Periodo post-bellico
Alla conferenza di pace di Versailles, gli Stati vincitori cercarono di impedire la rinascita della potenza tedesca, di costruire nuovi Stati sulle macerie dei dissolti imperi multinazionali (Russia, Austria-Ungheria e impero ottomano) e di isolare la Russia comunista, creandole attorno una serie di Stati cuscinetto (= paesi che sorgono tra due grandi potenze rivali o potenzialmente ostili; l'esistenza di questo Stato è pensata e pianificata per cercare di evitare un conflitto aperto tra le potenze maggiori).
Tuttavia questo nuovo equilibrio geo-politico si rivelò precario. La Società delle Nazioni, incaricata di custodirlo, non riuscì a stabilire un ordine internazionale fondato sul ripudio della violenza e sul rispetto del diritto degli Stati.
Tra il 1919 e il 1920 in quasi tutti i Paesi europei si verificarono massicce agitazioni di operai e contadini e il rischio di un contagio rivoluzionario fu ritenuto reale. Tuttavia moti rivoluzionari ispirati al modello russo - rapidamente repressi - si ebbero solo in Germania e Ungheria. Al contrario, in molti Stati dell’Europa centrale e orientale si affermarono regimi di destra, conservatori o dichiaratamente autoritari.
L’Europa uscì prostrata dalla guerra: vincitori e vinti dovettero misurarsi con gravi problemi come l'inflazione, la disoccupazione e la riconversione bellica. Anche in Italia il dopoguerra fu travagliato da numerosi problemi economici: crescita del debito pubblico, inflazione, riconversione della produzione bellica.
La guerra, inoltre, aveva profondamente trasformato la società: le classi subalterne, guardando alla Russia bolscevica, attendevano una rivoluzione sociale; molti ufficiali appartenenti ai ceti medi, dotati di autorità nelle trincee, non accettavano il ritorno ad un’anonima normalità; per tutti la violenza appariva uno strumento indispensabile per risolvere le questioni politiche in sospeso.
Ciò risultò particolarmente chiaro durante la Conferenza di pace, quando l’Italia in aggiunta ai territori previsti dal trattato di Londra, rivendicò il possesso di Fiume. All’opposizione delle potenze, alcune migliaia di volontari guidati da D’Annunzio occuparono la città, proclamandone l’annessione all’Italia; ne vennero scacciati solo all’inizio del 1921, dall’esercito italiano, dopo che il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) stabilì per Fiume lo status di “città libera”.
Il biennio rosso 1919-1920
Il biennio rosso in Italia è la locuzione con cui viene comunemente indicato il periodo della storia d'Italia compreso fra il 1919 e il 1920, caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l'occupazione delle fabbriche del settembre 1920.
In tale periodo si verificarono, soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, mobilitazioni contadine, tumulti annonari, manifestazioni operaie, occupazioni di terreni e fabbriche con, in alcuni casi, tentativi di autogestione. Le agitazioni si estesero anche alle zone rurali e furono spesso accompagnate da scioperi, picchetti e scontri. Una parte della storiografia estende la locuzione ad altri paesi europei, interessati, nello stesso periodo, da analoghi moti.
L'espressione "biennio rosso" entrò nell'uso comune già nei primi anni venti, con accezione negativa: venne utilizzata da pubblicisti di parte borghese per sottolineare il grande timore suscitato, nelle classi possidenti, dalle lotte operaie e contadine che ebbero luogo nel 1919-20, e quindi per giustificare la reazione fascista che ne seguì. Negli anni settanta, il termine "biennio rosso", questa volta con connotazioni positive, venne ripreso da una parte della storiografia, politicamente impegnata a sinistra, che incentrò la sua attenzione sulle agitazioni del 1919-20, considerandole come uno dei momenti di più forte scontro di classe e come esperienza esemplare nella storia delle relazioni che intercorrono fra l'organizzazione della classe operaia e la spontaneità delle sue lotte.
Le origini del fascismo
Nel frattempo, tra il 1919 e il 1922 si svilupparono le origini di un movimento che avrebbe segnato profondamente la storia dell’Italia del 900. I suoi esordi non furono particolarmente clamorosi. Quando il 23 marzo 1919 Mussolini fondò i Fasci di combattimento, il nuovo movimento - che si definiva antiborghese, antisocialista, anticlericale, antimonarchico - si caratterizzò subito per un profilo confuso e contraddittorio, quasi un contenitore vuoto pronto però ad accogliere tutte le spinte eversive che scaturivano dalla guerra.
