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Capitolo 3. Pilatus dimisit illis Barabbam

In una lauda trecentesca vengono narrati gli episodi fondamentali che vanno dall’arresto presso il

Getsemani fino alla chiusura del sepolcro. Risulta di particolare importanza la fase del giudizio svoltasi

presso il magistrato romano, in cui si assiste alla proposta di liberazione di un detenuto su richiesta

popolare.

La scena relativa a Barabba quale “procedimento speciale”. Zagrebelsky ha condotto un’analisi intorno al

iudicium criminale. Costui parla di una terza fase del processo, giuridica: l’appello al popolo sarebbe segno

del passaggio dal processo alla politica. Altro studioso che si è occupato di questo tema è Spadaro. Questi si

occupano di analizzare lo strumento della consultazione popolare, utilizzato da Pilato per liberarsi dalla

responsabilità di assumere una decisione circa la condanna del Messia. Il praefectus Iudaeae avrebbe

affidato la risoluzione del caso (ingombrante) ad un atto di (non) libera determinazione della folla, che

scelse a favore del sedizioso Barabba e contro Gesù di Nazareth. Il processo a Gesù viene dunque ad

assumere una veste di emblema dei diversi modi di pensare la democrazia, in ragione dell’unicità storica

dell’evento. Ma la nostra categoria dogmatica di democrazia solo forzatamente può essere calata nella

Giudea del tempo di Gesù. Tale regione era stata privata della dinastia regnante locale, era stata ridotta al

rango di provincia imperiale, governata direttamente e autoritativamente da un prefetto, in nome e per

conto dell’imperatore romano. La Giudea era dominata dalla casta sacerdotale e religiosa, quindi da

un’oligarchia legata al potere occupante. Non vi era entità nazionale e nessuna forma di controllo

sull’operato del rappresentante di Roma, se non attraverso l’invio di ambascerie straordinarie

all’imperatore.

Lo scambio proposto tra Gesù e Barabba incarna quel modo d’essere paternalistico dei governi autoritari,

mascherato come desiderio di considerazione per la volontà dei sottomessi e che nasconde, invece, il

bisogno di addossare a questi ultimi il peso di decisioni compromettenti.

Ponzio Pilato il “praefectus Iudaeae”. Il lavoro di Zagrebelsky è criticabile:

1. Definizione di Pilato quale procuratore della Giudea. Il fatto che Tacito abbia parlato, a proposito

del magistrato romano, di procurator ha avuto l’effetto di trasformare questo nel titolo impiegato

per designare la carica amministrativa ricoperta da Pilato. Neppure il rinvenimento di una lapide a

Cesarea Marittima, dove è incisa la denominazione “praefectus Iudaeae” pare aver contribuito a

far modificare il termine. Lo studio di tale fonte è importante, in quanto coinvolge il problema della

latitudine dei poteri di Pilato.

Nel 1961, presso Cesarea Marittima, è venuta alla luce un’epigrafe nella quale compaiono citati il nome di

Pilato e la sua magistratura. Il reperto risulta composto da 4 righe e presenta un’iscrizione incompleta. A

causa di ciò molte sono le ipotesi ricostruttive e interpretative del testo originale.

Primo rigo

a. Tentativo che si riferisce ad una costruzione in onore di Tiberio. Tiberieum sarebbe una piazza

porticata per mezzo della cui edificazione il praefectus Iudaeae avrebbe inteso blandire i

Cesariensi, onorando nello stesso tempo l’imperatore Tiberio.

b. Tentativo secondo cui indicherebbe la datazione consolare del 31 d.C., ma mancherebbe il nome

del secondo console ordinario e il supplemento andrebbe oltre il margine.

c. Tentativo che vi ravvisa la celebrazione della data in cui Tiberio ricevette per la prima volta la

tribunicia potestas, precisamente nel 6 d.C., data comunque anteriore rispetto la prefettura di

Pilato.

d. Tentativo di interpretazione che prevede un riferimento agli Augusti, ritendo che questi fossero

Augusto e Livia, i genitori di Tiberio. Se in Occidente è raro trovare dediche a costoro, in Oriente,

invece, sono ricordati più volte insieme.

e. Tentativo di scorgere nella prima parola dell’epigrafe il riferimento alla dedica, mentre Tiberieum

sarebbe in suo aggettivo.

f. Tentativo di interpretazione secondo cui il primo rigo indica un piccolo porticato adiacente al

teatro, in cui era lecito ai soli ebrei riunirsi. Ciò sembra improbabile, perché una dedica ai soli

giudei avrebbe corso il rischio di suscitare polemiche e tensioni.

g. Tentativo secondo cui, per recuperare la benevolenza dell’imperatore, Pilato avrebbe pensato di

far costruire un Tiberieum, dove gli scudi oggetto della contesa potevano trovare la loro

collocazione ideale.

Miglietta è da accogliere la soluzione che afferma che si tratta della dedica che Ponzio Pilato, prefetto

della Giudea, fece apporre su un tiberieum, cioè su di un edificio dedicato al suo imperatore Claudio

Tiberio, oppure la possibile indicazione di un avvenimento riferentesi al princeps o all’epoca del suo

governo. Non

Secondo rigo pone problemi. Indica nome e cognomen di Ponzio Pilato.

