Introduzione
Nel giro di alcuni decenni, attraverso la svolta linguistica e l’affermarsi dell’epistemologia post-positivista, si è diventati consapevoli della natura discorsiva e costruita di qualsiasi forma di conoscenza, della complessità della referenza linguistica, dell’inevitabile determinatezza di ogni punto di vista, dei rapporti complessi tra mente, cultura e sistemi simbolici. Quando il mondo non è più apparso fatto di “cose”, ma piuttosto di parole e discorsi, anche i racconti e le narrazioni sono apparsi più visibili e importanti.
Nel 1966 Barthes riconosceva la centralità della narrazione affermando che, declinandosi in linguaggi e forme diverse, essa è presente in qualsiasi tempo e in qualsiasi società. Barbara Hardy sosteneva che: “... noi sogniamo in forme narrative, ricordiamo, speriamo, chiacchieriamo, impariamo, odiamo e amiamo attraverso forme narrative”. MacIntyre ha colto il valore ontologico più profondo delle narrazioni, individuando in esse la forma attraverso cui gli uomini colgono l’unità essenziale della propria esperienza e il tratto forse più distintivo della natura umana. Sarbin ha definito le narrazioni come la metafora strutturante della disciplina, Bruner indica la narrativa come una delle due modalità, insieme a quella paradigmica, attraverso cui opera il pensiero umano, mentre Schank e Abelson affermano che: “... le storie relative alla propria esperienza e a quella degli altri rappresentano i costitutivi fondamentali della memoria e della conoscenza umane, come pure dei processi sociali di comunicazione”.
La dimensione triangolare delle storie è il risultato del loro posizionarsi (per lo meno) su tre livelli della realtà: nelle nostre menti, nelle sequenze di azioni finalizzate a uno scopo e nei “testi”. Le storie transitano tra questi tre poli del reale seguendo il circuito della significazione narrativa. La storia relativa alle azioni di una certa persona può essere raccontata ad altri, diventare un testo mediale e riverberarsi all’infinito attraverso la società e la cultura. Questo è quello che è sempre successo con i miti, le parabole religiose, ecc.
In questo loro transitare, le storie non restano mai le stesse. Ciò che rende le narrazioni elementi storici e strutturali è proprio la loro instabilità e vulnerabilità al cambiamento e, allo stesso tempo, il loro essere in grado di propagarsi e permanere nel tempo e nello spazio a livelli di scala illimitati. Le storie sono straordinarie risorse simboliche che la cultura raccoglie dalle menti degli esseri umani, per custodirle e metterle a disposizione di altre menti. La loro funzione è quella di agevolare il nostro pensiero, favorire la comprensione della realtà.
Il significato di "storia"
Una “storia” è una rappresentazione simbolica di eventi e situazioni (reali o immaginari) organizzati secondo una prospettiva temporale. In ogni teoria si possono riconoscere un inizio, uno sviluppo e una fine, all’interno di essa sono in genere riconoscibili uno o più soggetti che compiono delle azioni, all’interno di un certo contesto, utilizzando un qualche strumento, in vista di un qualche scopo. Si distingue tra: storia, racconto e narrazione. Con il primo termine ci si riferisce ai contenuti narrati, e cioè all’insieme degli eventi descritti secondo la loro successione logica e cronologica. Il “racconto” corrisponde invece alla forma del “discorso” attraverso cui una certa storia è effettivamente espressa. La “narrazione” è l’atto attraverso cui una certa storia è concretamente narrata da un qualche soggetto. Saranno usati sostanzialmente come sinonimi.
La difficoltà a trovare un’immagine complessa ma intelligibile per rappresentare il processo della significazione narrativa, ha portato al termine “con-fuse”. Il termine “con-fusione” suggerisce anche il gesto di mettere qualcosa in comune, che è proprio ciò che avviene quando si narra una storia a qualcuno. Attraverso le storie e i racconti che condividiamo con gli altri, riconosciamo e riconfermiamo le nostre appartenenze ai gruppi umani in cui siamo inseriti. Nelle società avanzate, tuttavia, il mettere le storie in comune si realizza sempre meno attraverso scambi comunicativi interpersonali diretti e sempre più per il tramite di rappresentazioni e relazioni mediate.
All’origine delle storie
Intelligenza e narrazione
È difficile dubitare dell’intelligenza presente nei comportamenti complessi di molti animali. Ciò nonostante, è evidente come non sia spiegabile sulla base della capacità di ricordare la propria esperienza passata come una storia. Alla base vi è probabilmente la tacita convinzione che tali capacità siano strettamente associate ad alcuni dei nostri tratti più specifici, quali la possibilità di esprimere concetti attraverso un linguaggio simbolico, il possedere una mente in grado di pensare se stessa prendendo coscienza della propria esistenza, e il disporre di una cultura che fa da premessa e ambiente al nostro stesso esistere mentale.
