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Capitolo 4: Il ciclo dei consumi e la "crisi" degli anni Ottanta

L'andamento della produzione industriale e investimenti sono interpretati in modo diverso ma tutto sommato su quelli che sono i movimenti degli aggregati non vigono grandi divergenze. Al contrario, per i consumi e la produzione agricola vi sono delle differenze di rilievo: in particolare sugli anni '80, dove alcuni ne riscontrano un forte calo influenzando così gli anni successivi ('90) caratterizzati da una ripresa, contrariamente altri osservano un andamento più o meno costante.

Oltre le importazioni di capitali che l'Italia recepiva dall'estero permettendosi di finanziare il deficit commerciale, altro impulso importante che il nostro paese recepì fu la riduzione del prezzo del grano. In 20 anni si quasi dimezza il prezzo del grano e le conseguenze che ne derivano sono state oggetto di grandi dibattiti: alcuni considerano gli effetti totalmente negativi (la storiografia vigente) secondo il quale sono calati i consumi, le migrazioni e un impoverimento seguente della massa.

Lo stato verso la fine degli anni '80 instaurerà il dazio sul grano (rendendo di nuovo alto il prezzo del grano estero, a protezione dell'agricoltura locale) che susciterà determinati effetti anch'essi molto discussi. Tuttavia se si vuole dimostrare l'effetto della riduzione del prezzo del grano analiticamente, richiamando al modello tradizionale dei "vantaggi comparati" di David Ricardo, si arriva ad una spiegazione opposta da quella sostenuta dalla storiografia.

La teoria dei vantaggi comparati

La teoria dei vantaggi comparati dimostra che se nella produzione di un certo bene, un paese gode di un vantaggio "comparato", in una situazione di commercio libero, il paese tenderà a specializzarsi su quella precisa produzione del bene. Specializzandosi su un certo prodotto e scambiando le unità prodotte con l'altro bene, aumentano le quantità a disposizione del paese e quindi anche i consumi. Avere un vantaggio comparato significa che la produzione di quel bene ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri paesi.

Il crollo del prezzo del grano ha aumentato la differenza tra i prezzi relativi nei mercati mondiali (il rapporto tra i prezzi dei beni che corrispondono ai costi opportunità) e i prezzi relativi del nostro paese in autarchia (assenza di commercio con paesi esteri) ha aumentato i benefici dal commercio. Dalla riduzione del prezzo del grano, cambia il paniere di produzione in quanto ci si sposta verso nord-ovest sulla frontiera delle possibilità di produzione (si produce più "vino" che grano) che genera un disequilibrio nei fattori di produzione: eccesso di offerta di terra e eccesso di domanda di lavoro.

Maggiore è la domanda delle risorse per il settore che si espande, minore per quello la cui produzione diminuisce. Ma poiché le risorse sono date solo un aumento dei salari reali (delle remunerazioni dei prezzi dei fattori) permette una nuova allocazione efficiente delle risorse. Per la teoria di Hecksher-Ohlin, K/L aumenta per entrambe ma il settore intensivo in terra rimarrà tale rispetto all'altro bene (sotto l'ipotesi di non invertibilità dell'intensità dei fattori). Ma aumenti del rapporto dei prezzi dei fattori comporta un aumento del prezzo del bene in espansione: quando P/K aumenta, cresce Pv/Pg mentre decresce Pg/Pv, in quanto a rapporti dei prezzi dei fattori produttivi corrisponde un unico rapporto dei prezzi dei beni.

Perciò questo disequilibrio sul mercato dei fattori genera l'impulso a riallocarli ma soltanto con un aumento delle loro remunerazioni si torna in equilibrio, in quanto le risorse a disposizione sono limitate. Aumenta la remunerazione del settore in espansione (intensivo in lavoro) e quindi del salario reale. Il calo del prezzo del grano avrebbe dunque aumentato i consumi in Italia, a vantaggio delle masse lavoratrici che guadagnano di più e spendono in prodotti intensivi in terra, a discapito dei proprietari terrieri che vedono diminuire la loro rendita e consumano prodotti intensivi in lavoro (a prezzi più alti).

Dimostrazione: Appendice 2

Presi in considerazione due beni di produzione (grano e vino) si determina la frontiera delle possibilità di produzione che evidenzia le diverse combinazioni di produzioni efficienti dei beni (con risorse e tecnologie date). La pendenza di questa curva mostra il costo opportunità ovvero quanto costa produrre un'unità in più di vino in termini di unità dell'altro bene. In un'economia chiusa, la produzione possibile è anche il consumo massimo che si può raggiungere.

