Monarchie e imperi tra il XV e XVI secolo
I regni di Francia, Spagna, Inghilterra e l'Impero germanico
Francia: Sotto Carlo VIII (1483-1498) e i suoi successori Luigi XII (1498-1515) e Francesco I (1515-1547) continuò nella monarchia francese la tendenza all'accentramento del potere nelle mani del Re e dei collaboratori da lui scelti. Si rafforzò l'amministrazione finanziaria, grazie all'esazione della taglia (imposta sui redditi da cui erano esenti nobiltà e clero) e sulla divisione del Paese in circoscrizioni fiscali dette généralitiès (1542), crebbe l'autorità del consiglio del Re, si affermarono in ambito giudiziario l'azione del Gran Consiglio e quella dei Parlamenti, costituiti da membri che venivano reclutati con il sistema della vendita di cariche pubbliche, reso ufficiale nel 1522. In questo modo lo Stato, da una parte acquisiva introiti supplementari, dall'altra dava vita ad un nuovo ceto burocratico numeroso e potente.
Poiché le cariche più alte rendevano nobili i loro titolari, i vertici di questo ceto formarono con il tempo una nuova Nobiltà (di Toga), rivale della più antica e rozza Nobiltà di Spada.
Nel 1516 Francesco I stipulò con il Papa Leone X un concordato a Bologna: veniva lasciata cadere l'affermazione di superiorità del Consiglio del Re sul pontefice, ed in cambio il Re di Francia si veniva riconosciuto il diritto di nomina di tutti i vescovati e gli arcivescovati.
Nel 1500, tuttavia, i feudatari mantenevano un considerevole potere locale, le provincie di recente annessione avevano le proprie “assemblee di Stati” (clero, nobiltà, terzo stato), che contrattavano direttamente con la Corona (soprattutto l'ammontare delle imposte). Anche le città mantenevano in gran parte le proprie forme di autogoverno, in poche parole lo Stato regio regolava solo alcune materie, mentre per il resto vigeva il consuetudinario diritto romano.
Spagna: il matrimonio di Isabella di Castiglia con Ferdinando d'Aragona (1469) preparò il Regno congiunto dei due sovrani, che ebbe inizio nel 1479 dopo un periodo di difficoltà e guerre civili. In Castiglia l'anarchia feudale e il banditismo vennero repressi grazie alla riorganizzazione delle Santa Ermandad (Santa Fratellanza), una confederazione di città che svolgeva compiti di polizia. L'amministrazione delle città venne posta sotto tutela di funzionari detti corregidores.
Le cortes (rappresentanze del clero, della nobiltà e delle città) furono convocate di rado e indotte senza troppe difficoltà ad accettare le richieste finanziarie della corona. La sottomissione della nobiltà fu semplificata soprattutto dalla politica di concessioni e di favori istituita da Fernando, grazie a ciò ottenne dal Papa la possibilità di conferire i seggi episcopali e gli altri benefici ecclesiastici.
Le tre provincie componenti il Regno d'Aragona (Aragona, Catalogna e Valenza) mantennero intatti i loro privilegi e le loro autonomie, custodite da cortes molto più efficienti e combattive di quelle castigliane. Poiché Fernando risiedeva in Castiglia, in Aragona venne nominato un vicerè e nel 1494 venne istituito il Consiglio d'Aragona.
I principali elementi in comune tra Castiglia e Regno d'Aragona erano la tradizione della Reconquista, della guerra contro i mori, e l'intransigente difesa dell'ortodossia religiosa che ne era il riflesso. L'Inquisizione spagnola, creata nel 1478 e sottoposta all'autorità regia, era l'unico organo di giurisdizione esteso uniformemente sia in Castiglia che in Aragona.
La morte di Isabella, nel 1504, aprì in Castiglia una crisi dinastica, giacché il trono sarebbe dovuto andare alla figlia dei “re cattolici”, Giovanna, che aveva sposato Filippo d'Asburgo. Ma la precoce scomparsa di quest'ultimo, 1506, e la conseguente pazzia di Giovanna permisero a Ferdinando di riprendere le redini del potere che tenne fino alla morte (1516). È da ricordare tra i successi di questo principe l'annessione del Regno di Navarra (1512), che estendeva il potere Spagnolo fino ai propri confini naturali.
Inghilterra: Enrico VII Tudor, uscito vincitore dalla Guerra delle due Rose tra le case di Lancaster e York (1455-1485), consolidò gradualmente il proprio potere stroncando varie congiure e ribellioni nobiliari, amministrando oculatamente le finanze e rafforzando gli organi centrali del Governo Regio: il Consiglio della Corona, composto da un piccolo numero di uomini fidati, in maggioranza estranei alla nobiltà, i Consigli del Nord e del Galles, competenti per le rispettive aree territoriali, il Tribunale della Camera Stellata, la cui giurisdizione si estendeva a tutti i casi non contemplati del diritto consuetudinario (common law).
