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La modernità nel duemila

Dopo la stagione del postmoderno, la modernità ha ripreso il suo cammino secolare. Si è verificato un rilancio di vitalità delle istituzioni della letterarietà moderna, sancendo il declino del trasgressivismo antistituzionale programmatico di indole avanguardistica. Per modernismo si intende un movimento artistico-letterario internazionale che tra fine Ottocento e primo Novecento mobilitò gran parte dell’intellettualità umanistica, in chiave di sperimentalismi aristocraticamente elitari, contro alcuni cardini della borghesia. Lungo il corso del Novecento il ciclo avanguardistico rappresentò le diramazioni di un atteggiamento antiborghese orientato a contestare tutte le convenzioni e i modelli della letterarietà invalsa, sino a sfociare in una crisi generale delle norme di ogni comunicazione espressiva. Sul finire del secolo ventesimo, il postmoderno segna un avvio di riconciliazione con la modernità.

Se il Novecento è stato il grande secolo della sperimentazione, il Duemila si profila come il secolo della rilegittimazione delle istituzioni letterarie della modernità. Il carattere di diversità del moderno rispetto all’antico preborghese è l’ascesa di prestigio e l’ampiezza di diffusione del linguaggio prosastico rispetto a quello versificato e la centralità assunta progressivamente dal genere romanzo. È stato soprattutto il romanzo a promuovere un allargamento dell’area di influenza della letterarietà, assecondando l’aumento esponenziale del pubblico resosi disponibile per effetto delle procedure di scolarizzazione e acculturazione promosse dalla borghesia. Importante anche la moltiplicazione straordinaria dei generi testuali di romanzi, che consentono di mettere a frutto le varie attitudini creative degli scrittori da un lato e la pluralità di disposizioni ricettive che regolano le preferenze di gusto dei lettori dall’altro.

Il più tipicamente moderno dei generi narrativi è il romanzo di formazione. Si verifica così una divisione del pubblico dei lettori: da una parte abbiamo una lettura maggioritaria, per i molti lettori poco competenti e poco esigenti, dall’altra una lettura minoritaria, per i pochi addestrati alle buone letture. Questa scissione dell’orizzonte letterario è considerata l’innovazione storica dell’evo moderno rispetto all’antico, dove la letterarietà era una e indivisibile. Il rischio del ventesimo secolo era che l’estetica dei valori qualitativi fosse soppiantata da un’estetica dei punteggi quantitativi, fondata sui successi di vendita. La ventata del postmoderno, con il suo riciclaggio di ingredienti vecchi e nuovi, ha avuto per effetto di rimettere a nudo le radici profonde della modernità. Oggi la cultura e la didattica letteraria italiane hanno come compito essenziale la ridefinizione della modernità nostrana.

Il bello della modernità è che c’è posto per tutti, ma in una letterarietà senza dogmi spetta alle diverse cerchie di destinatari di selezionare i testi preferiti, secondo i loro specifici interessi di lettura. Le innovazioni più feconde possono insorgere anche dal basso verso l’alto. Agli studiosi è affidato il compito di portare ordine nel disordinato flusso magmatico delle proposte avanzate da chi scrive a chi legge.

Lavoro letterario e valori critici

Che cosa vale la pena di leggere? L’esperienza quotidiana di ogni lettore ha bisogno di essere riferita a qualche criterio generale, per trarne orientamento nell’ammasso di libri disponibili. I recensori continuano a sforzarsi di adempiere il loro compito professionale, che è di selezionare i prodotti ritenuti degni d’essere sottoposti all’attenzione del pubblico. E selezionare significa valutare. Vengono utilizzati quindi i concetti di valore e disvalore: i vantaggi del loro impiego sono palesi, vogliono indicare la maggior utilità di leggere un’opera invece di un’altra, ai fini di un arricchimento del nostro patrimonio mentale. Ma il termine “valore” è molto indeterminato: è lontano dall’essere criticamente definito: ai dogmi assoluti di un tempo è subentrato un relativismo incontrollabile. Il criticismo manifesta così lo spessore della sua crisi.

