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to suo, g azie all appoggio ga a tito da P o e za o e dal suo g uppo, ies e a a te e e u a fo te

ca

p ese za politi a sul te ito io, o osta te he a he all i te o del pa tito s udo o iato o i i o a

manifestarsi nei suoi riguardi segnali di forte imbarazzo e di insofferenza. La pressione esercitata dai lavori

della Commissione parlamentare antimafia e dai partiti di opposizione contribuisce non poco a elevare il

tono delle polemiche e spinge il gruppo dirigente democristiano a sacrificare almeno formalmente la figura

di Cia i i o, il uale fi is e o l esse e i di ato o e l u i o pu to di o tatto t a DC e i i alità

organizzata. Ovviamente, non è affatto così. Tuttavia, tanto basta a costringerlo alle dimissioni dalla carica

uistata e ad alle a e la p essio e politi a sulla DC. All i do a i delle sue di issio i

di sindaco appena con

da sindaco del capoluogo Cianicimino controlla ormai di fatto un piccolo pezzo del suo partito; si tratta di

un manipolo di uomini pronti a seguirlo e ad obbedire in silenzio. In questo panorama di alleanze variabili e

di equilibri incerti, il referente mafioso diretto e costante delle attività di Ciancimino resta, comunque, uno

solo e risponde al nome di Bernardo Provenzano. Provenzano si incontrava regolarmente con Vito

Ciancimino per discutere di affari e di politica.

Tra Ciancimino e Riina, invece, i rapporti non sono affatto cordiali. Seppure si conoscano fin da ragazzi, don

Vito non nutre alcuna stima per il compaesano; anzi, la sua insofferenza verso Riina viene spesso moderata

dallo stesso Provenzano, che lo richiama a maggiore prudenza. E, tuttavia, quando si impone la necessità di

un incontro, il capo viene costretto a lunghe e irrispettose anticamere prima di essere ricevuto in

dei capi

casa Ciancimino. In questo clima di fredda ostilità quando Ciancimino e Riina devono scambiarsi

i fo azio i o a he solo o u i a e u e e essaggio, l i te fa ia, il mediatore è sempre lui:

Provenzano. a sentire i racconti dei collaboratori, il rapporto tra Riina e Provenzano in seno agli

Amici, ma non troppo:

organi decisionali di Cosa Nostra è di totale parità e intercambiabilità gerarchica. Entrambi si considerano e

e go o o side ati la stessa pe so a; la p ese za dell u o ite uta e ui ale te alla p ese za dell alt o;

le de isio i assu te dall u o, so o ite ute le edesi e he a e e assu to a he l alt o. L asse za di

Provenzano durante le sedute della Commissione viene giustificata per ragioni strategiche: se dovesse

apita e he du a te gli i o t i u o dei due e isse a estato o u iso, este e e se p e l alt o a

ga a ti e o ti uità di azio e e i di izzo. Di e to, a pa ti e dall a esto di Lu ia o Leggio, la famiglia di

Co leo e e a i asta l u i a ad a e e due app ese ta ti i Co issio e, o giu ta e te espo sa ili di

og i deli e azio e. E e tuali dissapo i, du ue, a da a o te uti as osti e isolti all i te o del g uppo;

a all este o e a e essario che apparisse solo una granitica compattezza tra i componenti del nucleo

sto i o dei o leo esi. I de oli e u o di lo o a e e sig ifi ato i de oli e l i te o g uppo, ette do i

pericolo la stessa autorevolezza del sistema di comando. In realtà, fin dal momento in cui i corleonesi

conquistano un posto al tavolo della Commissione, emerge in maniera evidente la profonda differenza

a atte iale he disti gue P o e za o dall a i o ‘ii a. Ad a o ge se e pe p i i, so o p op io gli alleati

più stretti del gruppo corleonese. È a rivelare che, ai tempi in cui anche Gaetano Badalamenti

Cancemi

fa e a pa te dell o ga o di go e o di Cosa Nost a, P o e za o e a dei due uello i a i ato di pa te ipa e

alle riunioni. In più di una occasione, tuttavia, Riina avrebbe manifestato la sua insoddisfazione per il modo

in cui Binnu aveva rappresentato gli interessi della famiglia; e così, entrambi e di comune accordo,

avrebbero deciso di scambiarsi reciprocamente le parti. Più esposta sul piano operativo, la figura di Riina,

caratterialmente estroverso e sanguigno; più celata sul piano della tenuta dei rapporti col mondo politico,

istituzionale e imprenditoriale quella di Provenzano. E così, secondo quando ricorda Francesco Di Carlo,

mentre Riina governava le operazioni dei suoi squadroni della morte, il mandamento di Corleone lo seguiva

Provenzano. Sebbene, in questo contesto, la separazione dei poteri e delle funzioni costituisca la premessa

per prevenire ogni forma di conflitto e di contrapposizione, tuttavia non mancano tracce e testimonianze

che dimostrano come la forte insofferenza di Riina nei confronti di Provenzano sia sempre stata inespressa 8

e late te. Po hi a sig ifi ati i i asi i ui l ostilità di ‘ii a si appalesa i tutta la sua e ide za. Co e uello

si a a sia a e uto il gio o i ui, i pie a gue a di afia, si dis ute a dell eli i azio e di “a to

che

I ze illo e Caloge o Di Maggio, u o f atello e l alt o zio di “al ato e I ze illo già u iso ual he gio o p i a

uell o asio e, P o e za o i ita ‘ii a a te po eggia e e ‘ii a sa e e

in via Brunelleschi, a Palermo. In

esploso i u o s atto fu ioso. I due fu o o st a golati e s iolti ell a ido, el sile zio di P o e za o.

Insomma, quella tra Riina e Provenzano si rivela una convivenza di compromesso che non esclude un

rapporto di competizione pieno di contraddizioni, la cui posta in gioco è la leadership in Cosa Nostra.

la spregiudicata ferocia con cui, a cavallo degli anni 80, nasce e si afferma la dittatura

La dittatura di Riina:

del gruppo mafioso corleonese è, forse, la chiave per comprendere le ragioni della fragilità e, al tempo

stesso, della forza su cui si fonda la catena di comando di Salvatore Riina. È sul terrore che fa leva il suo

pote e di ti a o legi us solutus; sull ese izio i discriminato della violenza che si regge la sua capacità di

imporre il predominio sul territorio. Nel corso della lunga testimonianza resa ai magistrati, Giovanni Brusca

ha ricordato che, durante la guerra di mafia degli anni 80, la decisione di dar luogo a taluni omicidi era stata

assu ta da u g uppo ist etto di api a da e to all i saputa di al u i dei o po e ti della Co issio e

e su spinta e sollecitazione di Salvatore Riina, al quale nessuno degli interlocutori consultati aveva avuto il

coraggio e la forza di opporsi , temendo di finire vittima del proprio dissenso. Spiega ancora Brusca che

Riina, al termine della fase più cruenta della guerra di mafia, dopo aver collocato al vertice dei vari

mandamenti uomini di sua fiducia, aveva assunto il controllo totale della Commissione. La formale

a la azio e di ‘ii a a apo dell i te a o ga izzazio e i i ale a ie e el maggio-giugno 1983.

Testi o e dell e e to A to i o Giuff he i ezzo ai f utteti delle a pag e di Ca a o, ospita u

summit tra i rappresentanti delle province mafiose di Palermo, Catania, Caltanissetta, Trapani e Agrigento.

La iu io e, spiega Giuff , e a stata apposita e te o o ata pe uffi ializza e l i sedia e to del

capomafia corleonese alla guida della Commissione regionale al posto di Michele Greco. Riina, che non era

p ese te all i o t o, a e a i iato Be a do B us a a app ese ta lo. Di P o e za o o t a ia.

Il capo della Commissione provinciale di Palermo era, da quel momento, anche capo della Commissione

egio ale di Cosa Nost a. L a e t a e to del o a do su u u i o soggetto a e a ulte io e te

e fatizzato l auto ità di ‘ii a, il uale, pu di assi u a si il pie o e totale o se so all i te o dell o ga o

ato la appa dei a da e ti. I uei esi, a Pale o, all i te o

collegiale della provincia, aveva ridiseg

dell o ga is o di e ti e di Cosa Nost a, o i e a o più s hie a e ti o t apposti; gli a e sa i, e tutti

coloro i quali si erano mostrati appena incerti sulle strategie di alleanza, erano stati prontamente eliminati.

La stessa te i ile so te sa e e to ata egli a i su essi i a u g uppo di uo i i d o o e, tutti già

appartenenti allo stesso schieramento di Riina, ma del quale avevano provato a mettere in discussione le

scelte dispotiche e autoritarie. Muoiono in questo modo Vincenzo Puccio, i suoi due fratelli, Agostino

Marino Mannoia, Antonino Mineo e molti altri appartenenti alle famiglie mafiose di Ciaculli e Bagheria.

Da quel momento, la dittatura del capomafia corleonese si estende anche ai mandamenti di altre province

limitrofe. Così, ad esempio, secondo le indicazioni dei collaboratori di giustizia, anche la provincia

trapanese, i suoi mandamenti e le attività che vi si svolgono vengono sottoposti a uno stridente controllo

da parte della provincia palermitana. Poi, nel periodo immediatamente precedente alle stragi del 1992, i

collaboratori precisano che Riina sembra voler reintrodurre in Commissione il principio democratico e

assembleare, curando che la decisione di avviare la campagna stragista divenga esecutiva solo dopo aver

informato e sentito il parere di tutti i capimandamento. Capisce, insomma, che la responsabilità decisionale

pe attua e u a st ategia ta to i peg ati a de esse e e essa ia e te o di isa dagli esponenti più

influenti delle varie famiglie mafiose, per quanto egli sappia di essere autorevole e potente al punto da

assicurarsene preventivamente e tacitamente il consenso.

