CAPITOLO XXI – L’AVVENTO DEL SISTEMA BIPOLARE E LE SUE
CRISI, 1956-1973
C’è un periodo centrale all’epoca della Guerra Fredda nel quale il sistema bipolare delle
Superpotenze USA e URSS domina e condiziona la situazione internazionale. È quello che
intercorre tra le manifestazioni di impotenza dell’Europa dell’Ovest e dell’Est del 1956 e
l’avvicinamento degli USA alla Cina all’inizio degli anni Settanta, che avvia la Diplomazia
Tripolare.
In questo periodo le due Superpotenze si confrontano in alcune crisi internazionali, non senza
tensioni e rischi.
La crisi più grave e più lunga è provocata dal progressivo e insostenibile impegno militare
americano nel Vietnam.
IL 1956: CRISI PARALLELE ENTRO I BLOCCHI E AFFERMAZIONE CONFLITTUALE DEL
SISTEMA BIPOLARE
Alla metà degli anni Cinquanta la firma del Patto di Varsavia completa la formazione dei
due blocchi di alleanze contrapposti.
Nella politica sovietica la morte di Stalin imprime i cambiamenti più diretti e radicali:
Avviene la sdrammatizzazione/liquidazione del conflitto in Asia Orientale;
• Il ristabilimento dei rapporti con la Jugoslavia di Tito;
• Il superamento del problema tedesco, inserendo la Repubblica Democratica tedesca
• nel Patto di Varsavia.
L’Europa torna ad essere il settore primario della politica sovietica, nonostante l’entrata sulla
scena internazionale della Cina Maoista (di cui Mosca coltiva e valuta in questi anni
l’alleanza), l’attivismo dei movimenti comunisti nazionali del Sud-Est asiatico e il nuovo
interesse statunitense nella Regione, dopo la rinuncia francese dell’Indocina, mantengono
relativamente alta l’attenzione dell’URSS.
Sul versante europeo, Jugoslavia e Germania non rappresentano per i successori di Stalin i
soli Paesi che richiedono la loro attenzione.
Tra le loro priorità vi è ad esempio anche il Trattato di Pace con l’Austria (15 maggio 1955),
che rappresenta la liquidazione di un problema delicato dell’Europa Centrale, in quanto offre
all’Unione Sovietica un’ulteriore garanzia di sicurezza dei suoi confini lungo la cerniera
territoriale occidentale che la separa dall’Occidente.
Il Trattato di Pace con l’Austria si richiamava nel Preambolo alla Dichiarazione di Mosca del
1943, con cui le tre Potenze della Grande Alleanza di guerra (con l’adesione in quell’anno del
Comitato di Liberazione Nazionale francese), avevano definita nulla l’adesione dell’Austria al
Terzo Reich. Il Trattato di Pace del ’55:
Non conteneva indicazioni circa la neutralità del nuovo Stato “sovrano, indipendente e
• democratico” austriaco art.1;
à
Stabiliva che l’Unione politica ed economica fra Austria e Germania era proibita art.
à
• 4; 1
Precisava che all’Austria non veniva richiesta alcuna riparazione di guerra art. 21;
à
• Tuttavia, elencava le concessioni dell’Austria all’URSS, riguardo all’estrazione del
• petrolio e alla proprietà della Compagnia di Navigazione sul Danubio.
Nell’atmosfera di buona volontà creata dalla risoluzione del problema austriaco, l’Occidente
prese l’iniziativa per invitare l’URSS a una conferenza al vertice a quattro (con la Francia),
per chiarire anche il problema tedesco La conferenza si tenne a Ginevra nel luglio del
à
’55: Eisenhower parlò di riunificazione tedesca, libere elezioni e diritto della Germania
• unificata di salvaguardare la propria sicurezza (sottintendendo un suo probabile
ingresso nella NATO, come aveva fatto la Germania ovest);
Kruscev propose invece una Germania demilitarizzata e neutrale, e rifiutò di discutere
• dell’Europa Orientale sovietizzata.
Questa Conferenza, celebrata dalla stampa come la prima da dieci anni (da Potsdam), non fece
in realtà altro che sanzionare la divisione della Germania.
Il suo aspetto forse più significativo fu la proposta del Presidente americano dei c.d. “cieli
aperti”, che avrebbe dovuto avviare per una via più costruttiva i negoziati per una
limitazione degli armamenti.
