Capitolo 1: Introduzione (Monografia Fenoaltea)
Tra successi e fallimenti
L'Italia era stata ricca nel mondo antico, nei secoli dell'egemonia (e della pax) romana. Dal crollo di quel mondo si era risollevata prima e meglio di altri: nell'Europa medievale le grandi potenze marittime erano italiane, così come le grandi potenze commerciali, finanziarie e manifatturiere; l'Italia è stata ricca anche durante tutto il Rinascimento, ma non è riuscita a mantenersi tale.
Nel '600 passano all'Olanda l'egemonia navale e commerciale, dal '700 i mari sono invece dominati dall'Inghilterra, contrastata solo dalla Francia, divenuta nel mentre la massima potenza industriale. L'Italia si riduce a paese periferico, sottosviluppato, importatore dei manufatti e dei servizi commerciali che una volta esportava. Il distacco dell'Italia dai paesi leader aumenta nell'800. L'Inghilterra, già massima potenza navale, coloniale e commerciale, inaugura con la Rivoluzione Industriale lo sviluppo economico moderno, il mondo delle fabbriche, delle macchine, dell'aumento continuo della produttività; seguono da vicino gli Stati Uniti d'America, il Belgio, la Svizzera e la Francia. Seguirà l'Inghilterra, partendo in ritardo, la Germania.
Anche il nuovo Regno d'Italia si trasforma, si sviluppa; cresce ma senza il vigore che le avrebbe permesso di raggiungere i paesi più avanzati, riuscirà infatti solamente a contenerne il distacco. Fino a tutto il periodo del secondo dopoguerra figurerà come parente povero e alimenta un'emigrazione che infligge agli italiani all'estero pesanti umiliazioni e tragedie, come quelle che soffrono oggi gli extra-comunitari che vengono da noi.
Nel cinquantennio post-unitario, l'Italia emerge dalla schiera delle economie stagnanti e ciò di per sé rappresenta già un successo non di poco conto, ma comunque un successo parziale che alla luce di quel che si poteva sperare e che poi non si è raggiunto rappresenta un fallimento.
La trasformazione dell'Italia post-unitaria
Nel cinquantennio post-unitario cresce la popolazione da 25 a 35 milioni, nonostante un'emigrazione che raggiunge circa il milione. L'intera economia si trasforma; si innalza il tenore di vita grazie soprattutto a miglioramenti nelle condizioni igieniche e nella nutrizione, si riduce la mortalità infantile, la mortalità per malattie infettive, aumenta l'aspettativa di vita e la statura media alla visita di leva. Migliorano anche le condizioni culturali: aumenta la scolarizzazione, sia primaria che successiva, facendo così ridurre l'analfabetismo.
Anche l'Italia si dota di infrastrutture moderne, nel primo '800 era nata la ferrovia, rivoluzionaria non solo per la velocità allora inaudita, ma perché riduce di molto i costi di trasporto via terra, li avvicina per la prima volta nella storia dell'umanità ai costi del trasporto via acqua. Nel 1860 in Italia c'è comunque una rete ferroviaria più arretrata rispetto a quella di Francia, Germania e Gran Bretagna, che conta appena 2mila km contro i 10mila delle altre potenze europee. Questa è maggiormente concentrata nelle regioni settentrionali, con sistemi minori, separati, in Toscana, nello Stato Pontificio e intorno a Napoli. Tra il 1861 e il 1880 però il giovane Regno si impegna nella costruzione delle ferrovie e nascono in questi anni quasi tutte le grandi linee tra nord e sud alle quali si aggiungono tra il 1880 e il 1895 numerose linee minori.
Cresce anche l'industria moderna, come evidenziato da una ricca documentazione sul commercio estero che si ha perché lo stato percepisce che ci può guadagnare attraverso l'imposizione di tasse e dazi. Le merci che vengono esportate e quelle che vengono importate, sono infatti rilevatori del grado di sviluppo; dal 1870 al 1913 le importazioni quadruplicano e le esportazioni triplicano. Nel 1870 si importano prevalentemente prodotti finiti come manufatti tessili per assenza dell'industria, che però con il passare del tempo si sviluppa cosicché nel 1913 si avranno prevalentemente importazioni di cotone e di carbone, che consentiranno all'Italia di esportare i suoi prodotti e di ridurre notevolmente il volume di prodotti finiti che venivano importati dagli altri paesi europei.
