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I mass media – Un po' di storia

Con "mass media" si intendono i mezzi di comunicazione di massa (giornali, radio, tv, cinema, teatro, manifesti, fumetti) utilizzabili per riprodurre la parola scritta o parlata, la musica e le immagini. Tale termine deriva dall'inglese "mass" (massa) e dal latino "media" (strumenti), e viene quindi utilizzato per identificare gli strumenti utili a trasmettere messaggi a un elevato numero di persone.

Dato che, per millenni, l'unico strumento che l'uomo ha avuto a disposizione per comunicare con i suoi simili è stata la voce, egli ha organizzato tutto il suo sapere per poterlo ripetere facilmente a memoria, aiutandosi con la gestualità, ma subendo le modificazioni fisiologiche del passaparola.

Il primo sistema di scrittura compare nel quarto millennio a.C. in Mesopotamia ad opera dei Sumeri, mentre il primo mass media moderno, la stampa a caratteri mobili, fa la sua comparsa nel 1457 grazie a Gutenberg, imponendosi subito su i manoscritti copiati dagli amanuensi.

La nuova era si apre col telegrafo senza fili, che consente la trasmissione dei messaggi a distanza, grazie a Morse, che nel 1884, con un collegamento tra Washington e Baltimora, segna il passaggio dai mezzi stampati a quelli elettrici. L'800 conosce invece fotografia, telefono, ma soprattutto il cinema, che rende possibile la riproduzione del movimento.

Il Novecento è invece segnato dalla comparsa di radio e televisione. Nel '20 si hanno le prime trasmissioni radio e licenze ufficiali in USA e Olanda. Nel '21 nasce la BBC, ma le trasmissioni televisive iniziano nel '36. In Italia troviamo invece l'Unione Radiofonica Italiana (URI) con Ciano, Ministro delle Poste nel primo governo Mussolini; nel '54 con una commedia di Carlo Goldoni iniziano le trasmissioni italiane; nel '57 partiva il quiz "Lascia o raddoppia", che generò un'ipnosi collettiva in seguito alla quale il giovedì sera cinema e teatri cominciarono a chiudere.

Nel '62 vengono utilizzati i primi satelliti per i collegamenti tra grandi distanze. La tv incide quindi sulla diffusione della lingua italiana, ancor più con l'introduzione del secondo canale nel '61, l'arrivo del colore a metà degli anni Settanta e il boom delle vendite innescato dai mondiali del '78. Dopo la liberalizzazione del sistema con la legge di riforma della Rai nel '75, a fine anni '70 nascono le tv private e il terzo canale Rai. Nel '90 si avrà invece la prima legge di regolamentazione, la Legge Mammì, a cui seguirà la Gasparri, attualmente in vigore.

Il linguaggio

Il linguaggio della comunicazione cambia a seconda di ciò che si vuole comunicare, dallo scritto e dal parlato, ma anche a seconda di luogo e pubblico. Ciò che cambia è anche la gestualità, l'espressività del volto, la voce, il tono e il modo di vestire.

Informazione e comunicazione presuppongono un messaggio rivolto a un'altra persona, ma mentre l'informazione utilizza strumenti appositi (come giornali, radio, tv e rete), la comunicazione diventa informazione solo se genera un cambiamento. L'informazione è inoltre caratterizzata dal senso critico della figura del giornalista.

Tutte le comunicazioni arrivano al cervello, che le traduce e le trasforma in un significato utile, traducendole in immagini e memorizzandole secondo un criterio storico, diverso da quello logico e razionale del computer. La comunicazione giornalistica è tuttavia solo quella che avviene intenzionalmente.

La notizia

La notizia è un fatto vero e verificato, d'interesse generale, raccontata dal giornalista. È notizia tutto ciò che ha rilevanza sociale e interessa l'opinione pubblica. Essa deve essere sempre sviscerata e verificata con spirito critico, tenendo conto che non esistono fonti disinteressate o assolutamente certe.

Il giornalista deve immaginare la notizia come "qualcosa che qualcuno cerca di nascondere". La notizia è infatti spesso influenzata da interessi, il che rende necessario consultare almeno due fonti. Il giornalista è quindi definibile come "il controllore dei poteri", che funge da mediatore senza prendere posizione ma agendo in nome della pubblica opinione.

Il giornalismo è informazione critica, in cui si dà peso a tutti gli elementi e si contrappongono tutte le tesi, citando le fonti (se non pubblicabili, citandole con formule vaghe come "Ambienti"), dubitandone. Il giornalista freelance, inoltre, può offrire una notizia a un grande giornale grazie a un taglio e uno spunto particolare che necessitano quindi di un'evoluzione stilistica.

