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Nel 1983 Denis Cosgrove dà una nuova definizione di geografia, rapportandola al marxismo in

modo da renderla veramente culturale e radicale. Cosgrove ribadisce immediatamente la sua

posizione teorica e disciplinare:

• La cultura è la produzione simbolica per mezzo della quale l’uomo si appropria del mondo;

• La cultura genera stili di vita e paesaggi materiali diversi;

• In Occidente la borghesia trasforma la cultura da stile di vita a concetto, rendendola quindi

ideologica.

Cosgrove ha l’intuizione di incorniciare gli oggetti della geografia nel sapere marxista, quindi

l’aggettivo culturale non è da intendersi nel senso conferito dalla scuola di Berkeley, bensì nel

senso marxista. Cosgrove insiste sul fatto che sia la geografia culturale che il marxismo partono

dall’essenziale storicità del rapporto tra uomo e natura; l’operazione svolta da Cosgrove consiste

nel proporre una prospettiva radicalmente geografica all’interno del materialismo storico,

articolando diversi passaggi:

• Cosgrove ricorda come Sauer definì la geografia parte della storia culturale, dando l’idea di

partire dalla stessa premessa che conferisce alla storia una concezione materialista;

• Secondo Cosgrove il punto di svolta consiste nel porre all’interno della riflessione geografica

l’ideologia e il conflitto di classe, mai considerati prima dalla Scuola di Berkeley a causa

dell’organizzazione e della definizione della disciplina all’interno di contesti accademici.

• Cosgrove sostiene che la comprensione non può mai prescindere dalla dimensione ideologica

e politica, dal contesto materiale o dalle forme di produzione. Il lavoro di alcuni studiosi offre

infatti la possibilità di elaborare una teoria della cultura come processo di simbolizzazione

Se la geografia culturale si occupa di significati umani, deve ricordarsi di non omettere il

contetso storico, economico e sociale e dovrebbe preoccuparsi di come lo spazio sia parte della

dimensione simbolica mediante la produzione culturale.

La nuova definizione di geografia culturale permette di attribuire i caratteri di:

• Storica e attuale, aggiornata sul piano teorico;

• Sociale e spaziale, ma non limitata ai temi del paesaggio;

• Urbana e rurale;

• Interessata alla natura contingente della cultura, sia come ideologia dominante che come

espressione di resistenza;

• Interessata all’idea di cultura come medium che consente l’espressione, la contestazione e la

costituzione di ogni cambiamento sociale.

La svolta culturale della geografia dipende dai geografi sociali e dal mutato significato

dell’aggettivo.

1.3 Le origini geografiche: da Ellen Churchill Semple a Carl Sauer

Uno dei punti del programma dei nuovi geografi è scardinare criticamente la cultura e per farlo è

necessario ritornare all’origine della tradizione avviata dalla Scuola di Berkeley; l’osservazione si

3

concentra sulle tre dimensioni fondamentali della comunicazione e del sapere: ontologia ,

4 5

epistemologia e scienza . inevitabile però tenere in considerazione anche la variante dell’autorità,

che decide la realtà di interesse della geografia, la cornice in cui collocarla e la logica d’insieme di

3 Ciò di cui è fatta la realtà.

4 In che modo avviene la conoscenza della realtà.

5 La costruzione del sapere. 5

questa. La nuova geografia culturale si innesta e si realizza sulla crisi che investe il concetto di

rappresentazione geografica. 6

La geografia di Carl Sauer nasce dall’idea che le forme del paesaggio dipendono dalla cultura .

Sondare le origini della Berkeley School permette di vedere come la cultura sia entrata all’interno

della geografia e perché proprio con questa determinata accezione; quando Sauer inizia a fare

geografia il mondo era nettamente diverso da quello attuale: si era ancora ancorati all’idea della

superiorità dell’Occidente, quindi si cercava di mantenere gli imperi grazie anche alla

legittimazione data dal linguaggio naturale e naturalistico. Il contesto non prevedeva la possibile

esistenza di differenze culturali, quindi neanche di geografie che delineassero queste differenze.

