1. I fratelli dei bambini malati
La cura e l’attenzione anche sui fratelli dei bambini malati è emersa solo
negli ultimi anni, perché solitamente in caso di malattia di un figlio, l’altro
inevitabilmente viene più trascurato e passa in secondo piano a causa
dell’emergenza. I fratelli sani solitamente sviluppano dei comportamenti
particolari a causa della trascuratezza e del senso di esclusione che si
genera dall’emergenza di curare il fratello malato. I fratelli rischiano di
essere i “grandi assenti”. Solo raramente hanno la possibilità di partecipare
alle fasi della malattia a causa della lontananza, della scuola, delle regole
imposte dall’ospedale. Di fronte al rischio di morte del figlio malato il tempo
dedicato agli altri figli diminuisce ulteriormente. Un ruolo importante lo
gioca l’incertezza nei confronti della malattia, succede spesso che i genitori
tengano all’oscuro di cosa stia accadendo aumentando il senso di esclusione
dei fratelli, ma devono considerare che anche se i bambini non sanno,
sentono comunque che c’è qualcosa di anomalo che non va. Bisogna che il
bambino sappia lo stretto necessario (da commisurare in base all’età e al
bambino) in modo da tranquillizzarlo ed evitare che possa pensare che la
malattia può essere contagiosa. Questi bambini, da sani, possono
cominciare a sviluppare sentimenti di angoscia e stress dovuti al
cambiamento della visione di alcune cose e dalla presenza incombente della
malattia, e in alcuni casi, anche di paura della morte. I siblings possono
anche avere reazioni diverse nell’affrontare la difficoltà della malattia in
famiglia: possono diventare iper-responsabilizzati (adultismo) e rassicurare
costantemente in genitori, cercano di comportarsi da grandi e quindi evitano
di lamentarsi o di fare domande, facendo finta di non sapere; altri bambini
possono, invece, regredire e comportarsi come se fossero più piccoli rispetto
alla loro età, per cercare le attenzioni dei genitori che gli sono state negate;
infine, potrebbero anche cercare di sviluppare una sorta di indipendenza e
autosufficienza per staccarsi dai genitori (orfanità), per cercare di
allontanarsi dalla famiglia e da questo vissuto tragico. Per poter aiutare
questi bambini e i genitori, in questi casi è necessario che i genitori riescano
a comunicare in modo rilassato all’interno della famiglia, sia sulla malattia
che sulle emozioni che ci sono nel clima. Da parte nostra ciò che possiamo
fare è cercare di coinvolgere i fratelli fin dall’inizio, con l’aiuto dei genitori.
Bisognerebbe tenerli informati in modo adeguato, dare importanza agli
aspetti positivi del trattamento, spiegare che non sono in alcun modo
responsabili della malattia del fratello. Alcune ricerche hanno dimostrato che
la qualità di vita e il funzionamento psicologico nei fratelli di bambini con
tumore, che presentano una compromissione in diverse aree. In altri studi,
tuttavia, non sembrano differenziarsi in maniera significativa.
possibilità di favorire un positivo adattamento psicosociale e strategie di
++
coping utilizzate dai FRATELLI SANI, attraverso informazioni ricavate con
maggior frequenza, corretta comunicazione, anche della diagnosi e prognosi
Versione breve per il preappello – simulazione da 6 min.
I fratelli dei bambini malati spesso vengono un po’ messi in disparte dai
genitori perché si è concentrati molto sulla malattia del figlio. Per questo la
letteratura si riferisce a loro come i ‘’grandi assenti ’’ , ma come sappiamo
anche se sani, questi bambini è possibile che questi bambini incontrino delle
difficoltà durante il loro percorso, sviluppando paura della morte, ansia e
sensi di colpa. È necessario che anche i fratelli vengano messi al corrente
della malattia, che vengano tranquillizzati in modo che non sentano di aver
contagiato il fratello in qualche modo. I fratelli sani possono reagire in
diversi modi rispetto all’emergenza, ci sono bambini che non fanno
domande e tranquillizzano i genitori (adultismo), bambini che invece
cercano le loro attenzioni perché si sentono trascurati (regrediscono) e
bambini invece, che cercano di staccarsi dal nucleo familiare in modo da
non sentirsi emotivamente coinvolto (orfanismo). È necessario che anche i
siblings vengano coinvolti per poter aiutare il fratello malato a mantenere
dei contatti con il mondo al di fuori dell’ospedale.
2. La qualità della vita: Health Related Quality of Life e la
sua misurazione;
Come sappiamo la salute non è solo assenza di malattia, per puntare ad un
buon benessere psicologico non dobbiamo concentrarci a far guarire il
paziente, quanto cercare di migliorare la sua qualità di vita e il suo benessere.
