La verginità secondo San Girolamo
Lettera XXII a Eustochio
Dicembre 2005
San Girolamo non è oggi una figura familiare, e forse deve questa relativa eclissi alla sua stessa personalità. Di qualche anno più giovane di Ambrogio e poco più anziano di Agostino, nasce a Stridone, tra Dalmazia e Pannonia (all’incirca l’attuale Ungheria) nel 347 da una famiglia cristiana probabilmente agiata. Lascia presto la sua terra per compiere gli studi secondari a Roma presso il grammatico Donato assieme all’amico d’infanzia Bonoso, che successivamente diventerà anche lui monaco. Studia i classici latini e forse anche la lingua greca. È battezzato a 19 anni da Papa Liberio.
Pensando alla carriera politica, raggiunge verso i 20 anni Treviri in Gallia, residenza dell’Imperatore Valentiniano. A Treviri fu esiliato una prima volta Atanasio patriarca di Alessandria dal 335 al 337: è l’autore della nota “Vita di Sant’Antonio”, qui scritta in greco, ma subito diffusa anche in latino nella traduzione di Evagrio di Antiochia (di Siria). A Treviri Girolamo conosce la vita monastica di Antonio, vita importante anche per la conversione di Sant’Agostino; rinuncia alla carriera politica, torna a Stridone e decide per la vita monastica.
Per questo si reca ad Aquileia dove attorno a Cromazio (poi vescovo) si raccoglie un gruppo di uomini dediti alla vita ascetica, tra questi Bonoso, Rufino, Eliodoro, Eusebio (poi vescovo di Vercelli) ed Evagrio di Antiochia. Qui Girolamo, di carattere difficile, si scontra con gli ariani della città ed è costretto ad andarsene dopo un anno di questa esperienza (siamo nel 374). Si reca ad Antiochia dove rimane per un anno ospite nella casa del prete Evagrio; in questo ambiente esuberante e culturalmente ricco probabilmente approfondisce le conoscenze della lingua greca.
Poi si decide per l’esperienza monastica nel deserto di Calcide (zona desertica dell’alta Siria) e vi rimane dal 375 al 377. All’inizio entusiasta, inizia gli studi biblici, impara l’ebraico da un monaco giudeo convertito, ed inizia il suo copioso epistolario, ma l’arianesimo sconvolgerà i monaci con nuove dispute. Girolamo, dopo due lettere scritte a papa Damaso perché gli sia indicato con quale vescovo mettersi in comunione, lascia questo genere di vita molto amareggiato, recandosi prima ad Antiochia poi a Costantinopoli (380) dove è vescovo Gregorio di Nazianzo. Alla sua scuola, approfondisce gli studi biblici, conosce l’esegesi allegorica di Origene e ne traduce molte omelie. A quel tempo Origene non era conosciuto in Occidente.
Un Sinodo proclamato da Damaso a Roma (382), conduce Girolamo, trentacinquenne, all’Urbe in veste di accompagnatore ed esperto di Paolino vescovo di Antiochia e di Epifanio vescovo di Cipro, i quali, nell’anno precedente avevano partecipato al concilio Costantinopolitano I. Girolamo è sacerdote, ma poco si sa del suo sacerdozio. Attira l’attenzione di Papa Damaso e ne diventa segretario. Su richiesta del Papa rivede la traduzione latina dei vangeli sugli originali greci e quella dei salmi: il salterio gallicano (così detto per l’ampia diffusione che ebbe in Gallia).
Girolamo entra in contatto con il mondo aristocratico dell’Aventino. Accetta di essere la guida di una piccola comunità di donne e di fanciulle nella lettura della Scrittura e nei loro propositi monastici avviati dopo gli insegnamenti di Atanasio, che in un secondo esilio era arrivato a Roma (339) rimanendovi per 7 anni. Oltre a Marcella che ne è l’iniziatrice, altre figure di rilievo sono Paola e la figlia Eustochio.
Il successo della sua propaganda ascetica, gli eccessi attribuiti a torto o a ragione alle sue discepole, il suo modo franco di parlare, gli creano ancora una volta molti nemici. Con la morte di Damaso (11 dicembre 384) subentra Papa Silicio che ha poca simpatia per i monaci: Girolamo, calunniato da molti, subisce un’inchiesta ecclesiastica. Amareggiato lascia Roma dopo tre anni di permanenza nell’estate 385 all’età di 38 anni, per non farvi più ritorno. Da Antiochia, dove Paola e la figlia Eustochio lo raggiungono assieme ad altre allieve, si reca a Gerusalemme passando attraverso i luoghi santi della Palestina. Si reca anche in Egitto, culla del monachesimo, dove incontra Didimo il Cieco, l’erede della tradizione esegetica alessandrina. Sceglie poi di stabilirsi a Betlemme e qui costruisce due monasteri, uno maschile e l’altro femminile (erano frequenti in quei tempi i monasteri doppi – Carpinello, 2002) ed una casa per i pellegrini.