In un determinato punto sulla frontiera, la curva è tangente alla retta dei prezzi il cui coefficiente angolare indica i prezzi relativi dei beni → Costo opportunità dei beni = prezzi relativi. Aprendosi al mercato internazionale, i prezzi del grano sono più bassi e allora cambia l'allocazione produttiva di beni perché i prezzi relativi cambiano; la retta dei prezzi relativi ha un coefficiente angolare minore che va a toccare la curva della produzione in un punto più nord-ovest della frontiera. Si osserva un consumo maggiore di vino e una riduzione in quella di grano, cambia l'equilibrio di produzione (vedi figura A2.1 pagina 295).

Il segmento 2-G5 illustra il consumo possibile, il cui equilibrio è a nord-est del punto 1 di produzione di equilibrio. Perciò se aumenta la differenza tra i prezzi relativi nei due mercati (se cala il prezzo del grano), l'equilibrio di produzione si sposta dall'equilibrio in autarchia e aumentano i vantaggi del commercio. Cambiano gli equilibri di produzione cambiano le remunerazione dei fattori: Prendendo in considerazione la figura A2.2 si considerano gli isoquanti per le produzioni dei due beni (curva che unisce le combinazioni dei fattori produttivi che danno lo stesso livello di produzione del bene).

Ogni isoquanto tange in un punto l'isocosto (retta che unisce le combinazione dei fattori produttivi con lo stesso costo, la cui pendenza indica il prezzo relativo dei fattori). Nel caso ipotizzato troviamo che il grano è intensivo in terra, il vino intensivo in lavoro. Se aumentasse la remunerazione del lavoro, aumenta la pendenza degli isocosti e il punto di tangenza risale lungo l'isoquanto. I rapporti terra/lavoro aumentano per entrambi ma comunque il vino rimane più intensivo in lavoro mentre il grano lo è ancora di più in terra.

Se il prezzo del lavoro aumenta fino ad un isocosto tangente ad entrambi gli isoquanti (del vino e del grano, come quello in nero nella figura) allora per entrambe le produzioni di quelle quantità si avrà lo stesso costo. Dunque aumenta il costo del lavoro, aumenta il costo del prodotto intensivo in lavoro. Prima era più basso, ora più alto. Nella figura A2.3 vengono riportati gli ammonti di lavoro e terra per la produzione dei beni che comportano la piena occupazione delle risorse.

L'aumento del prezzo del lavoro

Come si arriva però ad un aumento del prezzo del lavoro? La riduzione del prezzo del grano libera terra e lavoro ma in proporzioni diverse da quelle che riassorbe l'aumento della produzione di vino. Si genera eccesso di domanda di lavoro, eccesso offerta terra. Questo disequilibrio porta ad un aumento del salario e una diminuzione della remunerazione della terra. In questo modo si riallocano i fattori: i produttori si spostano lungo i propri isoquanti aumentando il rapporto T/L per entrambi ma rimane invariato T*/L*. Tutte le coltivazioni diventano meno intensive, la riduzione dell'intensità di ogni coltivazione compensa esattamente l'aumento della produzione del bene intensivo in lavoro.

In sintesi: Si riduce prezzo grano, si risale lungo la frontiera delle produzioni possibili e si osserva una produzione maggiore di vino a discapito del grano, ciò comporta dei mutamenti sulle allocazioni efficienti che portano degli squilibri nei mercati dei fattori, ma in virtù di quelle che sono le risorse disponibili soltanto con un aumento del salario si torna in equilibrio. Il prezzo del grano diminuisce, aprendosi al libero scambio, cambia il prezzo relativo Pg/Pv e questo comporta una produzione maggiore di vino. Tuttavia ad ogni rapporto dei prezzi dei beni corrisponde univocamente un solo rapporto dei prezzi dei fattori produttivi e viceversa.

Modello Hecksher-Ohlin

Quando Pg/Pv e quindi il prezzo del bene a intensità di terra diminuisce aumenta Pl/Pk il rapporto dei prezzi dei fattori. Questo è dimostrato anche precedentemente nella figura A.2 del libro. Dunque se aumenta Pl/Pk significa che nelle combinazioni dei fattori per la produzione dei beni, sono aumentati per entrambe le produzioni K/L. Si è sostituito capitale al lavoro aumentando i rapporti K/L ma per la teoria di Hecksher-Ohlin il bene ad intensità di capitale rimane sempre tale rispetto all'altro bene per qualunque rapporto dei prezzi dei fattori produttivi. K/L cresce al crescere di Pl/Pk. Al contrario L/K decresce al crescere di Pl/Pk ovvero la rendita diminuisce quando cresce il salario.

