Modulo ii: Manuale di geografia culturale di Alessandra Bonazzi
Tradizioni culturali
Una mappa per orientarsi tra direzioni, cultura e punti di vista
La natura interdisciplinare e trasgressiva della New Cultural Geography dipende dai geografi britannici: nei primi anni Ottanta Peter Jackson e Denis Cosgrove lanciano un appello per una radicale rifondazione disciplinare, in quanto vogliono porre al centro della riflessione il funzionamento della cultura. In questo contesto assumono rilevanza tre tematiche:
- Il nuovo ambito tematico non può essere visto come unitario, coerente e ben definito;
- La necessità di compiere una riflessione avvertita e aggiornata su che cosa si intende con il termine cultura;
- Interesse per le rappresentazioni geografiche e cartografiche.
La New Cultural Geography è segnata dal discorso femminista, dal poststrutturalismo, dalla teoria postcoloniale e si sviluppa, per ragioni storiche e politiche, per lo più nell’area linguistica anglosassone. L’interesse della disciplina per i fatti contemporanei le permette di allontanarsi dai temi e dai toni più strettamente accademici. La trasformazione economica degli anni Settanta ha conseguenze anche sugli anni Ottanta, decade della Thatcher e di Reagan, quando si afferma la saggezza del libero mercato e la globalizzazione. Ciò che accade dopo la dissoluzione dell’URSS con il tentativo di creare un nuovo ordine mondiale costituisce un ricco bacino di spunti per la geografia culturale per diverse ragioni:
- La paura per il ribaltamento degli ordini sociali ed economici mondiali;
- La definizione di nuovi confini dettati da sentimenti di appartenenza e territorialità.
I geografi sono attratti da questa ristrutturazione del mondo e cercano di capire il ruolo di spazio e luogo nella costituzione del potere culturale. L’attenzione dei geografi è diretta alle aree metropolitane dell’Occidente industrializzato, teatri di battaglie sociali e politiche: lo studio dei paesaggi urbani privilegia l’indagine di stili di vita e la costruzione sociale di gender e razza. L’attenzione quasi esclusiva per le aree urbane occidentali è un modo per distaccarsi dalla realtà imperiale del passato e la lettura del paesaggio non si limita più solo alla descrizione delle forme visibili e del paesaggio.
Un esempio è lo studio di Chinatown a Vancouver che, a dispetto di tutti i simboli di cultura cinese, è un paesaggio urbano tipicamente occidentale: i cinesi arrivano in Canada alla fine dell’Ottocento e il loro arrivo è inserito all’interno di un discorso razziale ben preciso che li riguarda. La reclusione culturale è accompagnata anche da reclusione spaziale, in quanto la presenza dei cinesi è vista come una minaccia sia fisica che morale: la segregazione dei cinesi all’interno del loro quartieri veicola l’idea che i cinesi siano naturalmente propensi alla sporcizia e alla depravazione morale, considerando le condizioni del quartiere e le attività illegali praticate, quali lo spaccio e la prostituzione. Tuttavia, questa minaccia sanitaria e morale è solo la maschera di copertura per una minaccia che in realtà è di natura economica.
Nei primi del Novecento la concezione di Chinatown cambia e assume i tratti di un quartiere benevolente che dimostra ai bianchi la capacità dei cinesi di vivere con salari molto bassi, tanto che viene concessa la costruzione di una pagoda. Quello che si verifica è la trasformazione del paesaggio urbano in ideologia: Chinatown non è il prodotto della cultura degli emigrati cinesi, ma l’esito della negoziazione con chi può definire Chinatown e chi è costretto a viverci. Il paesaggio urbano può anche essere il racconto della ristrutturazione economica, come quanto avvenuto per la cittadina statunitense di Johnstow, in Pennsylvania, ma mette anche in scena le categorie culturali che rappresentano le differenze tra lavoratori o quelle sessuali.
Altro ambito di interesse al di fuori della città è quello della geografia di soggetti non considerati prima, come disabili, bambini, donne, anziani e emarginati: l’esclusione e la marginalità nello spazio sociale corrispondono alla stessa posizione nello spazio della riflessione disciplinare.