L’idea di qualità di vita è soggettiva e sottolinea l’importanza di come
affrontiamo una difficoltà, quanto siamo soddisfatti della nostra vista, rispetto
ad uno standard che ci siamo prefissati. Quindi dipende anche dalle nostre
aspettative e dai nostri obiettivi che ci siamo fissati per la nostra vita.
-La qualità di vita si definisce come la percezione che il soggetto ha della
propria posizione della vita, nel contesto culturale e del sistema di valori in cui
vive ed è legata ai suoi obiettivi, alle sue aspettative, ma anche alle sue
preoccupazioni e alle sue abitudini. (Concerns) -
L’idea di qualità di vita è legata alla percezione e valutazione della propria vita,
in relazione alla soddisfazione nelle varie aree dell’esistenza, al benessere
soggettivo, al proprio senso di felicità e alla propria salute psicofisica. Secondo
Veenhoven, la qualità di vita è un costrutto flessibile, che può cambiare
nell’arco del tempo in relazione alla fase della vita che stiamo vivendo. Le
nostre valutazioni possono riferirsi ad un periodo specifico della propria vita,
passata presente e futuro. Gli strumenti di valutazione della qualità di vita
solitamente sono brevi questionari e ce ne sono di diversi tipi in base al tipo di
paziente a cui ci interfacciamo: abbiamo questionari generici, che misurano
diversi aspetti della qualità di vita (come il disagio percepito e anche funzioni
fisiche, sociali, salute mentale, dolore e altri aspetti) e ci sono questionari
specifici per patologie, popolazioni o condizioni, che hanno degli item specifici
che indagano diversi aspetti della patologia, o il riferiti particolarmente ad un
tipo di popolazione ( per esempio gli anziani) o con condizioni particolari ( per
esempio dolore). Per ogni esigenza abbiamo, quindi, diversi strumenti che
possiamo utilizzare, uno dei più usati è la WHO – QoL – 100, uno strumento che
valuta la dimensione della salute definita dall’OMS e indaga 6 aree (fisica,
psicologica, livello di indipendenza, rapporti sociali, ambiente e convinzioni
personali)
Riassunto
Concetto MULTIDIMENSIONALE che include lo stato funzionale, il benessere
psicologico e
sociale, la percezione del proprio stato di salute e i sintomi correlati alla
malattia. É
un concetto difficile da definire, oltre al dominio fisico, psico e sociale esistono
altri
fattori come il reddito, la condizione di libertà etc. Ciascun fattore dovrebbe
essere misurato tenendo conto dello stato oggettivo della saluta e della
PERCEZIONE soggettiva della salute stessa, influenzata dalla personalità di
ciascuno. Oggi si parla di valutazione soggettiva della QdV.
Strumenti di valutazione della QdV: solitamente brevi questionari. Modalità più
completa comprende sub domini. I questionari possono essere diversi nella
forma,
costruiti a seconda del tipo di interlocutore. Tra gli strumenti:
- Generici - Specifici per patologia - Specifici per popolazione - Specifici per
funzione
I questionari vengono differenziati in base a delle fasce d’età e alcuni sono
indirizzati anche ai genitori. Abbiamo questionari dai 2 ai 4 anni, per i genitori
ovviamente. Questionari poi che vanno dai 5 ai 7 anni (fatto sottoforma di
intervista) , dagli 8 ai 12 e dai 12 ai 18 anni, tutti con delle differenze in base
alla fascia d’età. In clinica utilizziamo spesso anche l’intervista semi strutturata
in cui ci sono anche aspetti che riguardano la qualità di vita. Alcune
informazioni che vengono raccolte solitamente sul bambino è di quanto si
riesce a rapportare con i coetanei, il rapporto con i fratelli e sorelle, come
reagisce alla terapia, quanto è partecipativo ai giochi, quanto tollera la
riduzione di liberta e i rapporti con la scuola.
3. Differenze di reazione all’ospedalizzazione in base all’età
del bambino.
Una volta superata la lunga fase di analisi e arrivati alla diagnosi i piccoli
pazienti devono cominciare ad intraprendere un percorso terapeutico, a cui
dovrà in qualche modo adattarsi. Riuscire a adattarsi alla malattia però, non è
semplice, per i bambini in particolare è difficile passare dall’andare a scuola
normalmente a dover passare la maggior parte del proprio tempo in ospedale,
con degli estranei e subire anche delle terapie che possono essere dolorose.
Come tutti, i bambini iniziano a chiedersi cosa hanno fatto di sbagliato, si
sentono come se fossero stati messi in punizione, sottoposti a tutte quelle
terapie che sono stressanti, senza saperne il vero motivo. Le fonti di stress più
comuni per bambini che intraprendono una lunga terapia in ospedale sono la
paura, dovuta al fatto che il bambino sente che c’è preoccupazione nell’aria e
sente anche una mancanza di controllo di ciò che sta accadendo. I bambini
ospedalizzati devono anche affrontare diverse separazioni dai genitori (con cui
prima passava la maggior parte del tempo) e stare a contatto con degli
estranei, senza neanche poter andare a scuola e stare con i suoi compagni.
