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Tesina di politica economica

La disoccupazione giovanile

Considerazioni e possibili rimedi
A cura di Mattia Montanari
Prima parte: Erica D'Antonio
Seconda parte: Martina Forlesi
Terza parte: Mattia Montanari
Anno accademico: 2013-2014

Indice

  • Introduzione 3
  • 1) Il fenomeno dei Neet 4
  • 2) Ripartire partendo dall’istruzione 5
    • 2.1) La situazione dell’istruzione in Italia 7
  • 3) Soluzioni a livello europeo 9
    • 3.1) Garanzia Giovani 9
    • 3.2) Flexicurity 10
  • 4) La situazione in Italia 12
    • 4.1) Rilancio dell’occupazione attraverso l’innovazione tecnologica 12
    • 4.2) Il progetto “Destinazione Italia” 12
  • 5) La ricerca del lavoro 13
    • 5.1) L’importanza dei canali nella ricerca di un impiego 13
  • 6) Conclusioni 14
  • 7) Sitografia relativa ai grafici 15
  • 8) Bibliografia e fonti 15

Introduzione

La disoccupazione, in particolare quella giovanile, è un problema più che mai attuale: soprattutto negli ultimi anni, dallo scoppio della crisi economico-finanziaria globale del 2008, la percentuale di ragazzi senza lavoro è aumentata vertiginosamente.

Rispetto agli effetti che una situazione economica negativa può causare, questa è senz'altro la conseguenza più grave: un calo dei consumi, una diminuzione del Pil, un aumento del costo della vita sono senz'altro componenti significative, ma la disoccupazione giovanile rappresenta molto più di un semplice dato economico, in quanto è un vero e proprio problema sociale.

Se le nuove generazioni faticano a trovare un impiego, o addirittura sono talmente sfiduciate che non lo cercano neanche, significa che c'è qualcosa che non va: le cause possono essere molteplici, dalla congiuntura economica sfavorevole alla crescente precarietà del mondo del lavoro, dalla perdita di competitività delle nostre imprese alla concorrenza dei lavoratori stranieri.

Soffermarsi a parlare dei fattori che hanno aggravato questo problema negli ultimi anni può essere interessante per capire come evitare in futuro il ripetersi di una situazione del genere, ma è sicuramente più utile iniziare a pensare a delle possibili soluzioni.

Questo argomento risulta essere uno dei più delicati: dietro a un semplice aumento percentuale del tasso di disoccupazione giovanile, occorre tenere conto che ci sono ragazzi che perdono o non riescono a trovare un impiego.

Tale situazione risulta forse la più umiliante per una persona: è veramente triste per tutta la società vedere individui che si sono impegnati in un percorso di studi (che magari hanno superato in maniera brillante) che bussano senza successo a ogni azienda alla ricerca di un lavoro, famiglie che investono risorse economiche per dare la possibilità ai propri figli di raggiungere un livello culturale elevato sperando che ciò possa servire a garantirgli una vita migliore, giovani che hanno delle idee innovative ma non possono realizzarle perché nessuno crede in loro.

I giovani sono il futuro di ogni paese: se non si da loro l'opportunità di imparare, di fare esperienza, di mettere in pratica le idee, di provare a realizzare i loro sogni una nazione non potrà mai crescere, ma rimarrà bloccata alle competenze che prima o poi diventeranno obsolete, e verrà superata, sotto ogni punto di vista, da Stati che hanno invece la lungimiranza di investire nel futuro.

1) Il fenomeno dei Neet

I NEET (Not in Education, Employment or Training) rappresentano giovani di 15-24 anni che non sono né inseriti in un percorso scolastico formativo e neanche impegnati in un'attività lavorativa. Nel nostro Paese il livello dei NEET è di molto superiore alla media europea (19,8% contro 12,9%).

Questo indicatore non va assolutamente confuso con il tasso di disoccupazione giovanile, anche se sono strettamente collegati. Infatti la percentuale di NEET è calcolata rapportando il numero di giovani dai 15 ai 29 anni in questa condizione con la popolazione di riferimento: invece la disoccupazione giovanile è calcolata rapportando il numero di ragazzi che non hanno impiego, ma lo stanno cercando, con la forza lavoro (cioè la somma fra occupati e disoccupati).

Il divario con la media europea è spiegabile attraverso diversi fattori: le difficoltà di inserimento dei giovani italiani nel mondo del lavoro, la scarsa capacità della maggior parte delle imprese ad accogliere i ragazzi, l'elevato livello di disoccupazione generale che non fa altro che aumentare la sfiducia dei soggetti più giovani.