La nuova dirigenza moscovita riteneva in fondo di aver raggiunto per il momento un assetto
sufficientemente stabile ai margini occidentali del Blocco Sovietico. Se mai, in quegli anni, le
incognite si presentarono proprio all’interno del Blocco Sovietico, nei movimenti nazionali di
Polonia e Ungheria. A questi andrebbe aggiunto il problema dell’Albania. Questo piccolo Paese
adriatico, infatti, attuò un suo “scisma”, rimanendo staliniano, quindi oltre che anti-titoista
(anti-jugoslavo), anti-kruscioviano (anti-sovietico), per diventare nel decennio seguente filo-
maoista, proponendosi come fastidiosa testa di ponte della Cina nell’Europa Orientale,
quando il contrasto cino-sovietico diventerà una realtà della situazione internazionale
globale.
Polonia e Ungheria sono invece le protagoniste della resistenza all’egemonismo sovietico.
La Polonia, il cui Partito Comunista aveva rivendicato una sua indipendenza ideologica da
Mosca addirittura prima della Seconda Guerra Mondiale, restituì la libertà a Wladoslov
Gomulka (nel ‘54), il maggiore esponente nel Paese di una via nazionale al Comunismo.
Questi tuttavia, una volta al potere, fu molto abile nel garantire a Mosca la fedeltà polacca al
Patto di Varsavia in funzione anti-tedesca e una liberalizzazione controllata nell’ambito di una
via polacca al socialismo.
La prudenza di Gomulka e la contemporanea nascita del movimento ungherese, evitarono in
Polonia l’intervento militare sovietico.
Il movimento ungherese portò, invece, nel 1956, alla prima rivoluzione nazionale anti-
sovietica.
Il 1956 cominciò con la famosa “denuncia dei crimini di Stalin”, formulata da Kruscev nel
suo rapporto ai Delegati del XX Congresso del PCUS nel febbraio di quell’anno. Questa
denuncia ebbe forte ripercussioni in Ungheria, dove il Comunismo era penetrato meno che
negli altri Stati Membri del blocco orientale.
Il maggior esponente del movimento comunista nazionale, Imre Nagy, richiamato al potere
dopo la sua estromissione l’anno prima, accolse la collaborazione di forze popolari interne al
socialismo, e decise di uscire dal Patto di Varsavia, scegliendo una politica estera di
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neutralità. Ciò portò la nuova dirigenza moscovita a correre ai ripari contro quello che si
presentava come un attacco al blocco sovietico il contingente militare stanziato
à
dall’URSS in Ungheria a norma del Patto di Varsavia ricevette pertanto l’ordine di
intervenire, e Nagy si sottrasse all’arresto rifugiandosi nell’ambasciata Jugoslava, ma fu poi
arrestato e portato in Romania, dove nel 1958 fu condannato a morte.
La prima e più grave crisi interna del (sotto) sistema sovietico coincide con la prima e più
grave crisi interna del (sotto) sistema americano, la “Crisi di Suez”.
L’amministrazione Eisenhower, con il suo Segretario di Stato John Foster Dulles, non è
meno condizionata della precedente amministrazione democratica dalla intransigenza
anticomunista dominante nel Paese, accentuata nei primi anni Cinquanta dal movimento
maccartista.
Dulles fa sapere assai presto di voler sostituire la strategia del Containment dell’espansione
sovietica con quella del “Roll Back”, dell’arretramento cioè del controllo dell’URSS nei Paesi
dell’Europa Orientale.
Il Segretario di Stato definisce inoltre la strategia della “ritorsione massiccia”, intesa a dare
una risposta più forte e più estesa dell’eventuale attacco subito, e a fondare questa strategia
su una riduzione delle forze terrestri dislocate nelle varie zone strategiche del Mondo e sulla
superiorità aerea americana:
La strategia di Eisenhower implicava la responsabilità di una risposta nucleare anche nel caso in cui l’azione
offensiva sovietica fosse portata avanti con armamenti convenzionali, e di colpire in un’area diversa da quella
scelta dai sovietici: una “risposta asimmetrica”, intesa ad attribuire l’iniziativa agli USA.
La posizione di Eisenhower rientra in una politica di “acquisiti impegni globali” che non si
preoccupa tanto dell’Europa, considerata sufficientemente stabile, ma guarda ad altre aree del
mondo.
Guarda ad esempio all’Asia Orientale, con Chiang Kai-Shek che da Taiwan fa leva sugli USA
attraverso un’influente China Lobby fino a condizionare la politica di Dulles, facendogli
assumere dinanzi alle due Cine un atteggiamento meno realistico di quanto avrebbe potuto
altrimenti fare. Per questo motivo, quando i cinesi si rivolsero agli USA per diminuire la loro
dipendenza dal mondo sovietico, «Dulles fu incapace di rispondere, rivelando la sterilità della
sua politica». Egli guarda anche però al Sud Est asiatico (Indocina) e al Medio Oriente (Iran).
