anni (verrà cremato e le ceneri messe nella tomba di famiglia, ad occuparsi del suo

funerale sarà una delle sue balie e una delle sue ex amanti). Si chiude così l’impero di Nerone e si

apre quello di Galba, il quale regnerà pochi mesi.

Gli studiosi che si sono occupati del regno di Nerone sono molti e il loro giudizio su di lui è

ovviamente negativo e concorda con il giudizio delle fonti antiche.

Una è importante e riguarda l’incendio di Roma: oggi nessuno ritiene che sia stata incendiata per

suo volere, mentre quelle antiche attribuiscono a lui la colpa dell’accaduto.

Gli incendi a Roma erano frequenti e, inoltre, bisogna tener conto del periodo in cui si è verificato,

ovvero piena estate durante una notte di luna piena. Nerone non si trovava a Roma quando

scoppiò l'incendio e se Nerone avesse mandato degli incendiari avrebbero corso il rischio di

essere notati siccome c’era ampia visibilità e, oltretutto, si trovava ad Anzio, fu colto di sorpresa e

attuò dei soccorsi una volta recatosi a Roma. Inoltre, stava già costruendo questo sfarzoso

palazzo, quindi che senso avrebbe avuto incenerire anche la sua domus aurea.

Gli studiosi moderni non escludono, però, le sue altre colpe (morte di Agrippina ecc.).

Agli storici antichi interessano solo le vicende di corte, fatte di intrighi e tradimenti, mentre quelli

moderni cercano di capire se c’era un progetto di Nerone sotto l’aspetto artistico: voleva cambiare

Roma? Uno studioso pensa di sì e ha coniato una parola: neronismo; progetto voluto da Nerone ;

trasformare la società romana.

Secondo lui avrebbe voluto trasformarla a qualcosa che si avvicinasse di più al mondo greco e

quello orientale, in cui l’imperatore tendeva ad essere divinizzato.

La follia caratterizza anche altri imperatori precedenti, Caligola (nonché zio di Nerone), nei primi

anni del suo breve regno si dice che fosse impazzito tant’è che venne ucciso dai pretoriani stessi

(follia ereditaria).

<Petronio>

Le notizie che abbiamo su di lui si trovano in un’opera antica molto celebre scritta da Tacito,

arrivate a noi ma con alcune lacune.

Tacito nasce al tempo di Nerone non ha particolare conoscenza di questo imperatore e l’ultima

opera da lui scritta riguarda il regno di Nerone, ovvero Roma dalla morte di Augusto fino a Nerone;

alcune parti di quest’opera sono andate perdute ma quella di Nerone è arrivata a noi quasi

completa e si chiama “Annali” (annale = illustrava gli avvenimenti anno per anno), da cui sono

ricavate la maggior parte delle notizie su Nerone.

Tra gli avvenimenti personali di cui parla Tacito appare anche Petronio. Il racconto è distribuito

anno per anno e di Petronio parla durante gli avvenimenti dell’anno 66 d.C., che succede l’anno

della congiura di Pisone, ma c’è qualcuno che vuole ancora tenere vivo l’episodio per sbarazzarsi

dei personaggi ritenuti scomodi.

Tacito ci dice che anche Petronio era collegato ai congiurati e che era condannato a morte.

Prima di parlare della sua morte ci fornisce delle informazioni su di lui da cui ne risulta un ritratto

curioso. Ci viene detto che trascorreva il giorno dormendo, mentre passava la notte nei piaceri ,

diventato famoso frequentando la corte di Nerone e per queste sue caratteristiche; non era

giudicato un dissoluto ma veniva ritenuto un nuovo che sapeva godersi la vita.

Lo caratterizza una vita spensierata e brillante, che partecipava ai banchetti ma sempre con garbo

ed eleganza. Era molto apprezzato.

Sorprendente è una vicenda politica che lo riguarda: era stato governatore di una provincia

romana, la Vitinia (oggi Turchia). Durante il suo governo seppe mostrarsi all’altezza della

situazione e mostrò le sue capacità.

