Origine comune delle lingue europee e asiatiche
La maggior parte delle lingue d'Europa e Asia presentano delle somiglianze che possono essere spiegate solo se si postula che abbiano avuto un'origine comune. Trovare questa lingua di base è compito della linguistica comparativa che nasce solo nel XIX secolo. Il primo passo del metodo comparativo-ricostruttivo consiste nell'individuazione delle forme da confrontare: due parole simili nella forma e nel significato non sono identificabili se il confronto comporta delle corrispondenze fonetiche irregolari; al contrario, due parole formalmente dissimili possono essere confrontate se presentano delle corrispondenze fonetiche regolari.
Mutamento fonetico
Dietro alla comparazione sta il principio del mutamento fonetico: quando in una data lingua un dato suono linguistico, o fono, subisce un mutamento, questo deve verificarsi in tutte le parole di quella lingua (mutamento non condizionato) o in tutte le parole in cui quel suono si trova in un contesto fonetico determinato (mutamento condizionato).
Innovazione o tratto comune
La presenza di una stessa innovazione o di un tratto comune in più lingue può essere dovuta a:
- Parentela genealogica: le lingue hanno un'origine comune;
- Contiguità areale e teoria delle onde: se due lingue che presentano un medesimo fenomeno sono o sono state geograficamente contigue, si può immaginare che i parlanti dell'una e dell'altra siano entrati in contatto tra loro. Il modello dell'espansione areale è applicato a spazi geografici privi al loro interno di netto confini linguistici; tuttavia le parole possono attraversale facilmente un confine linguistico e diffondersi in un'altra lingua: si parla allora di imprestito.
Oltre al caso della contiguità geografica (adstrato), vi sono i casi di sovrapposizione di una lingua su un'altra nel medesimo territorio. L'azione della lingua della popolazione precedentemente stanziata nel territorio su quella della popolazione sopravvenuta è detta sostrato. Il fenomeno inverso, superstrato.
Lingue indoeuropee
Le lingue considerate indoeuropee appartengono a vari sottogruppi:
- Anatolico: documentato dal II millennio a.C. (comprendente ittito, luvio cuneiforme e palaico).
- Greco: dal II millennio a.C.
- Indoiranico: suddiviso in indoario e iranico, dal II millennio a.C.
- Frigio: dal VIII sec a.C.
- Latino: VI sec a.C.
- Osco-umbro: VI sec a.C.
- Venetico: VI sec a.C.
- Messapico: V sec a.C.
- Celtico: diviso in celtico continentale (dal VI sec a.C.) e celtico insulare (IV sec d.C.).
- Germanico: dal II sec d.C.
- Armeno: V sec d.C.
- Tocario: diviso in tocario A e tocario B (dai secc VI-VII d.C.).
- Slavo: dal IX sec d.C.
- Baltico: comprende antico prussiano (dal XIV sec d.C.), lituano e lettone, dal XVI sec d.C.
- Albanese: dal XV sec d.C.
I rami indoeuropei cui appartengono lingue ancora vive sono indoiranico, armeno, greco, latino, celtico, germanico, baltico, slavo e albanese. Le lingue nazionali moderne sono il frutto di una serie di processi di standardizzazione in un'epoca preistorica priva di stati territoriali, tra V e III millennio a.C.
Indoeuropeo ricostruito
Possiede le categorie grammaticali di:
- Numero: sia nel nome sia nel verbo sono distinti singolare, plurale e duale;
- Caso: 8 casi grammaticali: nominativo, accusativo, dativo, genitivo, strumentale, locativo, ablativo e vocativo;
- Genere grammaticale: maschile, femminile e neutro. Nel nome il femminile originariamente rappresentava una categoria derivazionale e non flessionale; le categorie derivazionali non sono obbligatorie;
- Persona: le tre persone del verbo (emittente, destinatario e terza persona) sono distinte;
- Tempo: il verbo conosce l'opposizione presente-passato, ma non la categoria del futuro;
- Aspetto: il verbo conosce l'opposizione aspettuale perfettivo-imperfettivo (detto tema del presente), su cui si formano un presente e un passato (imperfetto) e un tema verbale perfettivo (tema dell'aoristo). Nell'aspetto perfettivo il tempo dell'azione è visto come un'unità delimitata e indivisibile; nell'aspetto imperfettivo, l'azione è vista nel suo svolgersi attraverso il tempo. Un altro tema verbale, quello del perfetto, è riservato all'espressione dello stato sussistente in quanto risultato di un'azione (resultativo);
- Modo: sono quattro: indicativo (asserzione), imperativo (comando), congiuntivo (possibilità), ottativo (augurio);
- Diatesi: attiva e media; nella diatesi media il soggetto è visto come entità interna all'azione (es. gr. gìgnomai, "nasco, divengo", conosce solo la diatesi media). Il verbo indoeuropeo non conosce il passivo.