Il parlamento fu convocato dal Re sempre più raramente (una sola volta negli ultimi 12 anni del Regno) e questo indirizzo assolutistico venne continuato dal figlio e successore Enrico VIII (1509-1547).
Impero Germanico: alla morte di Federico III d'Asburgo (1493), l'Impero Germanico rimaneva un insieme ingovernabile di Stati territoriali, principati ecclesiastici, libere città e feudi immediati (cioè non soggetti ad altra autorità che quella dell'imperatore) con lingue e culture diverse. Molto forti erano i contrasti tra le città più sviluppate economicamente e culturalmente e le zone interne, legate ad un modo di vivere ancora medievale.
A complicare la situazione si aggiungeva la duplice qualità del sovrano, che reggeva a titolo ereditario gli Stati della Casa d'Asburgo (alta e bassa Austria, Stiria, Carinzia, Carniola, Tirolo e Gorizia), mentre doveva la dignità imperiale alla designazione della Dieta composta da sette Grandi Elettori (re di Boemia, principi di Sassonia, di Brandeburgo, del Palatinato, arcivescovi di Magonza, Treviri, Colonia).
Il regno di Massimiliano I (1493-1519) si aprì con un grande successo diplomatico, la pace di Senlis con la Francia (1493) riconosceva infatti agli Asburgo il possesso dei paesi Bassi, dell'Artois e della Franca Contea.
Il tentativo compiuto dalla Dieta Imperiale di Worms (1495) di dare maggiore compattezza all'Impero Germanico e di estrarne regolari risorse finanziarie ebbe infatti un successo molto parziale. Il compromesso raggiunto al termine di lunghe trattative prevedeva la creazione di un tribunale imperiale e di un consiglio composto da 17 membri, il quantitativo del versamento annuale di un “soldo comune” all'imperatore sarebbe stato discusso ogni anno dalla Dieta, tuttavia il sistema non funzionò e il Soldo cessò velocemente di essere pagato. Un certo accentramento del potere avvenne solo negli Stati Asburgici con la creazione di un consiglio aulico e di una Camera aulica per l'amministrazione delle finanze.
Con queste premesse, la volontà di Massimiliano di opporsi alle mire italiane dei Re di Francia rimase puramente velleitaria e il suo tentativo di ridurre all'obbedienza i cantoni elvetici naufragò nel 1499 con la disfatta di Dornach, che segnò l'inizio dell'indipendenza svizzera dall'Impero.
La prima fase delle guerre d'Italia (1494-1516)
In Italia l'equilibrio sancito dalla Pace di Lodi (1454) durò fino all'ultimo decennio del secolo. La stabilità della penisola era minacciata dalle mire espansionistiche di Venezia e dalle ambizioni del Signore di Milano Ludovico Sforza (detto il Moro) che puntava a riconquistare il potere usurpato al nipote Gian Galeazzo. Pur di raggiungere i propri scopi, sia Venezia che Milano, insieme al Pontefice, erano pronti a chiedere l'aiuto di potenze straniere, non tenendo conto delle nuove dimensioni politico-militari di Spagna e Francia.
Il Re di Francia Carlo VIII intendeva far valere sul Regno di Napoli i diritti che gli derivavano dalla discendenza angioina, così, nell'agosto 1494, aiutato da Milano e Venezia, desiderosi di vedere umiliato il Regno di Napoli, Carlo passò le Alpi con un forte esercito, formato da 5000 mercenari svizzeri. Nel febbraio 1495, quasi senza incontrare resistenza, Carlo entrò a Napoli, accolto come un liberatore dai nobili.
Solo allora gli Stati italiani si resero conto del pericolo: a marzo venne stipulata a Venezia una Lega che comprendeva, oltre alla Serenissima, Milano, Firenze, lo Stato pontificio, la Spagna e l'Impero. Nel maggio 1495 Carlo VIII, lasciati nel Regno di Napoli alcuni presidi, prese la marcia del ritorno, l'esercito della lega cercò invano di chiudergli il passaggio a Fornovo.
Intanto Ferdinando II d'Aragona, nipote di Ferrante, riusciva a recuperare il regno con l'aiuto di spagnoli e veneziani. L'impresa di Carlo di chiuse quindi con un nulla di fatto, ma dimostrò la grande fragilità dell'assetto politico italiano ed aprì la strada a nuove invasioni.
I contraccolpi dell'impresa si verificarono soprattutto in Toscana, dove Piero de' Medici, era stato cacciato dai fiorentini sdegnati per la sua accondiscendenza alle richieste di Carlo VIII. Nella stessa Firenze, la lotta politica tra le varie fazioni minacciava di trasformarsi in guerra civile.