In questo contesto si verifica la Crisi di Suez , che nasce dalla nazionalizzazione del Canale da
1
parte del Presidente egiziano Nasser.
Dall’Inghilterra, Eden annuncia subito alla Camera la serietà della situazione, avvertendo che
due terzi del petrolio usato nell’Europa Occidentale passano attraverso il Canale. È così che il
Governo britannico decide all’unanimità che nel caso in cui le pressioni economiche e
politiche sul Rais egiziano non abbiano successo, si dovrà ricorrere alla forza.
Dulles, inviato a Londra, fa capire agli inglesi che gli USA non escludono l’uso della forza, ma
solo se questo sarà sostenuto dall’opinione pubblica globale.
Egli inoltre propone la creazione di un’“associazione degli utenti del canale”, progetto che,
tuttavia, nelle settimane seguenti non avrà seguito. Ciò induce UK e Francia a rivolgersi al
Consiglio di Sicurezza delle UN, che stabilisce i principi per la regolamentazione del Canale:
Il Canale, dopo la sua inaugurazione (1869), era per il 44% di proprietà del Governo egiziano, e per la restante
1
quota di azionisti francesi. Tuttavia il debito contratto con l’estero costrinse l’Egitto a cedere la propria quota al
Regno Unito. Con la crisi di Suez, e dopo l’intervento anglo-franco-israeliano contro l’Egitto, il controllo del
Canale fu posto sotto l’egida dell’ONU. 3
Libertà di passaggio per tutti;
• Riconoscimento della sovranità egiziana;
• Definizione dei diritti di pedaggio;
• Indicazione delle procedure di arbitrato.
•
È proprio il veto dell’URSS (fino ad allora si era solo limitata a sostenere Nasser) in seno al
Consiglio, primo intervento sovietico in questa questione, che impedisce l’entrata in vigore
dell’Associazione degli Utenti del Canale.
Questa crisi si svolse molto all’interno del blocco occidentale. L’UK, nella figura di Eden,
à
oltre a vedere in Nasser una sorta di Mussolini cui non bisognava assolutamente cedere,
voleva assolutamente difendere gli interessi petroliferi britannici, in concorrenza con quelli
delle compagnie americane, che controllavano le risorse saudite. La Francia, i cui interessi
economici privati erano molto legati alla proprietà della Compagnia del Canale, non esitò a
schierarsi al fianco della Gran Bretagna.
Israele dal canto suo, in contrasto perenne con l’Egitto, e in generale intenzionato ad
affermare la sua posizione nel Medio Oriente arabo, aveva nella crisi interessi paralleli a quelli
delle due Potenze europee.
Il 23 ottobre 1956, a Sèvres, UK, Francia e Israele concertarono un piano per l’intervento,
che prevedeva un attacco su larga scala di Israele contro l’Egitto, con l’intento di raggiungere
la zona del Canale il giorno seguente all’inizio delle operazioni; un Ultimatum anglo-francese
seguito da un attacco all’Egitto per il 31 ottobre; l’occupazione israeliana della sponda
occidentale del Golfo di Aqaba e delle isole poste negli stretti di Tiran.
Il Gabinetto britannico, accettando questo piano architettato dai francesi, e rimaneggiato dagli
israeliani, sottovalutò l’importanza delle imminenti elezioni presidenziali americane, dove
Eisenhower avrebbe voluto essere rieletto sulla base di una “platform”, una “piattaforma” o
programma di pace.
Insomma, quando il Generale Moshe Dayan iniziò l’attacco israeliano verso il Canale e gli
anglo-francesi ne occuparono i punti chiave con contingenti di paracadutisti, Eisenhower
contestò ad Eden di essersi lasciato coinvolgere, e lo avvertì che gli USA avrebbero sottoposto
la questione all’ONU, richiedendone l’intervento.
In tutti i casi, secondo il piano concordato, Francia e UK presentarono un Ultimatum a Israele
ed Egitto, che ingiungeva ai due contendenti di ritirarsi a 15 km dal Canale. Ora, le forze
israeliane si trovavano ancora a 50 km dal Canale, anche se avevano occupato quasi tutto il
Sinai, perciò l’Ultimatum risultava un controsenso.
Comunque l’Egitto rifiutò l’Ultimatum, concedendo a UK a Francia il pretesto per intervenire.