Sottolinea la crescita dell'industria moderna il dato secondo il quale nel 1870 si esportano prevalentemente prodotti agricoli, mentre nel 1913 si esportano manufatti e macchinari, con un conseguente ridursi della quota dell'agricoltura nel paese intero, come normale che sia in un paese che si industrializza. In poco più di 50 anni, l'Italia si trasforma da tipico paese sottosviluppato che esporta materie prime e importa prodotti finiti, in un paese almeno parzialmente industrializzato, che importa prevalentemente materie prime ed esporta anche manufatti.
Capitolo 2: Indici e modelli (oppure i dati e le interpretazioni)
Modelli a stadi: la matrice culturale
Nell'800, prima fra tutti l'Inghilterra e poi l'Occidente interno imboccano la via della rivoluzione industriale, della crescita economica, del progresso. Il progresso diventa la nuova Fede e nel suo nome, proprio come una volta in nome di quello della vera Fede, si giustifica nella mente degli Occidentali la conquista delle colonie e del nuovo imperialismo. Con la stessa fede, si divina il futuro che si prospetta come un'ascesa senza limiti, si comprende il passato, che si rilegge come storia del progresso tecnico, miracolo e vanto dell'800.
La fede nel progresso viene in un certo senso alimentata dal positivismo, quell'orientamento filosofico secondo il quale la scienza è l’unica conoscenza valida, che viene esaltata come l’unico mezzo capace di risolvere i problemi umani e sociali. È infatti l'applicazione delle nuove scienze alle produzioni che consentono di crearne di nuove e che consentono i miracoli del progresso. Ottimismo e fiducia in un progresso continuo verso il benessere sono gli elementi caratterizzanti la matrice culturale di questo periodo. La fede nel progresso sarà scossa solo negli ultimi decenni poiché sta emergendo una presa di coscienza sui limiti, specie ecologici, alla crescita, anche se, quando nel '900 nasce il dibattito storiografico sullo sviluppo dell'Italia post-unitaria la fede nel progresso è ancora intatta.
Segna il culmine di questa tradizione il libretto di Walt Rostow chiamato “gli stadi dello sviluppo economico”. Rostow propone come modello universale dello sviluppo delle società un modello formato da 5 stadi:
- Questi stadi partono dalla cosiddetta società tradizionale, cioè una società nella quale la stragrande maggioranza della popolazione opera nel settore primario in un'economia di sussistenza.
- Il secondo stadio è individuato come la fase preliminare per il decollo, dove vengono a crearsi cioè i pre-requisiti per la crescita economica.
- Il terzo stadio è detto di “decollo”, dove c'è una vera e propria trasformazione sociale e culturale.
- Il quarto stadio è identificato come fase di raggiungimento della maturità ed è caratterizzato dalla crescita massiccia dell'industrializzazione, e dalla formazione del settore terziario che porta a ritmi di lavoro più soft migliorando gli standard di vita.
- Il quinto stadio è identificato come fase dell'opulenza di massa, durante la quale sono disponibili nuovi servizi secondari al bisogno delle persone, che garantiscono un valore aggiunto alle attività già esistenti garantendo un alto livello di benessere.
Secondo Rostow le risorse e le conoscenze vanno accumulate lentamente, e a dimostrazione di ciò abbiamo infatti che in ogni fase di questo modello devono essere soddisfatte prima delle condizioni che consentono di passare ad una fase successiva.
Alexander Gerschenkron propone un'analisi più ricca, che studia lo sviluppo economico nei paesi che in quel periodo erano relativamente arretrati come: Italia, Svezia e Russia. A detta di quest'ultimo, l'aspetto più interessante dello sviluppo industriale (parliamo di sviluppo industriale come di sviluppo economico, dato che in questo periodo lo sviluppo economico è dovuto prevalentemente allo sviluppo industriale) dei paesi arretrati è che non aspetta la pienezza dei tempi: il “decollo” o “grande slancio” come viene da lui definito avviene prima che siano rispettati tutti i pre-requisiti canonici, grazie a soluzioni innovative che ne rappresentano i sostituti quando mancano.
Definisce le capacità imprenditoriali, di accumulazione e di gestione del capitale industriale come sostituti dei pre-requisiti, che consentono ugualmente il “grande slancio”. Queste capacità sono abbondanti nei paesi avanzati, ma scarse nei paesi arretrati. In Inghilterra, paese leader della rivoluzione industriale, tali capacità erano ampiamente disponibili e il decollo fu guidato dalle singole imprese; in Germania, il “grande slancio” industriale avvenne in condizioni di arretratezza relativa e scarseggiavano quelle capacità che invece in Inghilterra abbondavano.