Principi generali

Il giornalista scrive per trasferire al lettore la conoscenza completa dei fatti, corredata di tutti gli elementi che permettano di inquadrarli, per consentirgli di farsi una propria opinione senza proporre la propria, evitando di scrivere in prima persona, bensì spogliandosi delle proprie idee riferendo e bilanciando quelle degli altri, pur non considerandoli depositari della verità.

La funzione del giornalista

Il giornalista è portavoce del cittadino e controllore dei poteri. La regolamentazione legale lo definisce come il professionista che la legge autorizza a raccogliere e distribuire informazioni di pubblico interesse sugli organi di informazione autorizzati.

Il giornalista è una professione, non un mestiere imparato con la pratica, ma con saperi e conoscenze: prima di entrare nella professione, poi si acquisisce il titolo che identifica chi risponde civilmente e penalmente dei contenuti diffusi, ossia editore e direttore responsabile.

L'Ordine dei Giornalisti diventa quindi la garanzia per il cittadino, del rispetto dei principi etici. Tre sono i suoi compiti: quello burocratico (la tenuta dell'Albo), la formazione (offrendo corsi di aggiornamento professionale) e quello etico (relativo al controllo disciplinare). Tutti gli organi di diffusione devono essere registrati al Tribunale.

Tra le doti possedute dal giornalista troviamo: lo spirito critico (che lo rende in grado di selezionare le giuste per scoprire cosa si cela dietro una notizia), conoscenza enciclopedica, curiosità e velocità (in quanto l'avvento della rete ha richiesto immediatezza per gestire la concorrenza). Il giornalista è un cercatore di verità, cosciente dei limiti del proprio resoconto.

Il fatto è infatti differente dalla notizia, ma va oltre l'avvenimento analizzando cause e condizioni dell'evento nelle varie dimensioni presenti, scegliendo poi la versione più plausibile del fatto. La concezione ormai quasi del tutto superata dell'irraggiungibilità dell'obiettività portava a considerare lecito affidarsi alla libera interpretazione del giornalista, in quanto a lettori e ascoltatori era garantita la possibilità di beneficiare del pluralismo dei media, e quindi dalla possibilità di accedere a opinioni diverse da confrontare. Alcuni hanno infatti teorizzato il diritto del giornalista alla faziosità, ossia a far capire quali sono le sue idee, garantendo lealtà e trasparenza.

Il commento deve al contrario essere separato dalla notizia, e affidato a scrittori, docenti, specialisti, che esprimono la loro opinione o quella del giornale. In molti paesi, infatti, la separazione fra cronaca e commento è sancita anche dall'organizzazione interna.

Nel 1990 l'Ordine ha istituito le Scuole di Giornalismo, che danno accesso alla professione anche senza i 18 mesi di praticantato previsti.

Cosa deve fare il giornalista?

Il giornalista non deve mai scrivere "i fatti sono avvenuti in questo modo", ma controllare i fatti, contrapporre le tesi e citare le fonti di cui può farsi portavoce. La ricerca della verità deve essere effettuata in buona fede e senza preconcetti, considerando i dubbi il sale etico della professione.

Mentre il buon giornalista si sforza di accertare i fatti obbligandosi a dubitare delle fonti, due sono le categorie che funestano la professione: gli ufficialisti e i dietrologi cronici che ipotizzano sempre più complessi retroscena. Alcuni sostengono che il giornalista debba avere un ruolo formativo, in particolare quelli della Rai in quanto servizio pubblico.

La regola "aurea"

La regola aurea è: osserva, rifletti, descrivi. Il giornalismo è infatti ricerca della novità, analisi critica, piacere di comunicare una propria curiosità, osservazione o scoperta.

Divulgare significa infatti esporre un concetto in modo chiaro e semplice, con linguaggio comprensibile a tutti e grande semplicità di esposizione. Piero Angela sostiene che l'informazione non va banalizzata, ma bisogna tradurne i concetti centrali (quasi sempre traducibili) e i quadri di riferimento, senza entrare nei dettagli (quasi mai traducibili).

Occorre parlare alla gente come essa vuole sentirci, ma ciò presuppone la conoscenza approfondita dell'argomento. Socrate sosteneva infatti che "Tutti sono abbastanza eloquenti in ciò che sanno", mentre Crasso aggiungeva che "Nessuno può essere eloquente in ciò che non sa".

