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dell’uomo, la quale ha invitato i giudici

Alcuni imput sono arrivati anche dalla Corte Europea dei diritti

nazionali a interpretare la legge alla luce del progresso scientifico evitando sentenze anacronistiche che mal

si conciliano con il diritto vivente. Quindi la soluzione è stata quella di adeguare il diritto alle sfaccettature e

le problematiche legate ad una “nuova prova scientifica” all’interno del processo e la stessa giurisprudenza

nazionale ha cercato di adeguare gli istituti del nostro codice anche a queste evenienze per ridurre al minimo

lacune normative e applicative , con la prima forte difficoltà di non trasformare il giudizio di revisione in un

ulteriore grado di giudizio.

Vi è una tendenziale uniformità di orientamento che ritiene ammissibile la revisione che si basano su la

sopravvenienza di nuovi elementi probatori e accertamenti di tipo tecnico ; la problematica invece è quella di

ammettere la rivalutazione di prove già ammesse nel processo con una nuova considerazione tecnico-

scientifica già però in precedenza decisa con sentenza irrevocabile.

In un primo momento la Cassazione, sembrava non conformarsi alla realtà dei fatti, andando a riconoscere

erroneamente al sapere scientifico, una immutabilità che di fatto è utopica.

Infatti, proprio alla luce di queste considerazioni aveva scelto di “chiudersi” all’approccio presentato dalla

corte di Strasburgo, andando a riconfermare la concezione secondo la quale “ le valutazioni rilevanti ai fini

dell’impugnazione straordinaria devono necessariamente fondarsi su –nuovi elementi di prova- non

valutati nella precedente decisione dal giudice o dal perito”.

conosciuti e/o non

Proprio grazie al progressivo ampliamento del novum probatorio nel giudizio di revisione, vi è stato un forte

cambiamento di tendenza tale da spingere le Sezioni Unite ad uniformarsi ai tempi e nel dire che la mancata

valutazione di un provvedimento probatorio in precedenza non valutato a causa di progresso scientifico, pone

la base per un mutamento di decisione fondato su accertamenti successivi che abbiano nuove sopravvenienze

fattuali, ed implicano tecniche e conoscenze scientifiche nuove su dati già acquisiti.

La soluzione della giurisprudenza è stata quindi quella di ammettere la “categoria del probatorio”

novum

incentrata sulla capacità di ampliare il patrimonio conoscitivo del giudice con nuovi elementi di valutazione.

Nonostante questa impostazione, i timori sul pericolo di trasformare la revisione in un nuovo grado di

giudizio sono forti e si aggiungono a quelli che vedono un grado di tecnicismo troppo alto che rischiano di

far pagare al soggetto imputato eventuali errori derivanti dalle operazioni degli operatori del diritto, tutto

questo per proteggere il giudicato, forse a discapito delle fondamentali esigenze di giustizia.

La delibazione preliminare di ammissibilità

4.

A causa dell’evoluzione e delle nuove frontiere interpretative si è sentita l’esigenza di adottare in sede di

revisione i dovuti accorgimenti al fine di non travolgere del materiale già valutato. Le valutazioni che il

giudice è chiamato a fare sono innovative con il conseguente compito di questo di immunizzare il giudizio

dall’ingresso della “cattiva scienza”. Proprio a tale fine, si annida il rischio che il giudice sia sopraffatto dalle

conoscenze specialistiche dell’esperto, considerando anche che la fase preliminare ha un deficit dialettico per

la mancanza di contraddittorio.

La Cassazione ha individuato un pentalogo di regole a cui deve attenersi il giudice, al quale spetta:

1. Apprezzamento della novità del metodo introdotto

2. La valutazione della sua scientificità

3. Applicazione del nuovo metodo scientifico alle risultanze probatorie già vagliate, alla stregua delle

pregresse conoscenze, nel processo già celebrato

4. Il giudizio di concreta novità dei risultati ottenuti grazie al nuovo metodo

5. La loro valutazione nel contesto delle prove raccolte nel precedente giudizio allo scopo di stabilire se

essi sono idonei a determinare una decisione diversa rispetto a quella di condanna già intervenuta

Prospettive evolutive della revisione

5.

Alla revisione quindi è stato riconosciuto valore costituzionale e su questo non ci sono dubbi poiché questa

impostazione scolpisce la funzione etica e sociale di questo strumento volto alla riparazione dell’errore

giudiziario.

L’impugnazione straordinaria della garanzia dell’imputato e prende

quindi conserva come fisionomia quella

giudicato sulla base “dello stato degli atti” su cui è stata fondata la decisione e

i connotati di intangibilità del

“somma preclusione”, andando quindi ad aprirsi la possibilità

non sulla di un successivo riesame in presenza

di nuovi elementi di fatto e di diritto.

Un primo ordine di riflessione può essere quello che vede la mutata fisionomia dei rapporti tra novum

probatorio e vizio di motivazione in Cassazione.

Prima del 2006, la possibilità di ammettere, in sede di revisione, i dati acquisiti ma non valutati nel processo

concluso con sentenza irrevocabile era l’unico antidoto a forme di travisamento della proa consistenti nella

mancata valutazione da parte del giudice, di elementi confluiti nel materiale probatorio.

Con la legge del 2006 che ha modificato l’art 606,co.1 cpp, includendo nei motivi di ricorribilità in

Cassazione anche la contraddittorietà della motivazione; per la Corte però il travisamento è censurabile in

legittimità solo se l’errore di valutazione da parte del giudice di merito sia “idoneo a disarticolare

sede di

l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione”.

Quindi in base a quanto detto, appare più conveniente rinunciare al controllo in Cassazione a favore del

controllo in sede di revisione per evitare che un controllo troppo serrato come quello che avviene davanti al

giudice di legittimità sia preclusivo di una successiva richiesta di revisione.

Questo come vediamo è come se fosse un doppio passaggio che di fatto sembra allungare i tempi processuali

a discapito della posizione del soggetto che subisce le decisioni del processo.

Il nostro ordinamento inoltre, conosce in diverse occasioni, un intervento peggiorativo del giudicato che va a

revocare i benefici ottenuti illegittimamente e allo stesso modo, la stessa “revisione europea” è libera dal

riconoscimento dal vincolo assolutorio con un conseguente esito peggiorativo sull’imputato anche in termini

di tempi processuali.