L'indice e l'analisi di Gerschenkron
Nel 1955 Gerschenkron pubblica il suo studio del caso italiano. È il primo ad utilizzare dati per quantificare lo sviluppo industriale e attraverso l'uso di questi dati arriva a definire un indice sintetico della produzione industriale dal 1881 al 1913. Le fonti storiche che riportano dati sulla produzione, sono quelle relative alle industrie: tessili, estrattive, metallurgiche, meccaniche, alimentari e chimiche.
- Periodo di crescita moderata (4,6% annuo) che va dal 1881 al 1888.
- Ristagno (0,2% annuo) che va dal 1888 al 1896.
- Periodo di crescita rapida (6,7% annuo) che va dal 1896 al 1908.
- Crescita ridotta (2,4% annuo) dal 1908 al 1913.
Per la prima volta si ha una periodizzazione e all'interno della stessa non esita a vedere negli anni 1896-1908 il “grande slancio” italiano: lo considera un periodo di “sviluppo a lungo termine” (long-term growth), e non una mera ascesa ciclica, anche perché l'indice non risente della breve depressione europea del '900. Ma quello che però colpisce l'autore è che la crescita media di quel periodo non raggiunge l'intensità (tassi di crescita dall'8 al 12%) che si sarebbe aspettato alla luce dell'esperienza di altri paesi relativamente arretrati (Svezia, Giappone, Russia).
Cerca dunque i fattori che possono aver ridotto in Italia, l'intensità di quello slancio e individua una serie di cause definite minori tra le quali rientrano: la conflittualità nel mercato del lavoro, la mancanza di una spinta ideologica alla modernizzazione e la debolezza della domanda indotta dalle costruzioni ferroviarie dato che la rete ferroviaria era già stata completata. Ma le colpe maggiori le attribuisce allo Stato.
Lo Stato avrebbe potuto e dovuto trasformare in “grande slancio” la crescita degli anni '80, ma non lo fece. Anzi, lo Stato ostacolò lo sviluppo industriale da quegli anni in poi con una politica doganale assolutamente irrazionale. Per Gerschenkron lo Stato avrebbe dovuto proteggere le industrie con alto potenziale di crescita, quelle industrie innovative come la meccanica e la chimica che creavano prodotti nuovi anche per i paesi già industrializzati e che non subivano nessun tipo di egemonia. La politica tariffaria del 1878 e 1887 ha invece protetto l’industria tessile, alla base della prima rivoluzione industriale, che ora però era già matura, e l'industria siderurgica, artificiale in un paese senza carbone. Dal 1887 venne protetta anche la cerealicoltura, esposta alla nuova concorrenza dei grani d'oltremare. Tessili e agrari, acquirenti di macchinari e fertilizzanti, si opponevano alla protezione delle industrie indicate da Gerschenkron (meccanica e chimica). La meccanica in particolare aveva una protezione effettiva inesistente.
La politica doganale era dunque assolutamente sbagliata, dato che il dazio sul grano danneggiava l'intera economia e quello sull'acciaio danneggiava invece l'industria meccanica; il protezionismo per lo sviluppo industriale del paese fu un ostacolo piuttosto che uno stimolo, sarebbe stato meglio il libero scambio. Per come ha operato, lo Stato italiano avrebbe fatto meglio ad astenersi da qualsiasi iniziativa. Come fu possibile allora il grande slancio del 1896-1908 che segnò il decollo industriale italiano?
Secondo Gerschenkron il superamento di tutti questi ostacoli che ha portato comunque al “grande slancio” italiano nel periodo compreso tra il 1896 e il 1908 è dovuto alle nuove banche imprenditoriali, fondate sul modello tedesco, con dirigenti e capitali tedeschi, proprio a metà degli anni '90. Le banche miste tedesche fornirono capitali e capacità manageriali alle imprese industriali italiane. Si sostituirono allo Stato (autore di politiche errate) e sopperirono pure alla mancanza di capacità individuali carenti in un paese arretrato. L’Italia rientra pienamente nello schema generale della sostituzione dei prerequisiti mancanti.