A Betlemme, in trentacinque anni di attività, la sua opera è vastissima: commenta le lettere di Paolo ispirandosi ad Origene; commenta l’Ecclesiaste; compila “dizionari” dei nomi ebraici e dei luoghi geografici della Bibbia, che preparano le Questioni ebraiche sulla Genesi, rivelatrici del suo interesse per le tradizioni giudaiche; intraprende la traduzione direttamente dall’ebraico di tutti i libri della Bibbia ebraica, pensando così di ritornare alla verità del testo originale: l’hebraica veritas. Terminata la traduzione dei profeti, ne intraprende il commento. Scrive la Vita di Malco, il monaco schiavo, e la Vita di Ilarione, il monaco “vagante”, che si aggiungono alla Vita di Paolo, l’eremita della Tebaide, scritta durante il soggiorno nel deserto calcidico. Combatte altresì contro i gli eredi di Pelagio e per questo diventa amico di Sant’Agostino.
Negli ultimi anni è amareggiato per la controversia origenista. Ne è coinvolto in quanto traduttore di testi di Origene, teme condanne e per questo entra in conflitto con l’amico Rufino. Roma è saccheggiata dai vandali di Alarico nel 410, i romani scappano ed arrivano fino a lui: è la caduta della civiltà.
Nel 404 muore Paola, nel 411 Marcella, nel 418 muore Eustochio. Girolamo è sconvolto e muore il 30 settembre 419. Viene sepolto accanto alle due donne nella Basilica della Natività. Con l’arrivo dell’invasione barbarica, il corpo è trasferito a Roma nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
L'epistolario di San Girolamo
L’epistolario di san Girolamo comprende 154 lettere. Scritte tra gli anni 374-419, da poco prima del suo soggiorno in Calcide fino all’anno della morte. Non tutte sono sue: 16 sono lettere indirizzate a Girolamo e 14 sono lettere di estranei. 42 lettere sono indirizzate a donne (tra queste 19 a Marcella) e altre 6 parlano di donne. Di queste lettere ebbe a scrivere: “So bene, o Principia, figlia mia in Cristo, che moltissimi mi fanno l’appunto di scrivere di tanto in tanto a donne, e di preferire il sesso debole a quello maschile. […] Se ad interessarsi della Scrittura fossero gli uomini, io non mi rivolgerei a donne” (Ep LXV, 1).
Nello scriverle Girolamo ha la consapevolezza di essere un autore, ha sempre presente un ipotetico lettore esterno e la grande diffusione dei suoi scritti tutti destinati ad essere pubblicati (Ep CXXVII, 1). Le sue lettere parlano di vita ascetica, di verginità e vedovanza, di pedagogia; ci sono anche storie di nobildonne, come la storia di Fabiola (la protagonista del famoso romanzo del cardinale N.P. Wiseman). Qualcuna è un vero trattato, tanto che si è potuto classificarle come lettere “dogmatiche”, “esegetiche”, ecc., a secondo della materia che approfondiscono. Le Lettere, più di ogni altro scritto di Girolamo, hanno avuto una grande diffusione almeno fino al XVII secolo.
“Ricchissimo di contenuti storici, scientifici, biblici, ascetici, l’epistolario geronimiano, è anche un capolavoro letterario per la bellezza della lingua, l’immediatezza espressiva e autobiografica. L’autore vi si riflette in piena luce, con le sue asperità di carattere e la dovizia affettiva” (Caruso, 1995).
Le discepole romane di Girolamo
Le discepole romane di Girolamo sono numerose. Giungendo a Roma nel 382, egli entra ben presto in contatto con tutte le nobildonne che si dedicano alla vita ascetica in piccole comunità domestiche e si adopera con ardore alla diffusione dell’ideale monastico.
“Le caratteristiche di questa vita monastica, che leggiamo ad esempio nella orazione funebre in onore di santa Paola (Ep CVII, 20) entreranno nella regola di san Benedetto. Girolamo, qui, si mostra mediatore tra Oriente ed Occidente, ma rimane un occidentale. Non ama né le asprezze, né le demonologie descritte nella vita di Antonio; presta molta attenzione all’umanità di Paola” (Montanari, 2005).