Strutture formali
- Radice: è un morfema lessicale (morfema= unità minima dotata di significato); le più frequenti sono quelle del tipo CVC (es. *sed- sedere, *ber-portare), CVCC (es. *lejk-lasciare) e CCVC (es. *pre-chiedere), dove C= una qualsiasi consonante, V= presenza virtuale di una vocale determinata dall'apofonia. Le consonanti tendono a disporsi in modo che si abbia sonorità crescente dal primo fonema fino alla vocale apofonica e decrescente dalla vocale apofonica fino all'ultimo fonema.
- Apofonia: un'alternanza vocalica con funzione morfologica che possono presentare le radici. I gradi apofonici sono: grado zero (assenza di vocale), (N allungato), grado e (Normale o pieno), grado o (No), grado e grado ō (No allungato). Quando la radice contiene una semivocale o una sonante, questa può assumere al grado zero la posizione di nucleo sillabico. L'incontro di due consonanti in una radice al grado zero può causare l'emersione del cosiddetto *schwa secundum (ə), una vocale epentica priva di funzione distintiva.
- Morfologia non concatenativa: nonostante sia invalso l'uso di citare le radici al grado e, la vocale non fa propriamente parte della radice. Di fatto essa è costituita da sole consonanti, mentre la vocale apofonica costituisce un morfema grammaticale. La radice indoeuropea dunque è un morfema lessicale discontinuo all'interno del quale viene intercalato il morfema grammaticale della vocale apofonica. La morfologia caratterizzata da discontinuità lineare è detta "non concatenativa".
- Apofonia con vocale lunga: caratterizzata da vocale lunga (ē, ā, ō) al grado pieno e da ə al grado zero. Alcune radici bisillabiche hanno due posizioni apofoniche, di cui la seconda è con vocale lunga (Es. *pet-, volare, può assumere le forme: *pet-, *pt, *pēt-);
- Raddoppiamento: alcune formazioni verbali sono caratterizzate da raddoppiamento, ossia da reduplicazione parziale della radice. Nel perfetto, che nel singolare ha radice al grado o, si premette alla radice una sillaba CV costituita dalla reduplicazione della prima consonante della radice e dalla vocale e: es. da *lejk si ha gr. lèloipa < *le-lojk-a 1sg.
- Affissi: l'indoeuropeo fa uso solo di suffissi; l'unico prefisso è il cosiddetto aumento, cioè il prefisso e- che caratterizza nel verbo il modo indicativo del verbo passato.
- Tema: si compone di radice + affissi, e ad esso si aggiungono le desinenze. Le formazioni prive di affissi sono dette radicali. Sia nel nome sia nel verbo si distinguono due tipi di flessione, una tematica e una atematica.
- Flessione tematica: è propria dei temi che terminano con la vocale tematica, ossia una vocale alternante -e/o-; Una flessione priva di suffissi che presenti vocale tematica può dirsi radicale tematica. I nomi tematici (temi in -o-) hanno vocale tematica al grado -o- in tutte le forme tranne il vocativo singolare (lat. lupus > voc. lupe); nell'indicativo dei verbi tematici si ha vocale tematica al grado -e- nella terza persona singolare e duale e nelle seconde persone e vocale tematica al grado -o- nella terza persona plurale e nelle prime persone (lat. 3sg legit < *legeti; 3pl. legunt < *legonti). Le flessioni tematiche conservano l'accento sulla medesima sillaba in tutte le forme del paradigma, eccetto nel nome il vocativo.
- Flessione atematica: può presentare alternanze apofoniche nella radice o nei suffissi: si dicono forti le forme del paradigma con grado pieno o allungato e deboli le forme con grado zero. Nel nome sono forti il nominativo e il vocativo di tutti i numeri, e l'accusativo e il locativo del singolare. Nel verbo sono forti le tre persone del singolare della diatesi attiva; inoltre nella flessione atematica l'alternanza apofonica è accompagnata da spostamenti nella posizione dell'accento all'interno del paradigma flessionale.
Suffissi e formazione dei temi
Temi nominali
- Nomi d'agente: il suffisso *-ter-/-tor- forma nomi d'agente (gr. dotér, datore) e nomi di parentela (gr. patér, padre). Nomi d'agente sono anche alcuni nomi radicali tematici ossitoni (con accento sull'ultima sillaba), come gr. tomós, tagliente.