Terzo rigo tutti conosciamo Ponzio Pilato quale procuratore della Giudea e non poteva fare

impressione vederlo in un documento ufficiale designato praefectus (Degrassi). C’è chi ha insinuato la

possibilità che il vero titolo di Pilato potesse essere proprio quello di prefetto imperiale, uno dei

magistrati che hanno sotto la loro giurisdizione ampi distretti, che raggruppano un certo numero di città

contigue e che esercitavano forme di governo militare diretto. Oltre alle funzioni militari, il praefectus

aveva anche attribuzioni finanziarie. Non essendo cumulabili le 2 attribuzioni, interessante è la notizia

registrata da Filone, contemporaneo dell’imperatore Claudio, secondo cui Pilato fu nominato procurator

della Giudea. Se ricolleghiamo ciò con la riforma introdotta dall’imperatore Claudio con la quale si stabilì

che i prefetti, investiti di poteri militari, assumessero nelle province anche poteri finanziari, ne

desumiamo una modificazione terminologica. Possiamo dunque concludere che prima di Claudio il titolo

ufficiale di tali magistrati era quello di praefectus, poiché dotati di predominanti competenze marziali.

Sotto il principato di Claudio si sarebbero uniti poteri finanziari autonomi, e i praefecti avrebbero assunto

il titolo di procurator, riportato anche da Tacito riguardo a Pilato.

Miglietta abbiamo dalla nuova iscrizione la prova epigrafica che Ponzio Pilato fu prefetto, e non

procuratore della Giudea.

Poteri di Ponzio Pilato

Egli era un praefectus, ovvero un comandante militare investito di imperium, in cui rientrava la coercitio.

Di questa ne era esplicazione il ius gladii, ossia il potere di mettere a morte coloro che fossero stati

convinti di crimina di particolare gravità, primo fra tutti il crimen laesae maiestatis. In materia criminale,

infatti, il magistrato amministra la giustizia, però non pone in essere una regola di diritto, ma una

sanzione (differenza con la iurisdictio). Lo ius gladii venne poi esteso anche nei confronti dei sudditi

provinciali, i quali non godevano di alcuna garanzia particolare, né tantomeno del ius provocationis.

La teoria dell’exsequatur della sentenza sinedrile. La giurisdizione criminale sui giudei era esercitata dalle

autorità locali, ad eccezione soltanto delle sentenze capitali, che esse non potevano far eseguire, se non

dopo l’approvazione del rappresentante imperiale. A Gerusalemme il Sinedrio condannò Gesù e il

procuratore di Giudea, Ponzio Pilato, diede esecuzione alla condanna. La decisione del Sinedrio consiste,

dunque, nel consegnare Gesù al governatore. In questo modo è pienamente rispettata la situazione

giuridica. La parte giudaica che non ha lo ius gladii deve rivolgersi ai Romani per la celebrazione di un

processo capitale.

Nell’Ottocento si sosteneva la teoria dell’exsequatur (o delibatio) delle sentenze capitali emesse dal

Sinedrio di Gerusalemme da parte del praefectus Iudaeae. Tale teoria, però, avrebbe implicato che le

sentenze di condanna a morte fossero pronunciate dalle autorità giudaiche, e che al prefetto della Giudea

residuasse una mera verifica di legittimità circa l’emissione delle stesse. Non può essere invocato a favore

di tale ipotesi il passo di Marco (Pilato perciò, volendo dare soddisfazione alla folla, rilasciò loro Barabba e

consegnò Gesù perché, dopo averlo flagellato, fosse crocifisso):

- Soddisfare risente della tematica della colpa giudaica. Pilato intenderebbe soddisfare la folla

disordinata. Siamo in presenza di un pre-giudizio, o meglio di un elemento tematico col quale si

intende porre in luce la responsabilità ebraica per la morte di Gesù e accreditare l’idea di un’attività

di pressione sul magistrato.

- Il verbo consegnare non indica necessariamente la consegna ai fini dell’esecuzione. Potrebbe anche

voler dire che Pilato consegnò materialmente Gesù ai sinedriti, confermando in tal modo la loro

sentenza di morte.

Pilato, con un atto volitivo, proscioglie Barabba e consegna Gesù già flagellato, affinché venga crocifisso. Si

tratta di atti strettamente processuali, il cui esito è la chiusura del procedimento criminale per il primo

imputato e l’ordine di esecuzione di una sentenza di condanna per il secondo.

L’infondatezza della teoria della delibazione deve condurre a ritenere che si eseguisse una sentenza emessa

in modo esclusivo dal magistrato romano. Il che è reso ancora più credibile quando si tiene conto che

Barabba non doveva essere un semplice brigante ma un reo di lesa maestà. La Giudea era letteralmente

infestata da gruppi di ladroni che commettevano un gran numero di omicidi tra i loro connazionali,

evitando di danneggiare i Romani.

