Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Delitto politico-religioso di blasfemia nella cultura ebraica. Nella coscienza cristiana c’è disappunto

nell’imputazione di bestemmia nei confronti di Gesù. Ma dove Gesù non era sentito come Figlio di Dio, non

poteva non apparire agli occhi dei difensori del rigido monoteismo come una violazione dei sovrani diritti di

Dio. Gesù non rivestiva il ruolo di Messia prefigurato dalla predominante dottrina politico-religiosa

giudaica. Il pensiero del mondo orientale configura la divinità quale effettiva reggitrice dello stato, e

pertanto considera blasfemia la mera pronuncia del nome di Dio, e ne fa un illecito così grave da essere

punito con la morte. Presso queste popolazioni il conoscere il nome di una persona o di una cosa significava

possederne la natura più profonda, con possibilità di dominio ontologico. Il comandamento “non

pronunciare il nome di Dio invano” doveva mettere in guardia contro la bestemmia, ma anche evitare che il

nome di Dio venisse piegato a scopi distorti (es. falso giuramento). L’interpretazione più diffusa tra i rabbini

prevedeva che per incorrere nel concetto di blasfemia fosse sufficiente la mera pronuncia del nome, non

essendo necessario l’elemento intenzionale.

Intorno al crimen laesae maiestatis. Luca fornisce i capi d’accusa mossi dal Sinedrio, organo istruttorio

presso il tribunale di Ponzio Pilato:

a. Sedizione

b. Incitamento al venir meno all’obbligo civico di pagare i tributi

c. Affectatio regni (=l’essersi fatto re)

Gesù è deferito a Pilato nella sua veste ufficiale di giudice, dopo la fase istruttoria avvenuta dinanzi al

supremo Consesso ebraico,quale criminale contro lo stato. Se convinto di lesa maestà, passibile di morte

mediante crocifissione, preceduta dalla pena accessoria della flagellazione.

FASE ISTRUTTORIA AVANTI AL SINEDRIO

Il Sinedrio rappresentava il massimo organo religioso ed amministrativo della nazione ebraica. Era sotto la

competenza della Torah e delle usanze locali, subordinato unicamente alla autorità di Roma. I Romani

tendevano a mantenere i tribunali popolari indigeni nelle province, al fine di alleggerire i tribunali luogo-

tenenziali. Il Sinedrio era privo del potere di emettere sentenze formali di condanna a morte al tempo di

Gesù: lo conferma un’iscrizione che dice “nessuno straniero sorpassi la balaustra e il recinto del Tempio. Chi

venisse sorpreso a sorpassarli sarà cagione a se stesso della morte che ne consegue”. Il Sinedrio svolgeva

funzioni limitate ai reati minori, mentre per i reati che comportavano la pena di morte aveva solo compiti

istruttori.

Importante aspetto pregiudiziale è dato dal rispetto del diritto penale mishnaico durante la fase

processuale dinanzi al Sinedrio: era fatto divieto il riunirsi di notte per svolgere un procedimento criminale

ed era necessaria una doppia deliberazione, in 2 giorni consecutivi, nei casi di condanna a morte.

Entrando nella fase centrale del processo, vediamo che il Sinedrio svolge le sue funzioni di controllo

dell’ordine pubblico e di polizia, procedendo all’arresto di Gesù nell’orto del Getsemani, dietro indicazioni

fornite da Giuda Iscariota. L’arresto è stato formale, con i servi dei sommi sacerdoti e dei farisei. In

quest’epoca esisteva una guardia ebraica del Tempo, ovvero una forza di polizia religiosa, che aveva diritto

di agire autonomamente nei casi più gravi. Avvenuto l’arresto, Gesù viene trascinato da Anna, suocero del

sommo sacerdote in carica (Caifa) per essere interrogato riguardo i suoi discepoli e la sua dottrina. La

dottrina si riferisce alla messianicità di Gesù e alla sua predicazione, mentre ciò che concerne i discepoli

comporta un’indagine sull’attività di grave disturbo dell’ordine pubblico, secondo la categoria della lesa

maestà. Il mattino dopo Gesù è condotto presso Caifa, al cospetto del Sinedrio riunito. L’elemento

dominante in questa fase è l’elemento dei falsi testimoni. Secondo Matteo sono addirittura i sinedriti a

cercare una falsa testimonianza.

NB: su questo punto si sono soffermati coloro che propendono per la responsabilità ebraica. Il processo

sarebbe stato illegittimo se il giudizio si fosse basato su false testimonianze. la morte di Gesù sarebbe stata

colpa della classe dirigente e del suo popolo.

Il particolare della mendacità delle testimonianze è inquadrabile nella tematica neotestamentaria che vede

nel popolo ebraico il colpevole della morte di Gesù. Inoltre, il contenuto delle testimonianze si riferisce alla

profezia sulla distruzione del tempio.