Finito il mandato si era poi abbandonato alla vita di prima e Nerone lo aveva apprezzato sempre di

più, era uno dei personaggi a lui più vicini e Tacito fornisce qui la sua definizione, che diventa poi

quasi un suo cognome “Petronio Arbitro”; dovuto al nomignolo che circolava quando Nerone lo

aveva accanto a sé nella sua corte, considerato maestro di raffinatezza.

Non è chiaro se "Arbiter"; fosse già stato dei nomi di Petronio o se sia passato alla storia con il suo

soprannome. Diventa consigliere per le feste e per la poesia di Nerone.

Attira però l'invidia di alcuni componenti della corte; hanno paura di perdere il favore

dell’imperatore, perciò cercano di mettere in cattiva luce chi ha già il suo favore.

Tigellino è invidioso di Petronio, era un uomo rozzo, senza cultura, violento. Tigellino inventa una

trappola per mettere in cattiva luce Petronio; comunica all’imperatore che Petronio è amico di uno

dei coinvolti nella congiura di Pisone, l’imperatore gli crede quando si tratta della sua sicurezza.

Petronio corre il pericolo di essere condannato a morte come coinvolto nella congiura; uno schiavo

di Petronio viene corrotto per raccontare del coinvolgimento nella congiura. - si dice che era

andato in Campania, giunto a cura; ex colonia greca ed è vicino a Napoli e viene trattenuto lì.

Viene impedito a Petronio di difendersi e i suoi schiavi sono messi in catene.

Si senta di isolare Petronio e portarlo alla morte; anche a Petronio viene ordinato di suicidarsi.

Nel momento della morte dimostra una grande fermezza d'animo e anche una certa leggerezza.

Però non vuole morire subito, vuole dare lo spettacolo; si fa tagliare le vene e se le fa fasciare,

conversa con i suoi amici della poesia leggera (come Seneca, anche se Seneca aveva fatto dei

discorsi molto seri)

Era consuetudinte per i ricchi signori al momento della morte liberare gli schiavi. Petronio dà ad

alcuni schiavi la libertà e del denaro, altri li fa frustare. Petronio organizza un banchetto, si mette a

dormire e si fa riaprire le fasciature.

Prima di morire Petronio fa testamento: di solito i ricchi signori condannati a morte lasciano una

parte delle proprie ricchezze all’imperatore per salvare l'altra metà destinata ai parenti del defunto.

Petronio, invece, non fa donazioni all’imperatore e non lascia pensieri ai posteri, ma denuncia

pubblicamente in un opuscolo tutte le scelleratezze citando nomi di tutti i suoi amanti e lo sigilla

con il suo anello poi spezza il proprio anello per evitare che fosse usato altri.

Petronio, scegliendo di morire così, vuole contrapporsi alle morti di personaggi filosofici (es:

Seneca). Muore nel 66 d.C. a Cuma.

Prtronio è presentato nei capitoli 18 e 19 degli Annales di Tacito.

Lo studioso Antonio "La penna" conia l’espressione “ritratto paradossale”: il ritratto che Tacito dà di

Petronio è costituito di contrasti; benché gaudente, è in grado di occuparsi con estrema serietà e

capacità ad attività più pragmatiche quali la politica; prima si fa tagliare le vene e poi se le fa

fasciare.

Un altro ritratto paradossale è Catilina: uomo politico che vuole diventare console, ma non ci riesce

mai, allora decide di radunare intorno a sé un gruppo di uomini non contenti e organizza a più

riprese un colpo di stato, ma il console Cicerone sventa la congiura, morirà poi coraggiosamente in

una battaglia sempre ai danni della Repubblica Romana (La congiura di Catilina, Sallustio).

Prima di ideare la congiura, egli è un uomo corrotto che non era ritenuto in grado di poter morire

con la fierezza con cui alla fine è morto.

Tacito non parla di Petronio come uno scrittore/letterato, dunque non gli attribuisce il Satirycon.

Non c’è la certezza matematica che quest’opera sia sua, ma la quasi totalità degli studiosi

gliel’attribuisce.

Un paio di studiosi, invece, affermano che il Satirycon non sia di quel Petronio, ma di uno vissuto

circa 150 anni dopo Nerone; è la lingua che suffraga queste affermazioni: il latino del Satirycon è

basso (popolare, sgrammaticato) ed è quello più diffuso 150 anni dopo Nerone.

