Nel segno del corpo: origini e forme del ritratto ferito di Sara Ugolini
Nel suo Nel segno del corpo: origini e forme del ritratto ferito, Sara Ugolini intende analizzare la “ferita” nell'arte, scorgendone diversi usi e significati nella creazione di un'opera, facendo leva in gran parte sugli studi di autori di formazione psicanalitica. L'autoritratto è il punto di partenza, essendo considerato esemplare oggetto di studio per quanto concerne i rapporti tra arte e psicologia e fortemente rivelatorio per quanto riguarda il tema affrontato.
L'autrice si inoltra poi nel passato, trovando nell'iconografia medica e in quella cristiana due validi topos cui far riferimento nella sua indagine. Nel terzo capitolo ha inizio invece l'analisi della ferita come metafora, dal ruolo dell'artista e dal suo riconoscimento nella società, alle ferite che riportate nei “corpi” dell'opera non sono altro che chiavi di accesso a ferite immateriali, potremmo dire spirituali, sia che siano singole o collettive.
Infine, la prospettiva psicanalitica viene affiancata dalla magia, intendendo la ferita come operazione guaritrice e profetica. Qui l'autrice sembra essere intenzionata a una lettura convergente dei dati scientifici rispetto a quelli magico-esoterici, cercando di evitare una contrapposizione tra le due realtà in luce di una loro interpretazione avente un obiettivo comune, svelare l'origine della ferita e i suoi effetti nel futuro.
Connessioni tra arte e psicologia
La trattazione cerca di fare emergere i contenuti più interessanti secondo chi scrive, riportando alcuni collegamenti alla contemporaneità quando possibile. Nel primo capitolo, l'autrice si preoccupa di considerare preliminarmente le connessioni tra arte e psicologia nell'analisi dell'elemento ferita. Ecco dunque i riferimenti di Freud alla ferita, collegata metaforicamente all'isteria, l'una come agente esterno, l'altro come oggetto interiore che nasce da un trauma psicologico per poi manifestarsi.
Il padre della psicanalisi considera la ferita anche come autoanalisi. La Ugolini riporta uno scritto di Freud che racconta un proprio sogno, in cui la “dissezione del bacino” e l'apertura del proprio corpo viene interpretata come volontà appunto di autoanalisi, di sguardo interiore.
Altra interpretazione psicoanalitica della ferita è quella che la intende come “metafora somatica che allude a una condizione mentale negativa, collegata a uno stato di angoscia, di mancanza o di separazione”. Questo vuoto viene spesso collegato, come nel caso di Wilson, alla spinta creativa, alla necessità di esprimersi attraverso l'arte.
Talento e nevrosi
Suddetta visione è all'origine del nesso stabilito tra talento e nevrosi, modello di pensiero che inizia da subito ad agire sugli artisti e che troviamo ancora oggi nella mentalità collettiva. Sebbene la connessione tra malessere esistenziale e capacità artistica sia in più casi comprovata, non bisogna scadere in un facile determinismo. Non per forza l'artista deve essere pazzo, depresso o nevrotico, così come ugualmente non basta essere nevrotico per avere un certo talento creativo.
L'angoscia di evirazione e la ferita
In un'ottica strettamente freudiana è l'angoscia di evirazione a relazionarsi alla ferita, che avrebbe in questo senso una identità femminile, essendo identificata con la “mancanza” del pene nella donna, che il bambino spiega a sé stesso come testimonianza di un pregresso atto di mutilazione.
Da Freud ancora possiamo cogliere la ferita come motivo presente a tutti gli esseri umani, se relazionata al momento della nascita, allo stacco tra madre e figlio. Potremmo così vedere anche la ferita come espressione della dualità che il bambino sperimenta da quel momento in avanti.
Nel momento in cui si trovi un autoritratto “ferito” dovremmo quindi indagare la causa da cui nasce quella lacerazione. Oltre alle possibili già citate, forse l'artista vuole semplicemente riportare nella sua creazione.
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