- Nomi d'azione: li formano i suffissi *-ti-/tej- e *-tu-/-tew- (ai. mati-, pensiero, da *men-, pensare; lat. gustus, il gustare, da *gews, gustare).
- Nomi di strumento: formati dal suffisso *-tlo-, *-tro-, *-dlo-, *-dro- (lat. aratrum, aratro).
- Participi: p. attivo ha suffisso *-nt- (lat. ferentes, che portano); il p. medio ha suffisso *-meno-, il p. perfetto ha suffisso *-wos (gr. eidós, che sa, < *wejdwos).
Flessione verbale
Le desinenze verbali esprimono la persona, il numero, la diatesi, il tempo e il modo. Le desinenze principali si distinguono dalle secondarie per la presenza del formante -i e sono caratteristiche dell'espressione del tempo presente. Il passato (imperfetto se costruito su un tema di presente e aoristo se costruito sul tema dell'aoristo) utilizza invece le desinenze secondarie e presenta il prefisso e (es. ai. bharati er-e-ti, porta; ai. abharat < *e-ber-e-t, portava). Il perfetto ha un sistema di desinenze proprio. È detto convenzionalmente ingiuntivo una formazione, costruita sul tema del presente o sul tema dell'aoristo, dotata di desinenze secondarie ma priva di aumento. L'ingiuntivo doveva essere un carattere atemporale e rappresenta un residuo di una fase in cui il verbo non distingueva il presente dal passato. Il modo imperativo è dotato di desinenze proprie: la seconda persona singolare tematica è costituita dal puro tema con vocale tematica -e- (lat. lege); la seconda persona singolare atematica ha desinenza *-di (gr. ìthi, va). Il congiuntivo dei verbi atematici si distingue dall'indicativo per la presenza della vocale tematica (lat. eris, sarai originario congiuntivo <*es-e-s); il congiuntivo dei verbi tematici si distingue dall'indicativo per la presenza di una vocale lunga (gr. pherete 2 pl. cong. da phero, porto). L'ottativo usa le desinenze secondarie ed è caratterizzato dal suffisso *-je-/ -i- (lat. arc. sies, che tu sia); nelle flessioni tematiche l'ottativo ha un suffisso *-oi- (gr. pheroite 2pl. ottativo da phero), in cui è vista l'unione della vocale tematica -o- col suffisso dell'ottativo atematico.
Mutamenti nelle lingue storiche
Nella morfologia delle lingue storiche si notano:
- Recessione delle classi flessionali atematiche, nominale e verbale, originarie;
- Rianalisi del confine morfologico e creazione di nuove classi flessionali. Ad esempio il lat. ignis continua un nominativo indoeuropeo con desinenza -s applicata al tema, uscente in -i-; il latino ignibus continua un dativo-ablativo plurale indoeuropeo con desinenza *-bos. L'oscurarsi dell'originario margine morfologico permette ai parlanti di rianalizzare igni-bus in ign-ibus. Si crea così una nuova desinenza -ibus che viene estesa alla maggior parte dei temi in -u-: ad esempio manibus dativo plurale di manus, mano. Originariamente ignis e manus appartenevano alla medesima classe flessionale: nominativo singolare con desinenza -s; dativo-ablativo plurale con desinenza *-bos. In latino ignis e manus appartengono a due classi flessionali diverse: ignis alla terza declinazione, manus alla quarta.
- Sincretismo dei casi: solo le lingue indoiraniche antiche conservano tutte le distinzioni formali dei casi attribuibili all'indoeuropeo. Si riscontra in più lingue la tendenza a sostituire le forme sintetiche con sintagmi preposizionali: se l'antico indiano esprime lo stato in luogo con il caso locativo, il greco, che ha perso questo caso, ricorre a un sintagma preposizionale costituito dalla preposizione en+ dativo. Si dice sincretismo in fenomeno per cui una forma assume funzioni originariamente riservate a casi grammaticali perduti: il dativo greco assume anche le funzioni di locativo e strumentale.
- Tra le categorie instabili si trovano il numero duale, la categoria originaria del perfetto (conservata solo in greco e in indoiranico) e l'opposizione modale congiuntivo-ottativo (conservata solo in greco e indoiranico).