Contributi dell'ISTAT e di Vitali
L'ISTAT pubblica tra il 1957 e il 1959 tre opere fondamentali. La prima, l'indagine, è una ricostruzione della contabilità nazionale, anno per anno, dal 1861 in poi. Per la prima volta vengono pubblicate statistiche sul PIL e sulle sue componenti, e ciò ci permette per la prima volta di giudicare gli andamenti dei grandi aggregati, anche se tuttavia i metodi utilizzati sono per lo più ignoti.
Il PIL viene studiato sia dal lato dell'offerta che da quello della spesa: AGR. + IND. + SERV. = Y = C + I + (X – M). Il conto dell'offerta è ricostruito solo a prezzi correnti (Pil nominale), per cui gli andamenti rispecchiano l'inflazione oltre che la dinamica reale. Il conto della spesa è invece ricostruito sia a prezzi correnti che a prezzi costanti (del 1938).
Le serie a prezzi costanti indicano una netta discontinuità all'interno del cinquantennio in esame. Fino a tutti i primi anni '90 il prodotto complessivo non cresce più della popolazione: il reddito reale pro-capite rimane costante, i consumi privati pro-capite tendono addirittura, anche se di poco, a ridursi. Negli anni successivi lo sviluppo è molto più rapido, ed è netto anche il progresso per abitante: l'età giolittiana sembra essere l'unico periodo in cui crescono, finalmente, la produttività e il benessere dell'italiano medio.
L'indagine non ricostruisce il conto dell'offerta (o della produzione) a prezzi costanti; presenta però in via eccezionale un indice della produzione dell'industria manifatturiera. Anche la crescita di questo settore risulta discontinua: l'indice registra infatti come quello di Gerschenkron una crescita relativamente rapida nel periodo giolittiano (5.9% annuo dal 1898 al 1908), ma prima di allora solo una crescita lentissima (1,1% annuo), appena positiva in termini pro-capite, con fluttuazioni di poca importanza. I motivi della diversità tra questi 2 indici rimangono però oscuri, dato che l'indagine fornisce solo una breve descrizione delle fonti e dei metodi utilizzati per elaborare la serie, non permettendo agli studiosi di ricostruirle.
L'indagine viene accompagnata da una seconda opera che prende il nome di sommario, contenente statistiche meteorologiche, demografiche, sociali e anche economiche: sulle produzioni agricole e industriali, sui trasporti, sul commercio estero ecc. Nel caso dell'industria, le serie del sommario riproducono dati dell'epoca, ma sono poche e lacunose. La terza opera è quella delle rilevazioni, che presentano e commentano con grande completezza, le fonti statistiche dell'epoca. Da questi volumi emerge la lacunosità delle fonti, le ricostruzioni dell'ISTAT rappresentano un contributo notevole, pioneristico, ma anche tutt'altro che definitivo e autorevole.
Nel 1963 iniziano i lavori del “gruppo di Ancona” organizzato da Giorgio Fuà; lo statistico del gruppo Ornello Vitali completa l'indagine con la ricostruzione a prezzi costanti, anche del conto della produzione (offerta). Le serie Vitali identificano 11 settori produttivi (l'agricoltura intera, i 4 grandi settori industriali e i 6 settori nel gruppo dei servizi); seguono da vicino le stime dell'ISTAT, che l'autore vuole integrare e non modificare. Per il settore manifatturiero Vitali utilizza direttamente l'indice già proposto dall'ISTAT, e siccome questo settore domina l'industria complessiva il nuovo indice della produzione industriale si discosta appena dall'indice dell'ISTAT.
La serie del reddito nazionale lordo dell'ISTAT (1957) presentava una forte discontinuità di fine secolo, con le stime ISTAT-Vitali (1965) si può indagare sui settori economici “responsabili” di tali discontinuità.
Dalla tabella notiamo che l'agricoltura ha delle fluttuazioni di breve periodo più marcate; nell'industria contano le decisioni di medio-lungo periodo e le fluttuazioni di breve periodo sono quindi meno evidenti, ma sono invece ampie le fluttuazioni di medio-lungo periodo; i servizi sono tra le 3 componenti, quella meno ciclica. Considerando insieme l'agricoltura, l'industria e i servizi, l'andamento discontinuo dell'aggregato ISTAT può essere ricondotto ad andamenti settoriali grosso modo comuni nel primo ventennio (quando tutti e 3 crescono più o meno quanto la popolazione) e nell'ultimo quindicennio (quando tutti e 3 crescono ai tassi più alti dell'intero periodo).
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunti Storia economica
-
Riassunti storia economica
-
Riassunti storia economica
-
Riassunti Storia economica (prof. Conte)