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Capitolo 1. Riflessioni intorno al processo a Gesù

I contributi specifici in materia conducono al quesito classico: quale (e quanta) fu la responsabilità del popolo ebraico nella condanna di Gesù? Blinzer dice che il problema centrale è quello di sapere se e in che misura accanto ai Romani anche gli Ebrei siano stati implicati nella soppressione di Gesù. Si classificano in 5 gruppi:

  • Gli Ebrei hanno avuto una responsabilità esclusiva
  • Gli Ebrei hanno avuto una responsabilità prevalente
  • Gli Ebrei hanno avuto una responsabilità uguale a quella dei Romani
  • Gli Ebrei hanno avuto una responsabilità irrilevante
  • Gli Ebrei non hanno avuto responsabilità

L’analisi del processo a Gesù è divenuta lo strumento per sostenere o confutare l’ipotesi della culpa del popolo ebraico. Non bisogna meravigliarsi se gli studiosi ebrei attribuiscono completamente ai Romani la colpa di aver crocifisso Gesù, mentre i non-ebrei affrontano il tema con spirito anti-ebraico. La responsabilità ebraica, però, non interessa lo storico del diritto, al quale compete la funzione di fornire contributi allo studio delle istituzioni giuridiche del passato.

Ricostruzione delle fonti

Per qualsiasi tentativo di ricostruzione storica della vicenda processuale, resta centrale il problema della ricostruzione delle fonti, in particolare quelle bibliche. Le fonti neotestamentarie non possono definirsi semplicemente storiche, in quanto i Vangeli non sono quel genere di documenti che ci forniscono un fedele e cronologico susseguirsi degli avvenimenti circa la cattura, il processo, la condanna e l’esecuzione.

Matteo, Marco e Luca hanno trasmesso alle generazioni successive un unicum, sia per le reciproche relazioni, sia per il materiale utilizzato, sia per l’ambiente dal quale sono stati influenzati. L’ipotesi accreditata vuole che Matteo e Luca abbiano utilizzato quale loro fonte principale Marco, a cui si sarebbe unita una fonte comune: la fonte dei Logia. I Vangeli sinottici sono l’approdo scritto di un processo di formazione che parte dall’annunzio dell’evento della salvezza realizzatasi in Gesù morto e risolto degli Apostoli, reinterpretato dalle comunità dei credenti. I Vangeli raccolgono l’esperienza di coloro che hanno visto Gesù e ne hanno ascoltato gli insegnamenti, e che hanno poi trasmesso questi fatti alla comunità in cui alcuni didascali sono stati incaricati di riportare per iscritto. Sulla base di ciò i 4 Evangelisti redassero le loro opere.

Per quanto attiene all’epilogo della vita di Gesù, è assodato che un racconto dettagliato della Passione ha preceduto gli attuali vangeli e ha imposto loro la trama. Ciò porta a concludere che la redazione attuale delle fonti neotestamentarie che trattano la morte di Gesù è la risultante di una tradizione ancora più antica, che offre garanzie di attendibilità.

NB: è necessario indicare il motivo teologico, lo scopo che ha guidato il lavoro di ciascun Evangelista. Le fonti neotestamentarie non possono essere classificate come vere e proprie testimonianze da cui desumere meccanicamente la sostanza dei fatti. Sono fonti tematiche, il cui fine primo non è dato dalla trasmissione degli eventi storici, bensì dall’intento teologico di annunciare che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio. Solo poi, in quanto vicenda storica, è per necessità ancorata al momento storico, anche se la narrazione di avvenimenti determinati è usata come prova che veramente il Verbo si è fatto carne abitando fra di noi.

Vangelo di Marco

L’autore intende descrivere la nuda realtà, senza timore di urtare i lettori. Evidenzia l’ostilità dei notabili giudei (e l’onestà di fondo dei pagani), poiché scrive per i cristiani di Roma e per i lettori provenienti dal paganesimo. La chiave di lettura va ricercata nel filo ideale che collega l’inizio del vangelo all’evento della croce e della resurrezione. È proprio nel momento culminante della morte scandalosa che l’evangelista fa dispiegare 2 eventi: il velo del tempio si squarcia nel mezzo, mentre il centurione riconosce la filiazione divina del condannato. Vuole sottolineare come mentre il popolo eletto viola il Tempio profanando il corpo di Gesù, i pagani aderiscono alla fede.