Interpretazione giuridica della scena relativa a Gesù, Barabba e la massa. Le fonti sono i 4 Vangeli sinottici,

a cui vanno aggiunti i vangeli apocrifi. Il vangelo di Nicodemo, in una sua versione, riporta la notizia che

Barabba era stato condannato per omicidio, mentre in un altro passo si lascia intendere che Barabba era già

stato giudicato per il crimine ascrittogli. Tale circostanza sembrerebbe confermare il fatto che la liberazione

del giorno di Pasqua era relativa ad un condannato a morte, da cui l’autore fa discendere la deduzione per

la quale si ha la prova dell’avvenuta condanna a morte del Sinedrio. Tuttavia, proprio la circostanza che

Pilato domandi chi fra gli imputati debba essere liberato dimostra al contrario che Gesù si trovava in corso

di giudizio. Non doveva, comunque, trattarsi di un’alternativa rigida. Al di là della liberazione di Barabba,

Pilato avrebbe anche potuto ritenere insufficiente le prove avanzate dai sinedriti ed assolvere Gesù. Nel

Papiro copto di Torino si conferma il titulus criminis (omicidio) e si precisa che Barabba era un notissimo

prigioniero, ma non si dice esplicitamente se Barabba fosse già stato condannato. Si afferma solo che questi

si trovava in carcere. Non è, però, possibile dedurre che il delinquente fosse ancora in attesa di giudizio. Il

fatto che Pilato affermi “ho in carcere un notissimo prigioniero omicida” può legittimamente far pensare ad

una condanna già pronunciata. Solamente l’ulteriore considerazione di diritto sostanziale (Barabba era un

humilior che avrebbe subito la pena capitale) può portare ad escludere che si fosse in presenza di un

condannato.

Quanto più preme mettere in evidenza è la frase finale della versione latina di tale apocrifo, in cui si

presenta la replica della folla: “giacché disse Gesù di essere figlio di Dio e re”. È un richiamo al Vangelo di

Giovanni, ma la versione di Nicodemo precisa l’endiadi “figlio di Dio e re”, che sta a fondamento della tesi

del crimine plurioffensivo (blasfemia e lesa maestà), sia nell’ordinamento ebraico, sia nell’ordinamento

romano.

Critica all’ipotesi dell’invio al supplizio per acclamazione popolare. È necessario ricercare il possibile

fondamento giuridico della proposta di scambio offerta da Pilato alla folla. Un primo problema concerne

l’origine dell’istituto. Nel vangelo di Matteo leggiamo che “in occasione della festa, il governatore era solito

rilasciare al popolo un detenuto a loro scelta”. Il termine “era solito” non indica l’esistenza di una norma a

cui il praefectus dovesse attenersi, ma sembra rilevare una sua abitudine, una concessione ripetuta. Marco

scrive “questi soleva, in ogni festività, rilasciare un prigioniero: quello che gli avessero chiesto”. Sembra

segnalare la ricorrenza di un’abitudine. Bisogna pensare che anche Marco non si riferisse ad un vincolo

formale da parte del magistrato romano, ma di una concessione usuale, dietro specifica preghiera del

popolo. Questo fatto poneva il magistrato in una posizione di libertà e discrezionalità. È la costante e

autodeterminata ripetizione del comportamento del prefetto a creare la consuetudine. Giovanni riferisce

una parte del dialogo tra Pilato e la folla, secondo cui il magistrato afferma che “è vostra consuetudine (=

attesa) che io vi rilasci uno”. Si sarebbe trattato di una tradizione ereditata dagli erodii e conservata per

libera scelta dai magistrati romani. Si tratta di un’aspettativa creata dall’uso protratto nel tempo di

concedere la liberazione di un detenuto. A tale vangelo si conferma quello apocrifo di Nicodemo: dice che

“è vostra consuetudine”, precisando “per la festa degli azimi”.

Miglietta è impossibile affermare che il praefectus Iudaeae sia formalmente vincolato e giuridicamente

obbligato a concedere il privilegium paschale. Sostenitore di tale tesi è Colin, che sostiene anche che i

sommi sacerdoti, le autorità e il popolo fossero stati convocati formalmente dal magistrato. Ciò che non

convince delle tesi di Colin è il ravvisare un diritto costituito dei giudei a decidere della vita e della morte di

un imputato, attraverso la forma dell’acclamazione popolare (com’era presente nelle città libere

dell’oriente). La Giudea, pur costituendo una provincia governata da un prefetto, non godeva di uno statuto

come quello delle città libere orientali.

Pilato si è attenuto ad una forma di autolimitazione della coercitio criminale a lui spettante quale

magistrato rappresentante dell’imperatore. Se esaminiamo le fonti, notiamo che Pilato si presenta alla folla

non per domandare l’invio al supplizio, ma per chiedere chi degli imputati liberare. Deve essere liberato

Barabba, e come conseguenza di ciò Gesù deve andare incontro alla morte; pertanto Pilato si dichiara

innocente del sangue di quel giusto e se ne lava le mani.

NB: le nostre indagini intorno al processo a Gesù devono tener conto di un dato fondamentale e cioè che,

agli occhi del magistrato romano, il Nazareno non fu altro che uno dei tanti imputati capitatogli. Né, del

resto, si potrebbe obiettare che, per Gesù, si era in presenza di un grave crimine come quello di lesa

maestà. È noto che sotto il principato di Tiberio i processi per lesa maestà aumentarono di numero. Sono gli

occhi della fede cristiana che ci consentono di sentire l’evento come qualcosa di unico.