L’impatto che ha una malattia sul bambino dipende da diversi fattori: dalle
caratteristiche della malattia, dalle caratteristiche del bambino, dalle risorse
della famiglia e dal sistema di supporto che sia bambino che famiglia hanno a
disposizione. Per i piccoli pazienti alcune fasi normali dello sviluppo non
vengono attraversate o vengono vissute diversamente perché vanno in contro
ad un evento stressante che li porta ad essere più dipendenti dagli adulti a
causa della malattia, hanno bisogno di frequenti controlli in ospedale, e hanno
anche meno tempo per potersi dedicare alla scuola o alle attività di svago, oltre
a subire dei cambiamenti corporei differenti da quelli che sono caratteristici di
uno sviluppo tipico. In base alla fascia d’età, i bambini possono reagire
diversamente, avere bisogni diversi e adattarsi diversamente alla malattia.
Bisogna cercare di creare degli interventi personalizzati, sia per i bambini che i
genitori.
1. Primo anno di età – nel primo anno di vita i bambini hanno dei bisogni
primari (cibo, protezione, accudimento etc) che se soddisfatti non
dovrebbe andare in contro a ripercussioni negative. – alcuni parlano di
zona franca in questo periodo, ma è importante considerare il vissuto del
bambino anche in questa fascia precoce, perché anche se non riesce a
capire non significa che non senta dolore o senta che ci sono dei vissuti
negativi. Si tratta pur sempre di un bambino, che anche se non capisce,
sente se c’è qualcosa che non va, quindi è necessario stargli sempre
accanto e cercare di stimolarlo. Quando i bambini sono molto piccoli,
possiamo intervenire maggiormente è sui genitori. Dobbiamo assicurarci
che i genitori stiano bene e in armonia in modo che utilizzino le loro
risorse per affrontare quest’evento stressante e sostengano
adeguatamente il bambino dandogli tutto quello di cui hanno bisogno.
Rinforzare i genitori e indirizzarli a stare accanto al bambino per non farlo
sentire solo e continuare a stimolarlo.
2. dai 1 ai 3 anni – in questa fase molto delicata il bambino non accetta
spiegazioni logiche, ed è comune che si spieghi l’ospedalizzazione come
una punizione in base a qualcosa che ha fatto e sviluppi un senso di
colpa. Quello che si può fare è cercare di stare il più possibile vicino al
bambino, cercando di iniziare sì a spiegare un pochino le cose con dei
termini molto semplici, chiaramente alla portata della sua età e
soprattutto cercare di evitare con le spiegazioni che il bambino possa
alimentare questo vissuto, che tutto dipende da lui, perché è stato lui
inadeguato e non si merita di stare bene, è stato tutto conseguenza di un
qualche suo comportamento. Per questo è importante che lavoriamo con
i genitori cercando di sostenerli e di invitare a stimolare il bambino, farlo
muovere e cercare di non trasmettergli l’idea che non ha fatto nulla di
sbagliato.
3. Dai 4 agli 11 anni - i bambini iniziano a riuscire tollerare delle brevi
separazioni, nel senso che se gli spiego che la mamma non li abbandona
e che tornano presto dalla loro mamma iniziano a capire e a non sentirsi
completamente persi. Poi iniziano anche ad avere gli strumenti dal punto
di vista delle competenze sociali nel senso che iniziano a poter investire
anche nella costruzione di rapporti con altri significativi oltre ai loro
caregiver, ai loro genitori. Quindi iniziano proprio in questa fascia di età,
anche i più piccolini, a fare amicizia con il personale, a costruirsi dei
punti di riferimento anche tra i camici bianchi, avere le loro preferenze,
riconoscerli e a entrare un pochino in relazione. Quindi in questa fascia
di età di solito si affidano alle cure del personale, solitamente collaborano
a meno che non ci siano situazioni particolari, però dall’altra parte invece
cresce il vissuto dal punto di vista psicosociale riferito verso l’esterno. Da
questa fascia d’età in poi diventa sempre più importante il fatto di
pensare a cui si rinuncia fuori. Quindi inizia a presentarsi questo
sentimento di sentirsi inferiori rispetto ai loro compagni e ai loro amici,
che continuano a fare attività e soprattutto anche il fatto di sentirsi così
dimenticati o rimanere indietro rispetto a quello che gli altri fanno nella
vita di tutti i giorni. Cambiano le esigenze del bambino che ora vorrebbe
anche avere relazioni con altri pari (dai cinque anni in su). Come psicologi
possiamo intervenire sul bam
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