Linvingstone afferma che alla fine dell’Ottocento la geografia cerca di unire natura e cultura, al

fine di unire le scienze naturali a quelle umane: il risultato è la coerenza metodologica dell’insieme

dei dati isolati che permettono di descrivere il cambiamento dell’interazione degli uomini con la

società al cambiamento dell’ambiente naturale. All’epoca il mondo era stata quasi tutto scoperto,

quindi i geografi rischiavano di rimanere senza un lavoro se non avessero trovato qualcosa di

innovativo per la loro disciplina: la geografia si afferma grazie al ricorso a linguaggio scientifico e

pratico e grazie alla mappatura teorica dei territori e dei confini, molto utile nel periodo della corsa

all’Africa. Il linguaggio della scienza incoraggia e legittima l’azione politica, mentre il linguaggio

evoluzionistico del determinismo ambientale declina in termini ambientali le colonie acquisite.

Secondo il determinismo ambientale i meccanismi che determinano un comportamento

culturale sono da ricercarsi all’interno dell’ambiente, che crea abitudini culturali che vengono

trasmesse alle generazioni successive. Il determinismo ambientale è alla base della teoria

geografica di Ratzel che paragona lo Stato ad un organismo, la cui sopravvivenza è legata

all’espansione territoriale: questo è un chiaro supporto alla corsa alle colonie degli Stati europei

alla fine del XIX secolo, in quanto visto come un naturale impulso dello Stato. Da questa riflessione

scaturisce anche l’idea di una scala di legittimazione, per cui ci sono Stati legittimati alla corsa

coloniale, mentre altri non lo sono.

Questo concetto cambia all’inizio del Novecento in quanto non può più essere considerato

possibile ridurre l’evoluzionismo a un semplice determinismo ambientale, quindi le lezioni di

William Morris Davis e di Ellen Churchill Semple vengono ritenute imbarazzanti. Lo scopo di Ellen

Churchill Semple era quello di rendere scientifica la geografia: la geografa non dà spazio

all’iniziativa umana, ritenendo che l’uomo sia un mero prodotto della superficie terrestre e la natura

condiziona ogni aspetto della sua vita. La supremazia di alcuni popoli su altri è dovuta alla volontà

della natura che si esprime attraverso le potenzialità di alcuni aspetti fisici piuttosto che di altri. Con

la scoperta dei Poli la necessità che si fa strada è quella di riconfigurare le relazioni di potere nelle

terre già acquisite e controllate. Il nuovo obiettivo è la gestione dell’esistente in uno spazio che

viene relativizzato, per questo le regioni riacquistano importanza attraverso il recupero della

tradizione chorologica. In questo momento entra in gioco Carl Sauer che afferma che è necessario

tornare a dare importanza al paesaggio, quella sezione di realtà che non reclama più nessuno:

particolarismo e regionalismo diventano i termini della geografia che Sauer definisce culturale, ma

che si trasforma velocemente in geografia umana.

La critica di Sauer al determinismo ambientale prende le mosse dalla sua formazione

antropologica: Sauer sostiene che il particolarismo culturale è necessario alla ridefinizione della

geografia e permette la trasformazione del paesaggio naturale in paesaggio culturale,

trasformando la geografia in studio e descrizione della storia culturale sotto il punto di vista

geografico. Il tentativo che è stato fatto coincide con il tenere insieme l’antropologia culturale e la

geografia, con la possibilità di ulteriori commistioni. Sauer mutua dagli antropologi anche l’idea che

la cultura sia un fattore collettivo che si manifesta nella tradizione e nelle abitudini.

Tuttavia Carl Sauer rappresenta anche la posizione della Berkeley School, quindi di tutti i

geografi della scuola americana . Sauer occupa la posizione di capo al Dipartimento di geografia a

Berkeley dal 1923 al 954,avendo quindi la possibilità di educare un’intera generazione di geografi.

