Gli ultimi padrini
Indagine sul governo di Cosa Nostra
Testo di: Alessandra Dino
Tra mafia e politica
È un dottore, laureato in medicina, la cui storia è il dottore, la mafia e la politica: Gioacchino Pennino, si oppone all'ascesa del potere mafioso e dispone ad accettare compromessi e accordi pur di mantenere inalterate le proprie posizioni di privilegio. Lo zio di Pennino era un uomo d'onore, inserito con responsabilità economiche e sociali all'interno dell'organizzazione mafiosa del capoluogo siciliano. Egli deve misurarsi con una tradizione familiare che non gli lascia scampo e che lo introduce in un mondo parallelo, dove vivrà fino ad età avanzata una storia di doppia identità.
Con lo zio, Pennino, da giovane, cominciò a frequentare i salotti buoni di Palermo come quello esclusivo del Circolo della stampa, ospitato nelle sale annesse al Teatro Massimo di Palermo, che diventano il luogo dove commercianti, ricchi professionisti, burocrati, politici e uomini d'onore si incontrano. Accadeva anche che l'alta borghesia si ritrovasse assieme alla palermitana, a diretto contatto con l'elite della criminalità sulle piazzole del tiro a volo mafioso, ad esercitarsi nell'arte del tiro al piattello. È a partire da questi luoghi che nascono e si sviluppano le pericolose frequentazioni di una parte della società palermitana, avida di denaro e potere, con professionisti e imprenditori che non disdegnano la compiacenza e l'amicizia di esponenti mafiosi di elevatissimo spessore criminale; insieme, in breve tempo e in perfetta sinergia, daranno la scalata al potere economico e politico in tutte le sue diverse declinazioni, città, nell'intero regione e poi anche in tutto il Paese.
Oltre che in Cosa Nostra, Gioacchino Pennino viene introdotto dallo zio anche negli ambienti politici emergenti della Democrazia Cristiana. Era stato soprattutto nella DC palermitana che sarebbe stato uno dei principali animatori ad introdurlo presso il circuito politico-ormai invitato a partecipare a tutti gli incontri riservati, sia che si dovesse discutere di candidature, sia che il governo individuasse le strategie elettorali del gruppo; la sua presenza era essa che una doverosa, date le alleanze politiche e le strategie da adottare in Consiglio comunale e nell'Assemblea regionale.
La politica e la mafia si erano rese conto anche del suo potenziale di voto, del numero di potenziali elettori che in qualità di esercente la professione medica egli avrebbe potuto in qualsiasi momento contattare e indirizzare al voto in una prossima tornata elettorale. Gli incarichi professionali di Pennino, in quel periodo, aumentano di pari passo con le responsabilità politiche che gli vengono attribuite all'interno del partito scudocrociato. Nel 1968 viene nominato capo reparto presso la sezione generale dell'INAM per la provincia di Palermo. Nel 1973 assumerà la carica di segretario della sezione DC del quartiere Ciaculli, che conserverà fino al 1980. Quasi contestualmente, decide di entrare ufficialmente nella corrente politica guidata, a livello locale, da un giovane democristiano originario di Corleone: Vito Ciancimino.
Quando a Palermo la corrente di Ciancimino aderisce al correntone nazionale di Giulio Andreotti, Pennino segue il capocorrente solo dopo un primo contatto con Giuseppe Di Maggio, capo della famiglia di Brancaccio, che lo spinge ad accettare l'opportunità di poter fare affidamento su un referente politico nazionale. Arriviamo alla fine del 1981. Sono tempi difficili a Palermo, sul finire del 1981, si combatte una feroce guerra di mafia. Nei mesi, i corleonesi hanno ucciso Stefano Bontate (23 aprile 1981), principe di Villagrazia, e il suo alleato Salvatore Inzerillo (11 maggio 1981). I gruppi di fuoco dello schieramento corleonese in pochi giorni scatenano una spietata guerra, che si risolve nel progressivo sterminio del gruppo avversario, con un sanguinoso assestamento strategico anche nelle altre provincie siciliane e nei nuclei di Cosa Nostra fuori dall'Isola, dove i corleonesi possono contare su alleati e complici.
