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Significati e funzioni del comportamento aggressivo

L'aggressività nella prospettiva psicoanalitica

Parlare di una concezione psicoanalitica dell'aggressività significa far riferimento a molteplici definizioni e continue precisazioni. All'interno del pensiero psicoanalitico i contrasti hanno diviso Freud dai suoi allievi e hanno portato lo stesso Freud a cambiare definizione circa l'origine e il funzionamento del comportamento aggressivo. Nonostante ciò, nel pensiero freudiano si possono rintracciare tre momenti fondamentali:

  • Una prima fase della teorizzazione che arriva fino al 1915, in cui l'aggressività è considerata un impulso primario, ossia un aspetto della libido.
  • Una seconda fase in cui per la prima volta vengono menzionati gli "istinti dell'Io". L'aggressività viene intesa come una reazione alla frustrazione, considerando il comportamento aggressivo come una manifestazione e una funzione dell'io volta all'autoconservazione. Lo scopo principale dell'aggressività diventa quello di vincere la frustrazione e di adattare la realtà alle esigenze dell'individuo.
  • La terza fase coincide con l'esperienza del conflitto mondiale. La sua nuova concezione viene enunciata nell'opera del 1920 "Al di là del principio di piacere", in cui l'aggressività si intende come estroflessione della pulsione di morte. Freud afferma che la vita stessa è posta al servizio della morte, sostenendo inoltre che l'impeto verso la morte diventa il principio regolatore fondamentale dell'apparato psichico dell'uomo. Accanto al principio del piacere, che ha un ruolo dominante nel processo di regolazione psichica, agiscono forze indipendenti e ancora primitive rispetto ad esso.
  • Nel 1923 con "L'io e l'Es", Freud assegna alla pulsione di morte un posto autonomo nella teoria degli istinti, sostituendo il primitivo conflitto tra istinti sessuali e istinti dell'Io con il conflitto tra istinti di vita e istinti di morte. Il comportamento aggressivo viene inteso come manifestazione dell'istinto di morte, che è generalmente diretto verso l'esterno, ma anche verso l'interno (es. suicidio, autolesionismo).
  • Nel saggio "Il disagio della civiltà" del 1929 Freud precisa il ruolo che l'aggressività svolge in riferimento alla vita psichica dell'uomo, sostenendo che esiste un profondo conflitto tra le esigenze individuali e quelle della civiltà. La civiltà si costruisce sulla rinuncia alla soddisfazione immediata degli impulsi che genera un'ostilità e questo è il pegno che l'individuo deve necessariamente pagare alla civiltà in termini di rimozione o sublimazione. Freud afferma che l'aggressività viene introiettata, interiorizzata e si costruisce come istanza super egoica che si contrappone al proprio io.

Nonostante la sua presa di posizione, dagli scritti di Freud emerge comunque un messaggio di speranza circa la possibilità dell'uomo di vivere in pace, anche se la strada è molto ardua. Dopo Freud, alcuni autori sono rimasti ancorati alla teoria dell'istinto di morte; altri hanno completamente rigettato tale ipotesi, accettando comunque l'esistenza di manifestazioni aggressive; altri ancora hanno preso spunto dalla teoria di Freud per poi integrarla e modificarla arrivando a formulare nuove ipotesi. Tra i seguaci che hanno accolto fedelmente il pensiero di Freud vi è Melanie Klein.

  • Eredita l'istinto di morte potente e primitivo, ma sviluppa il concetto applicandolo alle prime fasi dello sviluppo individuale e dando una grande importanza agli impulsi distruttivi nella prima infanzia. Per la Klein, la distruttività umana assume un ruolo determinante nello sviluppo di Io e Superio e l'istinto di morte viene analizzato soprattutto come conseguenza delle esperienze precoci di frustrazione - si accetta il carattere innato dell'aggressività e il suo legame con la pulsione di morte.
  • Fin dalla nascita il bambino è esposto all'angoscia, che deriva dall'innata polarità degli istinti di vita e di morte ed è proprio la severità del Super-io a generare nel bambino le angosce che sono proporzionali ai suoi desideri aggressivi. Di fronte a quest'angoscia precoce l'Io si difende deflettendo la pulsione di morte, che in parte viene proiettata ed in parte convertita in aggressività. Il modo più precoce di esternare la pulsione di morte viene individuato dall'autrice nell'invidia = forza ostile e emozione primitiva importante sia nella vita infantile che in quella adulta.
  • È l'impulso libidico che fa succhiare, mangiare e vivere il bambino, mentre è l'istinto di morte che lo fa mordere, danneggiare e stare male. La Klein ha saputo spiegare l'angoscia trovando il collegamento tra l'aspetto biologico e quello psicologico.