La genesi storica dei problemi teorici e pratici va riportata alla rivoluzione culturale effettuata dalla borghesia in Europa e, con ritardo, nel nostro Paese. L’opera letteraria si costituisce in oggetto librario, su un mercato regolato dalla legge della domanda e dell’offerta. Ciò comporta una spinta straordinaria all’allargamento del pubblico. Sia gli autori sia i lettori sono coinvolti nell’aumento di responsabilità che l’istituzione letteraria deve assumersi, come normatrice della competizione che ha luogo fra opere.

Materiale e immateriale nell'istituzione letteraria

  • Materiale si riferisce alla realtà socioeconomica delle aziende editoriali in cui il testo prende consistenza di merce libraria, per poter essere immesso in un circuito di mercato. È il regno della prassi operativa, obbediente alle sole leggi dell’utilità e quindi si attiene a una mera valutazione di requisiti merceologici.
  • Immateriale la repubblica delle lettere, che si proclama estranea ai calcoli di convenienza pratica del mondo editoriale, con cui intrattiene un rapporto di polemica. I suoi protagonisti sono quanti esercitano la creatività letteraria, ma i legislatori sono i teorici dell’arte. Sotto di essi stanno i critici militanti.

Troppo spesso però ambiscono a collocare i loro verdetti in una luce di universalità sottratta a ogni complicità con le opportunità mondane. Però il teorico, il critico e lo storico non può fare a meno di riferirsi a un’altra dimensione di realtà socialmente organizzata: il sistema scolastico. La categoria degli insegnanti è deputata a trasmettere il canone di modelli in cui una civiltà artistica si riconosce; l’educazione linguistica e letteraria prende corpo nell’invito ad appropriarsi di un patrimonio di valori ritenuto esemplare, garantendone la riproduzione. Ma tutto ciò significa che l’elaborazione estetica non può non calarsi nella socialità e quindi non esporsi ai turbamenti, ai conflitti, ai compromessi attraverso cui si costituisce il divenire collettivo.

La crisi del sistema scolastico è dovuta al fatto che insegnare e apprendere la letteratura è diventato più arduo da quando la teoria e la militanza critica si sono rivelate incapaci di tenere il passo con la complessità dei fenomeni di acculturazione espressiva caratteristica delle società borghesi industrialmente evolute. Da qui la perdita di criteri capaci di classificare la totalità dei prodotti aventi valenza letteraria. Ciò riflette la riluttanza delle belle lettere ad accompagnare l’evolversi della civiltà borghese. Il punto è che le forme più istituzionalizzate della produzione letteraria, ossia la poesia e la narrativa, non si sono rigenerate adeguatamente nell’incontro con l’avanzata delle classi inferiori. Da un altro punto di vista il proletariato moderno non si è fatto portatore di una proposta atta a oltrepassare l’orizzonte della letterarietà borghese.

In questi termini si svolge la crisi dei valori letterari. L’orientamento metodico più utile per ricostruire una prospettiva d’indagine e d’intervento è quello che induce a stringere il raffronto fra le leggi della letterarietà e quelle dell’economia politica: il presupposto sta nel considerare l’invenzione creativa una categoria autonoma del lavoro produttivo. L’opera letteraria nasce da un lavoro finalizzato a costituirla come occasione particolare per il soddisfacimento di un bisogno generale dell’animo umano: il bisogno di arricchimento e ricomposizione fantastica dell’esperienza esistenziale.

Dall’altra parte, l’atto di lettura implica una fatica. L’operazione di scambio intercorrente fra autore e pubblico si svolge su un piano di materialità economica. L’epoca dell’editoria moderna ha dato sempre maggior consistenza ai processi di mercato, nello stesso tempo la vera produttività del testo letterario è nell’attitudine a generare reazioni attive da parte dei fruitori. I lettori, infatti, non fruiscono mai passivamente di un bene letterario, ma giocano un ruolo attivo: la loro fruizione è irriducibile a un fatto di consumo. Caratteristica di ogni testo è di proporsi come un evento i cui esiti sono lontani dal concludersi col termine dell’esperienza di lettura: esso rimanda a ulteriori vicende. A questa elasticità della domanda fa riscontro l’abbondanza dell’offerta. Ogni singola opera costituisce un prototipo e fra tali prototipi sussiste un alto tasso di interscambiabilità.

Si chiarisce quindi meglio la difficoltà sempre maggiore di stabilire criteri selettivi e valutativi atti a giustificare la pluralità variatissima delle letture private.