L’ERRORE GIUDIZIARIO “DI FATTO”: PORTATA APPLICATIVA E

CAPITOLO VIII:

(DIS)ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI

L’inquadramento dell’errore giudiziario “di fatto”, al crocevia tra ingiustizia formale ed ingiustizia

1.

sostanziale

Con l’espressione “errore giudiziario” s’intende un erroneo accertamento del fatto consacrato in una sentenza

di condanna passata in giudicato e si assume come ingiusta perché vi è divergenza tra realtà e quanto

accertato dal giudice.

La revisione, mira a comporre il dissidio tra “verità processuale” e “verità storica” che risulta da elementi al

giudicato stesso che palesano l’ingiustizia e quindi l’unico errore correggibile è quello che riguarda elementi

inediti che denunciano l’apprezzamento errato o difettoso poi consolidato nella fase decisionale.

decisione per dirsi “giusta” deve rispettare le garanzie processuali e l’accertamento corretto dei fatti

Una

posti a fondamento della stessa e dal principio ripreso dalle modifiche apportate dall’art 111 Costituzione,

ossia quello di “legalità processuale”, traspare quindi l’esigenza di un processo svolto nel rigoroso rispetto di

quanto stabilito dalla legge, anche dal momento del procedere.

Alla lettura dei canoni del “giusto processo” la lettura dell’art 625 bis cpp, 14

ossia il ricorso straordinario in

Cassazione per errore materiale o di fatto, offre correzione alle sentenze pronunciate contra reum andando

14 Lo strumento del “ricorso straordinario in Cassazione”, art. 625bis cpp, è un rimedio che il codice mette a

disposizione dell’imputato al fine di correggere errori materiali o di fatto. La norma contempla un duplice rimedio

contro le decisioni pronunciate dalla Corte di Cassazione; per la correzione dell’errore materiale, speciale rispetto a

all’art 24 Cost e secondo lo stesso articolo 111 Costituzione, il ricorso

quindi a tutelare il diritto alla difesa,

alla Corte è sempre previsto per violazione di legge.

Assicurare dunque il ricorso per violazione di legge vuol dire assicurare il controllo di legalità del giudizio

riconoscimento in capo all’imputato del diritto di attivare questo meccanismo che è il

mediante il

presupposto della “giusta decisione”.

La giurisprudenza è concorde nel ritenere che il ricorso per errore di fatto, rappresenta un’eccezione a uno

dell’ordinamento processuale, ossia quello che prevede l’inoppugnabilità delle

dei principi fondamentali

decisioni della corte di cassazione e per questo motivo tale disposizione è assolutamente non suscettibile di

applicazione analogica. della realtà processuale , crea un’interferenza del

Quello che rileva è che una cattiva percezione

convincimento giudiziale che oltre che privare l’imputato di un effettivo sindacato di legittimità, influisce

sulla pronuncia, che senza errore sarebbe diversa.

da errori e quindi l’errore di fatto, funge da indicatore per rilevare

Da qui il rischio di condanna inficiata

l’errore giudiziario il cui rimedio mira a costruire delle sentenze della Corte di Cassazione quanto più

effettive e reali, rendendo “giusta” la decisione per rispettare il corollario della “legalità del giudizio”.

La fisionomia (di matrice giurisprudenziale) dell’errore revocatorio

2.

L’errore di fatto, all’interno della disciplina codicistica non ha una compiuta definizione normativa anche se

è inquadrato tra le anomalie processuali.

Il primo comma dell’art 625 bis cpp, mira a correggere, a favore del condannato, gli errori materiali e di fatto

pronunciati dalla Corte di Cassazione, tuttavia non specifica chiaramente i criteri di individuazione di questi

errori lasciando spazio a dubbi e critiche.

Dal tenore letterale della norma si ricava l’indicazione che il legislatore ha dato, andando a distinguere bene

“errore di fatto” ed “errore materiale”, attraverso la congiunzione disgiuntiva “o” nella rubrica della norma.

di pensiero, ad oggi la legge ha introdotto solo per l’errore materiale la possibilità

Secondo una prima scuola

di provvedere alla loro correzione senza formalità, quando questa venga attivata d’ufficio, senza fissare

un’apposita udienza ex art. 127 cpp. Per la seconda scuola di pensiero, l’errore materiale è stato parificato

all’errore di fatto, lasciando che questo si potesse rilevare d’ufficio (nel termine di 90 giorni) e sempre nelle

forme del 127cpp.

In questo modo si permette alla Corte di Cassazione di provvedere all’errore di fatto senza la sollecitazioni

delle parti.

L’errore materiale , è disciplinato all’art. 130 cpp e non fornisce una definizione puntuale, limitandosi a

15

circoscrivere l’ambito di applicazione del rimedio correttivo per:

-errori od omissioni che non determinano nullità

la cui eliminazione non comporta una modificazione sostanziale dell’atto.

-

quello previsto dall’art 130 cpp ma anche questo attivabile ex officio e senza limiti di tempo, quando vi sia un errore

espressivo del giudice che determina una divergenza tra quanto detto dal giudice e quanto è rappresentato nella

realtà. Oppure per la correzione di un errore di fatto che consiste in un errore fatto dalla Corte nel leggere gli atti e

percepire quindi in rilievo degli elementi, che se letti in maniera corretta e conforme a realtà avrebbero dato altro

risultato nella decisione.

15 Esempi di errori materiali sono: un’erronea indicazione delle generalità dell’imputato; mancanza di coerenza tra la

pena indicata all’interno del dispositivo e quella nella motivazione per un errore sul calcolo aritmetico, ecc. sono

dunque tutti errori che attengono alla documentazione grafica della volontà del giudice e che finisce per incidere

esclusivamente sulla forma attraverso la quale si manifesta la volontà senza incidere sul processo logico e volitivo

della decisione giudiziale.

Come possiamo notare queste sono due condizioni danno vita ad un errore, inteso come lapsus, che

investendo unicamente la manifestazione esteriore dell’atto, provoca una divergenza tra volontà dell’organo

giudicante e la sua materiale rappresentazione grafica, non andando ad avere ripercussioni sul contenuto

intrinseco del provvedimento.