Un contributo significativo in antitesi alla concezione dell'istinto di morte, arriva da Erich Fromm, che influenzato dalla teoria etologica, opera una distinzione fra aggressività benigna (di tipo difensivo e biologicamente adattivo) e aggressività maligna (radicata nel carattere, derivata dal sistema culturale dominante).

  • Non è possibile agire sull'aggressività difensiva, ma è possibile agire sui fattori che la scatenano, eliminandoli o rendendoli meno incisivi. In particolare, devono essere eliminate le minacce al benessere fisico e psichico dell'uomo, sottolineando l'importanza di un'educazione volta a ridurre il narcisismo e la competitività.
  • Al contrario, l'aggressività maligna, non avendo una base biologica, rappresenta una possibile risposta alle esigenze esistenziali dell'uomo laddove le condizioni culturali sono sfavorevoli allo sviluppo di risposte positive. Fromm concepisce l'aggressività come strettamente legata ad un sistema di valori e si concentra sul ruolo della cultura e della società.

Adler, prendendo notevolmente le distanze da Freud, afferma che l'aggressività è da considerarsi come una pulsione primaria innata che non presuppone una pulsione di morte o di distruzione, in quanto rappresenta semplicemente una tendenza volta a dominare la realtà. Si tratta di una sorta di "volontà di potenza".

  • L'aggressività è una reazione alla frustrazione, intesa come esperienza di privazione e rappresenta la condizione attraverso la quale l'individuo può intervenire attivamente sulla realtà che lo circonda.
  • Convergenza con la teoria etologica: l'aggressività non ha una valenza strettamente negativa e distruttiva, ma viene intesa come la condizione attraverso la quale l'individuo può agire ed intervenire attivamente sulla realtà.

Una rielaborazione della teoria di Adler è proposta da Storr, che intende l'aggressività come una potenzialità adattiva indispensabile per la sopravvivenza dell'individuo e della specie. L'aggressività diventa distruttiva e negativa soltanto nel momento in cui, nel corso dello sviluppo, qualcosa impedisce all'impulso dell'attività e dell'indipendenza personale di affermarsi.

La prospettiva etologica

L'etologia è definita come lo studio comparato delle basi biologiche del comportamento animale ed umano. L'etologo cerca di rintracciare le tappe dello sviluppo filogenetico, rivolgendo l'interesse all'individuazione sia delle cause immediate di un certo comportamento, sia di quelle remote.

  • L'obiettivo è di mettere in luce il valore adattivo di un determinato comportamento al fine di comprendere come e perché quel particolare comportamento si è evoluto nella sua forma attuale.

L'aggressività viene descritta come un comportamento programmato filogeneticamente e quindi non acquisito. Secondo gli etologi questo schema comportamentale consente all'individuo di aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza e di riproduzione. Lorenz distingue fra aggressività inter-specifica (che si attua tra individui appartenenti a specie diverse) e aggressività intra-specifica (che coinvolge individui appartenenti alla stessa specie); secondo l'autore solo quest'ultima viene considerata vera aggressività e assolve a tre funzioni:

  • La selezione del più forte.
  • La distribuzione dei membri della stessa specie.
  • La difesa della prole.

Tuttavia, l'aggressività sta alla base di qualsiasi comportamento degli individui all'interno della società. Secondo Lorenz il principio che permette la convivenza tra i membri è il principio gerarchico - serve a minimizzare l'aggressione all'interno di un gruppo attraverso regole implicite, secondo le quali ogni membro è in grado di anticipare e di evitare conseguenze avverse di un'aggressione sociale, ponendo un freno all'aggressività stessa.