Se sotto il profilo formale sembra il ritorno a una sorta di governo dei pari, in concreto nulla cambia e il 9

principio democratico viene fortemente disatteso: chi dissente dalla posizione del capo, o manifesta

appena qualche perplessità, viene messo a tacere.

a fia o del apo, se za u o e, se za t oppo da e ell o hio, ato u

Provenzano e il suo sistema :

discretamente ritirato in periferia, nella zona di Bagheria, impegnato nella cura dei propri affari.

leader,

I peg ato a fa soldi, i so a, e a fa li f utta e se o do logi he d i p esa. Me t e ‘ii a a u ula u

teso o e lo seppellis e sotto u atto e di u a o i a asa di Castel et a o, Bi u ies e a ette e a

frutto i suoi rapporti con la politica, la sanità e la pubblica amministrazione, per dar vita ad una serie di

società a responsabilità limitata (la Medisud, la Polilab, la Biotecnica), specializzate in forniture ospedaliere

ed elettromedicali. Non sappiamo se Provenzano abbia deciso di investire nella sanità per scelta autonoma

o per caso, o ancora, dietro autorevole suggerimento. Sappiamo, però, che si è trattato di una scelta

i e te, pe h i “i ilia l e ogazio e di se izi sa ita i off e oppo tu ità di guadag o i ge ti, prolungate

nel tempo e legate a meccanismi di discrezionalità amministrativa assenti in altri settori della spesa

pu li a. P o e za o ha o p eso he l a ito e t o ui si esp i e il sape e edi o u o di uelli ei

uali l i t e io o i odi di potere è più saldo.

dalla te a all edilizia, dalle ost uzio i al t affi o della d oga; dagli stupefa e ti alla

Le nuove frontiere:

grande distribuzione commerciale. E poi la Borsa, le speculazioni internazionali, i fondi europei. Cambiano i

tempi, mutano gli strumenti e i sistemi di accumulazione e riciclaggio, ma non le strategie di espansione e di

o solida e to del siste a di pote e afioso. L o ietti o di Cosa Nost a o a uello di fa t a sita e i

p op i apitali fuo i dall a ea dell illegalità, pu ta do a sf utta e le o pete ze a uisite dalle nuove

generazioni, le nuove abilità professionali e le emergenze della società dei consumi; accanto alle tradizionali

atti ità i i ali, l o ga izzazio e pu ta ad assu e e il o t ollo dei flussi di de a o pu li o elle di e se

forme in cui essi si presentano. Ancora una volta, Provenzano riesce ad arrivare prima degli altri.

L ope azio e più a iziosa uella di aggiudi a si di etta e te le o esse dei la o i più e u e ati i,

assumendo il controllo in proprio di una delle più grosse aziende che operano sul territorio e rilevandone,

almeno per un certo periodo, la maggioranza degli assetti societari. Anche questa volta, accanto a

Provenzano, gioca un ruolo da protagonista Vito Ciancimino, che, secondo la ricostruzione dei collaboratori

Giovanni Brusca, Antonino Giuffrè e Ciro Vara, detiene occultamente il controllo delle quote azionarie di

una grossa società specializzata nella gestione delle opere di metanizzazione, con sede a Palermo.

3. PROMESSE E TRADIMENTI

per cogliere un altro segno, un altro dettaglio, della differenza che

Il processone (vedi La Mattanza)

intercorre tra la gestione del potere di Rina e quella di Provenzano, dobbiamo tornare a parlare di politica.

Più precisamente, dobbiamo tentare di ricostruire il contesto e le motivazioni che, alla fine degli anni 80,

portarono Riina a rompere un collaudato sodalizio con alcuni esponenti di rilievo del partito della

Democrazia Cristiana, mettendo in crisi anche il rapporto di amicizia e complicità che lo legava a Bernardo

Provenzano. Dobbiamo tornare, insomma, agli anni del maxiprocesso e a quelli immediatamente successivi,

segnati dalla sanguinosa progressione del disegno stragista del capo Tra il 1981 e il 1985

dei capi.

l i p essio a te se ue za di o i idi he i sa gui a l est e o “ud della pe isola fa o is e a he la as ita

di u fo te o i e to politi o e d opi io e, he e la a più de ise e d asti he i iziati e istituzio ali i

tema di contrasto alla criminalità organizzata. Questo clima di forte mobilitazione politica e civile

o t i uis e a spi ge e le istituzio i e so posizio i di sosteg o all atti ità degli i estigato i e dei

magistrati più impegnati nel contrasto alle organizzazioni mafiose. Tuttavia, la scelta politica di colpire

l appa ato logistico-militare delle mafie operanti sul territorio della penisola non avrebbe trovato consensi

così diffusi e convinti se altre meno nobili motivazioni non fossero pesantemente intervenute nel calcolo 10

delle contingenti convenienze. Accade, in primo luogo, che in quegli anni il governo italiano venga

sottoposto a delle pressioni internazionali, dagli Stati Uniti in particolare, per un maggiore impegno

ell atti ità di o t asto al t affi o i te azio ale di stupefa e ti. I se o do luogo, di e ta se p e più

evidente come i processi di verticizzazione e di rafforzamento che hanno interessato le più pericolose

o ga izzazio i afiose Cosa Nost a, Ca o a, Nd a gheta a ia o fi ito pe fa uta e a he le

relazioni intrattenute con importanti riferimenti del mondo politico, istituzionale e imprenditoriale,

modificando sensibilmente i rapporti di forza tra poteri criminali e poteri politico-economici nel

Mezzogiorno: da un rapporto di convivenza parassitaria e di infiltrazione occulta degli interessi mafiosi nella

società politica e civile, si è passati ad una situazione in cui le consorterie criminali riescono ad imporre una

forte presenza nella gestione delle risorse pubbliche e private, chiedendo agli esponenti politici a loro vicini

di age ola e l ese uzio e di lo o spe ifi i pia i. I uello stesso pe iodo, le i elazio i

di reperire le risorse e

dei p i i olla o ato i di giustizia i izia o a fa lu e ell u i e so afioso, o t i ue do a i ela e le

i asti ell o a. L i peg o dello “tato se a di

trame più occulte e i protagonisti fino a quel momento

colpo risvegliarsi a Palermo, Napoli, Messina, Agrigento, così come a Milano, a Genova, a Torino; gli arresti

per mafia colpiscono non solo la manovalanza criminale, ma anche settori della classe dirigente e del

mondo delle professioni.

MAXI PROCESSO: I magistrati sono finalmente messi in condizione di ricostruire la rete di rapporti e di

cointeressenze che coinvolgono centinaia di affiliati e di fiancheggiatori, ciascun chiamato a rispondere di

pe al e te ile a ti he a o dalla se pli e asso iazio e afiosa all o i idio, al i i laggio, al

condotte

narcotraffico e così via. Proprio nel capoluogo siciliano, in pochi mesi, viene costruita una grande aula-

u ke a essa al a e e dell U ia do e, ella uale verrà celebrato il processo ai quadri militari di Cosa

Nost a. Questa aula ie e de o i ata l ast o a e e de pe il olo e del pa i e to e delle pa eti. Il 10

di a zi alla ° “ezio e della Co te d Assise di Pale o p esieduta da

febbraio 1986, Alfonso Giordano,

prende avvio il dibattimento del processo a carico di Abbate Giovanni + 474 imputati , che passerà alla

alla afia. I ua a ta olu i le . pagi e dell o di a za-sentenza

storia come il di

maxiprocesso ati dell Uffi io Ist uzio e del apoluogo si ilia o, diseg a o u

rinvio a giudizio, depositata dai magist

uad o o ga i o e o pleto dell o ga izzazio e de o i ata Cosa Nost a, des i e do e l e oluzio e,

l o di a e to i te o, i t affi i ille iti e i di e si episodi i i ali he l ha o vista protagonista negli anni

dell ulti a, sa gui osa gue a di afia. I uesto s e a io, e t e ‘ii a ie e i di iduato o e e ti e

indiscusso del sodalizio mafioso, a Provenzano viene riservata la figura del comprimario. Oltre

all i di iduazio e dei e ti i dell o ga izzazio e, la o u e tale tesi a usato ia i uad a pe la p i a

olta tutti gli e e ti oggetto del p o esso ell a ito di u u i a st ategia i i ale, o dotta da

u o ga izzazio e a st uttu a u ita ia e e ti isti a e dotata di u sistema di regole e di competenze

La i ost uzio e dell o ga ig a a afioso

rigidamente formalizzato, un vero e proprio sistema di potere.

e l i di iduazio e dei uoli e delle fu zio i att i uite ai di e si li elli di o a do della sua pi a ide

gerarchica sono rese possibili grazie al contributo dei collaboratori di giustizia e alla copiosa mole di

investigazioni patrimoniali e bancarie che vi fanno da riscontro. Nasce in quei giorni quello che, nella

semplificazione giornalistica, verrà indicato come il teorema Buscetta.

anche il popolo di Cosa Nostra è in pieno fermento. Gli uomini di Cosa Nostra

Prove di interdizione:

capiscono la pericolosità del maxiprocesso. Gli uomini di Cosa Nostra non possono accettare che il

– –

processone come lo chiamano a Palermo giunga a buon fine e dunque decidono di cambiare strategia,

pu ta do a fa de o e e i te i i di ustodia autela e he sa e e o s aduti l aggio , att a e so

tattiche dilatorie finalizzate a far celebrare il processo a gabbie vuote. In un primo tempo, gli emissari delle

famiglie mafiose registrano un atteggiamento scarsamente collaborativo degli avvocati. Dai vertici di Cosa

11

Nostra, pertanto, parte la proposta di ucciderne uno o due tra quelli più in vista impegnati nel processo, per

e i e ui o a ile a e ti e to all i te o Fo o pale ita o. Il p ogetto, tutta ia, ie e

dare un forte

abbandonato poiché, raccontano i collaboratori, non viene raggiunto un accordo sul nome del

p ofessio ista da assassi a e. Nell udie za del ap ile del , tutti i legali degli imputati si pronunciano

– –

unanimemente e inspiegabilmente per la richiesta (richiedono la) di ricusazione del presidente della

Corte. Spiegheranno anni più tardi alcuni collaboratori che quella mossa processuale era stata quasi

pe alisti, poi h egli a ie ti di Cosa Nost a si ite e a he l e e tuale a ogli e to della

imposta ai

richiesta di ricusazione avrebbe determinato una stasi o, quantomeno, un prolungamento dei tempi di

definizione del dibattimento, con la possibilità di giungere più celermente allo scadere dei termini di

a e azio e p e e ti a. Il te tati o, pe ò, fallis e pe h l ista za di i usazio e ie e espi ta il gio o

dopo dalla Co te d Appello. La isposta già p o ta. La studia da esi il apo afia del ua tie e di Porta

he, i sie e ad alt i uo i i d o o e, pe sa di hiede e la lettu a i teg ale degli atti