Nel corso del suo operato Sauer tagli totalmente i legami della sua geografia con quella tedesca,

creando così un prodotto nativo del Midwest. Sauer sostiene che è fondamentale leggere gli

aspetti materiali dei paesaggi culturali in quanto, rappresentando il rapporto tra cultura e natura,

6 Un esempio è la linea che divide la California dal Messico: la linea definisce delle differenze culturali, e non

certamente morfologiche o climatiche. 6

sono segni delle variazioni culturali nello spazio. La disciplina geografica della Berkeley School si

articola su questi punti:

• Natura storica della geografia;

• Relativismo culturale;

• Interesse esclusivo per come le culture trasformano il mondo cultural per la creazione di

paesaggi o regioni culturali.

Sauer è molto più interessato al lavoro sul campo che a una definizione teorica della disciplina

tanto che, dopo aver assunto la cultura come forza decisiva per la trasformazione terrestre, non si

interroga sul significato profonda di questa parola. L’idea di Sauer è articolata nella breve opera

Morfologia del Paesaggio, in cui il paesaggio è visto come un’unità geografica caratterizzata da

un’associazione peculiare di fatti da sottoporre allo schema conoscitivo della morfologia. Sauer

sostiene che il campo di studio della geografia sia proprio il paesaggio: infatti gli oggetti che lo

compongono sono in relazione tra di loro e questa relazione trasforma il paesaggio in un segmento

di realtà coerente e completo che deve essere oggetto di geografia. Il termine paesaggio contiene

tre dimensioni di significato: processo, associazione di fatti e concetto geografico unitario.

Sauer continua anche affermando che la definizione dei contenuti del paesaggio non può

avvenire a priori, anzi deve essere scelto solo ciò che è veramente caratteristico, ossia che si

ripete con frequenza e si organizza in un determinato ordine: la scelta non può essere compiuta

applicando dei criteri filosofici, anzi viene condotta con intelligenza e si giustifica da sola. Sauer

sostiene che il paesaggio è un’unità bilaterale, composta da puri fatti fisici e fatti culturali, con cui si

intende l’associazione di un gruppo con il paesaggio e non al suo interno. L’epistemologia del

metodo morfologico di Sauer si basa su:

• Repressione di ogni teoria a priori;

• Sintesi morfologica tra l’unione delle forme collocate ordinatamente in strutture e la

comparazione delle strutture;

• Le parole d’ordine sono pura evidenza, limite, assenza di teoria che hanno come esito un

sapere descrittivo che racconta la struttura spaziale dei fenomeni.

Il metodo morfologico si delinea in alcuni passaggi:

• Ricostruzione dell’originario paesaggio naturale o rappresentazione della morfologia del

paesaggio naturale;

• Individuazione del paesaggio culturale, ossia dell’area geografica nel suo significato finale in

cui le forme sono il prodotto materiale del lavoro degli uomini.

In questo schema Sauer afferma che la cultura è l’agente, l’area naturale è il medium e il

paesaggio culturale è il risultato: sotto una data cultura che cambia nel corso del tempo cambia

anche il paesaggio. La Scuola di Berkeley si concentra solo sulla descrizione del paesaggio come

associazione geografica di fatti che registra l’attività dell’uomo: l’attenzione è concentrata solo sulla

dimensione fisica e naturale, senza il minimo interesse per quella sociale che esprime l’attività

dell’uomo.

Ultimo punto della teoria di Sauer è il fatto che l’azione dell’uomo sia sempre concepita

nell’ottica di uno sfruttamento sistematico e distruttivo e quindi gli atteggiamenti descritti sono quelli

devastanti in termini ambientali: per questi motivi l’interesse di Sauer e della Scuola di Berkeley in

generale è diretto a una tendenza geologica e antimodernista che appoggia un’avversione

sistemica ai cambiamenti culturali e sociali. La scuola di Sauer si interessa a ciò che è rurale e

meno coinvolto nei cambiamenti più sconvolgenti che si profilano nel corso del tempo.