Un secondo fondamentale aspetto è quello della disputa tra Gesù e Caifa. Il problema consiste nel vedere

se Gesù potesse veramente essere qualificato reo di bestemmia. La legge ebraica vuole che nessuno possa

essere condannato sulla propria confessione, perché un solo testimone non basta; pertanto sarebbe

mancata la prova circostanziata della blasfemia. Ma tale concezione presenta un errore: Gesù si rende reo

di bestemmia proprio davanti al Sinedrio, con le sue stesse parole (“Dicci se sei il Figlio di Dio”. “Tu l’hai

detto”). Non si trattò, dunque, di condannare Gesù in base alla sua confessione, ma sulla base della

bestemmia pronunciata in pubblico, della quale l’intero Sinedrio era testimone. In questo ordine di

avvenimenti si giustifica il gesto di orrore di Caifa, che si stracciò le vesti, dichiarando Gesù reo di morte.

Come tale non è immediatamente condannato, ma è ritenuto deferibile al tribunale romano. Non era una

sentenza di morte perché il Sinedrio era stato privato da Roma della potestà di emettere sentenze capitali.

Si trattò della constatazione che l’imputato meritasse la morte e che quindi dovesse essere deferito al

tribunale di Pilato.

FASE DEL GIUDIZIO PRESSO IL MAGISTRATO ROMANO

Fatto legare Gesù, lo condussero da Pilato. Nel campo della giustizia penale il governatore, in virtù del suo

imperium, procedeva alla repressione e persecuzione dei delitti commessi sia dai cittadini romani che dai

sudditi senza limiti per questi ultimi, in quanto non godevano della provocatio. Tuttavia la coercitio non

sfuggiva ad autolimitazioni consuetudinarie, legate al rispetto dei principi giuridici nazionali, sebbene la

decisione del magistrato non fosse soggetta a gravame. Occorre analizzare il significato della vicenda di

Barabba.

sostiene

Colin che il privilegio pasquale fosse un vero e proprio diritto dei Giudei, al cui rispetto il

magistrato si sarebbe dovuto attenere scrupolosamente. Il magistrato rispettava tale presunto diritto per

essere gradito dai sudditi giudei. Colin evidenzia come la folla non fosse radunata per caso, ma volutamente

e formalmente riunita dal magistrato, che era seduto in tribunale per amministrare la giustizia.

Miglietta è preferibile un’ipotesi di self-restraint. La vicenda di Barabba rispondeva all’usuale, ma

discrezionale, esercizio delle prerogative del magistrato in materia criminale. Nulla ci fa ritenere con

certezza che il magistrato fosse tenuto a consultare il popolo. Per quanto riguarda la natura giuridica,

questa va ricercata su di un parere sul rilascio di uno fra gli imputati. Si trattò di un parere volto a favorire

uno degli imputati (del medesimo crimine). Ciò conferma l’opinione secondo cui i sudditi provinciali privi di

cittadinanza non godessero della provocatio (che rappresentava un diritto del singolo cittadino, non legata

ad un’opzione tra più imputati).

Si arriva, dunque, al giudizio propriamente detto: Gesù di fronte a Ponzio Pilato. Le narrazioni evangeliche

aprono una problematica cruciale: diversi autori situano in questo frangente la trasformazione del capo

d’accusa ad opera del Sinedrio. Dalla bestemmia (delitto politico-religioso) si passa alla lesa maestà. I

sinedriti portano l’accusa sul terreno politico, dicendo che Gesù si era fatto re dei Giudei e che aveva

commesso altri delitti. Poiché il rinvio a giudizio in quanto blasfemo era insostenibile, era necessario

mutare il titolo del reato. Ciò era spinto dal timore di perdere l’egemonia religiosa e di spezzare l’alleanza

con Roma, causando un indebolimento del proprio potere. Gesù doveva morire ad ogni costo.

L’interrogatorio a Gesù mostra una contraddizione invalicabile. La caratteristica più appariscente è il

silenzio cocciuto di Gesù che riempie di meraviglia il giudice. I tentativi di Pilato di liberare Gesù indicano

l’attenzione del giudice romano nel vagliare le risultanze istruttorie, mentre è stata la comunità dei credenti

a leggere l’ordinaria prudenza del magistrato come convinzione d’innocenza. Poiché Gesù si era fatto Re dei

Giudei, rappresentava la forma secolarizzata, trasferita sul piano profano-politico, per il titolo di Re

d’Israele.

Dio e Re d’Israele: si tratta di un reato plurioffensivo, in quanto offendeva sia la santità di Jahweh, sia

minacciava la sicurezza del populus romanus e la maestà dell’imperatore. La circospezione di Pilato

nell’interrogatorio può ricollegarsi anche alle 3 distinte accuse.

QUESTIONI INCIDENTALI

Invio di Gesù a Erode Antipa. Ci si deve domandare come mai un elemento così importante sia stato

omesso da Matteo, Marco e Giovanni. Il brano, riportato solo da Luca, era destinato ai pagani. Tale invio ad

Erode denota un mero intento ludico. Secondo Miglietta la ragione si trova nel versetto che recita “Erode e

Pilato, che prima erano nemici, ora diventarono amici”. A Pilato, più che il responso di Erode, interessava

un’alleanze che gli facilitasse l’esercizio delle sue prerogative.