Nuova Giuseppe Calò

processuali, contrariamente ad una generalizzata e consolidata prassi per la quale è sufficiente elencarli;

l espedie te, o side ata la ole documentale di oltre 400.000 pagine, potrebbe comportare un

allungamento dei tempi di definizione del dibattimento di uno/due anni , fino a giungere al decorso dei

te i i di ustodia autela e. La i hiesta ie e effetti a e te a a zata all udie za del 22 ottobre 1986

dagli stessi imputati e dai loro legali, determinando un rallentamento critico del processo, al quale solo il

Parlamento porrà più tardi rimedio, emanando la legge cd. Mancino-Violante che legittima la prassi

applicativa fino ad allora seguita dai Tribunali, introduce la possibilità di sostituire alla lettura effettiva degli

atti la loro mera indicazione, e fissa nuove modalità dei termini di custodia cautelare nella fase di giudizio. Il

risultato è che mentre la Corte ha già ascoltato e interrogato 395 imputati e 947 tra testimoni, parti offese

e collaboratori, tutti i tentativi messi in atto da Cosa Nostra per ottenere il blocco o il rallentamento del

dibattimento sono rimasti invece infruttuosi. A questo punto, proprio a ridosso delle consultazioni elettorali

nazionali del 15 maggio 1987, Salvatore Riina decide di riunire la Commissione per dare la sua

dimostrazione politica.

è ancora il collaboratore Salvatore Cancemi a rievocare i giorni drammatici in cui,

Cambio cavallo:

ell i i e za delle elezio i politi he, al u i i po ta ti uo i i d o o e, i app ese ta za dei p i ipali

mandamenti palermitani, vengono convocati da Riina in una villetta della periferia cittadina. Scopo della

riunione è quello di affrontare il nodo delicato dei rapporti con la politica, ratificando il mancato intervento

dei tradizionali referenti politici sulle vicende del maxiprocesso e decidendo di dar vita a una mobilitazione

ge e ale di tutti gli uo i i d o o e pe toglie e o se si alla DC e di otta e i oti i favore del Partito

“o ialista Italia o: u i peg o dei so ialisti, spiega ‘ii a el o so della iu io e, a p o u a e e efi i

he la DC o e a stata i g ado di assi u a e, o e, ad ese pio, l a olizio e del soggio o o ligato, la

pate ti di guida, u i te e to sull istituto della diffida ed alt e ose a o a. I

restituzione delle

capimandamento non lo sanno ancora ma su questa decisione pesa il dissenso di Provenzano, che alla

riunione non è presente. Binnu è contrario ad un mutamento di alleanze politiche e più volta torna a

chiedere riservatamente a Riina di ripensarci. Invano. È forse uno dei primi momenti di forte contrasto tra i

due capi corleonesi, con Riina che privilegia la prova di forza e Provenzano che continua a spingere per il

– – o ha ai i egato l a ti o alleato di u te po,

dialogo perché diversamente dal capo dei capi

ritenendo che Uno dei pochi testimoni di questo

è meglio u tintu canusciuti ca lu bonu a canusciri.

sile zioso o t asto ai e ti i dell o ga izzazio e il olla oratore Antonino Giuffrè, che racconta come la

decisione assunta da Riina avesse prodotto una vera e propria spaccatura nella Commissione, subito

i o posta a he pe l atteggia e to isu ato del che aveva deciso di fare buon viso a cattivo

ragioniere,

Po hi gio o dopo uella iu io e, l i di azio e di oto ie e di a ata p esso tutte le fa iglie

gioco.

afiose dell isola: ei pi oli e t i, ei a da e ti delle g a di ittà, elle o gate, ei ua tie i e i tutti

12

e pe et a te il o t ollo del sodalizio afioso. All ape tu a delle

quegli ambienti in cui è ancora capillare

urne il risultato elettorale racconta di una DC che a Palermo passa dal 36,13%di voti al 35, 17%; e di un PSI

che, invece, passa dal 9, 80% di voti al 16,44%. Sono punti e frazioni di punti che corrispondono, in

concreto, a migliaia di voti. I numeri danno conto del buon risultato ottenuto in Sicilia dalla mobilitazione

delle famiglie mafiose in favore del PSI; tuttavia, il tentativo di provocare un tracollo elettorale della

Democrazia Cristiana riesce solo molto parzialmente. La clamorosa lezione che secondo Riina avrebbe

dovuto essere impartita agli ex alleati democristiani fallisce miseramente. In questa occasione, Provenzano

non esita a esternare la sua posizione critica. E per Riina ora arriva il momento di fare i conti con la rottura

del t adizio ale siste a di allea ze politi he he lo ha fi ui soste uto. No solo uesto: il apo afia

corleonese si trova anche a dover gestire una sentenza durissima, che per la prima volta condanna

all e gastolo il e ti e dell o ga izzazio e afiosa, o oti azio i i g ado di esiste e a he al giudizio di

Cassazio e. I ueste o dizio i, o da stupi si se, agli o hi del popolo di Cosa Nost a, il pote e

reputazionale di Binnu a crescere oltremisura. A lui, infatti, prima che si esaurisca il giudizio in Cassazione,

ie e affidato l ulti o, dispe ato te tati o di t o a e u a soluzio e alla du a se te za del a ip o esso,

trattando riservatamente con Vito Ciancimino e con Salvo Lima. È in questo scenario che, tra il 1990 e il

, ‘ii a ette a pu to u pia o seg eto pe la sopp essio e dell a i o Bi u, di e uto o ai u

i go a te a e sa io ella gestio e della p op ia posizio e di o a do all i te o dell o ga izzazio e. Il

rapporto tra i due leader corleonesi raggiunge, in questa fase, un livello di tensione elevatissimo.

du a te il a ip o esso, du ue, si o su a a o a u a diffe e za t a l auto ità dispoti a di

Il buco nero:

Riina e la visione strategicamente più accurata di Provenzano, che tanto più risalta quanto più si

dimostrano fallimentari le scelte del Qualche anno dopo il voto mafioso in favore dei

capo dei capi.

– –

socialisti siamo nel 1991 sarà proprio il ministro socialista Claudio Martelli a chiamare Giovanni Falcone

all i a i o di di etto e degli Affa i ge e ali pe ali del i iste o di G azia e Giustizia. U aff o to he gli

uomini di Cosa Nostra non hanno mai dimenticato. Sarà il collaboratore Gaspare Spatuzza a commentare

quanto negativamente avesse pesato nella storia di Cosa Nostra la scelta di favorire <quei 4 crasti

socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e 1989 e poi ci avevano fatto la guerra>. Le conseguenze di

u aff ettata e g ossola a alutazio e, da pa te di ‘ii a, del o testo so iale e politi o in cui si inquadra il

a ip o esso o si fe a o, tutta ia, al falli e ta e a io di i te lo uzio e politi a o ui l i te a

organizzazione dovrà fare i conti ancora per alcuni anni. La sua scarsa capacità di analisi e di pianificazione

strategica e la sua visione semplicistica di un potere esercitato solo attraverso la forza e la violenza fisica

portano ad una radicalizzazione dello scontro con lo Stato già pochi mesi dopo la sentenza della Corte di

Cassazio e o ui e à o fe ata la o tà dell i pianto accusatorio del maxiprocesso. In questo senso,

l o i idio di “al o Li a, i p i a attuta, e le st agi di Capa i e di ia D A elio, su ito dopo, posso o

essere letti come il frutto di un delirio di onnipotenza che si rivela fin da subito autodistruttivo. Anche

all i te o di Cosa Nost a, du ue, o ai diffusa e te pe epita l i apa ità di ‘ii a di a te e e le

p o esse di i pu ità fo ulate all i izio del a ip o esso; so o i ta ti a ota e, a zi, o e la situazio e

gli sia ormai <sfuggita dalle mani>. Crescono i casi di collaborazione con la giustizia e anche dagli Stati Uniti

cominciano a giungere segni di forte insofferenza da parte della Cosa nostra nordamericana, preoccupata

pe gli effetti he pot a o p odu si sull e o o ia i i ale. Me t e la edi ilità e l auto ità di ‘ii a

vengono progressivamente a ridimensionarsi, Provenzano che non ha condiviso e non condivide

l olt a zis o st agista – preferisce farsi tacitamente da parte, scomparire dalla scena pubblica, stemperare

il suo antico legame con il compaesano. Non viene meno, invece, la sua periodica concertazione con Vito

Cia i i o, e t a i fo te e te p eo upati dall a io della se ue za di o i idi e di o e i posta da

Riina, che ritengono possa irrimediabilmente danneggiare gli interessi della consorteria mafiosa. Nel corso

di un colloquio, Vito Ciancimino avrebbe sollecitato a Provenzano un intervento personale in grado di 13

lo a e la de i a st agista he alt i e ti a e e fi ito, di lì a po o, pe i de oli e l i te a o ga izzazio e

criminale. Se il fallimento della prima fase del piano stragista è ormai assodato, la successiva fase negoziale

condotta da Riina non sembra aver prodotto frutti migliori, dal momento che il 15 gennaio 1993, mentre

ancora tenta di portare a compimento il disegno di fare la guerra allo Stato per poi fare la pace, il

apo afia ie e o seg ato alla giustizia o u ope azio e di i tellige e sulla ui atu a e sulla ui

portata restano ancora numerosi e irrisolti interrogativi. Un buco nero, quello della cattura di Riina, nel

quale sprofondano diverse storie e diversi personaggi: i Carabinieri del Reparto Operativo Speciale (ROS),

guidati da Mario Mori; un improbabile pentito di nome Balduccio Di Maggio; la storia della mancata

perquisizione del covo in cui alloggiava il capomafia corleonese e, infine, la storia ancora attuale della

trattativa condotta da Binnu Provenzano e Vito Ciancimino. Un buco nero, una voragine dalla quale in

questi anni sono emersi solo dubbi, veleni e perplessità mai chiarite. Anche Salvatore Riina ha provato a

dire la sua, di verità sostenendo che Io trattative non ne ho mai fatte con nessuno; ma qualcuno ha

trattato su di me. La mia cattura è stata conseguenza di una trattativa . A distanza di più di 15 anni è

e e sa a he u alt a verità: è la verità di Massimo Ciancimino, secondo la cui ricostruzione sarebbe stato