Negli anni Novanta assume importanza crescente il concetto di paesaggio, tanto che diversi studi si rivolgono in questa direzione: il paesaggio viene concepito come lavoro, e allo stesso tempo anche al lavoro in quanto la mobilità caratterizza qualsiasi attore, sia esso umano, naturale o artificiale, e scatena una produzione continua di significati.
Un punto su cui nessuno si è mai interrogato riguarda il fatto di che cosa esista tra il punto di partenza e il punto di arrivo in uno spostamento: questo viene in modo scontato percepito come viaggio, ma in realtà questo movimento delle persone è ricco di significato, è prodotto e produce potere. Tuttavia guardando la mobilità per mezzo delle lenti della sedentarietà vediamo quanto questa si tragica: chi è sradicato da un luogo è visto come portatore di valori instabili, e quindi non si può più essere assimilati a persone credibili e cittadini onesti.
Alla base del dibattito disciplinare troviamo proprio l’attribuzione di un senso al termine cultura: la differenza della New Cultural Geography rispetto alla precedente sta nell’ammettere che non si può usare la cultura per spiegare la realtà, in quanto la cultura stessa necessita di essere spiegata, anche perché è qualcosa di astratto. È quindi necessario capire come qualcosa di così astratto e indefinito sia così potente da condizionare molti aspetti della vita e delle relazioni.
Il termine cultura ha moltissime accezioni, probabilmente riassumibili nella definizione di genere di vita delle persone, che comprende moltissimi aspetti che vanno dalla lingua all’abbigliamento, alle abitudini alla religione e così via, e nella definizione di alcuni prodotti e manufatti.
Secondo Williams la cultura può essere definita come:
- Nebulosa struttura del sentire che definisce la vita delle persone;
- Insieme delle produzioni che riflettono e modellano questa struttura del sentire mediante diverse strategie di rappresentazione.
Uno tra i contributi più importanti afferma che se politica, economia e società hanno a che fare con relazioni materiali, allora la cultura si basa su relazioni di tipo simbolico: una teoria culturale permette quindi di capire come i diversi ambiti interagiscono e si strutturano a vicenda per costruire una società nella sua totalità.
La cultura può anche essere definita come “tutto ciò che non è natura”, ossia tutto ciò che è caratterizzato da molteplicità e inutilità. La parola cultura è una parola buona, che diventa complessa e il cui significato cambia a seconda dei contesti sociali in cui è inserita. È bene però analizzare la storia della parola cultura per capire più a fondo le varie accezioni e interpretazioni a cui è andata incontro.
- Il primo significato è legato alla coltivazione, prima in senso stretto legato alle piante e poi esteso anche agli animali e agli individui;
- Il secondo significato parte da una distinzione morale della cultura perché è possibile parlare di mente coltivata e di mente priva di governo e regole. Si stabilisce un legame tra cultura, disciplina e moralità;
- In Francia e Germania la cultura assume anche l’accezione di civilizzazione;
- Alla fine dell’Ottocento il tedesco Herder sostiene che sia necessario parlare di cultura al plurale, individuando più culture all’interno di un’unica cultura nazionale, dando il via all’idea che più culture possano convivere all’interno dello stesso spazio.
La geografia nel corso dell’Ottocento fa ampiamente ricorso al linguaggio scientifico derivato dalle teorie di Lamarck che, riportate in ambito geografico, permettono si affermare che le differenze culturali sono il riflesso di differenze ambientali. Questo determinismo geografico viene ripreso e ribaltato da Carl Sauer che elabora una teoria che muove nella direzione opposta, ossia il superorganicismo: la cultura crea i contesti materiali della vita in collaborazione con la natura, e questo è manifestato dal paesaggio geografico. La pecca della teoria di Sauer sta nel non aver considerato in senso critico il termine cultura, visto come un intero sistema di vita e per questo definito superorganico.
L’impostazione viene cambiata: la cultura non può essere percepita come qualcosa che si possiede, bensì deve essere qualcosa che si fa, quindi il focus deve essere spostato sulla prassi disciplinare; questo contesto accoglie infatti la nonrepresentational theory: le rappresentazioni permangono, ma l’interesse si sposta verso la considerazione del contesto delle relazioni e dei loro esiti.
