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La teologia morale

Introduzione

La teologia morale è una branchia della teologia stessa. Si occupa di studiare la complessità dell’uomo: egli nasce uomo (Menschheit) ma deve imparare a diventare umano (Menschlichkeit) nel corso della vita (Lernziel Menschlichkeit di Jörg Splett = meta di apprendimento: umanità). Non è un caso che esista solo l’aggettivo “disumano”, ma non “disanimale”: ciò deriva dal fatto che l’uomo ha una morale da scegliere ed esercitare, mentre l’anima segue solo l’istinto. La libertà di scegliere è sia un dono (Gabe) sia un compito (Aufgabe), poiché richiede fatica nella sua scelta (siamo chiamati a trovare un senso alla libertà offertaci).

Esempio: la libertà si manifesta in Dietrich Bonhöffer, un pastore protestante tedesco rifugiatosi negli Stati Uniti a causa del nazismo, ma che decide spontaneamente di tornare in patria per combatterlo, morendo. È proprio questo il campo della teologia morale: indagare il senso della libertà umana al fine di permettere all’uomo di vivere felicemente. Perché ciò possa realizzarsi, è necessario avere fede, poiché questa fornisce una prospettiva di vita futura.

La morale e il Concilio Vaticano II

Prima del Concilio prevaleva una morale che non era altro che un insieme di comandamenti e precetti da seguire per rispettare la volontà di Dio. Tramite il Concilio, invece, il fondamento della morale cristiana è identificato in Gesù. Ciò accade perché emerge la parte storica di Gesù: mentre prima era considerata solo la parte divina, col Concilio risalta maggiormente quella umana (Gesù è quindi sia divinità che uomo). È Gesù nella sua totalità, parte umana compresa, ad essere al centro della fede cristiana: allo stesso modo è l’uomo su cui la fede si concentra perché vuole renderlo “umano”, ovvero cosciente di chi è e di cosa fa.

In questo modo è rivista anche tutta la posizione della religione: non deve fornire un’etica dall’alto eleggendosi a entità superiore, bensì confrontarsi con la realtà in cui vive e fornire risposte per la felicità dell’uomo.

La cattiva fama della morale: un cambio di ottica e mentalità

Ancora oggi la morale è percepita come un elemento negativo, piena di precetti e regole da seguire. Al contrario, la morale cristiana non è sinonimo di moralismo (lo era semmai prima del Concilio). Questa è però una visione errata della cristianità, vista come l’arma usata da Gesù per sottomettere l’uomo a precetti senza spiegarne il senso (cieca obbedienza senza ragione).

È da ricordare però che “Vangelo” significa “buona novella”, che quindi tutto vuole essere meno che un’imposizione. Il Vangelo è infatti un evento (l’evento di Gesù), e non una dottrina imposta: l’evento si manifesta nel fatto che è Dio che si fa uomo tramite Gesù, mentre in tutte le altre religioni è l’uomo a compiere lo sforzo di raggiungere Dio.

Nel Cristianesimo si ha quindi un capovolgimento teologico: Dio va verso l’uomo compiendo parte dello sforzo (Gesù si abbassa a lavare i piedi di alcune persone). Per questo motivo l’uomo non deve vivere il Vangelo (un dono), come un’imposizione di regole (compiere azioni per guadagnare la vita eterna), ma come dono per vivere felice. Si tratta quindi di adoperare un cambio di ottica e di mentalità, un po’ come successe a Paolo sulla via di Damasco, che da ebreo persecutore di Cristiani diventò un ebreo con fede in Gesù.

Per definire questo cambiamento c’è una parola tedesca, “Geheimnis” (mistero), in cui vi è la parola “heim” che significa “là dove ci si sente a casa”: è proprio questo il senso del mistero del Vangelo. Per trovare questa “dimora” è necessario però cambiare il proprio stile di vita e la propria mentalità.

Il capovolgimento teologico di Pietro

Un’altra figura vista negativamente è Pietro, di cui si ricorda soprattutto il tradimento ai danni di Gesù. Anche lui, come Paolo e come i Cristiani, vive un cambiamento di mentalità. Per questo è necessario vedere il tradimento nel suo insieme: se è vero che nega di conoscere Gesù, è anche vero che è l’unico vicino a Lui in quel momento (dov’erano gli altri Apostoli?) e nega per avere salva la vita, non per seguire un altro Maestro.