Lavanda delle mani di Pilato. Nella Bibbia il lavarsi le mani in occasione della morte violenta di un uomo è

inteso come protesta d’innocenza e come rinvio del castigo del sangue su altri. Bisogna ricordare che

Matteo scrive il suo Vangelo per gli ebrei: a lavarsi le mani è un Pilato ebreo.

CHIUSURA DEL PROCEDIMENTO, CONDANNA ED ESECUZIONE

Pilato emette formalmente la sentenza: reo di lesa maestà, Gesù re dei giudei, confessus, deve essere

crocifisso. Pilato consegnò Gesù affinché fosse crocifisso e, poiché l’esecuzione seguiva immediatamente

alla pronunzia della condanna, fu preso in consegna dai soldati esecutori di giustizia. la logica interna deve

far pensare che vi sia stata una decisione rituale, propria e autonoma di Pilato. Ad esecuzione da parte dei

soldati romani deve corrispondere una sentenza del magistrato romano.

Sulla croce era affisso il titulus, ossia la visibile motivazione della condanna. Se Pilato non avesse

condannato formalmente Gesù sulla croce, non avrebbe motivato espressamente la sua morte. Ma se il

magistrato si fosse limitato a delibare la decisione del Sinedrio, i sommi sacerdoti non avrebbero dovuto

richiedere la modifica del titulus, per di più rimasta insoddisfatta.

Epilogo. Miglietta ritiene che vi sia stato un unico procedimento scandito in 2 fasi distinte: la fase istruttoria

(presso il Sinedrio) e la fase del giudizio (davanti a Pilato). Il Sinedrio agì in virtù delle proprie funzioni di

organo istruttorio, in merito a fatti penalmente rilevanti, la cui competenza era stata ad esso sottratta (no

per crimini punibili con la pena di morte). A seguito del giudizio il magistrato romano emise la sentenza di

condanna a morte. Esterno a questa logica è il chiedersi chi tra il Sinedrio e Pilato sia il responsabile della

morte di Gesù. Furono poteri che agirono secondo le rispettive prerogative, nell’esercizio delle loro funzioni

(generale e sostanziale legittimità). Parlare di legittimità, comunque, non equivale a voler negare l’esistenza

in quella vicenda di una componente motivazionale di ordine politico: hanno giocato nell’azione del

Sinedrio interessi politici molto forti. La classe dirigente è portata a resp9ingere quanto rimetta in

discussione la sua stabilità. L’inamovibilità è tipica di chi svolge funzioni pubbliche, soprattutto nel caso in

cui queste si legittimino su di uno sfondo etico e religioso. Si vuole rimanere al potere per il bene del

popolo, giungendo ad affermazioni quali “conviene che muoia un solo uomo per il popolo”.

Lo storico del diritto deve chiedersi se quel giudizio fu conforme o meno alle norme allora in vigore!

Capitolo 2. L’invio al tetrarca di Galilea

Il Vangelo di Luca ci offre la narrazione dell’invio di Gesù a Erode. Si tratta di un testo importante per

l’individuazione dei rapporti intercorrenti tra il governatore romano della Giudea ed il tetrarca

indipendente (e cliente) della Galilea.

Pilato chiese se Gesù fosse galileo, e venuto a sapere che ricadeva sotto la potestas di Erode, lo fece

portare da Erode, che in quei giorni si trovava a Gerusalemme. Tale fatto viene narrato solo da Luca, nel

terzo Vangelo. Questa particolarità letteraria ha indotto gli studiosi a domandarsi se la presenza di tale

episodio corrisponda alla narrazione di un evento realmente accaduto la cui notizia sia giunta solo

all’evangelista Luca, o se si tratta di un’inserzione di natura tematica. Qualcuno ha anche ipotizzato

l’inserzione da parte di un interpolator, altri che l’autore abbia subito l’influenza di un salmo. Ma prima di

analizzare tali ipotesi dobbiamo porci il problema circa la possibile opera di interpretazione dell’episodio da

parte di Luca. Tale episodio sfugge allo schema del Cerfaux. Lo scopo tematico del Vangelo di Luca potrebbe

essere quello di presentare i capi religiosi di Gerusalemme come i veri sobillatori delle autorità romane,

ponendo un accento sull’innocenza di Gesù. Né Pilato, né Erode, infatti, non hanno trovato la colpa di cui lo

accusano i sommi sacerdoti e la folla. Vi è una contrapposizione tra il desiderio di Pilato di liberare Gesù

(rafforzato dalla convinzione di innocenza di Erode) e l’ostinazione dei giudei nel volere la condanna, tanto

da condurre all’estremo tentativo della proposta di scambio con Barabba. Tale ipotesi potrebbe trovare

riscontro nella realtà storica in cui venne composto il terzo Vangelo. Si deve all’ambiente persecutori del

tempo in cui l’opera è stata scritta se Luca cerca di evitare provocazioni nei confronti del potere politico.

È necessario indagare se vi sia o meno un fondamento giuridico dell’episodio all’interno del diritto romano

e se si possa giustificare l’avvenimento sotto il profilo storico.