Capitolo 4. Il processo a Gesù di Nazareth

Questo capitolo nasce da un’opera di Pajardi, il quale aveva incaricato Miglietta di rivedere le sue bozze.

Pajardi offre molteplici piani di lettura della sua opera, ma ne segnaliamo 2: quello obiettivo, attinente allo

sviluppo della vicenda processuale, e quello soggettivo, che emerge dalla sensibilità del giudice cristiano.

Questi quadri si completano a vicenda, offrendo un approccio nuovo. Si tratta dell’interpretazione del

giudice-cristiano. L’opera di Pajardi va suddivisa in 2 parti:

1. L’autore illustra i presupposti storici, giuridici ed ideologici del suo saggio, in forma volutamente

dialogica.

2. Si assiste allo svolgimento del processo, sulla base della cadenza evangelica.

PRIMA PARTE

Il tema processo è stato un elemento di vera passione per Pajardi, che si è sempre sentito uomo e

magistrato inscindibilmente. Umanità e fede cristiana trovano un’identità esistenziale naturale. Nel primo

capitolo sostiene che la Provvidenza abbia scelto l’evento processo come momento di conclusione

dell’esistenza di Gesù perché ogni altra soluzione darebbe stata troppo banale o poco significativa.

Lo studioso del diritto romano vive ed opera alla luce di un’equazione logica e sistematica: il processo è

diritto in movimento. Ma non si può nascondere l’importanza giuridica e politica della giurisdizione

criminale regia, della coercitio magistratuale repubblicana, dello sviluppo dei iudicia fino alle quaestiones e

della cognitio imperiale, che crea le basi del processo criminale celebrato da un funzionario statale. Si tratta

di passaggi storici in cui l’elemento religioso e quello politico trovano momenti di congiunzione (funzioni

sacrali e militari del rex, investiture ereditate dai consoli, essenza del termine maiestas).

Il secondo capitolo è dedicato a porre le premesse ambientali del saggio. Roma procedette alla conquista

della Palestina, regno d’Israele in particolare, mantenendo alle autorità locali un’ampia autonomia

amministrativa e giurisdizionale, dovuta alla particolarità religiosa ed etnica della regione, riservando solo

poi alla Giudea la riduzione in provincia di tipo imperiale, amministrata al tempo di Gesù da Ponzio Pilato

quale prefetto. Per Pajardi Pilato si trova nella situazione di detenere il potere di delibazione delle

condanne a morte pronunciate dal Gran Sinedrio, potere definito anche exequatur, che tuttavia viene

identificato con un’attività di controllo formale della legittimità circa l’emissione della sentenza, anche se di

carattere esclusivamente religioso. Si tratterebbe di un atto dovuto. Senza verifica nel merito, a cui Pilato

mai avrebbe potuto sottrarsi, in quanto estremamente vincolato dai rapporti tra l’Impero e la Palestina.

Questa teoria presuppone il potere ordinario del Sinedrio di Gerusalemme di emettere sentenze di

condanna a morte per tutta quella serie di crimini che fossero puniti con la pena capitale sia in base

all’ordinamento ebraico, sia in base a quello romano.

Miglietta la teoria dell’exsequatur non convince. Nel Vangelo di Giovanni i membri del Sinedrio

affermano letteralmente che “noi non abbiamo il diritto di condannare a morte nessuno”. I sinedriti, infatti,

compaiono davanti a Pilato proprio per chiedere la morte di Gesù, a pieno titolo e con diritto. Il brano di

Giovanni acquista un particolare significato se correlato ad una Baraita del Talmud (legge ebraica), secondo

cui “i giudizi di vita e di morte sono stati tolti agli ebrei più di 50 anni prima della distruzione del Tempi

(avvenuta nel 70 d.C.)”. La Baraita va rapportata ai primi anni dell’era cristiana, prima che Gesù iniziasse la

sua predicazione.

Ci sono poi considerazioni sistematiche che vanno nella stessa direzione. È vero, infatti, che inizialmente i

rapporti tra Roma ed Erode il Grande furono improntati ad uno spirito di privilegiata collaborazione,

tuttavia è altrettanto vero che la situazione si modificò negli anni seguenti, con i successori della stirpe,

come dimostra l’invio in esilio del 6 d.C. di uno di essi e la riduzione della Giudea in provincia di tipo

imperiale (amministrata non da un sovrano locale, ma da un magistrato romano), unitamente ad uno

sviluppo progressivo di una politica compressiva dell’autonomia ebraica. La testimonianza di Svetonio non

dimostra un trattamento di favore nei confronti dei sudditi ebrei: se ne vietano le cerimonie, con l’obbligo

di bruciare paramenti e suppellettili. Più importante ancora è la dispersione della gioventù ebraica nelle

province più malsane sotto il pretesto del servizio militare. E non può essere taciuta l’importanza del

giuramento nella cultura ebraica. Il giuramento doveva essere veritiero e richiedeva una retta condotta.