Il cambiamento che vive Pietro, ad ogni modo, è incentrato sulla sua forza: il suo nome indica la forza delle pietre, ma alla fine è tanto debole da nascondersi. Il motivo di questo cambiamento sta in Gesù e nella sua completa manifestazione: Pietro deve imparare a vedere anche la parte umana di Gesù (all’inizio non pensava che il figlio di Dio potesse morire in croce), cioè quella che appare più debole agli occhi umani.

Il moralismo della Bibbia: l'interpretazione negativa e sbagliata

  • Dualismo: come afferma Platone, “il corpo è l’involucro di un’anima imprigionata”. La Bibbia considera invece l’uomo come l’insieme di anima e corpo che convivono pacificamente. Ciò che si fa col corpo è infatti la concretizzazione di ciò che si è moralmente con l’anima. Anche alcuni passi della Bibbia sono stati mal tradotti: psychè indica l’esistenza e non l’anima. Ecco allora che alcuni passi cambiano di significato: non si parla in Marco della contrapposizione tra le cose terrene e l’anima, ma tra le prime e la perdita dell’esistenza a causa loro (se queste la dominano).
  • Visione futura dell’Apocalisse: le pene della vita presente vanno sopportate per guadagnare la vita eterna nell’Aldilà. In realtà è possibile essere felici donandosi agli altri, senza aspettare la morte e l’eternità. In caso contrario, la vita terrena perde di significato.
  • Demonizzazione del corpo: mentre in tante religioni il corpo è visto come impuro, la Bibbia lo esalta. È possibile notare tutto ciò anche negli affreschi rinascimentali (Michelangelo), nei quali il corpo è sempre visto come forma armoniosa (sebbene il Concilio di Trento fece poi coprire alcune immagini ritenute immorali). È tramite, infatti, il corpo che l’anima può manifestarsi.

Che cos'è la salvezza?

Innanzitutto, è bene ricordare che per i Cristiani cattolici la natura dell’uomo è buona, ma contaminata in un secondo momento dal peccato (per quelli riformati la natura umana è già di base corrotta). Il peccato è tuttavia vinto col mistero pasquale, apice del Cristianesimo e momento in cui Gesù risorge vincendo sulla morte. Andiamo per punti:

  • Gesù tace di fronte ad accuse false: accanto ai soddisfatti, che ritenevano Gesù un blasfemo, vi sono anche i perplessi come Pilato e, non per ultimo, il dolore della madre, Maria. Le autorità religiose e politiche lo accusano di essere blasfemo, ma Gesù, sebbene non avesse l’intera umanità contro, non risponde nemmeno quando esortato. I significati della mancata difesa possono essere diversi:
    • Non si ha la forza di farlo perché scoraggiati o delusi.
    • Non ci si difende perché ci si sente superiori e quindi non ci si abbassa a motivare le proprie azioni.
    • Nei vangeli di Matteo e Giovanni è invece descritto un Gesù che sta in silenzio perché vuole conservare la propria dignità (questa è la vera causa del suo silenzio): sa che i giudici hanno già una sentenza chiara e stanno solo fingendo un interrogatorio e, per questo, tace perché riconosce che è inutile qualsiasi difesa (silenzio del giusto). Pone allora la sua fiducia in Dio, ricordando la figura del “servo sofferente”: soffre perché sa di essere innocente, ma riconosce che non può fare niente contro chi ha già deciso.
  • Gesù non risponde nemmeno alla domanda di Pilato sulla propria origine: ognuno di noi deve trovare una risposta individuale sull’origine di Gesù. È inutile da parte sua collaborare con chi non è interessato a priori, poiché rimane una domanda finalizzata alla mera curiosità.
  • Infine, il contesto giudiziario di allora è importante per capire la vicenda (esistevano infatti varie parole):
    • Mišpat (giudizio): di fronte a un’accusa si tiene un processo con il risultato di un giudizio di pena (condanna). È il classico processo che, tuttavia, nella Bibbia non rappresenta la strada da percorrere.
    • Rib (lite giudiziaria): chi subisce un’ingiustizia deve andare direttamente dal colpevole. La finalità non è la condanna del colpevole (come nel primo caso), bensì la riconciliazione con quest’ultimo perché si riconosce colpevole. Con la sola condanna, infatti, non si ristabilisce l’ordine, poiché la morale resta intaccata. È questa la logica della Bibbia e che Gesù adopera quando accusato.