Proprio l’aspetto che l’errore materiale ricada sulla “documentalità” ha fatto ravvisare sia da parte della

dottrina che della giurisprudenza la differenza con l’errore di fatto.

Se l’errore materiale viene infatti considerato un lapsus espressivo che inficia sul modo di manifestarsi

all’esterno ad opera del giudice; l’errore di fatto viene ricondotto ad un lapsus percettivo, che inficia sul

contenuto essenziale del provvedimento.

Conforme alla natura revocatoria dell’art 395 n. 4, cpc, l’errore di fatto di cui all’art 625 bis cpp, trova la

stessa matrice nel vizio percettivo circa l’esistenza degli atti del giudizio che sono stati in qualche modo

oggetto di equivoco o svista da parte della Corte di Cassazione durante la fase valutativa della

documentazione sottoposta alla sua attenzione e poi incidente sulla decisione.

nel fatto che l’errore interviene in una fase pregiudiziale del giudizio e quindi prima

Il problema rilevante sta

che si formi la decisione, quindi nella fase di valutazione; per tale motivo restano estranei al campo di

applicazione del rimedio, gli errori di diritto e l’errore di giudizio.

E’ al di fuori della ricorribilità, l’errore di giudizio o di valutazione di un dato riguardante il fatto che non sia

stato correttamente interpretato dal giudice di legittimità perché frutto di un’opzione valutativa o di un

ragionamento che poi si è rivelato fallace.

Non si può considerare “errore di fatto” l’apprezzamento erroneo di fatti esposti nella sentenza impugnata

con ricorso per Cassazione altrimenti si andrebbe a toccare il vizio di motivazione; tale deve essere

facilmente percepibile andando a confrontare gli atti o i documenti della causa con la sentenza impugnata.

Estranei all’ambito di operatività del ricorso, gli “errori di diritto” quindi nel caso di inesatta interpretazione

delle norme giuridiche e di un’attribuzione a queste di un’inesatta portata dovuta a mancanza di conoscenza

di indirizzi giurisprudenziali consolidati.

Inoltre in queste situazioni di diritto è facile che il giudice incorra in errori “misti” con elementi che

richiamano l’una o l’altra fattispecie e questo crea non poche problematiche applicative; la giurisprudenza ha

però sempre mostrato la volontà di voler circoscrivere l’ambito di applicazione dell’errore di fatto per far in

modo che ci sia un ridimensionamento del nuovo mezzo di impugnazione.

straordinario per errore di fatto, quale rimedio all’iniquità del

Il ricorso processo

3.

La tendenza giurisprudenziale degli ultimi anni è stata quella di riconoscere un adeguamento della normativa

interna alle istanze sovranazionali che mira ad allargare le maglie operative del rimedio straordinario

disciplinato dall’art 625 bis cpp.

La ratio è quella di garantire il controllo di legalità sul giudizio e andando a ricomprendere anche i vizi

cagionati dall’inosservanza della Cedu che sono stati perpetrati in sede di Cassazione ed accertati dalla Corte

europea dei diritti dell’uomo.

La Corte Suprema, prima dell’introduzione della revisione europea aveva previsto l’impiego del ricorso

16

straordinario per errore di fatto come strumento idoneo a rimuovere la causa di iniquità del processo di

cassazione e rilevata dai giudici di Strasburgo.

16 La Consulta ha ritenuto che l’art 625 bis cpp, non fosse esaustivo per ricomprendere tutti i casi di errore presenti nel

giudizio di cassazione, ha previsto così che è consentito il ricorso alla Corte di Strasburgo previo esaurimento dei rimedi

interni, dunque quando la pronuncia nazionale risulti definita con decisione irrevocabile.

Un caso emblematico è quello “Drassich”, al quale veniva riconosciuto il diritto all’informazione dettagliata

sui motivi dell’addebito del fatto contestato e veniva richiamata la norma ex art. 625bis cpp per violazione

dei principi Cedu.

Nel caso di specie, il soggetto non veniva informato adeguatamente della modificazione del nomen iuris

contestata e del diritto originariamente addebitato non dando a quest’ultimo la possibilità di

della norma

esperire al meglio le proprie difese.

Si andava quindi ad accertare la violazione delle norme Cedu ed in relazione a tale situazione la Corte di

Strasburgo suggeriva un intervento del giudice nazionale che era chiamato a rescindere formalmente la

sentenza pronunciata all’esito del giudizio di legittimità e rinnovare l’ultimo segmento processuale nella

direzione indicata dal giudice europeo.

sia l’erronea rappresentazione percettiva della realtà che la violazione del parametro dell’equità

Quindi

processuale provocherebbero una lesione al diritto alla difesa tanto da giustificare un’applicazione in via

analogica del ricorso straordinario per cassazione.

Tramite il caso “Drassich” l’art 625bis cpp sarebbe applicabile ogni qualvolta il pregiudizio arrecato dai

giudici di legittimità alle garanzie difensive dell’imputato, si sia tradotta in una causa di iniquità della

sentenza alla quale deve necessariamente seguire una rimozione del giudicato.

Questa soluzione è quindi in attuazione dei valori costituzionali per il rispetto del diritto ad un processo

“equo” ed ai principi fondamentali; tale però non è stata priva di critiche.

interpretativa operata sull’art 625bis cpp:

Si è parlato infatti di una forzatura

In primo luogo sul fatto che l’errore

- di fatto ha natura di mezzo straordinario e come tale ha carattere

quest’ultima dall’essere

eccezionale e tassativo, proprio caratteristica lungi applicata in via analogica

L’idea di estendere analogicamente l’errore di fatto fino a comprendere ogni caso

- di iniquità del

processo di cassazione accertata in sede europea, trova un limite di fisionomia tra i diversi vizi posti

all’attenzione della Corte Suprema.

basti dire che l’art. 625bis cpp, consiste in un errore percettivo commesso dai giudici di legittimità

Infatti

nella lettura degli atti interni al giudizio; la riqualificazione giuridica integra un “errore di diritto” che

scaturisce dall’inesatta applicazione della giurisprudenza della Corte europea dei termini che incidono però

sul tipo di valutazione.