Gesù non era un galileo, tanto che quando Pilato chiese se era galileo, dalla risposta ne dedusse che

ricadeva sotto la potestas di Erode. Gesù, nonostante fosse nato in Giudea (Betlemme), era noto con

l’appellativo di Nazareno (da Nazareth, che si trova in Galilea, soggetta all’autorità del tetrarca).

Hegel sosteneva che fosse legittimo l’intervento del tetrarca, in quanto Pilato notò che gli accusatori

ponevano l’inizio dell’attività criminosa in Galilea e che Gesù, in quando de facto galileo, era soggetto ad

Erode, principe di questa regione. L’attenzione di Pilato nel rispettare la giurisdizione di Erode su Gesù fu

tale da produrre la fine della loro inimicizia. Secondo altri l’inserzione dell’episodio deriverebbe dal fatto

che Luca avesse consultato una narrazione in cui la morte di Gesù era erroneamente attribuita allo stesso

tetrarca. Nel Vangelo apocrifo di Pietro si afferma infatti che Erode ordinò di condurre via il Signore

dicendo: “Fate quanto vi ho ordinato di fargli”. Alla successiva richiesta del cadavere da parte di Nicodemo,

il magistrato romano si limita a rinviare al tetrarca, segno della preminenza della posizione di quest’uomo

all’interno della condanna del Messia. Allo stesso modo la partecipazione attiva di Erode viene testimoniata

dagli apocrifi Atti di Tommaso, Andrea e Matteo.

L’ipotesi della storicità dell’invio di Gesù al tetrarca, disposto da Pilato, parrebbe trovare conforto

nell’ambito del diritto criminale romano. Celso riporta una regola secondo cui è tenuto a giudicare di un

crimen, a prescindere dalla residenza dell’imputato, il magistrato la cui competenza è data dal luogo nel

quale il soggetto è stato catturato ed in cui si svolge il complesso degli atti di repressione criminale.

All’interno della dottrina romanistica si è discusso in ordine all’interpretazione dell’agitur, contenuto nel

responso. 

Sherwin-White l’agitur indica tanto il luogo in cui l’uomo abita, quanto il luogo in cui ha commesso il

crimine.

Per quanto riguarda l’agitur come “abitare”, occorre menzionare il passo di Macro, dove cita la prassi di

taluni governatori di rimettere coloro che abbiano commesso un crimine nella loro provincia ai colleghi del

territorio in cui tali rei si ritiene che vivano. In questo caso l’agitur va inteso come abitare, altrimenti se

fosse interpretato come “commettere il fatto” ci sarebbe un contrasto nel frammento. Ma tali

ragionamenti non tornano, in quanto nel passo di Macro l’agere è alla forma attiva. Inoltre, se l’agitur di

Celso fosse interpretato come abitare, ci sarebbe una contraddizione nel senso stesso del frammento, il

quale mette in successione regola ed eccezione.

Per quanto riguarda, invece, l’agitur come “luogo in cui è stato commesso il crimine”, possiamo trovare una

conferma di tale soluzione nella versione bizantina del passo, dove si dice che “deve giudicare il preside

della provincia in cui il reo ha commesso il crimine”. Ma anche in questo caso la forma attiva di questa

versione non può corrispondere all’agitur passivo di Celso. Che la versione bizantina non sia una semplice

traduzione, ma una vera e propria reinterpretazione della regola originaria lo dimostra il seguito, dove il

commentatore bizantino ha legato il concetto di homo con quello di accusato.

Tornando al passo di Celso, alla regula iuris segue l’eccezione. Si accerta che è invalsa l’usanza da parte di

alcuni magistrati, dopo aver proceduto all’interrogatorio dell’imputato ed aver emesso la sentenza, di

disporre il deferimento dell’accusato al magistrato del luogo di provenienza dello stesso, provvedendo ad

allegare una nota informativa (remittere cum elogio). Questa deroga al principio del foro naturale parrebbe

trovare riflesso nella narrazione di Luca. Il foro si identifica di norma con il luogo di commissione del

crimine, in virtù del fatto che si parla di reo condotto nello stesso luogo della detenzione, perché tratto in

arresto dalle autorità locali.

Miglietta nessuno dei 2 corni è accettabile. La corretta interpretazione del termine lo vede riferito allo

svolgimento dell’attività processuale.

Si deve certo guardare alle somiglianze, ma è azzardato scorgere tra tali similitudini l’equivalente della

remissio di Celso:

1. Il passo del giurista evidenzia un’attività del cognoscere e del constituere da parte del magistrato

per poter operare una rimessione. Stando a Luca, invece, il prefetto dispone il rinvio di Gesù non

appena udito che questi appartiene alla potestas di Erode. Non c’è ancora l’attività del constituere,

in quanto bisogna attendere il ritorno di Gesù al palazzo di Erode e il tentativo di scambio con

Barabba per l’emissione della sentenza.

2. Non è fatta menzione dell’elogium.

3. Erode in quei giorni era a Gerusalemme, luogo che apparteneva alla potestas di Pilato. In tale città

non avrebbe potuto esercitare forme di giurisdizione che competevano al magistrato romano.