Ma la controparte afferma che il latino utilizzato sia stato utilizzato di proposito per descrivere la

classe sociale bassa a cui appartengono i personaggi dell’opera,soprattutto i liberti.

<Cultura latina al tempo di Nerone>

L’età di Nerone, per quanto riguarda la letteratura e la filosofia, è molto ricca; rifioritura dopo il

declino che segue l’epoca di Augusto, non c’era stato uno scrittore di un certo peso.

Autori che contribuiscono alla grandezza del periodo: Petronio, Seneca

<Seneca.1>

È di origine spagnola, nasce circa nel 4 a.C. e muore certamente nel 65 d.C. a circa 70 anni.

Tacito lo ritrae idealmente nella sua biografia.

La sua famiglia non era di ceto aristocratico, ma era benestante. Anche gli altri famigliari erano

uomini che si interessavano di cultura; il padre di Seneca era un letterato ed è molto attento ai

problemi dell’eloquenza, sembra abbia anche scritto un’opera storica sulla Repubblica romana.

Seneca sviluppa un interesse per la filosofia indirizzandosi per la scuola dello Stoicismo (di origine

greca, deriva dalla parola che significa portico; la filosofia del portico, il fondatore è Zenone aveva

l’abitudine di insegnare sotto un portico, convinto seguace romano sarà Marco Aurelio.

-Rapporto con gli dei/religione; esiste una provvidenza = gli dei esistono e si prendono cura degli

uomini. "Provava" gli uomini onesti ed essi troveranno una ricompensa, anche nella vita dopo la

morte in cui gli storici credevano immortalità dell'anima, per i malvagi ci sono le adeguate

punizioni.

-Rapporto con istituzioni politiche: lo stoico ha il dovere di partecipare alla vita politica opponendosi

attivamente alla corruzione politica, deve cercare di migliorare le cose

-Ideale di fondo: in tutte le circostanze della vita deve affrontare ciò che gli arriva con freddezza e

fermezza, anche al momento della morte

Seneca subisce anche l’influenza dell’Epicureismo; nata in Grecia da Epicuro, descritta da

Lucrezio nella sua opera “Natura”; filosofia quasi contraria allo Stoicismo:

-Religione: gli dei esistono, ma vivono solo nel loro mondo in cielo e non intervengono mai nelle

questioni

-umane + non esiste un aldilà = tutto finisce con la morte dell’uomo

-Rapporto con istituzioni politiche: non si deve partecipare alla vita politica poiché fonte di

amarezze (disturbano la serenità dell’animo), bisogna vivere appartati (vivere in una cerchia di

amici che condividono la medesima filosofia)

-Obiettivo: ricerca del piacere; soddisfare i bisogni naturali senza eccedere: mangiare, bere, legami

amorosi.

-Il concetto di atomo; tutta la vita e tutto l'universo sono aggregati di atomi; particelle che circolano

per l’universo aggregandosi e disgregandosi di continuo, gli atomi non muoiono, ma formano nuovi

corpi, la materia non muore mai = nulla si crea e nulla si distrugge

Le opere di Seneca sono in larga parte commenti della filosofia stoica, si presenta come un

predicatore della filosofia. Le opere sono per la maggior parte in prosa, ma scrive anche in versi.

Ha una personalità contradditoria: in certe opere sostiene un punto di vita e in altre cambia.

La sua grande contraddizione, rinfacciatagli già alla sua epoca, sono i comportamenti che

predicava e poi come agiva (es: predica che la ricchezza non sia fondamentale, ma poi era molto

ricco).

La figura di Seneca trova molta simpatia nel mondo cristiano; i primi autori latini cristiani lo

considerano quasi uno di loro (Stoicismo e Cristianesimo hanno dei punti di contatto).

<Seneca 2>

È un filosofo che scrisse molto sia in prosa che in versi e la maggior parte delle sue opere sono

arrivate fino a noi.

Aderisce alla filosofia storica (stoicismo) ed era anche aperto verso altre scuole di filosofia,

compreso l’Epicureismo.

L’obiettivo di questi pensatori romani era affrontare problemi soprattutto di carattere pratico

ponendosi domande specifiche su un argomento fornendosi poi delle risposte (domande sui

problemi principali della vita).