Uomini d'onore legati al gruppo dei perdenti vengono uccisi a Catania, Agrigento, Trapani, Alcamo, Mazara del Vallo, Milano; vengono inseguiti a Torino, a Roma, perfino in Germania e negli Stati Uniti. In alcuni casi, vengono colpiti anche amici e familiari: come nel caso di Tommaso Buscetta, che intanto si è rifugiato in Brasile, o come nel caso di Gaetano Badalamenti, patriarca di Cinisi, e di Salvatore Contorno, killer e uomo di fiducia di Bontate. Il dottor Pennino non ne sa molto della guerra di mafia che in quei giorni insanguina la città. Una serie di contingenti opportunità portano Ciancimino ad operare per l'alleanza con Lima e a comunicare agli uomini del suo gruppo la decisione di interrompere formalmente i rapporti con la corrente andreottiana. Il fatto che la notizia pervenga improvvisa, senza alcuna preventiva discussione e senza una plausibile spiegazione politica, priva il gruppo dell'appoggio di un leader nazionale, scuote il giovane Pennino e lo spinge alla decisione di abbandonare il gruppo e di cambiare quindi corrente in Consiglio comunale.
Tuttavia, prima di darne ufficiale comunicazione al partito, Pennino ritiene sia opportuno annunciare la decisione a Giuseppe Di Maggio, uomo d'onore della famiglia mafiosa di Brancaccio, che pochi anni prima lo aveva spinto a legarsi a Ciancimino. Questa volta, però, alle richieste di Pennino, Di Maggio si mostra sfuggente, dubbioso, liquidatorio. A Pennino i conti non tornano. Le eccessive cautele del Di Maggio lo insospettiscono, non riesce a comprenderne il motivo. Pur tuttavia chiede un appuntamento al capo della famiglia di Ciaculli, Greco, ma anche lui gli oppone un denso silenzio. Se vorrà, gli spiega, dovrà parlarne direttamente con i corleonesi: con Bernardo Provenzano.
Così il dottor Pennino si reca a Bagheria, da Provenzano. In quella occasione, Provenzano minaccia il dottore, intimandogli di astenersi dall'assumere, sia personalmente che attraverso altri, qualunque iniziativa politica che potesse compromettere l'integrità del gruppo cianciminiano in Consiglio comunale. Pennino resta sconcertato: da un lato, la violenta reazione del capomafia gli provoca immediate e forti preoccupazioni per la sua stessa integrità personale. D'altro canto, fortemente impressionato dalla competenza del suo interlocutore e incolto dalla sua approfondita conoscenza in tema di equilibri e dinamiche della politica cittadina. Provenzano parlava con molta competenza dei problemi, delle situazioni di potere che c'erano.
La sensazione di Pennino era che Provenzano avesse addirittura un potere decisionale sulla politica di Palermo. Nelle settimane successive, però, il medico sente voglia di distaccarsi da tale parte: l'idea di essere obbligato a seguire le indicazioni politiche dettate dal capomafia, senza neanche poterle discutere, non lo lascia tranquillo. Nel frattempo, a Palermo si assiste a continui omicidi. Il 30 aprile 1982 viene assassinato il segretario regionale del PCI, Pio La Torre, insieme al suo collaboratore Rosario Di Salvo.
Ricordiamo il congresso regionale di Agrigento, siamo nel febbraio del 1983: l'assise regionale della DC, che si tiene nella Valle dei Templi, passerà alle cronache come il momento in cui si consuma la rottura con Vito Ciancimino. Vito Ciancimino ed il suo piccolo gruppo erano stati tagliati fuori dalle votazioni per il rinnovo del Consiglio regionale. E Lima era stato costretto a rompere un sodalizio trentennale. Il clima politico è favorevole: così il giovane medico decide di intestare un incontro con Provenzano, cercando prima la mediazione di un uomo d'onore che fosse in grado di fronteggiare l'eventuale reazione. La scelta cade su Giuseppe Greco, il tesokiller di fiducia dei corleonesi e capo mandamento della borgata di Ciaculli.
Attraverso una serie di intermediazioni, Pennino riesce a ottenere un appuntamento e si reca a incontrarlo in un fondo rustico della borgata. In quell'occasione, Provenzano accolse la richiesta del medico. Mentre stava per abbandonare lo studio medico, viene bloccato dal Greco, il quale lo esorta alla prudenza e lo diffida dall'invitare nessuno dei suoi amici di non tentare a seguire il suo esempio. Lo avverte di non indurre nessuno a seguirlo. Il medico, infine, comunica a Ciancimino la decisione di voler abbandonare il gruppo e aderire ad altra corrente della DC, e chiude definitivamente il rapporto di collaborazione con l'uomo politico corleonese.
La vicenda umana e politica del dottor Gioacchino Pennino, stimato medico di Palermo, autorevole esponente locale della Democrazia Cristiana, prenderà da quel giorno altre strade. Ma gli episodi che abbiamo rievocato valgono a dimostrare sotto quale cappa di connivenza e paura abbia per anni operato la politica in Sicilia e in molti altri territori del Mezzogiorno. In un clima, cioè, che ha consentito a uomini come Provenzano di far pesare la propria leadership mafiosa, indebolendo il ruolo legittimo della politica e delle istituzioni e condizionando il libero consenso dei cittadini.