Fin dai suoi esordi si delinearono due caratteristiche, poi decisive per la vittoria del fascismo: il ruolo determinante assunto dal suo leader, Benito Mussolini, e la scelta strategica di ricorrere alla violenza nei confronti delle forze politiche avversarie. Proprio la violenza fu la sua arma politica più efficace.
Il fascismo cominciò ad affermarsi dalla seconda metà degli anni 20, a partire dalle campagne, attraverso le violenze delle squadre d’azione contro le organizzazioni del movimento operaio e contro quelle cattoliche. Grazie alla capacità di sconfiggere i rossi, il fascismo ottenne il sostegno della piccola e media borghesia, di agrari e industriali, di magistrati e forze dell’ordine.
Alle elezioni del 21, convinto di poterli addomesticare, Giolitti accolse candidati fascisti nelle liste dei Blocchi nazionali. Al contrario, Mussolini sfruttò quell’opportunità per puntare in maniera sempre più diretta al governo.
Costituitosi il partito il 7 novembre 1921, il fascismo giunse al potere il 28 ottobre 1922, quando - dopo la marcia su Roma - il sovrano affidò l’incarico di primo ministro a Mussolini, che formò un governo di coalizione. Fu costituito il Gran Consiglio del fascismo (dicembre 1922) e le squadre d’azione vennero inquadrate in un nuovo organismo militare, la MVSN (gennaio 23).
Tra il 22 e il 25 la politica economica fascista seguì un orientamento liberista, cancellando le conquiste ottenute da operai e contadini nel biennio rosso. Alle elezioni dell’aprile 1924, tenutesi con una nuova legge elettorale che prevedeva un consistente premio di maggioranza, il pistone fascista, in cui figuravano molti esponenti liberali, ottenne la vittoria, ma anche le opposizioni riuscirono a inviare propri rappresentanti in Parlamento.
Il 10 giugno 1924 una squadra fascista assassinò il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato alla Camera le irregolarità verificatesi durante la campagna elettorale. L’indignazione scosse l’opinione pubblica, le opposizioni rifiutarono di partecipare ai lavori parlamentari, aspettando inutilmente che il re costituisse un nuovo governo.
L’Aventino - come fu chiamata la tattica - fallì: con il discorso del 3 gennaio 1925, Mussolini si assunse la responsabilità dell’accaduto e procedette nell’edificazione di una vera e propria dittatura: tra il 1925 e il 1926 i poteri del capo del governo furono rafforzati, la libertà di stampa, di associazione e le libertà sindacali vennero soppresse, i partiti sciolti d’autorità, mentre prendeva corpo un efficiente e capillare apparato repressivo.
Il regime fascista trovò un ulteriore consolidamento con la firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) che sancirono la fine del tradizionale dissidio tra Chiesa cattolica e lo Stato italiano a cui seguì il plebiscito del 24 marzo dello stesso anno.
Per affrontare gli effetti della crisi del 1929 il regime compresse i salari dei ceti più deboli, sostenendo l’industria pesante e bellica. Con la creazione dell’IMI (Istituto Immobiliare Italiano, per sostenere il credito alle industrie) e dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, per provvedere al finanziamento delle industrie e liquidare le perdite che avevano accumulato), inoltre, inaugurò un modello di capitalismo di Stato che dava aiuto a banche e industrie in difficoltà, addossandone i costi alla collettività; inoltre, per riassorbire la disoccupazione, varò una politica di valori lavori pubblici e percorse la strada dell’autarchia economica (= indirizzo di politica economica che, sfruttando le risorse proprie di uno stato, tende a renderlo autosufficiente e quindi economicamente indipendente dai paesi esteri).
All’inizio la politica estera fascista mantenne la linea seguita dai governi liberali. Poi, dagli anni Trenta, il regime iniziò a considerare la guerra come la migliore via d’uscita dalla crisi economica, appoggiando sempre più le pretese dei Paesi favorevoli alla revisione del trattato di Versailles. Dopo l’aggressione e la conquista dell’Etiopia (1935-1936), iniziò un decisivo avvicinamento tra l’Italia e la Germania (testimoniato dall’intervento nella guerra civile spagnola, dall’Asse Roma-Berlino del 1936, dal Patto anticomintern del 1937), effetto del quale fu il varo della legislazione razziale italiana contro gli ebrei (1938).
L'avvento del nazismo
In Germania, la ricetta politica ed ideologica molto simile a quella di Mussolini fu quella di Hitler. Infatti, dalla drammatica crisi economica seppe approfittarne il nazismo, facendo leva sul malcontento dei ceti medi, con un’ideologia nutrita di nazionalismo, anticomunismo, antiliberalismo e usando la violenza contro gli avversari politici. Tra il 1930 e il 1932 i suoi consensi crebbero vertiginosamente.
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