Gesù, nello specifico, rappresenta il rib in persona: Dio accusa l’umanità di una colpa, ma non per condannare, bensì per ristabilire una relazione di pace e amicizia con l’uomo. Anche in altre occasioni, tuttavia, si è manifestato il rib: è il caso di Saul che odia Davide, il quale ha però una volta la possibilità di ucciderlo nel sonno. Davide si ferma e chiede a Saul il motivo del suo odio: ecco che Saul riconosce la propria colpa e si riconcilia con Davide!

Nota Bene: esiste anche una giustizia verso Dio che porta il nome di “sedaqah”.

  • Gesù è arrestato: mišpat e rib s’incontrano, poiché i giudici intendono condannarlo, mentre Gesù rappresenta l’accusa mirata alla riconciliazione. L’unica strada possibile sarebbe quella di accusare i falsi testimoni, strada che però non è scelta da Gesù, poiché negherebbe il rib stesso. A quel punto, infatti, i falsi testimoni sarebbero stati crocefissi, facendo quindi scaturire la mišpat: Gesù tace per non condannare altri uomini, anche se questi sono colpevoli. È un silenzio mirato all’amore, perché prende su di sé le colpe degli uccisori. E fa tutto questo correndo il rischio di non essere compreso: a Roma, tuttora, è conservato un crocefisso con sopra un asino e ai suoi piedi un fedele che prega e che rappresenta motivo di scherno poiché prega un mulo. È esattamente il rischio che Gesù ha corso, poiché in tanti (se non tutti) potevano pensare che non fosse realmente figlio di Dio, visto che non è stato in grado di salvarsi la vita.

È bene ricordare che Gesù non si è sacrificato per salvare l’uomo, bensì per dimostrare il suo amore. L’uomo è libero di scegliere se accettarlo (per questo motivo anche il ricevente svolge un ruolo attivo).

Nota Bene: ricevere la salvezza, quindi, comporta vivere e amare come se si fosse Gesù, aprendosi e donandosi agli altri. È la salvezza come modello di vita ad essere al centro della morale cristiana, e non il peccato. Non si deve quindi praticare l’amartiocentrismo (“amartio” deriva dal greco e significa “peccato”).

Bene vs male

Al male bisogna rispondere con del bene per spezzare la catena del male stesso. Bisogna quindi cercare di emulare Gesù per quanto ci è possibile: perdonare perché si sarà perdonati, amare perché si sarà amati. Gesù mostra tutto questo nel momento della Resurrezione (superamento della morte), momento in cui risorge grazie all’amore. Bisogna prestare però attenzione che non tutto avviene nel momento della Resurrezione, bensì è un intero percorso di vita (stile e scelte) che porta alla vittoria sulla morte. Per compiere scelte sagge è tuttavia necessario prima capire il progetto di Dio (altrimenti si vaga senza una meta precisa) che ha sin da Adamo ed Eva.

L’uomo e la Genesi

Dio crea separando (cielo e terra, asciutto e bagnato) e originando gli elementi strutturali del mondo: l’uomo, la donna, la fauna e la flora. Dio, infatti, non teme le diversità, così come dimostrato nella stessa Genesi, della quale ne esistono due versioni: la prima fu creata intorno al 1000 a.C. sotto il regno di re Salomone, mentre la seconda nel 587 a.C. al tempo dell’esilio.

Nella Genesi si attraversano 3 momenti: inizialmente si parla della condizione beata dell’uomo (Eden), per passare poi al dramma del peccato originale, e finire con la vita problematica dell’uomo dopo il peccato. Nel trattare il male, tuttavia, la Bibbia è originale, in quanto è concreta e presenta situazioni tipo partendo dall’uomo (e non da concetti astratti), come per esempio il conflitto tra uomo e donna.

L’uomo è infatti al centro della Bibbia: è creato da Dio e tutto ciò che lo circonda è in funzione dell’uomo. Egli è plasmato da Dio (dall’ebraico “yasar”, cioè “lavorazione dell’argilla da parte dell’artigiano) come opera d’arte senza distinzioni: ogni uomo è immagine e somiglianza di Dio (non solo il re come si diceva nell’antichità).