  • Lorenz definisce l'aggressività come istinto ovvero come un meccanismo nervoso, tipico di una determinata specie, sensibile a particolari stimoli interni o esterni, che mette in atto movimenti e comportamenti che contribuiscono alla conservazione dell'individuo e della specie.
  • L'animale, nel suo sistema nervoso centrale, ha diverse energie motivazionali a seconda degli istinti specifici. L'energia è intesa come una massa d'acqua che si accumula in un serbatoio finché l'istinto non viene soddisfatto (modello idraulico). Gli stimoli in grado di innescare la risposta sono presenti nell'ambiente e vengono definiti stimoli chiave o scatenanti. Se l'energia aggressiva non viene liberata, si accumula e potrebbe provocare uno scoppio di aggressività. Questo istinto, in quanto innato, non può essere soppresso, ma può essere ri-diretto e reso innocuo.
  • La ri-direzione avviene attraverso la ritualizzazione, un meccanismo secondo il quale certi comportamenti perdono nel corso della filogenesi la loro funzione specifica per diventare pure cerimonie simboliche. Il rito ha la funzione di opporsi all'aggressività, di dirottarla verso canali innocui. La ridirezione rende più efficace la comunicazione attraverso la ripetizione e la semplificazione dei gesti.
  • Lorenz sostiene che nella specie umana mancano molti meccanismi autoinibitori dell'aggressività presenti nelle specie inferiori. Il comportamento aggressivo diventa fine a se stesso, perde il suo carattere di conservazione della specie e si trasforma in cieca distruttività intraspecifica.

Il contributo di altri autori

Eibesfeldt, a differenza del maestro Lorenz, si dimostra più cauto nell'estendere le considerazioni derivate dallo studio dell'animale all'uomo. L'aggressività per E ha sì la funzione specifica di delimitare territorialmente i gruppi e formare i ranghi, ma il comportamento aggressivo può essere esplicato anche in difesa dei territori di gruppo, della proprietà intellettuale, delle idee e degli ideali.

  • Intende l'aggressività come un comportamento derivante da una pulsione innata che è ineliminabile. Per Eibl-Eibensfeldt l'aggressività viene intesa come determinata da adattamenti filogenetici e meccanismi pulsionali e non come una conseguenza di un procedimento di apprendimento. Tuttavia, ciò non significa che l'apprendimento non giochi un ruolo importante per alcune funzioni dello sviluppo del comportamento aggressivo.
  • L'autore riconosce il valore positivo dell'aggressività territoriale, ma nonostante ciò, afferma che non sempre tutto ciò che un tempo aveva valore adattivo mantiene nel tempo tale funzione utile alla conservazione delle specie e al bene comune. Infatti, può capitare che i cambiamenti delle condizioni ambientali mutino un adattamento nel suo contrario, quindi in uno svantaggio dal punto di vista della selezione.
  • La necessità di vivere in società con gli altri induce a riflettere sul problema del controllo dell'aggressività. L'autore suggerisce la gerarchia di rango come valido mezzo di ordinamento sociale in grado di evitare gravi lotte e permettere una convivenza priva di estenuanti conflitti. Il saluto, il sorriso vengono considerati una forma ritualizzata di un impulso inizialmente aggressivo, poi mutato successivamente in un comportamento che ha lo scopo di inibire l'aggressività.
  • Secondo Eibl-Eibensfeldt la società di massa ha portato gli uomini a instaurare legami sempre più superficiali con la diretta conseguenza di una maggiore aggressività all'interno dei gruppi. Per rimediare bisognerebbe riorganizzare la società attraverso una migliore distribuzione dei compiti del lavoro e una rivalutazione dell'uomo come persona. L'autore esprime comunque un certo ottimismo affermando che per natura l'uomo è un essere sociale.

Morris sostiene che l'uomo originariamente ha fatto ricorso alle armi artificiali come mezzo di difesa contro altre specie. Solo in un secondo momento le armi artificiali vengono usate anche nell'ambito della lotta intraspecifica e vengono sempre più perfezionate.