Per una storia delle storie
Secondo Miller, tutti gli esseri viventi sono degli “informivori”. Ogni essere vivente è cioè caratterizzato da un’insaziabile “fame epistemica”, che lo porta costantemente a raccogliere dall’ambiente le informazioni di cui ha bisogno per sopravvivere. Secondo assunto: ogni nuova capacità di elaborazione delle informazioni da parte dei sistemi viventi è il risultato del processo selettivo esercitato dall’ambiente sulle mutazioni casuali del patrimonio genetico. Lo sviluppo delle strategie cognitive nel vivente è stato il risultato di un processo evolutivo. L’ambiente ha svolto un ruolo “cieco ma selettivo” nel dare forma ai sistemi di controllo cognitivi dei vari organismi.
Dennet propone un’affascinante ricostruzione della moltitudine di soluzioni sviluppate nel tempo dai sistemi viventi per soddisfare la propria fame epistemica, utilizzando la metafora di una torre i cui piani corrispondono ai diversi stadi evolutivi del processo. Via via che viene creato un nuovo piano di questa “Torre della generazione e della verifica”, gli organismi che vi si trovano sono in possesso di risorse cognitive qualitativamente superiori. I piani più bassi dell’edificio corrispondono agli animali meno evoluti (Organismi Darwiniani). La maggior parte delle creature viventi è di questo tipo: organismi totalmente predeterminati nei propri comportamenti e in grado di rispondere al bisogno di “conoscenza” attraverso meccanismi di scambio chimico.
Al secondo livello della torre troviamo gli Organismi Skinneriani, dotati della possibilità di affrontare un numero molto vasto di azioni, la cui efficacia viene selezionata dall’ambiente attraverso i risultati che essa provoca nell’organismo. Questo tipo di strategia ha come effetto collaterale la possibilità che l’organismo venga ucciso da uno dei propri errori. Sul terzo piano della torre troviamo la nuova classe degli Organismi Popperiani. Tali creature sono le prime, in termini evolutivi, in possesso di uno spazio interno entro cui le opzioni comportamentali possibili vengono esaminate e selezionate prima di essere agite. È evidentemente necessario che l’organismo disponga al proprio interno di molte informazioni sull’ambiente. Possono anche essere iscritte direttamente nel corpo dell’organismo, come avviene con certe reazioni: la paura, il disgusto, ecc.
La coturnice che alla vista di una volpe nei pressi del proprio nido simula di avere un’ala spezzata per distrarre l’aggressore e allontanarlo dalla prole, offre un esempio di comportamento complesso certamente dotato di una sua drammatica razionalità. Ma non per questo può essere considerato una deliberata “messa in scena” sulla base di qualche canovaccio drammaturgico appreso. È la memoria della specie, geneticamente incorporata nel suo stesso organismo, a decidere per lui. L’efficacia di tali meccanismi è testimoniata dalla loro quasi assoluta dominanza nel mondo degli animali superiori. La pantomima dell’ala spezzata continua a far parte del “patrimonio di famiglia” delle coturnici, perché le infinite generazioni di volpe hanno continuato a cadere nell’inganno. Le volpi paiono del tutto insensibili alle “storie che si raccontano”.
Per questo le relazioni tra specie funzionano nello stesso modo da sempre. La nostra specie è l’unica che può anche essere definita un Organismo Gregoriano, riconoscendone la specificità nella capacità di utilizzare “ausili per pensare”. Sono ausili per pensare tanto gli strumenti attraverso cui agire sul mondo, quanto, e soprattutto, quelli per agire sulla propria mente, cioè le parole e il linguaggio. Le creature Gregoriane si avvalgono dell’esperienza passata e di quella altrui. In questo modo essi possono riflettere nel modo migliore sulla mossa successiva da compiere.
Ciò che deve aver generato il salto evolutivo è stato l’aumento della complessità della nicchia ecologica in cui una specie pre-sapiens si trovava inserita. Ad un certo punto dell’evoluzione, l’ambiente deve aver iniziato a diventare troppo complesso e imprevedibile per essere affrontato con una serie di repertori finiti. L’evoluzione deve aver privilegiato i soggetti casualmente dotati di meccanismi cognitivi più efficaci. Questi ominidi si trovavano dunque ad avere a che fare con propri simili le cui azioni non erano più prevedibili facendo riferimento a schemi comportamentali immutabili. Da questa “corsa al rialzo” delle capacità interpretative si devono essere sviluppate tanto la nostra capacità di pensare storie quanto la coscienza. Le storie sono, infatti, il sistema più efficiente per rappresentare, interpretare e memorizzare sequenze complesse e coordinate di azioni.