Pilato parrebbe aver voluto sapere da Erode se fosse a conoscenza dell’attività sovversiva di Gesù,

che gli risultava essere cominciata in Galilea, fino a giungere in Giudea.

4. Erode rimanda a sua volta Gesù da Pilato e ciò non pare essere previsto dal passo di Celso.

La ratio dell’invio di Gesù ad Erode andrebbe ricercata nell’intenzione di Pilato di recuperare l’amicizia del

tetrarca. Se fosse stato applicato l’istituto descritto da Celso, il prosieguo della vicenda processuale si

sarebbe dovuto spostare e concludere presso Erode e, in ogni caso, avrebbe dovuto attenersi alle

conclusioni a cui era giunto il tetrarca.

Un indizio di ciò potrebbe derivare da un manoscritto del Vangelo apocrifo di Nicodemo, il quale motiva in

modo giuridico la deliberazione di Erode di rinviare nuovamente Gesù a Pilato. Ma è anche la struttura del

testo celsino che invita alla cautela circa la possibilità della vigenza della rimessione già un secolo prima. Se

per la regola del foro ordinario si è in presenza di un dato consolidato, nel caso dell’elogium il giurista

affronta una questione aperta (Celso tenta di imporre la sua soluzione su quella contraria). L’inciso finale

potrebbe alludere al divieto per il giudice naturale di liberarsi dal compito di giudicare il reo qualora la

causa potesse apparire di difficile soluzione o impopolare.

Esiste, infine, un passo di Ulpiano in cui si riporta un rescritto dell’imperatore Antonino Pio. In esso si

statuisce che gli schiavi debbano subire il processo nel luogo in cui siano stati accusati di aver commesso il

crimine. Qualora il dominus, che risiede in altra provincia, intenda accollarsi l’onere della difesa, non potrà

ottenere l’invio del reo nel luogo della propria residenza, ma dovrà difenderli recandosi nel luogo in cui si

svolge il giudizio. Ora, poiché i rescripta imperiali fissavano una norma positiva in ordine ad un caso

controverso sottoposto da privati al parere del princeps, nel provvedimento in questione devono essere

individuate 2 parti:

a. Regola comune, che rispecchia la regola generale espressa da Celso;

b. Parte che sembra legittimare l’ipotesi che sia stato un privato o il magistrato, chiamato a decidere

la questione incidentale, a domandare se sia possibile o meno revocare il iudicium instaurato

contro il servus nel luogo dalla residenza del proprietario. Di qui la risposta negativa

dell’imperatore, che rinvia all’applicazione della regula consueta.

Poiché nel caso di Gesù di Nazareth si è di fronte ad un appartenente del ceto di coloro che verranno

chiamati humiliores in virtù della condanna alla crocifissione, applicata solo a questa categoria di soggetti

equiparata ai servi, è difficile pensare che la rimessione potesse operare anche nei confronti delle classi

inferiori. Sembra, pertanto, che i principi del diritto criminale romano in tema di remissio non possano

venire richiamati, almeno in maniera decisiva, per la risoluzione del dibattuto tema della storicità. Il

particolare dell’invio di Gesù ad Erode Antipa non corrisponde al diritto romano, che riconosce la

competenza dell’autorità del luogo in cui è stato commesso il delitto, non quella del luogo di origine del

trasgressore.

Sempre in ordine alla questione dell’autenticità del brano di Luca, gli studiosi hanno posto attenzione

sull’esordio dello stesso Vangelo di Luca, dal quale si dovrebbe dedurre l’affidabilità (discorso a Teofilo).

L’autore del Vangelo, dopo aver aperto con una dichiarazione di voler esporre la verità, avrebbe poi

inventato di sua iniziativa l’episodio, esponendosi al pericolo di venire colto in fallo dalla comunità dei

fedeli, i cui è ancora viva la voce dei testimoni oculari? Spadaro ha ribadito l’importanza di un altro versetto

di Luca, che dimostrerebbe l’attendibilità della testimonianza dell’autore in virtù della conoscenza di un

amico di Erode. Secondo gli Atti all’interno della primitiva chiesa di Antiochia, tra coloro che venivano

reputati profeti vi era Menaén, che era stato cresciuto insieme a Erode. Questo offre un buon indizio circa

la disponibilità, da parte di Luca, di una fonte sicura. A queste considerazioni non bisogna tralasciare

un’altra notizia descritta da Luca, che è il solo a fare il nome di una certa Giovanna, moglie di Cusa, prefetto

di Erode. Luca potrebbe aver raccolto ulteriori informazioni sulla vita del sovrano: avremmo così elementi

consistenti per sostenere che Luca fosse in grado di reperire dati informativi derivati da personaggi che

conoscevano particolari sicuri della vita e dell’azione del tetrarca. Luca, infatti, riporta un’ampia serie di

episodi riguardanti Erode (13 nel Vangelo e 2 negli Atti), a differenza degli altri Evangelisti, che ne parlano

comunque esclusivamente con riguardo al martirio di Giovanni Battista.