  • Morris afferma che l'uomo e gli animali hanno simili comportamenti nelle situazioni di lotta, negli atti di minaccia, di ritualizzazione, di pacificazione, e che l'unica differenza consiste nel fatto che l'uomo, attraverso la tecnologia, ha imparato a combattere a distanza con conseguenze molto pericolose per il genere umano.
  • Lo scopo dell'aggressività intra-specifica a livello biologico non è l'eliminazione del nemico, ma la sua sottomissione. Se l'attacco avviene a distanza non possono entrare in gioco i segnali inibitori dell'aggressività e questo porta ad un conflitto sempre più furioso.

Bowlby si è interessato al tema dell'aggressività integrando le posizioni degli etologi con la psicologia dello sviluppo. Studiando i neonati si accorse che molti dei comportamenti innati si trovavano anche nei piccoli degli animali e le sue osservazioni lo portarono a sostenere che l'attaccamento sociale tra il piccolo e la madre era necessario per uno sviluppo normale.

  • Per Bowlby l'attaccamento ha una funzione biologica di garantire al piccolo una protezione e sia una funzione psicologica di offrirgli sostegno e sicurezza. Bowlby individua quattro fasi nella genesi dell'attaccamento:
  • 0-2 mesi definita come preattaccamento, in cui il bambino mette in atto una risposta sociale che ha la funzione biologica di promuovere la vicinanza del genitore.
  • 2-7 mesi circa, lo sviluppo dell'attaccamento spinge il bambino a distinguere tra coloro che si prendono cura di lui dalle altre persone.
  • 7 mesi - 2 anni, vengono meno le risposte amichevoli indiscriminate, mentre compaiono diffidenza e timore verso persone non familiari - primi turbamenti derivati dalla separazione.
  • Dopo i 2 anni, è caratterizzata dallo sviluppo di una relazione più bilanciata e di tipo reciproco. Il bambino comincia a intuire i sentimenti e le motivazioni della madre, i suoi obbiettivi e i piani che mette in atto per raggiungerli. Egli può anche cercare di influenzarne il comportamento, premessa per lo sviluppo di una complessa relazione reciproca.
  • Modelli operativi interni - il bambino comincia a creare schemi mentali di rappresentazione interna del mondo in forma simbolica che comprendono un modello di se stessi, delle persone vicine e delle relazioni instaurate con queste persone. Questi modelli servono da guida per le sue azioni e possono andare incontro a ripetuti aggiustamenti in base alle esperienze.

Sulla base della teoria di Bowlby, il comportamento aggressivo viene inteso come una diretta conseguenza di relazioni precoci insoddisfacenti.

Le teorie dell'apprendimento

Nell'ambito delle teorie dell'apprendimento, l'aggressività si pone all'interno della teoria stimolo-risposta come una sorta di punto di riferimento. Per comprendere l'interpretazione dell'aggressività elaborata dagli studiosi della scuola comportamentista è necessario partire dai contributi di Skinner: egli distingue fra aggressività filogenetica e aggressività ontogenetica. Questi due aspetti dell'aggressività si manifestano molto spesso combinati e difficilmente distinguibili. L'aggressività filogenetica deriva dalla lotta per la sopravvivenza e il comportamento è accompagnato da risposte autonome. Tuttavia, l'aggressività si manifesta anche attraverso comportamenti acquisiti, non ereditari. In entrambi i casi l'aggressività è sempre spiegabile in funzione degli stimoli e dei rinforzi. Per Skinner un comportamento aggressivo presuppone sempre uno stimolo che produce una risposta, la cui forma è determinata in misura rilevante dall'incidenza del rinforzo. L'autore rifiuta la teoria dell'aggressività innata avendo convinzione che i comportamenti aggressivi possono essere notevolmente ridotti e controllati agendo sull'ambiente.

L'impianto teorico formulato da Skinner viene ampiamente ripreso da un gruppo di psicologi comportamentisti di Yale: partendo dall'ipotesi che esiste una stretta relazione tra frustrazione e aggressività, gli autori costruiscono un nuovo modello teorico. Secondo il gruppo di Yale, l'aggressività è sempre conseguenza di una frustrazione e l'esistenza di una frustrazione conduce sempre ad una qualche forma di aggressività. L'intensità della frustrazione e l'intensità della risposta aggressiva variano in maniera proporzionale: ogni comportamento rimanda ad una condizione istigatrice.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilapan.nocchia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Carbone Roberta.
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