Nota Bene: nel testo ebraico si parla di “Adam”, cioè “essere umano”, e non di “uomo in quanto maschio”. Dio non crea Eva, bensì la differenza fondamentale tra uomo e donna e la relazione che li lega. Sia uomo che donna sono incompleti da soli e hanno bisogno l’uno dell’altra per completarsi.

Dapprima, l’uomo e la donna non provavano vergogna, ossia non avevano paura di mostrarsi l’un l’altro per come erano (fisicamente e spiritualmente). Tutto cambia dopo il peccato originale. Nascono poi Caino (agricoltore) e Abele (pastore), ma il primo non accetta le diversità del secondo e le interpreta come preferenza che Dio ha verso Abele. Caino uccide allora il fratello per invidia e gelosia. In questo passaggio si vede come l’uomo ha ormai perso Dio. Il problema è nato dal dialogo tra Eva e il serpente.

Il peccato originale di Adamo ed Eva

Il serpente inganna la donna già confusa: al centro dell’Eden non vi è l’albero della conoscenza del bene e del male, bensì quello della vita. La donna non ha realmente compreso l’entità di Dio e il serpente lo sa, per questo sfrutta la sua debolezza. È talmente confusa che afferma che Dio ha detto addirittura di “non toccare” quell’albero, anche se non è mai stato scritto (non bisognava semmai mangiarne il frutto).

La donna dubita del fatto che Dio sia realmente buono ed è aiutata dal serpente, che infatti le dice che Dio vuole tenere l’uomo in una condizione d’inferiorità. Eva perde allora fiducia in Dio e comincia a decidere da sé: mangia il frutto proibito perché crede di aver fatto la scelta giusta contro Dio che tiene l’uomo sottomesso e obbediente.

L’uomo si sostituisce a Dio stesso, rinnegando la diversità fondamentale tra egli e Dio. Sostituendosi, però, si fa carico di tutti i drammi del mondo (non capendo che è un essere limitato), anche se non è in grado di sopportarli perché non è Dio: nascono allora le paure e le ansie, frutto della disobbedienza originaria. La prima conseguenza della disobbedienza è il sentimento della vergogna, perché hanno paura di loro stessi e del rapporto ormai compromesso con Dio. Ciò nonostante, l’uomo è sia responsabile di ciò che è accaduto, ma è anche vittima (Dio infatti punisce il serpente senza se e senza, ma interroga l’uomo su quanto accaduto).

Dio vuole che l’uomo conosca il bene e il male: è l’uomo che non si fida e vuole vedere se Dio ha ragione. Chi obbedisce appartiene a Dio (gehören – gehorchen), ma non è schiavo, bensì è solo il ricevente di un dono che gli permette di conoscere se stesso e di vivere in relazione con gli altri (senza leggi vi sarebbe il caos senza nemmeno l’umanità). Ciò che vuole impedire Dio, quindi, non è la conoscenza tra bene e male, bensì vuole porre una differenza tra obbedienza (vita) e disobbedienza (morte), la quale allontana l’uomo dai suoi simili e lo rende assolutista. La relazione con gli altri, infatti, ci rende coscienti di essere relativi rispetto a un contesto più grande e che richiede ordine.

Queste relazioni, seppur dolorose a volte, ci fanno scoprire cosa sia l’amore e ci umanizzano perché ci permettono di capire che il nostro io ha dei limiti, fissati laddove iniziano i confini dell’altro (i limiti ci fanno capire che non siamo Dio e ci evitano la gigantomachia in favore dell’umiltà). Il fatto, quindi, di essere diversi ci deve completare e non deve essere visto come un difetto o qualcosa da combattere. È solo così che possiamo formare la nostra identità, una realtà continuamente plasmata dalle persone con cui veniamo in contatto (non è quindi una realtà statica e già formata).

Inoltre, altro elemento arricchente delle relazioni, è dato dal fatto di poter sperimentare costantemente la nostra libertà: possiamo recare danno o dare amore a chi incontriamo solo ed esclusivamente in base alla nostra volontà. La scelta di non relazionarsi o di arrecare liberamente del male è considerata allora peccato.

Nota Bene: se è vero che l’uomo è chiamato a credere ed obbedire a Dio, è altrettanto vero che persino Dio, sottoforma di Gesù, è chia...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martyxangel92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia III e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Varsalona Agnese.
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