Sociologia delle immigrazioni
Introduzione
- Integrazione = Intesa come un'integrazione positiva basata sulla parità di trattamento e sull’apertura reciproca tra società ricevente e cittadini immigrati, diventare una parte accettata della società.
- Interazione = Intende porre l'accento sulla pari dignità delle culture.
Capitolo 1: Migrazioni e migranti
1.1 L'oggetto di studio e le sue caratteristiche
Le migrazioni possono essere viste come una forma di mobilità territoriale della specie umana, soprattutto volontaria (Mosè e gli ebrei verso la terra promessa). Una tipologia particolare di migrante è quella del rifugiato.
Migrante (definizione proposta dalle Nazioni Unite) = Una persona che si è spostata in un paese diverso da quello di residenza attuale e che vive in quel paese da più di un anno. La definizione include:
- Attraversamento di un confine nazionale e lo spostamento in un altro paese.
- Il fatto che questo paese sia diverso da quello in cui il soggetto è nato o ha vissuto attualmente nel periodo precedente il trasferimento.
- Una permanenza prolungata nel nuovo paese (almeno un anno).
Nella definizione non si tiene conto delle migrazioni interne né degli spostamenti di durata inferiore a un anno, né di diverse visioni giuridiche di chi siano gli immigrati e i cittadini. Difficoltà di individuare con precisione chi siano gli immigrati.
Nel linguaggio comune immigrato/extracomunitario (non appartenente all'Unione Europea) implica una implicita valenza peggiorativa (consideriamo questi paesi come poveri). I progressivi allargamenti dell’UE e lo sviluppo economico hanno avvicinato le condizioni di vita di questi paesi a quelle dei partner europei.
Immigrato doppia alterità: una nazionalità straniera e stato di povertà. Le migrazioni sono inquadrate come processi in quanto dotate di una dinamica evolutiva che comporta una serie di adattamenti e di modificazioni nel tempo, e come sistemi di relazioni che riguardano le aree di partenza, quelle di transito e quelle di destinazione, coinvolgendo una pluralità di attori e istituzioni.
Emigrazione (emigrante) vs Immigrazione (immigrato). Negli ultimi anni si è sviluppata una visione transnazionale che si sforza di tener conto sia del luogo di provenienza sia del luogo di partenza.
Migrazioni interne = Spostamenti da una regione all'altra dello stesso paese. Questa tipologia di migrazione presenta aspetti simili alle migrazioni internazionali (i migranti possono essere percepiti come diversi) e aspetti diversi (gli immigrati interni sono cittadini, hanno diritto di voto e di accesso ai benefici spettanti ai residenti).
Migrazioni = Costruzioni sociali complesse in cui agiscono i principali gruppi di attori:
- Società di origine (con la loro capacità di offrire benessere, libertà e diritti ai propri cittadini e con politiche più o meno favorevoli all'espatrio per ragioni di lavoro da parte della popolazione).
- Migranti attuali e potenziali (con le loro aspirazioni, progetti e legami sociali).
- Società riceventi (sotto il duplice profilo della domanda di lavoro di importazione e delle modalità di accoglienza, istituzionale e non, dei nuovi arrivati).
La formazione di minoranze etniche riflette questa interazione tra dinamiche autopropulsive delle popolazioni immigrate e processi di inclusione da parte delle società riceventi. Minoranze etniche:
- Sono gruppi subordinati all'interno di società complesse.
- Presentano aspetti fisici o culturali soggetti a valutazione negativa.
- Acquisiscono un'autocoscienza di gruppo (medesima lingua, cultura, storia).
- Possono trasmettere alle generazioni future le loro tradizioni.
Dopo la seconda guerra mondiale le migrazioni sono aumentate in volume e destinazioni. Esempio: dal 1960 al 2000 le stime disponibili mostrano un aumento della popolazione migrante da 76 a 175 milioni circa. Non esiste una soglia statistica al di là della quale l'immigrazione risulterebbe ingovernabile.
Un aspetto importante delle migrazioni contemporanee è il superamento dell'identificazione dell'immigrato soltanto con la figura del lavoratore manuale, generalmente maschio, inizialmente solo.
Si cominciano quindi a distinguere diversi tipi di immigrato:
- Immigrati per lavoro: caso particolare della donna, "doppia discriminazione" perché donna e perché immigrata.