In questa ottica appare evidente che l’art 625 bis cpp, abbia assunto la connotazione di “valvola di sfogo” in

quanto applicato per finalità diverse rispetto a quelle per cui esso è stato previsto dal legislatore, con il

conseguente rischio di coinvolgere nel caos delle novità interpretative l’intero sistema che appare talvolta

slegato da una coerenza sistematica ma necessaria a garantire i diritti del soggetto coinvolto, talvolta leso.

CAPITOLO IX: ITINERARI NUOVI E RESIDUE INCERTEZZE NEL SINDACATO

GIURISDIZIONALE SULL’ERRORE DI DIRITTO DOPO IL GIUDICATO

Forme evolutive dell’errore giudiziario e flessibilità del giudicato penale

1.

La Corte Costituzionale, al fine di garantire la certezza del diritto e la definitività delle decisioni, attraverso

un’autorevole sentenza, aveva sancito la necessità che il giudicato si chiudesse assorbendo anche eventuali

vizi in procedendo o in iudicando.

Con questa pronuncia la Corte Costituzionale esprimeva la necessità di concludere il giudizio lasciando

pochi ed eccezionali spiragli di cambiamento e subordinati a determinate condizioni, quale la revisione della

pronuncia irrevocabile di condanna. Il fine è ovviamente quello primario di assicurare che un innocente non

subisca una condanna.

Nel corso degli anni e grazie agli orientamenti della giurisprudenza, si è andato ad ampliare sempre di più la

portata dell’errore nell’ottica garantire delle sentenze “eque e giuste” a prescindere dall’errore in questione

di

e sempre al fine di tutelare il soggetto colpito da tale situazione. Tutto questo iter ha portato al

riconoscimento tra gli errori rimediabili post iudicium anche di quelli di diritto.

Error iuris “oggettivo” e dell’esecuzione

poteri correttivi del giudice

2.

La rilevanza patologica dell’errore di diritto anche emerso successivamente al giudicato, è frutto di una

giurisprudenza in evoluzione che pone come nucleo essenziale i diritti del soggetto in attuazione dell’art. 27

Cost, ossia l’effetto rieducativo della pena.

La vicenda “Scoppola”, utile da ricordare a tal proposito, trae origine dal ricorso fatto a Strasburgo in cui il

soggetto era risultato vittorioso a causa di un mutamento della pena in senso peggiorativo per una modifica

legislativa apportata all’articolo che era stato applicato nel suo caso di specie, che limitava la libertà

personale.

A questo proposito, le Sezioni Unite, hanno conferito al giudice dell’esecuzione il potere-dovere di

rimuovere la violazione in atto nei confronti del bene fondamentale della libertà personale, sostituendo la

pena illegale con quella ritenuta adatta.

Con questa presa di posizione delle Sezioni Unite è stato necessario forzare il tenore letterale dell’art. 30

secondo il quale “quando in applicazione della norma dichiarata incostituzionale è stata

della l.87/1953,

pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano l’esecuzione e tutti gli effetti penali”.

Con questa interpretazione l’operatività della norma è in grado di influire sul quantum della pena e sugli

effetti negatici e pregiudizievoli cagionati dall’applicazione errata della pena. Il giudice ha quindi un potere

discrezionale molto forte in grado di rimodulare il contenuto sanzionatorio della sentenza, andando a formare

come una sorta di bifasicità dei meccanismi processuali.

Altro caso particolare in tema di pronunce è quella della Consulta contro l’unificazione del trattamento

sanzionatorio tra “droghe pesanti” e “droghe leggere”, andando a rimodellare tutte le pene irrigate sulla base

di quelle sentenze pronunciate prima di questa sentenza.

Si è aperta così la strada ad un nuovo sviluppo della nozione di “errore di diritto” capace di andare a superare

i confini del giudicato penale , con un diverso modo di intendere il principio di legalità con il compito

dell’ordinamento di sorvegliare sull’intera procedura di determinazione della pena e non solo quella della

decisione finale.

L’errore di diritto quindi non può essere sanato nemmeno appellandosi al “raggiungimento dello scopo”

poiché in ogni caso non sarebbe idonea a garantire una pena o una sanzione commisurata al fatto o all’errore

compiuto.

In merito all’ errore sul consenso vi è stata una pronuncia delle Sezioni Unite che ha previsto in caso di

sentenza di patteggiamento divenuta irrevocabile prima della pronuncia costituzionale 32/2014 occorre

determinare l’esecutività della pena illegale.

Nonostante tutte queste sfaccettature processuali è chiaro che la giurisprudenza e in nostro ordinamento

debbano adeguarsi ad un dato “oggettivo” di errore, quale evento accidentale contrario al diritto, con un

deficit di legalità della pena inflitta e con il sacrificio della certezza del giudicato per il fine più grande e

meritevole, quale la tutela dei diritti fondamentali.

Errore soggettivo e sindacabilità post iudicatum: una rivoluzione a metà?

3.

Un altro tipo di errore è quello derivante da una personale défaillance del giudice della cognizione, vi sono in

“soggettivo”.

tal senso aperture che rendono il sistema incerto, questo è denominato error iuris

Una pronuncia delle Sezioni Unite ha affermato che l’organo esecutivo può revocare per abolitio criminis, ai

sensi dell’art. 17

673 cpp , la sentenza definitiva di condanna:

Nell’ipotesi in cui l’abrogazione della norma incriminatrice è conseguente all’entrata

- fisiologica in

vigore di una legge posteriore;

Nell’ipotesi

- patologica e non prevista esplicitamente dal dato normativo in cui il fenomeno

abrogativo si è consumato prima della irrevocabilità, o addirittura prima agli stessi fatti posti nella

contestazione, senza essere stato rilevato per un errore da parte del giudice della cognizione.

L’error inescusabile consisterebbe nell’aver pronunciato una sentenza di condanna

iuris (errore di diritto)

per fatti che si sono poi rivelati privi di consistenza penale e prima della sentenza delle Sezioni Unite, tali

erano rilevabili con gli ordinari mezzi di impugnazione. Infatti questa pronuncia rappresenta una rivoluzione

poiché ricomprende nel novero delle fattispecie emendabili (correggibili), anche dopo la formazione del

giudicato penale, gli errori di diritto commessi nel corso del processo.