Vangelo di Matteo

Scrive per la comunità ecclesiastica. Lo stile chiaro si rifà alle esigenze liturgiche. Si tratta di un approfondimento sistematico della catechesi per la primitiva comunità dei fedeli, redatto in un’area mista giudeo-cristiana, dove si cristallizza una fase storica in cui la chiesa è in rivalità con il giudaismo ufficiale. Vengono sottolineate le dispute di Gesù con l’élite religiosa. Manifesta una tendenza antigiudaica, con cui si vuole denunziare il rifiuto che il popolo eletto ha operato nei confronti di Cristo. Ora solo la Chiesa è autenticamente legittimata a continuarne le sorti.

Vangelo di Luca

A lui sono da attribuire anche gli Atti degli Apostoli. Mette in luce l’apertura universalistica. L’autore si preoccupa di rifarsi a fonti certe, ma secondo una linea teologica, apologetica e pastorale. Si tratta del racconto del discepolo che rivive la storia del maestro. L’attaccamento personale è espresso nella ripetuta affermazione dell’innocenza di Gesù e nell’omissione di particolari offensivi e crudeli. Si deve all’ambiente persecutorio se Luca cerca di evitare la provocazione nei confronti del potere politico. Le responsabilità e le colpevolezze romane sono sminuite, a discapito dei giudei, che diventano responsabili della fine ingiusta di Cristo.

Vangelo di Giovanni

Denota una marcata autonomia strutturale, avendo tratto il materiale dei suoi racconti da una tradizione indipendente. L’originalità si manifesta fin dal prologo e nel presentare subito Gesù nel suo ruolo pubblico. Ogni avvenimento reca in sé tutto il senso del Vangelo: Cristo che si manifesta, che viene rifiutato dal suo popolo, che è crocifisso e risorto ed esaltato. La vita e l’opera di Gesù sono mirate all’evento della gloria, che sorge attraverso il rifiuto dei suoi. L’atteggiamento di Giovanni nei confronti dei Giudei è polemico. Il termine Giudei indica le autorità religiose che sono ostili a Gesù. Giovanni, però, non è antisemita, in quanto non condanna un popolo, ma l’opposizione a Cristo. Tralascia alcuni momenti: l’agonia nel Getsemani, il sonno dei discepoli, l’accusa di bestemmia davanti al Sinedrio, l’episodio di Simone di Cirene e gli insulti a Gesù crocifisso.

Sintesi

Con i vangeli gli autori si proponevano di trasmettere ai lettori la conoscenza del Cristo necessaria alla salvezza, e a questo fine manipolavano le fonti senza preoccuparsi della cronologia. Un’analisi dei testi evangelici, comunque, non appare una sintesi povera, superficiale e soggettiva. Emerge, invece, la veridicità dell’ipotesi che i redattori dei Vangeli abbiano avuto a disposizione un racconto comune della passione, sul quale ciascuno di essi ha operato i propri interventi (in particolare l’accentuazione della responsabilità ebraica, il mutamento del capo d’accusa avanti il magistrato romano, la volontà di Pilato di liberare Gesù, il suo cedere di fronte alle pressioni popolari). Secondo Cerfaux la trama del racconto originario si può suddividere in 3 temi:

  • Preliminari (ultima cena, tradimento di Giuda, istituzione dell’eucarestia)
  • Martirio (annunzio della fuga dei 12, arrivo di Giuda, tentativo di resistenza alla cattura)
  • Processo (Gesù davanti al Sinedrio, scena degli scherni, Gesù davanti a Pilato, sentenza di morte, preparativi dell’esecuzione, esecuzione e morte, momenti teologici, testimoni)

All’interno della narrazione vi sono 3 tendenze teologiche:

  • Cristologica: innocenza, libertà e coscienza della morte
  • Apologetica: si riferisce a profezie, volte a dimostrare la continuità del disegno di Dio
  • Esortativa: indica comportamenti che il discepolo deve imitare

Delitto politico-religioso di blasfemia nella cultura ebraica

Nella coscienza cristiana c’è disappunto nell’imputazione di bestemmia nei confronti di Gesù. Ma dove Gesù non era sentito come Figlio di Dio, non poteva non apparire agli occhi dei difensori del rigido monoteismo come una violazione dei sovrani diritti di Dio. Gesù non rivestiva il ruolo di Messia prefigurato dalla predominante dottrina politico-religiosa giudaica. Il pensiero del mondo orientale configura la divinità quale effettiva reggitrice dello stato, e pertanto considera blasfemia la mera pronuncia del nome di Dio, e ne fa un illecito così grave da essere punito con la morte. Presso queste popolazioni il conoscere il nome di una persona o di una cosa significava possederne la natura più profonda, con possibilità di dominio ontologico. Il comandamento “non pronunciare il nome di Dio invano” doveva mettere in guardia contro la bestemmia, ma anche evitare che il nome di Dio venisse piegato a scopi distorti (es. falso giuramento). L’interpretazione più diffusa tra i rabbini prevedeva che per incorrere nel concetto di blasfemia fosse sufficiente la mera pronuncia del nome, non essendo necessario l’elemento intenzionale.