- Immigrati stagionali o lavoratori a contratto: in alcuni paesi sono sottoposti a una regolamentazione ben precisa, che ne autorizza l'ingresso per periodi limitati (es: lavoro stagionale in agricoltura). Questo tipo di immigrazione, riclassificata con il nome di "migrazione circolare", tende ad essere preferita dalle politiche governative.
- Immigrati qualificati e imprenditori (tecnici, informatici, ingegneri, scienziati): si parla di "internazionalizzazione delle professioni". Ultimamente si osservano tendenze verso una maggiore apertura nei riguardi di questa tipologia di immigrazione. Si sta sviluppando in tutte le società riceventi il fenomeno del lavoro indipendente e della cosiddetta "imprenditorialità etnica", e questo tende a modificare l’immagine dell’immigrato.
- I familiari al seguito: categoria diventata importante dopo la chiusura delle frontiere. Porta a un aumento della quota di popolazione immigrata che non partecipa alla vita del mercato del lavoro, di pari passo con la domanda di abitazioni e servizi sociali. Quindi il profilo anagrafico tende a “normalizzarsi”.
- I rifugiati e i richiedenti asilo: le due categorie si distinguono per effetto della Convenzione di Ginevra (ONU). A) Rifugiato: una persona che risiede al di fuori del proprio paese, che non può/vuole tornare a causa di “un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione”. B) Il richiedente asilo: è una persona che si sposta attraversando le frontiere in cerca di protezione. Alcuni parlano in senso più ampio di “migrazioni forzate”, includendo anche le persone costrette a trasferirsi per effetto di catastrofi naturali o progetti di sviluppo.
Nell'ultimo decennio si sono aggiunti un numero elevato di profughi a causa della guerra. Per questo motivo a volte si ricorre al termine: "rifugiati politico-economici". I paesi più sviluppati hanno reagito a questo incremento della domanda di asilo inasprendo i criteri di accesso.
Nascita di due nuove figure di migranti:
- Immigrato in condizione irregolare: identificato come colui che è entrato in maniera regolare e poi rimasto dopo la scadenza del titolo che gli aveva consentito l’ingresso.
- Il clandestino: colui che è entrato in maniera fraudolenta, attraversando la frontiera senza documenti.
Vittima del traffico: persona straniera coinvolta in un attraversamento delle frontiere con la forza o più spesso con l'inganno, condizionata nella libertà di scegliere lavoro e residenza, e costretta a svolgere attività che procurano introiti ai "trasportatori". In Italia, l’immigrato che si trova in condizione irregolare soggetto fino a una certa data a provvedimenti di espulsione o di restrizione, successivamente può diventare regolare e accedere a una normale occupazione e a diversi benefici sociali. Se sposa un cittadino italiano può diventare cittadino.
Le definizioni di regolarità e irregolarità variano a seconda dei dispositivi di regolazione dell’immigrazione istituiti dallo stato ospitante.
Un caso particolare è quello dei migranti di seconda generazione: i figli di immigrati nati nel paese ricevente, insieme a quelli nati nel paese d’origine e ricongiunti in seguito (nel secondo caso si parla di “minori immigrati”). “Diritto di suolo” = Chi nasce sul territorio nazionale è cittadino. “Diritto di sangue” = Per essere cittadini occorre discendere da cittadini.
Migranti di ritorno: coloro che rientrano nei luoghi di origine dopo aver trascorso un periodo della loro vita in un altro paese. Dal punto di vista psicosociale si tratta di una nuova immigrazione.
Limitandoci alla storia contemporanea possiamo distinguere vari periodi:
- Il periodo industriale e della grande emigrazione: si estende dal 1800 per i paesi anglosassoni e nord-europei e per l’Italia dal 1880 fino alla prima guerra mondiale (tra gli anni 80 dell’800 e i primi 15 anni del 900, nel complesso il fenomeno coinvolse 10 milioni e mezzo di italiani).
- Il periodo tra le due guerre: in cui troviamo espulsioni, esodi di profughi, deportazioni, che si accompagnano a nuovi fabbisogni di manodopera per compensare i vuoti lasciati dalle perdite belliche, si afferma l’idea della regolamentazione delle migrazioni attraverso trattati internazionali (negli Stati Uniti gli anni 20 vedono l’introduzione di misure restrittive che, sommandosi alla crisi del 29, hanno l’effetto di diminuire drasticamente gli ingressi, mentre in Italia il fascismo ostacola nuove partenze).