Il carattere nobiliare di queste donne accresce il prestigio della loro esperienza, assicura la possibilità di una vita ritirata e senza preoccupazioni esterne, mentre la vastità delle relazioni sociali favorisce la diffusione dell’ideale. Centro di irradiazione è la casa di Marcella sull’Aventino, la prima donna romana che abbraccia, a detta di Girolamo, la regola monastica. “Sembra, tuttavia, che la prima monaca romana sia stata Melania, la quale successivamente si recherà a Gerusalemme con Rufino. Coinvolta nella lite origenista, Girolamo le toglie questa priorità e la definisce ‘nera come il suo nome’” (Montanari, 2005).
“La professione monastica era allora una novità a Roma. La prima conoscenza ne ebbero i romani da S. Atanasio, quando, venuto a cercare nella fede e nella autorità della cattedra romana quella protezione e quel sostegno che gli negava l’Oriente, tutto congiurato a suoi danni, rivelò a Roma il monachesimo egiziano. […] S. Girolamo che non attinse a Roma il proposito di rendersi monaco, vi era tornato quando da più anni già l’aveva praticato in una delle sue forme più ardue, quella della vita eremitica. […] A Roma se ne fece ardente propagatore” (Vaccari, 1920).
“Le donne di cui parla Girolamo […] vivevano poveramente, si vestivano senza ostentazione e si ritiravano in una camera della loro casa, come Lea, appartenente all’ordine delle vedove. Asella, avviata dai genitori alla verginità consacrata, visse da reclusa nella propria stanza, dormendo in terra e vestendo una tunica di lana grezza. Digiunava, pregava, lavorava con le proprie mani e usciva di casa solo per recarsi a pregare sulle tombe dei martiri. Si può intravedere l’inizio di una vita comune di queste donne, quasi sempre all’interno delle famiglie. […] Sembra che si sia verificata una certa infatuazione da parte della comunità cristiana per questo genere di vita, al punto da determinare delle imitazioni superficiali e addirittura delle falsificazioni che Girolamo attaccava con forza. […] Le vergini compaiono nelle iscrizioni funebri, nelle quali si possono trovare espressioni come virgo sacra Deo, virgo sacrata devota, o ancilla Dei […] Secondo la Vita Costantini di Eusebio di Cesarea, Costantino avrebbe modificato le leggi per non penalizzare il celibato volontario degli asceti cristiani. Costantino ebbe il più grande rispetto per le donne che facevano voto di verginità. Costanzo promulgò nel 354 una legge per proteggerle. […] La decretale attribuita a papa Damaso, stabilì una vera e propria giurisprudenza per le vergini che non avevano rispettato i loro voti. La virgo velata, vergine che aveva ricevuto il velo, era assimilata ad una donna sposata, e dunque era colpevole di adulterio” (Biarne, 2000).
Comunità di vergini e vedove al tempo di Girolamo
Attraverso i dati che emergono dalle lettere, Silvano Cola (1961) così ricostruisce le varie comunità di vergini e vedove al tempo di Girolamo:
- Comunità di Paola (situata nei pressi dell’attuale chiesa di san Girolamo della Carità), con i figli Blesilla, Paolina (moglie di Pammachio), Rufina, Eustochio, Tassozio (marito di Leta e padre di Paola iunior); si aggiunge una parente: Furia.
- Comunità di Marcella (che si riuniva sull’Aventino), con Albina (madre di Marcella), Asella, Marcella (sorella di Asella), Marcellina (sorella di sant Ambrogio?), Principia.
- Comunità di Lea (presso Ostia).
La cultura media di queste donne, che chiedono di essere istruite, è eccezionale per il IV secolo. Abitualmente alle fanciulle viene data una cultura elementare, poi, tutt’al più, segue la scuola di grammatica, ma non quella di retorica. Le donne di nobile famiglia si sposano giovanissime, 16 anni, e passano sotto la potestà del marito. Frequentemente restano vedove giovani, per la prematura morte del marito per guerre e malattie e ne ereditano la cospicua dote; in tal modo lo stato non deve provvedere al mantenimento loro e dei figli. Un nuovo matrimonio per le vedove permette la trasmissione ereditaria di ricchezze e privilegi.