Poteva consistere in una promessa rituale o nell’impegno di risparmiare la vita altrui. Ciò che più rilevava

era che non potesse mai essere esterno alla fede in Jahweh, cioè non poteva essere prestato ad altre entità

sacre o pseudo-divine. L’imposizione del sacramentum militare sul genio dell’imperatore romano doveva

urtare la suscettibilità religiosa ebraica. Infine, i Giudei vennero cacciati dall’Urbe, sotto pena di schiavitù

non redimibile per coloro che vi avessero fatto ritorno, senza possibilità di evitare l’allontanamento in

massa.

Il Pajardi identifica la funzione delibatoria di Pilato con il ius gladii. Va ora sottolineato che il ius gladii si

identifica con l’alta giurisdizione capitale delegata dal princeps ai magistrati provinciali, prima per i crimini

commessi dai militari, poi ampliata fino a raggiungere il potere di mettere a morte anche i sudditi. Si tratta

di un potere che per sua natura sarebbe in contrasto con l’exsequatur.

Infine, per quanto riguarda il rispetto della cultura religiosa ebraica da parte di Roma, ve considerato che

esistevano delle limitazioni. Roma nominava e destituiva secondo il proprio interesse il Sommo Sacerdote.

Proprio al tempo di Gesù quello legittimo (Anna) era stato esautorato e sostituito col genero Caifa,

probabilmente per una maggior propensione di quest’ultimo ad accettare la presenza e il controllo dei

Romani. Ciò significava colpire il cuore del Sinedrio nella sua autonomia e potestas.

Nel terzo capitolo Pajardi sostiene che occorra accettare i fatti così come sono narrati nel Nuovo

Testamento, senza dubitare della loro materiale autenticità. La condanna di Gesù è una scelta necessaria,

che secondo l’autore si ripete ogni giorno nel rifiuto del cuore, che racchiude in sé una potenziale chiamata

universale. Tutto il resto è perdonabile all’uomo, tranne il rifiuto responsabile della fede. Pajardi sostiene

che Pilato fosse direttamente imparentato con l’Imperatore, deduzione logicamente ammissibile, avendo

implicitamente accettato l’ipotesi tradizionale secondo cui la moglie del magistrato fosse Claudia Procula, la

più giovane delle figlie di Giulia, figlia a sua volta di Augusto. Il nome della donna, sconosciuto agli

Evangelisti, è contenuto nel vangelo apocrifo di Nicodemo.

PARTE SECONDA

Presenta la scansione degli eventi in 2 processo (religioso e civile), culminanti nella fase esecutiva. Pajardi

ha sviluppato il momento processuale suddividendolo in 3 scene fondamentali, alle quali ha dato una

definizione storicamente calzante.

a. Processo religioso: si tratta della fase processuale davanti al Sinedrio. In quella sede è stata emessa

l’unica sentenza definibile tale in modo formale.

b. Processo civile: è la verifica delibatoria da parte di Pilato.

la

Miglietta resistenza ad accettare la suddivisione del processo a Gesù in 2 o più parti trova tregua in

Pajardi, a condizione che si colgano le premesse date dall’autore, e tenendo conto che Pajardi, in quanto

giudice, conosceva il principio giurisdizionale per cui le rubriche non vincolano l’interprete.

Ciò che è da sottolineare nel quarto capitolo è il fatto che Pajardi abbia messo in evidenza il peso

determinante che ebbe nel processo a Gesù l’addebito politico e religioso di blasfemia, dovuto al fatto che

tutto si può dire fuorché che sia mancata da parte di Gesù l’assunzione univoca, chiara e permanente della

divinità, e l’esternazione della stessa. Nessuno che non fosse Dio, o che fosse pazzo, avrebbe mai potuto

comportarsi come Gesù. Un accenno di tale natura si può trovare nel Vangelo di Marco, dove si dice che

dicevano “è fuori di sé”. Tuttavia l’interrogativo non trova una risposta (Gesù non fu ritenuto un malato di

mente), sebbene egli esprimesse una bestemmia per fatti concludenti, consistente nel comportarsi da Dio,

ma senza essere creduto. Una spiegazione può provenire da un’analisi attenta dell’intera predicazione di

Gesù. Lui sapeva ciò che diceva e ciò che faceva. Era propriamente consapevole dei propri atti, quindi

capace di intendere e di volere, quindi responsabile per i crimini imputatigli. In questo senso va

riconosciuto il dolus, inteso come la consapevolezza del fatto, illegittimo per l’ordinamento giuridico, che si

vuole commettere. A conclusione di tale capitolo ci stanno riflessioni sia di natura giuridica che di natura

etica. Pajardi abbatte le accuse di inosservanze formali mosse al Sinedrio da parte della dottrina moderna:

le irregolarità sono state assorbite dalla mancata contestazione da parte di Gesù. Quanto poi viene definito

come “spirito dei sinedriti”, va riconosciuta all’autore una grande sincerità intellettuale, che non cerca

soluzioni diplomatiche nell’espressione del convincimento dell’esistenziale inconciliabilità tra l’ortodossia

giudaica (sinedriti) e la spiritualità eretica di Gesù.