Tuttavia, nonostante questa apertura, la giurisprudenza tende a restringere con alcuni limiti l’ambito

dell’errore di diritto, considerando il fenomeno abrogativo

applicativo della sindacabilità post iudicatum

come conseguente ad un intervento legislativo stricto senso, escludendo un cambiamento repentino delle

giurisprudenza.

E’ importante soffermarsi sulla definizione dell’error “soggettivo” che i giudici di legittimità hanno

iuris

ritenuto suscettibile di varcare i confini della cosa giudicata; questo infatti è un errore meramente percettivo

commesso dal giudice in sede di cognizione con correlativa esclusione di quello valutativo, ossia una “svista

materiale”.

L’opera rivoluzionaria però è come se si compiesse a metà poiché l’errore di diritto contenuto in una

sentenza, deve mascherarsi da errore di fatto per poter essere riconosciuto, deve quindi manifestarsi in un

errore percettivo che abbia dato luogo ad una erronea formazione della volontà giudiziale e a cui non è mai

stato un ostacolo il giudicato preesistente.

Un istituto propriamente utilizzato per l’eliminazione degli errori di fatto è il “ricorso straordinario per

Cassazione”, definito dall’art. 625 bis cpp ; appare quindi evidente che sia difficile trovare una differenza tra

l’errore valutativo- interpretativo e quello di percezione.

Le Sezioni Unite, in definitiva si può dire che abbiano riconosciuto l’emendabilità delle pene accessorie

contra o extra legem, purché il giudice le abbia emanate senza giustificazione rinvenibile nella motivazione

sentenza, errore macroscopico e non come errore valutativo con un’ulteriore specificazione in ordine

della

all’impossibilità del giudice dell’esecuzione di sottoporre a modifica totale una pena accessoria con

discrezionalità.

17 L’art 673 cpp , parla della revoca della sentenza per abolizione del reato: in caso di abolitio criminis o di declaratoria

di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, il giudice competente per l’esecuzione ha il potere di revocare

la sentenza di condanna o il decreto penale di condanna, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato

con l’adozione dei provvedimenti conseguenti. Il provvedimento di revoca è annotato nella sentenza di condanna a

cura della cancelleria del giudice che l’ha emessa.

Allo stesso modo quando è stata emessa sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere per estinzione del

reato o per mancanza di imputabilità. e che l’errore

18

Inoltre, hanno stabilito che la pena vada considerata illegale quando abnorme macroscopico

commesso dal giudice della cognizione, sia compromesso sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo e

quindi insuscettibile di correzione dopo che si sia formato il giudicato penale.

Dunque la rimodulazione della pena avrebbe comportato necessariamente un giudizio ex novo.

La precaria tutela degli equilibri tra cognizione ed esecuzione.

4.

Il timore maggiormente avuto in tema di correzione dell’errore di diritto post iudicatum, si ha riguardo alla

“relativizzazione del distinguo” tra la fase di cognizione e quella di esecuzione del processo.

“Contrada” in cui

Le soluzioni giurisprudenziali sono state poco costanti ed un caso emblematico è quello di

dell’Italia

la Corte di Strasburgo ha accertato la violazione di norme Cedu da parte per mancata di chiarezza

e per la mancanza di prevedibilità delle conseguenze giuridiche a seguito della condotta tenuta dal sig.

Contrada.

Il reato a lui contestato riguardava concorso esterno in associazione mafiosa ed egli era stato condannato a

titolo definitivo per i fatti commessi tra il 1979 e il 1988, periodo in cui secondo i giudici di Strasburgo la

fattispecie di concorso esterno in reato associativo non si era ancora consolidata, essendo frutto di una

evoluzione giurisprudenziale culminata successivamente, ossia nel 1994.

Proprio da questo si arriva alla violazione dell’Italia che aveva quindi baipassato il principio di irretroattività

della legge, a causa dell’applicazione di una norma non ancora esistente al momento del fatto, con la

conseguente incapacità per il destinatario di prevedere la condanna.

A tal proposito vediamo come si pone di nuovo, a causa del giudicato europeo una problematica per

l’applicazione e la disciplina dell’errore di diritto.

interno, l’errore di diritto, considerato come “oggettivo”, si rivela come tale

Stando a quanto detto dal diritto

con la patologia della sentenza emergente solo a seguito di un fattore sopravenuto, quale la sentenza europea,

che legittima una correzione in quanto migliore soluzione per il giudicato erroneo. La prima giustificazione

che i giudici nazionali hanno dato per la mancata applicazione di un giudizio troppo allargato tale da

ricomprendere ogni errore di diritto è quello che risiede nel voler evitare che la sede di esecuzione diventi un

“luogo” in cui scaricare ogni violazione.

Si segna quindi un forte rallentamento dell’evoluzione oggetto per anni di grande espansione sempre al fine

di limitare e eliminare il rischio che si crei una confusione applicativa tra la cognizione e l’esecuzione che

creerebbero disordini nel sistema complessivamente considerato.

CAPITOLO X: LA RIPARAZIONE DELL’ERRORE GIUDIZIARIO

dell’istituto

Precedenti storici e linee evolutive

1.

Il rischio di errore nella vita del processo è sicuramente un elemento costante e ne assume una particolare

rilevanza a seguito dei valori che ne sono coinvolti, quali la libertà personale, il buon nome e la reputazione

del cittadino.

18 Un provvedimento con stranezza e singolarità del contenuto che si pone non solo al di fuori dalla norme giuridiche

ma che presenta altresì degli errori grossolani tali da doversi considerare assolutamente imprevedibili da parte del

legislatore sfuggendo ad una disciplina codicistica sia in termini di nullità che dei casi tassativamente previsti dal

codice per le impugnazioni.

Vi è quindi una forte esigenza di predisporre strumenti utili a porre rimedio a questi errori predisponendo

meccanismi risarcitori nei confronti di chi ha subito l’ingiustizia, esigenza che ha le sue origini nei codici più

19

antichi fino a giungere al nostro codice.