- Periodo della ricostruzione: dal 1945 ai primi anni 50, vede il rilancio dei movimenti migratori dopo gli sconvolgimenti bellici (i profughi rappresentano più della metà dei due milioni e mezzo di europei che tra il 1947 e il 1951 raggiungono le Americhe e l’Oceania).
- Il periodo del decollo economico: contraddistinto dagli accordi intergovernativi per la fornitura di forza lavoro e dalla regolarizzazione dei lavoratori. Cresce il volume delle migrazioni e si allargano le aree di reclutamento (grandi migrazioni interne al nostro paese, con spostamenti di massa dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord).
- Periodo del blocco ufficiale delle frontiere verso l’immigrazione per lavoro: a causa della recessione e dell’impennata della disoccupazione, i paesi dell’Europa centro-settentrionale decidono unilateralmente di non ammettere più migranti per lavoro e incoraggiano, con scarso risultato, il rimpatrio di coloro che sono già installati.
- Un nuovo scenario (contemporaneo): l’attuazione e il perfezionamento degli accordi di Schengen per un controllo più rigoroso delle frontiere esterne. Avviene anche una revisione a livello europeo della politica del blocco delle frontiere. Ingresso nel primo decennio del 2000 di 12 nuovi Stati membri (principalmente dall’Europa dell’Est).
Nel nuovo contesto si identificano alcune tendenze generali dei processi migratori:
- La globalizzazione delle migrazioni: con la crescita del numero di paesi interessati al fenomeno come società riceventi e come aree di origine.
- Accelerazione delle migrazioni: con crescita delle dimensioni quantitative del fenomeno in tutte le principali zone di destinazione.
- Differenziazione delle migrazioni.
- Femminilizzazione delle migrazioni.
Lo schema proposto da Ocning individua 4 fasi/stadi dei processi migratori:
- Prima fase: caratterizzata dalla grande mobilità ed elevati tassi di attività.
- Seconda fase: crescita dell’età media, mentre la distribuzione per genere resta costante, con la predominanza dei maschi, tra i quali aumenta la quota di sposati.
- Terza fase: l’immigrazione comincia a stabilizzarsi, diminuisce la popolazione attiva. Nello stesso tempo partono nuovi emigranti dalle aree meno sviluppate del paese d’origine iniziando nuovamente dai giovani maschi celibi ma dotati di livelli di qualificazione mediamente più alti dei precedenti.
- Quarta fase: l’immigrazione giunge a maturità. La permanenza si allunga aumentando i ricongiungimenti familiari. Sorgono a poco a poco istituzioni etniche. Il soggiorno, inizialmente concepito come temporaneo, tende a prolungarsi e spesso diventa permanente.
Le critiche a questo schema riguardano la sua rigidità (si concentra sull’immigrazione per lavoro di manodopera salariata, non si concentra abbastanza su altri tipi di flussi come quelli dei rifugiati).
Un altro modello è stato proposto da Castles e Miller (più sensibile di quello precedente all’azione delle reti sociali):
- Primo stadio: migrazioni temporanee per lavoro da parte di giovani con l’inizio dei guadagni in patria e un orientamento protratto verso il luogo di origine.
- Secondo stadio: prolungamento del soggiorno e sviluppo di reti sociali, basate sulla parentela e sulla provenienza, motivate dal bisogno di aiuto reciproco nel nuovo contesto.
- Terzo stadio: ricongiungimento familiare, coscienza crescente di un insediamento di lungo termine, progressivo orientamento verso la società ricevente, emergere di comunità etniche con le proprie istituzioni.
- Quarto stadio: insediamento permanente che, in relazione alle politiche pubbliche e ai comportamenti sociali della popolazione natia, può condurre sia a uno status legale consolidato ed eventualmente all’acquisto della cittadinanza, sia alla marginalizzazione socioeconomica e alla formazione di minoranze etniche.
Un terzo approccio porta al concetto di “ciclo migratorio” (o movimento):
- Marginalità salariale: condizione di lavoro dipendente e inserimento nella classe operaia (lavoratore straniero).
- Seconda fase: compresa tra i 5 e i 15 anni dal momento dell’arrivo, in cui avvengono nuovi ingressi. Quindi l’immigrazione sviluppa una funzione demografica, compaiono così nuovi attori.
- Un terzo momento: la popolazione di origine si stabilizza, le parti in causa sono chiamate a sviluppare processi di reciproca inclusione (considerare gli altri come elementi significativi dell’ambiente in cui si trovano).