Nel quinto capitolo Pajardi riconosce ciò, affermando che Gesù è stato capace di mettere in discussione il

delicato equilibrio del rapporto tra Roma e la Giudea: sovvertendo l’ordine costituito giudaico si mette

automaticamente in forse tale equilibrio. Di qui la ribellione a Roma. Gesù non ha potuto essere liquidato

velocemente come un folle, né le autorità giudaiche vollero rischiare di attendere ce subentrasse nei suoi

confronti un disamore progressivo delle folle, come accadde al discepolo Giuda. Quest’ultimo

rappresentava quell’anima di Israele insoddisfatta della situazione politica e desiderosa che un Messia

riscattasse il popolo nei confronti di Roma.

La vicenda si sposta presso il magistrato romano Ponzio Pilato. In questa sede Pajardi opera una

rivalutazione del personaggio. Viene delineato come un magistrato attento e perspicace, che intuisce sin da

subito che c’è qualcosa di stonato nel caso sottopostogli. Si presenta ai nostri occhi come un giurista forte e

raffinato. Pajardi ritiene che l’affermazione nel Vangelo di Giovanni “prendetelo voi e giudicatelo secondo

la vostra legge!” sia da interpretarsi come manifestazione e rispetto per l’autonomia delle funzioni

giudiziarie del Sinedrio. Pilato fu un giudice che agì secondo un preciso schema formale e profondamente

umano. Costui rischia continuamente per cercare di risparmiare a Gesù la condanna a morte.

Miglietta i tentativi disperati di Pilato, così come affiorano dai testi evangelici, non persuadono

completamente. La posizione del magistrato romano viene ad assumere i connotati di scarsa credibilità.

Occorre infatti tener presente i problemi legati alla verifica esegetica delle fonti neotestamentarie e alla

politica interpretativa.

Il sesto capitolo è dedicato all’esecuzione e alla condanna a morte. Si parla di come la crocifissione, al

tempo di Gesù, rappresentasse in loco una forma esclusivamente romana di esecuzione capitale, avendola

in precedenza abolita dal diritto criminale ebraico lo stesso Erode il Grande (che regnò dal 39 al 4 a.C.). la

presenza di soldati romani significava l’esercizio doveroso ed irrinunciabile per Pilato della sorveglianza

sull’esecuzione, sia l’esercizio di un potere di ordine pubblico e anche di pubblica igiene mortuaria.

Pajardi vedere nel processo di Gesù soltanto illegittimità ed efferatezze è banalizzare il proprio tormento

di coscienza. I sinedriti sono il nostro punto di riferimento di singoli uomini eternamente posti di fronte al

dilemma di accettare Dio e con lui di accettare Gesù, e con Gesù disponibili ad accettare la croce, oppure

no. Capitolo 5. Gesù e il suo processo nella prospettiva ebraica

Il processo a Gesù rappresenta uno degli argomenti più complessi e controversi della storia:

- Per l’estensione della letteratura in materia;

- Per il fortissimo carico emozionale e ideologico che tale evento ha portato con sé;

- Per la complessità ed unicità delle testimonianze dirette.

Gli scritti neotestamentari non possono essere classificati come verbali processuali, né quali fonti storiche.

Si tratta di fonti tematiche, per le quali la storia rappresenta lo strumento funzionale. Il processo a Gesù

inizia ad avere una storia peculiare: è stato subito oggetto di un altro processo contro Pilato, contro i

Romani, contro i Giudei. La presenza negli Atti degli Apostoli dell’inciso “hanno fatto congiura” è il segno

manifesto dell’inserimento nella dialettica neotestamentaria di una prima interpretazione dei fatti. Tesa ad

insinuare l’idea che non sia stata celebrata un’autentica vicenda processuale, bensì una congiura. Un

secondo dato ambientale è espresso dal fatto che le opere neotestamentarie furono redatte in un periodo

in cui la Chiesa primitiva era entrata in conflitto col giudaismo ufficiale, mentre dall’altro lato cercava di

instaurare un rapporto di fiducia col potere romano. Sono molti, pertanto, gli scritti in cui si calca la mano

sulla responsabilità giudaica. Questa serie di fattori ha influito sulla rilettura del processo a Gesù, ma non

bisogna credere che questo autorizzi a scorgere l’intenzione degli Evangelisti di stravolgere completamente

la realtà.

Stato della dottrina e impostazione dei problemi. Alla luce delle premesse, dobbiamo comprendere quale

sia il compito dello storico del diritto di fronte al dato statistico per cui gli studiosi di matrice cristiana

insistono sulla responsabilità ebraica, mentre quelli di matrice ebraica, in comprensibile reazione, hanno

cercato di dimostrare l’estraneità del Sinedrio al processo.

Gli studiosi di matrice cristiana si sono avvalsi di alcuni dati testuali, soprattutto per quanto riguarda la

lavanda delle mani di Pilato, a cui il popolo avrebbe risposto “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.

Ad un’analisi attenta del brano, proprio del solo Vangelo di Matteo, scritto da ebrei per gli ebrei, si scopre

tuttavia che Pilato compie un rito appartenente alla cultura ebraica, che non ha nulla a che fare con la

simile usanza greco-romana. Per gli ebrei la lavanda delle mani rappresenta la protesta d’innocenza nella

circostanza della morte violenta di un uomo. Per i Romani, invece, significava proclamare in maniera

solenne la propria ragione ed allontanare la vendetta della divinità.