Humphrey sostiene che la coscienza è sorta come una strategia cognitiva utile a formulare ipotesi su “ciò che passa per la mente” altrui, in una sorta di “corsa al rialzo” del pensiero intenzionale. Ci sono ordini diversi del pensiero intenzionale: “un sistema intenzionale di primo ordine ha credenze e desideri su molte cose, ma non riguardo a credenze e desideri propri e altrui. Un sistema intenzionale di secondo ordine ha invece credenze e desideri propri e altrui. Un sistema intenzionale di terzo ordine sarebbe in grado di virtuosismi come “volere che tu creda che esso vuole” qualcosa, mentre un sistema intenzionale di quarto grado potrebbe “credere che tu voglia che esso creda che tu credi qualcosa” e così via” (Dennet).
Raccontare storie significa produrre cultura. Il motivo per cui l’emergere della cultura ha fatto da spartiacque tra un “prima” e un “dopo” evolutivo, è la sua capacità di infrangere il ciclo naturale della nascita e della morte. Ma informazioni ed esperienze, finché risiedevano solo nel cervello dell’individuo, erano inevitabilmente destinate a disperdersi con la sua morte. È con la nascita della cultura, resa possibile dal linguaggio simbolico, che l’informazione comincia a poter essere diffusa anche sotto forma di racconti. Grazie alla cultura, dunque, anche la capacità di leggere il pensiero degli altri è venuta a dipendere dal formarsi di un fondo condiviso di miti inscritti nel senso comune.
Il processo di ominizzazione avvenuto circa 7 milioni di anni fa si è dunque svolto sotto la forza della spirale virtuosa che lega cerebralizzazione e aumento della complessità sociale. Storie e racconti si originano all’interno dell’evoluzione del vivente per consentire a una specie che ha abitudini sociali, un cervello particolarmente potente e ha acquisito un linguaggio simbolico, di soddisfare la propria fame epistemica (bisogni di conoscenza funzionali alla sopravvivenza – es. necessità di procacciarsi il cibo). La superiorità della specie umana rispetto a quella delle volpi, sarebbe dunque da ricercarsi soprattutto nella nostra capacità di non reagire meccanicamente alla “storia” dell’ala spezzata, ma di interpretare tale comportamento come un’azione messa in atto da un organismo dotato di una qualche intenzionalità per un qualche scopo.
Si può dunque sostenere che lo strumento di caccia più potente su cui gli esseri umani hanno potuto contare è stata la capacità di utilizzare e interpretare i piani mentali d’azione. Sono sequenze coordinate di azioni narrative in cui un certo soggetto agisce in un certo ambiente utilizzando una certa arma per ottenere un certo risultato. Si può pertanto dire che il principio organizzatore delle narrazioni opera a livello biologico, prima ancora che culturale. È ragionevole ipotizzare che i primi racconti siano stati racconti di caccia.
Le teorie nella testa
Introduzione ai processi cognitivi narrativi
Affinché le storie possano abitare nella nostra mente, è necessario che i nostri processi di pensiero siano in grado di organizzare un certo tipo di esperienza sotto forma narrativa. Michotte e Heider e Simmel, in alcuni noti esperimenti nei quali mostravano ad alcune persone delle figure geometriche in movimento, rilevano come i soggetti tendano naturalmente a intraprendere in maniera narrativa alcuni pattern causali. La forma narrativa appare quindi come un “principio organizzativo” dell’esperienza, una forma strutturante della conoscenza in grado di trasformare “fatti bruti” in concatenazioni di eventi.
Schema di storie e grammatiche di storie
L’approccio cognitivista si è focalizzato soprattutto sul tentativo di individuare i processi che consentono agli esseri umani di riconoscere, comprendere e memorizzare i testi narrativi e le storie. Gli individui possiedono delle strutture rappresentazionali interne in grado di interpretare una configurazione grammaticale universale delle storie. Tale struttura operazionale è riconoscibile negli schemi di storia. Uno schema è una struttura astratta del pensiero, elaborata sulla base delle esperienze precedenti, che guida l’elaborazione delle nuove informazioni e orienta le rappresentazioni mentali, che possiamo formarci dei fenomeni osservati e si attivano secondo logiche di pertinenza contestuale.
Secondo il modello schematico i processi di comprensione della realtà procedono in due fasi: gli stimoli percettivi vengono innanzitutto ordinati secondo lo schema ritenuto più adatto. Una volta attivatosi un certo schema, il soggetto è stimolato a ricercare gli elementi e le caratteristiche attese. Il bilancio tra gli elementi previsti e quelli effettivamente percepiti si traduce in un’attività inferenziale finalizzata al completamento degli “slot” incompleti. Lo schema cognitivo è costantemente messo alla prova e riadattato sulla base delle nuove informazioni.
Uno schema cognitivo svolge 3 funzioni: concettuale-interpretativa, in quanto consente di dare significato alle esperienze a cui si riferisce permettendo di attivare inferenze euristiche a completamento delle informazioni; rappresentativa, poiché permette l’elaborazione di rappresentazioni mentali; di orientamento all’azione e aiuto alla soluzione. Lo “schema di storia” è una forma astratta della conoscenza riflessa...
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