Si rinvengono testimonianze di questa necessità già ne codice di Leopoldo del 1786 ,nel codice Zanardelli e

poi nel testo definitivo del codice di procedura penale Finocchiaro-Aprile del 1913 che si limitò a prevedere

a due articoli l’indennizzo per i soggetti prosciolti i seguito a revisione della sentenza di condanna, a titolo di

soccorso e al fine di assistere il soggetto leso da una sentenza errata e dallo stato di bisogno che ne derivava.

Solo con effettivo mutamento ideologico il legislatore ha cominciato a preoccuparsi della posizione e del

danno che concretamente aveva subito il soggetto leso.

L’art.24 Costituzione sancisce infatti “spetta alla legge il compito di determinare le condizioni e i modi di

riparazione degli errori giudiziari” fondando il diritto alla riparazione sul diritto e non sullo stato di bisogno.

L’intenzione del costituente era quella di ricondurre definitivamente l’istituto della riparazione ad un diritto

alla stregua dei diritti di azione e difesa previsti dall’art. 24 Costituzione; grazie

soggettivo pubblico

all’art.574 bis cpp, la riparazione dell’errore giudiziario si configura finalmente come diritto soggettivo

riconosciuto dall’ordinamento indipendentemente dalla situazione economica dell’istante.

Natura giuridica della riparazione tra risarcimento ed indennizzo

2.

Il riconoscimento costituzionale sul diritto alla riparazione come diritto soggettivo riconosciuto

dall’ordinamento ha portato giurisprudenza e dottrina ad interrogarsi sulla sua natura giuridica.

Dopo l’entrata in vigore della Costituzione, la dottrina riteneva l’istituto della riparazione dell’errore

giudiziario ad un’azione di risarcimento del danno fondata sulla responsabilità statale dell’illecito. Dato

quindi il comportamento illegittimo dello Stato che aveva emanato un provvedimento errato, si provvedeva

al risarcimento del danno ingiustamente arrecato alla parte.

Questa impostazione però ebbe delle critiche, poiché si evidenziò che l’assimilazione di due categorie

dogmatiche differenti avrebbe condotto ad un’applicazione dell’art. 643 cpp 20 in maniera diversa rispetto alla

previsione legislativa.

Avrebbe quindi ricondotto fuori dal paradigma applicativo dell’articolo in questione tutte quelle ipotesi in

cui l’errore fosse dovuto a caso fortuito, indipendenti dal dolo e dalla colpa del magistrato che come

sappiamo è uno degli elementi imprescindibili dell’illecito civile 21

.

Infatti l’errore di questa impostazione ideologica sta nel considerare il giudicato illecito se erroneo, quando

dell’errore; in

in realtà questo è comunque conforme al diritto e non diviene illecito a seguito della scoperta

mancanza di un fatto illecito viene meno la possibilità di configurare tale errore come illecito.

per la mancata applicazione dell’art. 643 cpp, è quello che vede per dimostrare la responsabilità

Altro limite

aquiliana un onere della prova a carico del soggetto che subisce il danno, cosa che invece non deve avvenire

per espressa previsione del 643 cpp.

19 Qui si fa riferimento ad un excursus storico-giuridico che riconosce il linea di principio un’esigenza di “rivalsa” contro

l’errore giudiziario.

20 Art.643 cpp si occupa della disciplina della riparazione dell’errore giudiziario

21 Art.2043 cc “

Q ualunque fatto doloso o colposo , che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha

il danno”.

commesso il fatto a risarcire

La distinzione tra “ riparazione “ e “risarcimento” è ancora più evidente quando si parla del piano

teleologico; infatti nel risarcimento del danno la somma di denaro è corrispondente alle perdite economiche

subite nelle forme del danno emergente e del lucro cessante.

La riparazione invece, risponde all’ottica solidarista e ha come finalità quella di compensare i pregiudizi

dalla vittima dell’errore e reinserirlo nella vita sociale in condizioni di tranquillità e di non pregiudizio

subiti

sia per se che per la propria famiglia.

L’impossibilità di ricondurre la riparazione nello schema del risarcimento fa in modo che ci si riferisca per

disciplinare questa fattispecie, all’indennizzo. La stessa giurisprudenza di legittimità ha affermato che il

concetto di riparazione fosse più esteso di quello del risarcimento, postulando la rifusione non solo degli

errori materiali ma anche la compensazione delle sofferenze morali patite da chi fosse condannato per errore.

La riparazione e l’indennizzo hanno in comune la natura e la fonte dell’obbligo e cioè il fatto che qui il esso

risiede non nel fatto illecito, ma nel fatto lecito dannoso.

La riparazione ha dunque una struttura , singolare e diversificata in virtù degli interessi coinvolti e del

sacrificio che il soggetto ha subito; l’obbligo dello Stato di riparare all’errore giudiziario è per fare in modo

che l’intero ordinamento sia tutelato e abbia una coerenza in nome dell’interesse pubblico e anche

individuale della vittima.

La Corte di Cassazione ha confermato con la famosa sentenza Barillà, diventata poi un caso esplicito del

riconoscimento della matrice solidaristica della riparazione.

Il procedimento di riparazione

3.

L’art dell’errore

643 cpp, riconosce la riparazione giudiziario, stabilendo che un soggetto che è stato vittima

di un errore giudiziario che è stata prosciolta all’esito del giudizio di revisione, “una

ha il diritto ad ottenere

riparazione commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze

condanna”.

personali e familiari derivanti dalla

Il diritto alla riparazione è quindi subordinato al proscioglimento del soggetto, inoltre l’art 643 cpp, fissa

un’ulteriore presupposto, costituito dal fatto che la persona prosciolta non abbia cagionato l’errore con dolo o

, ossia che l’errore giudiziario non derivi dalla propria incolpazione o che precostituisca prove

22

colpa grave

false a suo carico.

Per quanto concerne il procedimento, questo si può dire ancorato su due fasi necessarie ed una decisoria:

1. La fase preliminare = è un momento necessario del processo ed è quello che prevede la proposizione

della domanda di riparazione e configura questa come atto personale ed è presentata da un

procuratore munito di procura speciale, nel termine perentorio di 2 anni dal passaggio in giudicato

d’

della sentenza di revisione, nella cancelleria della Corte Appello che ha pronunciato tale sentenza.