Per quanto riguarda le sue opere brevi, ad esempio, in una di queste affronta il problema della

provvidenza, ovvero l’aiuto degli dei nei riguardi degli uomini che si comportavano bene; Seneca

discute questo tema e fornisce una risposta in linea con la situazione storica: gli uomini che si

comportano bene sembrano sfortunati, vengono danneggiati nella loro vita e Seneca spiega ciò

dicendo che gli dei li mettono alla prova ponendoli di fronte a delle sfide che devono superare.

Un altro argomento molto discusso è quello della brevità della vita; l’uomo vive poco in rapporto a

ciò che potrebbe fare e Seneca fornisce una risposta dicendo che in realtà non è la vita ad essere

breve ma l’uomo ad impiegare male il suo tempo, abbandonandosi ad attività futili. Analizza questi

problemi comuni con il suo stile, anche presentando scene di vita romana descrivendo ad esempio

una giornata tipo di un gruppo di giovani che sprecano il tempo invece di dedicarlo allo studio o ad

impegni di altro genere.

Altro tema affrontato è quello dell’ira, un qualcosa che rovina l’esistenza di chi è irato e di chi ne

subisce le conseguenze. L’ira dovrebbe essere estranea all’essere umano e appartenere solo alle

bestie.

Viene anche affrontato il tema della felicità e Seneca risponde descrivendo una vita che si

abbandona all’essenziale, senza abbandonarsi alla ricerca del lusso e rende più vivace questo

argomento con considerazioni molto personali (autobiografiche) ma molto spesso veniva accusato

di dire tante cose ma di non metterle in pratica, ad esempio gli veniva spesso rimproverata la sua

ricchezza che aumentava insieme al suo potere crescente accanto a Nerone; infatti riporta anche

le accuse vivaci e non nega i possedimenti della sua famiglia, ma precisa di non aver mai detto di

aver seguito alla lettere lo stoicismo ma di essere un uomo in cammino verso la perfezione umana

in quanto ancora non l’aveva raggiunta. Si giustifica in questo modo.

Ci sono anche degli scritti con i quali Seneca vuole consolare altre persone, ad esempio per la

perdita di un caro, cercando di dare conforto.

Uno in particolare è significativo poiché molto autobiografico, scritto per consolare sua madre

durante il periodo d’esilio (imperatore Claudio). Il suo intento è invitare sua madre a non

addolorarsi per essersi separata da lui facendo delle considerazioni sull’esilio, utilizzando dei

luoghi comuni e dicendo che ci sono tante persone che vivono in esilio.

Scrive anche delle considerazioni su come mantenere la serenità dell’animo, dicendo che bisogna

vivere sena tante preoccupazioni e senza farsi turbare da ricchezza, piaceri ed amori.

Lo stile che utilizza è particolarmente incisivo, caratterizzato da frasi brevi e sentenziose, molto

diverso da quello di Cicerone.

Questi stessi temi si trovano nelle “Lettere di Lucilio” (Seneca), lettere di contenuto morale e

filosofico. Lucilio era una sorta di suo allevio ma non era tanto più giovane di lui. Seneca gli scrive

molte lettere, circa un centinaio, in cui riprende i temi già citati prendendo spunto da qualcosa

capitato al suo allievo.

Altra opera importante è quella scritta per Nerone, “La clemenza”, al fine di consigliare

all’imperatore un determinato comportamento, ovvero essere più clemente nei confronti dei sudditi,

non infierendo su di loro (anche nei confronti dei colpevoli).

Seneca scrisse anche opere di altra natura, si occupò di problemi di carattere astronomico o fisico,

ad esempio “Questioni naturali” in cui cerca di dare spiegazioni razionali ad alcuni fenomeni

naturali, come ad esempio i terremoti (non indirizzandoli al volere degli dei).

Altro tema da lui sovente trattato è quello del progresso: sostiene che il progresso di tipo tecnico

dell’uomo dovrebbe essere principalmente morale.

Per quanto riguarda le opere in poesia scrisse molte tragedie basate su argomenti toccati da altri

tragediografi a lui antecedenti, specialmente il mito greco (vedi opera di Medea di Seneca).