Grafico 1

Anche in questo caso i Paesi del nord Europa sono quelli in cui la situazione è migliore: Olanda (3,8%), Lussemburgo (4,7%), Danimarca (6,3%), Finlandia (8,4%), Austria (6,9%), Germania (7,5%) hanno i livelli più bassi di Neet, dimostrandosi così i più all'avanguardia per quanto riguarda le politiche a favore dei più giovani. In linea con la media UE troviamo Francia (12,8%), Regno Unito (14,3%) e Polonia (11,6%). Occupano le ultime posizioni Bulgaria (22,6%), Grecia e Romania (17,4%), Italia (19,8%), Irlanda (18,4%) e Spagna (18,5%).

2) Ripartire partendo dall'istruzione

Grafico 2

In una ricerca del 2013 dell'Istat pubblicata nel rapporto "Noi Italia 2013" è possibile osservare il livello della spesa pubblica per l'istruzione in % del PIL per i 27 paesi dell'Unione Europea (riferito all’anno 2010).

Dall'analisi di questo grafico risulta chiara la diretta correlazione fra investimenti da parte dello Stato nella formazione scolastica e il tasso di disoccupazione giovanile: infatti i paesi che si trovano nella situazione peggiore per quanto riguarda i ragazzi che cercano, senza successo, un impiego (Italia, Spagna, Grecia), hanno tutti un livello di spesa pubblica per l'istruzione molto al di sotto della media europea.

Occorre sottolineare però che non sempre la quantità di risorse impiegate è sinonimo di qualità del servizio: basta soffermarsi sul dato relativo alla Germania (4,1%). Questo paese, nonostante abbia un livello di disoccupazione giovanile fra i più bassi del mondo, investe una quota minore, in rapporto al Pil, per l'istruzione rispetto agli altri paesi europei.

Ciò significa sicuramente che è fondamentale, da parte dei governi, effettuare investimenti mirati a migliorare l'efficienza e la qualità del servizio formativo; non basta spendere di più per ottenere risultati migliori. L'esempio dei tedeschi spiega molto bene questo concetto: la Germania infatti è riuscita a creare un sistema che necessita di "poche" risorse pubbliche, ma che allo stesso tempo prepara i giovani a entrare nel mondo del lavoro.

Promuovendo apprendistati, tirocini e stage durante il periodo scolastico, lo Stato fa concorrere le imprese, anche se solo in parte, alla spesa per la formazione dei ragazzi: le aziende sono incentivate ad accogliere giovani e a fargli fare esperienza perché rappresentano forza lavoro a basso costo.

Un modello vincente potrebbe essere proprio questo: il costo della formazione di un giovane viene diviso fra pubblico e privato, non è interamente a carico dello stato. I ragazzi hanno il vantaggio di trovarsi già all'interno di una realtà lavorativa, senza però lo stress e la competizione di quando saranno adulti, e sono stimolati ad apprendere e migliorare le proprie conoscenze: la noia dei banchi di scuola può essere alternata a periodi "sul campo", dove gli studenti mettono in pratica quello che hanno imparato.

In generale comunque sono i paesi del Nord Europa che investono nell'istruzione le quote maggiori in rapporto al Pil. Si trovano infatti sopra la media europea (5,5%) Danimarca (8%), Svezia (6,9%), Regno Unito (6,9%), Finlandia (6,5%), Belgio (6,2%), Francia (6,1%), Austria (5,6%).

L'Italia, sotto questo punto di vista, è ancora indietro: investe solamente il 4,5% del Pil in istruzione, ma soprattutto lo investe male. Spendono meno del nostro paese solamente Slovacchia (4,4%), Germania (4,1%), Bulgaria (3,6%), Grecia (3,6%) e Romania (3,2%).

Nel nostro paese i ragazzi che escono dal percorso scolastico si trovano totalmente impreparati ad affrontare il mercato del lavoro: negli ultimi anni si è tentato di porre rimedio a questa mancanza ad esempio inserendo periodi, seppur brevi, di tirocinio già dalle superiori.

Il problema però resta a livello culturale: è fondamentale infatti comprendere l'importanza di questo strumento. Obbligare i giovani a effettuare un periodo di stage all'interno di un'azienda serve a poco: in Italia è visto come un'occasione per non andare a scuola e per non fare niente. Se invece si iniziasse a guardare al tirocinio come ad un'opportunità concreta per acquisire competenze lavorative, si potrebbe trasformare questa esperienza in un vantaggio competitivo futuro.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eridantony di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Castellani Massimiliano.
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