Il cristianesimo, permettendo alle vedove di consacrarsi a Dio, interrompe la prassi dell’ereditarietà, andando contro i costumi della società romana. Le donne cristiane che seguono l’ideale monastico non sono né mogli né madri: a maggior ragione esse sconvolgono l’ordine sociale: “La seguace di Cristo trasgredisce la legge antica, che la destinava alla riproduzione della specie, e vive l’universalità del sentimento d’amore, rinnegando il primato dei vincoli di sangue e in esso la morale pagana. L’alternativa tra nozze e vita verginale si profila di netto quale scelta fra paganesimo e cristianesimo” (Carpinello, 2002).
La lettera a Eustochio
La lettera a Eustochio è la più lunga e nota. Eustochio, figlia preferita di Paola, in realtà si chiama Giulia; il vecchio Girolamo preferisce invece chiamarla così, con un termine greco vezzeggiativo di “tenerezza”. Fin dalla nascita è consacrata alla verginità. Non ha ancora vent’anni quando la madre incarica Girolamo della sua educazione, in precedenza affidata a Marcella. Per lui, essa resta la figura ideale della vergine, la prima giovane della nobiltà che ha offerto a Roma lo spettacolo di una verginità consacrata (Ep XXII, 15). Assieme alla madre, impara così bene la lingua ebraica da cantare i salmi nel testo originale senza la minima inflessione latina (Ep CVII, 26).
Eustochio, unica tra le figlie, segue in Oriente la madre Paola, fa vita monastica e diventa superiora del monastero di Betlemme alla morte della madre. Cura in modo particolare la nipote Paola (figlia di Leta e di Tassozio), che Girolamo le ha affidato “come compagna, perché diventasse erede della sua santità” (Ep CVII, 13). Muore nel 418, lontano dal monastero costruito da Paola, ridotto ad un mucchio di rovine da monaci esaltati seguaci di Pelagio.
La lettera, scritta negli anni 383-384 durante la sua permanenza a Roma, è un invito pressante a non lasciarsi lusingare dal mondo e a continuare il cammino nel santo ideale scelto. Non è un panegirico della verginità, dice Girolamo, ma piuttosto un quadro dei pericoli che la insidiano. Citazioni bibliche, bozzetti di vita vissuta e principi ascetici si intrecciano, senza un ordine logico prestabilito, ma pieno di vivacità ed attraente. Il male e le sue mille ramificazioni sono esposte con intuizione psicologica non comune.
“Implacabile flagellatore del vizio sotto tutte le forme e fiero avversario degli oziosi e dei bontemponi, Girolamo non attenua certo la realtà, né diluisce le tinte. Chi si sentì toccato dalle terribili scudisciate, infuriò; ma i buoni ne godevano” (Vaccari, 1920). Causticità e retorica si mescolano nello scritto; il linguaggio non è sempre castigato e talvolta può urtare la sensibilità moderna, la quale può meravigliarsi dei discorsi che Girolamo tiene a una giovinetta (Cfr. Camisani, 2000).
La lettera è stata composta “non solo per salvaguardare una perla singolare del suo apostolato ascetico da ogni impurità che ne minacciasse lo splendore, ma forse anche per fornire – al pari di Atanasio e di Ambrogio –, una autentica regola, seppure sui generis, per la condotta delle vergini cristiane. In effetti, questa lettera – preminente su tutte le altre anche di ordine spirituale – ci appare, per ampiezza e solidità strutturale, come un vero trattato sull’eccellenza della verginità e un codice di morale e di ascetismo ad uso delle vergini consacrate a Dio” (Camisani, 2000). Altri (Carpinello, 2002) definiscono la lettera “uno scritto fondamentale nella storia della letteratura monastica”.
La lettera XXII percorrerà i secoli: fu tanto amata nel Medioevo che ne possediamo una traduzione francese in versi poetici del XIII secolo ed una traduzione in volgare di Domenico Cavalca della seconda metà del XIV secolo. Stupisce il linguaggio e i contenuti ben diversi da quelli di altre lettere, che testimoniano invece una diffidenza verso il mondo femminile tale da toccare la misoginia. Un esempio: la lettera a Ctesifonte, seguace di Pelagio, scritta tra il 414 e il 415. “Ecco come stanno le cose. E che vogliono, allora, quelle miserabili donnette cariche di peccati che si lasciano trascinare da una parte e dall’altra da qualsiasi vento di dottrina, e che stanno sempre lì ad imparare senza mai raggiungere la conoscenza della verità? E quegli altri cascamorti di quelle femminette, che patiscono il prurito alle orecchie e non...”
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