Intorno al crimen laesae maiestatis

Luca fornisce i capi d’accusa mossi dal Sinedrio, organo istruttorio presso il tribunale di Ponzio Pilato:

  • Sedizione
  • Incitamento al venir meno all’obbligo civico di pagare i tributi
  • Affectatio regni (=l’essersi fatto re)

Gesù è deferito a Pilato nella sua veste ufficiale di giudice, dopo la fase istruttoria avvenuta dinanzi al supremo Consesso ebraico, quale criminale contro lo stato. Se convinto di lesa maestà, passibile di morte mediante crocifissione, preceduta dalla pena accessoria della flagellazione.

Fase istruttoria avanti al Sinedrio

Il Sinedrio rappresentava il massimo organo religioso ed amministrativo della nazione ebraica. Era sotto la competenza della Torah e delle usanze locali, subordinato unicamente alla autorità di Roma. I Romani tendevano a mantenere i tribunali popolari indigeni nelle province, al fine di alleggerire i tribunali luogo-tenenziali. Il Sinedrio era privo del potere di emettere sentenze formali di condanna a morte al tempo di Gesù: lo conferma un’iscrizione che dice “nessuno straniero sorpassi la balaustra e il recinto del Tempio. Chi venisse sorpreso a sorpassarli sarà cagione a se stesso della morte che ne consegue”. Il Sinedrio svolgeva funzioni limitate ai reati minori, mentre per i reati che comportavano la pena di morte aveva solo compiti istruttori.

Importante aspetto pregiudiziale è dato dal rispetto del diritto penale mishnaico durante la fase processuale dinanzi al Sinedrio: era fatto divieto il riunirsi di notte per svolgere un procedimento criminale ed era necessaria una doppia deliberazione, in 2 giorni consecutivi, nei casi di condanna a morte.

Entrando nella fase centrale del processo, vediamo che il Sinedrio svolge le sue funzioni di controllo dell’ordine pubblico e di polizia, procedendo all’arresto di Gesù nell’orto del Getsemani, dietro indicazioni fornite da Giuda Iscariota. L’arresto è stato formale, con i servi dei sommi sacerdoti e dei farisei. In quest’epoca esisteva una guardia ebraica del Tempio, ovvero una forza di polizia religiosa, che aveva diritto di agire autonomamente nei casi più gravi. Avvenuto l’arresto, Gesù viene trascinato da Anna, suocero del sommo sacerdote in carica (Caifa) per essere interrogato riguardo i suoi discepoli e la sua dottrina. La dottrina si riferisce alla messianicità di Gesù e alla sua predicazione, mentre ciò che concerne i discepoli comporta un’indagine sull’attività di grave disturbo dell’ordine pubblico, secondo la categoria della lesa maestà. Il mattino dopo Gesù è condotto presso Caifa, al cospetto del Sinedrio riunito. L’elemento dominante in questa fase è l’elemento dei falsi testimoni. Secondo Matteo sono addirittura i sinedriti a cercare una falsa testimonianza.

NB: su questo punto si sono soffermati coloro che propendono per la responsabilità ebraica. Il processo sarebbe stato illegittimo se il giudizio si fosse basato su false testimonianze. La morte di Gesù sarebbe stata colpa della classe dirigente e del suo popolo. Il particolare della mendacità delle testimonianze è inquadrabile nella tematica neotestamentaria che vede nel popolo ebraico il colpevole della morte di Gesù. Inoltre, il contenuto delle testimonianze si riferisce alla profezia sulla distruzione del tempio.

Un secondo fondamentale aspetto è quello della disputa tra Gesù e Caifa. Il problema consiste nel vedere se Gesù potesse veramente essere qualificato reo di bestemmia. La legge ebraica vuole che nessuno possa essere condannato sulla propria confessione, perché un solo testimone non basta; pertanto sarebbe mancata la prova circostanziata della blasfemia. Ma tale concezione presenta un errore: Gesù si rende reo di bestemmia proprio davanti al Sinedrio, con le sue stesse parole (“Dicci se sei il Figlio di Dio”. “Tu l’hai detto”). Non si trattò, dunque, di condannare Gesù in base alla sua confessione, ma sulla base della bestemmia pronunciata in pubblico, della quale l’intero Sinedrio era testimone. In questo ordine di avvenimenti si giustifica il gesto di orrore di Caifa, che si stracciò le vesti, dichiarando Gesù reo di morte. Come tale non è immediatamente condannato, ma è ritenuto deferibile al tribunale romano. Non era una sentenza di morte perché il Sinedrio era stato privato da Roma della potestà di emettere sentenze capitali. Si trattò della constatazione che l’imputato meritasse la morte e che quindi dovesse essere deferito al tribunale di Pilato.