Nel caso di morte del soggetto è possibile che la presentazione della domanda venga fatta dai

l’accoglimento della domanda

prossimi congiunti. Devono essere allegati i documenti per ed il

silenzio della legge sull’onere della prova pone delle perplessità con due contrarie ed opposte

impostazioni che sarebbe il caso di mitigare con una previsione che ammette il potere d’iniziativa

probatoria circa l’ an della riparazione, e non del quantum che grava sul soggetto con il relativo

livellamento verso il basso. Anche la giurisprudenza sembra essere orientata verso questa direzione,

onere di allegazione combinato con l’attività integrativa cui

riconoscendo in capo alle parti un mero

è tenuto il giudice nel caso in cui la documentazione non risulti sufficiente.

22 Per “colpa grave” la giurisprudenza ha ritenuto che dovesse intendersi anche una condotta da noncuranza,

negligenza, incuria ed indifferenza delle conseguenze delle proprie azioni sul processo e sulla sua evoluzione.

rientra anche la fissazione dell’udienza per completezza del contraddittorio 23

Nella fase preparatoria .

modalità dell’art 127 cpp

2. La fase decisoria= si articola secondo le per le decisioni in camera di

consiglio, udienza senza presenza pubblico e segue la deliberazione del giudice, con ordinanza.

- Accoglimento = il giudice se ne ricorrano le condizioni , può assegnare una provvisionale a titolo di

alimenti, essa ha natura cautelare e si ritiene immediatamente esecutiva andando a prendere in

considerazione anche i parametri che riguardano la condizione economica del soggetto e lo stato di

bisogno.

L’ordinanza conclusiva è limitata al solo ricorso per cassazione.

4.Il danno risarcibile e i criteri di liquidazione

Secondo la disposizione prevista dall’art 643 cpp del codice, la “riparazione deve avvenire sulla base

della commisurazione dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze

personali e familiari derivanti da condanna”, quindi parliamo di ogni forma di danno patrimoniale

cagionato dall’errore giudiziario.

La dottrina ritiene che il giudizio di riparazione sia di carattere equitativo poiché è difficile andare a

determinare con certezza l’ammontare del danno cagionato in termini monetari o della sofferenza

prodotta ; tuttavia è possibile fare una valutazione complessiva che tenga conto di tutti gli elementi.

Anche la giurisprudenza è stata d’accordo nel ritenere la natura di equa riparazione, ma il tenore

letterale dell’art. 643 cpp che non prevede espressamente “l’equità” legittimano il giudice ad

utilizzare criteri correttivi di natura risarcitoria che di fatto restringono la discrezionalità al danno

emergente ed il lucro cessante.

Mentre il danno patrimoniale è configurabile ogniqualvolta ci sia una stretta correlazione tra il danno

24

e la condanna ingiusta, per il danno non patrimoniale è più difficile. Per la difficoltà di determinare

perfettamente il danno non patrimoniale , bisogna fare riferimento alla stessa disposizione di legge,

che all’art 2059 cc dice espressamente che “ il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei

casi determinati dalla legge”.

La rigida applicazione dell’art 2059 cc, chiedeva un ritorno alla disciplina del 2043 cc che invece

porta alla propria sfera di applicabilità i danno non patrimoniali derivanti da lesione di interessi

costituzionalmente garantiti e meritevoli di tutela risarcitoria.

Una nota sentenza della Corte Costituzionale, ha chiarito che da un lato ha consacrato la lettura

restrittiva del 2059 cc e dall’altro ha previsto come adatta, la previsione dell’art. 2043 cc in

combinato disposto con l’art. 32 Costituzione, per la risarcibilità del danno per lesioni alla “integrità

e ha ampliato altresì la definizione di “patrimonio” estendendola anche a profili non

bio-psichica”

economici.

Quindi secondo la Consulta, il diritto alla salute, ex art 32 Cost, era parte del patrimonio del

soggetto e quindi meritava di essere trattato come danno patrimoniale andando a tripartire il sistema

della risarcibilità:

1. Danno biologico

2. Danno non patrimoniale riparabile solo in presenza di un reato

3. Danno patrimoniale

Elemento aggiunto tramite il combinato disposto tra l’art 2043 cc e l’art.2 Cost. che parla

4. di

“danno esistenziale”.

Quindi tra le voci di danno, grazie a questa evoluzione rientravano:

23 In particolare è prevista la comunicazione della domanda insieme al provvedimento di fissazione dell’udienza, al

procuratore generale e la notificazione a cura della cancelleria al Ministro del Tesoro presso l’ Avvocatura dello Stato

avente sede nel distretto della Corte d’appello adita oltre che a tutti gli interessati. Tali notificazioni devono essere

fatte almeno 10 giorni prima della data fissata per l’udienza, ed entro i 5 giorni precedenti l’udienza. L’omessa

notificazione determina la nullità generale a regime intermedio, 180 cpp, rilevabile anche d’ufficio, eccepita prima

della conclusione del procedimento in camera di consiglio se la parte vi partecipi altrimenti mediante ricorso per

cassazione in caso di mancata partecipazione.

24 Art 2059 cc

-privazione di libertà personale, interruzione delle attività lavorative, ricreative, rottura dei rapporti affettivi,

peggioramento delle abitudini, diritti fondamentali in senso ampio.

Il caso Barillà è stato importante in quanto, pur discostandosi dalla lettura di danno patrimoniale data dalla

Corte di Cassazione ha rappresentato un punto di approdo per la riparazione dell’errore giudiziario; la stessa

ha precisato che il “danno esistenziale è cosa diversa dal danno biologico e non presuppone alcuna lesione

fisica o psichica, né una compromissione della salute della persona ma si riferisce agli sconvolgimenti che

una persona deve subire alle relazioni interpersonali provocate dal fatto illecito”.

Per concludere, è opportuno quindi sintetizzare dicendo che il sistema di responsabilità è ricostruibile:

- Per il danno patrimoniale: nelle forme del danno emergente e del lucro cessante

25

- Per il danno non patrimoniale : inteso come categoria ampia e comprensiva di ogni ipotesi in cui

fosse leso u valore inerente alla persona dai quali ne discendono dei pregiudizi non suscettibili di

valutazione economica.