Bernardo Provenzano a consegnare Riina ai Carabinieri, indicano loro la zona precisa in cui il capomafia

trascorreva gli ultimi giorni della sua latitanza.

ancora oggi non è stata raggiunta la prova certa di un accordo segreto tra Provenzano e le

Sbirritudine:

fo ze dell o di e pe la o seg a di ‘ii a. ‘i a go o, pe ò, i sie e al a o to di Massi o Cia i i o,

una serie di indizi e di incastri logici e la suggestione di una ricostruzione verosimile, insieme ai numerosi

o e ti a lo o te po a olti dai olla o ato i di giustizia all i te o di Cosa Nost a. “o o i olti ad a e

te uto, su ito dopo uell a esto, he gli i ui e ti potesse o se uest a e a te e do u e ti, facendo

i uzio e el o o di ia Be i i, o e o ale he solita e te a ada dopo l i di iduazio e e la attu a

di u ualsiasi latita te. Figu ia o i pe l a esto di ‘ii a. Ma sul o e to, l i uzio e o e e

effettuata, le carte vennero messe in salvo dagli uomini del capomafia e il covo venne ripulito con calma.

Perché non scattano le consuete perquisizioni nei luoghi ove ha dimorato il latitante? Il dubbio si insinua

veloce; passano i giorni, e mentre radio e televisioni raccontano la cronaca e i dettagli di quello che viene

ricostruito come un grande successo investigativo, alcuni tra i più autorevoli capimandamento di Palemro e

p o i ia di uell a esto se a o esse si fatti u idea e di e sa, iassu i ile i u a pa ola sola:

tradimento. Benedetto Spera, anziano capo del mandamento mafioso di Belmonte Mezzagno, parla per

tutti, fa tasti a do sull ipoteti o ollo uio t a P o e za o e u a ual he e tità este a he a e e

segnato il destino del capo dei capi. È probabile che Binnu, spiega Spera ai suoi amici, abbia liquidato il

proprio compaesano in poche battute : Vi pigghiate a Riina e vi nni ite, mentre noi altri risistemiamo le

sa e e o stati i uo i o ie ta e ti st ategi i dell o ga izzazio e, da

cose . Dove le cose da risistemare

du e e t o l al eo di u più e uili ato appo to di o i e za o lo “tato e o le sue istituzio i.

rico –fiume

Massimo Ciancimino, nella sua confessione ai magistrati del capoluogo siciliano, ha sottolineato che

il per la cattura di Riina concluso da Bernardo Provenzano con i Carabinieri del ROS, mediato dal

patto

padre Vito, avrebbe avuto come specifica garanzia quella di non consentire che la documentazione in

possesso di Riina, custodita presso il rifugio di via Bernini, venisse in alcun modo prelevata. Quelle carte,

spiega, a e e o potuto fa olla e l Italia. Chissà se uesti so o stati i e i te i i dell a o so, e se

da e o u a o do stato e le ose so o da e o a date o e le ha i agi ate “pe a o o e lo

racconta il giovane Ciancimino. Quella di Provenzano sbirro, confidente dei Carabinieri, è una fola che gira

o ai da a i all i te o dell o ga izzazio e afiosa.

Provenzano garantito da un accordo, dunque, non dissimile dai tanti altri di cui è colma

La storia che torna:

e o s itta di uesto Paese, fi dal pe iodo i ediata e te su essi o all u ità di

la storia parallela 14

Italia. In un suo intervento, Umberto Santino torna indietro nel tempo fino al 1871, per ricordare le indagini

del procuratore di Palermo Diego Tajani sul questore Giuseppe Albanese, incriminato per aver arruolato

noti mafiosi nei ranghi della polizia, servendosi anche di alcuni di essi per eliminare altri delinquenti.

Albanese verrà prosciolto e a Tajani non resterà che annotare che la mafia che esiste in Sicilia non è

pericolosa. Storie che ritornano, episodi che si ripetono nel tempo. Mutano solo i personaggi, il contesto e

le o i i dì a ie te. C se p e u pezzo di lasse di ige te disposto a giustifi a e l uso di st u e ti

illegali e violenti nella competizione politica e nella lotta per il potere per assicurarsi risorse necessarie alla

sua condizione. 4. IL GRANDE ARCHITETTO

L a esto di ‘ii a olpis e l o ga izzazio e afiosa i u deli ato o e to di t a sizio e.

Gioco al rilancio:

Da una prospettiva interna a Cosa Nostra molte dichiarazioni dei collaboratori di giustizia raccontano di

u a stagio e di te o e fo te e te oluta dal apo della Co issio e, o l o ietti o di otte e e u

generale ricambio di alleanze politiche che avrebbero dovuto garantire la costruzione e il consolidamento

di uo i appo ti o il o do dell e o o ia e della fi a za.

‘ispetto al p ogetto st agista pia ifi ato e po tato a te i e da ‘ii a, esiste, a he all i te o di Cosa

a di ‘ii a fosse ete o di etta, io a o ata dall este o

Nostra, il sospetto che questa strategia terroristi

dell o ga izzazio e. L idea, p ese te a he all i te o di Cosa Nost a, o di isa da Vito Cia i i o o da

Salvatore Cancemi, è che la strategia sanguinaria di Riina fosse stata, comunque, sostenuta e sollecitata da

, ossia da u e tità he app ese ta a i te essi e o o i i e politi i di altissi o

un grande architetto

livello, e che avrebbe quindi orientato la sua strategia. Massimo Ciancimino descrive Riina come la pedina

inconsapevole di una strategia ampia e complessa, molto al di sopra delle sue oggettive possibilità di

controllo. Secondo Cancemi, le stragi pianificate dal vertice mafioso non avevano solo obiettivi pratici e

immediati, ma erano segnate anche da un preciso disegno politico, che mirava a liquidare i vecchi referenti

politi i pe sostitui li o alt i. Qui di, a he all i te o di Cosa Nost a, esiste fi dall i izio il fo dato

sospetto he la st ategia di ‘ii a fosse a o ata dall este o dell o ga izzazio e. Pu a ette do la

possi ilità di i o os e e o e e o uesto sospetto, esta da api e hi l e tità he guida ‘ii a ella

pianificazione degli attentati e per quali oscure ragioni. o e l u i a i g ado di

la strategia omicida pianificata da Riina, indicata

Il paradigma di collaborazione :

assi u a e uo o p estigio e pote e all i te a Cosa Nost a, i a a o segui e al u i isultati o eti e

immediati, utili a soddisfare le aspettative del popolo delle carceri e a ripristinare fiducia e consenso nella

leadership corleonese. Riina deve dimostrare al suo popolo di poter negoziare da pari a pari con lo Stato; e,

sop attutto, de e a te e e la p o essa di i pu ità fo ulata all i izio del a ip o esso ai ta ti dete uti

condannati. Le aspettative di Riina sembrano apparentemente sortire un primo risultato, perché subito

dopo la strage di Capaci, sarebbero stati i Carabinieri del ROS i primi a promuovere una ricognizione

esplorativa, alla ricerca di un canale riservato di comunicazione che conduca fin dentro il covo degli stragisti

e ne blocchi la follia omicida. Si parla della prima trattativa, avviata intorno il 20 Giugno del 1992.

Su questa iniziativa, sugli incontri che ne sono scaturiti e sui contatti che anche nei mesi successivi

avrebbero dato vita ad una vera e propria trattativa tra pezzi dello Stato e consorteria criminale non esiste

15

a o a al u a e tezza, se e e la vi e da sia stata più volte sottoposta a he al vaglio dell’auto ità

giudiziaria. – –

Sulla vicenda, Massimo Ciancimino ha offerto, anche in questo caso, una sua verità ancora da verificare

in cui si racconta di una serie di incontri che, subito dopo la strage di Capaci, avrebbero visto protagonisti il

padre Vito, il colonnello di allora Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, questi ultimi entrambi in

forza al ROS dei Carabinieri. Durante quegli incontri, i carabinieri del ROS avrebbero sollecitato Vito

Ciancimino a tentare una mediazione con Riina.

Il ragionamento di Vito Ciancimino, così come riferito dal figlio, è piuttosto semplice: se Riina ha pianificato

un disegno stragista finalizzato al conseguimento di taluni obiettivi specifici, deve aver previsto

e essa ia e te a he l’eve tualità he gli si possa o p ese ta e degli interlocutori accreditati a trattare.

Difficile che Vito Ciancimino possa accettare di interloquire direttamente con Salvatore Riina. E il padre si

rammarica che vi siano pezzi dello Stato che cercano un contatto.

Nonostante le sue forti perplessità, Ciancimino sarebbe stato sollecitato anche da Provenzano a tentare la

carta della mediazione. Di questa mediazione ne hanno parlato numerosi collaboratori di giustizia, i quali

ha o ife ito dell esiste za di u a riservata avviata da Riina con alcuni (interlocutori

trattativa

istituzionali)rappresentanti di apparati dello Stato fin dal periodo successivo alla strage Falcone; secondo

queste testimonianze, il capomafia avrebbe avanzato, agli interlocutori che lo avevano contattato, una lista

di richieste precise e dettagliate, in cambio delle quali Cosa Nostra avrebbe potuto bloccare la strategia

terroristica. Questo elenco di richieste di benefici e di agevolazioni, definito il , era finalizzato ad

papello

ottenere un allentamento dei regimi carcerari di rigore e una sostanziale rinegoziazione dei rapporti di

fo za t a le istituzio i e l o ga izzazio e i i ale. Nello spe ifi o si i hiede a: la e isio e del

a ip o esso, l este sio e dei e efi i della legge Gozzi i ai o da ati pe afia, l a ogazio e

e gastolo, la possi ilità di otte e e a esti ospedalie i a he i aso di o da a pe il is, o h

dell

la iape tu a e la e isio e di alt i i po ta ti p o essi di afia. Papello l esp essio e dialettale o ui a

Palermo si indica un <biglietto scritto, lungo e circostanziato, una lettera, un ricorso, un rapporto

disciplinare>. Nel linguaggio di Cosa Nostra, indica un capitolato, una lista di ordini, di minacce o strategie.

di Pale o ell’otto e del

Un papello è anche quello che Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati

2009, spiegando di averlo ricevuto per mano di Antonino Cinà, medico e uomo di fiducia di Riina e

Provenzano, e di averlo poi portato a Roma dal padre, il quale avrebbe dovuto provvedere a girarlo ai propri

ali, i u pe iodo a te ede te alla st age di via D’A elio. I ta ti e aveva o esso i

interlocutori istituzio

du io pe fi o l’esiste za. O a uello he Massi o Cia i i o affe a esse e il papello è elle a i degli

inquirenti. Il fatto che il documento si sia alla fine materializzato è certamente un elemento importante.