I meccanismi di raccolta del consenso elettorale:
Tommaso Buscetta ha raccontato alcuni episodi come esempio della collaborazione prestata dalle varie famiglie mafiose della provincia di Palermo in favore di candidati graditi a Cosa Nostra, in occasione delle campagne elettorali per le elezioni politiche e amministrative. Ogni famiglia assumeva l'onere di organizzare la raccolta del consenso nel proprio quartiere in maniera semplice e sbrigativa: era sufficiente che il capomafia della zona girasse per le strade del quartiere tenendo sottobraccio il candidato che intendeva promuovere, magari accompagnandolo a prendere il caffè in un bar della zona. Era importante che tutti li vedessero insieme: non occorreva fare comizi, perché già solo quel gesto rappresentava una chiara indicazione agli elettori del circondario, che senza altra sollecitazione avrebbero compreso ed espresso il loro voto in favore dell'"amico degli amici".
La forza coercitiva di tale ostentata signoria sul territorio era talmente elevata che le famiglie mafiose, assicura Buscetta, riuscivano addirittura a fare una stima preventiva dei voti da raccogliere nel quartiere, prima ancora che la consultazione avesse luogo. Ci racconta dunque delle capacità di condizionamento elettorale espresse dagli affiliati all'organizzazione mafiosa.
Questo accadeva nel 1987. Il collaboratore di giustizia, Tullio Cannella - che nel quartiere di Brancaccio ha fatto politica di base, ricoprendo la carica di vicesegretario della locale sezione DC, nonché quella di segretario del movimento giovanile di sezione e di capoluogo DC al consiglio di quartiere - ha spiegato come il ruolo giocato da Cosa Nostra nel processo di formazione delle rappresentanze politiche in vaste porzioni del territorio cittadino sia rimasto praticamente immutato. I meccanismi di raccolta del consenso elettorale non si sono trasformati. Ancora oggi, come ha ribadito, alcuni candidati vengono eletti in una determinata circoscrizione a prescindere dal loro impegno e dalla loro presenza nel quartiere, indipendentemente dal fatto stesso che essi siano o meno conosciuti dagli elettori di quel luogo.
In vista delle elezioni, i referenti locali dell'organizzazione mafiosa scelgono il candidato da votare e fanno girare per il quartiere le indicazioni di voto. Il candidato può anche non farsi mai vedere nel collegio, né prima né dopo le elezioni, perché egli spiega Cannella non ha motivo di girare per il quartiere e ringraziare gli elettori. Egli ha un solo obbligo: "fare le cortesie a chi le doveva fare", cioè, agli uomini d'onore che ne hanno promosso la candidatura e determinato l'elezione. Pennino questo meccanismo lo conosceva molto bene e ne era rimasto impressionato.
La palma sale a nord
A Palermo dunque, fino al 1981 certamente, la corrente di Vito Ciancimino in seno al Consiglio comunale sembra costituire emanazione diretta della concertazione di orientamenti e decisioni tra il capo corrente e Bernardo Provenzano. Il quale, dal canto suo, si muove, agisce e si esprime alla stregua di un vero e proprio leader politico. A partire dal dopoguerra le correnti democristiane operanti in seno al Consiglio comunale di Palermo hanno dato vita ad una sistematica appropriazione delle risorse pubbliche, attingendo allo strumento delle assunzioni di personale, ciascuna a garanzia del proprio bacino elettorale.
Il controllo mafioso di una corrente, anche di piccole dimensioni, come quella guidata da Vito Ciancimino, ha potuto, dunque, assicurare l'infiltrazione di uomini di fiducia nei punti vitali degli apparati pubblici: nell'azienda del gas, nella municipalizzata dei trasporti, in quella della nettezza urbana e così via.
In alcuni casi la corrente ha potuto contare, come nel caso di quella cianciminiana, anche sui favori di alcuni referenti in Consiglio provinciale e all'Assemblea regionale; la gestione delle clientele, in quel caso, avvenuta su numeri a doppio zero: solo nel 1985, per il funzionamento dell'amministrazione regionale, a Palermo sono state assunte circa 9000 persone, di cui il 92,7% per chiamata diretta e il rimanente per concorso, con un picco di chiamate all'impiego coincidente con la vigilia di elezioni politiche. Su un piano più strettamente attinente alla vita interna di partito, l'interesse preminente degli esponenti di Cosa Nostra è rimasto per lungo tempo legato al controllo delle Sezioni da cui l'elezione dei delegati da inviare ai congressi provinciali del partito. Perché poi erano proprio le scelte operate in sede congressuale provinciale a condizionare, secondo un perverso meccanismo di trascinamento, gli assetti degli stessi regionali e nazionali, come spiega l'onorevole Giovanni Matta.