Quindi nel giudizio riparatorio che ha come finalità quella di mitigare le conseguenze negative

dell’errore giudiziario, troverà ristoro il danno non patrimoniale, inteso come categoria unitaria.

CAPITOLO XI: ERRONEA VALUTAZIONE DEL FATTO E DELLA PROVA. LA

RESPONSABILITA’ DEL MAGISTRATO PER LE IPOTESI DI WRONGFUL CONVINCTION

d’insieme

1. La responsabilità giuridica del magistrato. Uno sguardo

vi sono stati grandi interrogativi sull’esigenza di trovare una giusta soluzione al

Da sempre

problema della responsabilità del magistrato nell’esercizio delle sue funzioni; tenendo presente

due diversi interessi, ossia quelli dei cittadini di ricevere adeguata tutela e quella del magistrato

di lavorare in autonomia senza azioni ritorsive che potrebbero creare condizionamenti sul suo

operato.

Una prima distinzione da fare è quella della:

natura politica, con l’investitura indiretta dei magistrati

- Responsabilità di da parte del popolo

sovrano;

- Responsabilità di natura giuridica, quale strumento sanzionatorio e riparatorio in risposta agli atti

illeciti che potrebbero essere compiti dai giudici.

Ci si soffermerà sulla disciplina di comportamenti colposi del giudice che integrano gli estremi del

risarcimento del danno e quindi nella prospettiva di far rispondere il magistrato del proprio colposo

ed erroneo convincimento in relazione al caso deciso.

2. La lettura interpretativa della legge Vassalli offerta dalla giurisprudenza interna. Le ragioni del

“restyling” imposto dall’Europa

Nel 1987 venne abrogata la disciplina vigente in ordine alla responsabilità dei magistrati per

comportamenti posti in essere durante l’esercizio delle proprie funzioni; vi è stato quindi un vuoto

normativo. Lacuna poi colmata dalla legge Vassalli, con la quale il legislatore, con il consenso già

espresso della Consulta in ordine alla compatibilità costituzionale di forme di responsabilità

attenuate nei confronti dei magistrati, cercò una soluzione di compromesso.

Venne introdotta la responsabilità per colpa grave dell’organo giudicante, per la prima volta nel

nostro ordinamento, cercando di evitare di agire nei confronti del singolo giudice a favore di

un’impostazione che vedeva lo Stato come legittimato passivo e poi riconosceva a quest’ultimo

(eventualmente) il diritto di rivalsa contro il giudice che aveva emanato il provvedimento errato.

25 Nel 2008 le Sezioni Unite, hanno definito il danno non patrimoniale come categoria ampia ed onnicomprensiva

,all’interno della quale non è possibile fare sottodistinzioni.

Nella legge dell’1988 n. 117, venivano indicate quattro nuove ipotesi di responsabilità del giudice

per il pregiudizio che questo aveva cagionato per l’emanazione di una decisione errata.

Ecco i quattro tipi di condotta commissiva tipizzati dalla norma:

“Grave violazione di legge determinata ” (trascuratezza e

26

1. da negligenza inescusabile

disattenzione degli strumenti normativi)

“L’affermazione determinata

2. da negligenza inescusabile di un fatto la cui esistenza è

procedimento”;

incontrastabilmente esclusa dagli atti del

La “negazione, determinata

3. da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta

procedimento”

incontrastabilmente dagli atti del

E’ da precisare che sia il secondo che il terzo errore indicato, parlano del c.d. “errore revocatorio o

percettivo” nell’ipotesi secondo la quale , il magistrato, a fronte di un contesto di assoluta evidenza della

priva e agevole rilevabilità della sussistenza o meno del fatto, ha posto come fondamento della sua decisione,

elementi talmente avulsi da non rientrare nel quadro probatorio di riferimento

“Emissione

4. di un provvedimento concernente la libertà personale fuori dai casi consentiti dalla

27

legge o senza motivazione”.

Nonostante quindi la previsione normativa della l. 117/1988, si ribadiva anche che la responsabilità del

magistrato non era prevista nell’ipotesi di interpretazioni errate delle norme di diritto, né quella di

valutazione del fatto e della prova.

Questa previsione vale come “clausola di salvaguardia” al fine di tutelare la funzione autonoma dell’attività

giurisdizionale e del libero convincimento del giudice, quindi ogni previsione non poteva toccare il nucleo

e quindi dell’attività giurisdizionale che il giudice p chiamato a

essenziale della decisione del giudice

svolgere.

Inoltre, nella stessa previsione legislativa si stabiliva una sorta di “filtro endoprocessuale di ammissibilità”

che chiedeva all’attore di utilizzare prima i normali mezzi di impugnazione e di verifica della non manifesta

infondatezza della domanda. Vi sono state numerose critiche riguardo alla forte tutela nei confronti dei

magistrati e della previsione di responsabilità anche riguardo allo Stato Italiano come membro dell’unione

europea.

La nuova disciplina della responsabilità civile del magistrato e la colpa grave per travisamento del fatto o

3.

della prova “al fine di rendere effettiva la disciplina che

Le modifiche apportate alla legge 117/88 sono state introdotte

la responsabilità civile dello Stato e dei magistrati, anche alla luce dell’appartenenza dell’Unione

regola

Europea”.

Si hanno così una serie di correttivi alla legge Vassalli che cercano un superamento del parallelismo tra

responsabilità del magistrato e quella dello Stato- giudice e che di fatto impediva allo stato di rispondere per

il proprio operato in sede europea.

Con la riforma del 2015 il legislatore ha espresso il proprio favore verso la scindibilità della responsabilità

tra lo stato e i giudici, ampliando le ipotesi che configurano la responsabilità del primo mantenendo inalterate

quelle dei secondi con eccezione della “colpa grave” che concerne il travisamento del fatto o delle prove.

26 Violazione talmente grossolana e macroscopica della norma, da rendere la decisione non spiegabile poiché priva di

riferimenti.

27 Rimangono fuori da questo quadro le ipotesi in cui la restrizione della libertà personale sia avvenuta sulla base di

una valutazione errata circa la sussistenza dei requisiti che la legge prevede o quando la motivazione sia

manifestatamente illogica.


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dafne17

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dafne17 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Procedura penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Marafioti Luca.

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