Può ritenersi plausibile che la testimonianza lucana sia stata alimentata dai ricordi di Manaén e di

Giovanna, che è stata menzionata anche dal Vangelo apocrifo di Gamaliele. Una convergenza così

significativa porta a ritenere utile verificare quanto del filone narrativo riguardante la vita di Erode sia

contenuto nei Vangeli Apocrifi del Nuovo Testamento. A tali scritti viene oggi riconosciuta una funzione

concorrenziale dal punto di vista storico con i libri del Nuovo Testamento. I temi sono:

- PERSONA DI ERODE: si parla dell’anno decimo nono del Regno di Erode, figlio di Erode re della

Galilea (Vangelo di Nicodemo) e ci sono riferimenti ai giorni dell’imperatore Tiberio Cesare al

tempo del tetrarca Erode. In altri vangeli è presente l’affermazione secondo cui Erode era re di

Giudea. È ovvio che ci possano essere imprecisioni terminologiche. Un altro errore è in riferimento

alla strage degli innocenti, quando Celso confonde Erode Antipa con il padre Erode il grande.

- RIMOZIONE DI FILIPPO: si tratta del fratello di Erode, rimosso dalle accuse di costui. Probabilmente

si fa confusione con il fratello Archelao, effettivamente caduto in disgrazia e deposto da Augusto

nel 6 d.C.

Regalità di Gesù e altre possibili cause di dissenso tra Pilato ed Erode. Il tema della regalità di Gesù torna

all’interno di una scena in cui si dice che le autorità di Tiberio, tra cui Pilato, tentarono di fare Gesù re. Ma

Erode non poteva sopportare questo senza un sentimento di disprezzo verso Pilato. Fu allora che sorse

inimicizia tra Pilato ed Erode a proposito di Gesù. Il brano riporta il motivo per cui sarebbe sorta inimicizia

tra Erode e Pilato. Erode aspirò tutta la vita al titolo di re, senza ottenerlo. Al tema dell’inimicizia fa

riferimento anche Luca (Pilato ed Erode diventarono amici).

A proposito dell’eventualità che Gesù fosse stato rivestito di una “veste regale”, non ci si riferisce ad una

candidatura di Gesù alla regalità, poiché questi era già re. Lo schema accusatorio mosso contro Gesù lascia

intendere che si trattava della sua presunta regalità. Nicodemo dice che Pilato ha detto a Gesù che in

osservanza della legge degli imperatori (legge romana in materia di lesa maestà) costui debba essere

flagellato e poi crocifisso.

NB: una cosa è l’accusa storica di lesa maestà e un’altra la revisione teologica dei fatti operata

dall’evangelista nella quale Gesù è già re.

Nel brano dove si dice che Pilato volesse fare Gesù re, il tetrarca sembra interessato a questo aspetto

dell’imputazione, come dimostrerebbe l’interrogatorio condotto personalmente. Zagrebelsky concorda nel

ritenere che Gesù, con la rivendicazione della sua regalità e con l’alludere continuamente alle profezie

messianiche del riscatto politico-religioso d’Israele, forniva motivi per l’accusa di lesa maestà. Il concetto è

poi ribadito dallo stesso Pilato, il quale dice che Gesù gli è stato presentato come sobillatore del popolo.

la concezione di un Cristo-re permase solidamente, quantomeno all’interno della cultura ebraica, con

una forte valenza giuridica e processuale.

Altri hanno cercato di spiegare l’origine del disaccordo tra Pilato e Erode attraverso l’episodio della strage

dei Galilei, narrato solo da Luca. Con quel gesto brutale Pilato si era inimicato sia il popolo, sia il tetrarca di

Galilea. L’invio di Gesù ad Erode avrebbe rappresentato una buona occasione per riconciliarsi. L’ipotesi

potrebbe trovare un aggancio testuale nel fatto che le vittime del praefectus Iudaeae provenivano proprio

dalla Galilea. Si trattava di sudditi di Erode e quest’ultimo avrebbe potuto sentirsi leso nella propria

autorità. Nulla autorizza, però, ad interpretare l’episodio come unica ragione dell’inimicizia. C’è il caso di chi

ha indicato i disordini provocati dal depauperamento del tesoro del Tempio, operato da Pilato per costruire

un acquedotto.

Miglietta come cause dell’odio reciproco avrebbero potuto influire la strage dei Galilei nonché un’iniziale

tolleranza del praefectus nei confronti di Gesù e dei suoi seguaci, poco gradita al tetrarca.

Resta il dato sicuro della volontà del tetrarca di eliminare definitivamente il Nazareno, che doveva trovarsi

nel territorio appartenente alla propria potestas. Di Pilato, al contrario, non si dice nulla del genere,

sebbene al magistrato romano dovesse esser giunta qualche informazione sull’attività pubblica del messia.

Solo al momento della celebrazione del processo, infatti, il governatore romano della Palestina poteva

restare indifferente di fronte al fenomeno che si svolgeva sotto i suoi occhi e che assumeva per Roma un

significato politico.