La crisi della rappresentazione posta al centro della Cultural Geography è sinonimo della crisi dell’autorità e del potere normativo del discorso scientifico della modernità. È possibile definire rilevamento l’atto di guardare qualcosa da una posizione di comando: questo atto permette di decidere cosa rilevare e cosa escludere.
Nella geografia umana anglosassone del XX secolo è possibile distinguere quattro modalità di rappresentazione:
- La prima è tipica della geografia umana e della geografia culturale tradizionale e si basa sul lavoro sul campo e osservazione diretta, per cui la comprensione e la rappresentazione accurata del mondo sono favorite da un’osservazione e una trascrizione di questa priva di teorizzazioni;
- La seconda modalità, ignorata dalla geografia culturale, è basata sul positivismo scientifico e sull’astrazione;
- La terza modalità è quella postmoderna che decentra i punti di vista privilegiati e abbraccia un relativismo opposto a qualsiasi tipo di fondazione;
- Il quarto approccio è quello ermeneutico basato sull’interpretazione e legittima il relativismo della rappresentazione, in quanto mediata da persone che appartengono a un contesto definito. Secondo l’ermeneutica ogni rappresentazione si compone di tre elementi:
- Il testo prodotto dall’accademia;
- I dati utilizzati per la produzione del testo;
- Gli elementi presi dagli altri testi.
La rappresentazione testuale rimanda a qualcosa che è nel mondo esterno di fatto non esiste, in quanto è una ripresentazione del mondo.
Definizioni militanti: Peter Jackson, James Dunkan, Denis Cosgrove
I primi anni Ottanta ospitano una svolta significativa per la geografia culturale: Jackson sente infatti il bisogno di rifondare teoricamente e filosoficamente la geografia culturale britannica rappresentata dalla Scuola di Berkeley, l’istituzione che ha salvaguardato questa disciplina creata da Carl Sauer nel 1925. È stato quindi necessario uscire dall’isolamento tutelato dalla comunità geografica internazionale, da Sauer e dai suoi eredi.
La rivoluzione inizia con un articolo di Peter Jackson del 1980 in cui si critica il fatto che la geografia culturale non produca nulla di scientifico, probabilmente a causa del fatto che non si è voluto che geografia e antropologia comunicassero, come invece avveniva in America per quanto riguarda interessi e metodi: Carl Sauer, nell’opera che decreta la nascita della geografia culturale, cita l’antropologia dichiarando che la fusione delle due discipline può portare a grandi risultati. La Scuola di Berkeley, a causa del suo particolarismo culturale, si concentra solo sulle aree rurali non interessate dall’industrializzazione, oltre che per essere fortemente influenzata dall’esperienza scientifica personale di Sauer.
Gli inglesi erano molto lontani dai paesaggi culturali americani e dalla personalità di Sauer: Jackson sostiene che una ridefinizione della disciplina sia inevitabile per suscitare nuovo interesse. La critica di Sauer muove in primo luogo alla definizione di geografo culturale: esso non può essere circoscritto a una persona che valuta la capacità delle comunità di modificare il loro habitat, in quanto viene eliminato l’elemento che permette di spiegare le forme del paesaggio culturale e la descrizione del lavoro interno.
Sauer sostiene che i geografi inglesi dovrebbero trarre ispirazione dal lavoro degli antropologi sociali, oltre che avvicinarsi alla geografia sociale per evitare che le proprie ricerche ricadano in una semplice descrizione di ciò che si vede. L’attacco non è quindi a Carl Sauer, ma alle persone che difendono il concetto senza aprirsi ad innovazioni inevitabili: il problema riguarda in primo luogo la politica dei posti in Accademia.
Nello stesso anno James Duncan attacca senza scrupoli il superorganicismo della Scuola di Berkeley: Duncan sostiene che spiegare le aree culturali attraverso il superorganicismo significa elevare la cultura a qualcosa che non è e attribuirle un potere causale che in realtà non ha. Duncan critica il fatto che nessuno abbia mai posto in dubbio la teoria superorganicistica, nonostante le critiche, e che tutti hanno sempre ignorato teorie di cultura alternative proposte dagli antropologi.