Fasi del giudizio di valore

  1. Riconoscimento dei prerequisiti di letterarietà, eliminando i prodotti indirizzati agli strati subalterni o destinati a soddisfare esigenze di puro intrattenimento ricreativo. A questa funzione frenante si accompagna un atteggiamento di ripulsa verso i fenomeni ritardatari ripetitivi, come l’area delle scritture a destinazione popolare, dove i modelli colti vengono sfruttati con un lavoro di adattamento divulgativo piuttosto che rielaborativo. Il disinteresse per questa vastissima zona della letteratura impedisce di comprendere la circolazione di beni estetici in un dato sistema di civiltà. All’origine c’è il preconcetto che nella loro discesa verso i basso i moduli letterari instaurati dalle élites creative incontrino solo un processo di corrompimento, quando in realtà il fatto stesso di volgerli a vantaggio di interlocutori nuovi e più numerosi li apre a esigenze inedite di linguaggio, non formalizzate ma attive. Nelle fasi di trapasso, spesso, è dai settori meno istituzionalizzati che nasce la spinta per quelle fratture salutari che riportano la letterarietà a contatto con le attese e le richieste del nuovo stadio di civiltà in gestazione.

Il giudizio critico, quindi, viene applicato solo ad opere già considerate partecipi dei valori fondanti della letterarietà. Ma come se ne effettua la misurazione? Il sistema editoriale si costituisce come luogo di valorizzazione pratico-economica di un lavoro individualmente creativo che attende di essere socializzato per trovare adempimento nel lavoro ricreativo dei singoli destinatari. Il valore dell’opera non risiede altrove che in questa correlazione biunivoca. Occorre ricordare che la fruizione dei beni estetici è una categoria autonoma del consumo. Paradosso estetico: quanto più il prodotto è consumato, tanto più si valorizza: la ricezione del prodotto letterario è attiva. L’operazione di lettura implica un prezzo mentale. Il compito delle istituzioni letterarie è di orientare la mediazione tra la fatica interpretativa chiesta dall’opera ai lettori e la remunerazione percettiva che gliene si promette. Il lavoro critico, quindi, consiste nel dare ordine, riportare a unità e disporre in prospettiva la somma dei giudizi insiti nella spontaneità degli atti di lettura compiuti dalle eteroclite componenti del pubblico, offrendo un disegno coerente di interpretazione del divenire letterario.

Importante osservazione: la competenza nel giudizio letterario non è egualmente presente negli individui, né tantomeno viene educata e diffusa tra le classi di un organismo sociale. Ciò esalta la responsabilità dello scrittore nell’adozione degli strumenti tecnici di linguaggio con cui preselezionare i destinatari. Dipende da lui assegnare alla sua opera una funzione di consolidamento del mercato reale, costituito dai ceti colti, oppure darle scopo di acquisire alla lettura il mercato potenziale, rappresentato dagli strati subalterni. Il primo caso lo espone al rischio dell’accademismo manieristico, il secondo lo inclina al pericolo di adeguamento alle esigenze di una sottocultura.

Letteratura e classi sociali

La letteratura si può ripartire in quattro categorie a seconda dell’appartenenza di classe dell’autore e dei suoi lettori:

  • Letteratura folclorica: autore appartiene a ceto subalterno e scrive per lettori che appartengono alla stessa condizione sociale;
  • Letteratura popolare: autore appartiene a ceto dirigente e scrive per pubblico che appartiene a ceti subalterni;
  • Letteratura d’élite: autore che appartiene a ceto dirigente scrive per un pubblico che appartiene alla stessa condizione sociale;
  • Letteratura di massa: autore di estrazione sociale alta fa appello a un pubblico misto, cercando di tener conto delle esigenze dei lettori di base senza dover rinunciare al consenso di quelli culturalmente più qualificati.

Va inoltre aggiunta una quinta categoria:

  • Letteratura dei ceti emergenti: autori di classi subalterne portati al potere da un processo rivoluzionario e volti a imporre egemonicamente a vecchi e nuovi lettori la loro concezione delle lettere.