Un’altra figura molto importante è quella di Fedra, una regina greca che ha sposato un uomo con

un figlio già adulto, Ippolito, di cui lei si innamora e gli fa delle avances, vorrebbe essere

considerata da lui non come una matrigna ma come una sorella. Ippolito la respinge e ha interesse

solo per la caccia, ma Fedra, per vendicarsi, riferisce al marito che suo figlio aveva cercato di

sedurla. Il padre invocherà gli dei affinché puniscano il figlio, quindi Ippolito verrà assalito e ucciso

da un mostro; al termine di questa situazione il padre apprenderà la verità, mentre nel frattempo

Fedra si sarà già uccisa.

Quelle di Seneca sono spesso tragedie caratterizzate dal macabro, insiste molto sul sangue che

scorre; opera di particolare interesse è “Apokolokyntosis” (zucca, persona che non capisce niente),

molto simile al satirico di Petronio perché è scritta una parte in prosa e l’altra in rima; il

personaggio principale è l’imperatore Claudio (già morto nel momento in cui Seneca compone

l’opera), che viene attaccato da Seneca siccome l’aveva mandato in esilio. Il suo intento è

vendicarsi ma ha anche uno scopo politico, in quanto si parla anche di Nerone descritto come un

giovinetto che porterà pace e prosperità. Lo “zuccone” è, quindi, Claudio che si era fatto la fama di

essere una persona sciocca, che si faceva governare da altre persone; nel suo caso c’è stata una

rivalutazione da parte degli storici moderni in cui è stata smentita la sua stupidità.

L’opera inizia con Claudio che è morto e si reca davanti alle divinità chiedendo di essere accolto

tra di loro, di essere divinizzato, ma gli dei lo respingono rinfacciandogli di essere un imbecille e di

aver ucciso tanta gente, dunque non meritava di vivere nell’aldilà con loro.

Lo spediscono all’inferno dove dovrà passare il resto della sua vita.

Seneca vuole che il nuovo imperatore dia una svolta e che si presenti come l’uomo del

cambiamento, portando benessere nell’impero.

Questo tipo di opera appartiene ad un genere letterario che era già nato in Grecia (parte in prosa e

parte in versi), inventato da Menippo che proveniva dalla città di Gadara (attuale Giordania).

Menippo aveva cercato di diffondere le sue idee filosofiche attraverso questo genere letterario,

scrivendo satira menippea.

C’era già stato qualcun altro che aveva scritto questo tipo di satire, era Varrone.

Lucano (nipote di Seneca) muore giovane; come attività principale era un poeta, aveva scritto molti

versi di cui a noi è arrivato un poema epico di carattere storico intitolata “Guerra civile” o

“Pharsaglia”, opera molto lunga ma incompiuta.

L’argomento è la famosa guerra civile del secolo precedente fra Giulio Cesare e Poppeo, che si

era conclusa in Grecia, aveva vinto Cesare e Poppeo era fuggito.

Lucano presenta gli episodi principali di questa guerra, documentandosi e facendo versi in un

modo innovativo, ha presente i criteri di Virgilio (poema epico di Omero) ma rinuncia a questa

parte di carattere mitologico e insiste sugli aspetti storici, che avrebbero dovuto colpire i lettori delle

generazioni successive ma ciò non vuol dire che in lui non ci siano gli aspetti soprannaturali, le

inserisce ma invocando figure demoniache e anche qui è presente il gusto per il macabro.

Ad un certo punto presenta una strega che fa resuscitare, per un breve periodo, un cadavere di un

soldato di Poppeo, affinché dia una previsione sul destino del suo sovrano.

Il cadavere riprende vita e dice che Poppeo farà una brutta fine, dopo di che muore di nuovo; è

molto presente la magia e soprattutto l’intervento delle forze oscure.

Per quanto riguarda la vita di Lucano, era stato molto legato a Nerone siccome erano quasi

coetanei ed entrambi avevano il gusto per la poesia ma, ad un certo punto, Nerone era diventato

invidioso dei versi di Lucano e ciò aveva generato un’inimicizia, che porterà alla condanna del

nipote di Seneca.