Duncan vuole che il concetto di cultura venga ripreso all’interno della disciplina e per farlo ripercorre alcuni passaggi e categorizzazioni teoriche importanti, entrando così nel contesto del determinismo culturale: gli antropologi pensavano che la realtà fosse composta di livelli differenti, collegati tra di loro, ma oggetto di ambiti di studio diversi; l’interesse era rivolto al rapporto tra l’individuo e l’ambiente superorganico che costituisce l’impulso per l’azione umana. Sauer interviene prendendo spunto dall’antropologia culturale per elaborare la sua teoria geografica culturale, affermando che ciò che lui faceva era riconducibile a semplici prestiti intellettuali.
La Scuola di Berkeley mostra senza dubbio alcuni limiti concettuali e pratici: Duncan sostiene che questo sia dovuto in primo luogo al fatto che i geografi abbiano dato per scontati gli strumenti concettuali, peccando quindi di indifferenza. Questi limiti concettuali e pratici possono essere analizzati come segue:
- Se la cultura viene assunta come forza determinante non è necessario fornire nessun altro tipo di spiegazione della realtà, escludendo quindi spiegazioni di tipo politico, economico o di conflitto sociale. La cultura viene percepita come una sovrastruttura astratta che ospita i valori e le norme comuni. La cultura è un oggetto ripieno di valori che possono essere interiorizzati dagli individui;
- Il funzionamento del modello culturale può essere paragonato alla reificazione della cultura, espressione radicale della quale è la configurazione, tra cui quella americana che si compone di quattro valori che il popolo degli USA ha fatto propri, in quanto il proprio comportamento e il carattere peculiare della nazione dipendono da questi:
- Individualismo estremo ai limiti dell’anarchia;
- Valore di mobilità e spostamento;
- Visione meccanicistica del mondo;
- Perfezionismo messianico.
L’interiorizzazione di questi valori da parte di tutti i componenti di una società crea omologazione e per questo ci si chiede chi ha il potere di imporre questi valori e che cosa li renda nazionali.
- La cultura viene descritta come attività convenzionale appresa da un gruppo, ma allo stesso tempo è anche un’azione inconscia in quanto si è condizionati da certi comportamenti. A questo punto l’attenzione si sposta sul concetto di ruolo, che permette di concepire le azioni come abituali in quanto esse sono dettate dalla posizione che l’individuo occupa nella cultura, e non dalla cultura stessa.
È possibile affermare che secondo Duncan la teoria superorganicistica è poco convincente per la spiegazione dei fenomeni, ma allo stesso tempo è utile per impedire le spiegazioni al fine di rendere poco visibili problematiche scomode. Duncan asserisce che la Scuola di Berkeley dovrebbe prestare maggiore attenzione sull’interazione degli individui e dei gruppi con l’ambiente fisico in diversi contesti e a diverse scale.
Nel 1983 Denis Cosgrove dà una nuova definizione di geografia, rapportandola al marxismo in modo da renderla veramente culturale e radicale. Cosgrove ribadisce immediatamente la sua posizione teorica e disciplinare:
- La cultura è la produzione simbolica per mezzo della quale l’uomo si appropria del mondo;
- La cultura genera stili di vita e paesaggi materiali diversi;
- In Occidente la borghesia trasforma la cultura da stile di vita a concetto, rendendola quindi ideologica.
Cosgrove ha l’intuizione di incorniciare gli oggetti della geografia nel sapere marxista, quindi l’aggettivo culturale non è da intendersi nel senso conferito dalla scuola di Berkeley, bensì nel senso marxista. Cosgrove insiste sul fatto che sia la geografia culturale che il marxismo partono dall’essenziale storicità del rapporto tra uomo e natura; l’operazione svolta da Cosgrove consiste nel proporre una prospettiva radicalmente geografica all’interno del materialismo storico, articolando diversi passaggi:
- Cosgrove ricorda come Sauer definì la geografia parte della storia culturale, dando l’idea di partire dalla stessa premessa che conferisce alla storia una concezione materialista;
- Secondo Cosgrove il punto di svolta consiste nel porre all’interno della riflessione geografica l’ideologia e il ruolo delle relazioni umane.
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