1.4 Le origini culturali e politiche

Il pensiero di Jackson, Duncan e Cosgrove può essere riassunto nel l’idea per cui ogni forma di

conoscenza teorica è una forma di pratica politica, quindi non è mai neutra obiettiva. Bisogna 7

sempre interrogarsi sulle modalità con cui i significati vengono prodotti, fatti circolare e contestati,

quindi il modo migliore per dotare di senso la geografia culturale di Berkeley è sottoporla al

concetto di tattica, ossia l’azione calcolata che determina l’assenza di un luogo proprio. Gli

studiosi che lavoralo al Centre for Contemporary Cultural Studies usano la metafora della carta

geografica per descrivere i processi culturali perché pensano che le culture siano delle mappe utili

alla comprensione del mondo, e si occupano anche della posizione del soggetto all’interno dello

spazio. Cometa sostiene che non è tanto importante definire cosa siano gli studi culturali, bensì da

chi e dove vengono svolti: è possibile quindi affermare che questi studi sono connotati dalla loro

posizione. Cometa sostiene che l’atlante e la cartografia siano strumenti fondamentali per gli studi

culturali e di conseguenza lo diventano anche per la nuova geografia culturale, allo scopo di

criticare duramente l’impostazione della Scuola di Berkeley. Gli studi culturali sono anche il

risultato dell’ingresso dell’Europa nella posthistoire, che coincide con ciò che succede dopo la

Seconda Guerra Mondiale: si conclude il periodo di egemonia dell’Europa nel mondo, di

conseguenza si conclude anche la storia universale e insieme a lei anche la geografia universale.

In questo momento la prospettiva unilaterale dell’Europa è costretta ad accogliere una molteplicità

di altri punti di vista, da cui scaturiscono proprio i cultural studies.

I cambiamenti sociali della Gran Bretagna sono intimamente legati all’avvio dei Cultural Studies,

in particolar modo la riforma del sistema educativo che permette l’accesso all’istruzione ai membri

della working class è la dimostrazione che la cultura è una forma di politica. La produzione di

riforme coincide con lo scioglimento dell’Impero e con l’arrivo degli ex-sudditi presso la

madrepatria in cerca di lavoro e istruzione. Questo clima di cambiamento porta con sé due

questioni fondamentali:

• Il riconoscimento della natura eterogenea e multiculturale dell’Impero, che costringe a

chiedersi cosa significhi realmente englishness;

• La fine della coscienza morale inglese, fatta di un sistema rigido di classi e riprodotta nella

gerarchia elitaria che permetteva l’accesso all’istruzione solo sulla base della provenienza

sociale.

I Cultural Studies affondano le proprie radici in un paesaggio in cui la posizione dei cittadini è in

continuo mutamento dal momento che l’oggetto di negoziazione di quegli anni è proprio l’identità

britannica e questa negoziazione ha profondamente a che fare anche con il paesaggio.

Secondo Raymond Williams non è la coscienza degli uomini a determinare il loro essere, ma

piuttosto è il loro essere sociale a determinarne la coscienza; durante il lavoro presso l’Università

di Oxford capisce che la diffusione e la circolazione della cultura sono determinate, o almeno

influenzate, da posizioni e orientamenti politici, tanto che ciò che ti viene insegnato spesso è molto

distante dalla realtà dei fatti. Il primo punto del pensiero di Williams consiste nel rifiuto dell’idea di

canone e di cultura alta: escludere i cittadini dalla cultura significa infatti escluderli da una parte

della vita nazionale. Williams definì la cultura come intero sistema di vita, materiale, intellettuale e

spirituale e le sue differenti accezioni sono funzionali solo alla comprensione della natura dei

cambiamenti. Williams intende la cultura come un modo di vivere che trova espressione nelle

istituzioni e nei comportamenti individuali della vita quotidiana : la cultura può quindi essere vista

come la dimensione in cui politica, economia e società si incontrano e scontrano e dove negoziano

e risolvono conflitti. È quindi importante analizzare la formula della cultura e non l’oggetto di

questa.