In questa situazione ebbe grande impatto la figura del frate domenicano Girolamo Savonarola, che con toni apocalittici si scagliava contro la corruzione della chiesa e del secolo ed invocava una riforma costituzionale e morale dedicata a fare di Firenze la nuova Gerusalemme. I seguaci di Savonarola, detti Piagnoni, imposero l'adozione di un governo popolare, ma l'ostilità del Papa, che nel 1497 scomunicò il Papa e il malcontento delle famiglie più riguardevoli portarono presto alla fine di questa esperienza.
Nel frattempo, Venezia, firmò un trattato di alleanza con il nuovo Re di Francia Luigi XII, che, in cambio dell'appoggio ai francesi alla conquista dello Stato di Milano, garantiva alla Serenissima Cremona e la Ghiara d'Adda. La spedizione fu allestita nel 1499 e terminò rapidamente con l'occupazione di Milano, mentre Ludovico il Moro, dopo un tentativo di riconquista, fu portato prigioniero in Francia.
Un altro conflitto regolò il Regno di Napoli, dopo il fallimento di una tentata spartizione tra Spagna e Francia, la sorte delle armi fu favorevole alla Spagna, che nel 1503 rimase l'unica padrona del Mezzogiorno in Italia, come già lo era di Sicilia e Sardegna.
Negli stessi anni Cesare Borgia, detto “il Valentino”, figlio del Pontefice Alessandro VI, grazie al sostegno del padre e del re di Francia, giunse a ritagliarsi un dominio personale nella Romagna e nelle Marche eliminando i vari signori che militavano in quelle regioni, solo nominalmente soggette al Papa.
Il nuovo Papa Giulio II (1503-1512), animato dal proposito di restaurare il potere temporale della Chiesa, organizzò spedizioni militari contro i Signori di Perugia, Bologna e altre terre, intimando a Venezia di ritirarsi da Rimini e Faenza, dove si era insediata alla caduta di Cesare Borgia. Di fronte al rifiuto della Repubblica di San Marco, il pontefice si fece promotore di un'alleanza anti-veneziana, che fu firmata a Cambrai nel 1508 dai rappresentanti dell'imperatore Massimiliano, del re di Spagna e del re di Francia. Il 14 maggio 1509 l'esercito veneziano fu duramente sconfitto da quello francese ad Agnadello, presso Crema.
Il papa, soddisfatto nelle sue pretese di carattere temporale (restituzione delle terre romagnole) e spirituale (rinuncia di Venezia all'appello al Concilio e alla tassazione degli ecclesiastici), tolse la scomunica che aveva scagliato contro Venezia e si ritirò dalla Lega, creandone un'altra, detta Lega Santa, contro la Francia, di cui ora temeva la strapotenza, coinvolgendo Spagna, Inghilterra e Svizzeri (1511).
Tra le conseguenze di questo rovesciamento di alleanze ci fu il ritorno a Firenze dei Medici, con l'appoggio delle truppe spagnole e l'occupazione di Milano da parte delle truppe svizzere. La Francia si riappacificò allora con Venezia, che promise il proprio aiuto contro gli svizzeri.
L'altro fattore che giocò a favore di Venezia fu il sostegno da parte dei popolani e dei contadini veneti, esasperati dai soprusi degli invasori, ma anche sospinti dall'odio per le aristocrazie locali, nei cui confronti la Repubblica di San Marco appariva come l'unica soluzione. Negli anni seguenti fu quindi possibile la riconquista delle città venete ancora sotto il possesso dell'imperatore.
Salito al trono nel 1515, l'allora ventenne Re di Francia Francesco I, organizzò subito una nuova spedizione in Italia. Nell'agosto 1515 passò le Alpi con 10000 cavalieri e 30000 fanti, in gran parte lanzichenecchi ed il 13-14 settembre si svolse lo scontro decisivo con i fanti svizzeri che occupavano Milano, che fu vinto dai francesi.
La Pace di Nyon (1516) tra Francia e Spagna consolidava per il momento l'equilibrio raggiunto nella penisola italiana: agli spagnoli rimaneva il Regno di Napoli, a Francesco il Ducato di Milano.
Carlo V: il sogno di una monarchia universale
Alla morte di Ferdinando il Cattolico (1516), il nipote Carlo d'Asburgo, nato dalla figlia di Ferdinando, Giovanna la Pazza e da Filippo d'Asburgo, figlio di Massimiliano I, ereditò la corona di Spagna, giacché la madre non era in condizione di regnare. Pochi anni dopo (1519) morì anche l'imperatore Massimiliano I. Alla candidatura di Carlo per la dignità imperiale si oppose il re di Francia Francesco I, appoggiato anche dal Pontefice Leone X. A decidere la gara furono anche e soprattutto l'invincibile ostilità degli elettori tedeschi nei confronti della Francia e l'oro prestato dai banchieri d'Augusta, i Fugger e i Wesler, per comprare i voti degli elettori. Alla fine Carlo fu eletto all'unanimità dalla Dieta riunita a Francoforte il 27 giugno 1519.