Fase del giudizio presso il magistrato romano

Fatto legare Gesù, lo condussero da Pilato. Nel campo della giustizia penale il governatore, in virtù del suo imperium, procedeva alla repressione e persecuzione dei delitti commessi sia dai cittadini romani che dai sudditi senza limiti per questi ultimi, in quanto non godevano della provocatio. Tuttavia la coercitio non sfuggiva ad autolimitazioni consuetudinarie, legate al rispetto dei principi giuridici nazionali, sebbene la decisione del magistrato non fosse soggetta a gravame.

Occorre analizzare il significato della vicenda di Barabba.

  • Colin sostiene che il privilegio pasquale fosse un vero e proprio diritto dei Giudei, al cui rispetto il magistrato si sarebbe dovuto attenere scrupolosamente. Il magistrato rispettava tale presunto diritto per essere gradito dai sudditi giudei. Colin evidenzia come la folla non fosse radunata per caso, ma volutamente e formalmente riunita dal magistrato, che era seduto in tribunale per amministrare la giustizia.
  • Miglietta è preferibile un’ipotesi di self-restraint. La vicenda di Barabba rispondeva all’usuale, ma discrezionale, esercizio delle prerogative del magistrato in materia criminale. Nulla ci fa ritenere con certezza che il magistrato fosse tenuto a consultare il popolo. Per quanto riguarda la natura giuridica, questa va ricercata su di un parere sul rilascio di uno fra gli imputati. Si trattò di un parere volto a favorire uno degli imputati (del medesimo crimine). Ciò conferma l’opinione secondo cui i sudditi provinciali privi di cittadinanza non godessero della provocatio (che rappresentava un diritto del singolo cittadino, non legata ad un’opzione tra più imputati).

Si arriva, dunque, al giudizio propriamente detto: Gesù di fronte a Ponzio Pilato. Le narrazioni evangeliche aprono una problematica cruciale: diversi autori situano in questo frangente la trasformazione del capo d’accusa ad opera del Sinedrio. Dalla bestemmia (delitto politico-religioso) si passa alla lesa maestà. I sinedriti portano l’accusa sul terreno politico, dicendo che Gesù si era fatto re dei Giudei e che aveva commesso altri delitti. Poiché il rinvio a giudizio in quanto blasfemo era insostenibile, era necessario mutare il titolo del reato. Ciò era spinto dal timore di perdere l’egemonia religiosa e di spezzare l’alleanza con Roma, causando un indebolimento del proprio potere. Gesù doveva morire ad ogni costo.

L’interrogatorio a Gesù mostra una contraddizione invalicabile. La caratteristica più appariscente è il silenzio cocciuto di Gesù che riempie di meraviglia il giudice. I tentativi di Pilato di liberare Gesù indicano l’attenzione del giudice romano nel vagliare le risultanze istruttorie, mentre è stata la comunità dei credenti a leggere l’ordinaria prudenza del magistrato come convinzione d’innocenza. Poiché Gesù si era fatto Re dei Giudei, rappresentava la forma secolarizzata, trasferita sul piano profano-politico, per il titolo di Re d’Israele. Dio e Re d’Israele: si tratta di un reato plurioffensivo, in quanto offendeva sia la santità di Jahweh, sia minacciava la sicurezza del populus romanus e la maestà dell’imperatore. La circospezione di Pilato nell’interrogatorio può ricollegarsi anche alle 3 distinte accuse.

Questioni incidentali

Invio di Gesù a Erode Antipa. Ci si deve domandare come mai un elemento così importante sia stato omesso da Matteo, Marco e Giovanni. Il brano, riportato solo da Luca, era destinato ai pagani. Tale invio ad Erode denota un mero intento ludico. Secondo Miglietta la ragione si trova nel versetto che recita “Erode e Pilato, che prima erano nemici, ora diventarono amici”. A Pilato, più che il responso di Erode, interessava un’alleanza che gli facilitasse l’esercizio delle sue prerogative.

Lavanda delle mani di Pilato. Nella Bibbia il lavarsi le mani in occasione della morte viola...

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Scienze giuridiche IUS/18 Diritto romano e diritti dell'antichità

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