Sara Annibali
RISPOSTE ALLE DOMANDE ESAME PSICOLOGIA DEL LAVORO E DELLE ORGANIZZAZIONI
Professoressa Maeran, Università degli studi di Padova, facoltà di psicologia, corso di laurea in scienze e
tecniche psicologiche
1) L’uomo sociale e il contributo di Mayo x2
2) Herzberg e la teoria dei due fattori x5
3) La cultura organizzativa x3
4) Il mobbing x3
5) Il processo di selezione: descrivere le fasi
6) Il processo di formazione: descrivere le fasi
7) le teorie organizzative i due approcci e descrivi una delle teorie x2
8) Taylorismo x2
9) Workaholism
10) Clima organizzativo
11) Motivazione e spiegazione di una teoria x2
12) Work Life Balance
13) argomento a piacere x2
14) dalla fatica allo stress
Risposte
L’uomo sociale e il contributo di Mayo
Elton Mayo (1880-1949) è stato uno psicologo australiano attivo in America, considerato il padre della
moderna “psicosociologia industriale”, ovvero, colui che ha introdotto veri e propri metodi psicologici
all’interno dell’industria. Il suo compito principale era intervenire all’interno di situazioni lavorative critiche,
analizzandole e trovando le soluzioni più adeguate: il metodo di lavoro da lui utilizzato a questo scopo
consisteva nel condurre una serie di esperimenti basandosi su gruppi sperimentali e di controllo, nel
tentativo di individuare fattori critici nello svolgimento dell’attività lavorativa nella maniera più ottimale,
che non fossero ancora stati individuati (visto che i casi che gli erano affidati, nella maggioranza delle volte,
erano già stati analizzati e trattati sulla base di metodologie precedenti con scarsi risultati). I casi più famosi
che egli seguì sono: il caso del turnover degli operai filatoi di Philadelphia nel 1923 e quello dello
stabilimento Hawthorne alla Western Eletric Company nel 1927; nella prima situazione si trovò di fronte a
una serie di operai “in fuga” dalla fabbrica, infatti, il turnover era molto superiore a quanto può
considerarsi fisiologico per uno stabilimento (200% contro il 5%) e nella seconda a dover individuare quali
fossero le relazioni tra le condizioni di illuminazione dell’ambiente di lavoro e la produttività.
Nel primo caso, Mayo decise di operare delle modifiche inserendo delle pause e modificando l’ambiente
circostante in modo che potesse essere più favorevole, osservò così una diminuzione del turnover, ma non
fu chiaro il motivo visto che il miglioramento si estese anche al gruppo di controllo che non prese parte
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all’esperimento; nel secondo caso operò migliorando le condizioni di illuminazione, ma anche in questa
situazione si rese conto di registrare un aumento della produttività difficilmente spiegabile perché
coinvolgeva anche il gruppo di controllo che non prese parte all’esperimento. Decise allora di condurre un
esperimento con 6 operaie del reparto di assemblaggio relays della Hawtorne durato 2 anni e articolato in
13 fasi:
1) mise le ragazze a lavorare assieme in una stessa stanza, prevedendo per loro una settimana
lavorativa di 48 ore sabato compreso, senza pause, registrando inizialmente una produttività di
2400 relays
2) introdusse il lavoro a cottimo per 8 settimane (aumento della produttività)
3) introdusse 2 pause da 5 minuti (aumento della produttività)
4) introdusse 2 pause da 10 minuti (aumento brusco della produttività)
5) introdusse 6 pause da 5 minuti (diminuzione della produttività perché lavoro troppo spezzettato)
6) introdusse 2 pause e pasto caldo gratis ( aumento della produttività)
7) ridusse l’orario di lavoro di mezz’ora (aumento produttività)
8) ritornò alla fase iniziale per 12 settimane e l’effetto sorprendente è che ebbe il massimo della
produttività possibile fino a 3000 relays a settimana.