Anche in quest’ultimo approccio le migrazioni per lavoro rappresentano il momento iniziale, e le donne entrano in scena solo in un secondo momento, in relazione ai ricongiungimenti familiari e al progressivo radicamento nelle società riceventi.
Capitolo 2: Alla ricerca delle cause
Lo sforzo di spiegare le migrazioni costruendo modelli teorici è piuttosto recente: seconda metà del Novecento. La visione dei fenomeni migratori più diffusa è quella che li connette con cause strutturali operanti a livello mondiale e in modo particolare nei paesi di provenienza: la povertà; la mancanza di lavoro; la sovrappopolazione.
A questa visione i demografi hanno dato una forma teorica attraverso la distinzione tra fattori di spinta (push factor) e fattori di attrazione (pull factors).
Si distinguono due fasi storiche:
- Periodo a cavallo tra 800 e 900: nel quale prevalevano i fattori di attrazione (da parte di sistemi economici più sviluppati).
- Fase attuale: nella quale prevalgono i fattori di spinta (i migranti oggi si muovono principalmente per effetto della forza dei fattori espulsivi operanti nei luoghi di origine).
Mediante concetti come quello di “pressione migratoria”, arrivano alla conclusione che un travaso di popolazione dalla sponda sud verso la sponda nord del Mediterraneo è la conseguenza logica degli squilibri che si verificano.
Teoria neomarxista della dipendenza = Le migrazioni per lavoro discendono dalle disuguaglianze geografiche nei processi di sviluppo, indotte dalle relazioni coloniali e neocoloniali che riproducono lo sfruttamento del terzo mondo attraverso rapporti di scambio ineguali.
Brain drain = “Drenaggio” dei soggetti più attivi ed istruiti.
Teorie del sistema mondo (Wallerstein) = La crescente globalizzazione delle comunicazioni e degli scambi incrementa i legami tra diverse aree del pianeta. Wallerstein ha ripreso l’idea della divisione internazionale del lavoro e degli scambi ineguali, classificando i paesi in base al loro grado di dipendenza dalla dominazione capitalistica occidentale. Le migrazioni vengono viste come un effetto della dominazione esercitata dai paesi del centro su quelli della periferia dello sviluppo capitalistico.
A partire da considerazioni analoghe, diversi studiosi della globalizzazione hanno posto in rilievo la contraddizione tra la libera circolazione di capitali, delle merci e delle informazioni e la chiusura delle frontiere rispetto alla mobilità dei lavoratori.
Alla prospettiva sistema mondo si collega anche l’idea secondo cui le migrazioni, in particolare per lavoro, si caratterizzano come processi di costruzione e incessante rielaborazione di relazioni tra aree di origine e aree di destinazione dei flussi.
Teoria sistemica delle migrazioni = Le migrazioni sono collocate nel contesto degli scambi e dei rapporti di varia natura (economica, politica, culturale, linguistica) che legano i paesi e le aree geografiche.
“Sistema migratorio” = Sottolinea che le migrazioni sono solo una delle componenti dei sistemi di legami che pongono in relazione paesi diversi, e andrebbero sempre analizzate nel contesto complesso in cui sono collocate.
In altri termini: le persone emigrano da un certo paese verso un altro, perché tra i due esiste già una serie di legami.
A queste letture del fenomeno si può obiettare che le migrazioni sono certamente legate a differenze economiche profonde tra aree di partenza e aree di destinazione; ma questo fattore, benché influente, non è tuttavia sufficiente a produrre movimenti di popolazione da un paese all’altro. È contestabile in modo particolare il legame diretto tra povertà e migrazioni: i poveri solitamente arrivano non dai paesi più poveri ma da quelli mediamente poveri.
Per esempio, nel caso italiano le maggiori componenti di immigrati arrivano in ordine da: Romania, Albania, Marocco. Gli immigrati inoltre non provengono generalmente dagli stati più poveri del paese d’origine ma semmai prevalentemente dalle classi medie.
Essere poveri e oppressi non basta: occorrono risorse, conoscenze e capacità.
Nelle visioni fino a qui analizzate i migranti rischiano di essere considerati soggetti passivi. Lo schema Push-Pull (impiegato ancora spesso in Italia) enfatizza sui fattori di spinta ed è considerato insoddisfacente a livello internazionale. Non tiene conto della dimensione.
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