Quali le richieste del papello? Innanzitutto, quella di sottoporre a revisione il maxiprocesso; in secondo

luogo, l’a olizio e dell’a t. 4 is dell’o di a e to pe ite zia io, i di la evisio e della legge Rognoni- La

Torre e di quella che disciplina il trattamento dei collaboratori di giustizia. E poi, ancora, al quindi punto, il

<riconoscimento benefici dissociati (Brigate rosse) per condannati di mafia>, con riferimento fin troppo

esplicito alla legislazione premiale degli anni di piombo; la richiesta di chiusura delle carceri speciali; la

p evisio e dell’o ligo di dete zio e vi i o alle a itazio i delle fa iglie, l’es lusio e della e su a della

l’a esto pe afia <solo i f ag a za di eato> e uella

posta. Infine, la richiesta di fissare normativamente

di <levare tasse carburanti>, come Aosta>.

Prima di consegnare il papello nelle mani dei suoi interlocutori, Ciancimino, modifica in parte i contenuti del

papello che, sostanzialmente, rimane uguale a quello formulato da Riina. La mediazione, per varie e 16

complesse ragioni, subisce, tuttavia, un momento di breve arresto. Quanto basta per indurre Riina a

pensare che possa essere utile dare un altro colpetto per indurre gli interlocutori a riprendere il dialogo

i te otto. Il olpetto si sa e e o etizzato el gi o di po hi gio i, o la st age di Via d A elio, du ue,

con il massacro di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta (è interessante notare che Mario Mori,

quando interrogato sulla vicenda, afferma di aver incontrato per la prima volta Vito Ciancimino non a

giug o, a ad agosto, ui di dopo la o te di Bo selli o, di e do, ui di, he la “t age di Via D A elio o

e t a a ulla o uesta t attati a. Tutto uesto si di ost e à falso, circa 10 anni dopo, quando parlerà

Massimo Ciancimino che mostrerà il papello, e insieme a lui parleranno altri soggetti, come Gaspare

“patuzza . Co la st age di Via D A elio, a he Cia i i o e P o e za o de ido o di a ia e st ategia,

valutando di adottare drastiche soluzioni per bloccare Riina e chiudere il negoziato con i rappresentanti

dello Stato, (15 gennaio 1992 arresto di Riina). ricavandone un qualche margine di utilità. Con un epilogo

a pa te della t attati a si o lude à o l a esto del

che si gioca tutto internamente a Cosa Nostra, la pri – –

capomafia e il cambio di interlocuzione tra Stato e mafia, affidato questa volta direttamente a

Provenzano. Il 19 dicembre 1992, dopo aver consegnato le mappe in cui è segnalato il covo di Riina e prima

ancora che il capomafia venga catturato, Vito Ciancimino viene arrestato per scontare un residuo di pena.

Anche a tale evento Massimo Ciancimino fornisce la sua interpretazione, non del tutto coerente con la

L a esto di do Vito, elle pa ole del figlio, o segui e e o già a

trame e il filo logico del suo racconto.

sue effettive responsabilità, quanto piuttosto ad un preciso e opaco disegno di trame e ricatti intessuto da

uomini delle istituzioni, insieme ad altre oscure entità non meglio definite.

All i te o di uesta i e da se e i se is e u alt a, he se a o asio ale. Paolo

Seconda trattativa: t affi a a i ope e d a te u ate, o tatta a u e to pu to

Bellini, che era un estremista di destra e che

della “t age di Capa i o tatta la afia pe h si a e a l i te esse he

Antonino Gioè (uno degli artificieri

al u e ope e d a te, u ate i “i ilia, e isse o it o ate. Qui di lui i o t a Gio , pe hiede gli di aiuta lo

a t o a e ueste ope e d a te. Diet o uesta i hiesta u aresciallo dei carabinieri, il maresciallo

Tempesta, che gli ha chiesto di trovare questa forma di intermediazione. Il capo del maresciallo tempesta

è il colonnello Mori. Dunque, quello che succede è che, a un certo punto, Gioè si reca da Riina, per

informarlo di questa richiesta. Riina rispose che andava bene ma che, se loro li avessero aiutati, loro

avrebbero dovuto liberare alcuni capimafia. A un certo punto, durante i vari incontri tra Gioè e Bellini,

chiacchierando sulle vicende di Cosa Nostra, Bellini dice a Gioè che uccidere un magistrato non serve,

perche lo Stato ne manda subito un altro. Una persona spiega- per quanto importante, può essere

sostituita. Spiega così che per essere davvero forti e destabilizzanti dovevano invece fare altro, dovevano

io fa salta e u ope a d a te, pe h u ope a d a te, u a olta pe sa, pe se p e, i ua to o può

più essere ricostruita. (voi sbagliate, perché vi ostinate ad uccidere ancora i magistrati, ma se uccidete un

– –

magistrato ne arriva subito un altro. Per essere davvero forti e destabilizzanti spiega Bellini dovete,

i e e, fa e ual os alt o, do ete fa salta e u ope a d a te. Pe h u ope a d a te o si può più

sa e e o e fa salta e u i te a

ricostruire). Per esempio, spiega Bellini che, far saltare la torre di Pisa

città.

(Questo discorso qui arriva anche a Riina, il quale poi ne fa tesoro, e nel momento in cui le stragi si

dei Geo gofili, il useo d

trasferiscono sul continente, attacca appunto il museo degli Uffizi, Via arte

moderna a Milano in via Palestro e attacca le chiese romane di chiese di San Giorgio al Velabro e San

Giovanni). Nel frattempo questa trattativa tra Bellini e Gioè fallisce (o almeno sembra fallire). A questo

proposito è importante sottolineare la strana morte di Antonino Gioè, che, dopo che viene arrestato e

portato in carcere, un giorno viene trovato morto suicida. Su questo strano suicidio di Gioè, che si impicca

con i lacci delle scarpe alla spalliera del letto, rimangono moltissimi dubbi. Gioè, che sembrava volesse

collaborare viene fatto fuori. 17

li uidato ‘ii a, l o ga izzazio e p e de i p o isa e te a sfalda si: ias u o degli uo i i

La transizione:

un tempo legati al capomafia corleonese comincia a gestire il proprio mandamento in maniera autonoma.

(si passa da uno stato A uno stato di complessiva stabilità garantito dalla dittatura violenta di Riina,

su e t a uello he Gio a i B us a defi is e <u o s a da e to totale>. La isi all i te o di Cosa Nost a

te el o so dei esi su essi i all a esto di ‘ii a, ua do Leolu a Baga ella,

si accentua sensibilme

og ato di ‘ii a, te ta di assu e e il o a do dell i te o sodalizio; e e t e au e ta la o flittualità

latente tra rischiano di saltare anche alcuni tradizionali rapporti di alleanza. Il

mandamenti e provincie,

tentativo di presa di potere di Bagarella, in assenza di una investitura formale o di altra forma di

legitti azio e, si fo da su u ulte io e a e t a e to delle de isio i dell o ga izzazio e: uelle sul

controllo delle attività militari, e sulle cosiddette decisioni strategiche, nonché quelle su tutte le

determinazioni riguardanti le attività economiche. Ma questo, come è evidente, rischia di generare forti

dissapori dentro Cosa Nostra e, insieme, rischia di paralizzare una macchina abituata a funzionare

utilizzando anche, seppur settoriali, sistemi di delega. Così, nel temporaneo vuoto di potere seguito

all a esto di ‘ii a, la pe ezio e della f agilità del siste a he spi ge alla p ude za. Malu o i e

contestazione trovano- a ben vedere- altre più consistenti motivazioni. Il dissenso sulle priorità strategiche

di ordine generale e su quelle più specificamente attinenti alle questioni politiche ha prodotto una vera e

propria spaccatura del vertice mafioso. Da una parte, Provenzano ha raccolto intorno a sé alcuni importanti

uo i i d o o e, o e Be edetto “pe a, Piet o Aglie i, Ca lo G e o e ‘affaele Ga i; u a se o da fazio e si

è stretta intorno a Bagarella, riconosciuto quale autorità di riferimento da altri importanti esponenti

mafiosi, come i fratelli Graviano, i Farinella, Salvatore Biondino ed altri ancora. Il contrasto tra i due gruppi

si concentra essenzialmente sulla scelta di proseguire o meno nella strategia stragista propugnata da Riina

(con il gruppo di Bagarella a favore e il gruppo di Provenzano, invece, contrario). La svolta strategica di

Provenzano raccoglie consensi anche tra le famiglie mafiose di Palermo che fanno riferimento a Salvatore

che nel capoluogo è a capo dei mandamenti di San Lorenzo e Tommaso Natale. Lo Piccolo, anzi,

Lo Piccolo,

t a i p i i a a ifesta e u a e ta i soffe e za ei o f o ti dell ala st agista he si i hia a a ‘ii a e

o ede di uo o hio il te tati o di Baga ella di assu e e il o t ollo dell o ga izzazio e. Pe loccarlo,