Mayo giunse alla conclusione che quanto registrato non era spiegabile in alcun modo basandosi sul
cambiamento delle condizioni di lavoro apportate, ma che per spiegare il comportamento delle lavoratrici
fosse necessario introdurre un nuovo concetto ovvero quello di UOMO SOCIALE: l’uomo non lavora solo
per soddisfare bisogni economici, ma per soddisfare diversi bisogni che lo riguardano, prima di tutti quelli
sociali. Coniò così il termine di “Effetto Hawtorne” per spiegare che le sei operaie aumentarono la loro
produttività perché furono inserite in un gruppo di lavoro e formarono a loro volta un gruppo
spontaneamente e spontaneamente decisero di collaborare all’esperimento e il senso di appartenenza ad
un gruppo oggetto di attenzione da parte della direzione è stata la maggiore motivazione al lavoro.
Grazie a Mayo si introdusse così la dimensione sociale all’interno delle organizzazioni come fattore di
produttività, anche se la sua teoria fu criticata da alcuni che definirono il suo approccio “taylorismo con i
guanti di velluto” perché pur cambiando il focus del controllo da parte dell’organizzazione, l’obbiettivo
massimo rimane quello di aumentare la produttività del personale e non di interessarsi davvero ai loro
bisogni.
Herzberg e la teoria dei due fattori
Frederick Herzberg (1923-1980) è stato uno psicologo statunitense a cui si deve l’invenzione della teoria dei
due fattori e l’introduzione dei concetti di “job rotation” e soprattutto di “job enrichment”.
L’obbiettivo di Frederick Herzberg era quello di studiare la motivazione al lavoro, interrogandosi su quali
fossero i fattori in grado di motivare il personale e quali invece portassero all’insoddisfazione, la
metodologia che ha utilizzato per condurre i suoi studi è stata oggetto di diverse critiche, ma i risultati sono
stati significativi. Egli prese come campione 200 professionisti tra ingegneri e contabili nella zona di
Pittsburg, Pennsylvania e li sottopose ad alcune domande chiedendo loro di ricordare situazioni
specifiche accadute durante l’orario lavorativo che avessero influenzato molto positivamente o
negativamente il loro vissuto e il loro rendimento e quanto le reazioni a tali eventi si fossero protratte
nel tempo ( reazioni a breve termine o a lungo termine), i criteri che definì per considerare validi gli
eventi riportarti furono:
-descrizione di eventi realmente accaduti e non sensazioni soggettive
-eventi che avessero avuto un inizio, una durata e una fine ben determinabili
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connessi con l’ambiente lavorativo.
-eventi
Le ipotesi di Herzberg erano le seguenti:
-I fattori che producono atteggiamenti positivi nei confronti del lavoro sono diversi da quelli che ne
producono di negativi
-I fattori che producono una reazione a lungo termine o che determinano una lunga serie di conseguenze
differiscono da quelli che producono una reazione a breve termine o che determinano una breve serie di
eventi.
Analizzando le risposte dei partecipanti al suo studio Herzberg elaborò quella che chiamò “la teoria dei due
fattori” la quale considera l’interazione di due set di fattori come determinanti dell’atteggiamento nei
confronti del lavoro:
-I FATTORI DI IGIENE: quei fattori che se assenti determinano l’insoddisfazione (fattori di igiene perché
hanno la stessa funzione che l’igiene ha nella nostra vita, prevenire, in questo caso l’insorgere
dell’insoddisfazione), sono correlati al contesto lavorativo e alle caratteristiche estrinseche del lavoro
stesso, coinvolgono fattori quali: sicurezza, condizioni di lavoro, status, relazioni verticali ed orizzontali,
politica dell’azienda, retribuzione. Come anticipato, questi fattori non hanno il potere di motivare al lavoro,
ma sono essenziali per rendere possibile la motivazione in quanto costituiscono un sostegno morale ed
esprimono la tendenza ad evitare uno stato di sofferenza e insicurezza.
-I MOTIVATORI: quei fattori che se presenti sono in grado di motivare l’individuo a sforzi superiori nella sua
condotta lavorativa migliorandone la performance, sono correlati ai contenuti intrinsechi del lavoro stesso,
coinvolgono fattori quali: avanzamento, promozione, responsabilità, riconoscimento del successo.