Quanto agli studiosi di matrice ebraica, è mancata fino ad oggi, all’interno della letteratura in lingua

italiana, un’opera complessiva di sintesi e presentazione delle fonti ebraiche (in particolare in ordine al

ruolo svolto dal Sommo sacerdote e alle funzioni esercitate dal Gran Sinedrio di Gerusalemme). A

Zagrebelsky si deve la traduzione dell’opera del magistrato israeliano Cahim Cohn. Costui analizza il tema

dal punto di vista ebraico, rientrando nei contributi di reazione legittima alla tesi della culpa iudaica.

L’autore affronta la quasi totalità delle ipotesi avanzate sulle varie fasidel processo. In secondo luogo,

svolge una lettura interpretativa ebraica dei Vangeli, senza considerarli aprioristicamente come opere

faziose. Infine, accoglie talora i presupposti di quelle teorie che addirittura appaiono contrastanti col

proprio intento di fondo, che è quello di dimostrare che ebreo aveva un ragionevole motivo di cercare la

morte di Gesù, per cui i racconti evangelici mancano di qualunque credibilità.

Miglietta molte tesi sono condivisibili, data la scrupolosa analisi dei fatti. Altre lasciano perplessi,

soprattutto per l’impiego massiccio della logica deduttiva, metodo che già i giuristi romani indicavano come

sussidiario, in quanto conduce a trarre conseguenze definitive a partire da premesse dotate di scarsa

probabilità. La sensazione è quella di trovarsi in alcuni punti di fronte ad una forzatura delle

consequenzialità. Un esempio è dato dalla riunione notturna del Sinedrio. Tale episodio ha costituito

appiglio sia della dottrina filo-ebraica, sia di quella filo-romana. Secondo la Mishna (legge orale ebraica) il

Sinedrio non si sarebbe potuto riunire di notte per cognoscere di crimini capitali. Da tale regola le opposte

posizioni hanno dedotto rispettivamente che il Sinedrio non poteva essere stato convocato (e quindi i

Vangeli mentono), oppure che si era ugualmente riunito (e la morte di Gesù deve essere ascritta alle

perverse finalità della nobilitas ebraica). Alcuni studiosi hanno cercato di dimostrare come il processo fosse

iniziato non il giovedì ma il martedì, dilatando lo scenario. Cohn affronta la questione in modo sbrigativo,

dicendo che l’atteggiamento spregiudicato della cronologia evangelica ricorda la scrittura dei farisei,

secondo la quale ciò che si è svolto prima, potrebbe aver avuto luogo alla fine e viceversa.

Analisi dell’opera di Cahim Cohn. Vedremo 4 questioni fondamentali:

1. NATURA DELLA PREDICAZIONE DI GESU’. Data la premessa di fondo, secondo cui nessun ebreo

poteva avere interesse alla morte del Nazareno, il Cohn ha cercato di provare come la predicazione

di Gesù fosse, alla luce delle fonti, perfettamente ortodossa (ovvero come ogni sua provocazione

fosse soltantro apparente, non potendo suscitare altro che l’adesione dei farisei e delle autorità

ebraiche, poiché ispirata alle stesse teologia, filosofia e prassi morali). L’autore trae queste

conclusioni dalla lettura delle dispute tra Gesù e gli ebrei. Dovendosi riconoscere che l’attività

pubblica del Nazareno si inseriva culturalmente all’interno della tradizione ebraica, sono necessarie

2 considerazioni. In primo luogo, se gli autori neotestamentari intendevano screditare quella che

appariva loro come la vetusta dottrina ebraica, bisogna domandarsi come sia possibile dedurre

proprio dalle fonti evangeliche l’ortodossia di Gesù. Inoltre se, come afferma l’autore, i racconti

evangelici, proprio in ragione dell’inimicizia delle autorità religiose ebraiche verso Gesù, mancano

di qualunque credibilità, anche le conclusioni cui giunge attraverso la loro lettura non possono

essere reputate come solide basi per definire i rapporti tra Gesù e i giudei in termini di coerenza.

NB: a sostegno del suo assunto Cohn affronta il brano della profezia della distruzione del Tempio.

Dice che non sarebbe stato possibile lo scontro tra Gesù e le autorità ebraiche, poiché è stata letta

da queste ultime come stimolo morale, come in precedenza gli analoghi presentimenti avevano

colpito Geremia. Ma Cohn dimentica che Geremia rischiò concretamente la morte per la sua

profezia sulla distruzione del Tempio.

In realtà l’autore pare prediligere lo strumento dell’analisi settoriale delle fonti e dei fatti, mentre è

necessario operare un’esegesi contestualizzata: il singolo brano non può venire isolato dall’insieme

delle narrazioni. L’esistenza di uno scontro insanabile tra Gesù e i rappresentanti dell’ortodossia

religiosa giudaica emerge dall’intera narrazione evangelica, al di là dei dettagli insiti nei singoli

episodi. Gesù si presenta agli occhi degli ebrei come un sovvertitore. E si trattava di un

comportamento oggettivamente più pericoloso della rivolta politica.