è deciso anche ad affrontare un nuovo scontro armato, in vista del quale comincia ad acquisire armi e

veicoli. Poi i preparativi di guerra vengono bloccati perché sebbene Lo Piccolo, insieme ad altri

rappresentanti del sodalizio, auspichi il ritorno al comando delle famiglie mafiose palermitane, accetta

tuttavia la primazia del corleonese Provenzano, ritenendolo diverso da Riina e Bagarella. La figura di

Provenzano quindi si propone quasi spontaneamente, senza che egli faccia nulla per determinarlo, come la

figura di un protagonista di una fase di transizione, capace di conciliare esigenze apparentemente

leader

inconciliabili: le richieste sempre più pressanti dei palermitani, stanchi dello strapotere dei corleonesi, e la

necessità di assicurare un percorso in linea di continuità col passato.

le due diverse fazioni sono in contrasto anche sul tema dei rapporti con il mondo della

Sicilia Libera:

politica. Bagarella, infatti, allarmato dal rapido dissolvimento del quadro politico e dal venire meno dei

vecchi referenti istituzionali, pensa che la soluzione migliore sia quella di patrocinare direttamente la

costruzione di un movimento politico locale, a vocazione separatista, in contatto con ambienti massonici,

espressione diretta del sodalizio mafioso, in grado di muoversi in piena autonomia nello scenario politico

regionale e nazionale. Bagarella,insomma, vuol costruire un partito a proprio uso e consumo. Con un

partito politico sotto il proprio controllo, in cui è possibile manovrare in anticipo liste e candidature anche

solo a livello locale, egli ritiene di poter conquistare uno spazio e un potere decisionale tanto forti da

o dizio a e i de iso i e o o i i azio ali e i te azio ali al più alto li ello. L i a i o di e ifi a e la

dell i iziati a ie e affidato all i p e dito e Nell otto e del Tullio

concreta fattibilità Tullio Cannella. 18

Cannella fonda a Palermo il movimento politico Sicilia Libera . La fondazione del partito Sicilia Libera

e all i te o di u

voluto da si inseris panorama, già esistente , di leghe meridionali che vogliono

Bagarella,

dest uttu a e l U ità Nazio ale e he oglio o agi e ella legalità ma portando avanti, sotto sotto, un

progetto distruttivo. dell’ala st agista, ha o seguito

Provenzano e Ciancimino, pur mantenendo le distanze dagli uomini

l’evolve si delle vi e de politi he esse i a po da Baga ella, te ta do di o pe de e il o t ollo.

All’i saputa di Baga ella, a zi, P ove za o ha già aff o tato o il suo ist etto e tou age il p o le a

legato alla mancanza di interlocutori politici, anticipando come possibile la soluzione di fondare un

movimento dalle spiccate connotazioni autonomistiche. Provenzano, tuttavia, non manca di manifestare

fo ti pe plessità i o di e alla o eta fatti ilità dell’ope azione. Ragionando secondo una logica che

gua da all’i te esse dell’i te o sodalizio, P ove za o apis e he o è il o e to adatto pe is hia e u a

i utile sov aesposizio e dei p op i efe e ti, e he a he solo il fatto di avvia e i p op io l’attività di un

soggetto politi o da p ese ta e alle i i e ti elezio i is hie e e di p ovo a e, p op io all’i do a i della

deriva stragista, un ulteriore grave, forse irreparabile, danno alle famiglie di Cosa Nostra. Dopo il divorzio

PSI, la s elta dei uovi i te lo uto i politi i dev’esse e, du ue, po de ata o

con la DC e il tradimento del

grande attenzione, tentando di trovare una soluzione in grado di assicurare una solida prospettiva di

o ti uità. Il giug o , l’avvo ato Egidio La a i, il G a Maest o siciliano Giorgio Paternò, il pugliese

Cosimo Donato Cannarozzi ed il calabrese Enzo Alicide Ferraro fondano la Lega Meridionale Centro-Sud-

Isole. Alcuni dettagli: Lanari è stato difensore del capomafia Michele Greco, al quale egli propose

pubblicamente la candidatura alle successive elezioni politiche, insieme a Vito Ciancimino e Licio Gelli. Nel

– t a l’alt o – l’a ogazio e della legge Rog o i-La

programma della Lega-Meridionale si auspica Torre e

u ’a istia pe i eati politi i. Il a zo la denominazione del movimento cambia in Lega Meridionale

pe l’U ità Nazio ale. Alt e fo azio i i o i p e do o, f atta to, piede ei te ito i del Mezzogio o,

nella medesima area politica di riferimento. In questo affastellarsi di sigle e di iniziative più o meno politiche

anche Sicilia Libera diviene una realtà pienamente operativa sul territorio.

Ma il destino di questo partito è presto segnato. Lo stesso Bagarella, che da principio aveva sponsorizzato

l i iziati a , e p esto si defila dal (smette di )sostenerla anche solo economicamente. Senza alcuna

p etesa di e ità assoluta, uesta du ue la i ost uzio e dall i te o della fi illazio e politi a he segue

l a esto di “al ato e ‘ii a. Bi u, a he uesta olta, ha isto giusto, p i a e eglio di tutti. Le indagini

della magistratura hanno confermato le concordi dichiarazioni di numerosi collaboratori secondo cui,

e t e Baga ella e i suoi uo i i o ga izza a o u i utile ke esse

Quello che è avvenuto è che

autonomista, il gruppo legato a Provenzano già lavorava per avviare un dialogo con alcune tra le maggiori

forze politiche nazionali di nuova costituzione, cercando un referente disposto a stipulare un accordo di

collaborazione, sul modello dei rapporti precedentemente intrattenuti con il partito della Democrazia

Cristiana.

Il Partito del Sud:

il tuttavia, un nuovo colpo scuote Cosa Nostra: viene arrestato anche

La Cosa Nuova: 24 giugno del 1995,

Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, tra i più accesi fautori della strategia terroristico-mafiosa. Lo

stato di s a da e to he a e a diso ie tato B us a ed alt i aggio e ti dell o ga izzazio e, a uito dalla

crescita esponenziale dei collaboratori di giustizia, viene improvvisamente frenato da Provenzano, che

prende le redini di questa nuova entità, la e ne diviene immediatamente la mente politica.

Cosa Nuova,

e ga o ista iliti o di e e egole all i te o dell o ga izzazio e e p opo e u odello di

Binnu chiede 19

governo al tempo stesso più democratico e gerarchizzato, con una nuova Commissione provinciale, un

caratterizzato dalla presenza dei capimandamento più anziani, chiamati a contribuire alla gestione

Senato

ge e ale delle st ategie dell o ga izzazio e e a delega e la sig o ia del te ito io ad al u i soggetti di

fiducia. La nuova politica di gestione riesce a coniugare la dimensione reticolare in grado di captare

informazioni e gestire relazioni con gli altri network esterni al sodalizio militare con una progressiva e più

generale centralizzazione dei processi decisionali e della circolazione delle informazioni strategiche; per

aggiu ge e l o ietti o, ie e au e tata a he la o pa ti e tazio e all i te o delle fa iglie, dei g uppi

e degli schieramenti, con un sistema a cellule, analogo a quello utilizzato dalle Brigate Rosse negli anni di

pio o so o state u o ga izzazio e te o isti a italia a he si ostituita pe p opaga da e e s iluppa e

la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo). Il controllo accentrato delle informazioni , oltre che

ga a ti e u a tutela dai pe i oli este i all o ga izzazio e, ade pie all esige za

rispondere alla necessità di

di osta ola e e filt a e l agg egazio e di i te essi e i soddisfazio i all i te o di Cosa Nost a; iò al fi e di

impedire che al periodo di delicata transizione e ai pericoli che questa comporta potessero venire ad

aggiungersi i rischi derivanti dal confronto degli interessi tra i diversi gruppi e le diverse famiglie. In questa

fase, viene drasticamente ridimensionato anche il tradizionale rito iniziatico della che finisce con

punciuta,

l esse e ise ato a u a ist etta e hia di uo i, fidatissi i asso iati. La un lato

gestione Provenzano da

e t alizza le de isio i i e e ti i appo ti e le allea ze da i t atte e e , dall alt o delega e diffo de a p op i

rappresentanti di fiducia le competenze necessarie a negoziare su questioni individuali o di piccoli gruppi ,

di odo he la i o o flittualità i te a e ga t attata e isolta alla adi e, i pede do l agg egazio e del

disse so e la sua este sio e. L azio e di P o e za o u azio e he si uo e su u dupli e li ello: uello

economico, per il quale diventa più remunerativo rientrare in Cosa Nostra piuttosto che collaborare con lo

Stato, e quello culturale, laddove il ritorno nel proprio nucleo di ordine è psicologicamente meno gravoso di

quanto non lo sia la ricerca di una nuova identità da costruire nel difficile ruolo di collaboratore. La strategia

di viene affiancata da una più articolata e studiata strategia della , messa in atto da

recupero prevenzione

d o o e dete uti el o e to i ui u oasso iato si t o a a a a e la soglia del a e e.

tutti gli uomini

Per i casi più difficili, la strategia di contenimento della deriva-pentiti affiancata da un progetto di

a edita e to p esso le fo ze dell o di e e la

infiltrazione di falsi pentiti che, dopo una prima fase di

agist atu a, sa e e o stati hia ati a s olge e u azio e di s edita e to dei e i olla o ato i

attraverso dichiarazioni pilotate secondo le finalità di Cosa Nostra. Provenzano, insomma, ha insegnato al

suo popolo come fare di più e meglio dello Stato.