NB: l’iniziale prudenza di Pilato è stata riletta nell’immaginario della comunità cristiana quale espressione di

favore per una possibile investitura regale di Gesù. Se l’inimicizia fosse stata causata dall’espressione di

favore di Pilato verso un’investitura regale di Gesù, il magistrato romano non avrebbe poi inviato Gesù al

tetrarca di Galilea per ottenere un giudizio proprio sull’accusa di lesa maestà a carico del messia. Quanto

dell’idea che Pilato volesse fare Gesù re (fatto inverosimile) sembra più aderente ipotizzare un’avversione

di Pilato all’idea di attribuzione del titolo di re ad Erode.

Rinvio ad Erode quale atto di cortesia. Si torna al problema della storicità dell’avvenimento. C’è chi

propende a favore della responsabilità ebraica per la morte di Gesù, sostenuta accettando il fatto come

realmente accaduto. Chi, invece, si accosta al processo a Gesù in modo critico, ammette che manca una

prova certa in merito. Il filone apocrifo non può essere disatteso. Grazie a tali scritti è emersa l’esistenza di

una solida tradizione relativa alla presenza di Erode Antipa nel processo a Gesù.

Miglietta se l’episodio è accaduto, si è trattato della richiesta di un parere sui fatti, con cui Pilato intese

venire a conoscenza di tutti gli elementi cognitivi relativi all’attività di Gesù, e come politico per

riconquistare la concordia con Erode.

NB: non si tratta di una liquidazione della faccenda nelle mani di Erode. Infatti, se si fosse trattato di un

parere definitivo, Pilato non avrebbe potuto procedere con la condanna di Gesù. Inoltre, per quanto

esistessero delle norme procedurali, l’organo di applicazione e quello di controllo spesso coincidevano.

Nulla impediva al praefectus Iudaeae di inserire nella fase del giudizio un momento esterno al processo

vero e proprio, una sorta di consulto di Erode intorno al fondamento delle imputazioni. Tutto questo senza

dover necessariamente scorgere un concorso di competenze tra il foro della prefettura e quello della

tetrarchia. Che non potesse trattarsi si una questione di giurisdizione lo dimostra la motivazione psicologica

del tentativo di riconquista dell’amicizia. Se il rinvio fosse avvenuto in ragione della giurisdizione del

tetrarca, avrebbe perduto qualunque risvolto di atto di cortesia, avendo in sé quello opposto dell’atto

dovuto. Capitolo 3. Pilatus dimisit illis Barabbam

In una lauda trecentesca vengono narrati gli episodi fondamentali che vanno dall’arresto presso il

Getsemani fino alla chiusura del sepolcro. Risulta di particolare importanza la fase del giudizio svoltasi

presso il magistrato romano, in cui si assiste alla proposta di liberazione di un detenuto su richiesta

popolare.

La scena relativa a Barabba quale “procedimento speciale”. Zagrebelsky ha condotto un’analisi intorno al

iudicium criminale. Costui parla di una terza fase del processo, giuridica: l’appello al popolo sarebbe segno

del passaggio dal processo alla politica. Altro studioso che si è occupato di questo tema è Spadaro. Questi si

occupano di analizzare lo strumento della consultazione popolare, utilizzato da Pilato per liberarsi dalla

responsabilità di assumere una decisione circa la condanna del Messia. Il praefectus Iudaeae avrebbe

affidato la risoluzione del caso (ingombrante) ad un atto di (non) libera determinazione della folla, che

scelse a favore del sedizioso Barabba e contro Gesù di Nazareth. Il processo a Gesù viene dunque ad

assumere una veste di emblema dei diversi modi di pensare la democrazia, in ragione dell’unicità storica

dell’evento. Ma la nostra categoria dogmatica di democrazia solo forzatamente può essere calata nella

Giudea del tempo di Gesù. Tale regione era stata privata della dinastia regnante locale, era stata ridotta al

rango di provincia imperiale, governata direttamente e autoritativamente da un prefetto, in nome e per

conto dell’imperatore romano. La Giudea era dominata dalla casta sacerdotale e religiosa, quindi da

un’oligarchia legata al potere occupante. Non vi era entità nazionale e nessuna forma di controllo

sull’operato del rappresentante di Roma, se non attraverso l’invio di ambascerie straordinarie

all’imperatore.

Lo scambio proposto tra Gesù e Barabba incarna quel modo d’essere paternalistico dei governi autoritari,

mascherato come desiderio di considerazione per la volontà dei sottomessi e che nasconde, invece, il

bisogno di addossare a questi ultimi il peso di decisioni compromettenti.

Ponzio Pilato il “praefectus Iudaeae”. Il lavoro di Zagrebelsky è criticabile:

1. Definizione di Pilato quale procuratore della Giudea. Il fatto che Tacito abbia parlato, a proposito

del magistrato romano, di procurator ha avuto l’effetto di trasformare questo nel titolo impiegato

per designare la carica amministrativa ricoperta da Pilato. Neppure il rinvenimento di una lapide a

Cesarea Marittima, dove è incisa la denominazione “praefectus Iudaeae” pare aver contribuito a

far modificare il termine. Lo studio di tale fonte è importante, in quanto coinvolge il problema della

latitudine dei poteri di Pilato.