Paraletteratura designa in chiave oppositiva le esperienze di scrittura connotate da una tendenziale assenza di valore. Si rischia di tornare a una presunzione sostanzialistica, di oggettività nel verdetto di valore e disvalore. In realtà, nell’atto in cui si ammette che la paraletteratura è un universo multiforme e composito della letteratura, diventa difficile tracciare tra i due domini un confine netto e inequivocabile. Il criterio più equanime cui attenersi va riportato alla tipologia dei rapporti che l’opera pone in essere tra chi legge e chi l’ha scritta. Dove dalle due parti ci sia la consapevolezza rispettiva di scrivere e di leggere un testo volutamente privo degli avalli dell’istituzione critica, allora sì, quella è paraletteratura. Siamo di fronte a una reciprocità di atteggiamenti: l’autore non era interessato di veder conferito al suo valore un segno di valore; il pubblico non era intenzionato a impegnarsi in una fatica fruitiva esteticamente valorizzabile.

Generi letterari e successo editoriale

Sino a qualche tempo fa, la letteratura era ritenuta dimensione di attività specifica ed esclusiva di chi legge: dominava il mito negativo del lettore come ricettore passivo del testo. Questo mito, nel tempo, è stato sfatato: la lettura infatti è lavoro mentale, che consiste nell’appropriazione del testo e nella successiva ricostituzione dentro di sé. Leggere vuol dire apprendere a scrivere: l’una cosa non può stare senza l’altra, in un rapporto di collaborazione reciproca. Lo scrittore, quando scrive, ha sempre in mente un’immagine di un lettore potenziale; inoltre, se il testo non suscita l’interesse nemmeno di un lettore, non avrà esistenza letteraria. A rivalutare il ruolo del lettore hanno contribuito anche i metodi d’indagine strutturali: se un testo è un sistema di segni convenzionali, occorre che chi li riceva abbia la competenza adatta per decifrarlo. Il ricevente deve avere lo stesso codice dell’emittente: starà all’emittente fornire le istruzioni opportune perché il messaggio venga raccolto e usato nel modo più conforme alle finalità perseguite da chi lo ha lanciato. Inoltre, ogni individuo nella lettura porta la somma delle sue esperienze di cultura e di vita: leggere significa interpretare, riqualificare la pagina alla luce dei propri bisogni.

Gli studi sociologici, invece, individuano l’opera letteraria come una merce e il lettore come il potenziale cliente. Attribuire all’opera letteraria un valore puramente commerciale significa toglierle quell’aurea sacrale di chi lo considera una manifestazione di pure essenze spirituali e dall’altro lato porre le premesse per una sua valorizzazione.

Parallelamente allo sviluppo di un’imprenditoria libraria, il percorso della letteratura otto-novecentesca è segnato da due tipi di rapporto con il pubblico:

  • Avanguardia chiede al lettore di sentirsi coinvolto attivamente negli esperimenti che gli vengono sottoposti;
  • Cultura di massa si presenta come un servizio pratico reso ai suoi desideri di rilassamento psichico, sottintendendo un ruolo passivo del lettore.

Come interviene, quindi, il lettore sulle strutture dell’istituzione letteraria? Attraverso la scelta dell’opera da leggere. La scelta viene fatta sulla base di:

  • Competenze culturali personali;
  • Critica letteraria, che in genere è disinteressata;
  • Informazione pubblicitaria, che informa illustrando l’ignoto (opera nuova) tramite il già noto (opere precedenti).

Se un testo è stato apprezzato da un certo tipo di pubblico, accostargliene uno appena edito induce a credere che anche questo produrrà lo stesso effetto. Il piacere della lettura, infatti, si gioca su un duplice versante: la conoscenza del nuovo e il riconoscimento del noto. Nessun testo letterario è di un’originalità assoluta, così come non è mai totalmente ripetitivo. Nella dialettica costante tra slancio innovativo e conferma di moduli tradizionali, il libro si costituisce come individualità indifferenziata: una differenziazione percepibile sullo sfondo d’una permanenza di tratti comuni. Non esiste opera che non sia apparentabile a un’altra: è obbligatorio e produttivo ricondurre l’opera letteraria a un raggruppamento di testi simili. Tali raggruppamenti sono definiti “generi letterari”. I generi letterari esistono in quanto vengono pubblicamente percepiti come tali, non esiste uno statuto ontologico dei generi. È l’attività di lettura che “crea” il genere letterario.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.degiovanni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura e sistema editoriale nell'italia moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Cadioli Alberto.
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