Lingue anatoliche
Al II millennio a.C. risale la documentazione dell'ittito, del luvio e del palaico. L'ittito era la lingua amministrativa dell'impero ittita, costituitosi nel XVII sec a.C. e dissoltosi nel 1200 a.C. Gli Ittiti controllavano la penisola anatolica ed erano una delle maggiori potenze politiche dell'Asia Minore. Il palaico era diffuso nell'Anatolia settentrionale e, già all'epoca della redazione della documentazione che abbiamo, costituiva una lingua morta utilizzata solo in formule rituali. Il luvio, parlato nella parte meridionale dell'Anatolia, sopravvisse a lungo alla caduta dell'impero ittita. Infatti le iscrizioni geroglifiche risalgono in parte ai secc X-XVII C. Il sistema scrittorio utilizzato, il geroglifico anatolico, si compone di ideogrammi e sillabogrammi. Appartengono al gruppo anatolico anche il licio e il lidio, attestati prevalentemente in iscrizioni funerarie dei secc V-IV, ossia a un periodo successivo all'assoggettamento dell'Anatolia da parte dell'impero persiano. Licio e lidio utilizzano sistemi scrittori di tipo alfabetico mutuati dal mondo greco. Il sistema scrittorio cuneiforme, sviluppato originariamente dai sumeri, giunse agli ittiti attraverso la mediazione degli accadi, Essi si compone di ideogrammi e sillabogrammi. Gli ideogrammi rimandano direttamente a un concetto, indipendentemente dalla sequenza di suoni che a esso è associata in una determinata lingua. La decifrazione dell'ittito individuò la semplicità del sistema morfologico dell'anatolico. Sia nel verbo sia nel nome manca il numero duale; nella morfologia nominale manca il genere femminile sussistendo un'opposizione binaria tra genere comune e neutro; nella morfologia verbale si hanno due soli modi (indicativo e imperativo) e due soli tempi (presente e preterito). A questo punto si può ipotizzare che l'anatolico o abbia conosciuto una semplificazione assai precoce del sistema morfologico ereditato dall'indoeuropeo, oppure che il ramo anatolico si sia distaccato dalla lingua madre in una fase nella quale non si erano ancora costituite diverse categorie grammaticali. Questa seconda via implica però la delineazione di un particolare albero genealogico delle lingue indoeuropee: una lingua madre indoittita con due ramificazioni, indoeuropeo e anatolico.
Fonologia
Vocalismo
L'opposizione di quantità vocalica è stata fortemente alterata da fenomeni di abbreviamento delle originarie lunghe in posizione atona e di allungamento delle originarie brevi in posizione tonica. Ad eccezione del licio, le lingue anatoliche mutano l'i.e *o in a: itt. yukan, giogo < i.e *jugom. Sistematico è il monottongamento dei dittonghi indoeuropei: in ittito *ew e *ow danno u, mentre *ej e *oj danno e.
Consonantismo
Si perde l'opposizione di aspirazione; originarie sonore e sonore aspirate vengono confuse in un'unica serie di sonore contrapposte a quella delle sorde. La semivocale indoeuropea *w si conserva in ittito (itt. watar, acqua < i.e *wodōr); *j scompare nella maggior parte delle posizioni, ma è conservata in posizione iniziale davanti a vocale non palatale (itt. yukan, giogo < i.e *jugom).
Morfologia nominale
Il nome ittito conosce due numeri (singolare e plurale) e due generi (comune e neutro). Si conservano distinti tutti i casi attribuiti all'indoeuropeo ricostruito, ai quali si aggiunge l'allativo (o direttivo) che indica il moto a luogo. I neutri possiedono una sola forma per il nominativo e il vocativo, ma il nominativo-accusativo dei nomi neutri non può fungere da soggetto dei verbi transitivi, funzione riservata per i neutri a forme specifiche caratterizzate da una terminazione /-ants/ (pl. /-antes/). L'ittito presenta proposizione con verbo singolare e soggetto neutro plurale, un tratto conservativo che testimonia come alla base del nominativo neutro plurale delle lingue indoeuropee stia un originario singolare collettivo. Riguardo alla morfologia dei pronomi va menzionato l'uso di pronomi enclitici in funzione di oggetto, di complemento indiretto e in funzione di soggetto. Caratteristica della proposizione ittita è la possibilità di legare al primo elemento tonico una serie di elementi enclitici di vario tipo.
Morfologia verbale
Il verbo ittito possiede due tempi (presente e preterito), due modi (indicativo e imperativo) e due diatesi (attiva e media). I verbi ittiti sono distribuiti in due coniugazioni, in -mi e in -hi, che si differenziano tra loro esclusivamente per le terminazioni delle tre persone del singolare nella diatesi attiva del modo indicativo (sia del presente che del preterito). Le desinenze della coniugazione in -mi continuano le desinenze principali della flessione atematica: 1sg. -mi <i.e *-mi, 2sg. -si <-*si, 3sg. -zi <i.e *ti, 3pl. -anzi < i.e *-enti.
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