Infatti poiché per entrambi aumenta K/L allora aumenta la produttività marginale del lavoro = salario mentre la produttività marginale del capitale (L/K) = rendita diminuisce al crescere del salario. Tracce che la crisi degli anni '80 si sia realmente verificata non ce ne sono; economisti come Pareto e Einaudi ricordano prosperi quegli anni. Il calo del prezzo del grano ha giovato consumi e i lavoratori, l'industria e l'agricoltura specializzata danneggiando la cerealicoltura. Dai contributi di Romeo e Luzzato nel secondo dopoguerra si registra la svolta storiografica, il passaggio dalla visione ottimista a pessimista sulle conseguenze della riduzione del prezzo del grano.

Romeo osserva i dati Istat appena pubblicati e i minimi storici negli anni '80 del consumo pro-capite e anche se con riluttanza accetta quei dati, ipotizzando ad un'impennata successiva della crescita demografica per non sminuire la successiva progressione dei consumi pro-capite. Romeo, in altre parole, guarda alla riduzione domestica del grano ma non ha in mente il modello dei vantaggi comparati e le sue conseguenze. Pescosolido ("la crisi della cerealicoltura comportò riduzione dei consumi pro-capite") Zamagni ("la crisi agraria investì l'intera economia") e Castronovo (che parla della miseria dei braccianti e della disoccupazione emergente) manifestano tutti una visione negativa.

Discussione sulla crisi degli anni '80

Toniolo evidenziò invece come nel breve periodo la riduzione del prezzo del grano giovasse le masse popolari, in quanto l'agricoltura si sarebbe dovuta spingere verso colture ad alta intensità di lavoro ma nel lungo periodo avrebbe portato conseguenze negative sui consumi pro-capite di prodotti alimentari. La fiducia nelle serie Istat era scarsa già all'epoca ma a sostenerne la credibilità era proprio la visione pessimistica degli storici. Anche se non fossero certe, le consideravano comunque utili ad illustrare una crisi, una comprensione dei livelli di vita accertati per via deduttiva.

Toniolo mise in dubbio le serie Istat, in particolare credeva che il PIL pro capite fosse cresciuto prima della fine del secolo, ma non dice che la distorsione sta proprio nelle stime sui consumi alimentari. Il sillogismo dei pessimisti era chiaro: crollo del prezzo del grano, aumentano le migrazioni a causa degli anni di miseria, quindi le masse si erano impoverite, salari bassi. Le conclusioni tratte dai pessimisti hanno riaperto dibattiti anche recenti: L'impennate delle emigrazioni non dimostra un aggravarsi della miseria. Queste potevano verificarsi perché erano più alti i salari all'estero e perché i costi di trasporto erano diminuiti.

Specialmente quest'ultima sembra essere la causa, inoltre le emigrazioni erano alte anche con Giolitti, e pur sapendolo bene, questi storici non ne tengono conto. I pessimisti poi considerano che i consumi diminuiscono mentre l'industria aumentava: questo manifesta un'incongruenza macroeconomica perché secondo il modello IS, un aumento esogeno degli investimenti comporta un aumento più che proporzionale del PIL in virtù del moltiplicatore Keynesiano. Ma l'aumento della produzione porta l'aumento dei consumi perché consegue alla crescita del reddito.

La difesa da parte dei storici si sorregge sull'ipotesi che un aumento degli investimenti ha portato una redistribuzione del reddito a favore dei ricchi e questa non ha portato così vantaggi ai consumi. Altra incongruenza è rispecchiata al livello micro-economico: si registra un calo dei consumi alimentari e una crescita leggera di quelli non alimentari; Se cala il reddito si riducono maggiormente i consumi secondari (non strettamente necessari) e poi quelli alimentari; una riduzione dei beni alimentari senza una compressione maggiore di quelli secondari (addirittura si registra un aumento) è un'eccezione alle norme micro-economiche.

Le serie a disposizione sui consumi alimentari sono poche e non molto affidabili ma quel poco che dimostrano non supporta la visione pessimistica. Le serie a disposizione sono sulla birra (in quanto tassata), beni importati come lo zucchero e il caffè, e infine sul tabacco: La tabella 4.01 di pagina 140 riporta nelle prime 3 colonne in medie decennali quello che è stato il consumo di 3 beni (birra, zucchero e caffè), nelle colonne 4-6 i prezzi al consumo di questi beni sia nominali che reale, e infine la spesa reale di caffè in colonna 8 (colonna 2 per colonna 6) e di zucchero in colonna 9 (colonna 3 per colonna 7).