Nel suo triennale soggiorno in Spagna (1517-1520), Carlo aveva scontentato la nobiltà locale distribuendo molte cariche ecclesiastiche e laiche ai gentiluomini fiamminghi e borgognoni del suo seguito e aveva irritato le città della Castiglia con la richiesta di nuove tasse per pagare le spese dell'incoronazione imperiale. Poco dopo la sua partenza per la Germania, nell'estate 1520, scoppiò la rivolta, nata dalle città che rivendicavano la propria autonomia (per questo fu chiamata rivolta dei comuneros), essa assunse ben presto un carattere popolare e antifeudale, estendendosi nelle campagne. Il timore di un sovvertimento delle gerarchie sociali spiega il favoritismo dell'aristocrazia alla rivolta: fu un esercito prevalentemente nobiliare quello che a Villalar (23 aprile 1521) inflisse ai comuneros la sconfitta finale.
Da questa lezione, Carlo V imparò ad avere maggiore rispetto per i suoi sudditi spagnoli.
Asburgo contro Valois: la ripresa della guerra in Italia
In Germania Carlo V si trovò subito a fare i conti con il problema Luterano, ma inizialmente la sua attenzione si rivolse alla fragile situazione di pace in Italia: la Francia, infatti, doveva fare in modo di rompere gli accerchiamenti asburgici e l'impero, dal canto suo, era deciso a strappare all'avversario il Milanese e la Borgogna (Milano dovette essere evacuata dai francesi nel 1521).
Con un grande sforzo Francesco I riuscì a mettere insieme nell'autunno 1524 un esercito di 30000 uomini (metà composto da svizzeri), con i quali rinforzò Milano e assediò Pavia, ma qui, gli imperiali, ricevuti i rinforzi dalla Germania, riuscirono a respingere i francesi e a fare prigioniero Francesco I (23-24 febbraio 1525).
Trasferito in Spagna, Francesco I, in cambio della sua libertà, fu costretto a firmare il trattato di Madrid (gennaio 1526), con il quale si impegnava a rinunciare per sempre al Milanese e a consegnare a Carlo V la Borgogna. La promessa non fu mantenuta e nel maggio 1526 fu istituita a Cognac una nuova alleanza difensiva tra Francia, il nuovo Papa Clemente VII, Firenze e la Repubblica di Venezia.
I francesi, però, tardarono ad intervenire in Italia e nei primi mesi del 1527, circa 12000 lanzichenecchi al servizio di Carlo V discesero la penisola senza incontrare resistenza. Ai primi di maggio raggiunsero Roma, ed essendo luterani, sottoposero la città ad un orribile saccheggio, mentre il Pontefice si rifugiò a Castel Sant'Angelo.
Il saccheggio fece notizia nel mondo della cristianità, venendo definito come una punizione universale indetta da Dio a causa della corruzione della Chiesa, così i fiorentini utilizzarono ciò come scusa per sollevarsi contro la signoria dei Medici (Il Papa ne faceva parte) ed istituire un governo repubblicano. L'anno seguente Carlo V occupò anche Genova grazie ad Andrea Doria (inizialmente generale Francese).
Nel 1529 Carlo V firmò con il Pontefice la Pace di Barcellona e un mese dopo a Cambrai si riconciliò con Francesco I, che rinunciò ai domini italiani ma si tenne la Borgogna. Carlo V venne incoronato imperatore a San Petronio e ottenne dal Pontefice un vago impegno alla convocazione di un concilio, che avrebbe dovuto sanare lo scisma religioso e procedere alla riforma della Chiesa. In cambio, Clemente VII, ebbe l'appoggio militare spagnolo per riportare i Medici a Firenze: tenace fu la resistenza della città, che capitolò nel 1530.
Delle difficoltà dell'Imperatore, impegnato nel Mediterraneo contro i Turchi e in Germania contro i protestanti, cercò di approfittare nuovamente Francesco I per riaccendere la guerra in Italia e nei Paesi Bassi. Un primo attacco avvenne nel 1535-1537 nei confronti della Savoia per la riconquista del Milanese, una seconda volta nel 1542-1544, ma alla fine delle ostilità la situazione rimase comunque immutata.
L'espansione della potenza Ottomana
L'Impero Ottomano prese il nome dalla dinastia turca degli Osmanli o Ottomani, fondata all'inizio del XV secolo da Osman I. Il territorio di questo Stato si ampliò a dismisura con conquiste continue, espandendosi verso l'Europa, l'Africa settentrionale e il Medio Oriente.
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