Il poema sulla guerra civile ha un’impronta fortemente repubblicana, che riguarda ormai il secolo

precedente, si mostra un po’ nostalgico e a poco a poco Lucano si è formato una mentalità di

questo genere e in questa vicenda, infatti, Cesare non è un eroe ma un tiranno, una figura da

condannare.

L’eroe è invece Poppeo, il difensore della repubblica.

Era molto difficile pensare ad una nascita della repubblica ma Lucano aderisce all’iniziative di

Pisone.

<Nerone come poeta>

Se ci fosse arrivato tutto quello che Nerone scrisse avrebbe un posto considerevole nella

letteratura latina.

Nel suo poema sulla guerra di Troia l’eroe non era Ettore ma Paride, colui che aveva rapito la

bellissima Elena, scatenando la guerra. Si tratta, quindi, di un poema visto dalla parte di Paride e

non dall’Ettore di Omero.

Secondo alcune fonti antiche Nerone si faceva aiutare da altri poeti a scrivere i propri versi, ma

altri storici respingono quest’idea perché hanno avuto moto di vedere gli originali scritti da lui,

notando che erano notati da correzioni ma sempre dalla sua stessa mano, correggeva lui i propri

versi.

<Satira>

Secondo i grammatici latini la parola satira aveva a che fare con la gastronomia, perché era in

rapporto con vivande di vario genere; satura lans (saturo = pieno), piatto pieno di varie vivande;

satura perde poi lans e rimane solo l’aggettivo satura.

Nei primi secoli di Roma c’erano degli spettacoli che venivano chiamati appunto satire,

grossomodo corrispondenti a quelli che noi chiamiamo “varietà”.

A questi spettacoli partecipavano solo uomini, le donne non recitavano e il contenuto era uno

scambio di battute abbastanza elementari accompagnate da danze e musica, in onore di festività

legate a qualche divinità.

Con il tempo il concetto di satira si sviluppò in campo letterario ed è quella che intendiamo noi,

ovvero la critica di qualcuno nei confronti di altri, spesso mettendoli in burla e ridicolizzandoli.

Nella letteratura latina le satire erano in versi e a noi sono arrivati vari testi tra cui quelli del poeta

Orazio.

Le satire di Orazio non sono una critica di tipo politico, è una satira molto più blanda che riguarda i

vizi dell’uomo in generale (es. avarizia), ma non vengono fatti nomi e cognomi delle persone prese

in considerazione, non erano pericolosi per l’autore in quanto non offendevano nessuno in

particolare.

Per questo motivo ha trovato molti estimatori nel corso dei secoli, anche perché trattava temi

generali.

In Grecia la satira non esisteva come genere letterario, era una particolarità della letteratura latina,

ma anche scrittori greci avevano espresso delle proteste nei confronti di uomini e situazioni dei

loro tempi, ad esempio Aristofane, il quale attacca uomini politici del suo tempo, citando i nomi e

fa, quindi, della satira (ma in realtà scrive una commedia). Nel caso di Aristofane si tratta anche di

un contenuto crudo e pesante.

Dopo Orazio abbiamo un poeta che vive nell’età di Nerone, ovvero Persio. Ebbe una vita molto

breve, a meno di trent’anni muore di morte naturale; era un giovane che aveva praticato una vita

molto ritirata, dedita allo studio della letteratura e della filosofia sotto alcuni maestri ed era, anche

lui, un seguace dello stoicismo, ma non fu un allievo di Seneca.

Persio prese molto sul seri ola dottrina dello stoicismo e nelle sue opere, in particolare le satire,

emergono questi precetti molto rigidi.

In vita non pubblicò nulla ma furono i suoi maestri a pubblicare le sue satire (postume); quelle

arrivate a noi sono 6 e in tutte non è presente un attacco di tipo politico, ma ricorrono temi generali

come la ricerca della felicità, la preghiera che bisogna rivolgere agli dei ecc.

A tratti parla anche di sé; era un giovane dal carattere diverso dagli altri scrittori e non frequentava

la corte di Nerone, ma le sue satire rispecchiano i vizi dell’epoca.

Il suo stile è molto difficile, non è facile leggerle perché usa delle espressioni molto contorte,

metafore di non facile comprensione.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
Docente: Seita Mario
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mothoa-0925-mm di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Seita Mario.

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