Williams suscita l’interesse dei geografi anche il suo modo di considerare il paesaggio: si parte

dall’eterogeneità di questo in quanto in un’area geografica ristretta le differenze sono moltissime, la

prima delle quali è quella di classe che si riflette nelle forme e negli insediamenti del paesaggio e

nella realtà della vita quotidiana degli individui. È possibile quindi affermare che Williams è

dell’idea che la cultura è attiva e si genera nella pratica quotidiana e inoltre mostra anche interesse

per la comprensione delle cause dei cambiamenti culturali che si verificano. Per Williams il

materialismo è uno strumento analitico per la comprensione dei meccanismi che regolano la

società, senza però che diventi un modello rigido. I paesaggi descritti da Williams sono dinamici ed

eterogeni, tanto da poter essere definiti come passaggi che lasciano delle impronte. 8

Richard Hoggart, in un percorso professionale simile a quello di Williams, capisce che gli studi

letterari devono cominciare ad interessarsi anche alla ricchezza della cultura popolare e che i

metodi critici siano strumenti per la comprensione della totalità dei testi e delle pratiche culturali

della working class: la cultura borghese è affiancata da quella popolare, articolata non solo nella

forma scritta. La pratica teorica di Hoggart ha una base essenzialmente politica in quanto obbliga a

far rientrare nella valutazione una classe sociale fino a quel momento esclusa dall’identità

nazionale.

All’interno di questo panorama è necessario nominare anche la figura di Edward Palmer

Thompson che afferma che il conflitto tra le varie forme culturali sia un elemento assolutamente

rilevante e inizia ad interessarsi di quelle persone e di quella cultura ai margini della società; in

conflitto più evidente è quello che si profila tra cultura dominante e cultura popolare

L’ambito dei Cultural Studies a cui attingono direttamente i geografi culturali sono le

considerazioni di Stuart Hall: egli inizia a riflettere sulla cultura popolare britannica e legittima una

parte della cultura fino a quel momento trascurata dall’impostazione accademica, e proprio per

questo è stato possibile compilare una lista dei temi di interesse dei Cultural Studies. All’interno

degli studi culturali le rotture più forti sono state due:

• Femminismo

Il femminismo irrompe mettendo nero su bianco la gerarchia maschilista che governa i discorsi

dei Cultural Studies. Il punto di vista femminista dà forza alla natura politica di ogni dimensione

considerata personale e dimostra che la politica culturale non può essere ricondotta alla sola

sfera pubblica. Le questioni legate a genere, sessualità e identità diventano uno dei centri per

la comprensione del funzionamento del potere e dei meccanismi per la comprensione

dell’egemonia culturale. Il femminismo permette anche l’apertura della teoria sociale alla teoria

dell’inconscio.

• Questione della razza

La riflessione su tutto ciò che ha a che fare con la razza e con il razzismo entra a pieno titolo

nell’interesse degli studi culturali, suscitando anche resistenze e discussioni.

Queste faglie incontrano anche la semiotica e il poststrutturalismo. Il compito del critico diventa

quello di farsi carico della propria posizione e del contesto in cui un’opera viene prodotta,

trasmessa, interpretata e valutata: la critica dovrebbe infatti essere una categoria del pensiero che

si pone nei confronti del mondo come attivamente politica. Bisogna quindi capire come mai spesso

vengono supportate posizioni politiche che vanno contro i propri interessi e per capirlo è

necessario rifarsi all’idea di egemonia culturale: lo Stato moderno borghesi si basa sulla stabilità

e l’equilibrio dei rapporti politici ed economici ottenuto mediante il consenso dei cittadini, che viene

fabbricato ed organizzato grazie all’opera degli intellettuali. È possibile quindi affermare che

l’egemonia culturale è la messa a punto dei termini che rendono accettabile il governo di un

gruppo dominante; tuttavia l’egemonia non esaurisce mai tutti gli aspetti possibili, perciò si può

parlare anche di contro-egemonia con cui il governo e il potere devono fare i conti. L’egemonia è

quindi una relazione dinamica tra le parti sociali.