Per quanto riguarda la dinamica dei due fattori, contrariamente a Maslow, Herzberg non considerò
soddisfazione e insoddisfazione come una il contrario dell’altra, ma come condizioni indipendenti che fanno
capo a fattori indipendenti, quindi, il contrario della “soddisfazione” è la “non soddisfazione” così come il
contrario della “insoddisfazione” è la “non insoddisfazione”; rispetto al potere dei fattori di regolare queste
reazioni, egli ritenne che una volta soddisfatto un fattore di igiene questo produca un effetto positivo solo
per breve tempo, quindi perda subito la sua carica motivazionale, al contrario dei fattori motivazionali che
solitamente producono effetti positivi di lunga durata.
Sulla base della sua teoria, Herzberg instrodusse il concetto di “ristrutturazione del lavoro” come azione
motivante, che si tradusse poi nella “job rotation” e nella “job enrichment”. La ristrutturazione di una
mansione deve sempre prevedere: opportunità di aumentare le proprie conoscenze, un maggiore carico di
responsabilità, maggiore autonomia nella presa di decisione e creatività, possibilità di percepire una reale
crescita e un aumento di interesse nei confronti del lavoro. A questo proposito, la “job rotation” soddisfa i
requisiti solo in parte, ma contribuisce a limitare la noia e la monotonia grazie alla possibilità di dedicarsi a
una mansione differente rispetto alla precedente; la “job enrichment” prevede invece un avanzamento di
carriera con un arricchimento delle mansioni svolte e tutte le conseguenze che questo comporta.
La cultura organizzativa
All’interno di un’organizzazione, si definisce cultura organizzativa quell’insieme di caratteristiche
appartenenti a quest’ultima molto durevoli, che evolvono solo molto lentamente e che ne definiscono la
forza e l’identità, determinandone gli artefatti, i valori e gli assunti di base. Inoltre, riprendendo la teoria del
campo di Lewin, si può definire la cultura organizzativa come l’ambiente che contribuisce a definire il
comportamento della persona inserita in una certa realtà oltre alla sua personalità (C=PxA) ed ha quindi
una fortissima influenza sull’esperienza lavorativa. Facendo riferimento al livello degli artefatti culturali,
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questi sottintendono l’ambiente fisico e sociale di una realtà organizzativa, la tecnologia utilizzata, il modo
di rapportarsi all’interno e con l’esterno, in sintesi, quella serie di caratteristiche immediatamente visibili e
tangibili ma non sempre comprensibili in termini culturali. Con valori culturali di un’organizzazione si
intendono invece quelle convinzioni su ciò che è bene e ciò che è male che guidano ogni decisione nella vita
organizzativa e che rappresentano ciò che sarebbe auspicabile, sono solitamente propri del gruppo
dirigente e sono visibili nel modo di affrontare i problemi più rilevanti, che in passato si sono rivelati efficaci
e validi; una solida scala di valori è in grado di ridurre incertezza e ansia. Gli assunti di base della cultura
organizzativa rappresentano degli assunti impliciti, invisibili, diventati ormai inconsapevoli, che orientano il
comportamento e il modo di percepire, pensare ed intervenire nel quotidiano della vita organizzativa ( si
pensi alla concezione della risorsa umana, il significato attribuito all’attività lavorativa, etc.). La cultura
organizzativa è in grado di influenzare il clima organizzativo sia direttamente (aiutando gli individui a
definire cosa è importante e attribuendo un senso alle loro esperienze) che indirettamente (influenzando il
materiale grezzo delle percezioni climatiche); il clima si differenzia da quest’ultima poiché è relativamente
durevole, può essere cambiato a una certa velocità e che ha maggiormente a che fare con l’atmosfera e la
situazione sociale dell’organizzazione, è più intangibile.
Il clima organizzativo
All’interno di un’organizzazione il clima organizzativo è detto anche l’atmosfera, ovvero qualcosa di
intangibile, è di fatto una proprietà della situazione sociale complessiva relativamente durevole e
superficiale, che può cambiare con una certa velocit
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