Eisenhower mostrò di condividere la diffidenza per la politica ex-imperiale britannica di molti
suoi compatrioti. Inoltre il Generale-Presidente era profondamente cosciente dell’incognita
Unione Sovietica, della quale prevedeva di dover subire almeno fino a un certo punto
l’offensiva diplomatica all’ONU, che l’URSS non mancò di scatenare contro l’avventura
egiziana franco-inglese.
Il 2 novembre, su iniziativa americana, il dibattito sulla crisi passò dal Consiglio di Sicurezza
all’Assemblea Generale, che approvò con una Risoluzione il cessate il fuoco immediato dei
4 Stati in conflitto.
Una seconda Risoluzione stabiliva la creazione di un Comando delle Nazioni Unite per una
forza internazionale d’urgenza che sorvegliasse sulla cessazione delle ostilità.
L’Unione Sovietica a questo punto cercò di scavalcare l’ONU, utilizzando il suo ruolo di
Superpotenza un messaggio del Primo Ministro Bulganin (subito reso pubblico) al
à 4
Presidente Eisenhower, proponeva un intervento a due questo messaggio può essere
à
visto in vari modi:
La tipica manifestazione dell’irresistibile impulso a ottenere e farsi riconoscere dalla
• comunità internazionale una parità di livello con la superpotenza americana;
L’intento di Mosca di approfittare della situazione di crisi interna al campo occidentale
• per stabilire la presenza militare dell’URSS in Medio Oriente;
Il tentativo di distrarre l’attenzione della Comunità Internazionale dalla repressione
• sovietica della rivoluzione ungherese.
In ogni caso Eisenhower non volle stare al gioco, e replicò con durezza alla «impensabile
proposta», denunciandola, per l’appunto, come un «tentativo di distogliere l’attenzione
mondiale dalla tragedia ungherese».
La dirigenza sovietica replicò con tre Ultimatum a Francia, Inghilterra e Israele, che crearono
un certo allarme in campo occidentale.
Eisenhower a questo punto convinse Eden a ordinare la sospensione delle operazioni militari.
La crisi poté ritenersi chiusa però solo a fine novembre, sotto l’egida delle UN, che venne a
sovrapporsi sia all’iniziativa militare particolare di Francia e UK, sia al tentativo sovietico di
intervento militare delle due Superpotenze.
In tal senso ci furono due ulteriori Risoluzioni dell’Assemblea Generale UN:
1. La prima ingiungeva alle forze anglo-francesi e israeliane rimaste in territorio egiziano
di ritirarsi;
2. L’altra riguardava la presenza e il funzionamento in Egitto di una Forza d’urgenza delle
UN.
La crisi del ’56 fu una crisi dell’Europa Occidentale e Orientale quindi (Ungheria, Suez).
Inghilterra e Francia diedero prova della loro inadeguatezza ad agire con autorità ed
efficacia come Potenze “imperiali” che erano state, e a muoversi senza l’appoggio americano.
La rivoluzione ungherese mostrò invece quanto fosse inutile per i Paesi dell’Europa
Orientale tentare di rivendicare la propria autonomia nazionale di fronte all’egemonia
ideologica, politica e militare sovietica.
Sono almeno due gli aspetti importanti della crisi del ’56:
Il primo è che il fallimento delle Potenze europee impegnate a Suez pose termine sì
• un’epoca della storia d’Europa (quella del colonialismo europeo), ma non compromise
la capacità della stessa Europa di presentarsi come una Regione del Mondo impegnata
nel superare i suoi difetti storici di costante conflittualità e violenza e, allo stesso
tempo, di proporsi come modello avanzato di comunità transnazionale/plurinazionale
per il suo sviluppo civile, economico, istituzionale, morale e culturale;
Il secondo riguarda gli USA e l’ONU questa fu l’occasione in cui l’America identificò
à
• con maggior successo e coerenza la sua politica con quella delle Nazioni Unite la
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scelta di una politica di pace da affidarsi alle UN diventa precisa presa di posizione
contro la linea dell’URSS 5
“DUE SUPERPOTENZE E DUE SOLTANTO”: DALLA DOTTRINA DI EISENHOWER AL MURO DI
BERLINO
Una terza e più circoscritta conseguenza della crisi del ’56 è quella del trasferimento di
potenza dall’Inghilterra agli Stati Uniti anche per il Medio Oriente arabo.
Si è detto che per l’Inghilterra, il motivo per l’intervento in Egitto era stato quello di garantire
l’afflusso di petrolio al Regno Unito e all’Europa Occidentale. Gli inglesi si rendevano conto di
non poter pensare più in termini di conservazione dell’Impero e delle sue vie di
comunicazione. Le risorse petrolifere del Medio Oriente rimanevano però una realtà e
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