La vigilanza di Cosa Nostra nei diversi e cruciali passaggi congressuali provinciali del partito scudocrociato era puntuale e capillare. I delegati ai congressi venivano controllati fin dentro le assisi, per verificare che il loro voto fosse in linea con le decisioni dell'organizzazione. Tutto questo, ovviamente, aveva un peso ancora più condizionante all'epoca della formazione delle liste elettorali, anch'esse determinate sulla base di un delicato equilibrio tra correnti, in cui anche la mafia entrava a pieno titolo reclamando il proprio ruolo e i propri spazi.
L'esperienza degli ultimi anni dimostra come è mutata e forte per aggredire la capacità di Cosa Nostra di interferire sulla raccolta del consenso e di condizionare i processi di selezione del personale politico. Se, anzi, nel passato la rigidità del sistema organizzativo dei partiti veniva elusa attraverso il controllo del tesseramento e dei congressi locali, oggi i legami tra Cosa Nostra e i vari passaggi congressuali sono più flessibili e diretti. Emblematica al riguardo la testimonianza di Francesco Campanella, che ha rievocato agli inquirenti le vicende che lo hanno portato a sedere sulla poltrona di presidente del Consiglio comunale di Villabate, un grosso centro alle porte di Palermo. Il racconto di Campanella mette in evidenza quanto forti e vincolanti siano rimasti i legami tra Cosa Nostra, il territorio e la politica locale, a molti anni di distanza dalle storie riconosciute da Gioacchino Pennino. Lo scenario è sempre il medesimo, anche se al posto di Provenzano questa volta la fanno da protagonisti alcuni uomini del suo più stretto circolo di favoreggiatori. I capimafia controllano consiglieri, assessori, dirigenti, gestiscono la vita del piccolo Municipio, le sue risorse e i suoi investimenti; controllano anche le dinamiche interne alla politica, tanto da pretendere di dover autorizzare le candidature elettorali o la marcia di uno schieramento politico in favore di un altro diverso e contrapposto.
Nemici per la pelle
Gli assestamenti economici verificatisi in Italia nel secondo dopoguerra producono in Sicilia forti processi di mutamento e di mobilità sociale, non diversamente da quanto accade nel resto del Paese: si spopolano le campagne, aumentano i flussi migratori verso le città, cambiano i costumi e aumentano i consumi. Il processo di crescente urbanizzazione interessa un po' tutti i capoluoghi di provincia, ma è Palermo la città dell'isola che nell'arco di pochi anni diventa luogo simbolo della speculazione edilizia e sede di un grande giro d'affari legato al mondo degli appalti per le opere pubbliche.
La genesi:
Arriva a Palermo Vito Ciancimino. È nel corso del biennio 1948-1949 che, attraverso il meccanismo delle varianti al piano di costruzione vigente fin dal 1939, l'Amministrazione comunale adotta i cosiddetti Piani di iniziativa privata: il Comune, in pratica, acquisisce da privati la proprietà di consistenti estensioni di terreno ubicate in estrema periferia, in piena campagna. Qui vengono edificati insediamenti di edilizia popolare e convenzionata, a cui si accompagna la costruzione dei relativi servizi e delle necessarie opere di urbanizzazione primaria. Ovviamente, i vasti latifondi interposti tra la città e questi nuclei satelliti vedono lievitare improvvisamente il loro valore, divenendo gli assi necessitati del successivo sviluppo urbanistico cittadino. È così che le famiglie mafiose, fino a quel momento impegnate ad amministrare le risorse dei latifondi e la gestione dei pozzi d'acqua, passano rapidamente ad occuparsi delle operazioni di speculazione sulle aree fabbricabili, per le quali occorrono quote rilevanti di capitale e attraverso cui, dunque, le ricchezze accumulate con il contrabbando dei tabacchi e il traffico degli stupefacenti possono essere facilmente riciclate.
Gli anni del boom economico coincidono, infatti, con il consolidarsi dei rapporti tra le famiglie mafiose residenti nei territori d'oltreoceano; tra "Cosa Nostra" siciliana e le "famiglie" statunitensi viene inaugurata una corsia preferenziale per il traffico di stupefacenti, pianificata già a partire dal 1950.
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