È ora necessario segnalare alcuni percorsi individuati e tradotti dai geografi culturali. La svolta

culturale implica che i concetti tradizionali della geografia (luogo, spazio e paesaggio) siano

sottoposti a un’analisi attenta del significato e della funzione. Le linee che si intrecciano

nell’interpretazione del paesaggio sono quattro:

• Il paesaggio come formazione culturalmente determinata e iscritta nel processo dello sviluppo

capitalistico dell’Europa moderna (Denis Cosgrove);

• Il paesaggio nella sua dimensione simbolica e come cornice che consente di inquadrare e

orientare l’immaginario sociale di chi lo abita;

• Il paesaggio delle città e l’attenzione per lo spazio contemporaneo e le culture urbane;

• Il paesaggio nella concezione femminista 9

Per quanto riguarda il luogo le posizioni sono tre:

• Il luogo identitario, relazionale e storico;

• Il luogo come eterotopia;

• Il luogo inteso nella sua accezione politica.

Anche per quanto riguarda lo spazio le teorie sviluppate sono tre:

• Lo spazio del sé e dell’altro;

• Lo spazio che contribuisce alla definizione di razza e genere;

• Lo spazio come matrice de paesaggio.

2. Spazio, paesaggio, luogo

2.1 Le ragioni dello spazio

Lo spazio è il centro del pensiero teorico e delle scienze sociali, in quanto rappresenta un tratto

peculiare della nostra epoca e il supporto metaforico per la creazione di un nuovo progetto di

pensiero. Lo spazio assume significati diversi in base al contesto, ma rappresenta sempre una

strategia rappresentazionale e nella teoria sociale critica è una dimensione profondamente

coinvolta nei processi culturali. È possibile quindi affermare che lo spazio non è mai un medium

neutro. Lo spazio non è più da considerarsi come un medium geometrico; negli studi di Said la

geografia è sempre presente e permette di stabilire un legame tra immaginazione geografica,

letteratura e consenso.

Nel loro lavoro i geografi hanno fatto propri alcuni punti teorici dei Cultural Studies. Le

coordinate geografiche e permettono di dare la linea politica e di definire il valore economico delle

posizioni: proprio per questo è possibile affermare che la geografia è stata per moltissimo tempo

militante, e di conseguenza lo sono stati anche i geografi culturali che esplorano da vicino il

pensiero critico di chi ragiona sui modelli di costruzione sociale dello spazio e su come questo

partecipi alla struttura del nostro pensiero. La geografia culturale attinge dai modelli del

poststrutturalismo francese e i geografi a cui si fa riferimento sono:

• Michel Foucault

Conduce la riflessione sulla produzione delle forme moderne di conoscenza ed è il padre del

concetto di “pratica discorsiva”, ossia il discorso che iscrive le relazioni sociali attivando il

potere sui corpi e attraverso lo spazio. È uno degli ispiratori degli studi postcoloniali e di quelli

relativi alla questione della subalternità. La riflessione geografica si concentra sulla struttura

del funzionamento dello spazio come strumento per il controllo, la disciplina e la politica dei

corpi.

• Jacques Derrida

È il teorico della differenza e insiste sulla tattica dello smascheramento.

• Henri Lefebvre

Lega la produzione dello spazio urbano alla teoria marxista e si impegna a riflettere

sull’opposizione binaria tra trasparenza e opacità dello spazio.

Un altro tassello critico è quello della logica culturale del capitalismo avanzato ed ha a che

fare con il simulacro, che liquida il regno dell’immagine, e la derealizzazione, che fa riferimento

agli aspetti della vita sociale; esito di questa concezione è la pubblicità, vista come l’arte del

capitalismo avanzato. Un altro tassello critico è quello della videocracy. 10

“Le parole e le cose” del mondo: Derek Gregory e l’immaginazione geografica

Derek Gregory inizia il suo racconto partendo dal quesito di David Stoddart che riguarda

quando la geografia è diventata una moderna scienza europea. Una prima risposta afferma che la

trasformazione dipende dall’incontro con il mondo e l’assunzione della verità come criterio

fondamentale, anche se sarebbe necessario adottare una certa cautela nei confronti del concetto

di verità. È quindi necessario andare a vedere che cosa stava succedendo in quel momento

storico, che coincide con il primo viaggio di James Cook nel Pacifico meridionale. Questo viaggio

aveva due scopi, uno ufficiale e uno segreto: lo scopo ufficiale era quello di osservare il transito di