Come scrivere

La lingua usata dal giornalista deve suonare il più possibile come quella parlata, usando poco neologismi, voci straniere e luoghi comuni, rispettando la punteggiatura. La narrazione deve infatti procedere in modo organico, concatenato, armonioso, senza bisogno di "lacci" (es.: di conseguenza, dunque, quindi, comunque, infine, ecc.).

Occorre andare a capo al punto giusto, in modo che l'ordine dei periodi garantisca la chiarezza del testo, costruito con frasi brevi e lineari, senza troppi elenchi, citazioni e pronomi relativi.

La frase deve essere composta preferibilmente da soggetto, predicato e complemento oggetto, poiché complementi indiretti, preposizioni e locuzioni disturbano la semplicità lineare.

Il giornalista è infatti un divulgatore, tenuto a spiegare i concetti in parole semplici, senza entrare nei dettagli, utilizzando il "linguaggio della gente". Le frasi devono essere concise e spiegare un concetto alla volta.

La struttura

La notizia si giudica principalmente dal suo carattere di novità. Fondamentale è il lead, cioè l'attacco (il "cappello"), che non si risolve utilizzando la regola delle 5W+H (che è invece un promemoria per gli elementi costitutivi della notizia), che sintetizza il fatto nelle prime righe.

Ugualmente errato è prendere la notizia alla larga con una riflessione introduttiva; la strategia più efficace è quella di aggredire direttamente il fatto, introducendolo con un particolare di rilievo. Le sensazioni vanno suscitate e non descritte, fornendo particolari essenziali in modo scarno e preciso, affinché il lettore possa immaginare la scena raccontata.

Da evitare sono invece:

  • Frasi fatte o stereotipate,
  • Linguaggio gergale,
  • Ripetizioni e cacofonie (come le parole che finiscono in -mente o -zione),
  • Burocratese (prendendo come riferimento sempre il linguaggio comune),
  • Tautologie (parole che ripetono uno stesso concetto ovvio).

La virgola e la punteggiatura

Le doppie negazioni si elidono. La "D" eufonica si usa soltanto in caso di prossimità di due vocali uguali, ad eccezione di "ad esempio". La virgola non va usata al posto dei punti, fra soggetto e predicato, predicato e complemento oggetto, davanti a "e" o "o" congiunzioni e prima dei complementi introdotti dalle preposizioni, ma è obbligatoria davanti a ma, però, tuttavia, anzi. Sono invece facoltative negli incisi infatti, di fatto, in effetti, tenendo presente che se se ne mette una occorre inserire anche l'altra.

Il punto e virgola è utile a spezzare frasi troppo lunghe senza interrompere il filo del periodo, ma consentendo di cambiare il soggetto della frase. Dato che le frasi brevi sono più leggibili, il punto va usato frequentemente, evitando però quello esclamativo ma soprattutto quello interrogativo, in quanto il lettore si aspetta risposte e non domande.

La scaletta e l'esca

È buona norma fare una scaletta delle cose da scrivere, in ordine di importanza, ponendo al primo posto l'esca, ossia l'elemento di forte curiosità e attrattiva che si introduce senza svilupparlo immediatamente, per coinvolgere il lettore e spingerlo ad andare avanti nel racconto.

Tali regole sono utili anche per scrivere un saggio breve, forma di giornalismo che richiede una solida preparazione culturale e/o un buon livello di conoscenza dell'argomento. Pur esprimendo un punto di vista su un argomento, l'obiettivo deve essere quello di farlo comprendere a tutti i lettori, traducendo in linguaggio mediale riferimenti storici, termini scientifici, economici o sociologici in linguaggio mediale, spiegando quelli più difficili.

I titoli

La titolazione deve essere efficace, stimolando alla lettura senza falsare il senso dell'articolo lasciandosi prendere dal sensazionalismo. Mentre nella tv troviamo il lancio (2-3 righe lette dal conduttore per introdurre il fatto e incuriosire il lettore), nella carta stampata troviamo il titolo, formato da: occhiello, titolo, sommario, a cui si aggiunge il catenaccio.

Questi elementi vengono letti a seconda dell'attrazione visiva e devono consentire una prima breve ma sostanziale lettura dei contenuti dell'articolo. Il lettore non deve sentirsi obbligato a cercare gli elementi mancanti nel corpo, ma non deve essere spinto a girare l'occhio altrove subito, né sentirsi poi deluso dalla lettura.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e tecniche del linguaggio radio televisivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Brezzi Rossetti Elena.
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