Queste serie confermano che negli anni '80 non sono stati di crisi ma anzi tempi prosperi. Dagli anni '70 agli '80 aumentano i consumi pro capite, i prezzi deflazionati e la corrispondente spesa reale. Ciò va a confermare il probabile aumento della domanda indice del reddito dei consumatori. Lo stesso andamento si manifesta negli anni '80 e primo novecento mentre una riduzione dei consumi (in virtù di contrazione della domanda) si evidenzia negli anni '90, nonostante aumento prezzi deflazionati.

Graficamente si osserva come spesa reale e consumo seguono su per giù uno stesso andamento oscillatorio, crescita negli anni '80, calo nei '90 e poi crescita di nuovo nel novecento. I primi anni manifestano una crescita della spesa reale negli anni '60 per poi oscillare fino agli '80. Il prezzo reale segue l'andamento della spesa reale, alte negli anni '60 poi decresce fino agli '80 per intraprendere una crescita fino al nuovo secolo. In un'analisi di lungo periodo si segnala comunque una diminuzione del livello dei prezzi.

Alcuni dati sono raccolti sul consumo di beni secondari (cotone e lana) e anch'essi mostrano come quest'ultimi siano cresciuti negli anni '80 assieme a beni primari. Nulla suggerisce che i consumi sono diminuiti, zero evidenze di crisi; spesa reale di questi beni cresce negli anni '80 e decresce nei '90 per poi crescere di nuovo nel nuovo secolo. Sempre nella tabella 4-01 (b) sono riportati in media decennale i consumi pro-capite di cotone e fibra (colonna 1 e 2) i prezzi dei beni nominali e reali e infine la spesa reale.

I consumi aumentano di decennio in decennio ma più rapidamente negli anni '80 e nel boom giolittiano. Non ci sono evidenze che aumenti del consumo di beni secondari hanno ridotto il consumo di beni primari. L'ipotesi di un possibile calo dei beni primari per un aumento dei secondari non è confermata da niente perché non c'è traccia di un aumento diffuso della povertà, ed un aumento della diseguaglianza sulle distribuzioni di reddito.

L'altezza delle reclute era considerato un indice della povertà e i dati raccolti dall'Istat evidenziano una crescita nel lungo periodo dell'altezza media simbolo di miglioramenti delle condizioni di vita e di nutrizione. Vecchi ha dato un ulteriore contributo, analizzando un campione di bilanci familiari dall'Unità in poi ha confermato come vi sia una totale assenza di diseguaglianze sulle distribuzioni di reddito (ricchi che spendevano di più sui beni secondari e poveri che riducevano il consumo di beni primari), anzi la diseguaglianza sembra diminuire.

Negli anni '80 gli Italiani spendono di più per vestirsi senza ridurre la propria alimentazione, non vi è traccia di una diminuzione complessiva del consumo pro-capite di prodotti alimentari. Ulteriore prova della tesi di Fenoaltea si riscontra con l'indice dei salari nominali. Si osservano i salari e si vuole osservare se negli anni '80 i salari nominali (W) aumentavano o diminuivano. La serie dei salari dal 1862 al 1903 i dati DIRSTAT mostrano una crescita continua di W.

Queste serie potevano non essere prese molto in considerazione perché provenivano da industrie tessili che beneficiarono del protezionismo industriale negli anni '80 sotto il governo De Pretis. Poteva essere cresciuta la remunerazione del capitale umano che era sempre più specializzato e non il salario. A supporto allora si è ricostruito un indice dei salari nominali delle persone non qualificate: manovali, facchini e altri che lavoravano in varie imprese mostrano un trend dei loro salari che tende ad aumentare raggiungendo massimi negli anni '80 e nel boom giolittiano e una ricaduta sostenuta negli anni '90.

A determinare i salari di questi erano in particolare i salari del lavoro alternativo ovvero quello dei braccianti: questi dati sono parziali, per alcuni decenni stimati da quelli industriali, mostrano comunque un andamento parallelo a quelli industriali. La correlazione semplice tra i salari industriali e agricoli è positiva (0,99) tra il 1881 e 1913 con una piccola divergenza segnalata nei primi anni '80 quando i salari rurali manifestano

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trovich di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Ciccarelli Carlo.
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