Venere da varie parti del pianeta per riuscire a calcolare la distanza tra la Terra e il Sole; lo scopo

segreto consisteva nel cartografare il Pacifico meridionale e scoprire quella che sarebbe poi stata

chiamata Australia. Cook permette al botanico Banks, a due naturalisti della scuola di Linneo e a

due illustratori di salpare insieme a lui. Quello che sarà prodotto, ossia il modello Cook diventerà

quello più efficiente e riprodotto poi in tutte le spedizioni successive: il prodotto del lavoro di questo

gruppo di studiosi trasforma la geografia in una scienza europea moderna e oggettiva il cui scopo

è una descrizione realistica. Le geografia diventa una scienza nel momento in cui incontra la storia

7

naturale .

Gregory inizia la critica all’impostazione di Stoddart affermando che bisogna capire qual è il

regime di verità della scienza europea e che cosa bisogna intendere con storia naturale. Secondo

Gregory la storia naturale coincide con il dare un nome a ciò che è visibile, quindi avvicinando il

linguaggio allo sguardo e la parola alle cose guardate. Bisogna ora capire come si relazionano tra

loro verità, geografia e storia naturale: lo sguardo utilizzato per rendere riconoscibili gli oggetti della

8

natura è quello europeo che è configurato in modo da opporsi a una visione diretta . Gegory nota

anche che l’approccio di Cook e di Banks sono notevolmente diversi: Cook scrive annotazioni

semplicemente geografiche che descrivono le terre e spazializzano il suo viaggio, mentre Banks

danno uno spazio alla classificazione e hanno a che fare con l’astrazione in quanto applicano una

severa griglia tassonomica alle differenze nel tentativo di addomesticarle. È quindi possibile

affermare che per Banks la conoscenza è ciò che sopravvive alla classificazione e per questo può

essere scritta. Se si pensa che la geografia possa avere origine naturale, allora essa contribuisce

alla costruzione delle scienze umane in cui l’uomo diventa un oggetto di studio.

Gregory sostiene che la storia raccontata da Stoddart su Cook è la storia della nascita della

geografia come scienza oggettivamente eurocentrica.

L’”abisso” lineare di Gunnar Olsson: “Go home Professor. GO”

La linea spiegata da Gunnar Olsson permette di capire la presa di possesso del mondo

asimmetrica e materiale: la sua riflessione sullo spazio cartografico è infatti oggetto di interesse da

parte dei geografi. Il 4 settembre 2000 viene presentato, presso la Cattedrale di Uppsala, il Mappa

Mundi Universalis creato da due artisti, tra cui Olsson: questo oggetto d’arte è la traduzione del

pensiero cartografico in una forma che nessuno di noi mai penserebbe e che complica moltissimo i

nomi comuni dl vocabolario geografico, quali punto, linea, piano e scala. Gli ordini della missione di

Olsson nella realizzazione di questo progetto sono:

• Rivelare ciò che è familiare in ciò che non si conosce;

• Trovare i principi dell’immaginazione e specificare i ruoli della trasformazione ontologica;

• Disegnare una mappa del territorio umano, ritracciarne i confini fluttuanti e trovare il centro

stabile;

• Produrre un atlante di ciò che significa essere umani;

• Iniziare una critica alla ragione cartografica.

Questi punti servono per rispondere alla domanda che ci interroga su come è possibile trovare

la nostra strada all’interno di un mondo fatto di pensiero, azione, cose e relazioni, che in senso più

7 In questo caso applicata grazie alla classificazione delle specie naturali e animali attuata da Banks che

ricomprende nella classificazione anche gli uomini.

8 Infatti quando Cook torna in Inghilterra il diario di bordo viene trasformato in un resoconto che però viene

riscritto utilizzando i canoni tradizionali del resoconto di viaggio drammatico e le rappresentazioni originali

vengono rielaborate in immagini familiari consone al gusto europeo. 11

profondo ci chiede di interrogarci su quali sono gli strumenti che definiscono la nostra posizione e

direzione nell’invisibile spazio sociale del dato per scontato. Secondo Olsson la posizione coincide

con il limite tra il pensiero e l’azione, ossia tra i cinque sensi del corpo e il sesto senso della

cultura.