5. IL NODO AMERICANO

Fino al momento del suo arresto, dunque, a Bernardo Provenzano

Provenzano, Riina e la Commissione:

sono state riconosciute doti e qualità che gli hanno consentito di agire e muoversi quale punto di equilibrio

tra le varie componenti di Cosa Nostra, quale mediatore delle decisioni da assumere su questioni di

i te esse ge e ale o, o u ue, ite ute di aggio ilie o pe l o ga izzazio e afiosa. Egli ha a te uto

per molto tempo questo ruolo di mediatore, di degli scambi comunicativi, assumendo per un

facilitatore

lungo periodo un profilo di Un leader interessato alla tenuta complessiva

leader situazionale.

dell o ga izzazio e e delle sue atti ità e o o i he, e ise a do ad alt i, al e o i appa e za, il pote e

effettivo di direzione, quello orientato al compito. Il è sempre stato, però, un nucleo composto

direttorio,

da pochi soggetti di provata esperienza, che egli stesso ha ritenuto affidabili. Insomma, gli uomini del

direttorio sono stati in gran parte uomini di fiducia di Provenzano. Così, il tentativo di apparire marginale,

dimesso, non interessato a ricoprire posizioni dominanti, ha nascosto, in realtà, la consapevolezza di avere,

o u ue, la possi ilità di i flue za e o o dizio a e il go e o dell o ga izzazio e afiosa. P o e za o

u o l i p essio e di de ide e da

ha governato, facendo finta di non governare. Ha deciso, lasciando a cias 20

sé. Egli è sempre stato ben consapevole della precaria stabilità in cui versavano gli equilibri interni

all o ga izzazio e e, allo stesso te po, di ua to fosse i po ta te a te e e l assetto fati osa e te

raggiunto dopo lo scontro incruento che qualche anno prima egli aveva dovuto sostenere con il gruppo

degli stragisti (Bagarella, Graviano e Riina); ogni diversa rivendicazione di ruolo, ogni pretesa di

affermazione personale avrebbe posto le premesse per una nuova stagione di sangue. Da qui la sua

posizione: quella di leader carismatico ufficialmente privo di poteri decisionali, ma riconosciuto

dall o ga izzazio e solo te po a ea e te e solo pe ade pie e a u a fu zio e di t aghetta e to, di

le pa ti, i attesa he la situazio e si defi isse i u odo o ell alt o.

mediazione e di equilibrio tra

L’ide tità ritrovata: del tutto differente è la tecnica di governo adottata da Provenzano. Il suo nome, ormai,

i azio e t a uo i i d o o e u te po

è indissolubilmente collegato al , antico strumento di comu

pizzino

chiamato portato in voga e massicciamente utilizzato dal capomafia corleonese durante

palummedda)

tutta la sua latita za pe o u i a e o il esto dell o ga izzazio e afiosa. Co i suoi iglietti i

sgrammaticati, Bernardo Provenzano non si è limitato a veicolare informazioni o a impartire ordini. Ha fatto

molto di più: ha diffuso e socializzato un nuovo stile di leadership, ha tracciato le linee di una nuova cultura

organizzativa che, attraverso il rimando ai testi biblici e a banali metafore di senso comune, si è resa

comprensibile e condivisibile da tutti i sodali. In questo modo è come se si fossero recuperati dei repertori

che sono comuni e attraverso il rimando alla Bibbia, si poteva parlare di cose che non si possono dire.( ha

o t i uito ad a o a e le elazio i t a i e i di Cosa Nost a all i te o di o izzo ti di sig ifi ato o u i,

di di e sio i di se so sedi e tate e o di ise el o testo i i ale, utilizza do epe to i d azio e oti,

comprensibili dai sodali. Per far ciò, lo stile di scrittura è determinante. E lo stile di Provenzano si ripete

immutato. Ogni pizzino si apre con un saluto contenente riferimenti alla benevolenza divina. Seguono le

richieste, le proposte e i suggerimenti , quasi sempre distinti in un elenco numerato di singoli argomenti,

descritti da una prosa sconnessa ma lineare, semplice, contadina, rassicurante; una prosa che, dopo

l a esto di olti uo i i di e ti e dell o ga izzazio e afiosa, i u a fase oggetti a di isi di leadership,

ha fo ito all i te a o ga izzazio e i i ale u a uo a i agi e i ui spe hia si pe idefi i e la p op ia

identità. (è divenuta il motivo conduttore con cui Provenzano ha fornito ai suoi interlocutori e

leitmotiv

all o ga izzazio e i i ale el suo complesso una nuova immagine in cui specchiarsi per ridefinire la

p op ia ide tità . U i agi e i o os i ile, fo data su ele e ti st uttu ali e sto i i della t adizio e

afiosa: l oste tazio e di tolle a za e pazie za, he de i a dall auto e olezza di un ruolo esercitato

sobriamente, e la forza della persuasione che si manifesta attraverso la costante capacità di mediazione.

Quella scrittura stracolma di errori, intercalata da incomprensioni, pause, è riuscita a fornire consistenza

anche al vuoto, dando voce alla dimensione del silenzio e del segreto, tanto importanti per il consorzio

i i ale, sf utta do, o e stato otato, l i dessi alità il a atte e i di ati o e o testuale della

comunicazione pubblica, traendo alimento da comunicazioni pregresse e repertori condivisi di senso. Dopo

l a esto di P o e za o, u a olta t o ati uesti pizzi i el o o di Mo tag a dei Ca alli , pe a e ta e

l esiste za di odi i seg eti e essaggi iptati so o stati i gaggiati teologi e li guisti; stata hiamata in

ausa a he la sezio e spe ializzata dell FBI he si o upa di a alisi if ata. I ealtà, sa e e astato

leggere con attenzione la relazione precisa e sintetica di esperto e competente

Maurizio Ortolan,

iste o degli I te i he, pa te do dall a alisi e pi i a del

investigatore in forza presso lo SCO del mi

materiale rinvenuto nel covo di Montagna dei Cavalli, spazza il campo dalle speculazioni e dalle congetture

fantasiose, smontando immagini sovradimensionate e costruzioni apologetiche. Ortolan mette subito in

luce un primo dato: su oltre duecento documenti scritti sequestrati a Provenzano, nessuno di questi è

codificato. Argomenti ritenuti compromettenti sono trattati esplicitamente, con la sola accortezza di

sostituire, ma non sempre e non in tutti i casi, i nomi dei sodali con sigle numeriche, iniziali del nome o

appellativi e giri di parole. Di questo sistema di codifica, che associa un numero a un nominativo, sono 21

spesso a conoscenza solo Provenzano e il suo interlocutore. Questo sistema di codifica è analogo a quello

utilizzato dal capomafia, ora collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè. Il codice di Provenzano, dunque,

o esiste. Di g a lu ga più i po ta te l a alisi degli i pli iti as osti ei suoi o ti ui i a di ai testi

sacri. nella corrispondenza e nelle annotazioni vergate a margine dei testi sacri: perché questa ricorrente

necessità di un rimando a un comune orizzonte di significato? Perché questo bisogno di trovare

legittimazione al proprio operato e alla propria autorità in una autorità superiore, quella divina, a cui

costantemente ci si richiama? Probabilmente questa necessità di un rimando continuo a una autorità divina

deriva dal bisogno di trarre ispirazione, ma anche supporto linguistico, da un testo sacro i cui significati

sono facilmente accessibili a chiunque, le cui storie sono diffusamente note e di cui è possibile sfruttare al

massimo le componenti evocative, indessicali, incarnandone i modelli proposti. Importanza altrettanto

preminente riveste lo studio degli effetti della comunicazione di Provenzano dal punto di vista della

oesio e i te a, delle t asfo azio i dell o ga izzazio e e della diffusio e di u uo o e più flessi ile

modello organizzativo reticolare che conserva, al contempo, sopravvivenze di tipo gerarchico; ciò che di

interessante emerge da questi scritti è un preciso modello di leadership, la figura di un leader che svolge il

suo ruolo con uno stile di comando fondato su una grande capacità di mediazione legata alla sua

personalità; uno stile di comando che si avvale di parole chiave mutuate dalla comunicazione politica;

u auto ità pe so ale legitti ata da u a p etesa supe io ità o ale e da i e di ate doti u a e di

comprensione e generosità. Potremmo sostenere che, attraverso i pizzini e grazio allo stile prescelto per la

loro stesura, Provenzano abbia voluto proporre una nuova forma narrativa entro cui leggere la storia e le

vicende di mafia.

I pizzini di Lo Piccolo:

A fare uso dei pizzini, oltre a Provenzano, sono stati anche Sandro e Salvatore Lo Piccolo, padre e figlio, che

sono stati due tra i più convinti seguaci dello stile Provenzano. Loro vengono arrestati il 5 novembre 2007,

i u a illetta di Gia di ello, t a Ci isi e Te asi i: “al ato e e “a d o Lo Pi olo, pad e e figlio. Ve t anni e

più di latita za e u o data di a esti he ha de i ato gli o ga ig a i di Cosa Nost a ha o o seg ato al

più anziano dei Lo Piccolo la poltrona di capo del mandamento di Resuttana- San Lorenzo. Anche i Lo

Piccolo, che sono stati tra i più convinti seguaci dello stile Provenzano, facevano largo uso di pizzini, alcuni

dei uali so o stati i e uti all atto dell i uzio e el o o di Gia di ello, do e essi so o stati a estati el

2007. Si tratta di reperti particolarmente interessanti perché contengono anche scritti connessi alla

di ulgazio e e all i te io izzazio e delle egole e dei uoli all i te o dell o ga izzazio e afiosa. U seg o

evidente che la socializzazione alle regole del gruppo criminale è tornata ad essere importante e, con essa,

to ata ad a e e u uolo di p i o pia o a he la alo izzazio e dell ide tità e della spe ifi ità di Cosa

è

Nostra. Tra le carte è saltata fuori una copia dattiloscritta della tradizionale formula di giuramento in uso

presso la consorteria mafiosa; a riprova del fatto che il rito, seppur riservato a una cerchia ristretta di casi,

permane e si tramanda segretamente come un momento di grande significato iniziatico. Tra i documenti

se uest ati a he u foglio dattilos itto su ui spi a il titolo di itti e doveri , e che riporta un elenco di

10 precetti cui gli affiliati sarebbero chiamati ad attenersi fin dal loro primo ingresso in Cosa Nostra, quasi a

volersi riappropriare di una tradizione sbiadita dal tempo. Si tratta di riti e di formule assai note, citate già

nei primi interrogatori di Buscetta, e che ritornano ciclicamente nelle rievocazioni dei collaboratori di –

giustizia. Nulla di nuovo, dunque. Quello che è interessante è che si osserva la necessità di riappropriarsi

attraverso un medium indiretto come la scrittura della ritualità. Una ritualità che ormai è sbiadita dal

tempo.