Nel 1961, presso Cesarea Marittima, è venuta alla luce un’epigrafe nella quale compaiono citati il nome di

Pilato e la sua magistratura. Il reperto risulta composto da 4 righe e presenta un’iscrizione incompleta. A

causa di ciò molte sono le ipotesi ricostruttive e interpretative del testo originale.

Primo rigo

a. Tentativo che si riferisce ad una costruzione in onore di Tiberio. Tiberieum sarebbe una piazza

porticata per mezzo della cui edificazione il praefectus Iudaeae avrebbe inteso blandire i

Cesariensi, onorando nello stesso tempo l’imperatore Tiberio.

b. Tentativo secondo cui indicherebbe la datazione consolare del 31 d.C., ma mancherebbe il nome

del secondo console ordinario e il supplemento andrebbe oltre il margine.

c. Tentativo che vi ravvisa la celebrazione della data in cui Tiberio ricevette per la prima volta la

tribunicia potestas, precisamente nel 6 d.C., data comunque anteriore rispetto la prefettura di

Pilato.

d. Tentativo di interpretazione che prevede un riferimento agli Augusti, ritendo che questi fossero

Augusto e Livia, i genitori di Tiberio. Se in Occidente è raro trovare dediche a costoro, in Oriente,

invece, sono ricordati più volte insieme.

e. Tentativo di scorgere nella prima parola dell’epigrafe il riferimento alla dedica, mentre Tiberieum

sarebbe in suo aggettivo.

f. Tentativo di interpretazione secondo cui il primo rigo indica un piccolo porticato adiacente al

teatro, in cui era lecito ai soli ebrei riunirsi. Ciò sembra improbabile, perché una dedica ai soli

giudei avrebbe corso il rischio di suscitare polemiche e tensioni.

g. Tentativo secondo cui, per recuperare la benevolenza dell’imperatore, Pilato avrebbe pensato di

far costruire un Tiberieum, dove gli scudi oggetto della contesa potevano trovare la loro

collocazione ideale.

Miglietta è da accogliere la soluzione che afferma che si tratta della dedica che Ponzio Pilato, prefetto

della Giudea, fece apporre su un tiberieum, cioè su di un edificio dedicato al suo imperatore Claudio

Tiberio, oppure la possibile indicazione di un avvenimento riferentesi al princeps o all’epoca del suo

governo. Non

Secondo rigo pone problemi. Indica nome e cognomen di Ponzio Pilato.

Terzo rigo tutti conosciamo Ponzio Pilato quale procuratore della Giudea e non poteva fare

impressione vederlo in un documento ufficiale designato praefectus (Degrassi). C’è chi ha insinuato la

possibilità che il vero titolo di Pilato potesse essere proprio quello di prefetto imperiale, uno dei

magistrati che hanno sotto la loro giurisdizione ampi distretti, che raggruppano un certo numero di città

contigue e che esercitavano forme di governo militare diretto. Oltre alle funzioni militari, il praefectus

aveva anche attribuzioni finanziarie. Non essendo cumulabili le 2 attribuzioni, interessante è la notizia

registrata da Filone, contemporaneo dell’imperatore Claudio, secondo cui Pilato fu nominato procurator

della Giudea. Se ricolleghiamo ciò con la riforma introdotta dall’imperatore Claudio con la quale si stabilì

che i prefetti, investiti di poteri militari, assumessero nelle province anche poteri finanziari, ne

desumiamo una modificazione terminologica. Possiamo dunque concludere che prima di Claudio il titolo

ufficiale di tali magistrati era quello di praefectus, poiché dotati di predominanti competenze marziali.

Sotto il principato di Claudio si sarebbero uniti poteri finanziari autonomi, e i praefecti avrebbero assunto

il titolo di procurator, riportato anche da Tacito riguardo a Pilato.

Miglietta abbiamo dalla nuova iscrizione la prova epigrafica che Ponzio Pilato fu prefetto, e non

procuratore della Giudea.

Poteri di Ponzio Pilato

Egli era un praefectus, ovvero un comandante militare investito di imperium, in cui rientrava la coercitio.

Di questa ne era esplicazione il ius gladii, ossia il potere di mettere a morte coloro che fossero stati

convinti di crimina di particolare gravità, primo fra tutti il crimen laesae maiestatis. In materia criminale,

infatti, il magistrato amministra la giustizia, però non pone in essere una regola di diritto, ma una

sanzione (differenza con la iurisdictio). Lo ius gladii venne poi esteso anche nei confronti dei sudditi

provinciali, i quali non godevano di alcuna garanzia particolare, né tantomeno del ius provocationis.


ACQUISTATO

10 volte

PAGINE

23

PESO

844.78 KB

AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto di Diritto romano su riflessioni intorno al processo di Gesù, del prof. Santucci. Gli argomenti contenuti sono: la responsabilità del popolo ebraico nella condanna di Gesù, vangelo di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, fase istruttoria avanti al sinedrio, etc.etc


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Santucci Gianni.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto romano

Schemi diritto romano
Appunto
Diritto romano e diritti europei
Appunto
Appunti Diritto Romano e fondamenti di diritto europeo, Docente Santucci Gianni, Unitn
Appunto
Diritto romano - il diritto delle persone e di famiglia
Appunto