L’egemonia del romanzo – Spinazzola
Una lunga marcia
Nella seconda metà del XXI secolo avviene quella che Bachtin chiama romanzizzazione: il romanzo diventa il fulcro dell’ammodernamento della letterarietà.
In Italia la romanzizzazione, però, avviene in ritardo per due motivi:
- Elitarismo dei ceti intellettuali;
- Gloria della tradizione illustre italiana;
Questi due fattori fanno sì che il “dire poetico” resti più nobile rispetto al romanzo nella percezione italiana. Di fatto il genere romanzesco in Italia si consolida solo dopo alcuni eventi:
- Unità nazionale;
- Costruzione di un libero mercato librario e conseguente sviluppo dell’imprenditoria editoriale (Trevese Sonzogno);
- Scuola dell’obbligo;
Altro elemento interessante è che nella seconda metà dell’800 gli scrittori italiani disertano il romanzo d’appendice (cioè un romanzo che usciva su un quotidiano o una rivista a episodi) e la narrativa popolare; al contrario appaiono subito delle tendenze anticonformiste che si rivolgono a un pubblico elitario: Scapigliatura → Verismo (Verga e De Roberto).
Tale tendenza prosegue fino al ‘900 con Avanguardia. L’avanguardismo, in effetti, non collabora a fare la fortuna del romanzo perché la teoria e la tecnica delle parole in libertà favoriscono il rilancio del linguaggio poetico piuttosto di quello prosastico del romanzo.
Nel frattempo il romanzo inizia ad avere successo nel mercato librario presso il pubblico medio o medio-basso, suscitando il disprezzo dei circoli letterari più influenti. Tali circoli promuovono, in tutta risposta, il lirismo ermetico e la prosa d’arte di misura breve. Quindi abbiamo questa situazione:
- Da un lato: pubblico medio e medio-basso - Romanzo;
- Dall’altro: pubblico elitario - Lirismo ermetico - Prosa d’arte di misura breve;
In questo atteggiamento diffidente verso il romanzo, sono proprio pochi gli autori “di rango” che si dedicano a questo genere:
- Savinio;
- Landolfi;
- Bilenchi;
- Moravia;
Negli anni ’30, piano piano, il romanzo inizia a guadagnare terreno, ma la svolta decisiva si avrà dopo la seconda guerra mondiale: la comunità letteraria prende atto dei cambiamenti avvenuti nei comportamenti dei produttori e dei fruitori di testi; allo sperimentalismo si accosta la disponibilità a produrre forme più dimesse al fine di soddisfare ogni tipo di destinatario.
Scosse di assestamento
L’ascensione del genere romanzesco susciterà diverse reazioni, che possiamo raggruppare in tre grandi fasi:
- Secondo dopoguerra – inizio anni ‘60
In questo periodo i processi di scrittura e di lettura subiscono una revisione e una popolarizzazione. I romanzi di questa fase sono ancora legati alle esperienze ottocentesche e quindi sono antielitari. Le principali caratteristiche di tali romanzi sono:
- Trame di forte spessore;
- Andamento corale;
- Linguaggi discorsivamente affabili;
- Io narrante affidabile e non in atteggiamento di superiorità;
- Anni ’60 – fine anni ’70
Siamo nel periodo dello sviluppo urbano-industriale. Il romanzo che si è affermato nella fase precedente (cioè quello antielitario e in linea di continuità con le esperienze passate) suscita in questa nuova fase due forti contraccolpi:
- Neoavanguardia: movimento dallo spirito aristocratico, che disprezza il pubblico meno dotto, e si muove verso una trasgressività sofisticata.
- Generale dissenso verso il romanzo “mercificato”, legato agli interessi materiali delle classi dirigenti borghesi. In questo campo si può citare il Gruppo ’63, il cui merito più grande è stato aver concepito la letteratura come regno del puro disinteresse creativo.
- Fine anni ’70 – anni ’90 → Stabilizzazione inquieta
In questa fase finalmente si riesce a trovare una via mediana tra gli estremi delle due fasi precedenti:
- Dopoguerra//inizio anni ‘60;
- Fine anni ’70//anni ’90 anni ’60//fine anni ’70;
- Convenzionalismo via mediana, stabilizzazione pedissequo seppur inquieta.
- Rivoluzione permanente Originalità iconoclasta.
- Conservatorismo consumista.
La nascita del romanzo
Facciamo un passo indietro e guardiamo alla situazione che si era formata tra le due guerre. Dopo gli scandali di inizio secolo, l’élite culturale promuove una forma di letterarietà ben sorvegliata:
- La poesia;
- La prosa d’arte di misura breve;
In questo panorama, il romanzo veniva considerato come un fattore turbativo della compostezza che uno scrittore doveva avere.
Nel frattempo cresceva una narrativa di intrattenimento di modesto valore estetico (ma almeno tollerata dall’élite), che si rivolgeva a un pubblico medio e che non sovvertiva i buoni costumi. Tale narrativa seguiva la linea di intimismo tardo-ottocentesco, e come tema principale trattava la difficoltà di rapporto equilibrato tra i sessi. Gli esponenti principali dell’epoca sono:
- Gotta;
- Fraccaroli;
- Civini;
Invece non erano tollerati dall’élite dei generi di nascita nuova (in primis il romanzo rosa) e in generale il romanzo di appendice (che, invece, era di successo). Gli editori del periodo comprendono la voglia di narrativa del pubblico italiano e iniziano a pubblicare romanzi (magari quelli di cui era uscita qualche puntata su settimanali e quotidiani e che avevano avuto successo). Mondadori costruirà la sua fortuna imprenditoriale proprio su questo.
Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale si inizia a guardare al romanzo come lo strumento idoneo a restituire la drammaticità dei rapporti tra l’io e il mondo, dopo le gravi tragedie collettive che avevano colpito l’Europa durante la guerra. In particolare il romanzo che più si afferma è quello autobiografico e in generale i temi più trattati sono quelli della guerra, dell’antifascismo e della Resistenza. L’ottica prevalente è quella del militante di base dotato di buona cultura che tenta di aprire gli occhi a chi una buona cultura non la possiede.
Questo impianto prospettico ha due conseguenze:
- Timbro di testimonianza reale e dolorosa;
- Accesa drammatizzazione degli episodi;
Esempi:
- Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli;
- Primo Levi, Se questo è un uomo;
- Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve;
Autori di questo genere hanno in comune non solo la prospettiva anti-fascista ma anche un certo populismo: i ceti colti tendono a raccontare se stessi non solo a un’élite colta ma anche a tutta la collettività, intesa come gruppo più debole rispetto a chi ha il privilegio della parola e di saperla usare.
Sarà il Neorealismo (di prima generazione) a unire la protesta civile all’attenzione per la vita materiale, in particolare in riferimento alle fasce più basse della popolazione oppresse economicamente (il proletariato urbano, in contrapposizione alla grande borghesia imprenditoriale). Questo tentativo, però, spesso si riduce a una rappresentazione piatta del proletariato, povera di sfumature, come in:
- Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti;
- Francesco Jovine, Le terre del Sacramento;
Ci sono anche dei casi in cui il pathos sociale si unisce a un’altra tematica interessante: la crisi degli intellettuali che scoprono la loro inettitudine nel compiere le scelte nette e dure postulate dalla volontà operativa. Per esempio:
- Elio Vittorini, Uomini e no;
- Cesare Pavese, La casa in collina;
In generale possiamo dire che il neorealismo tenta di unire la dimensione privata-esistenziale a quella pubblica-politica, per esempio facendo coesistere in un unico personaggio una irresolutezza nelle scelte amorose e un coraggio deciso in quelle politiche-ideologiche (come nel caso di Beppe Fenoglio, Una questione privata). Tale effetto si ottiene con un linguaggio a doppia modulazione:
Caratteristiche del linguaggio neorealista
1) Affermazione di linguaggio e stile conversevole
- Inclinazione a sliricare la pagina, rendendola più prosastica con lessico medio-basso e dialettismi, pur nella correttezza della norma italianistica;
- Sintassi semplificata (paratattica) ma corretta;
- Liberalizzazioni delle voci dell’eros, senza eufemismi perbenistici ma anche senza scadere nel turpiloquio. Proprio su questo terreno di esplicitezza controllata si avvicinano al Neorealismo degli autori già affermati come:
- Alberto Moravia, La romana e La ciociara;
- Vitalino Brancati, Il bell’Antonio;
- Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno;
2) Esibizione delle marche della letterarietà più riconoscibile
- Uso delle figure retoriche con effetto melodrammatico (Pratolini) o di astrattismo vertiginoso (Vittorini).
Tale linguaggio a doppia modulazione, comunque, resta sempre molto democratico, cioè estremamente accessibile anche a un pubblico poco esperto (possiamo parlare di popolarizzazione e democratizzazione dell’arte).
Non furono solo i neorealisti a proporre un progetto di rinascita del romanzo in Italia con un allargamento dell’area della lettura: anche gli esponenti del Realismo psicologico-esistenziale tentarono questa strada, sempre con una sensibilità etico-sociale ma con un’attenzione alla psicologia. Ciò è evidente sul piano narratologico: il narratore diventa inaffidabile, filtra la realtà (ostile e crudele) in maniera soggettiva. Esempi di questo:
- Elsa Morante, Menzogna e sortilegio;
- Ennio Flaiano, Tempo di uccidere;
- Silvio D’Arzo, Casa d’altri;
- Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete e La grande vacanza;
Negli anni ’50 si afferma, invece, una sorta di Neorealismo di seconda generazione, molto vicino all’esperienza di quelli che abbiamo inserito sotto il nome di “realismo psicologico-esistenziale”. Le caratteristiche dei neorealisti di seconda generazione sono:
- Volontà di provocare e di scandalizzare;
- Rappresentazione amareggiata dell’attualità post-bellica;
- Io narrante si immedesima con le pene del mondo narrato;
- Uso della tecnica del discorso indiretto libero che dà evidenza icastica ai moti coscienziali e subcoscienziali dei personaggi;
Gli esponenti sono:
- Giorgio Bassani, Cinque storie ferraresi;
- Carlo Cassola, Il taglio nel bosco;
- Giovanni Testori, Dio di Roserio e Ponte della Ghisolfa;
- Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita e Una vita violenta;
In particolare Testori e Pasolini scoprono i ceti sociali inferiori e tale scoperta rende evidente come il linguaggio italiano medio sia inadatto a far comunicare strati superiori e strati inferiori della popolazione.
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