2. QUALITA’ DELL’INTERVENTO DEL GRANDE SINEDRIO DI GERUSALEMME. Secondo Cohn non si

sarebbero svolti né un processo, né una fase di esso davanti al Sinedrio. Si sarebbe riunito, invece,

nella città santa, e per iniziativa di Caifa, una sorta di “consiglio d’emergenza” per cercare di

sottrarre l’imputato alla mano di Roma. I sinedriti avrebbero agito nella convinzione che Gesù, con

la sua predicazione, stesse mettendo in pericolo la propria vita insieme alla sicurezza della nazione

giudaica, qualora l’autorità occupante avesse riscontrato i sintomi di un movimento politico-

religioso di ribellione. E qui Cohn è indotto ad ipotizzare che il Sommo sacerdote avesse dato

incarico al comandante di tale corpo di sicurezza autoctono di ottenere dall’ufficiale romano la

consegna di Gesù, per condurlo alle massime autorità ebraiche.

NB: tutto è possibile, tuttavia la lettura dei Vangeli è forzata e contraddittoria sotto diversi profili.

Ciò contrasta con l’assunto di fondo secondo cui i romani cercassero in ogni modo di umiliare gli

ebrei e le loro autorità. Contrasta col fatto che, proceduto all’arresto dietro ordine del prefetto

Pilato, i militari romani si fossero lasciati convincere a consegnare Gesù alla guardia del Tempio, se

è vero che il Sinedrio non avesse rivestito alcuna funzione ufficiale nel processo. Infine, l’ipotesi si

scontra con la considerazione che Gesù è stato arrestato per una gravissima imputazione (lesa

maestà), punita proprio sotto il principato di Tiberio. Che il Sinedrio potesse operare a favore di

Gesù sembra improbabile.

3. NATURA GIURIDICA DELLA DELIBERAZIONE DEL SINEDRIO. Le difficoltà segnalate possono essere

superate ove si consideri che il Sinedrio svolgesse funzioni di organo istruttorio nei procedimenti

deferibili alla cognitio del magistrato romano. Cohn afferma che non vi è nulla che provi tale attività

giurisdizionale della suprema autorità ebraica. Questo è vero solo ove si ricerchi una esplicita

testimonianza delle fonti dirette. Stando alla ricostruzione dell’autore, avremmo inoltre la prova

del favore del Sinedrio verso Gesù, e non quella di una sua partecipazione al processo vero e

proprio sulla base dell’interrogatorio svolto dai sinedriti. Quelle che vengono identificate come

imputazioni a carattere religioso (filiazione divina e profezia della comparsa del figlio dell’uomo tra

le nubi alla destra di Dio) non avrebbero potuto conseguire la condanna a morte di Gesù. Gesù ha

pronunciato senza dubbio “invano” il tetragramma sacro YHWH, fatto già di per sé punibile con la

morte. Anzi, lo ha fatto addirittura con riferimento a se stesso, dichiarandosi unico nella storia di

Israele uguale a Dio.

NB: il Cohn cerca di aggirare l’ostacolo accettando la traduzione delle parole di Gesù come “io

sono”, osservando però che in ebraico costituiscono un sinonimo lecito del nome di Dio. Ma tale

difesa pecca di eccessiva semplificazione, perché una cosa è la pronuncia della forma verbale in un

contesto dialogico, un’altra è la risposta alla solenne domanda del Sommo sacerdote.

Inoltre per Cohn parrebbe un mistero il fatto che si sia arrestato soltanto Gesù, e non si sia invece

proceduto al fermo dei suoi discepoli. L’autore motiva la particolarità con l’intento delle autorità

ebraiche di venire in soccorso a Gesù.

NB: una spiegazione più aderente alle fonti può essere rinvenuta nel fatto che solo Gesù aveva

pronunciato il nome YHWH e si era fatto identico a lui.

Tornando, infine, al gesto del Sommo sacerdote di stracciarsi le vesti quale gesto di orrore

compiuto da Gesù, Cohn lo motiva dicendo che fu a causa del dolore di non far riuscire a

comprendere a Gesù il suo punto di vista e la sua afflizione.

4. FASE PROCESSUALE DAVANTI AL PREFETTO DI GIUDEA. Il mattino seguente Gesù venne condotto di

fronte a Ponzio Pilato affinché avesse inizio la fase del giudizio. La fase istruttoria si era conclusa

con la dichiarazione che il Nazareno era reo di morte, ossia con la completa consapevolezza da

parte del sinedrio circa la necessità giuridica di trasmettere il caso al magistrato romano, affinché

questi procedesse all’attività del cognoscere e del constituere. Gesù aveva posto in essere, di fronte

al supremo Consesso ebraico, il crimine di blasfemia, dichiarando di essere YHWH e risolvendo sul

nascere ogni questione procedurale nascente dal diritto ebraico e dal numero dei testimoni. Gesù

viene condotto da Pilato per la fase del giudizio. L’autore cerca di fondare l’ipotesi che non possa


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto di Diritto romano su riflessioni intorno al processo di Gesù, del prof. Santucci. Gli argomenti contenuti sono: la responsabilità del popolo ebraico nella condanna di Gesù, vangelo di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, fase istruttoria avanti al sinedrio, etc.etc


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Santucci Gianni.

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