Olsson sostiene la tesi per cui ogni carta stabilisce, per mezzo del reticolato geografico, una

relazione tra gli elementi rappresentati e tra questi e le cose che si trovano al di fuori

dell’immagine, e questa relazione è stabilita da noi. La conoscenza geografica del mondo è la

traduzione di questo in immagine mediante l’operatore epistemologico “come se”.

La Citadel LA, il “socialista nello spazio”, e altre immaginazioni: Edward W.Soja

Edward Soja è un geografo californiano che nel 1996 propone un viaggio intellettuale alla

scoperta del terzo spazio: lo scopo è interrogarsi su concetti geografici familiari sottoponendoli a

critica per via del fatto che vengono sempre dati per scontati. La necessità di questo viaggio è di

natura politica: la costruzione dello spazio delle nostre vite con azioni e discorsi ci obbliga ad

essere consapevoli delle sue conseguenze politiche e sociali. Per Soja il terzo spazio è lo

strumento per far leva sul dato per scontato spaziale, ossia la dimensione invisibile che viene resa

visibile solo per mezzo della trialettica della spazialità.

Il piano di lavoro parta dal quesito di Lefebvre che mette in discussione il fatto di come

l’egemonia possa lasciare inviolato lo spazio: lo studioso sostiene che questo non sia possibile e

vuole dimostrare il ruolo attivo dello spazio nel mantenimento dei metodi di produzione. Quello che

risulta è la trialettica della spazialità: si tratta di un pensiero sullo spazio che permette di tenere

insieme dimensione fisica, mentale e sociale della spazialità umana, al fine di vedere lo spazio

sociale come unitario. Lefebvre individua tre aspetti dello spazio sociale e Soja li ridefinisce:

• Pratica spaziale – spazio percepito – Firstspace

È il processo che garantisce la produzione e la riproduzione delle forme materiali dello spazio,

ossia che mantengono e assicurano nel tempo la coesione sociale. Si tratta del medium

dell’attività sociale e il suo prodotto coincide con esperienza e comportamento. Questo spazio

è percepito, ossia sensibile e aperto a descrizione e misurazione. È l’oggetto di interesse di

tutte le discipline che si occupano di spazio.

• Rappresentazioni dello spazio – spazio concepito – Secondspace

Sono legate alle relazioni di produzione e all’ordine imposto da esse, è uno spazio

concettualizzato costruito per mezzo del controllo della conoscenza. È lo spazio della società

e coincide con il magazzino del sapere epistemologico: qui viene inscenato il potere

dell’ideologia e si attivano controllo e sorveglianza.

• Spazi delle rappresentazioni – spazio vissuto – Thirdspace

Incorporano simbolismi complessi e non sempre codificati, in quanto spesso legati alla

dimensione della clandestinità e della vita sociale sotterranea. È uno spazio che vive solo chi

lo abita e lo trasforma attivamente dandogli nuovi significati e funzioni. Questa produzione

sovversiva è contrastata dal potere e dalal sua operatività, ossia il Thirspace.

Soja propone un tour attraverso spazi e immaginazioni geografiche che rispecchiano questa

apertura:

• Il primo è il lavoro di bell hooks sulle politiche culturali e sulle posizioni da cui iniziare una

pratica culturale contraria a quella egemonica;

• Il secondo è il discorso femminista che mette in relazione la pianificazione urbana e i corpi,

nella loro accezione più ampia

Soja individua Los Angeles come una realtà di Thirdspace. In occasione del bicentenario della

Rivoluzione Francese, nel 1989, a Los Angeles e Parigi viene allestita un’esibizione multimediale e

proiettata contemporaneamente in diverse parti delle due città: il tentativo fu quello di comprimere

due secoli e due città all’interno di una geo-storia visiva degli spazi urbani attuali. L’esibizione 12


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher EriErica93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Gavinelli Dino.

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