Quello che è interessante notare è il riferimento ai rituali di affiliazione in molti di questi pizzini. Si osserva

– –

dunque la necessità di riappropriarsi attraverso un medium indiretto come la scrittura della ritualità, 22

una ritualità che ormai invece non è più sentita come propria dai sodali ed è sbiadita dal tempo. Facendo

riferimento nei pizzini ai rituali di affiliazione è come se i Lo Piccolo volessero accreditarsi uno stile, un

metodo, una prassi tipica di Provenzano. Tipica di Bernardo Provenzano. Lo stile del capomafia corleonese

di e ta oggetto di e ulazio e, pe h fu zio ale all oste tazio e del possesso di u a leade ship t a gli

affiliati, perché necessario al pieno accreditamento sul territorio e tra le famiglie mafiose. Il risultato,

tuttavia, non è uniforme, e in molti altri scritti, la prosa del giovane capomafia mostra strappi e cadute,

evidenti limiti argomentativi e scarsa originalità di fraseggio. Lo stile Provenzano, almeno per quel che

riguarda la complessa arte della scrittura, resta per il momento ineguagliato.

ma torniamo indentro nel nostro racconto , per approfondire alcuni passaggi. Quando

Segreti e bugie:

Provenzano subentra a Riina diversi personaggi tentano di occupare i vertici della catena di comando. Il

p i o a te ta e l azza do fu F a es o Pastoia, he pe de e i stato u o pag o e u a i o di

Bernardo Provenzano anche durante tutta la sua latitanza. Provenzano ha affidato diversi compiti a Pastoia,

il quale per lungo tempo ha svolto un ruolo di assoluto rilievo. In alcune intercettazioni ambientali della

squadra mobile di Palermo, si sente così la voce di Pastoia che parla con Nicola Mandalà, capo della famiglia

a ui o fida al u i seg eti. Ad ese pio i ela di a e p eso i gi o l a i o P o e za o,

mafiosa di Villabate,

di aver commissionato delitti a sua insaputa e di aver fatto anche buoni affari senza informare lo zio. Rivela

i olt e di ole p ogetta e l o i idio di Gio a i “pera, figlio di Don Benedetto, capomafia del

mandamento mafioso di Belmonte Mezzagno, senza avvisare Provenzano. La Squadra Mobile registra una

pa ola diet o l alt a, e Pastoia fi is e i a e e, e da lì di etta e te sui gio ali. Così, sa à solo dai

o ti gio alisti i dell ope azio e G a de Ma da e to he lo zio Bi u e à a o os e e la e ità sul

reso

tradimento di Pastoia. Pastoia legge i giornali e a 48 ore dal suo trasferimento al penitenziario di Modena,

le guardie carcerarie lo trovano impiccato alle sbarre della cella. o viene trovato morto suicida. Il caso di

Pastoia, pe ò, solo u a isaglia di o e i uel pe iodo stesse già ade do a pezzi il siste a

Provenzano. la isi di leade ship esplode d i p o iso t a il 2004 e il 2005, quando Provenzano

La storia dei perdenti:

viene chiamato a pronunciarsi sulla possibilità che venga o meno consentito il ritorno in Sicilia degli

scappati, ossia di coloro che, colpevoli di appartenere allo schieramento perdente della 2 guerra di mafia,

a la ita so o stati o ligati alla ia dell esilio egli “tati U iti da u a de isio e della

per aver sal

Commissione. Questa fu maturata in un clima di odio e rancore, nei giorni di scontro cruento durante i quali

i corleonesi non avevano accettato mezze misure: chi non si era schierato dalla loro parte, era stato

condannato a morte ed era dovuto scappare. In quel periodo, si torna a Palermo a discutere della

possi ilità di estitui e agli s appati la ittadi a za pe duta egli a i . È i uella o asio e he

Provenzano mostra la sua incapacità di prendere una decisione. Egli, infatti, non è in grado di assumere una

posizione né contro Salvatore Lo Piccolo, capo del mandamento mafioso di San Lorenzo, il quale si dimostra

a favore di questo ritorno degli scappati in Sicilia, né contro Antonino Rotolo, capo mandamento del

quartiere Pagliarelli, il quale si dimostra, invece, contrario a questo ritorno degli scappati. Acceso dalla

a ia, ‘otolo de ide di passa e all azio e e si p epa a ad o ga izza e l u isio e di “alvatore Lo Piccolo e

dei suoi uo i i. I pia i di gue a, tutta ia, e go o lo ati dall a esto i se ue za di P o e za o ,

Rotolo e Lo Piccolo (2007).

una prima bonifica del territorio viene predisposta in corrispondenza degli incroci tra la rete

Gli scappati :

viaria urbana e le strade dei numerosi latifondi che si estendono intorno alla borgata. Le stradelle vengono

sbarrate trasversalmente da lunghe e pesanti catene, chiuse da robusti catenacci; un blocco che si ripete

tre, quattro, cinque volte lungo ciascun percorso. Chiunque, pur autorizzato, dovesse inoltrarsi oltre quella

cortina di ferro, dovrà di volta in volta fermarsi e scendere dalla vettura a sganciare i catenacci, dando così

23

tempo agli invisibili guardiani di controllare con tutta calma ogni spostamento, ogni movimento. Prende

corpo, così, uno degli episodi più sconvolgenti tra quelli descritti nella sentenza al primo maxiprocesso a

Cosa Nost a, da solo i g ado di esp i e e o effi a ia l e tità e la apa ità di pe et azio e

dell i ti idazio e afiosa sul te ito io del pale ita o. L episodio testi o ia la apa ità di pia ifi azio e

che contraddistingue la strategia degli uomini di Cosa Nostra, capaci di organizzare estese attività di

bonifica del territorio,attuate mediante evacuazioni di massa che richiamano alla memoria le deportazioni

realizzate dai nazisti. In quegli stessi giorni, sempre a Ciaculli, vengono devastate e date alle fiamme le case

e le palazzine degli scappati e degli loro familiari. I danneggiamenti continueranno anche negli anni

successivi, ogni qual volta tornerà a balenare il sospetto di una possibile presenza di scappati nella borgata.

Fuori da Palermo la strategia di annientamento di perdenti e scappati varca lo Stretto e si trasferisce in

Campania.

Divieto di rimpatrio:

Durante la seconda guerra di mafia, i gruppi di fuoco dello schieramento corleonese uccidono in poco

tempo dapprima Stefano Bontate (aprile 1981) e nel mese successivo dello stesso anno, anche il suo alleato

Salvatore Inzerillo (maggio 1981). I corleonesi danno progressivamente vita ad uno sterminio del gruppo

a e sa io, u ide do tutti gli uo i i d o o e legati al osiddetto gruppo dei perdenti non solo a

Palermo, ma anche a Catania, a Trapani, ad Agrigento, ad Alcamo e a Mazzara del Vallo. Molti di essi

vengono inseguiti a Torino e a Roma e, persino, in Germania e negli Stati Uniti. Si tratta di una vera e

propria strage, che talvolta colpisce anche parenti e conoscenti. Vengono uccisi tantissimi parenti della

famiglia Inzerillo. A questo punto i parenti americani di Inzerillo intervengono, contattando personalmente

‘ii a pe hiede e la essazio e della a ia all uo o; Cha les Ga i o a t atta e u a esa

particolarmente onerosa, che impone a tutti i parenti, gli affini e i discendenti della famiglia Inzerillo il

divieto assoluto di permanenza a Palermo per gli anni a venire.

p i a età del all otto e del , i “i ilia, u alt a fa iglia sto i a di Cosa Nost a, uella

dalla

degli Inzerillo, viene decimata dai gruppi di fuoco di Riina e di Provenzano. In meno di un mese cadono in

ventuno, tra zii, nipoti e cugini. Il primo della lista è Salvatore Totuccio Inzerillo, capomandamento della

l’11 aggio 1 1, l o i idio

borgata di Passo di Rigano, ucciso dai killer corleonesi pochi giorni dopo

dell alleato “tefa o Bo tate. “al ato e I ze illo, pe ò, o e a u apo afia o e alt i; i pa e tato o gli

“patole, i Di Maggio e i Ga i o, e a stato pe a i l uo o-chiave nei collegamenti con gli USA per la

movimentazione degli stupefacenti, importati dal Medio Oriente, raffinati in Sicilia ed esportati

oltreoceano. La sua uccisione preoccupa le famiglie americane, che decidono di mandare a Palermo un

emissario per capire cosa succede e come occorre comportarsi. Il 19 ottobre 1981 Antonino Inzerllo, zio di

Totu io, spa is e el ulla. Nu e osi gli a i i e i o os e ti he seguo o la so te dell a zia o zio Ni o.

L epilogo giu ge du a te il f eddo i e o del , ua do il ada e e o gelato di Piet o I ze illo, f atello

s ope to all i te o del agagliaio di u a Me u pa heggiata el Ne Je se ; l uo o

di Totuccio, viene

ha una banconota da 5 dollari in bocca e due da un dollaro sui genitali. A questo punto i parenti americani

di Inzerillo intervengono, contattando personalmente Riina per chiedere la cessazione della caccia

all uo o; Cha les Ga i o a t atta e u a esa pa ti ola e te o e osa, he i po e a tutti i pa e ti, gli

affini e i discendenti della famiglia Inzerillo il divieto assoluto di permanenza a Palermo per gli anni a venire.

in realtà il che colpisce i membri della famiglia Inzerillo prevede

Traditori in famiglia: bando di fuori porta

anche alcune deroghe; quella, ad esempio, riservata a Francesco Inzerillo, fratello di Totuccio, meglio

conosciuto come Franco u Truttaturi, la cui presenza a Palermo a partire dal 1997 viene giustificata come

conseguenza di un provvedimento di espulsione dal suolo americano. Una deroga viene concessa anche ad

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AleCas

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia della devianza, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dino: Gli ultimi padrini. Indagine sul governo di Cosa Nostra, A. Dino.
Il riassunto è completo di tutti gli argomenti trattati nel testo:
1. Tra mafia e politica;
2. Nemici per la pelle
3. Promesse e tradimenti;
4. Il grande architetto;
5. Il nodo americano,
6. Il re di denari;
7. Le metamorfosi;
E. Il serpente cambia pelle.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AleCas di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Dino Alessandra.

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